Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/10/2022

Giorgia Meloni, un falso passato per governare il presente

Nelle elezioni politiche del 7 giugno 1953 il MSI triplicò i suoi voti rispetto al 1948, portando in Parlamento 38 tra deputati e senatori. I fascisti, da poco rientrati da latitanze e fughe dopo il crollo dello stato fantoccio di Salò, cominciavano ad accomodarsi.

Sistemandosi all’interno di quelle istituzioni democratiche che avevano combattuto e che disprezzavano dalla radice. «Il 25 aprile è nata una puttana, le hanno dato nome, Repubblica italiana», cantavano quei camerati, salvati alla fine del conflitto mondiale dagli Alleati anglo-americani ormai protesi verso la Guerra Fredda anticomunista.

Junio Valerio Borghese, già alla guida della X Mas, fu messo in salvo da James Jesus Angleton, un agente di vertice dell’OSS (antesignana della CIA) che lo caricò su una jeep statunitense. Diventerà presidente del MSI e organizzerà il golpe del 7-8 dicembre 1970.

Giorgio Almirante scappò in abiti civili dalla porta di servizio della Prefettura di Milano il giorno della Liberazione indossando un bracciale tricolore partigiano. Diverrà il principale capo missino nei decenni repubblicani.

Augusto De Marsanich, già deputato fascista e membro del governo Mussolini, in quel 1953 ricopriva la carica di segretario del partito, il cui presidente onorario, dal 1952, era il criminale di guerra Rodolfo Graziani.

Forse erano loro «le persone che non ci sono più» a cui la neo Presidente del Consiglio ha dedicato la vittoria la notte dei risultati elettorali del 25 settembre scorso. Oppure erano figure di quella «destra democratica» di cui si è vantata di aver fatto parte nel suo discorso in Parlamento il giorno della fiducia al suo governo.

Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo ovvero il gruppo responsabile delle stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Oppure Mario Tedeschi, direttore de «Il Borghese» e della formazione scissionista missina di «Democrazia Nazionale», oggi indicato dalla procura di Bologna come uno dei responsabili della strage del 2 agosto 1980 alla stazione.

Forse Giorgia Meloni pensava ai protagonisti della «rivolta di Reggio Calabria» guidati dal deputato missino Ciccio Franco oppure ai «ragazzi» di Piazza San Babila a Milano, primattori degli scontri che il 12 aprile 1973 portarono alla morte dell’agente Antonio Marino e che videro in piazza anche un giovane dirigente del MSI oggi seconda carica dello Stato e collezionista privato di busti di Mussolini.

Di fronte al formarsi del governo di oggi tornano alla mente le parole dell’epigrafe che Piero Calamandrei scrisse, all’indomani delle elezioni del giugno 1953, rivolgendosi ai partigiani caduti della Resistenza: «Non rammaricatevi dai vostri cimiteri di montagna se giù al piano, nell’aula dove fu giurata la Costituzione murata col vostro sangue, sono tornati, da remote calingi, i fantasmi della vergogna».

Il falso racconto del passato, finalizzato al governo del presente, propalato oggi dalle alte cariche dello Stato e dell’esecutivo ha iniziato il suo cammino.

Con il silenzio nel centenario della «marcia su Roma»; con la dichiarata ostilità all’antifascismo ed alla Resistenza scandalosamente criminalizzati e negati da Meloni nella sua improbabile ricostruzione della storia d’Italia; con la «fuga», attraverso il vittimismo, dagli anni Settanta delle stragi e dello squadrismo nelle fabbriche e nelle università.

Nelle aule del Parlamento italiano abbiamo visto concretarsi ciò che Calamandrei preconizzava: «Apprenderemo, da fonte diretta, la storia vista dai carnefici». Non ci troviamo certo di fronte a un ritorno del «fascismo eterno».

Tuttavia le radici profonde di questa destra (fin dal dopoguerra radicalmente «atlantica») riemergono oggi dalla voce di Giorgia Meloni o nel loro identitarismo classista che dichiara di «non voler disturbare» industriali e ceti proprietari; di voler avversare i migranti; di promuovere la guerra contro le donne che non vogliono omologarsi all’essere soltanto «madri e cristiane», come urlato nei comizi filo-franchisti di Vox in Spagna.

L’inquietudine che suscita il bagaglio storico rivendicato dalla destra è pari soltanto a quella alimentata dalla lettura della stampa italiana, l’unica restìa a chiamare postfascista il partito Fratelli d’Italia; l’unica incapace di raccontare la natura profonda di una Presidente del Consiglio politicamente accarezzata dalle familistiche ed eterne (quelle si) classi dirigenti nazionali che ieri ebbero tra i loro padri e nonni fondatori i veri sostenitori del regime fascista e che oggi posseggono di tutti i principali mezzi di informazione.

Da queste consapevolezze sarà necessario ripartire per una battaglia culturale e politica di difesa della verità storica, della Costituzione e dei diritti della persona.

«Troppo presto li avevamo dimenticati – ammoniva Calamandrei – è bene che siano esposti in vista su questo palco. Perché tutto il popolo riconosca i loro volti e si ricordi».

Fonte

25/08/2021

Neofascismo e revisionismo di Stato: è tempo di reagire

di Tomaso Montanari

1.

Domenica scorsa il ministro Franceschini si è assunto la responsabilità della nomina di Andrea De Pasquale alla guida dell’Archivio Centrale dello Stato. Lo ha fatto minimizzando indecentemente l’episodio della santificazione di Pino Rauti, di cui De Pasquale fu responsabile. La reazione delle associazioni delle vittime delle stragi fasciste è stata ferma: «La nomina di De Pasquale è un vulnus intollerabile, una operazione che sembra serva a tranquillizzare quegli apparati che ancora oggi hanno paura della verità. Noi non solo vigileremo ma non ci fermeremo qui». Se, come spero, impugneranno la nomina, avranno ottimi argomenti per vincere.

Sarebbe importante, perché ormai da anni è in corso un’agguerrita guerra culturale da parte di una destra più o meno apertamente fascista: una battaglia il cui obiettivo è niente meno che un revisionismo di Stato. E cioè la cancellazione della storia che racconta cosa fu davvero il fascismo, e cosa è stato il neofascismo criminale della seconda metà del Novecento.

Non si può nascondere che alcune battaglie revisioniste siano state vinte, grazie alla debolezza politica e culturale dei vertici della Repubblica. La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica. In una coraggiosa lettera aperta, lo storico Angelo D’Orsi ha accusato il presidente Mattarella di aver fatto «un grave torto alla conoscenza storica» con il «discorso del 10 febbraio [2020], in cui non si è limitato a rendere onore a quelli che, nella narrazione corrente, ormai sono i “martiri delle foibe”, ma ha usato ancora una espressione storicamente errata, politicamente pericolosa, moralmente inaccettabile: “pulizia etnica”. Ella, signor Presidente, è caduto nella trappola della equiparazione del grande, spaventoso crimine, il genocidio della Shoah, con gli avvenimenti al Confine Orientale, tra Italia e Jugoslavia, fra il 1941 e il 1948, grosso modo». Le cose, ha invano spiegato D’Orsi al Capo dello Stato, andarono diversamente: «la storiografia ci dice tutt’altro [...]: le vittime accertate, ad oggi, furono poco più di 800 (compresi i militari), parecchie delle quali giustiziate, essendosi macchiate di crimini, autentici quanto taciuti, verso le popolazioni locali: nessun generale italiano accusato di crimini di guerra è mai stato punito».

La falsificazione agisce a tutti i livelli. Così Matteo Salvini prova a rovesciare la storia, sostenendo che il sottosegretario leghista Durigon, invocando il ritorno dell’intitolazione del Parco di Latina ad Arnaldo Mussolini, non farebbe altro che difendere una storia ininterrotta fino al provvedimento di «un sindaco di sinistra» che nel 2017 lo dedicò a Falcone e Borsellino. È falso: quel parco cambiò nome (come la stessa città, che si chiamava Littoria…) dopo la Liberazione, e solo nel 1996 un sindaco dichiaratamente fascista recuperò la dedica al fratello del Duce (peraltro senza atti formali, ma solo facendo realizzare alcuni cartelli stradali). Quel sindaco, Ajmone Finestra, non era un “innocuo” nostalgico: per i suoi crimini a Salò il pubblico ministero (che era Oscar Luigi Scalfaro...) chiese la pena di morte. È questa la storia che Durigon difende, e questo l’osceno grumo di neofascismo che Salvini accoglie, e su cui Mario Draghi vergognosamente tace.

