Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/11/2023

Ustascia croati e Ordine Nuovo

Ordine Nuovo, l’organizzazione nazi-fascista fondata da Pino Rauti, disponeva delle armi e degli esplosivi di Gladio. Non solo, è anche emersa l’esistenza di una struttura Stay Behind jugoslava di fatto costituita dagli ustascia croati collegati a Ordine Nuovo tramite la cellula veronese.

È quanto risulta dalla lettura degli ultimi atti di indagine sulla strage di piazza della Loggia avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974, con otto morti e più di un centinaio di feriti.

L’inchiesta-stralcio, conclusasi nel dicembre 2021, ha portato ad indagare due ex esponenti di Ordine Nuovo, Marco Toffaloni, all’epoca minorenne, oggi cittadino svizzero, e Roberto Zorzi, trasferitosi molti anni fa negli Stati Uniti.

«L’impianto accusatorio che emerge» – hanno sottolineato gli inquirenti – «inserirebbe la posizione degli odierni indagati, senza fratture, nel quadro già tracciato dal precedente processo». Si confermerebbe anche da queste nuove carte che la strage fu eseguita da Ordine Nuovo.

Armi esclusivamente americane

Dalle investigazioni dei carabinieri inviate alla Procura della Repubblica, tra il settembre 2015 e il marzo 2021, si è scoperto che alcuni militanti della cellula veronese di Ordine Nuovo erano stati reclutati da Gladio e disponessero, già a metà degli anni Sessanta, dei materiali occultati in uno dei cosiddetti Nasco (i nascondigli della struttura), quello di Arbizzano di Negrar, da cui sparirono micce detonanti e alcune bombe MK2 di esclusiva fabbricazione americana, non in dotazione all’esercito italiano.

E se già nel 1966 erano state sequestrate in una perquisizione alcune di queste bombe a due dirigenti di On di Verona, Roberto Besutti e Elio Massagrande (passarono per collezionisti d’armi), lo stesso tipo di granate, si è accertato, erano poi finite nella disponibilità di Marco Toffaloni, oggi rinviato a giudizio per strage.

La caserma di Parona Valpolicella

Come noto la costituzione di un’organizzazione paramilitare clandestina denominata Gladio, inquadrata nella rete atlantica Stay Behind, con compiti di sabotaggio, guerriglia, propaganda ed esfiltrazioni, in caso di invasione nemica, fu avviata nel novembre 1956 in accordo con gli Stati Uniti.

Dodici furono i «Nuclei» di «pronto impiego» che nel corso degli anni vennero addestrati alla «guerriglia».

A partire dal 1959 vennero poi trasferiti dagli Stati Uniti gli armamenti necessari (tra loro esplosivi), poi occultati dal 1963 in 139 «Nasco», di cui ben 100 nel Friuli e 7 nel Veneto.

A causa del rinvenimento fortuito, nel 1972, da parte di alcuni ragazzi, del Nasco di Aurisina in provincia di Trieste, ritrovato aperto e pesantemente saccheggiato degli esplosivi militari al plastico C4, venne deciso il recupero di tutti i depositi.

Dai documenti acquisiti dai magistrati di Brescia presso l’Aise (l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna), si è appurato non solo che «tutta la documentazione» relativa ai recuperi dei Nasco è stata «distrutta», ma soprattutto che esisteva «un numero di Nasco superiore a quello dichiarato», e che dopo lo smantellamento il materiale era «transitato per i Comandi dell’Arma dei Carabinieri».

Su questo ultimo fatto si è appuntata in particolare l’attenzione degli inquirenti. Grazie a diverse deposizioni si è infatti acquisita la certezza di diversi incontri per preparare attentati, prima di piazza della Loggia, in una caserma dei carabinieri a Parona Valpolicella (periferia Nord di Verona), responsabile della custodia del Nasco di Arbizzano di Negrar, presenti quelli di Ordine Nuovo.

Con gli Ustascia

Già il generale Gerardo Serravalle, alla testa di Gladio dal 1971 al 1974, nelle sue memorie pubblicate nel 1991, parlò di «una Gladio jugoslava gestita dalla CIA». Un’affermazione che al tempo non fu compresa.

Ora la conferma. Secondo la testimonianza di una figura un tempo ai vertici di Ordine Nuovo a Verona, Claudio Lodi, erano stati proprio loro, protetti in ambito Nato, a collaborare con gli ustascia per dar vita alla Gladio in quel Paese.

Ordine Nuovo è stata dunque ben più di un’organizzazione politica. Sono d’altro canto gli stessi carabinieri che hanno affiancato i magistrati di Brescia a scrivere che «Ordine Nuovo era una forza antinvasione dipendente dalla Ftase di Verona», ovvero dal più importante comando Nato dopo Napoli per il Sud Europa.

Fonte

12/05/2023

Strage di Brescia - Il governo non sarà parte civile al processo

Il governo non sarà presente come parte civile al nuovo processo sui fatti di Piazza della Loggia nel 1974 poiché ha presentato in ritardo l’istanza di richiesta. È la prima volta che Palazzo Chigi non è parte civile nei procedimenti giudiziari riguardanti la strage bresciana.

Il 28 maggio 1974 una bomba piazzata da militanti dell’organizzazione fascista Ordine Nuovo causò la morte di 8 persone e il ferimento di altre 102, durante una manifestazione organizzata proprio contro il terrorismo nero. Nei vari processi sono già stati individuati diversi responsabili: come mandante Carlo Maria Maggi, come esecutore materiale Maurizio Tramonte, con il coinvolgimento anche di Carlo Digilio, Ermanno Buzzi e Marcello Solfati, deceduti prima della condanna.

Tra chi concretamente ha compiuto la strage potrebbe aggiungersi Roberto Zorzi. Lo scorso 23 marzo c’è stata l’udienza preliminare che ha dato avvio all’iter giudiziario, e solo dopo di essa e la dura reazione dei familiari delle vittime la Presidenza del Consiglio ha presentato l’istanza per costituirsi parte civile.

La giustificazione era stata che Palazzo Chigi non era stato avvertito dell’udienza, e aveva quindi poi cercato subito di porre rimedio. Ma la giudice Francesca Grassani ha accolto l’opposizione dell’imputato alla tardiva costituzione come parte civile, poiché il governo non poteva non sapere dell’inizio del procedimento e perciò manca il presupposto della “forza maggiore” che ha portato al ritardo nell’istanza.

Una situazione che potremmo definire al limite del ridicolo, se solo non ci fosse nulla da ridere. Si tratta di una pagina sanguinosa della storia del nostro paese, su cui a livello giudiziario non è stata ancora fatta completamente chiarezza come in tanti fatti della «Strategia della tensione». E per cui, dicono, a causa di una svista, lo Stato rinuncia a porsi come soggetto danneggiato dalle trame dell’epoca.

La matrice politica, e le relazioni che con tanta parte di quell’eversione nera hanno intrattenuto per anni esponenti della maggioranza, fa sorgere per lo meno il dubbio del perché oggi il governo non sia parte civile nel processo. La figlia di Pino Rauti, imputato anche per la strage di Brescia, è attualmente Sottosegretaria alla Difesa, giusto per fare un esempio senza ovviamente voler dare ereditarietà alle colpe dei padri.

Ma va ricordato che se lo Stato oggi non si presenta come parte lesa è anche perché in un qualche modo anche lo Stato (borghese guidato dalla DC e incardinato nel sistema dell’alleanza atlantica) ha avuto un ruolo nella stagione dello stragismo nero. Maurizio Tramonte era la “fonte Tritone” dei servizi segreti, che durante uno dei processi si sono addirittura sperticati per produrre una velina riguardo una “pista cubana”, dato che quella anarchica era probabilmente inflazionata.

In una fase in cui il posizionamento Euroatlantico è tornato pilastro fondamentale della visione strategica italiana, a un governo di provenienza fascista come gli attentatori, che prendevano esplosivi dalle basi NATO e avevano stretti contatti con organizzazioni stay behind come Gladio, sarà sembrato opportuno non alzare la polvere su un fatto compromettente come questo. E fare anche contenti i propri più duri e puri sostenitori.

In questo modo si mette un altro tassello in una ricostruzione dell’epoca che vuole affermare l’esistenza di opposti estremismi, con la nostra democrazia che vi si ritrovò nel mezzo, piuttosto che sotto attacco da chi aveva paura della montante conflittualità sociale e politica. Propinare dunque una memoria condivisa in cui i fascisti non erano un pericolo eversivo, ma una delle tante formazioni di una stagione per cui oggi serve trovare la pacificazione.

Peccato che non sia ancora così per tanti militanti delle formazioni rivoluzionarie italiane. E peccato sia il sintomo di un forte deteriorarsi della nostra democrazia, sempre più verticale e defraudata di una sana dialettica democratica, mentre è stata instradata definitivamente sul piano inclinato della guerra.

Il filo nero che lega fascisti, servizi segreti e NATO oggi come allora non solo va portato alla luce, ma va spezzato per sviluppare l’alternativa di una società più giusta.

Fonte

03/08/2022

Strage di Bologna. Mani fasciste, armi della Nato

Il 2 agosto di quest’anno ricorrerà il quarantaduesimo anniversario della strage di Bologna. Negli ultimi anni sono arrivate conferme che non ci hanno sorpreso per nulla: la strage fu orchestrata e protetta dallo Stato, che utilizzò i fascisti come braccio armato per compierla.

