Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/04/2023
Il fascismo attuale di Giorgia Meloni
Giorgia Meloni ha usato una pagina intera dal primo quotidiano suo sostenitore, il Corriere della Sera, per celebrare il 25 aprile. Ed è riuscita a produrre un fiume di parole senza mai nominare Resistenza e Antifascismo.
Anzi per lei il 25 aprile segna la fine della “Guerra Civile”, che avrebbe diviso nell’odio le famiglie e che poi sarebbe continuata con le vendette partigiane e le foibe.
Per Meloni il MSI del nazifascista Almirante è stato fondamentale per portare alla democrazia milioni di di persone che credevano nel fascismo. E la Costituzione avrebbe definito una democrazia liberale che legittimerebbe pienamente la destra. Come per altro attestarono l’amnistia voluta da Togliatti per i criminali fascisti e la memoria condivisa, esaltata da Luciano Violante verso i ragazzi di Salò.
Oggi questa democrazia liberale è in guerra mondiale contro il resto del mondo che non accetta i valori dell’Occidente, il primo fronte è l’Ucraina e la destra di Giorgia Meloni è in prima linea in questa guerra.
Ecco la sintesi del Meloni-pensiero: un concentrato di trasformismo, malafede e revisionismo reazionario. Per lei il 25 aprile è la “festa della libertà”, come propose Silvio Berlusconi al posto della “troppo comunista” Festa della Liberazione.
È vero che Meloni non è nostalgica del fascismo di ieri, ma solo perché vuole quello liberista e guerrafondaio di oggi, come il suo Giorgio Almirante.
Siamo sicuri che Meloni riceverà il plauso dei liberali di regime attuali, che a differenza di quelli di ieri che parteciparono alla Resistenza e ai fascisti sparavano, oggi coi fascisti governano.
Fonte
21/04/2023
Rovesciamo dal piedistallo Almirante e il neofascismo
Per anni il revisionismo storico, di cui è stata complice anche tanta “sinistra”, ha tentato di costruire un Pantheon “condiviso” dei padri della Patria, che superasse l’antifascismo e magari lo sostituisse con l’anticomunismo.
Così la Costituzione e la democrazia sarebbero state portate dagli americani e realizzate e difese da De Gasperi. Il ruolo dei comunisti nella Resistenza è stato ridotto a quello dei cattivi. Massacratori di civili inermi dopo il 25 aprile e complici degli slavi infoibatori. C’è persino una ricorrenza ufficiale dedicata a questo.
Il solo “comunista buono” sarebbe Enrico Berlinguer, perché avrebbe accettato la NATO e soprattutto perché viene spesso accostato a Giorgio Almirante, che rese omaggio al suo feretro.
E in questi tempi il nazifascista Almirante, presentato come onesto, simpatico, rigoroso, è diventato anch’egli un “padre della Patria”.
Giorgio Almirante fu un razzista convinto, segretario di redazione della rivista nazista La Difesa della Razza. Fu nazifascista di Salò, fucilatore di partigiani, collaborazionista nello sterminio degli ebrei. Scampato alla giustizia partigiana e colpevolmente amnistiato da Togliatti, Almirante fu poi tra i fondatori del MSI.
La sigla del partito neofascista nasceva direttamente dalla Repubblica Sociale Italiana, RSI, voluta da Hitler per mascherare e rendere più agevole l’occupazione militare del nostro paese. La M stava al posto della R, ma era la repubblica di Salò il riferimento del MSI e la fiamma, giunta fino al partito di Giorgia Meloni, aveva un solo significato: celebrare Benito Mussolini.
Almirante fu il capo dello squadrismo neofascista più violento e, seppure con l’astuzia di mandare avanti altri, direttamente o indirettamente fu coinvolto in tutte le trame eversive degli anni '60 e '70. Non accettò mai la democrazia, semplicemente ne usò gli spazi, ma festeggiò il golpe dei colonnelli in Grecia del 1967 e quello di Pinochet in Cile del 1973.
Poi negli anni '80, contemporaneamente alla svolta liberista e alla restaurazione padronale, cominciò la legittimazione del nazifascista Giorgio Almirante.
Oggi Meloni, Lollobrigida e La Russa possono dire quello che dicono perché Almirante, che mai si distaccò dal fascismo se non con artifizi storicisti, è considerato un politico “per bene” da rimpiangere, non un criminale scampato alla pena.
Oggi la legittimazione del nazifascismo si è rafforzata con le politiche di austerità e con la guerra.
Giorgia Meloni ha fatto sua l’agenda di Draghi e ha esaltato la centralità dell’impresa e lo sfruttamento del lavoro, come nel passato Margareth Thatcher. Questo l’ha resa affidabile per l'élite. Poi ha continuato e rafforzato la partecipazione alla guerra in Ucraina; e così i liberali euroatlantici hanno potuto applaudirla.
Se i nazisti del battaglione Azov sono diventati “eroi della democrazia”, se i fascisti polacchi sono diventati “la prima linea della libertà”, come si fa a contestare la fiamma fascista di Giorgia Meloni?
Meloni ed i suoi sono profondamente almirantiani. Più il palazzo li legittima, più loro chiedono in cambio la legittimazione del loro fascismo.
Il ministro Lollobrigida ha ora sdoganato nel governo della Repubblica il concetto di “sostituzione etnica”. È una mostruosità nazista, una delle basi ideologiche dello sterminio degli ebrei e di ogni razzismo.
Il Ku Klux Klan negli USA linciava gli afroamericani, mentre tra i bianchi spargeva il timore di essere “rimpiazzati dai neri”. Non si può proclamare la “sostituzione etnica” se non si pensa che i bianchi debbano prevalere in quanto razza.
Come sempre, dopo aver lanciato il sasso, i fascisti di governo ritirano la mano, fanno finte correzioni, si dichiarano ignoranti che usano termini impropri. Certo meglio ignorante che fascista, ma stanno solo facendo gli scemi per non pagare dazio.
Quello che vogliono è alzare progressivamente l’asticella non della rivalutazione del fascismo storico, ma della legittimazione dei suoi elementi reazionari permanenti. Essi spargono un veleno profondo, che contamina ogni senso comune e pubblico e che rende normale ciò che fino a ieri era disgustoso ed inaccettabile.
Lo possono fare perché il Palazzo continuamente li punzecchia, ma poi alla fine li benedice.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è la personificazione più elevata di questo comportamento. Mattarella dovrebbe chiedere le dimissioni immediate di Lollobrigida, nel nome della Costituzione, invece tace. E va proprio dai fascisti polacchi per lanciare proclami di “guerra totale”.
Poi ad Auschwitz parla della “complicità” dei fascisti coi nazisti. Cioè anche lui cambia la storia a fini attuali, perché i fascisti non furono complici, ma autori dello sterminio degli ebrei, compresi i fascisti italiani con Almirante in testa.
C’è infine una ulteriore legittimazione dei fascisti di governo, quella che viene da chi sostiene che parlare di antifascismo sia un modo per nascondere i problemi reali.
Costoro partono da un fatto politico vero, che il PD ed il centro sinistra hanno spesso usato antifascismo e anti berlusconismo per coprire e legittimare le propria politica di destra liberale. Ma dimenticano che proprio questa politica ha portato al governo i fascisti, che ora ne sono gli estremi esecutori. Dunque denunciare oggi la legittimazione del neofascismo è un modo concreto per scontrarsi con le politiche liberiste e di guerra, che oggi sono la bandiera di Meloni e compagnia.
Facciamo un 25 aprile di lotta contro il governo dei seguaci di Almirante e della difesa della razza. Ribelliamoci alla legittimazione del fascismo. E rovesciamo dal suo sporco piedistallo il criminale nazifascista rimasto impunito.
Fonte
09/12/2022
Giorgia liquida Fratelli d’Italia
All’inizio fu la svolta di Fiuggi di metà anni ’90, il vecchio MSI si trasformò in Alleanza Nazionale ovvero in un partito afascista, gollista nelle intenzioni dichiarate e collettore di un rapporto tra politica e impresa che avrebbe beneficiato del nuovo, selvaggio, corso berlusconiano in quelle non dichiarate. Fu la svolta di una organizzazione, speculare a quella dell’autoscioglimento del PCI: congressi dibattuti in sezione, scissione di MSI-fiamma tricolore, celebrazione mediatica del nuovo partito definito postideologico. Per la cronaca Giorgia Meloni aderì ad Alleanza Nazionale che, per trovarsi qualche anno al centro della politica istituzionale, non disse poco. Per bocca del suo primo segretario Gianfranco Fini, ultimo del MSI, affermò infatti che il nuovo partito aderiva ai “valori democratici che il fascismo aveva conculcato”. Una dichiarazione così forte che, con il tempo, permise a Fini, legittimandolo come democratico, di diventare ministro degli esteri senza causare incidenti diplomatici.