Ed è questo il quadro culturale in cui si colloca un De Pasquale che, da direttore della Biblioteca Nazionale di Roma, accoglie la donazione del Fondo Rauti con un comunicato che definiva il fascista Pino Rauti «statista», e «organizzatore, pensatore, studioso, giornalista, deputato dal 1972 al 1992. Tanto attivo e creativo, quanto riflessivo e critico». Pura propaganda di parte: che negava la ragione stessa per cui quel fondo andava accuratamente studiato, e quindi eventualmente accettato dopo averne messo in chiaro la natura – giacché era evidentemente stato creato con finalità apologetiche che avrebbero dovuto essere sottoposte a serrata critica, e non amplificate sui media.

Quel che la Destra vuole ottenere è nientemeno che la negazione radicale del presupposto della nostra Costituzione, la quale è anche «un comando sui vinti», cioè sui fascisti: dal 1948 in poi, in Italia il fascismo non è in alcun modo equiparabile all’antifascismo, né è un’opzione praticabile per il futuro. È un tabù assoluto: e tale deve rimanere, se vogliamo che la democrazia sopravviva.

Un leghista bolognese ha difeso la nomina di De Pasquale auspicando che faccia emergere dai fondi dell’Archivio Centrale dello Stato «qualcosa occultato per anni». Dalla riabilitazione dei Ragazzi di Salò perpetrata da Luciano Violante alla legge sulle Foibe, dal parco di Latina al sostegno leghista a De Pasquale l’obiettivo è sempre lo stesso: riscrivere la storia dalla parte del fascismo. Sapendo benissimo che l’unico modo per farlo, è falsificarla.

2.

Mi sono dimesso dal Consiglio Superiore dei Beni Culturali per protestare pubblicamente contro l’arroganza del ministro della Cultura Dario Franceschini, e denunciare l’umiliazione di quello che dovrebbe essere il massimo organo tecnico-scientifico del patrimonio. Sabato il Consiglio Superiore aveva inviato al ministro una nota in cui lo invitava a «tenere in adeguata considerazione» le forti obiezioni espresse dalle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi di Bologna, Brescia, Milano sulla nomina di Andrea De Pasquale, «anche alla luce dell’importante ruolo di garanzia attribuito dalla normativa vigente all’Archivio medesimo per la conoscenza della memoria storica dell’Italia contemporanea». Franceschini non ha risposto, ma domenica ha annunciato che la nomina ormai era fatta. Le associazioni hanno risposto che la nomina «sbatte la porta in faccia alle associazioni e alle tante donne e uomini di cultura che si sono associati alle nostre preoccupazioni», e ribadito che «la nomina di De Pasquale è un vulnus intollerabile, una operazione che sembra serva a tranquillizzare quegli apparati che ancora oggi hanno paura della verità».

La nomina del responsabile dell’archivio centrale della Repubblica spetta al presidente del Consiglio dei ministri, che se ne è lavato le mani: così il ministro della Cultura si è trovato a godere di una insana autarchia. Nel modo in cui l’ha usata si intrecciano tutti i fili della involuzione del governo del patrimonio culturale. La rosa dei candidati era straordinariamente esigua: perché da anni i ranghi degli archivisti di Stato vengono massacrati dal letale definanziamento imposto da una politica senza cultura e senza memoria. Il progressivo svuotarsi della tutela consente l’espandersi dell’arbitrio del livello politico, sempre più insofferente ad ogni limite. E una parte dei funzionari rinuncia volentieri alla propria autonomia, genuflettendosi alla politica e ottenendo così una rapida carriera da yes-men.

Questa fatale deriva, che segna la fine del governo autonomo del patrimonio culturale secondo scienza e coscienza, è esattamente ciò di cui si dovrebbe occupare il Consiglio Superiore. Perché affidare l’Archivio Centrale a un non archivista che si è prestato a una aggressiva campagna neofascista, significa privare quel cruciale istituto di ogni autorevolezza scientifica, e dunque renderlo un docile strumento della politica. Mentre l’unica garanzia che la verità storica non venga occultata o manipolata, sarebbe un soprintendente tecnicamente indiscutibile, culturalmente autorevole e indipendente dalla politica.

Ho inutilmente chiesto che il Consiglio condividesse la reazione delle associazioni alla nomina, stigmatizzando il mancato ascolto da parte del ministro. La risposta del presidente, il professor Marco D’Alberti (da qualche mese divenuto consigliere giuridico del Presidente del Consiglio Draghi) è stata che «qualunque ulteriore presa di posizione del collegio sarebbe inopportuna e istituzionalmente impropria». Così il Consiglio continuerà a fare nomine in organi purtroppo inutili (consigli scientifici e consigli di amministrazione dei musei autonomi soggetti all’arbitrio dei super direttori), ad approvare finanziatissimi progetti speciali dei quali non riceve adeguata documentazione, e a tenersi accuratamente lontano dai problemi veri. Clamoroso il caso del PNRR e della conseguente istituzione di una Soprintendenza speciale: ci è stato consentito di parlarne solo dopo che il Consiglio dei Ministri aveva preso la decisione. E allora qual è il ruolo del Consiglio nel governo del patrimonio?

Dimettendosene, il 28 maggio 1960, Ranuccio Bianchi Bandinelli scriveva che «il Consiglio Superiore non è tenuto quale organo attraverso il quale alcuni competenti specialisti sono chiamati ad affiancare e orientare le direttive ministeriali, ma piuttosto come strumento per avallare e coprire decisioni già prese, spesso provocate da pressioni che possono dirsi politiche solo nel senso deteriore del termine, cioè del tutto particolaristico e clientelistico». È ancora così: e se quelle decisioni rappresentano un’apertura al revisionismo fascista, è il momento di dare l’allarme. Non lascio il posto di combattimento: lascio un Consiglio Superiore reso inutile, ma resto nel Comitato tecnico scientifico delle Belle Arti, presidio di tutela dell’interesse generale.

In Assemblea Costituente, Concetto Marchesi spiegò quale fosse la colpa degli intellettuali fattisi zona grigia intorno all’avanzata del fascismo: «Perché è avvenuto tutto questo? Per mancanza di capacità e di cultura? No: per mancanza di coscienza civile. È avvenuto [...] perché si trattava di una scienza, di una cultura, di un’arte interessata, e quindi destinata a volgersi verso tutti gli approdi sotto la spinta di ogni vento». Per la piccola parte che dipende da me, la storia non deve ripetersi.

Fonte

18/12/2017

Storia di Ordine Nuovo

Aldo Giannuli e Elia Rosati, Storia di Ordine Nuovo, Mimesis, Milano-Udine, pp. 240, € 18.00

Questo libro ha il valore di una testimonianza storica – rigorosa, fondata sullo studio di una ricca documentazione a cui Aldo Giannuli ha avuto accesso negli anni, in qualità di consulente della Commissione stragi, oltre che di diverse Procure impegnate in inchieste sul terrorismo nero. Ed è attraverso i documenti degli archivi di Stato che si cerca di raccontare la parabola di Ordine Nuovo, il gruppo che si è guadagnato la più fosca autorevolezza, nella storia del neofascismo italiano.