La condanna del fascista Bellini porta un pezzo della verità sulla strage, mentre vengono lasciate in disparte le nuove rivelazione sul collegamento diretto tra le bombe fasciste e il comando NATO di Verona.

Oltre alle “nuove” verità sulla strage di Bologna, da qualche mese è stato confermato il ruolo del comando NATO di Verona dietro la strage del 1974 di Piazza della Loggia a Brescia e in generale dietro alla “strategia della tensione”.

Crediamo che scendere in piazza per ricordare il 2 agosto voglia dire proprio ricostruire quella storia, che è storia politica. Una storia che è certamente quella della città di Bologna e di chi da quella strage fu colpito direttamente, ma è anche la storia di classe, perché il decennio nero delle stragi di Stato fu organizzato per colpire e abbattere il movimento dei lavoratori che stava crescendo.

Per questo, chi continua a portare avanti quella storia di lotta non può dunque ricordare il 2 agosto senza vedere ciò che sta succedendo oggi. Quest’anno, sarà un 2 agosto in guerra: la competizione fra potenze imperialiste è precipitata con il conflitto che oggi si combatte in Ucraina. Una guerra sancita con l’invasione della Federazione Russa, che però ha le sue radici negli ultimi otto anni di conflitto in Donbass portato avanti sotto l’egida della NATO. Una guerra in cui l’Italia è parte attiva, e che ha portato anche all’esaltazione dei nostri “alleati”, compresi i nazisti del battaglione AZOV, esaltati come eroi, o ancora peggio come partigiani, da tutta la classe politica e dagli organi di propaganda di guerra.

La strage di Bologna ci ricorda quale sia l’utilizzo che viene fatto dei fascisti. Da una parte fascisti come spauracchio, utili per costruire un antifascismo istituzione di facciata, portato avanti da quelle realtà e partiti – prima fra tutti la nostra amministrazione PD – che attraverso celebrazioni come questa (così come il 21-25 Aprile) cerca di pulirsi la coscienza. Dall’altra parte, quando servono, fascisti come braccio armato da adoperare o addirittura da riabilitare e coccolare, come sta accadendo anche oggi.

Per questo il 2 agosto saremo in piazza per ricordare una delle tanti stragi fasciste nella storia del nostro paese, portando parole d’ordine chiare contro il fascismo, utilizzato ieri come oggi da questo sistema marcio, e fuori dall’ipocrisia dell’antifascismo istituzionale, di facciata, e di chi fa finta di non vedere cosa sta succedendo in Ucraina così come in Italia.

Fonte

29/05/2022

28 maggio 1974. La NATO di fascisti e mafiosi

La strage di #PiazzadellaLoggia a Brescia, 28 maggio 1974, oltre che fascista per la manovalanza, di stato per le complicità e le coperture, fu anche NATO per i mandanti di terzo livello.

Tutta la faticosissima ricerca della verità, tra insabbiamenti e depistaggi che per decenni hanno tentato di nasconderla, alla fine porta a servizi segreti e a comandi militari NATO, in questo caso il comando di Verona.

Per decenni gli USA, da soli prima e con la NATO poi, hanno condotto in Italia ed in alcuni paesi d'Europa una guerra a bassa intensità contro le sinistre e tutto ciò che era considerato vicino al nemico sovietico.

Il Portogallo con un regime fascista fino al 1974 e la Spagna con lo stesso regime fino al 1978, erano colonne portanti della guerra della NATO al comunismo, e non lo facevano gratis. Una vera e propria internazionale nera eversiva era alimentata da questi stati e dalle strutture di supporto e collegamento dell’Alleanza Atlantica.

Il golpe che nel 1967 instaurò in Grecia la feroce dittatura dei colonnelli fu realizzato grazie al sostegno operativo della NATO e del fascismo europeo, da essa finanziato e anche militarmente istruito.

In Italia gli USA prima e la NATO poi non solo hanno sempre fatto pieno uso delle forze eversive fasciste, ma anche della mafia. La prima delle lunga serie delle stragi politiche che hanno insanguinato il paese, quella del 1 maggio 1947 a Portella della Ginestra in Sicilia, fu compiuta contro lavoratori inermi dalla banda di Salvatore Giuliano, che però era stato coperto ed aiutato, prima di essere scaricato e ucciso, da servizi segreti italiani e statunitensi.

Tutta la lunga trama di sangue che percorre la storia italiana del dopoguerra vede comparire sempre tre livelli, quello della manovalanza fascista o mafiosa, quello di settori dello stato, quello della NATO.

La strage di Piazza Fontana, quella di Brescia, quella di Bologna, l’assassinio di Falcone e Borsellino, hanno un brodo di coltura e forse ben altre cose in comune.

Quando fu scoperta la P2 del fascista di Salò Licio Gelli, si scoperchiò solo una piccola parte del verminaio politico ed istituzionale coinvolto con il mandante del massacro alla stazione di Bologna del 1980. E poi bisogna ricordare quell’altro strumento clandestino delle operazioni speciali NATO in Italia: l’organizzazione Gladio.

A differenza dei giornalisti di Repubblica, che esprimono stupore, noi non siamo per niente sorpresi che le indagini sulla Strage di Brescia alla fine abbiano portato negli uffici della NATO.

La NATO in Italia e in Europa non è stata uno strumento di libertà, ma di condizionamento, inquinamento, compromissione della democrazia. Partendo dalla nostra storia proprio noi dovremmo dire a finlandesi e svedesi: attenti a ciò che vi portate in casa.

Il 28 maggio 1974 a Brescia una bomba colpiva una manifestazione sindacale antifascista uccidendo otto compagne e compagni e ferendone gravemente più di cento. Ricordare significa non dimenticare che la strage fu fascista, di stato e della NATO.

Fonte

28/01/2022

Anche la strage di Brescia porta al Comando Nato di Verona

La chiusura delle indagini sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia del 1974, hanno visto emergere due nuovi nomi tra gli accusati della bomba contro una manifestazione antifascista. Ma hanno visto nuovamente comparire il Comando FTASE di Verona (NATO) come l’incubatore della strategia stragista in Italia dalla fine degli anni Sessanta.

La strage di Brescia, otto morti e un centinaio di feriti tra sindacalisti, lavoratori e passanti, aveva già visto indicare da una sentenza della Cassazione nel 2017 due colpevoli: Carlo Maria Maggi, ex capo dell’organizzazione neofascista “Ordine Nuovo” (deceduto) e Maurizio Tramonte, legato ai servizi segreti con il nome in codice di “Tritone”. Ancora in vita Tramonte chiede da tempo la revisione del processo.

Ma adesso si sono aggiunti i nomi di altri due neofascisti: Marco Toffaloni e Roberto Zorzi. Quest’ultimo, veronese, ma attualmente residente negli Stati Uniti, non va confuso con il più noto Delfo Zorzi.

Delfo Zorzi, anche lui neofascista veneto, ma coinvolto nella strage di Piazza Fontana, è fuggito da anni in Giappone ed è stato lasciato per anni al riparo da ogni richiesta di estradizione da parte delle autorità italiane.

Nel 2005 Delfo Zorzi viene assolto dalle accuse nella clamorosa sentenza della Cassazione sul secondo processo per la strage di Piazza Fontana, quella che dichiarava colpevoli i fascisti e gli agenti dei servizi segreti assolti nel primo processo, e quindi non più perseguibili per lo stesso reato.

Delfo Zorzi è tornato però recentemente alle cronache per l’inchiesta “Pandora Paper’s” sui capitali illeciti all’estero per via della sua società Fidinam di Lugano che controlla il “Thor Trust”, vera e propria cassaforte di un intreccio azionario che controlla catene di negozi di abbigliamento (marchi Oxus e Hobbit), aziende di prodotti in pelle, imprese di import-export della moda italiana, stabilimenti e proprietà immobiliari, da Milano a Venezia, dalla Svezia al Giappone, dalla Svizzera alla Francia.

Ma nelle 280mila pagine di atti dei processi sulla strage depositati al Tribunale di Brescia, oltre ai fascisti e ai servizi segreti italiani, nell’incubazione della strage emerge anche l’indicazione di un terzo livello di responsabilità che porta al Comando FTASE di Verona (Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa della NATO).

Il luogo dove sarebbe stata elaborata la strategia stragista era Palazzo Carli, a Verona, la stessa città di Toffaloni e dei due Zorzi.

“Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista”, scrive Carlo Bonini su La Repubblica.

Perché la cosa non ci sorprende?

Perché anche le indagini del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana avevano portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi. E gli agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare FTASE di Verona.

Nella strategia stragista, il giudice Salvini è arrivato a individuare i i servizi segreti militari USA (non la Cia), e soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.

L’amerikano supervisore della rete degli uomini neri utilizzati nella strategia delle stragi ha un nome e un cognome: Joseph Luongo è l’ufficiale Usa che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Luongo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Il suo braccio destro era un altro ufficiale statunitense: Leo Joseph Pagnotta.

Gli “uomini neri” cioè gli autori delle stragi non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio Verona, lì dove tutto è cominciato ed è difficile dire che tutto sia finito.

La morte biologica o l’età avanzata di molti protagonisti non consente oggi di mettere tutte le caselle al loro posto e ricavarne una verità anche giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese negli anni Settanta, ma che almeno si consenta, a chi ha coraggio di farlo, di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.

Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente un generale statunitense del Comando militare FTASE di Verona: il generale Dozier. L’alto ufficiale venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei NOCS (corpi speciali della Polizia).