Del resto da anni in una parte dello stesso neofascismo, per bocca dello stesso Almirante, esplicitamente definito come stella polare da Giorgia Meloni, si teorizzava il superamento del fascismo storico come precondizione per entrare nel gioco del potere istituzionale. Certamente la svolta di Fiuggi non fu priva di ambiguità, una parte del partito sui territori rimase identitariamente fascista, ma sicuramente rappresentò una realizzazione della linea storica prefigurata da Almirante: superare il fascismo storico per entrare nel pieno gioco del potere politico dal quale il MSI era stato escluso per quasi cinquant’anni. Del resto il fascismo, senza potere, perdeva la sua ragione d’essere e c’è sempre un aspetto del potere, nelle società occidentali, che permette di essere fascisti senza dichiararsi tali.
All’epoca Fiuggi fu evento incrocio tra necessità di organizzazione interna del partito e un rito pubblico che guardava alla società. Ancora, nonostante molto fosse cambiato negli anni ’90, si guardava al modello del partito di massa così come si era sviluppato negli anni del fordismo magari “temperato” nel modello del partito liberale di massa berlusconiano che allora sembrava prender piede. Poi è cambiato tutto, ed è questo il punto, le reti di relazioni sociali face-to-face, territoriali sulle quali si costruiva comunque un partito del genere sono state sostituite, nella formazione del consenso, dai social molto più efficaci e flessibili nell’estrazione di consenso elettorale rispetto all’apparato di partito. E, oltretutto, utili in una situazione nella quale i costi della politica vanno abbattuti, visto che la circolazione della ricchezza nel mondo politico istituzionale ha visto una restrizione della base beneficiaria dei flussi di denaro legati alla politica.
In questo senso almeno due cartelli elettorali, nei lustri successivi alla svolta di Fiuggi, seppur in senso molto diverso, hanno fatto vedere efficacia e criticità, entro grande capacità di raccogliere consenso, di un modello di costruzione del consenso, legato ai social. Si tratta del M5S di Grillo e della Lega di Matteo Salvini entrambi, in elezioni differenti, capaci di raggiungere livelli di percentuale elettorale simile a quella dei maggiori partiti della prima repubblica. Successivamente alla rilettura di questo modello, il personaggio “Giorgia” all’interno del cartello elettorale di Fratelli d’Italia, si vuole sia come continuazione del modello Fiuggi, ricordato durante la campagna elettore delle politiche 2022, sia come modello capace di superare le criticità emerse nei precedenti cartelli elettorali basati sui social (che hanno avuto effetti centrifughi e di rigetto).
Ora nel momento in cui “Giorgia”, la presidente del consiglio Giorgia Meloni si presenta sui social con la sua agenda di governo direttamente da sottoporre all’attenzione degli utenti, e con almeno iniziale successo di accessi, compie due operazioni: cerca di correggere le criticità dei modelli social precedenti, con uno inclusivo generatore di discussione al caminetto più simile al modello Conte, e, di fatto, liquida Fratelli d’Italia inteso come partito.
Del resto è proprio il modello social basato sul personaggio “Giorgia” che ha permesso a Fratelli d’Italia di passare da 1 milione e 700 mila voti delle europee del 2019, ancora legata al modello “immagine di partito”, a oltre 7 milioni e 300 mila voti alla camera nel 2022, per una percentuale del 26 per cento di voti che oggi, nei sondaggi, viene accreditata vicina al 30 per cento. Siccome in politica comanda chi raccoglie consenso, all’interno del cartello elettorale FdI, comandano i social, e la loro gestione, finché estraggono consenso. E i social qui hanno al centro la figura di Giorgia prima ancora di quella del partito, i temi “Giorgia” piuttosto che quelle strategici, se andiamo a vedere l’iconografia dell’agenda della presidente del consiglio. E qui il problema, come sappiamo dai modelli Grillo e Salvini, ma anche dalla sinistra basata su personaggi da casting, è che se il partito non cresce l’unica alternativa, per restare nel gioco, è rincorrere di tutto nei processi di comunicazione fino ai fisiologici cali di attenzione, rigetto e schianto dei livelli di consenso determinati dai social
La conseguenza politica di tutto questo, nel frattempo è davanti agli occhi: primato della discussione della presidente del consiglio sulle piccole cose (la polemica sul POS ad esempio), vicinanza spettacolo ai piccoli problemi e assenza di strategia politica di lungo corso nel momento in cui il partito è giusto un vivaio per estrarre nuovi personaggi utili a trasmissione del potere FdI piuttosto che un dispositivo di elaborazione di una strategia per salvare un paese malato. Anche questa versione social, è una realizzazione del pensiero di Almirante visto che si esce, non di poco, dal fascismo storico per entrare in un gioco di potere che lega legittimazione istituzionale e quella via social di chi proviene da destra.
Donald Kurz, un interessante antropologo americano, un ventina di anni fa, all’alba della società come la conosciamo oggi fece uscire un testo, Political Anthropology, di rilettura di temi classici dell’antropologia politica già da lui trattati negli anni ’70: quelli della leadership, della legittimazione dell’autorità e delle regole di successione del potere. Se andiamo a vedere il modello Giorgia rappresenta, volente o nolente, un tentativo di definizione della leadership, e della legittimazione delle autorità, nel quale meccanismi istituzionali e social finiscono per intrecciarsi. Non è un fenomeno nuovo anzi, è un fenomeno consapevolmente successivo ad altri (Grillo, Salvini) con degli elementi correttivi rispetto al passato – inclusivi e amicali – che accetta delle regole di successione del potere che si danno sul piano social. In questo senso la forma partito, più o meno tradizionale, serve a poco se non come strumento di sostegno al funzionamento del nesso potere istituzionale-social che si evidenzia nel comportamento della presidente del consiglio.
Insomma, Giorgia liquida Fratelli d’Italia definendo leadership, legittimazione e modi di successione del potere in autonomia dalla residua forma partito che a suo tempo l’ha espressa. Del resto il compito del governo Meloni è durare con poche risorse, nella diffidenza dei partner europei e con diverse crisi da fronteggiare (energetiche, economiche, belliche e, forse, finanziarie). La liquidazione di FdI, ufficialmente non avvenuta, è una delle conseguenze della presa d’atto, da parte della presidenza del consiglio, della complessità dei nuovi livelli di potere raggiunti dagli eredi di Giorgio Almirante. I successivi capitoli, di questa storia, sono tutti da scrivere.
Fonte
Del resto da anni in una parte dello stesso neofascismo, per bocca dello stesso Almirante, esplicitamente definito come stella polare da Giorgia Meloni, si teorizzava il superamento del fascismo storico come precondizione per entrare nel gioco del potere istituzionale. Certamente la svolta di Fiuggi non fu priva di ambiguità, una parte del partito sui territori rimase identitariamente fascista, ma sicuramente rappresentò una realizzazione della linea storica prefigurata da Almirante: superare il fascismo storico per entrare nel pieno gioco del potere politico dal quale il MSI era stato escluso per quasi cinquant’anni. Del resto il fascismo, senza potere, perdeva la sua ragione d’essere e c’è sempre un aspetto del potere, nelle società occidentali, che permette di essere fascisti senza dichiararsi tali.
All’epoca Fiuggi fu evento incrocio tra necessità di organizzazione interna del partito e un rito pubblico che guardava alla società. Ancora, nonostante molto fosse cambiato negli anni ’90, si guardava al modello del partito di massa così come si era sviluppato negli anni del fordismo magari “temperato” nel modello del partito liberale di massa berlusconiano che allora sembrava prender piede. Poi è cambiato tutto, ed è questo il punto, le reti di relazioni sociali face-to-face, territoriali sulle quali si costruiva comunque un partito del genere sono state sostituite, nella formazione del consenso, dai social molto più efficaci e flessibili nell’estrazione di consenso elettorale rispetto all’apparato di partito. E, oltretutto, utili in una situazione nella quale i costi della politica vanno abbattuti, visto che la circolazione della ricchezza nel mondo politico istituzionale ha visto una restrizione della base beneficiaria dei flussi di denaro legati alla politica.