Quella di lasciar parlare le carte desecretate, custodite nei faldoni più oscuri della memoria repubblicana, non è una scelta arbitraria da parte degli autori: sta a significare che si può riscrivere la storia di quest’area, solo rileggendo in controluce la fitta trama dei suoi rapporti con istituzioni e apparati. Regimi stranieri, Ministero dell’Interno, Forze Armate, servizi di sicurezza: ON non fu mai davvero “infiltrata”, quanto consapevolmente e volontariamente organica a quei mondi. E se tra le sue fila si conteranno molti dirigenti a libro paga dei servizi – e diversi bombaroli e mercenari –, non sarà per caso, ma per coerenza alle ideologie, ai programmi e ai finanziatori del neofascismo italiano. Un capitolo finale viene dedicato alla Weltanschauung del gruppo, una formazione che vantava suggestioni iniziatico-militari, che amava descrivere se stessa come élite politica, che fu permeabile più di altri alle influenza evoliane e naziste. Ma il taglio e l’impostazione che vengono dati dagli autori a questo lavoro, non lascia spazio ad equivoci: ideologie, estetica e mitologia, vengono “dopo” – non sono l’essenza o la chiave per rileggere una storia sporca e complessa, che si colloca dentro la contesa geopolitica di quei decenni, più che nel regno dello Spirito.

La storia di ON comincia nel 1956, con la scissione di una ottantina di quadri dal MSI, partito che Michelini guida fermamente puntando a rafforzare un orientamento filo-atlantico e una prospettiva di inserimento della destra dentro i giochi politici. I fuoriusciti, guidati dal giovane Pino Rauti, si oppongono alla leadership missina che considerano garante di una “deriva moderata”: nasce così il Centro Studi Ordine Nuovo. In patria il nuovo gruppo gode di poco seguito – i micheliniani reggono alla scissione – e, almeno fino al 1959, anche di scarse risorse. Gli ordinovisti hanno però solida fama di coerenza ideologica e questo permette loro di coltivare i rapporti con Evola e con il milieu nazifascista europeo. Sarà proprio grazie alle relazioni con l’Internazionale Nera – in particolare con Jeune Europe e con l’OAS francese – che ON comincia ad accreditarsi verso le alte sfere dell’anticomunismo internazionale: «Il salto di qualità nella storia di ON sarà rappresentato, infatti, proprio dalla collaborazione con l’OAS, per conto del quale il gruppo italiano svolgerà azioni terroristiche, traffico di armi ed altro» (p.12). E questi rapporti internazionali apriranno porte importanti anche in Patria: «Fu in questo modo che un gruppo di dirigenti e fiancheggiatori del gruppo Giannettini-Ragno e lo stesso Rauti, entrò in contatto con il capo di Stato Maggiore Gen. Aloja che li introduceva, fra il 1961 e il 1964, nel Sifar» (pag.12)

È in questa fase, con l’inserimento nel traffico d’armi internazionali e con le relazioni sempre più strette con apparati di Stato e le FFAA, che ON comincia anche ad articolare la sua struttura, dotandosi di solide branche militari, con organizzazioni parallele finanziate e protette. Sarà nel rapporto con la Spagna franchista, che ON rafforzerà il suo apparato logistico ed ideologico. Un breve richiamo storico risulta utile: il salazarismo a Lisbona, il franchismo a Madrid e, più tardi, il regime dei colonnelli ad Atene, costituiscono in quei decenni una cintura fascista che stringe al cuore il Mediterraneo. L’Italia è circondata e influenzata da questa rete di forze sovranazionali che rappresentano anche il fronte sud-occidentale, della guerra ideologica e politica al blocco socialista e al movimento operaio. Al neo fascismo italiano basta attraversare un paio di frontiere o un tratto di mare, per trovare protezioni, rifugi, armi e risorse. Sono i servizi segreti – soprattutto spagnoli – a prendersi in carico questa missione di raccordo europeo delle forze anticomuniste: «I rapporti fra ON ed i servizi spagnoli non furono una casualità, ma la conseguenza logica dell’attenzione degli spagnoli per tutto quello che si muoveva sul terreno della “controinsorgenza” e della loro riconosciuta competenza in proposito» (p. 24).

La Spagna quindi, come laboratorio controrivoluzionario che fin dagli anni ’30, fornisce indicazioni preziose per ogni azione di contrasto alle forze popolari e che dal 1940 punisce il crimine di “attività comuniste” (legge rimasta in auge fino al 1977): «La guerra civile spagnola anticipò diverse soluzioni che si riproporranno nei piani di controinsorgenza degli anni 60. Infatti, nei ristretti ambienti dell’intelligence occidentale e di qui ai settori politici che avevano accesso alle loro informazioni – gli spagnoli godevano di grande considerazione in materia di guerra psicologica e guerra non ortodossa» (p. 24).

Ma in patria, il quadro dello scontro politico è altrettanto aspro che su scala internazionale. Il neocapitalismo e lo sviluppo industriale rafforzano il movimento operaio e danno al PCI un peso politico nella società italiana anche superiore a quello elettorale, pure ingente. È in questo quadro di rapporti assi torbidi, che si elaborano i progetti di Guerra Controrivoluzionaria, in cui ON fu lo snodo tra istituzioni e milizie civili: l’idea e i programmi operativi secondo cui la lotta contro il comunismo e il movimento operaio andava condotta non solo attraverso le dimensioni propriamente statuali e militari, ma anche sulla base dell’iniziativa armata dal basso. Da questo crogiuolo di suggestioni e progetti, nacquero la rete Stay Behind e i più misteriosi Nuclei difesa dello Stato, strutture in cui, quasi senza soluzione di continuità, militanti e dirigenti dell’estrema destra passarono da un livello all’altro, senza la minima remora ideologica:
In sostanza erano formati da persone che si erano tenute sempre in contatto con l’esercito, come ex sottufficiali, ex carabinieri, ex combattenti delle varie armi e costituivano piccoli plotoni che facevano addestramento anche con militari in servizio. Erano piccole unità capaci anche di essere indipendenti l’una dall’altra, secondo le tecniche di un certo tipo di difesa. Fra loro si conoscevano solo i capigruppo. L’esistenza di questa struttura in sostanza semiufficiale era pienamente nota alle autorità militari… Il suo fine era la difesa del territorio in caso di invasione e , se necessario, aveva anche compiti antinsurrezionali in caso di sommosse da parte dei comunisti. In sostanza queste strutture seguivano la linea ortodossa della Nato. Era sicuramente presente in Veneto in forze, in Alto Adige e in Valtellina, ove ad essa facevano riferimento le persone del gruppo Fumagalli… a Verona il responsabile… era il colonnello Spiazzi… La finalità della struttura era certamente quella di fare un colpo di Stato all’interno di una situazione che prevedeva attentati dimostrativi, preferibilmente senza vittime, al fine di spingere la popolazione a richiedere o ad accettare un governo forte. Ovviamente, in un attentato potevano esserci vittime casuali, ma questo, secondo chi dirigeva la struttura, era un prezzo che, in uno scontro così grosso per il nostro paese, si poteva pagare (deposizione di Carlo Di Gilio, p. 43)
Ordine Nuovo sarà la camera di compensazione in cui queste esigenze eversive troveranno spesso raccordo. Nello sforzo di rafforzare ed estendere questa intricata rete che teneva insieme militanza politica, presidio militare e servizi di sicurezza, l’attività degli ordinovisti fu infaticabile: nel libro ritorna spesso la memoria del famigerato Istituto Pollio, del quale Rauti e altri dirigenti di ON saranno tra i promotori. Ai dibattiti pubblici dell’Istituto, parteciperanno, seduti fianco a fianco, alte gerarchie delle Forze Armate, onorevoli missini, diversi direttori di quotidiani di area moderata, i vertici del Sifar, pezzi di Confindustria (generosi finanziatori, come l’armatore Costa). La campagna controinsurrezionale è già diventata il terreno comune che tiene insieme tutte queste forze. Come nella migliore tradizione italiana, però, le élite praticavano anche una guerra tra bande, dentro il fronte anticomunista, in particolare tra settori di Forze Armate più schierate e “interventiste”, rispetto alle effervescenze della società italiana; i comandi più prudentemente neutralisti e le strutture del Ministero dell’Interno – come il famigerato Ufficio Affari Riservati. Ordine Nuovo, e in particolare Pino Rauti, si alimentano di queste contraddizioni, tenendo sempre attiva una sequela di iniziative provocatorie, grandi e piccole.