Per raggiungere questo obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle BR – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all’arresto di un giornalista de L’Espresso, Pier Vittorio Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura.

Un anno e mezzo prima del sequestro Dozier, c’era stata la strage con la bomba nella stazione di Bologna nell’agosto del 1980. Non fu l’ultima strage, perchè tre anni dopo – dicembre 1984 – ci fu quella del treno 904. Nel 1981 la stagione delle stragi di stato ancora non aveva esaurito le sue code velenose e sanguinose.

Nessuno, all’epoca come oggi, si è mai posto la domanda del perché l’obiettivo di quell’azione fosse un generale statunitense della base FTASE di Verona. Si trattava di una operazione complessa e rischiosa, sia per le caratteristiche del bersaglio sia per il contesto politico dell’epoca. Insomma tirarsi addosso non solo la reazione degli apparati repressivi italiani ma anche quelli statunitensi – nel quadro della Guerra Fredda – significava alzare il tiro ben al di sopra di quanto fosse avvenuto fino ad allora nel paese.

Ma un comandante della base militare FTASE di Verona, non poteva non sapere che cosa avessero combinato i suoi uomini nei sette/dodici anni precedenti e forse avrebbe dovuto e potuto rispondere a domande che fino ad allora nessuno gli aveva posto, né la magistratura né le autorità italiane.

Verona è il comando delle forze terrestri Usa e NATO. In quella fase storica, Verona era il perno dei comandi operativi militari statunitensi e NATO nella frontiera del Nordest, quella al confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia, anche se il “nemico” alle frontiere era la Repubblica Federale Jugoslava che con quel patto aveva rotto già dalla fine degli anni Quaranta.

Ma Verona era e resta molte cose. Era e resta il “cuore nero” di questo paese. Non solo perché era la capitale della Repubblica fascista di Salò, ma anche perché nei decenni successivi alla caduta del fascismo, è dalle strutture operative in questa città – e nel Triveneto in particolare – che la collaborazione tra fascisti, servizi segreti italiani e Usa, carabinieri e forze armate statunitensi produrrà la stagione delle stragi.

In Italia dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta, sul cosiddetto “Fronte Interno” si è combattuta per anni una guerra di bassa intensità che ha fatto molte vittime, ha dispensato secoli di galera per alcuni (i militanti dei gruppi rivoluzionari della sinistra) ma anche coperture e carriere per altri (i fascisti e gli uomini degli apparati dello Stato).

Le evidenti responsabilità degli apparati militari e di intelligence Usa nella strategia delle stragi hanno sempre impedito che questo elemento venisse a galla in modo chiaro. Le ripercussioni sul piano delle relazioni con gli Stati Uniti per un paese come l’Italia che deve assicurare sempre di essere un fedele alleato “atlantico”, era scomodissimo allora e sembra esserlo anche oggi.

A ricordarcelo è l’impedimento di Stato alla richiesta di estradizione dei magistrati italiani degli agenti Cia condannati nel 2009 per il sequestro a Milano dell’imam Abu Omar.

Alcuni degli agenti Cia condannati sono stati addirittura “graziati”, prima dal Presidente Giorgio Napolitano e poi dal Presidente Mattarella.

Mentre i file diffusi di Wikileaks (raccolti in “Il Potere Segreto”, di Stefania Maurizi, ndr) ci raccontano di vari incontri tra il 2006 e il 2010 di Enrico Letta, Massimo D’Alema e Berlusconi che con l’ambasciata degli Stati Uniti si impegnano a bloccare ogni richiesta di estradizione degli agenti della Cia.

Quando sentiamo ancora dire che un presidente italiano deve assolutamente essere di “fede atlantista” è qualcosa peggiore dell’indignazione e del vomito quella che sale. Sono troppe le pagine nere e sanguinose di cui gli apparati Usa sono responsabili nel nostro paese.

Sono i convitati di pietra come l’alleanza servile con gli Usa e la “grande paura” della borghesia italiana negli anni Settanta che portano responsabilità pesantissime nella guerra sul “fronte interno” che è stata pianificata e combattuta in Italia.

Ma anche e soprattutto l'aver voluto impedire con ogni mezzo – dalla rimozione alla criminalizzazione, dalla retorica alla demonizzazione – ogni serio dibattito pubblico su quanto avvenuto e sulle soluzioni politiche per chiudere dopo tanti anni le ferite rimaste aperte, e non solo alcune o quelle funzionali alla “ragion di stato”.

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28/05/2019

45 anni fa: la strage di Piazza della Loggia

Ricordare, a 45 anni di distanza, l’attentato di Piazza della Loggia deve rappresentare un impegno di grande importanza nell’attualità.

Lo scopo di mantenere la memoria deve essere quello di combattere il revanscismo fascista.

Il revanscismo fascista è tornato a presentarsi esponendo ancora una volta il proprio armamentario di morte e godendo di privilegi e coperture da parte di forze politiche che stanno al Governo e ne imitano modelli di comportamento, atteggiamenti, linguaggio instillando anche e soprattutto la mala pianta del razzismo.

Razzismo come fattore culturale e politico sul quale addirittura si fonda l’identità della Lega.

È questa dell’intolleranza e del razzismo la mala pianta che dobbiamo combattere oggi come allora, come avvenne negli anni ’70 quando lo stragismo rappresentò una pericolosissima presenza costante nelle vicende italiane: a partire dalla prima strage, quella fondamentale di vera e propria “svolta” rappresentata, il 12 dicembre 1969, dagli ordigni esplosi nella Banca dell’Agricoltura a Milano.

All’epoca era l’Italia che cercava una via faticosa e complessa di crescita della democrazia nell’attuazione ancora non compiuta (come del resto anche oggi) della Costituzione Repubblicana.

Un’Italia che aveva vissuto la stagione delle grandi lotte sindacali, di quelle studentesche, del dissenso cattolico, dei diritti civili, del femminismo.

Il 12 maggio di quello stesso anno 1974 il voto popolare aveva sancito il diritto al divorzio: una legge di civiltà verso la quale si erano scatenati i corifei del clerico–fascismo poi pesantemente sconfitti nelle urne.

Le stragi dovevano servire a fermare quel processo di avanzamento popolare e, in verità, alcuni di quegli scopi reconditi furono raggiunti: tanto è vero che in epigrafe di questo testo abbiamo già scritto del presentarsi, oggi, di forme di vero e proprio revanscismo fascista.

Torniamo però al ricordo di quella tragica giornata:

L’orologio segnava le 10:12 del 28 maggio 1974 quando un’esplosione scuoteva Brescia.

Una bomba era esplosa in pieno centro città, precisamente a piazza della Loggia mentre era in svolgimento una manifestazione sindacale contro il terrorismo fascista.

Strage di piazza della Loggia, l’attentato che ha scosso l’Italia 45 anni fa.

Il terrorismo neofascista in quel momento colpiva ancora una volta in Italia.

Questa volta nel mirino degli attentatori c’era la manifestazione antifascista indetta dai sindacati che era in programma a Brescia, precisamente in piazza della Loggia.

Una bomba era stata nascosta in un cestino dei rifiuti e fu fatta esplodere al passaggio del corteo. Otto le persone che persero la vita: tra di loro due operai, cinque insegnati e un pensionato che nella sua vita era stato anche partigiano.

Il processo per quanto riguardò quella strage fu molto lungo anche a causa di alcuni depistaggi come di consueto in casi del genere.

Al termine delle indagini, fu accertato che l’attentato era stato opera del gruppo neofascista dell’Ordine Nuovo.

Come esecutori materiali furono riconosciuti Ermanno Buzzi (poi ucciso in carcere) e Maurizio Tramonte insieme a Carlo Digilio e Marcello Soffiati. Il mandante dell’attentato fu riconosciuto nel dirigente ordinovista Carlo Maria Maggi. Furono assolti Delfo Zorzi, l’ex generale Francesco Delfino, e l’ex segretario del MSI, Pino Rauti a sua volta fondatore di Ordine Nuovo.

Ordine Nuovo era un gruppo politico di estrema destra extraparlamentare nato nel dicembre 1969 a seguito del rientro di Pino Rauti nei ranghi del Movimento Sociale Italiano e raccogliendo l’eredità del Centro Studi Ordine Nuovo.

A novembre 1973 il gruppo entrò in clandestinità a seguito del processo in cui i suoi dirigenti furono accusati di ricostituzione del disciolto Partito Nazionale Fascista, subendo pesanti condanne e lo scioglimento ufficiale a opera del ministro dell’interno Paolo Emilio Taviani (teorico degli “opposti estremismi")

Già prima della cessazione per decreto del movimento, comunque, i militanti erano attrezzati per la lotta clandestina. In seguito, con i leader più noti fuggiti all’estero per sottrarsi alla cattura per l’inchiesta su Ordine Nero, il neofascista siciliano Pierluigi Concutelli assunse il controllo militare del movimento.

Con l’arresto di Pierluigi Concutelli, nel febbraio 1977, la struttura militare del movimento fu sostanzialmente smantellata.

Per non dimenticare mai e per combattere sempre il fascismo in qualsiasi veste esso cerchi di mascherarsi.

Fonte

20/12/2017

Estradato Tramonte per la strage di Brescia e “fonte” dei Servizi Segreti


Maurizio Tramonte, uno dei due condannati definitivamente all’ergastolo per la strage di Piazza della Loggia – l’altro è Carlo Maria Maggi – sarà estradato oggi in Italia dal Portogallo, dove è stato rintracciato e arrestato nei mesi scorsi in seguito a indagini del Ros.

