La strage di piazza della Loggia avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974 durante un comizio del Comitato antifascista locale (8 morti e 102 feriti) si distinse immediatamente dagli episodi stragisti degli anni precedenti (piazza Fontana, Peteano, Gioia Tauro, Questura di Milano) perché l’obiettivo colpito rivelava fin da subito la matrice politica neofascista degli esecutori.
Dopo un lungo e travagliato iter giudiziario la Cassazione ha confermato la condanna finale di due ordinovisti: Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, quest’ultimo confidente del Sid di Padova col nome in codice «Tritone».
Sono tuttora in corso altri due procedimenti contro gli ordinovisti veronesi Marco Toffaloni, all’epoca minorenne e che avrebbe materialmente deposto l’ordigno, e Roberto Zorzi.
Nel novembre del 1973 il movimento politico Ordine Nuovo era stato sciolto dal ministro dell’Interno Taviani sulla base della condanna emessa dal tribunale di Roma per ricostituzione del disciolto Partito nazionale fascista.
A causa di questo fatto, nel luglio del 1976 Pierluigi Concutelli, capo militare della struttura clandestina di Ordine Nuovo, uccise a Roma Vittorio Occorsio, il pubblico ministero che aveva sostenuto l’accusa contro i dirigenti del gruppo neofascista.
L’attentato di Brescia come quello successivo sul treno Italicus, nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 all’interno del tunnel Valdisambro (18 morti e 48 feriti), rivendicato da «Ordine Nero» in un volantino che parlava di vendetta per la morte di Giancarlo Esposti, un fascista sanbabilino ucciso dai carabinieri sugli altipiani reatini il 30 maggio precedente, erano una chiara rappresaglia contro la messa al bando di Ordine Nuovo.
Creato nei primi mesi del 1974, Ordine Nero aveva raccolto transfughi del disciolto Ordine Nuovo, di Avanguardia nazionale e del Fronte nazionale rivoluzionario, struttura prevalentemente toscana. Fu protagonista dell’ultima stagione stragista caratterizzata da un’aperta dichiarazione di guerra contro lo Stato accusato di tradimento verso una esperienza politica, eversiva e golpista, che gli apparati avevano lungamente sostenuto, foraggiato, ispirato e manipolato.
Strategia che si distingueva dai precedenti episodi che miravano ad attribuire alla sinistra la paternità degli eccidi con l’obiettivo di scatenare una risposta autoritaria dello Stato.
Le bombe del 1974
, la vendetta di Ordine Nero contro chi li aveva utilizzati e illusi con la strategia della tensione
Lungi dall’essere una ulteriore puntata della strategia della tensione questi due sanguinosi attentati, parte di una campagna più ampia avviata nel gennaio del 1974 a Silvi Marina, vicino a Pescara, dove una bomba fallì nel colpire l’ennesimo treno, appaiono piuttosto il segno sanguinoso della sua fine, la conseguenza dell’abbandono precipitoso e rovinoso da parte degli apparati statali che l’avevano utilizzata.
Il 9 febbraio un altro ordigno venne ritrovato inesploso su un treno merci diretto da Taranto a Siracusa. A marzo un’esplosione fece saltare una rotaia nei pressi di Vaiano, vicino Prato, dove avrebbe dovuto passare il treno Palatino. La strage mancata fu rivendicata con un volantino di Ordine Nero ritrovato a Lucca.
Ad aprile fu colpita la casa del popolo di Moiano, in provincia di Perugia. Nel complesso furono fatti esplodere tra Milano, la Toscana e Savona, oltre una decina di ordigni, culminati nell’attentato compiuto sulla linea ferroviaria di Terontola, il 6 gennaio 1975, a cui segui lo smantellamento del Fronte nazionale rivoluzionario di cui facevano parte Luciano Franci, Mario Tuti, Marco Affatigato, Andrea Brogi e Augusto Cauchi.
Gruppo che ebbe contatti anche con Licio Gelli, al quale secondo testimonianze di alcuni pentiti, Cauchi aveva chiesto un finanziamento per la sua attività politica.
La magistratura indaga sui progetti di golpe
Tra il 1973 e il 1974 vengono a galla, grazie a diverse inchieste condotte dalla magistratura, una serie di progetti di golpe di segno politico diverso anche se tutti caratterizzati dalla tentativo di scongiurare il «pericolo comunista».
Dall’indagine sulla «Rosa dei venti», portata avanti dal giudice istruttore Tamburino, emergeva traccia della presenza di strutture «parallele» interne agli apparati statali coinvolte nelle attività golpiste e stragiste. Testimone centrale nella ricostruzione di questa rete, sia pur tra contraddizioni e reticenze, sarà il generale dell’esercito Amos Spiazzi.
In anni più recenti la ricerca storica ha focalizzato meglio quanto avvenuto: accanto alla struttura Nato europea Stay behind, che in Italia aveva preso il nome di Gladio, apparato di difesa «non ortodosso» gerarchicamente dipendente dai comandi Nato, approntato per fare fronte ad una eventuale invasione militare delle truppe del patto di Varsavia e composto essenzialmente da membri della ex brigata Osoppo, partigiani bianchi antifascisti e anticomunisti, di cui si scoprì l’esistenza nella estate del 1990, dopo la vicenda del «piano Solo» venne messa in piedi una seconda struttura che dipendeva gerarchicamente dal ministero della Difesa.
Si trattava dei Nuclei per la difesa dello Stato, apparato misto composto da membri selezionati degli uffici informativi dell’esercito, dei Servizi, dei carabinieri e di civili di dichiarata fede neofascista. Tra i membri di questa struttura disciolta nel 1973 vi erano molti ordinovisti.