Sul piano ideologico è nei primi anni 60 che dentro ON matura la svolta pienamente “occidentalista”. Ci si potrebbe chiedere, infatti: come potevano formazioni che celebravano il culto delle SS o delle “brigate nere”, zeppe di ex combattenti repubblichini e sature di retorica sul “riscatto della Patria tradita”, ritrovarsi solo pochi anni dopo, con tanta disinvoltura, a ricevere soldi e orientamento politico da parte degli ex nemici?
I movimenti fascisti e nazisti nati dopo il 1945, nella maggior parte dei casi, avevano mantenuto la contemporanea opposizione sia contro gli angloamericani che contro i sovietici… Già nella prima metà degli anni cinquanta, tuttavia, iniziava un avvicinamento tra neo-fascisti ed anticomunismo bianco. Infatti, per l’estrema destra si trattava di rompere l’accerchiamento, accettando realisticamente la sconfitta, per reinserirsi nel gioco politico. Per “l’anticomunismo bianco” la spinta veniva dal bisogno di recuperare un’area militante, disposta anche allo scontro fisico con le sinistre (p. 82)
Per potersi avvicinare agli Usa, si modificava lo statuto valoriale del neo-fascismo, si tralasciavano elementi fondanti della sua memoria di guerra, si costruiva una nuova ideologia “occidentalista”: «Per gli ideologici occidentalisti il contrasto fra occidente e comunismo non era da intendersi come confronto di natura sociale ed ideologica, ma come scontro fra modelli di civiltà irriducibili l’uno all’altro» (p. 87).

Da qui in avanti, ogni velleitaria terza via vagheggiata tra capitalismo e comunismo, ogni europeismo tradizionalista, ogni ostilità all’imperialismo americano, cessano di esistere o si limitano a esercitare solo funzioni di facciata, di agitazione, di collante ideale per le basi militanti: l’Occidente – inteso come concetto né geografico né meramente politico, ma come avamposto di civiltà contro i popoli gialli e neri, in pericolosa rivolta anticoloniale – sarà il bastione della destra radicale, in Italia e in Europa. Gli Usa e la Nato troveranno a loro disposizione una massa critica di uomini, armi, organizzazioni e quadri politici, da poter manovrare senza remore sullo scenario italiano.

Tra l’altro, dopo i fatti di Genova del luglio 60, la strategia micheliniana di approccio alla DC e di inserimento della destra italiana nel gioco politico, risulta ridimensionata. Ci si avvia alla stagione del centro sinistra. Gli apparati militari e le strutture di influenza americane in Italia entrano in fibrillazione. La critica “da destra” del Msi e la rottura rautiana con quel partito, non hanno più ragioni così forti da esibire. E del resto tra i gruppi come Ordine Nuovo e il Movimento Sociale Italiano, non si edificarono mai barriere e rigide divisioni: personalità, giornali, sedi, fonti di finanziamento, potevano attraversare labili confini di organizzazione o denominazione, continuando, più o meno, a praticare le medesime politiche (a differenza da quanto avvenne nel PCI che, già dopo il 68, eresse un muro invalicabile alla sua sinistra).

Nel 1969 Giorgio Almirante subentra al vecchio Michelini, deceduto per malattia:
con l’elezione di Almirante, la situazione mutava radicalmente ed il MSI registrava una improvvisa frustata attivistica. Già dopo pochi giorni l’elezione, Almirante, in concomitanza con la scissione socialista e con la crisi di governo, chiamava la destra alla mobilitazione di piazza… La creazione di una piazza di destra, è il primo necessario presupposto per calamitare anche i consensi di quel ceto medio impaurito dalla mobilitazione sindacale dell’autunno caldo e pronto a voltare le spalle a DC e PLI in favore di un più deciso antagonista della sinistra (p. 103).
In considerazione di questa svolta missina, la tentazione di rientrare nel MSI diventa, anche dentro ON, più pressante. La contestazione giovanile e l’autunno operaio rappresentano una scossa per la destra italiana. Tra l’altro ON, nonostante i suoi finanziatori internazionali, continua ad avere accesso a risorse troppo limitate; l’ultima velleità di trasformarsi in vero e proprio partito nazionale, è affidata a Confindustria:
Così nella primavera del 1966 ON cercava di risolvere definitivamente i suoi problemi incontrandosi con il Presidente di Confindustria. E, infatti, nel settembre di quell’anno, uno speranzoso Rauti annunciava al direttorio dell’organizzazione: i problemi finanziari di Ordine Nuovo potranno essere totalmente risolti alla fine del corrente anno o nei primi mesi del 1967 dato che sono attualmente ben avviati, con prospettive di soluzioni favorevoli, numerosi contatti e trattative con ambienti industriali italiani (p. 104).
Trattative che evidentemente non andarono nella direzione sperata. Nell’autunno del 1969 la maggioranza di ON decide il rientro alla casa madre missina. Si dice che Rauti, perorando questa decisione nel dibattito interno al gruppo dirigente ordinovista, parlasse della necessita di “aprire l’ombrello”: il partito di Almirante offriva un riparo e qualche margine di copertura politica, davanti alla durissima stagione delle stragi e dello scontro sociale che si andava ad aprire nel paese. La maggior parte del radicalismo neofascista rientrò, più o meno ufficialmente, nel MSI e questo rafforzava anche il partito e quella “destra di piazza” a cui spetterà il compito di contrastare nei territori, nei luoghi di lavoro e nelle strade, l’iniziativa di classe:
la nuova politica musclè dell’MSI almirantiano, trovava calorosi apprezzamenti nel mondo imprenditoriale scosso dalla virulenza dell’autunno sindacale. E così, le esangui casse del’MSI iniziarono ben presto a rifiorire grazie alle cospicue donazioni dell’Assolombarda ma anche dei grandi enti di Stato quali l’Iri e l’Eni, pur se a prezzo di qualche risentimento da parte di amici tradizionali del partito, come i petrolieri privati. D’altro canto, Almirante saprà giocare molto spregiudicatamente tra vecchi e nuovi sostenitori, fra capitale pubblico e privato, trovando fertile occasione di inserimento nelle vicende della Montedison, Bastogi e Sir. Requisito essenziale della fortunata ricetta almirantiana, restava il sapiente dosaggio tra manganello e doppiopetto – secondo una espressione coerente del tempo (p. 125).
Il Centro Studi Ordine Nuovo cessa di esistere, Rauti diventa un onorevole missino e solo una fronda minoritaria persiste nell’extraparlamentarismo, appellandosi come Movimento Politico Ordine Nuovo – vicende convulse tra aree che si sovrapponevano, cooperavano, si facevano concorrenza, sempre all’ombra dei poteri forti che ne garantivano l’agibilità politica e il supporto finanziario a cui contribuiva, ancora fino alla metà dei settanta, il traffico d’armi internazionale:
Come si sa, la produzione e il commercio di delle armi sono sempre assoggettati a particolari misure di sorveglianza:… L’attività di compravendita è soggetta ad una complessa serie di autorizzazioni e controlli cui non restano certo estranei i servizi di sicurezza. È dunque inevitabile che, svolgendo intermediazione in quel settore, si venga in contatto con gli apparati di intelligence e questo rimanda ad un’altra caratteristica della storia di ON: il costante rapporto con i servizi segreti e l’altissimo numero di collaboratori, informatori e confidenti più o meno occasionali presenti tanto nel gruppo dirigente nazionale, quanto nelle sedi locali e nell’ambiente più prossimo (p. 143).
Un paragrafo a parte merita Franco Freda, figura di riferimento (ancora oggi) del milieu nazifascista. Non un militante di Ordine Nuovo, in senso stretto, ma sicuramente molto vicino ai suoi vertici. Nel 2005 una sentenza della Cassazione stabilirà definitivamente la responsabilità di Freda in ordine alla strage milanese, organizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’ambito di Ordine Nuovo, capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura» (entrambi non perseguibili perché già processati e assolti per lo stesso reato). Anche qui, grande “mobilita’” delle sigle e delle appartenenze, ma ferrea unità nel perseguire la via della “Guerra controrivoluzionaria” di cui la strategia della tensione fu il capitolo propriamente italiano.