Scortato dall’Interpol, Tramonte arriverà all’aeroporto di Fiumicino con un volo proveniente da Lisbona.

I media di regime – da Repubblica al Corsera – provano a rinsaldare la narrazione preferit: “lo Stato è forte, non perdona, è anche antifascista”. Balle.

Quella di Piazza della Loggia è una strage di oltre 43 anni fa. Una bomba piazzata in un angolo della piazza, piena di lavoratori per una manifestazione contro il terrorismo neofascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista, provoca 8 morti e 102 feriti.

La sentenza definitiva è arrivata 41 anni dopo, nel 2015. Solo perché lo Stato, tramite i suoi servizi segreti, alle dipendenze dirette di tutti i presidenti del consiglio da allora ad oggi – nessuno escluso – ha fatto di tutto per impedire che si arrivasse all’accertamento delle responsabilità.

Né si può dire che era difficile risalire ai colpevoli. Uno di loro, proprio il vigliacco infame che oggi viene riportato in Italia, era infatti la “fonte Tritone” dei Servizi Segreti Italiani. Un informatore, una spia infiltrata o reclutata in mezzo ai gruppi fascisti che compivano le stragi. Significa che lo Stato sapeva tutto fin dall’inizio. Anzi, che ordinava quegli attentati. O quanto meno ne favoriva la realizzazione, evitando di arrestare gli stragisti prima che piazzassero le bombe o subito dopo che le avevano fatte esplodere.

Naturalmente non abbiamo mai creduto, neanche per un attimo alla presunta tesi del “doppio Stato”, propagata da qualche depistatore “di sinistra” che nel frattempo garantiva collaborazioni con quegli stessi Servizi contro i militanti e i guerriglieri di estrema sinistra (Ugo Pecchioli, per ricordarne il “capo militare”). Non ci abbiamo creduto e abbiamo avuto la prova quando uno dei “teorici” di questa tesi diventò addirittura ministro dell’Interno. Ma si guardò bene dal rimuovere o far fermare anche solo un esponente del presunto “secondo Stato”, responsabile delle stragi e dei depistaggi.

Si chiamava Giorgio Napolitano, ci sembra...

Riportare in Italia uno stragista a scontare finalmente la sua condanna, a 43 anni dai fatti, non è un tanto un tardivo “atto di giustizia” (Tramonte, naturalmente, in galera ci doveva andare molto prima e ci deve restare) quanto una presa per i fondelli.

La gestione mediatica, stiamo dicendo, è una pennellata di ipocrisia sul modo di funzionare di uno Stato che ha coperto questa e altre stragi, con centinaia di morti, proteggendone i responsabili fino a metterli al sicuro all’estero (Ventura in Argentina, Delfo Zorzi in Giappone, ecc). Era avvenuto lo stesso anche con Tramonte, cui non era stato neanche ritirato il passaporto dopo le condanne di primo e secondo grado.


Dunque non abbiamo altro da aggiungere a quanto scritto dopo la sentenza definitiva, due anni fa. Il testo è quel che segue.


*****

Quarantuno anni sono sempre troppi, per avere una sentenza su una strage che ha fatto 8 morti e 102 feriti. Se poi questa arriva a sancire quel che già si sapeva, a carico di due persone già indagate, processate e incredibilmente assolte, è necessario concluderne che lo Stato – in prima persona e ai massimi livelli – ha fatto di tutto per far arrivare questa sentenza fuori tempo massimo, nella speranza che tutti gli imputati passassero a miglior vita.

Invece ne erano rimasti due. Maurizio Tramonte, all’epoca della strage di Brescia appena 21enne, ma già fascista militante e informatore dei servizi segreti, e Carlo Maria Maggi, 81 enne medico veneto, a suo tempo “ispettore politico” di Ordine Nuovo.

Scomparso invece il “pentito”, quel Mario Digilio che confezionò personalmente quasi tutte le bombe delle stragi di stato degli anni ’70, da Piazza Fontana in poi, fascista e agente dei servizi segreti italiani e statunitensi (dipendeva dal comando Nato-Ftase di Verona), che vuotò il sacco solo quando scoprì d’essere ormai in punto di morte.

Morto anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo e poi segretario del Movimento Sociale Italiano, appena prima che Gianfranco Fini promuovesse la “svolta di Fiuggi”. Ma aveva fatto in tempo ad essere assolto, come Franco Freda e Giovanni Ventura, poi scomparso in Argentina. Morto il generale dei carabinieri Francesco Delfino, poi dirigente del Sismi, naturalmente assolto per aver lungamente depistato le indagini sulla strage (dov’era in servizio nel 1974). è invece ancora vivo anche Delfo Zorzi, autore materiale della strage di Piazza Fontana, ma assolto per quella come per Brescia, fatto rifugiare in Giappone, dove ha fatto successo come imprenditore, col nome di Hagen Roi, senza che ne sia mai stata chiesta l’estradizione.

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma ci basta rinviare alla sterminata documentazione esistente in materia, quasi interamente ascrivibile alle controinchieste del movimento rivoluzionario di quegli anni, riprese e trasformate in indagini dal giudice Guido Salvini.

Dopo tanto tempo, non ci sono parole che non siano state dette.

Questo Stato, quello di allora in perfetta continuità con quello di oggi, ha ordinato stragi, le ha fatte eseguire a gruppetti di fascisti quasi sempre arruolati come “informatori”, infiltrati o semplici agenti dei servizi di intelligence. Questo Stato ha poi protetto – a volte goffamente, come avviene a chi si sente troppo potente per curarsi di non lasciare troppe tracce nei reati che commette – gli autori delle stragi depistando le non molte indagini che puntavano a scoprire gli assassini. Questo Stato ha protetto i depistatori, consentendo loro notevoli carriere, secondo il classico schema dell’esecutore che ha molto da dire sul proprio mandante.

Si potrà dire che questo era il frutto della “guerra fredda”, del mondo diviso in due in cui non poteva proprio accadere che un paese chiave della Nato – e viceversa, del Patto di Varsavia – fosse governato da forze politiche non perfettamente allineate con la superpotenza di riferimento.

Ma non si può dire che ora vigono altre regole. Cambiano gli strumenti, forse. Anche in considerazione dell’assoluta minorità delle soggettività comuniste e rivoluzionarie.

E allora una sentenza che arriva così clamorosamente fuori tempo, che non serve più a punire nessuno, può servire a molti scopi meno nobili della scrittura della verità storica. A partire dalla patina di belletto che certamente il potere sta provando a stendere sulle sue rughe più orrende.

E invece sarebbe importante che questa verità giudiziaria, solo oggi giunta a conferma della verità storica, servisse da stimolo, per un paese disorientato, per fare il punto seriamente sul proprio recente passato. Ovvero dal dopoguerra a oggi.

Possiamo però star certi che così non sarà. La struttura infame del potere italico si vede proprio da queste cose...

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22/06/2017

La strage di Brescia è fascista e di stato. Lo abbiamo sempre gridato in piazza


Lo è come tutte le grandi stragi che dal 1969, piazza Fontana, a quella della della stazione di Bologna, 1980, hanno insanguinato il paese.

Mano fascista, regia democristiana, gridavamo. E voleva dire che sapevamo che le bombe le mettevano sì i fascisti, anche se all’inizio per Milano si inventò la pista anarchica, con Valpreda, per la quale fu ucciso Pinelli. Le bombe le mettevano i fascisti, ma le complicità di stato erano enormi e la sentenza su Brescia ci dà solo il quadro del primo e del secondo livello degli assassini, il bombarolo e il suo protettore nei servizi segreti. Sopra ci sono altri livelli di complicità e coperture nello stato e da parte dello sporco mondo dei servizi USA. E questi ancora l’hanno fatta franca.

Si chiamava strategia della tensione ed era la reazione di una parte dello stato e delle forze e dei poteri reazionari al movimento che stava cambiando il paese a partire dal 1968. E gli USA nel 1967 avevano organizzato il golpe fascista dei colonnelli in Grecia, nel 1973 quello contro il socialista Allende in Cile. Che veniva usato come minaccia contro l’avanzata delle sinistre in Italia, con Kissinger che disse che non voleva gli spaghetti in salsa cilena.

I fascisti erano la lurida manovalanza di queste manovre, e a volte potevano pure sfuggire di mano, come oggi succede con l’ISIS. Ma in ogni caso il potere che li aveva scatenati aveva comunque tutto l’interesse a coprirli. Da qui decenni di depistaggi ed insabbiamenti, sui quali la sentenza sulla strage di Brescia getta totale e definitiva vergogna.

Noi allora come oggi avevamo dalla nostra le parole di Pasolini, che poco prima di essere ucciso scrisse: Io so, non ho le prove, ma so... Ecco noi sapevamo, noi sappiamo.

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29/05/2016

28 Maggio. La scia di sangue lasciata dai fascisti a Brescia e Sezze

I rovescisti della storia contemporanea del nostro paese, da tempo operano per mettere sotto silenzio e depotenziare ogni memoria e coscienza antifascista. Liquidano il fascismo e le sue eredità come una questione lontana nel tempo, inutile per parametrare ancora oggi lo spirito del paese. Ripetono ad ogni piè sospinto che alimentare l’antifascismo è desueto e sbagliato, che il paese va modernizzato, le sue regole fondative riscritte, i suoi scheletri nell’armadio lasciati in sonno. Eppure è difficile non rammentare con la dovuta attualità ad esempio la data del 28 maggio. Nella stessa data in soli due anni – il 1974 e il 1976 – i fascisti segnarono di sangue le piazze di due città: Brescia con la strage in Piazza della Loggia e Sezze (provincia di Latina) con l’uccisione del giovane antifascista Luigi De Rosa.