In questo senso almeno due cartelli elettorali, nei lustri successivi alla svolta di Fiuggi, seppur in senso molto diverso, hanno fatto vedere efficacia e criticità, entro grande capacità di raccogliere consenso, di un modello di costruzione del consenso, legato ai social. Si tratta del M5S di Grillo e della Lega di Matteo Salvini entrambi, in elezioni differenti, capaci di raggiungere livelli di percentuale elettorale simile a quella dei maggiori partiti della prima repubblica. Successivamente alla rilettura di questo modello, il personaggio “Giorgia” all’interno del cartello elettorale di Fratelli d’Italia, si vuole sia come continuazione del modello Fiuggi, ricordato durante la campagna elettore delle politiche 2022, sia come modello capace di superare le criticità emerse nei precedenti cartelli elettorali basati sui social (che hanno avuto effetti centrifughi e di rigetto).
Ora nel momento in cui “Giorgia”, la presidente del consiglio Giorgia Meloni si presenta sui social con la sua agenda di governo direttamente da sottoporre all’attenzione degli utenti, e con almeno iniziale successo di accessi, compie due operazioni: cerca di correggere le criticità dei modelli social precedenti, con uno inclusivo generatore di discussione al caminetto più simile al modello Conte, e, di fatto, liquida Fratelli d’Italia inteso come partito.
Del resto è proprio il modello social basato sul personaggio “Giorgia” che ha permesso a Fratelli d’Italia di passare da 1 milione e 700 mila voti delle europee del 2019, ancora legata al modello “immagine di partito”, a oltre 7 milioni e 300 mila voti alla camera nel 2022, per una percentuale del 26 per cento di voti che oggi, nei sondaggi, viene accreditata vicina al 30 per cento. Siccome in politica comanda chi raccoglie consenso, all’interno del cartello elettorale FdI, comandano i social, e la loro gestione, finché estraggono consenso. E i social qui hanno al centro la figura di Giorgia prima ancora di quella del partito, i temi “Giorgia” piuttosto che quelle strategici, se andiamo a vedere l’iconografia dell’agenda della presidente del consiglio. E qui il problema, come sappiamo dai modelli Grillo e Salvini, ma anche dalla sinistra basata su personaggi da casting, è che se il partito non cresce l’unica alternativa, per restare nel gioco, è rincorrere di tutto nei processi di comunicazione fino ai fisiologici cali di attenzione, rigetto e schianto dei livelli di consenso determinati dai social
La conseguenza politica di tutto questo, nel frattempo è davanti agli occhi: primato della discussione della presidente del consiglio sulle piccole cose (la polemica sul POS ad esempio), vicinanza spettacolo ai piccoli problemi e assenza di strategia politica di lungo corso nel momento in cui il partito è giusto un vivaio per estrarre nuovi personaggi utili a trasmissione del potere FdI piuttosto che un dispositivo di elaborazione di una strategia per salvare un paese malato. Anche questa versione social, è una realizzazione del pensiero di Almirante visto che si esce, non di poco, dal fascismo storico per entrare in un gioco di potere che lega legittimazione istituzionale e quella via social di chi proviene da destra.
Donald Kurz, un interessante antropologo americano, un ventina di anni fa, all’alba della società come la conosciamo oggi fece uscire un testo, Political Anthropology, di rilettura di temi classici dell’antropologia politica già da lui trattati negli anni ’70: quelli della leadership, della legittimazione dell’autorità e delle regole di successione del potere. Se andiamo a vedere il modello Giorgia rappresenta, volente o nolente, un tentativo di definizione della leadership, e della legittimazione delle autorità, nel quale meccanismi istituzionali e social finiscono per intrecciarsi. Non è un fenomeno nuovo anzi, è un fenomeno consapevolmente successivo ad altri (Grillo, Salvini) con degli elementi correttivi rispetto al passato – inclusivi e amicali – che accetta delle regole di successione del potere che si danno sul piano social. In questo senso la forma partito, più o meno tradizionale, serve a poco se non come strumento di sostegno al funzionamento del nesso potere istituzionale-social che si evidenzia nel comportamento della presidente del consiglio.
Insomma, Giorgia liquida Fratelli d’Italia definendo leadership, legittimazione e modi di successione del potere in autonomia dalla residua forma partito che a suo tempo l’ha espressa. Del resto il compito del governo Meloni è durare con poche risorse, nella diffidenza dei partner europei e con diverse crisi da fronteggiare (energetiche, economiche, belliche e, forse, finanziarie). La liquidazione di FdI, ufficialmente non avvenuta, è una delle conseguenze della presa d’atto, da parte della presidenza del consiglio, della complessità dei nuovi livelli di potere raggiunti dagli eredi di Giorgio Almirante. I successivi capitoli, di questa storia, sono tutti da scrivere.
Fonte
31/10/2022
Giorgia Meloni, un falso passato per governare il presente
Nelle elezioni politiche del 7 giugno 1953 il MSI triplicò i suoi voti rispetto al 1948, portando in Parlamento 38 tra deputati e senatori. I fascisti, da poco rientrati da latitanze e fughe dopo il crollo dello stato fantoccio di Salò, cominciavano ad accomodarsi.
Sistemandosi all’interno di quelle istituzioni democratiche che avevano combattuto e che disprezzavano dalla radice. «Il 25 aprile è nata una puttana, le hanno dato nome, Repubblica italiana», cantavano quei camerati, salvati alla fine del conflitto mondiale dagli Alleati anglo-americani ormai protesi verso la Guerra Fredda anticomunista.
Junio Valerio Borghese, già alla guida della X Mas, fu messo in salvo da James Jesus Angleton, un agente di vertice dell’OSS (antesignana della CIA) che lo caricò su una jeep statunitense. Diventerà presidente del MSI e organizzerà il golpe del 7-8 dicembre 1970.
Giorgio Almirante scappò in abiti civili dalla porta di servizio della Prefettura di Milano il giorno della Liberazione indossando un bracciale tricolore partigiano. Diverrà il principale capo missino nei decenni repubblicani.
Augusto De Marsanich, già deputato fascista e membro del governo Mussolini, in quel 1953 ricopriva la carica di segretario del partito, il cui presidente onorario, dal 1952, era il criminale di guerra Rodolfo Graziani.
Forse erano loro «le persone che non ci sono più» a cui la neo Presidente del Consiglio ha dedicato la vittoria la notte dei risultati elettorali del 25 settembre scorso. Oppure erano figure di quella «destra democratica» di cui si è vantata di aver fatto parte nel suo discorso in Parlamento il giorno della fiducia al suo governo.
Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo ovvero il gruppo responsabile delle stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Oppure Mario Tedeschi, direttore de «Il Borghese» e della formazione scissionista missina di «Democrazia Nazionale», oggi indicato dalla procura di Bologna come uno dei responsabili della strage del 2 agosto 1980 alla stazione.
Forse Giorgia Meloni pensava ai protagonisti della «rivolta di Reggio Calabria» guidati dal deputato missino Ciccio Franco oppure ai «ragazzi» di Piazza San Babila a Milano, primattori degli scontri che il 12 aprile 1973 portarono alla morte dell’agente Antonio Marino e che videro in piazza anche un giovane dirigente del MSI oggi seconda carica dello Stato e collezionista privato di busti di Mussolini.
Di fronte al formarsi del governo di oggi tornano alla mente le parole dell’epigrafe che Piero Calamandrei scrisse, all’indomani delle elezioni del giugno 1953, rivolgendosi ai partigiani caduti della Resistenza: «Non rammaricatevi dai vostri cimiteri di montagna se giù al piano, nell’aula dove fu giurata la Costituzione murata col vostro sangue, sono tornati, da remote calingi, i fantasmi della vergogna».
Il falso racconto del passato, finalizzato al governo del presente, propalato oggi dalle alte cariche dello Stato e dell’esecutivo ha iniziato il suo cammino.
Con il silenzio nel centenario della «marcia su Roma»; con la dichiarata ostilità all’antifascismo ed alla Resistenza scandalosamente criminalizzati e negati da Meloni nella sua improbabile ricostruzione della storia d’Italia; con la «fuga», attraverso il vittimismo, dagli anni Settanta delle stragi e dello squadrismo nelle fabbriche e nelle università.
Nelle aule del Parlamento italiano abbiamo visto concretarsi ciò che Calamandrei preconizzava: «Apprenderemo, da fonte diretta, la storia vista dai carnefici». Non ci troviamo certo di fronte a un ritorno del «fascismo eterno».
Tuttavia le radici profonde di questa destra (fin dal dopoguerra radicalmente «atlantica») riemergono oggi dalla voce di Giorgia Meloni o nel loro identitarismo classista che dichiara di «non voler disturbare» industriali e ceti proprietari; di voler avversare i migranti; di promuovere la guerra contro le donne che non vogliono omologarsi all’essere soltanto «madri e cristiane», come urlato nei comizi filo-franchisti di Vox in Spagna.