Con il 12 dicembre 1969 si comincia a sgranare il rosario dello stragismo, nel quale l’ambiente di Ordine Nuovo – formalmente disciolto ma assolutamente operativo nella guerra sporca lanciata contro le sinistre – si distinguerà senza remore: sono ordinovisti gli autori della strage di Peteano del maggio 72; è vicinissimo ad ON il gruppo milanese della Fenice, coinvolto in più di un attentato; ebbe rapporti con ON anche Bertoli, sedicente anarchico, attentatore alla questura di Milano; è ordinovista Carlo Maria Maggi, condannato in via definitiva per la strage di Brescia.

Le vicende successive alla confluenza di ON dentro il Msi, alla creazione del MPON e infine alla nascita di Ordine Nero, raccontano la solita trama di sigle, scioglimenti e autoscioglimenti – rapporti da retrobottega da cui viene forte odore di zolfo, caserme e nitroglicerina. La caduta del Muro di Berlino e la sconfitta di parte operaia che, tra gli ’80 e i ’90, disegna nuovi equilibri in Italia e in Europa, vedono l’estrema destra cambiare e adattarsi alla mutevolezza dei tempi. Anche il mondo degli “apparati riservati” riadatta le sue funzioni, in epoca post-guerra fredda.

In mezzo a questi terremoti, Pino Rauti sopravvive come una salamandra, collezionando rinvii a giudizi e schivando sentenze. Faro morale della destra sociale, diventerà anche segretario del MSI nel 1990, cercando di promuoverne una improbabile svolta movimentista. Ma la strada dei missini, alla fine del secolo, si presenta decisamente in discesa: basta attendere il passaggio del cadavere della prima Repubblica, un paio d’anni dopo, per cominciare a prepararsi all’ingresso nella stanza dei bottoni. Molto personale politico passato da Ordine Nuovo si ritroverà a sedere nel Parlamento della seconda Repubblica, così come fu per la prima.

La parte finale del volume, a cura di Elia Rosati, si occupa del variegato bagaglio di suggestioni filosofiche e ideologiche che ON porterà in dote al dibattito dentro la destra italiana. Si ricorda la tensione ideale verso Evola e il nazionalsocialismo, la continuità con la memoria repubblichina (che pure Evola non esaltava), l’idea di Europa e Tradizione, contrapposte alla modernità decadente nelle sue due varianti – quella yankee e quella bolscevica. Tutto materiale interessante, ma collocato nel libro in una posizione indiscutibilmente “da appendice”: come a dire, nella vicenda di Ordine Nuovo, l’essenza della storia va cercata nel suo essere consapevole strumento del terrorismo di Stato. La mitopoiesi del “soldato politico” in lotta contro la “barbarie materialista”, è parte di una narrazione precocemente usurata: mai come nella destra radicale italiana idealità e prassi si scindono brutalmente e le ragioni del neo-fascismo si piegheranno docilmente alle esigenze di realpolitik dei mandanti e dei finanziatori – lasciando dietro di sé libri bislacchi, documenti pomposi, declamazioni di “sovversivismo esistenziale” e una gran massa di documentazione compromettente, a cui Aldo Giannulli ha avuto il merito di attingere con metodo e pazienza.

Si discute molto, oggi, di una presunta rinascita dell’estrema destra. Troppo complesso affrontare in questa sede la questione – e ovviamente, il libro non se ne occupa. Di fascisti in giro, in questo paese, ce ne sono sempre stati tanti. Diciamo che quelli all’opera oggi sembrano piuttosto cambiati: anziché “cavalcare la tigre” preferiscono cavalcare la protesta contro i campi rom, un po’ più agevole ed elettoralmente redditizia, rispetto alla titanica “lotta alla Modernità”. Giri vorticosi di società, merchandising, corsa ai talk show. A vederli tutti compunti a raccogliere firme contro un centro di prima accoglienza, mettono un po’ di tristezza: confermano una sorta di generale ridimensionamento delle velleità ideologiche – anche delle più ignobili –, tipica di questi tempi grami. Se questi tardi epigoni cominciassero a leggere libri come questo, forse conoscerebbero meglio le radici – marce – della storia che pretendono di rappresentare e reiterare oggi.

Mentre chiudo queste brevi note, le agenzie internazionali diffondono una notizia inquietante: l’Imam di Ripoll, Abdelbaky Es Satty, indicato come mente e organizzatore del nucleo jhiadista autore della strage di Barcellona, era ufficialmente in rapporto con i servizi segreti di Madrid. Non è il primo e non sarà l’ultimo, di quel mondo. L’impressione è di una tremenda coazione a ripetere. Pur nel profondo cambiamento di forze e contesti, mercenari, imbecilli e infiltrati, continuano a rappresentare un’arma persistente ed inossidabile della scontro geo-politico in atto. E i corpi delle persone comuni, diventano, di regola, terreno di battaglia: una storia che noi in Italia conosciamo bene.

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16/08/2017

Il Pd celebra il fascista Pino Rauti intitolandogli una via

L’assessore del Comune di Cardinale, Umberto Marra, del Partito democratico, ha deciso di intitolare una via del paese a Pino Rauti. Chi è?, si chiederanno i più giovani... Niente di che, appena il fondatore del Centro studi Ordine Nuovo (da cui originò il gruppo neonazista italiano autore di numerosi attentati, in proprio o in collaborazione con i servizi segreti), rimasto sempre nel Movimento Sociale Italiano, diventandone per un breve periodo anche il segretario generale prima dell’avvento di Gianfranco Fini e della “svolta di Fiuggi”.

Ma come... un assessore del Pd, partito che finge di fare dell’antifascismo da operetta rimproverando Tizio, Caio e Sempronio, salvo intrattenere rapporti intensi con CasaPound quando torna utile (vedi qui, qui e qui)...

Va bene che a Cardinale, quel Pino Rauti lì, ci era nato; ma non sarebbe stato il caso di vergognarsene un po’ e dunque continuare a far finta di nulla (se non addirittura promuovere iniziative antifasciste per ripulire l’immagine del paese)?

A quanto pare, no. Questo paese ha dato i natali a un “puzzone”? Evviva il “puzzone”...

Qui di seguito la breve biografia politica di Rauti nella ricostruzione di Giulio Salierno, pubblicata da Mininum Fax e poi da Carmilla. Può essere utile per fronteggiare, in modo argomentato, qualche imbeccile del Pd che recita la parte dell’antifascista a giorni alterni.

*****

«Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie»: chi era davvero Pino Rauti

di Giulio Salierno*

Pubblichiamo, ringraziando l’editore Minimum Fax per l’autorizzazione, alcune pagine del fondamentale testo di Giulio Salierno Autobiografia di un picchiatore fascista [Minimum Fax, Roma 2008 (I ed. Einaudi, 1976), cap. 4, pp. 133-37 e 142-45: qui la scheda del libro, nelle quali l’autore, all’epoca dirigente giovanile della sezione Colle Oppio del MSI, racconta quali erano le tesi di Rauti sin dagli anni ’50.

Era ancora il turno delle sparate retoriche e fideistiche. Stavo per tornare di nuovo nel salone degli uffici quando vidi entrare in sezione Pino Rauti, il giovane leader della corrente spiritualista. Rimasi sorpreso. Non speravo che al dibattito potesse prender parte un uomo del suo calibro. Mi misi seduto in prima fila. Non volevo perdere neppure una parola del suo intervento.

Alto, magro, ascetico, Pino Rauti si muoveva con passi lenti, misurati. Sembrava indifferente alla curiosità che destava. Mi ricordava un gesuita.

Si accostò al tavolo della presidenza, chiese la parola e si sedette in attesa che gliela dessero. La sala si riempì di gente. La sua presenza aveva richiamato tutti quelli che prima, per sfuggire alla noia, si erano cacciati negli uffici. L’oratore di turno abbreviò il suo intervento per cedere subito il microfono a Rauti.