Qui di seguito due documenti ricostruiscono le vicende del 28 maggio a Brescia e a Sezze. I fascisti e i loro complici rammentino che disponiamo di una memoria prodigiosa.

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Brescia. A 42 anni da quel piovoso martedì mattina, quando durante una manifestazione sindacale antifascista esplose una bomba collocata in un cestino di Piazza della Loggia provocando 8 morti ed oltre 100 feriti, ha ancora senso manifestare e riempire quella piazza?

Molti ci ricordano che il lungo iter processuale ha finalmente condannato gli esecutori della strage. Altri affermano che le verità storiche sono accertate. Altri ancora che non dovendo più chiedere verità e giustizia si deve cambiare il senso del 28 maggio trasformandolo in una giornata dei diritti civili. L’ennesima “giornata” dedicata a qualcosa o a qualcuno nel solco di quella pacificazione tanto cara all’antifascismo del “terzo millennio”, quella pratica che vede Brescia come una sorta di laboratorio. Palestra ove anziché favorire il dialogo tra tutte le realtà che quotidianamente combattono nuovi e vecchi fascismi si preferisce far sedere al tavolo del dialogo un terrorista nero indagato per strage (come fece Manlio Milani nel marzo del 2011).

Lo stesso fascista qualche anno dopo presenterà a Brescia, in un buco di fogna (unico posto che gli compete) un libro ove si afferma che la strage di piazza della Loggia è stata compiuta da una delle vittime: il partigiano Euplo Natali. Ma il modo più becero con cui si pratica l’antifascismo pacificatorio è rappresentato dal “memoriale delle formelle”, quel percorso che da Piazza Loggia sale fino al Castello e che ha la pretesa di ricordare con nomi e cognomi le vittime della violenza politica.

Peccato che tra pressapochismo, omertose omissioni e imbarazzanti inclusioni sia un minestrone capace solo di nascondere il sacrificio di molti antifascisti da un lato, e funzionale a riabilitare e/o legittimare diversi fascisti dall’altro. Il caso più clamoroso è quello di Sergio Ramelli che prima di essere vittima di violenza politica è stato un bombarolo che andava in piazza armato di bombe a mano.

Grazie a queste legittimazioni gli argini si infrangono e così organizzazioni fuorilegge si presentano addirittura alle elezioni e con parole d’ordine intrise di razzismo conquistano preoccupanti exploit come Casa Pound che prende il 7% alle comunali di Bolzano. E ancora una volta, tristemente, dobbiamo assistere a litri d’inchiostro usati per ‘cercare di capire’ cosa sia questo movimento di fascisti del terzo millennio.

La risposta è nella stessa autodefinizione: FASCISTI. Nonostante ciò colpevolmente ci si ferma e sofferma sull’immagine patinata che il movimento neofascista ci da e che gli viene data, ultima in ordine di tempo la ‘consacrazione’ arrivata direttamente dalla polizia sul tavolo del ministro Alfano che dipinge questi personaggi come ‘chierichetti’ che diventano violenti ‘solo se provocati’.

Ci rincresce essere ancora qui a svelare anche l’altra parte (la maggiore) di Casa Pound cioè aggressioni, pestaggi (di recente a Bolzano il responsabile di CPI è stato processato e condannato per un pestaggio ai danni di un diciassettenne), e omicidi come a Firenze nel 2011 quando un simpatizzante/militante di Casa Pound, Gianluca Casseri ha ucciso due senegalesi, Samb Modou e Diop Mor.

Cambiano i tempi, cambiano le sigle politiche ma la sostanza rimane sempre la stessa: fascisti al soldo dei padroni e dei poteri forti ed occulti quale manovalanza che semina odio, violenza e morte. E su tale solco proprio non si comprende la necessità di allestire una mostra “d’arte” sulla retorica mussoliniana come quella che verrà inaugurata il 29 maggio a Salò, una mostra intrisa di apologia che diverrà – a spese di tutti – luogo di pellegrinaggio della peggior feccia in camicia nera.

Dopo 42 anni siamo ancora qua a urlare che la strage di piazza della Loggia è stata compiuta dai fascisti e voluta da padroni, servizi segreti e NATO in una parola dallo Stato. 42 anni di inchieste giudiziarie hanno proclamato due condanne ma molte sono ancora le zone d’ombra, i depistaggi non chiariti, le domande senza risposta. Dopo 42 anni siamo ancora qua a dire che il fascismo va combattuto sempre e comunque, è successo con la Resistenza, è successo negli anni '70, deve essere ancora oggi il nostro quotidiano impegno.

Dopo 42 anni siamo ancora qua a ricordare i compagni morti per mano fascista e dello Stato, dopo Piazza Loggia la strage è proseguita fino ai giorni nostri: Dax, Renato Biagetti, Nicola Tommasoli, Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, Cesare Uva e tutti quelli che per motivi di spazio non possiamo citare.

Rete Antifascista Brescia

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Il 28 maggio del 1976, a Sezze Romano, cittadina in provincia di Latina, è previsto il comizio di Sandro Saccucci, importante esponente del Movimento Sociale Italiano. Ex paracadutista e sospettato di aver partecipato al tentato golpe orchestrato nel dicembre del 1970 dal principe Junio Valerio Borghese con l’aiuto di settori «deviati» di istituzioni e servizi segreti, il Saccucci giunge nel centro pontino con un manipolo di fedelissimi. La scelta della città è quanto mai provocatoria: Sezze è un centro tradizionalmente antifascista.

L’adunata è prevista per il tardo pomeriggio e attorno alle 19:30 un corteo di sette o otto auto entra in paese. A bordo degli automezzi, tra gli altri, vi sono fascisti di dichiarata fede come: Pietro Allatta, suo figlio Benito e sua sorella Palma; Ida Veglianti, Mauro Camalieri, Sandro Grasselli, Massimo Gabrielli e un certo Russini, tutti provenienti da Aprilia; Filippo Alviti di Bassiano; Spagnolo e Mangani di Latina; il segretario locale della Cisnal Del Piano; Alessandro Petrianni, Virgilio Grassocci e Antonio Contento di Sezze; Calogero Aronica e Salvatore Trimarchi del Portuense; Gabliele Pirone, segretario della sezione missina della Magliana, Roma. Il manipolo si reca in piazza IV Novembre, luogo per il previsto raduno.

Dal palco su cui sale Saccucci, vi sono molti camerati armati di bastoni e pistole. Le forze di polizia presenti non sembrano molto interessate e rimangono in disparte. La tensione è alta: i fascisti vogliono provocatoriamente portare avanti il comizio nonostante si trovino in netta minoranza. Ad un certo punto Saccucci dice: «Noi siamo un partito dalle mani pulite!» e quando la piazza risponde con bordate di fischi e canti inneggianti il comunismo, l’ex parà, innervosito, aggiunge: «Non volete sentirmi con le buone, mi sentirete con queste» ed inizia a sparare. Saccucci si sarebbe poi dato alla fuga dirigendosi con il corteo delle altre auto fuori dal paese esplodendo numerosi colpi.

Quando il seguito delle macchine giunge nella zona detta del «Ferro di cavallo», un proiettile, esploso da una «mano» che fuoriesce dall’auto di Saccucci, colpisce alla gamba sinistra il giovane Antonio Spirito, studente-lavoratore militante di Lotta continua. Un altro colpo centra quasi contemporaneamente Luigi Di Rosa. Il ragazzo morirà in ospedale dopo circa due ore di agonia. In realtà, come le indagini balistiche condotte dalla polizia scientifica dimostreranno, Luigi viene investito da due diverse pallottole: la prima, dello stesso calibro di quella che aveva colpito in precedenza Antonio Spirito, gli ferisce la mano; una seconda, di diverso calibro e quindi presumibilmente esplosa da una mano diversa, centrerà Luigi nella zona del basso ventre, causandone la ferita mortale. Di Rosa, padre muratore e madre casalinga, aveva ventuno anni e frequentava l’ultimo anno di un istituto tecnico di Latina. Era un militante, come suo padre, del Pci ed era iscritto alla Fgci.

L’iter giudiziario che ha tentato di fare luce sull’accaduto è stato lungo e tortuoso e a conclusione dei vari processi ha pagato solamente un «pesce piccolo»: Pietro Allatta, condannato in primo grado a tredici anni di cui otto effettivamente scontati in virtù di vari sconti di pena. L’Allatta è stato ritenuto colpevole di aver impugnato l’arma che ha colpito prima Spirito poi Di Rosa; non si è tuttavia tenuto conto delle prove balistiche e del referto medico secondo cui si afferma che Luigi era stato colpito da due pallottole di calibro diverso; ciò avvalora la tesi secondo la quale gli attentatori furono più di uno. Le indagini non hanno mai chiarito inoltre la presenza a Sezze di un ex maresciallo dei Carabinieri e agente del Sid, Francesco Troccia. Questi risulterà essere legato ad un altro personaggio avvistato quel giorno: Gabriele Pirone, segretario del Msi della Magliana, nonché proprietario dell’immobile in cui viveva lo steso Troccia.