L’inquietudine che suscita il bagaglio storico rivendicato dalla destra è pari soltanto a quella alimentata dalla lettura della stampa italiana, l’unica restìa a chiamare postfascista il partito Fratelli d’Italia; l’unica incapace di raccontare la natura profonda di una Presidente del Consiglio politicamente accarezzata dalle familistiche ed eterne (quelle si) classi dirigenti nazionali che ieri ebbero tra i loro padri e nonni fondatori i veri sostenitori del regime fascista e che oggi posseggono di tutti i principali mezzi di informazione.
Da queste consapevolezze sarà necessario ripartire per una battaglia culturale e politica di difesa della verità storica, della Costituzione e dei diritti della persona.
«Troppo presto li avevamo dimenticati – ammoniva Calamandrei – è bene che siano esposti in vista su questo palco. Perché tutto il popolo riconosca i loro volti e si ricordi».
Fonte
Sistemandosi all’interno di quelle istituzioni democratiche che avevano combattuto e che disprezzavano dalla radice. «Il 25 aprile è nata una puttana, le hanno dato nome, Repubblica italiana», cantavano quei camerati, salvati alla fine del conflitto mondiale dagli Alleati anglo-americani ormai protesi verso la Guerra Fredda anticomunista.
Junio Valerio Borghese, già alla guida della X Mas, fu messo in salvo da James Jesus Angleton, un agente di vertice dell’OSS (antesignana della CIA) che lo caricò su una jeep statunitense. Diventerà presidente del MSI e organizzerà il golpe del 7-8 dicembre 1970.
Giorgio Almirante scappò in abiti civili dalla porta di servizio della Prefettura di Milano il giorno della Liberazione indossando un bracciale tricolore partigiano. Diverrà il principale capo missino nei decenni repubblicani.
Augusto De Marsanich, già deputato fascista e membro del governo Mussolini, in quel 1953 ricopriva la carica di segretario del partito, il cui presidente onorario, dal 1952, era il criminale di guerra Rodolfo Graziani.
Forse erano loro «le persone che non ci sono più» a cui la neo Presidente del Consiglio ha dedicato la vittoria la notte dei risultati elettorali del 25 settembre scorso. Oppure erano figure di quella «destra democratica» di cui si è vantata di aver fatto parte nel suo discorso in Parlamento il giorno della fiducia al suo governo.
Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo ovvero il gruppo responsabile delle stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Oppure Mario Tedeschi, direttore de «Il Borghese» e della formazione scissionista missina di «Democrazia Nazionale», oggi indicato dalla procura di Bologna come uno dei responsabili della strage del 2 agosto 1980 alla stazione.
Forse Giorgia Meloni pensava ai protagonisti della «rivolta di Reggio Calabria» guidati dal deputato missino Ciccio Franco oppure ai «ragazzi» di Piazza San Babila a Milano, primattori degli scontri che il 12 aprile 1973 portarono alla morte dell’agente Antonio Marino e che videro in piazza anche un giovane dirigente del MSI oggi seconda carica dello Stato e collezionista privato di busti di Mussolini.
Di fronte al formarsi del governo di oggi tornano alla mente le parole dell’epigrafe che Piero Calamandrei scrisse, all’indomani delle elezioni del giugno 1953, rivolgendosi ai partigiani caduti della Resistenza: «Non rammaricatevi dai vostri cimiteri di montagna se giù al piano, nell’aula dove fu giurata la Costituzione murata col vostro sangue, sono tornati, da remote calingi, i fantasmi della vergogna».
Il falso racconto del passato, finalizzato al governo del presente, propalato oggi dalle alte cariche dello Stato e dell’esecutivo ha iniziato il suo cammino.
Con il silenzio nel centenario della «marcia su Roma»; con la dichiarata ostilità all’antifascismo ed alla Resistenza scandalosamente criminalizzati e negati da Meloni nella sua improbabile ricostruzione della storia d’Italia; con la «fuga», attraverso il vittimismo, dagli anni Settanta delle stragi e dello squadrismo nelle fabbriche e nelle università.
Nelle aule del Parlamento italiano abbiamo visto concretarsi ciò che Calamandrei preconizzava: «Apprenderemo, da fonte diretta, la storia vista dai carnefici». Non ci troviamo certo di fronte a un ritorno del «fascismo eterno».
Tuttavia le radici profonde di questa destra (fin dal dopoguerra radicalmente «atlantica») riemergono oggi dalla voce di Giorgia Meloni o nel loro identitarismo classista che dichiara di «non voler disturbare» industriali e ceti proprietari; di voler avversare i migranti; di promuovere la guerra contro le donne che non vogliono omologarsi all’essere soltanto «madri e cristiane», come urlato nei comizi filo-franchisti di Vox in Spagna.
L’inquietudine che suscita il bagaglio storico rivendicato dalla destra è pari soltanto a quella alimentata dalla lettura della stampa italiana, l’unica restìa a chiamare postfascista il partito Fratelli d’Italia; l’unica incapace di raccontare la natura profonda di una Presidente del Consiglio politicamente accarezzata dalle familistiche ed eterne (quelle si) classi dirigenti nazionali che ieri ebbero tra i loro padri e nonni fondatori i veri sostenitori del regime fascista e che oggi posseggono di tutti i principali mezzi di informazione.
Da queste consapevolezze sarà necessario ripartire per una battaglia culturale e politica di difesa della verità storica, della Costituzione e dei diritti della persona.
«Troppo presto li avevamo dimenticati – ammoniva Calamandrei – è bene che siano esposti in vista su questo palco. Perché tutto il popolo riconosca i loro volti e si ricordi».
Fonte
15/06/2018
Allarmi son fascisti, quelli di adesso
Due notizie da Milano e da Roma, scoprono il coperchio sulla definitiva rivalutazione del neofascismo e dei suoi esponenti nella narrazione ufficiale del paese. Attenzione non stiamo parlando del fascismo del ventennio, quello che in tanti ritengono ormai materia per archivi polverosi e celebrazioni nella migliore delle ipotesi nostalgiche. No stiamo parlando del neofascismo, quello che dal dopoguerra agli anni ’70 è stato contiguo al potere democristiano e alle strategie stragiste dirette ad impedire anche con la violenza l’affermazione dei partiti della sinistra e del movimento operaio.
A Milano, alla Regione Lombardia è stata approvata una mozione secondo cui nelle scuole si dovranno ricordare le morti dei neofascisti Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi, uccisi negli anni ’70 nel capoluogo lombardo. Questa decisione senza precedenti è stata presa dal Consiglio regionale della Lombardia che ha votato una mozione presentata da Fratelli d’Italia. Hanno votato a favore tutte le forze di maggioranza, mentre Pd e Lombardi, e Civici europeisti hanno votato contro. L’M5S non ha partecipato al voto.
A Roma invece, al consiglio comunale è stata approvata una mozione presentata anche qui da Fratelli d’Italia, per dedicare una strada della capitale a Giorgio Almirante, per anni segretario del Msi e figura di riferimento del neofascismo italiano. In serata però l’iniziativa è stata stoppata dalla sindaca Raggi. “Nessuna strada a Roma sarà dedicata a Giorgio Almirante. Presenterò una mozione a mia prima firma” ha scritto la sindaca Raggi in un tweet notturno dopo la decisione del Consiglio Comunale di ieri di votare la mozione.
Siamo dunque ben oltre lo sdoganamento storico del fascismo, siamo alla legittimazione del neofascismo nella fase repubblicana e costituzionale del paese. Appare doveroso ricordare come negli stessi anni a Milano i fascisti uccisero militanti di sinistra come Claudio Varalli e Gaetano Amoroso e negli anni più recenti Davide Cesari “Dax”.
Sulle responsabilità di Almirante si può andare ancora più indietro, quando era un fucilatore di partigiani e di soldati sbandati (vedi il manifesto seguente firmato da Almirante).
Se questa diventa la narrazione sulla storia recente del paese e la legalità avallata dalle istituzioni, disobbedirvi sarà un dovere, nelle scuole della Lombardia come nelle strade di Roma. Con ogni mezzo necessario.
Fonte
18/12/2017
Storia di Ordine Nuovo
Aldo Giannuli e Elia Rosati, Storia di Ordine Nuovo, Mimesis, Milano-Udine, pp. 240, € 18.00
Questo libro ha il valore di una testimonianza storica – rigorosa, fondata sullo studio di una ricca documentazione a cui Aldo Giannuli ha avuto accesso negli anni, in qualità di consulente della Commissione stragi, oltre che di diverse Procure impegnate in inchieste sul terrorismo nero. Ed è attraverso i documenti degli archivi di Stato che si cerca di raccontare la parabola di Ordine Nuovo, il gruppo che si è guadagnato la più fosca autorevolezza, nella storia del neofascismo italiano.