Il capo degli evoliani inforcò gli occhiali e cominciò a parlare a voce secca, distinta, e dopo un breve cappello d’obbligo entrò immediatamente nel merito della discussione:

«Presentarci come pecore all’opinione pubblica è un nonsenso. Significa raccogliere gli applausi di una massa di gente che, alle prossime elezioni politiche, preferirà la DC a noi proprio perché ci considererà deboli, inadatti a fronteggiare i comunisti e per di più sospetti per il nostro passato. Io non credo alle elezioni, non credo ai partiti, e non credo che il Parlamento rappresenti la nazione. Sono, quindi, convinto che dobbiamo mutare tattica e strategia se vogliamo contare qualcosa nel nostro paese. Dobbiamo essere lupi e farci conoscere come tali. Fingerci pecore equivale non solo a esserlo, ma – e lo dico per gli ammalati di parlamentarismo – significa anche impossibilità di raggiungere rilevanti risultati elettorali. Crede la direzione, piegando il ginocchio, di trasformare il MSI, agli occhi degli altri partiti, nel figliol prodigo a cui si spalancano le braccia per accoglierlo? Illusione, follia o forse... tradimento».

L’assemblea ascoltava con attenzione. Le tesi di Rauti non erano condivise dalla maggioranza dei presenti. Erano però apprezzate per le critiche radicali che esprimevano nei confronti della direzione e per i suggerimenti tattici e strategici che contenevano.

«Non possiamo sperare», continuava Rauti, «di poter ripetere ciò che Mussolini fece nel 1922. Malgrado i legami esistenti e quelli che si potrebbero incrementare con l’apparato statale, la polizia e l’esercito, non è ugualmente possibile effettuare un colpo di stato o un’insurrezione di destra tout court. Nel paese è in atto una guerra civile scatenata dalla sinistra, una guerra civile che i comunisti conducono in modo nuovo: con la forza della parola, della propaganda, dell’infiltrazione negli organismi dirigenti dello stato. Noi non possiamo e non dobbiamo batterci sul terreno di lotta scelto dall’avversario. Possiamo e dobbiamo, invece, smascherarne il gioco, costringerlo a uscire allo scoperto. Obbligare la sinistra, e in particolare i comunisti, a scegliere tra insurrezione o resa è il nodo di fondo della politica italiana. I comunisti sanno che la via diretta, quella del fucile per intenderci, sarebbe la loro rovina; dobbiamo obbligarli a percorrerla o a emarginarsi nel ghetto politico dell’isolamento e della debolezza. Solo così noi possiamo diventare l’arco di volta della lotta contro il comunismo e, per batterlo, ottenere gli appoggi internazionali necessari per conquistare il potere. Il punto è come arrivarci».

Parlò a lungo della strategia da seguire. Esponeva i concetti in modo suasivo, eppure sfumato, indiretto, mediato. Voleva essere certo che l’assemblea lo capisse, ma temeva anche di prestare il fianco ad accuse precise: una cautela dettata dalla necessità. In parole povere, la strategia da lui sostenuta avrebbe dovuto cominciare ad articolarsi nei seguenti capisaldi fondamentali:

a) Tattica diretta. Dall’aggressione fisica ai militanti della sinistra a uno stillicidio di provocazioni: una bottiglia di benzina qui, un manifesto strappato là, una bomba qui, una scazzottata là. E ciò allo scopo di far saltare i nervi all’avversario, trascinandolo alla rissa. A forza di ricevere provocazioni, in un crescendo sempre più galoppante, i comunisti avrebbero ceduto. Non avrebbero sopportato il disagio: si sarebbero esasperati e avrebbero reagito, o sarebbero riusciti a stare calmi e buoni, perdendo credito di fronte alla classe operaia.

b) Tattica indiretta. Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie. L’opinione pubblica, sempre scontenta e avida di tranquillità, si sarebbe indignata e avrebbe invocato l’ordine senza curarsi da quale parte sarebbe venuto.

c) Esercito. Dimostrargli la necessità-indispensabilità di assolvere al proprio ruolo storico di difensore e custode dei destini e dell’avvenire della patria, inducendolo a gettare il peso determinante della propria forza e organizzazione nella lotta politica.

d) Legami internazionali. Creare una rete europea e mondiale di organismi, giornali, gruppi di pressione della destra estrema; entrare in contatto con i governi e i servizi statali stranieri interessati a impedire l’ascesa dei comunisti al potere nel nostro paese.

e) Indirizzo economico. Non suggerire ai potentati capitalistici mirabolanti soluzioni economiche, ma convincerli ad appoggiare un governo di estrema destra come unica e reale, anche se forse poco gradita, soluzione in difesa dei propri interessi.

f) Istituzioni. Stabilire solidi rapporti di amicizia e se possibile di affari con gli uomini chiave di tutte le istituzioni in cui fosse stato possibile infiltrarsi.

g) Chiesa. Farle capire in modo discreto che il suo futuro era legato al consolidamento di un vero regime di destra in Italia, mentre la DC poteva garantirgli solo il presente.

Questi erano i punti che si coglievano, dietro la maschera delle parole, nel discorso di Rauti, e sui quali, si capiva, dovevamo far leva per cementare intorno alla destra le istituzioni e la maggioranza della popolazione e costringere la sinistra a perdere senza battersi o uscire allo scoperto per essere vinta dall’esercito.

«Dobbiamo avere il coraggio di affermare», proseguì poi Rauti, passando dalle proposte politiche alle critiche di principio, «che noi consideriamo l’economia e tutto ciò che a essa è inerente – salari, stipendi, bisogni materiali – come un’appendice priva di valore dell’umanità. Noi dobbiamo porre sullo stesso piano sia la struttura capitalistica che quella socialistica. Al di là e al disopra dell’economia deve porsi un ordine di valori superiori, politici, spirituali, eroici; un ordine che non conosce e non concepisce classi economiche, e solo in funzione dello stesso possono definirsi le cose per le quali vale davvero vivere e morire».

[...]

Qualcuno tirò fuori dalla tasca un gesso e tracciò sull’asfalto un gigantesco fascio littorio. Rauti intervenne invitandolo a disegnare sì un fascio, ma quello della rsi. La differenza formale tra i due fasci è minima. Il littorio ha la scure sporgente a metà delle verghe annodate; in quello della Repubblica di Salò, invece, la scure è sulla cima, sopra alle verghe. A livello politico, però, la diversità è notevole. Per gli evoliani e i «socializzatori» il fascio littorio era, tutto sommato, il simbolo di un regime borghese e buffonesco, giustamente finito nella farsa del 25 luglio 1943. Con il suo richiamo, Rauti intendeva invitare il disegnatore al rispetto della correttezza ideologica.

«Voi “puri” siete peggio dei preti!», replicò l’improvvisato pittore, cui non andava giù di essere colto in fallo.

«Per noi», rispose Rauti, «il nazismo è una religione e la rivoluzione nazionalsocialista l’unico scopo della vita».

Intervennero tutti. Parlarono Aldo, Enzo, Mario e la discussione si fece aspra e accesa. Il dibattito di poco prima in sezione ci servì da stimolo. Fu uno scontro verbale tra attivisti. Niente pistolotti oratori. Il «leader» degli spiritualisti era abilissimo e politicamente lucido. Le sue tesi chiare e affascinanti.

«Dobbiamo metterci in testa», disse a un certo punto, «che siamo in guerra contro questo sistema. E come in guerra, il piano generale delle operazioni deve essere stabilito studiando, conducendo e coordinando le differenti azioni sui singoli fronti, adeguandole e dosandole per le diverse situazioni, alternando le une alle altre nei periodi “caldi” o “freddi”, a seconda della situazione strategica generale».

«Delineata la struttura d’attacco», proseguì Rauti, «occorre preparare gli uomini, gli organismi, i mezzi. Ci sono due settori a cui bisogna porre una cura particolare: quello relativo alla fase di propaganda e infiltrazione, e quello, invece, relativo all’ultima fase, quella dell’azione. Quest’ultima, però, interviene in un tempo successivo e difficile da stabilirsi in anticipo».