Quest’ultimo, sospettato di essere presente al comizio in qualità di «agente provocatore», sarà arrestato per un breve periodo con l’accusa di favoreggiamento: avrebbe impedito l’arresto di Saccucci. Sulla figura del dirigente missino è invece sceso un fitto velo di ombra fatto di depistaggi, appoggi politici e interminabili processi dagli esiti contraddittori. Rieletto nel Parlamento della Repubblica con il doppio dei voti che aveva ottenuto nella precedente legislatura, il 27 luglio 1976 la Camera dei Deputati ne autorizza l’arresto con le pesanti accuse di: «omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata per il cosiddetto golpe Borghese». In altre parole l’onorevole Saccucci, non è mai stato «uno stinco di santo»; ma questi, informato anticipatamente da «ignoti» del suo imminente arresto, si rende «irreperibile» trovando rifugio nel Regno Unito dove rimarrà fino al 1980. Divenuto successivamente persona non più gradita alle autorità inglesi, trova riparo in Francia dove però subisce un primo breve arresto. La scarcerazione, si legge in una rogatoria, avviene in tempi brevissimi e grazie agli interventi di don Sixto di Borbone, del prefetto di Parigi e di un tale Jacques Susini, amico di Stefano Delle Chiaie, altro personaggio controverso già coinvolto nella stage di Piazza Fontana e «collega» ai tempi del golpe Borghese dello stesso Saccucci. Successivamente il fascista prosegue la sua fuga in Spagna, dove evita un nuovo arresto grazie ad un depistaggio organizzato con il sostegno di settori dei servizi segreti spagnoli: alle autorità italiane che lo ricercano, si fa credere che Saccucci non si trovi più in Spagna ma che sia fuggito in un paese sudamericano. Effettivamente, qualche tempo dopo, il ricercato ripara prima in Cile, poi in Argentina dove, attualmente, vivrebbe nella città di Córdoba. A livello penale, l’ex deputato missino è stato assolto in ultima istanza per i reati relativi alla vicenda Borghese e all’omicidio di Di Rosa. Rimane processabile solo per piccoli reati marginali legati delitto di Sezze.

La memoria di Luigi è stata infangata non solo dal fatto che nessuno abbia mai veramente pagato per la sua uccisione, ma anche per i ripetuti attentati al monumento posto, ad un anno dal suo omicidio, dall’Amministrazione Comunale in ricordo di tutte le vittime dell’antifascismo e culminato con la spregevole profanazione della sua tomba avvenuta nel 1978. Anche per quelle vicende, gli autori sono rimasti nell’oscurità.

Noi lo ricordiamo con quelle stesse parole che vennero pronunciate in un comizio antifascista all’indomani della sua morte: «Luigi era giovane, ma non troppo giovane per capire e battersi per la strada giusta. Non troppo giovane per cadere dalla parte giusta, come i partigiani di trent’anni fa, che erano poco più che ragazzi, come i nuovi partigiani di questi anni: Saltarelli e Mario Lupo, Serantini, Argada, Franceschi, Zibecchi e Varalli e Micciché e Brasili e Pietro Bruno e Mario Salvi».

Osservatorio contro la repressione

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11/10/2015

C'è la terza guerra mondiale. Non fatevi domande, obbedite...

Sabato sera, da Fabio Fazio, un attore intelligente e sincero  – Pierfrancesco Favino – si è posto, e rivolto a tutti quelli “al di qua del tavolo, noi che siamo guardati”, la semplice domanda: “che cosa io ho venduto di me, per arrivare dove sono?”. È la domanda che si fa, a scopo professionale, prima di affrontare l'interpretazione di un personaggio molto lontano da lui – un politico corrotto, in questo caso – per trovare in se stesso la misura necessaria a calarsi in quei panni.

È una domanda che è inutile rivolgere ai giornalisti italiani, specie quelli dei grandi media e dai grandi stipendi (Gramellini, in tv, era non per caso imbarazzatissimo), anche se le risposte sarebbero certamente rivelatrici. Ben più di un'inchiesta che peraltro non fanno.

Scusate il lungo giro di parole, ma leggendo l'editoriale di Franco Venturini, sul Corriere della Sera di oggi, quella domanda ci è riesplosa nella testa. Titolo promettente (Noi e la paura di una guerra mondiale), incipit farsesco, che rende pressoché inutile la lettura del lungo e incompleto elenco dei “pezzettini” di guerra che vanno componendosi in un mosaico complesso, articolato, a molte facce:
“La formula di papa Francesco sulla Terza guerra mondiale 'a pezzettini' si dimostra ogni giorno più tragicamente esatta.

L'ultimo pugno sullo stomaco ci viene da Ankara, in Turchia, con la strage di giovani che manifestavano per la pace. Molti di loro avevano l'età dei nostri figli.

Ma serve davvero a qualcosa domandarsi chi abbia indottrinato e armato chi ha causato la strage? I siriani che hanno interesse a destabilizzare la Turchia, gli iraniani per lo stesso motivo, la frazione più dura dei curdi in lotta con quella più moderata, gli agenti di Erdogan, che spera di strappare la maggioranza assoluta alle elezioni del primo novembre?”
Il mestiere del giornalista è – sarebbe, sul piano deontologico – cercare le risposte alle domande che la cronaca pone. Tra le “cinque w” (what, where, when, who, why) che campeggiano nella testa di ogni anche modesto cronista il “chi” è indissolubilmente connesso al “perché”. Di qualsiasi cosa accada, sapere chi ha fatto quella cosa restringe immediatamente la lista dei possibili perché, escludendo altri possibili protagonisti e altre possibili ragioni. Sapere chi è insomma il primo passo per individuare le responsabilità e decidere cosa fare.

E invece Venturini ci invita a lasciare perdere, sarebbe dunque inutile saper chi ha deciso di far esplodere due bombe in un corteo pacifista, indetto dai sindacati e dai partiti di sinistra, compreso l'Hdp, il partito curdo che Erdogan accusa d'essere solo la faccia politica del Pkk.

La stessa frettolosa lista di possibili responsabili è un insulto all'intelligenza dei lettori. In testa “i siriani”, presumibilmente quelli di Assad, che pure sembrano avere più problemi che forza (l'intervento russo può aiutarli a stare in piedi, non certo ad allargare il conflitto a paesi vicini). A seguire gli iraniani, forse solo per arricchire il numero delle ipotesi. Un'infamia – punto e basta – la trovata di nominare i curdi combattenti per contrapporli a quelli manifestanti. Restavano solo i colpevoli individuati da tutto il popolo turco e curdo che oggi sta affollando le strade del paese al grido di “Erdogan ladro e assassino”. Non poteva non citarli, ma li ha messi per ultimi. Quasi solo per dovere di cronaca...

E dire che anche Franco Venturini è un cittadino italiano informato, anziano abbastanza da aver visto in azione la strategia della tensione, e addirittura una strage del tutto simile a quella di ieri ad Ankara: piazza della Loggia, a Brescia. Dovrebbe altrettanto conoscere, come lettore degli anni '70, i manuali di counterinsurgency della Cia, con tanto di illustrazioni su come piazzare bombe nelle manifestazioni dell'opposizione democratica. Allora non c'erano i kamikaze, è vero, ma oggi abbondano nelle file dell'Isis, che Erdogan arma e finanzia – arrestando i giornalisti che pubblicano servizi documentati sulle forniture d'armi. Evoluzione nella continuità...

Insomma. Anche Venturini e tutto il Corsera possiedono informazioni ed esperienza sufficienti a individuare in Erdogan il mandante della strage (peraltro non la prima). E soprattutto hanno – dovrebbero avere – le competenze e l'orgoglio professionale per non scrivere mai, nemmeno sotto arresto o tortura, che non ha senso chiedersi chi è stato.

A meno che la risposta alla domanda posta da Favino non sia: tutto.

Il che, davanti a una terza guerra mondiale che va assommando pezzi fino a sfiorare la massa critica oltre cui non si torna indietro, equivale a dire ai propri lettori "c'è solo da obbedire a chi ci comanda, non chiedetevi il perché". Un classico, insomma, del giornalismo italico.

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23/07/2015

La stagione delle stragi. Quella base militare di Verona...

La sentenza sulla strage di piazza della Loggia a Brescia, riapre un capitolo della storia recente del nostro paese che, almeno sul piano della verità storica e politica, merita di essere riportato alla luce in moltissimi dei suoi aspetti attinenti alla storia negata, a quegli anni che devono essere in ogni modo o rimossi o maledetti.

Il 17 dicembre 1981 un commando delle Brigate Rosse sequestrava clamorosamente un generale statunitense della base militare Ftase di Verona. Venne liberato il 28 gennaio 1982 da un gruppo operativo dei Nocs (corpi speciali della Polizia). Per raggiungere questo obiettivo non furono risparmiate torture ai militanti delle Br – sia uomini che donne – arrestati prima e dopo il sequestro. Il caso esplose nei mesi successivi e portò all'arresto di un giornalista de L'Espresso, Buffa, che aveva reso pubblici i casi di tortura.

Un anno e mezzo prima, c'era stata la strage con la bomba nella stazione di Bologna nell'agosto del 1980. Non fu l'ultima, perché tre anni dopo – dicembre 1984 – ci fu quella del treno 904. Insomma la stagione delle stragi di stato ancora non aveva esaurito le sue code velenose e sanguinose.