Quella di lasciar parlare le carte desecretate, custodite nei faldoni più oscuri della memoria repubblicana, non è una scelta arbitraria da parte degli autori: sta a significare che si può riscrivere la storia di quest’area, solo rileggendo in controluce la fitta trama dei suoi rapporti con istituzioni e apparati. Regimi stranieri, Ministero dell’Interno, Forze Armate, servizi di sicurezza: ON non fu mai davvero “infiltrata”, quanto consapevolmente e volontariamente organica a quei mondi. E se tra le sue fila si conteranno molti dirigenti a libro paga dei servizi – e diversi bombaroli e mercenari –, non sarà per caso, ma per coerenza alle ideologie, ai programmi e ai finanziatori del neofascismo italiano. Un capitolo finale viene dedicato alla Weltanschauung del gruppo, una formazione che vantava suggestioni iniziatico-militari, che amava descrivere se stessa come élite politica, che fu permeabile più di altri alle influenza evoliane e naziste. Ma il taglio e l’impostazione che vengono dati dagli autori a questo lavoro, non lascia spazio ad equivoci: ideologie, estetica e mitologia, vengono “dopo” – non sono l’essenza o la chiave per rileggere una storia sporca e complessa, che si colloca dentro la contesa geopolitica di quei decenni, più che nel regno dello Spirito.
La storia di ON comincia nel 1956, con la scissione di una ottantina di quadri dal MSI, partito che Michelini guida fermamente puntando a rafforzare un orientamento filo-atlantico e una prospettiva di inserimento della destra dentro i giochi politici. I fuoriusciti, guidati dal giovane Pino Rauti, si oppongono alla leadership missina che considerano garante di una “deriva moderata”: nasce così il Centro Studi Ordine Nuovo. In patria il nuovo gruppo gode di poco seguito – i micheliniani reggono alla scissione – e, almeno fino al 1959, anche di scarse risorse. Gli ordinovisti hanno però solida fama di coerenza ideologica e questo permette loro di coltivare i rapporti con Evola e con il milieu nazifascista europeo. Sarà proprio grazie alle relazioni con l’Internazionale Nera – in particolare con Jeune Europe e con l’OAS francese – che ON comincia ad accreditarsi verso le alte sfere dell’anticomunismo internazionale: «Il salto di qualità nella storia di ON sarà rappresentato, infatti, proprio dalla collaborazione con l’OAS, per conto del quale il gruppo italiano svolgerà azioni terroristiche, traffico di armi ed altro» (p.12). E questi rapporti internazionali apriranno porte importanti anche in Patria: «Fu in questo modo che un gruppo di dirigenti e fiancheggiatori del gruppo Giannettini-Ragno e lo stesso Rauti, entrò in contatto con il capo di Stato Maggiore Gen. Aloja che li introduceva, fra il 1961 e il 1964, nel Sifar» (pag.12)
È in questa fase, con l’inserimento nel traffico d’armi internazionali e con le relazioni sempre più strette con apparati di Stato e le FFAA, che ON comincia anche ad articolare la sua struttura, dotandosi di solide branche militari, con organizzazioni parallele finanziate e protette. Sarà nel rapporto con la Spagna franchista, che ON rafforzerà il suo apparato logistico ed ideologico. Un breve richiamo storico risulta utile: il salazarismo a Lisbona, il franchismo a Madrid e, più tardi, il regime dei colonnelli ad Atene, costituiscono in quei decenni una cintura fascista che stringe al cuore il Mediterraneo. L’Italia è circondata e influenzata da questa rete di forze sovranazionali che rappresentano anche il fronte sud-occidentale, della guerra ideologica e politica al blocco socialista e al movimento operaio. Al neo fascismo italiano basta attraversare un paio di frontiere o un tratto di mare, per trovare protezioni, rifugi, armi e risorse. Sono i servizi segreti – soprattutto spagnoli – a prendersi in carico questa missione di raccordo europeo delle forze anticomuniste: «I rapporti fra ON ed i servizi spagnoli non furono una casualità, ma la conseguenza logica dell’attenzione degli spagnoli per tutto quello che si muoveva sul terreno della “controinsorgenza” e della loro riconosciuta competenza in proposito» (p. 24).
La Spagna quindi, come laboratorio controrivoluzionario che fin dagli anni ’30, fornisce indicazioni preziose per ogni azione di contrasto alle forze popolari e che dal 1940 punisce il crimine di “attività comuniste” (legge rimasta in auge fino al 1977): «La guerra civile spagnola anticipò diverse soluzioni che si riproporranno nei piani di controinsorgenza degli anni 60. Infatti, nei ristretti ambienti dell’intelligence occidentale e di qui ai settori politici che avevano accesso alle loro informazioni – gli spagnoli godevano di grande considerazione in materia di guerra psicologica e guerra non ortodossa» (p. 24).
Ma in patria, il quadro dello scontro politico è altrettanto aspro che su scala internazionale. Il neocapitalismo e lo sviluppo industriale rafforzano il movimento operaio e danno al PCI un peso politico nella società italiana anche superiore a quello elettorale, pure ingente. È in questo quadro di rapporti assi torbidi, che si elaborano i progetti di Guerra Controrivoluzionaria, in cui ON fu lo snodo tra istituzioni e milizie civili: l’idea e i programmi operativi secondo cui la lotta contro il comunismo e il movimento operaio andava condotta non solo attraverso le dimensioni propriamente statuali e militari, ma anche sulla base dell’iniziativa armata dal basso. Da questo crogiuolo di suggestioni e progetti, nacquero la rete Stay Behind e i più misteriosi Nuclei difesa dello Stato, strutture in cui, quasi senza soluzione di continuità, militanti e dirigenti dell’estrema destra passarono da un livello all’altro, senza la minima remora ideologica:
Sul piano ideologico è nei primi anni 60 che dentro ON matura la svolta pienamente “occidentalista”. Ci si potrebbe chiedere, infatti: come potevano formazioni che celebravano il culto delle SS o delle “brigate nere”, zeppe di ex combattenti repubblichini e sature di retorica sul “riscatto della Patria tradita”, ritrovarsi solo pochi anni dopo, con tanta disinvoltura, a ricevere soldi e orientamento politico da parte degli ex nemici?
Da qui in avanti, ogni velleitaria terza via vagheggiata tra capitalismo e comunismo, ogni europeismo tradizionalista, ogni ostilità all’imperialismo americano, cessano di esistere o si limitano a esercitare solo funzioni di facciata, di agitazione, di collante ideale per le basi militanti: l’Occidente – inteso come concetto né geografico né meramente politico, ma come avamposto di civiltà contro i popoli gialli e neri, in pericolosa rivolta anticoloniale – sarà il bastione della destra radicale, in Italia e in Europa. Gli Usa e la Nato troveranno a loro disposizione una massa critica di uomini, armi, organizzazioni e quadri politici, da poter manovrare senza remore sullo scenario italiano.
Tra l’altro, dopo i fatti di Genova del luglio 60, la strategia micheliniana di approccio alla DC e di inserimento della destra italiana nel gioco politico, risulta ridimensionata. Ci si avvia alla stagione del centro sinistra. Gli apparati militari e le strutture di influenza americane in Italia entrano in fibrillazione. La critica “da destra” del Msi e la rottura rautiana con quel partito, non hanno più ragioni così forti da esibire. E del resto tra i gruppi come Ordine Nuovo e il Movimento Sociale Italiano, non si edificarono mai barriere e rigide divisioni: personalità, giornali, sedi, fonti di finanziamento, potevano attraversare labili confini di organizzazione o denominazione, continuando, più o meno, a praticare le medesime politiche (a differenza da quanto avvenne nel PCI che, già dopo il 68, eresse un muro invalicabile alla sua sinistra).
Nel 1969 Giorgio Almirante subentra al vecchio Michelini, deceduto per malattia:
Con il 12 dicembre 1969 si comincia a sgranare il rosario dello stragismo, nel quale l’ambiente di Ordine Nuovo – formalmente disciolto ma assolutamente operativo nella guerra sporca lanciata contro le sinistre – si distinguerà senza remore: sono ordinovisti gli autori della strage di Peteano del maggio 72; è vicinissimo ad ON il gruppo milanese della Fenice, coinvolto in più di un attentato; ebbe rapporti con ON anche Bertoli, sedicente anarchico, attentatore alla questura di Milano; è ordinovista Carlo Maria Maggi, condannato in via definitiva per la strage di Brescia.