L’analisi di Rauti fu minuziosissima: passò dalla validità dei riflessi condizionati come forma di propaganda all’eventuale utilizzo di elementi fuoriusciti opportunamente indottrinati. Costoro possono rientrare in Italia per svolgere i compiti loro affidati, può trattarsi al limite di costituire un partito o di trasformarne uno esistente; oppure di creare organismi camuffati di fiancheggiamento o infiltrazione diretta negli organi dello stato.

Il capo degli «evoliani» parlò ancora dei mezzi di propaganda, sviscerando il concetto di irrazionalità e sostenendo la necessità di azioni che facessero leva su elementi irrazionali e inconsci. Spiegò la necessità di servirsi di slogan, simboli e miti e soprattutto di evocare come mito un’idea-forza. «Non è necessario», affermò, «che il mito sia giusto, bello, morale o vero: basta che colpisca, sia convincente e verosimile. Convincente non sul piano razionale, ma su quello emotivo e inconscio. Deve colpire, e colpire forte: magari allo stomaco. Colpire per la sua incisività, e quando questa venga a mancare, colpire per qualche particolare trovata a effetto».

Non avevo obiezioni da formulare dal punto di vista tecnico. Avevo avuto modo di constatare nella prassi la giustezza delle sue osservazioni. Anche in questioni futili o banali.

«La guerra rivoluzionaria», continuava a spiegare Rauti, «deve estendersi a macchia d’olio, penetrare negli ambienti più consistenti e influenti della vita del paese. Allargandosi, l’infiltrazione s’impadronisce di organi a carattere nazionale. Di solito si inizia con la stampa. Dobbiamo sfruttare l’aiuto diretto o indiretto di certe istituzioni chiave dell’apparato statale e quello di alcuni servizi stranieri per arrecare, col concorso di plurime e diverse attività clandestine e pubbliche, il maggior danno possibile ai nostri avversari, intaccandoli nell’apparato organizzativo, nella capacità di risposta a un’offesa esterna, nel morale e soprattutto nelle alleanze che hanno con gli altri settori della popolazione. Solo così gli attentati, le bombe, acquistano peso politico. La dinamite e la rivoltella devono diventare immagini, pubblicità subliminale. Il loro ruolo effettivo deve essere quello di agire a livello dell’emotività individuale e collettiva. Opporre alla ragione le istanze del profondo della psiche umana».

Aldo e Mario erano quelli che sollevavano le maggiori obiezioni. Aldo soprattutto insisteva sul perché dell’azione. «Sono d’accordo», gli disse, «che il colpo di stato è un piatto che va servito caldo, e io stesso odio l’abito borghese e amo e credo solo nella tuta mimetica, ma voglio sapere a vantaggio di chi e per conto di chi debbo uccidere o farmi uccidere».

La discussione proseguì per molto tempo e la chiuse Rauti, nel momento in cui ci separammo per andarcene a letto, dicendoci: «L’Europa deve riprendere la vocazione di sempre, la vocazione che ispira le grandi idee. Gli europei considerano oggi i loro problemi non in rapporto alle questioni politiche sul tavolo, ma secondo i riflessi del Patto Atlantico e del Patto di Varsavia. Così noi europei stiamo alla finestra di fronte a tutti i grandi problemi, tra cui in Italia, e non solo in Italia, c’è in prima fila quello del comunismo. E dal modo con cui noi lotteremo contro il comunismo si deciderà la sorte non solo del nostro paese, ma del continente. Il marxismo attualmente è in espansione. Ma se noi sapremo finalmente aprire gli occhi sulla guerra rivoluzionaria, se sapremo reagire in misura adeguata, allora e soltanto allora potremo riprenderci e vincere».

* (c) minimum fax 2008, tutti i diritti riservati

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23/07/2015

Lo stragismo è di Stato


Quarantuno anni sono sempre troppi, per avere una sentenza su una strage che ha fatto 8 morti e 102 feriti. Se poi questa arriva a sancire quel che già si sapeva, a carico di due persone già indagate, processate e incredibilmente assolte, è necessario concluderne che lo Stato – in prima persona e ai massimi livelli – ha fatto di tutto per far arrivare questa sentenza fuori tempo massimo, nella speranza che tutti gli imputati passassero a miglior vita.

Invece ne erano rimasti due. Maurizio Tramonte, all'epoca della strage di Brescia appena 21enne, ma già fascista militante e informatore dei servizi segreti, e Carlo Maria Maggi, 81 enne medico veneto, a suo tempo “ispettore politico” di Ordine Nuovo.

Scomparso invece il “pentito”, quel Mario Digilio che confezionò personalmente quasi tutte le bombe delle stragi di stato degli anni '70, da Piazza Fontana in poi, fascista e agente dei servizi segreti italiani e statunitensi (dipendeva dal comando Nato-Ftase di Verona), che vuotò il sacco solo quando scoprì d'essere ormai in punto di morte.

Morto anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo e poi segretario del Movimento Sociale Italiano, appena prima che Gianfranco Fini promuovesse la “svolta di Fiuggi”. Ma aveva fatto in tempo ad essere assolto, come Franco Freda e Giovanni Ventura, poi scomparso in Argentina. Morto il generale dei carabinieri Francesco Delfino, poi dirigente del Sismi, naturalmente assolto per aver lungamente depistato le indagini sulla strage (dov'era in servizio nel 1974). E' invece ancora vivo Delfo Zorzi, autore materiale della strage di Piazza Fontana, ma assolto per quella come per Brescia, fatto rifugiare in Giappone, dove ha fatto successo come imprenditore, col nome di Hagen Roi, senza che ne sia mai stata chiesta l'estradizione.

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma ci basta rinviare alla sterminata documentazione esistente in materia, quasi interamente ascrivibile alle contro inchieste del movimento rivoluzionario di quegli anni, riprese e trasformate in indagini dal giudice Guido Salvini.

Dopo tanto tempo, non ci sono parole che non siano state dette.

Questo Stato, quello di allora in perfetta continuità con quello di oggi, ha ordinato stragi, le ha fatte eseguire a gruppetti di fascisti quasi sempre arruolati come “informatori”, infiltrati o semplici agenti dei servizi di intelligence. Questo Stato ha poi protetto – a volte goffamente, come avviene a chi si sente troppo potente per curarsi di non lasciare troppe tracce nei reati che commette – gli autori delle stragi depistando le non molte indagini che puntavano a scoprire gli assassini. Questo Stato ha protetto i depistatori, consentendo loro notevoli carriere, secondo il classico schema dell'esecutore che ha molto da dire sul proprio mandante.

Si potrà dire che questo era il frutto della “guerra fredda”, del mondo diviso in due in cui non poteva proprio accadere che un paese chiave della Nato – e viceversa, del Patto di Varsavia – fosse governato da forze politiche non perfettamente allineate con la superpotenza di riferimento.

Ma non si può dire che ora vigono altre regole. Cambiano gli strumenti, forse. Anche in considerazione dell'assoluta minorità delle soggettività comuniste e rivoluzionarie.

E allora una sentenza che arriva così clamorosamente fuori tempo, che non serve più a punire nessuno, può servire a molti scopi meno nobili della scrittura della verità storica. A partire dalla patina di belletto che certamente il potere sta provando a stendere sulle sue rughe più orrende.

E invece sarebbe importante che questa verità giudiziaria, solo oggi giunta a conferma della verità storica, servisse da stimolo, per un paese disorientato, per fare il punto seriamente sul proprio recente passato. Ovvero dal dopoguerra a oggi.

Possiamo però star certi – e ce lo dimostrano le prime pagine dei giornali di oggi, compreso addirittura il manifesto – che così non sarà. La struttura infame del potere italico si vede proprio da queste cose...