Nessuno, all'epoca come oggi, si è mai posto la domanda del perché l'obiettivo di quell'azione fosse un generale statunitense della base Ftase di Verona. Si trattava di una operazione complessa e rischiosa sia per le caratteristiche del bersaglio sia per il contesto politico dell'epoca. Insomma tirarsi addosso non solo la reazione degli apparati repressivi italiani ma anche quelli statunitensi – nel quadro della seconda guerra fredda – significava alzare il tiro ben al di là di quanto fosse avvenuto fino ad allora nel paese. Un comandante della base militare Ftase di Verona, non poteva non sapere che cosa avessero combinato i suoi uomini nei dieci/dodici anni precedenti.

Verona è il comando delle forze terrestri Usa e Nato. In quella fase storica, Verona era il perno del comando degli operativi militari statunitensi e Nato nella frontiera del Nordest, quella di confine con la cortina di ferro dei paesi del Patto di Varsavia, anche se il “nemico” alle frontiere era la Repubblica Federale Jugoslava che con quel patto aveva rotto già dalla fine degli anni Quaranta.

Ma Verona era e resta molte cose. Era e resta il “cuore nero” di questo paese. Non solo perché era la capitale della Repubblica fascista di Salò ma perché anche nei decenni successivi è dalle strutture operative in questa città – e nel Triveneto in particolare – che la collaborazione tra fascisti, servizi segreti italiani e statunitensi, carabinieri e forze armate statunitensi produrrà la stagione delle stragi.

Ce lo confermano l'inchiesta del giudice Salvini sulla strage di Piazza Fontana ed ora anche la sentenza sulla strage di Brescia.

Le indagini hanno portato direttamente alla pista degli “amerikani” nel nostro paese come nucleo ideatore della stagione delle stragi e questi agenti statunitensi, almeno quelli emersi dalle indagini, erano tutti in servizio alla base militare Ftase di Verona. Il quadro che ne emerge chiama direttamente in causa nella strategia delle stragi i servizi segreti militari USA (non la Cia), soprattutto quelli di stanza nella base del comando FTASE di Verona, i quali attraverso i loro agenti italiani (Digilio, Minetto, Soffiatti) agivano in modo coordinato con le cellule neofasciste di Ordine Nuovo e con gli apparati dello stato italiano nella “guerra sul fronte interno” contro i comunisti, i sindacati e i settori della DC recalcitranti a trasformare la “guerra fredda in guerra civile”.

L’americano supervisore della rete degli uomini neri ha un nome e un cognome: Joseph Luongo ed è l’agente che cooptò nella guerra di bassa intensità anche alcuni criminali nazisti come Karl Hass (con cui Luongo si fa fotografare insieme in un matrimonio). Gli “uomini neri” cioè gli autori delle stragi non erano più di venticinque/trenta persone organizzate su cinque cellule collocate una a Milano e quattro nel Nordest. Ma il perno del sistema operativo era proprio a Verona, lì dove tutto è cominciato ed è difficile dire che sia tutto finito. La morte biologica o l'età avanzata di molti protagonisti non consente oggi di mettere tutte le caselle al proprio posto e ricavarne una verità anche giudiziaria che renda giustizia su quanto accaduto nel nostro paese negli anni Settanta, ma che almeno si abbia il coraggio di affrontare la verità storica e politica, senza pagine rimosse o “maledette” che impediscano alle nuove generazioni di comprendere pienamente cosa e perché è accaduto.

In Italia si è combattuta per anni una guerra di bassa intensità che ha fatto molte vittime, ha dispensato secoli di galera per alcuni (i militanti dei gruppi rivoluzionari della sinistra) ma coperture e carriere per altri (i fascisti e gli uomini degli apparati). Un doppio standard che andrebbe ammesso e demolito, almeno dal punto di vista della ricostruzione storica.

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Lo stragismo è di Stato


Quarantuno anni sono sempre troppi, per avere una sentenza su una strage che ha fatto 8 morti e 102 feriti. Se poi questa arriva a sancire quel che già si sapeva, a carico di due persone già indagate, processate e incredibilmente assolte, è necessario concluderne che lo Stato – in prima persona e ai massimi livelli – ha fatto di tutto per far arrivare questa sentenza fuori tempo massimo, nella speranza che tutti gli imputati passassero a miglior vita.

Invece ne erano rimasti due. Maurizio Tramonte, all'epoca della strage di Brescia appena 21enne, ma già fascista militante e informatore dei servizi segreti, e Carlo Maria Maggi, 81 enne medico veneto, a suo tempo “ispettore politico” di Ordine Nuovo.

Scomparso invece il “pentito”, quel Mario Digilio che confezionò personalmente quasi tutte le bombe delle stragi di stato degli anni '70, da Piazza Fontana in poi, fascista e agente dei servizi segreti italiani e statunitensi (dipendeva dal comando Nato-Ftase di Verona), che vuotò il sacco solo quando scoprì d'essere ormai in punto di morte.

Morto anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo e poi segretario del Movimento Sociale Italiano, appena prima che Gianfranco Fini promuovesse la “svolta di Fiuggi”. Ma aveva fatto in tempo ad essere assolto, come Franco Freda e Giovanni Ventura, poi scomparso in Argentina. Morto il generale dei carabinieri Francesco Delfino, poi dirigente del Sismi, naturalmente assolto per aver lungamente depistato le indagini sulla strage (dov'era in servizio nel 1974). E' invece ancora vivo Delfo Zorzi, autore materiale della strage di Piazza Fontana, ma assolto per quella come per Brescia, fatto rifugiare in Giappone, dove ha fatto successo come imprenditore, col nome di Hagen Roi, senza che ne sia mai stata chiesta l'estradizione.

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma ci basta rinviare alla sterminata documentazione esistente in materia, quasi interamente ascrivibile alle contro inchieste del movimento rivoluzionario di quegli anni, riprese e trasformate in indagini dal giudice Guido Salvini.

Dopo tanto tempo, non ci sono parole che non siano state dette.

Questo Stato, quello di allora in perfetta continuità con quello di oggi, ha ordinato stragi, le ha fatte eseguire a gruppetti di fascisti quasi sempre arruolati come “informatori”, infiltrati o semplici agenti dei servizi di intelligence. Questo Stato ha poi protetto – a volte goffamente, come avviene a chi si sente troppo potente per curarsi di non lasciare troppe tracce nei reati che commette – gli autori delle stragi depistando le non molte indagini che puntavano a scoprire gli assassini. Questo Stato ha protetto i depistatori, consentendo loro notevoli carriere, secondo il classico schema dell'esecutore che ha molto da dire sul proprio mandante.

Si potrà dire che questo era il frutto della “guerra fredda”, del mondo diviso in due in cui non poteva proprio accadere che un paese chiave della Nato – e viceversa, del Patto di Varsavia – fosse governato da forze politiche non perfettamente allineate con la superpotenza di riferimento.

Ma non si può dire che ora vigono altre regole. Cambiano gli strumenti, forse. Anche in considerazione dell'assoluta minorità delle soggettività comuniste e rivoluzionarie.

E allora una sentenza che arriva così clamorosamente fuori tempo, che non serve più a punire nessuno, può servire a molti scopi meno nobili della scrittura della verità storica. A partire dalla patina di belletto che certamente il potere sta provando a stendere sulle sue rughe più orrende.

E invece sarebbe importante che questa verità giudiziaria, solo oggi giunta a conferma della verità storica, servisse da stimolo, per un paese disorientato, per fare il punto seriamente sul proprio recente passato. Ovvero dal dopoguerra a oggi.

Possiamo però star certi – e ce lo dimostrano le prime pagine dei giornali di oggi, compreso addirittura il manifesto – che così non sarà. La struttura infame del potere italico si vede proprio da queste cose...

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08/05/2015

Brescia. Giornata della memoria di cosa?


Apprendiamo da notizie di stampa che anche Brescia si prepara a celebrare, il 9 maggio, la Giornata della Memoria istituita in ricordo delle vittime del terrorismo.

Il Presidente della Casa della Memoria, Manlio Milani, nel delineare i vari appuntamenti istituzionali, sottolinea come la decisione assunta dal Governo di “aprire gli archivi” possa essere utile e decisiva nel tentativo di fare luce su capitoli della nostra storia ancora avvolti da molte ombre.

Ci pare però contraddittorio aver affidato a Benedetta Tobagi il coordinamento di un convegno proprio su tale tema. Quella Tobagi che, nel suo libro sugli avvenimenti del 1974 a Brescia, tra inesattezze, dimenticanze e libere interpretazioni, di ombre fosche ne ha generate diverse.

Ancora una volta si aspira alla verità ma si fa di tutto per insistere sulla linea nebbiosa della pacificazione, della manipolazione della storia, in un grande “minestrone” ove vittime e carnefici diventano la stessa cosa.

E' così che lo stesso Milani si sente in dovere di intervenire a difesa della sua più illustre creazione: quel Memoriale delle formelle che, in un percorso ideale tra Piazza Loggia e la sommità del Cidneo, colloca sul selciato i nomi delle vittime del terrorismo. Peccato che accanto alle otto vittime massacrate dalla bomba fascista e di stato del 28 maggio, trovino posto anche picchiatori nazisti o dichiarati fascisti.

Quindi come stupirsi se notte-tempo una formella viene “indegnamente imbrattata”? Soprattutto se riporta un nome al centro di una autentica strumentalizzazione politica promossa da forze di destra.

Crediamo che se si vuol davvero fare luce sulle pagine più buie della nostra storia si debba rinunciare al concetto di “memoria condivisa”, evidenziando le responsabilità che discendono dalle scelte di campo compiute, perché mai si possano confondere sfruttati e sfruttatori, chi lotta per la Libertà e chi la calpesta gestendo il potere.