Le vicende successive alla confluenza di ON dentro il Msi, alla creazione del MPON e infine alla nascita di Ordine Nero, raccontano la solita trama di sigle, scioglimenti e autoscioglimenti – rapporti da retrobottega da cui viene forte odore di zolfo, caserme e nitroglicerina. La caduta del Muro di Berlino e la sconfitta di parte operaia che, tra gli ’80 e i ’90, disegna nuovi equilibri in Italia e in Europa, vedono l’estrema destra cambiare e adattarsi alla mutevolezza dei tempi. Anche il mondo degli “apparati riservati” riadatta le sue funzioni, in epoca post-guerra fredda.
In mezzo a questi terremoti, Pino Rauti sopravvive come una salamandra, collezionando rinvii a giudizi e schivando sentenze. Faro morale della destra sociale, diventerà anche segretario del MSI nel 1990, cercando di promuoverne una improbabile svolta movimentista. Ma la strada dei missini, alla fine del secolo, si presenta decisamente in discesa: basta attendere il passaggio del cadavere della prima Repubblica, un paio d’anni dopo, per cominciare a prepararsi all’ingresso nella stanza dei bottoni. Molto personale politico passato da Ordine Nuovo si ritroverà a sedere nel Parlamento della seconda Repubblica, così come fu per la prima.
La parte finale del volume, a cura di Elia Rosati, si occupa del variegato bagaglio di suggestioni filosofiche e ideologiche che ON porterà in dote al dibattito dentro la destra italiana. Si ricorda la tensione ideale verso Evola e il nazionalsocialismo, la continuità con la memoria repubblichina (che pure Evola non esaltava), l’idea di Europa e Tradizione, contrapposte alla modernità decadente nelle sue due varianti – quella yankee e quella bolscevica. Tutto materiale interessante, ma collocato nel libro in una posizione indiscutibilmente “da appendice”: come a dire, nella vicenda di Ordine Nuovo, l’essenza della storia va cercata nel suo essere consapevole strumento del terrorismo di Stato. La mitopoiesi del “soldato politico” in lotta contro la “barbarie materialista”, è parte di una narrazione precocemente usurata: mai come nella destra radicale italiana idealità e prassi si scindono brutalmente e le ragioni del neo-fascismo si piegheranno docilmente alle esigenze di realpolitik dei mandanti e dei finanziatori – lasciando dietro di sé libri bislacchi, documenti pomposi, declamazioni di “sovversivismo esistenziale” e una gran massa di documentazione compromettente, a cui Aldo Giannulli ha avuto il merito di attingere con metodo e pazienza.
Si discute molto, oggi, di una presunta rinascita dell’estrema destra. Troppo complesso affrontare in questa sede la questione – e ovviamente, il libro non se ne occupa. Di fascisti in giro, in questo paese, ce ne sono sempre stati tanti. Diciamo che quelli all’opera oggi sembrano piuttosto cambiati: anziché “cavalcare la tigre” preferiscono cavalcare la protesta contro i campi rom, un po’ più agevole ed elettoralmente redditizia, rispetto alla titanica “lotta alla Modernità”. Giri vorticosi di società, merchandising, corsa ai talk show. A vederli tutti compunti a raccogliere firme contro un centro di prima accoglienza, mettono un po’ di tristezza: confermano una sorta di generale ridimensionamento delle velleità ideologiche – anche delle più ignobili –, tipica di questi tempi grami. Se questi tardi epigoni cominciassero a leggere libri come questo, forse conoscerebbero meglio le radici – marce – della storia che pretendono di rappresentare e reiterare oggi.
Mentre chiudo queste brevi note, le agenzie internazionali diffondono una notizia inquietante: l’Imam di Ripoll, Abdelbaky Es Satty, indicato come mente e organizzatore del nucleo jhiadista autore della strage di Barcellona, era ufficialmente in rapporto con i servizi segreti di Madrid. Non è il primo e non sarà l’ultimo, di quel mondo. L’impressione è di una tremenda coazione a ripetere. Pur nel profondo cambiamento di forze e contesti, mercenari, imbecilli e infiltrati, continuano a rappresentare un’arma persistente ed inossidabile della scontro geo-politico in atto. E i corpi delle persone comuni, diventano, di regola, terreno di battaglia: una storia che noi in Italia conosciamo bene.
Fonte
Questo libro ha il valore di una testimonianza storica – rigorosa, fondata sullo studio di una ricca documentazione a cui Aldo Giannuli ha avuto accesso negli anni, in qualità di consulente della Commissione stragi, oltre che di diverse Procure impegnate in inchieste sul terrorismo nero. Ed è attraverso i documenti degli archivi di Stato che si cerca di raccontare la parabola di Ordine Nuovo, il gruppo che si è guadagnato la più fosca autorevolezza, nella storia del neofascismo italiano.
Quella di lasciar parlare le carte desecretate, custodite nei faldoni più oscuri della memoria repubblicana, non è una scelta arbitraria da parte degli autori: sta a significare che si può riscrivere la storia di quest’area, solo rileggendo in controluce la fitta trama dei suoi rapporti con istituzioni e apparati. Regimi stranieri, Ministero dell’Interno, Forze Armate, servizi di sicurezza: ON non fu mai davvero “infiltrata”, quanto consapevolmente e volontariamente organica a quei mondi. E se tra le sue fila si conteranno molti dirigenti a libro paga dei servizi – e diversi bombaroli e mercenari –, non sarà per caso, ma per coerenza alle ideologie, ai programmi e ai finanziatori del neofascismo italiano. Un capitolo finale viene dedicato alla Weltanschauung del gruppo, una formazione che vantava suggestioni iniziatico-militari, che amava descrivere se stessa come élite politica, che fu permeabile più di altri alle influenza evoliane e naziste. Ma il taglio e l’impostazione che vengono dati dagli autori a questo lavoro, non lascia spazio ad equivoci: ideologie, estetica e mitologia, vengono “dopo” – non sono l’essenza o la chiave per rileggere una storia sporca e complessa, che si colloca dentro la contesa geopolitica di quei decenni, più che nel regno dello Spirito.
La storia di ON comincia nel 1956, con la scissione di una ottantina di quadri dal MSI, partito che Michelini guida fermamente puntando a rafforzare un orientamento filo-atlantico e una prospettiva di inserimento della destra dentro i giochi politici. I fuoriusciti, guidati dal giovane Pino Rauti, si oppongono alla leadership missina che considerano garante di una “deriva moderata”: nasce così il Centro Studi Ordine Nuovo. In patria il nuovo gruppo gode di poco seguito – i micheliniani reggono alla scissione – e, almeno fino al 1959, anche di scarse risorse. Gli ordinovisti hanno però solida fama di coerenza ideologica e questo permette loro di coltivare i rapporti con Evola e con il milieu nazifascista europeo. Sarà proprio grazie alle relazioni con l’Internazionale Nera – in particolare con Jeune Europe e con l’OAS francese – che ON comincia ad accreditarsi verso le alte sfere dell’anticomunismo internazionale: «Il salto di qualità nella storia di ON sarà rappresentato, infatti, proprio dalla collaborazione con l’OAS, per conto del quale il gruppo italiano svolgerà azioni terroristiche, traffico di armi ed altro» (p.12). E questi rapporti internazionali apriranno porte importanti anche in Patria: «Fu in questo modo che un gruppo di dirigenti e fiancheggiatori del gruppo Giannettini-Ragno e lo stesso Rauti, entrò in contatto con il capo di Stato Maggiore Gen. Aloja che li introduceva, fra il 1961 e il 1964, nel Sifar» (pag.12)
È in questa fase, con l’inserimento nel traffico d’armi internazionali e con le relazioni sempre più strette con apparati di Stato e le FFAA, che ON comincia anche ad articolare la sua struttura, dotandosi di solide branche militari, con organizzazioni parallele finanziate e protette. Sarà nel rapporto con la Spagna franchista, che ON rafforzerà il suo apparato logistico ed ideologico. Un breve richiamo storico risulta utile: il salazarismo a Lisbona, il franchismo a Madrid e, più tardi, il regime dei colonnelli ad Atene, costituiscono in quei decenni una cintura fascista che stringe al cuore il Mediterraneo. L’Italia è circondata e influenzata da questa rete di forze sovranazionali che rappresentano anche il fronte sud-occidentale, della guerra ideologica e politica al blocco socialista e al movimento operaio. Al neo fascismo italiano basta attraversare un paio di frontiere o un tratto di mare, per trovare protezioni, rifugi, armi e risorse. Sono i servizi segreti – soprattutto spagnoli – a prendersi in carico questa missione di raccordo europeo delle forze anticomuniste: «I rapporti fra ON ed i servizi spagnoli non furono una casualità, ma la conseguenza logica dell’attenzione degli spagnoli per tutto quello che si muoveva sul terreno della “controinsorgenza” e della loro riconosciuta competenza in proposito» (p. 24).