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05/11/2012

Sulla morte di Pino Rauti

E’ uso rammaricarsi della morte di un avversario politico riconoscendone cavallerescamente i meriti e le virtù. Non è questo il caso. Non scriviamo della morte di Rauti per ricordare la grande mente politica di cui alcuni parlano (e di cui noi non riusciamo a trovare traccia) o per dire che ci mancherà… Non ci mancherà affatto. Piuttosto ci sembra il caso di scriverne per registrare il grande difetto di memoria di questo paese e lo scarso professionismo di tanti giornalisti. Una rapida rassegna di alcune delle principali sciocchezze che è possibile leggere in questi giorni. Addio a Rauti segretario “storico” del Msi: in realtà Rauti fu segretario del Msi per meno di due anni, fra il 1990 ed il 1991. I segretari “storici” del partito furono Arturo Michelini e Giorgio Almirante.
Addio a Rauti “Fascista di sinistra” : quando mai? La “sinistra” del partito erano gli almirantiani, al contrario il gruppo di Rauti si collocò sempre all’estrema destra del partito, mostrando spiccate simpatie per le teorie aristocratiche di Evola e del Nuovo Ordine nazista. Questa sciocchezza è presa pari pari da Wikipedia.
Rauti nemico-rivale di Almirante: cosa solo parzialmente vera, perché i rapporti fra i due furono diversi nel tempo. Nel congresso del 1956 il gruppo rautiano (precedentemente schierato con Romualdi) votò per Almirante contro Michelini. Poi ci fu la scissione che durò 13 anni durante i quali i rapporti fra i due si interruppero. Poi nel 1969 fu proprio Almirante a pilotare il rientro di Ordine Nuovo nel Msi ed a nominare Rauti vice segretario del partito. Sino alla fine degli anni settanta i due filarono abbastanza d’amore e d’accordo isolando tanto Romualdi quanto gli ex micheliniani che avrebbero formato Democrazia Nazionale. I dissensi giunsero fra gli ultimissimi anni settanta ed i primi ottanta e videro i due contrapposti sino alla morte di Almirante.
Rauti storico fondatore del Msi: altra bestialità, visto che nel Natale del 1946, quando il Msi venne fondato nello studio di Arturo Michelini, Rauti era un ragazzino di 20 anni ed, ovviamente, non aveva alcuna influenza.
Casini ha definito Rauti “Uomo coraggioso” ma ci sembra più appropriata la definizione che ne dette l’on. Staiti di Cuddia che lo conobbe bene: “Un rivoluzionario con la maglia di lana”.
Il consiglio comunale di Roma gli ha tributato un minuto di silenzio ed un lungo applauso: avremmo gradito leggere che i consiglieri di sinistra avessero abbandonato l’aula per non unirsi all’uno ed all’altro. Ma non sembra che ciò sia successo.

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04/11/2012

Bandiera nera


Dedicato alla dipartita di Pino Rauti.
Senza di lui, l'Italia sarebbe stata sicuramente un paese migliore.

03/11/2012

Rauti, Grillo, Di Pietro, Ikea Piacenza. La tv che si scatena

Ore 19,00 di venerdì. Prima edizione serale di Sky Tg 24. Ospite principale: Francesco Storace. Oggetto principale della conversazione con la giornalista in studio: il profilo umano (sic) e politico di Pino Rauti. La domanda più critica e impegnativa della giornalista: “Quanto è stato importante Rauti nella storia della destra italiana?”. Storace risponde bonariamente come se si parlasse di un sereno pensatore lontano dalle vicende mondane. E si che Rauti uscito dal Msi, perchè considerato un partito morbido, per fondare Ordine Nuovo non è stato un politico qualsiasi. E’ stato interno alla guerriglia scatenata dai neofascisti in Italia subito dopo la seconda guerra mondiale, all’internazionale nera per almeno un trentennio e stratega dichiarato della guerriglia anticomunista nel paese (relatore al famoso convegno sulla guerriglia nera in Italia, organizzato da fascisti e militari, del maggio 1965 considerato la madre di tutte le trame di destra del decennio successivo). Inquisito inoltre per le stragi di Piazza Fontana e piazza della Loggia. Ma tra lo studiato, pacioso conversare nazionalpopolare di Storace e le pillole di notizie di Sky, tutto questo o viene diluito fino ad essere incomprensibile o addirittura scompare. Nessuno protesterà. Tanto per il centrosinistra i fascisti sono quelli che contestano la Fornero, i “black bloc”, chiunque stia a sinistra. Quando si fa propaganda per i fascisti veri, e su un canale molto seguito, tutto tace.

Cambio di canale: ore 19,30, rete All News della Rai. Oggetto: Grillo candida Di Pietro a presidente della repubblica. Notizia data a questo modo: i grillini sono spaccati sull’argomento, l’Idv è sull’orlo della scissione. Si suggerisce: la mossa di Grillo o è strumentale o disperata. Per commentare la notizia si intervista un editorialista del Corriere, Massimo Franco, che non manca di considerare per mezzo servizio quanto sia becero Di Pietro. A questo punto viene data notizia della dichiarazione di Bersani sull’argomento “Di Pietro candidato non fa bene al paese”. Siamo alla propaganda piena e nemmeno di quella fine. Per farlo capire facciamo l’esercizio contrario: immaginiamo che Bersani candidi Montezemolo presidente della Repubblica. E magari che il servizio pubblico All News della Rai rappresenti un Pd lacerato e l’Udc pronta alla scissione sul nome. Poi viene magari intervistato un giornalista del Manifesto che dice “Bersani è sempre stato un servo della Bce”. Infine montato commento di Ferrero: “Montezemolo candidato non fa bene al paese”. A quel punto Rainews farebbe servizio pubblico o propaganda? Ci siamo già capiti.

Ore 20,00. Tg7. Servizio sulle cariche ai lavoratori dell’Ikea di Piacenza. Le immagini, rispetto a foto e filmati che circolano su youtube sono abbastanza, diciamo, contenute. Nel servizio appare il sindaco piddino di Piacenza che cerca di mediare le ragioni degli scioperanti con quelle dei crumiri. E’ evidente che nel servizio de La7 il sindaco piddino appare come l’unico soggetto ragionevole. Il solito modo di prendere le parti dei crumiri e dell’azienda facendo finta di fare mediazione. E’ questo il modo di rappresentare uno sciopero? Ovviamente no. Anzi immaginiamo La7 che parla di questa vicenda come una vergogna inaccettabile proprio nella patria di Bersani, e alla vigilia delle primarie. Ma sono cose da immaginare e basta.

Ultimo frammento di una tv da tempo immemore unificata per temi e linguaggi. Ore 20.30 Tg1: intervista ad un reduce di El Alamein. In un'intervista ben pilotata, interrotta di volta in volta da immagini con voce fuori campo che narra gli episodi storici, la battaglia di El Alamein si trasforma da guerra coloniale in guerra per difendere l'onore della patria (da chi?) e i combattenti dell'esercito fascista diventano i futuri partigiani antifascisti. Avete sentito bene. Nessun accenno al fatto che esercito fascista e nazista erano in nordafrica a combattere una guerra contro gli inglesi in un contesto coloniale, cioè di aggressione a popoli terzi. Anzi, mentre scorrono le immagini la voce fuori campo racconta quasi di una guerra difensiva per difendere l'onore italiano. Torna l'ex combattente che respinge ogni accusa rispetto al fatto che stesse combattendo una guerra al fianco dei nazisti voluta dal regime fascista. E rilancia dicendo che molti di quei combattenti avrebbero partecipato poi alla caduta del fascismo una volta rientrati in Italia. I famosi partigiani di El Alamein. Ma il finale è ancora più bello. Dopo un lungo sospiro l'ex combattente ammette: "Combattavamo per valori come patria e famiglia che purtroppo oggi non sono sentiti come li sentivamo noi". Grazie di tutto, compagno partigiano di El Alamein.

La tv è, dunque, scatenata contro la memoria storica, contro i lavoratori e a favore di un modo di costruire notizie che salvaguardi quei 2-3 partiti che provano a spogliare il paese del poco che è rimasto. Il bello è che questo modo,  indisturbato, di produrre propaganda, pure di bassa qualità, viene chiamato libertà di informazione. Non a caso infatti, tutti questi media hanno adottato Sallusti nella battaglia a favore della libertà di espressione. Ognuno, del resto, ha i campioni che si sceglie. E che si merita.

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