Un’altra inchiesta riguarda il Movimento armato rivoluzionario di Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando. Fumagalli era un ex partigiano bianco legato ai Servizi inglesi. Ferocemente anticomunista organizzò una struttura clandestina armata con un forte insediamento in Valtellina, dove realizzò una serie di attentati dinamitardi contro tralicci dell’altra tensione che alimentavano le città e le industrie del Nord Italia.
L’intenzione era quella di fronteggiare una eventuale offensiva di piazza o una vittoria elettorale dei comunisti.
Nonostante il suo iniziale posizionamento antifascista, Fumagalli non disdegnò l’alleanza con i gruppi ordinovisti in vista di un colpo di stato.
L’esperienza più interessante appare tuttavia quella che venne definita il «golpe bianco», portato avanti da Edgardo Sogno, un altro ex partigiano della brigata Franchi, badogliana, liberale e anticomunista.
Sogno aveva progettato in pieno agosto 1974 un «golpe liberale», un colpo di mano istituzionale di stampo presidenzialista, sul modello gollista della quinta repubblica francese che forte dell’appoggio dei vertici militari e istituzionali avrebbe dovuto sciogliere il parlamento, liberarsi del ventre molle democristiano ritenuto corrotto e irriformabile, creare un sindacato unico, internare le opposizioni di sinistra e di estrema destra, abolire l’immunità parlamentare e istituire un Tribunale speciale.
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04/06/2024
Cinquant’anni dopo la strage di Brescia le istituzioni si assolvono
23/07/2015
Lo stragismo è di Stato
Quarantuno anni sono sempre troppi, per avere una sentenza su una strage che ha fatto 8 morti e 102 feriti. Se poi questa arriva a sancire quel che già si sapeva, a carico di due persone già indagate, processate e incredibilmente assolte, è necessario concluderne che lo Stato – in prima persona e ai massimi livelli – ha fatto di tutto per far arrivare questa sentenza fuori tempo massimo, nella speranza che tutti gli imputati passassero a miglior vita.
Invece ne erano rimasti due. Maurizio Tramonte, all'epoca della strage di Brescia appena 21enne, ma già fascista militante e informatore dei servizi segreti, e Carlo Maria Maggi, 81 enne medico veneto, a suo tempo “ispettore politico” di Ordine Nuovo.
Scomparso invece il “pentito”, quel Mario Digilio che confezionò personalmente quasi tutte le bombe delle stragi di stato degli anni '70, da Piazza Fontana in poi, fascista e agente dei servizi segreti italiani e statunitensi (dipendeva dal comando Nato-Ftase di Verona), che vuotò il sacco solo quando scoprì d'essere ormai in punto di morte.
Morto anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo e poi segretario del Movimento Sociale Italiano, appena prima che Gianfranco Fini promuovesse la “svolta di Fiuggi”. Ma aveva fatto in tempo ad essere assolto, come Franco Freda e Giovanni Ventura, poi scomparso in Argentina. Morto il generale dei carabinieri Francesco Delfino, poi dirigente del Sismi, naturalmente assolto per aver lungamente depistato le indagini sulla strage (dov'era in servizio nel 1974). E' invece ancora vivo Delfo Zorzi, autore materiale della strage di Piazza Fontana, ma assolto per quella come per Brescia, fatto rifugiare in Giappone, dove ha fatto successo come imprenditore, col nome di Hagen Roi, senza che ne sia mai stata chiesta l'estradizione.
Si potrebbe andare avanti a lungo, ma ci basta rinviare alla sterminata documentazione esistente in materia, quasi interamente ascrivibile alle contro inchieste del movimento rivoluzionario di quegli anni, riprese e trasformate in indagini dal giudice Guido Salvini.
Dopo tanto tempo, non ci sono parole che non siano state dette.
Questo Stato, quello di allora in perfetta continuità con quello di oggi, ha ordinato stragi, le ha fatte eseguire a gruppetti di fascisti quasi sempre arruolati come “informatori”, infiltrati o semplici agenti dei servizi di intelligence. Questo Stato ha poi protetto – a volte goffamente, come avviene a chi si sente troppo potente per curarsi di non lasciare troppe tracce nei reati che commette – gli autori delle stragi depistando le non molte indagini che puntavano a scoprire gli assassini. Questo Stato ha protetto i depistatori, consentendo loro notevoli carriere, secondo il classico schema dell'esecutore che ha molto da dire sul proprio mandante.
Si potrà dire che questo era il frutto della “guerra fredda”, del mondo diviso in due in cui non poteva proprio accadere che un paese chiave della Nato – e viceversa, del Patto di Varsavia – fosse governato da forze politiche non perfettamente allineate con la superpotenza di riferimento.
Ma non si può dire che ora vigono altre regole. Cambiano gli strumenti, forse. Anche in considerazione dell'assoluta minorità delle soggettività comuniste e rivoluzionarie.
E allora una sentenza che arriva così clamorosamente fuori tempo, che non serve più a punire nessuno, può servire a molti scopi meno nobili della scrittura della verità storica. A partire dalla patina di belletto che certamente il potere sta provando a stendere sulle sue rughe più orrende.
E invece sarebbe importante che questa verità giudiziaria, solo oggi giunta a conferma della verità storica, servisse da stimolo, per un paese disorientato, per fare il punto seriamente sul proprio recente passato. Ovvero dal dopoguerra a oggi.
Possiamo però star certi – e ce lo dimostrano le prime pagine dei giornali di oggi, compreso addirittura il manifesto – che così non sarà. La struttura infame del potere italico si vede proprio da queste cose...
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