La Spagna quindi, come laboratorio controrivoluzionario che fin dagli anni ’30, fornisce indicazioni preziose per ogni azione di contrasto alle forze popolari e che dal 1940 punisce il crimine di “attività comuniste” (legge rimasta in auge fino al 1977): «La guerra civile spagnola anticipò diverse soluzioni che si riproporranno nei piani di controinsorgenza degli anni 60. Infatti, nei ristretti ambienti dell’intelligence occidentale e di qui ai settori politici che avevano accesso alle loro informazioni – gli spagnoli godevano di grande considerazione in materia di guerra psicologica e guerra non ortodossa» (p. 24).
Ma in patria, il quadro dello scontro politico è altrettanto aspro che su scala internazionale. Il neocapitalismo e lo sviluppo industriale rafforzano il movimento operaio e danno al PCI un peso politico nella società italiana anche superiore a quello elettorale, pure ingente. È in questo quadro di rapporti assi torbidi, che si elaborano i progetti di Guerra Controrivoluzionaria, in cui ON fu lo snodo tra istituzioni e milizie civili: l’idea e i programmi operativi secondo cui la lotta contro il comunismo e il movimento operaio andava condotta non solo attraverso le dimensioni propriamente statuali e militari, ma anche sulla base dell’iniziativa armata dal basso. Da questo crogiuolo di suggestioni e progetti, nacquero la rete Stay Behind e i più misteriosi Nuclei difesa dello Stato, strutture in cui, quasi senza soluzione di continuità, militanti e dirigenti dell’estrema destra passarono da un livello all’altro, senza la minima remora ideologica:
In sostanza erano formati da persone che si erano tenute sempre in contatto con l’esercito, come ex sottufficiali, ex carabinieri, ex combattenti delle varie armi e costituivano piccoli plotoni che facevano addestramento anche con militari in servizio. Erano piccole unità capaci anche di essere indipendenti l’una dall’altra, secondo le tecniche di un certo tipo di difesa. Fra loro si conoscevano solo i capigruppo. L’esistenza di questa struttura in sostanza semiufficiale era pienamente nota alle autorità militari… Il suo fine era la difesa del territorio in caso di invasione e , se necessario, aveva anche compiti antinsurrezionali in caso di sommosse da parte dei comunisti. In sostanza queste strutture seguivano la linea ortodossa della Nato. Era sicuramente presente in Veneto in forze, in Alto Adige e in Valtellina, ove ad essa facevano riferimento le persone del gruppo Fumagalli… a Verona il responsabile… era il colonnello Spiazzi… La finalità della struttura era certamente quella di fare un colpo di Stato all’interno di una situazione che prevedeva attentati dimostrativi, preferibilmente senza vittime, al fine di spingere la popolazione a richiedere o ad accettare un governo forte. Ovviamente, in un attentato potevano esserci vittime casuali, ma questo, secondo chi dirigeva la struttura, era un prezzo che, in uno scontro così grosso per il nostro paese, si poteva pagare (deposizione di Carlo Di Gilio, p. 43)Ordine Nuovo sarà la camera di compensazione in cui queste esigenze eversive troveranno spesso raccordo. Nello sforzo di rafforzare ed estendere questa intricata rete che teneva insieme militanza politica, presidio militare e servizi di sicurezza, l’attività degli ordinovisti fu infaticabile: nel libro ritorna spesso la memoria del famigerato Istituto Pollio, del quale Rauti e altri dirigenti di ON saranno tra i promotori. Ai dibattiti pubblici dell’Istituto, parteciperanno, seduti fianco a fianco, alte gerarchie delle Forze Armate, onorevoli missini, diversi direttori di quotidiani di area moderata, i vertici del Sifar, pezzi di Confindustria (generosi finanziatori, come l’armatore Costa). La campagna controinsurrezionale è già diventata il terreno comune che tiene insieme tutte queste forze. Come nella migliore tradizione italiana, però, le élite praticavano anche una guerra tra bande, dentro il fronte anticomunista, in particolare tra settori di Forze Armate più schierate e “interventiste”, rispetto alle effervescenze della società italiana; i comandi più prudentemente neutralisti e le strutture del Ministero dell’Interno – come il famigerato Ufficio Affari Riservati. Ordine Nuovo, e in particolare Pino Rauti, si alimentano di queste contraddizioni, tenendo sempre attiva una sequela di iniziative provocatorie, grandi e piccole.
Sul piano ideologico è nei primi anni 60 che dentro ON matura la svolta pienamente “occidentalista”. Ci si potrebbe chiedere, infatti: come potevano formazioni che celebravano il culto delle SS o delle “brigate nere”, zeppe di ex combattenti repubblichini e sature di retorica sul “riscatto della Patria tradita”, ritrovarsi solo pochi anni dopo, con tanta disinvoltura, a ricevere soldi e orientamento politico da parte degli ex nemici?
I movimenti fascisti e nazisti nati dopo il 1945, nella maggior parte dei casi, avevano mantenuto la contemporanea opposizione sia contro gli angloamericani che contro i sovietici… Già nella prima metà degli anni cinquanta, tuttavia, iniziava un avvicinamento tra neo-fascisti ed anticomunismo bianco. Infatti, per l’estrema destra si trattava di rompere l’accerchiamento, accettando realisticamente la sconfitta, per reinserirsi nel gioco politico. Per “l’anticomunismo bianco” la spinta veniva dal bisogno di recuperare un’area militante, disposta anche allo scontro fisico con le sinistre (p. 82)Per potersi avvicinare agli Usa, si modificava lo statuto valoriale del neo-fascismo, si tralasciavano elementi fondanti della sua memoria di guerra, si costruiva una nuova ideologia “occidentalista”: «Per gli ideologici occidentalisti il contrasto fra occidente e comunismo non era da intendersi come confronto di natura sociale ed ideologica, ma come scontro fra modelli di civiltà irriducibili l’uno all’altro» (p. 87).
Da qui in avanti, ogni velleitaria terza via vagheggiata tra capitalismo e comunismo, ogni europeismo tradizionalista, ogni ostilità all’imperialismo americano, cessano di esistere o si limitano a esercitare solo funzioni di facciata, di agitazione, di collante ideale per le basi militanti: l’Occidente – inteso come concetto né geografico né meramente politico, ma come avamposto di civiltà contro i popoli gialli e neri, in pericolosa rivolta anticoloniale – sarà il bastione della destra radicale, in Italia e in Europa. Gli Usa e la Nato troveranno a loro disposizione una massa critica di uomini, armi, organizzazioni e quadri politici, da poter manovrare senza remore sullo scenario italiano.
Tra l’altro, dopo i fatti di Genova del luglio 60, la strategia micheliniana di approccio alla DC e di inserimento della destra italiana nel gioco politico, risulta ridimensionata. Ci si avvia alla stagione del centro sinistra. Gli apparati militari e le strutture di influenza americane in Italia entrano in fibrillazione. La critica “da destra” del Msi e la rottura rautiana con quel partito, non hanno più ragioni così forti da esibire. E del resto tra i gruppi come Ordine Nuovo e il Movimento Sociale Italiano, non si edificarono mai barriere e rigide divisioni: personalità, giornali, sedi, fonti di finanziamento, potevano attraversare labili confini di organizzazione o denominazione, continuando, più o meno, a praticare le medesime politiche (a differenza da quanto avvenne nel PCI che, già dopo il 68, eresse un muro invalicabile alla sua sinistra).