Non dimenticando che la lotta di Liberazione ha messo fascisti e fascismi fuori dalla Storia di questo paese ben settant’anni fa e che nulla giustifica la presenza di qualunque loro erede in alcun memoriale istituzionale.

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16/04/2014

Strage di Brescia - La Cassazione annulla l'assoluzione di Maggi e Tramonte

La Corte Cassazione, il 21 febbraio scorso aveva annullato le assoluzioni del neofascista Carlo Maria Maggi e “dell'uomo dei servizi” Maurizio Tramonte per la Strage di Brescia del 28 maggio del 1974. Secondo la sentenza, le cui motivazioni sono state rese note ieri, adesso dovrà essere celebrato un nuovo processo d’appello a carico di due fascisti assolti in appello per la strage di piazza della Loggia. Con questa sentenza la Cassazione ha quindi accolto il ricorso della Procura generale di Brescia contro le due assoluzioni. Nel nuovo processo non ci sarà però Delfo Zorzi, il fascista teorico del misticismo dei samurai che da anni vive in Giappone, del quale è diventato cittadino, dove fa l'uomo d'affari. Nel suo caso la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura generale di Brescia e delle parti civili contro la sua assoluzione, che è diventata quindi definitiva. Assolto dalle accuse anche il generale dei Carabinieri Francesco Delfino.

La decisione della Cassazione di non chiudere il sipario sulla strage di piazza della Loggia ma anzi di annullare due assoluzioni mostra che “dopo 40 anni i fatti vengono storicamente accertati” – ha dichiarato Manlio Milani presidente dell'Associazione delle Vittime che nella strage del 1974 ha perso la moglie – “La Cassazione è andata ben oltre le nostre richieste, annullando anche l’assoluzione di Maurizio Tramonte. Questo certifica che nella strage ci sono stati i depistaggi e, a nostro modo di vedere, è importante perché la Cassazione ha voluto dire che Tramonte non aveva solo un ruolo di informatore ma il suo ruolo era ben più pregnante”. La Corte di Cassazione denuncia anche come siano state sottovalutate le dichiarazioni del collaboratore Carlo Digilio (deceduto e teste chiave dell'inchiesta del giudice Salvini sulla Strage di Piazza Fontana, NdR) e “liquidata troppo frettolosamente la ritrattazione di Tramonte”.

E' importante sottolineare che con questa decisione la Cassazione ha annullato anche la sentenza della Corte d’assise d’appello di Brescia nella parte in cui condannava le vittime, costituitesi parti civili, al pagamento delle spese processuali in ragione dell’assoluzione degli imputati. Il nuovo processo in appello che dovrà essere celebrato dovrà anche pronunciarsi su questo punto.

Interessanti alcuni passaggi della sentenza della Corte di Cassazione sulla strage del 18 maggio 1974 dove vengono criticate le conclusioni “assolutamente illogiche e apodittiche” raggiunge dai giudici della Corte di Assise di Appello di Brescia nel verdetto assolutorio del 14 aprile 2012, Tramonte era un soggetto troppo “intraneo” alla destra eversiva per essere un semplice informatore, che peraltro “non raccontava al maresciallo Felli tutto ciò che sapeva o aveva fatto”.

Quanto a Maggi, sono stati “sviliti” numerosi indizi, come il sostegno allo stragismo eversivo di destra del quale era un “propugnatore”. Ad esempio, sulla circostanza – “un dato di fatto importantissimo che muta notevolmente il quadro indiziario rispetto al giudizio di primo grado” – che “l’ordigno esplosivo sia stato confezionato utilizzando la gelignite di proprietà di Maggi e Digilio, conservata presso lo Scalinetto”, la Corte di Appello “non ha tratto da questa diversa ricostruzione in fatto le necessarie implicazioni sul piano probatorio”. L’”erronea applicazione della legge processuale” è – scrive il relatore Paolo Giovanni Demarchi Albengo – “un vizio ricorrente nel processo per la strage di Piazza della Loggia se si pensa che anche nel procedimento cautelare sulla misura irrogata a Tramonte, Zorzi e Maggi, la Cassazione ebbe a osservare l’esasperata opera di segmentazione del quadro complessivo” che “rifuggiva dalle regole di coerenza e completezza”.

“Ingiustificabili e superficiali” sono, per la Cassazione, le conclusioni assolutorie tratte per Maggi, nonostante la “gravità indiziaria” delle dichiarazioni di Battiston che unite ad altri elementi finiscono per fornire una “visione complessiva” di “straordinaria capacità dimostrativa” delle accuse. E ancora: la presenza di Tramonte nella piazza, poco dopo l’esplosione, è “certamente un elemento di grande rilievo, sia al fine di stabilire il suo ruolo nella vicenda, sia ai fini di valutazione di attendibilità delle dichiarazioni relative alla organizzazione ed esecuzione della strage”. Eppure non sono stati fatti approfondimenti. Comunque, sottolinea la Cassazione, il giudice del rinvio potrà anche stabilire che Tramonte era un “infiltrato non punibile” ma deve tenere conto che solo dal 2006 esiste una normativa che lo scriminerebbe mentre per gli anni Settanta non esisteva nulla del genere, anzi si era “restii” a riconoscere la “collaborazione dei soggetti privati, estranei agli organismi di polizia giudiziaria, e soprattutto in assenza di formali autorizzazioni e di rigida regolamentazione dei limiti di operatività”.

Una sentenza, quella della Corte di Cassazione, decisamente importante ma drammaticamente tardiva. 

Qui di seguito la ricostruzione cronologica dei processi per la Strage di Brescia 

2 giugno 1979 – I giudici della Corte d’assise di Brescia condannano all’ergastolo Ermanno Buzzi e a dieci anni Angelino Papa mentre assolvono gran parte delle 16 persone incriminate dal pm Francesco Trovato e dal giudice istruttore Domenico Vino o li condannano a pene inferiori ma per detenzione di esplosivi o per altri attentati.

18 aprile 1981 – Buzzi, personaggio in bilico tra criminalità comune e neofascismo, è strangolato dai ‘camerati’ Mario Tuti e Pierluigi Concutelli nel supercarcere di Novara. I due motivarono l’omicidio con il fatto che Buzzi fosse “pederasta” e confidente dei carabinieri, ma il sospetto è che temessero fosse intenzionato a fare dichiarazioni nell’imminente processo d’appello.

2 marzo 1982 – I giudici della Corte d’assise d’appello di Brescia assolvono tutti gli imputati, compreso Angelino Papa; nelle motivazioni definiranno Buzzi “un cadavere da assolvere”.

30 novembre 1984 – La Cassazione annulla la sentenza di appello e dispone un nuovo processo per Nando Ferrari, Angelino e Raffaele Papa e Marco De Amici.

23 marzo 1984 – Il pm Michele Besson e il giudice istruttore Gian Paolo Zorzi aprono la cosiddetta ‘inchiesta bis’. Imputati i neofascisti Cesare Ferri, il fotomodello Alessandro Stepanoff e Sergio Latini. La nuova pista è aperta dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti tra cui Angelo Izzo.

20 aprile 1985 - La Corte d’assise d’appello di Venezia, davanti alla quale è celebrato il nuovo processo di secondo grado, assolve tutti gli imputati del primo processo bresciano.

23 maggio 1987 – I giudici di Brescia assolvono per insufficienza di prove Ferri, Latini e Stepanoff. Ferri e Latini sono assolti anche dall’omicidio di Buzzi che, secondo i pentiti, avrebbero fatto uccidere perche non parlasse.

25 settembre 1987 - La Cassazione conferma la sentenza di assoluzione dei giudici della Corte d’appello di Venezia e pone fine alla prima inchiesta sulla strage.

10 marzo 1989 – La Corte d’assise d’appello di Brescia assolve, questa volta con formula piena, Ferri, Stepanoff e Latini.

13 novembre 1989 - La prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, conferma e rende definitive le assoluzioni di Ferri, Stepanoff e Latini. I primi due saranno anche risarciti per la carcerazione subita.

23 maggio 1993 - Il giudice istruttore Gian Paolo Zorzi proscioglie gli ultimi imputati dell’inchiesta bis. Quello stesso anno sarebbe cominciata la terza inchiesta.

16 novembre 2010 - I giudici della Corte d’assise di Brescia assolvono tutti i cinque imputati, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Francesco Delfino e Pino Rauti. L’assoluzione interviene in base all’articolo 530 comma 2 assimilabile alla vecchia insufficienza di prove. Revocata la misura cautelare nei confronti dell’ex ordinovista Delfo Zorzi che vive in Giappone.

14 aprile 2012 - La Corte d’appello di Brescia conferma la sentenza di primo grado mandando assolti i quattro imputati, Zorzi, Maggi, Tramonte e Delfino, per i quali era stato proposto ricorso dalla procura. Dai pm una dichiarazione che, dopo 38 anni, sembra una resa: “Abbiamo fatto tutto il possibile. È una vicenda che va affidata alla storia”.

20 febbraio 2014 – La vicenda approda in Cassazione, dopo il ricorso del pg di Brescia (per tutti, tranne che per Delfino). Il sostituto pg della Cassazione Vito D’Ambrosio chiede di annullare le assoluzioni disposte in secondo grado per Zorzi, Maggi e Tramonte e di celebrare nuovamente il processo. Carlo Maria Maggi, in particolare, sarebbe “l’esecutore e il mandante” della strage.

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