Nel 1969 Giorgio Almirante subentra al vecchio Michelini, deceduto per malattia:
con l’elezione di Almirante, la situazione mutava radicalmente ed il MSI registrava una improvvisa frustata attivistica. Già dopo pochi giorni l’elezione, Almirante, in concomitanza con la scissione socialista e con la crisi di governo, chiamava la destra alla mobilitazione di piazza… La creazione di una piazza di destra, è il primo necessario presupposto per calamitare anche i consensi di quel ceto medio impaurito dalla mobilitazione sindacale dell’autunno caldo e pronto a voltare le spalle a DC e PLI in favore di un più deciso antagonista della sinistra (p. 103).In considerazione di questa svolta missina, la tentazione di rientrare nel MSI diventa, anche dentro ON, più pressante. La contestazione giovanile e l’autunno operaio rappresentano una scossa per la destra italiana. Tra l’altro ON, nonostante i suoi finanziatori internazionali, continua ad avere accesso a risorse troppo limitate; l’ultima velleità di trasformarsi in vero e proprio partito nazionale, è affidata a Confindustria:
Così nella primavera del 1966 ON cercava di risolvere definitivamente i suoi problemi incontrandosi con il Presidente di Confindustria. E, infatti, nel settembre di quell’anno, uno speranzoso Rauti annunciava al direttorio dell’organizzazione: i problemi finanziari di Ordine Nuovo potranno essere totalmente risolti alla fine del corrente anno o nei primi mesi del 1967 dato che sono attualmente ben avviati, con prospettive di soluzioni favorevoli, numerosi contatti e trattative con ambienti industriali italiani (p. 104).Trattative che evidentemente non andarono nella direzione sperata. Nell’autunno del 1969 la maggioranza di ON decide il rientro alla casa madre missina. Si dice che Rauti, perorando questa decisione nel dibattito interno al gruppo dirigente ordinovista, parlasse della necessita di “aprire l’ombrello”: il partito di Almirante offriva un riparo e qualche margine di copertura politica, davanti alla durissima stagione delle stragi e dello scontro sociale che si andava ad aprire nel paese. La maggior parte del radicalismo neofascista rientrò, più o meno ufficialmente, nel MSI e questo rafforzava anche il partito e quella “destra di piazza” a cui spetterà il compito di contrastare nei territori, nei luoghi di lavoro e nelle strade, l’iniziativa di classe:
la nuova politica musclè dell’MSI almirantiano, trovava calorosi apprezzamenti nel mondo imprenditoriale scosso dalla virulenza dell’autunno sindacale. E così, le esangui casse del’MSI iniziarono ben presto a rifiorire grazie alle cospicue donazioni dell’Assolombarda ma anche dei grandi enti di Stato quali l’Iri e l’Eni, pur se a prezzo di qualche risentimento da parte di amici tradizionali del partito, come i petrolieri privati. D’altro canto, Almirante saprà giocare molto spregiudicatamente tra vecchi e nuovi sostenitori, fra capitale pubblico e privato, trovando fertile occasione di inserimento nelle vicende della Montedison, Bastogi e Sir. Requisito essenziale della fortunata ricetta almirantiana, restava il sapiente dosaggio tra manganello e doppiopetto – secondo una espressione coerente del tempo (p. 125).Il Centro Studi Ordine Nuovo cessa di esistere, Rauti diventa un onorevole missino e solo una fronda minoritaria persiste nell’extraparlamentarismo, appellandosi come Movimento Politico Ordine Nuovo – vicende convulse tra aree che si sovrapponevano, cooperavano, si facevano concorrenza, sempre all’ombra dei poteri forti che ne garantivano l’agibilità politica e il supporto finanziario a cui contribuiva, ancora fino alla metà dei settanta, il traffico d’armi internazionale:
Come si sa, la produzione e il commercio di delle armi sono sempre assoggettati a particolari misure di sorveglianza:… L’attività di compravendita è soggetta ad una complessa serie di autorizzazioni e controlli cui non restano certo estranei i servizi di sicurezza. È dunque inevitabile che, svolgendo intermediazione in quel settore, si venga in contatto con gli apparati di intelligence e questo rimanda ad un’altra caratteristica della storia di ON: il costante rapporto con i servizi segreti e l’altissimo numero di collaboratori, informatori e confidenti più o meno occasionali presenti tanto nel gruppo dirigente nazionale, quanto nelle sedi locali e nell’ambiente più prossimo (p. 143).Un paragrafo a parte merita Franco Freda, figura di riferimento (ancora oggi) del milieu nazifascista. Non un militante di Ordine Nuovo, in senso stretto, ma sicuramente molto vicino ai suoi vertici. Nel 2005 una sentenza della Cassazione stabilirà definitivamente la responsabilità di Freda in ordine alla strage milanese, organizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’ambito di Ordine Nuovo, capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura» (entrambi non perseguibili perché già processati e assolti per lo stesso reato). Anche qui, grande “mobilita’” delle sigle e delle appartenenze, ma ferrea unità nel perseguire la via della “Guerra controrivoluzionaria” di cui la strategia della tensione fu il capitolo propriamente italiano.
Con il 12 dicembre 1969 si comincia a sgranare il rosario dello stragismo, nel quale l’ambiente di Ordine Nuovo – formalmente disciolto ma assolutamente operativo nella guerra sporca lanciata contro le sinistre – si distinguerà senza remore: sono ordinovisti gli autori della strage di Peteano del maggio 72; è vicinissimo ad ON il gruppo milanese della Fenice, coinvolto in più di un attentato; ebbe rapporti con ON anche Bertoli, sedicente anarchico, attentatore alla questura di Milano; è ordinovista Carlo Maria Maggi, condannato in via definitiva per la strage di Brescia.
Le vicende successive alla confluenza di ON dentro il Msi, alla creazione del MPON e infine alla nascita di Ordine Nero, raccontano la solita trama di sigle, scioglimenti e autoscioglimenti – rapporti da retrobottega da cui viene forte odore di zolfo, caserme e nitroglicerina. La caduta del Muro di Berlino e la sconfitta di parte operaia che, tra gli ’80 e i ’90, disegna nuovi equilibri in Italia e in Europa, vedono l’estrema destra cambiare e adattarsi alla mutevolezza dei tempi. Anche il mondo degli “apparati riservati” riadatta le sue funzioni, in epoca post-guerra fredda.
In mezzo a questi terremoti, Pino Rauti sopravvive come una salamandra, collezionando rinvii a giudizi e schivando sentenze. Faro morale della destra sociale, diventerà anche segretario del MSI nel 1990, cercando di promuoverne una improbabile svolta movimentista. Ma la strada dei missini, alla fine del secolo, si presenta decisamente in discesa: basta attendere il passaggio del cadavere della prima Repubblica, un paio d’anni dopo, per cominciare a prepararsi all’ingresso nella stanza dei bottoni. Molto personale politico passato da Ordine Nuovo si ritroverà a sedere nel Parlamento della seconda Repubblica, così come fu per la prima.
La parte finale del volume, a cura di Elia Rosati, si occupa del variegato bagaglio di suggestioni filosofiche e ideologiche che ON porterà in dote al dibattito dentro la destra italiana. Si ricorda la tensione ideale verso Evola e il nazionalsocialismo, la continuità con la memoria repubblichina (che pure Evola non esaltava), l’idea di Europa e Tradizione, contrapposte alla modernità decadente nelle sue due varianti – quella yankee e quella bolscevica. Tutto materiale interessante, ma collocato nel libro in una posizione indiscutibilmente “da appendice”: come a dire, nella vicenda di Ordine Nuovo, l’essenza della storia va cercata nel suo essere consapevole strumento del terrorismo di Stato. La mitopoiesi del “soldato politico” in lotta contro la “barbarie materialista”, è parte di una narrazione precocemente usurata: mai come nella destra radicale italiana idealità e prassi si scindono brutalmente e le ragioni del neo-fascismo si piegheranno docilmente alle esigenze di realpolitik dei mandanti e dei finanziatori – lasciando dietro di sé libri bislacchi, documenti pomposi, declamazioni di “sovversivismo esistenziale” e una gran massa di documentazione compromettente, a cui Aldo Giannulli ha avuto il merito di attingere con metodo e pazienza.
Si discute molto, oggi, di una presunta rinascita dell’estrema destra. Troppo complesso affrontare in questa sede la questione – e ovviamente, il libro non se ne occupa. Di fascisti in giro, in questo paese, ce ne sono sempre stati tanti. Diciamo che quelli all’opera oggi sembrano piuttosto cambiati: anziché “cavalcare la tigre” preferiscono cavalcare la protesta contro i campi rom, un po’ più agevole ed elettoralmente redditizia, rispetto alla titanica “lotta alla Modernità”. Giri vorticosi di società, merchandising, corsa ai talk show. A vederli tutti compunti a raccogliere firme contro un centro di prima accoglienza, mettono un po’ di tristezza: confermano una sorta di generale ridimensionamento delle velleità ideologiche – anche delle più ignobili –, tipica di questi tempi grami. Se questi tardi epigoni cominciassero a leggere libri come questo, forse conoscerebbero meglio le radici – marce – della storia che pretendono di rappresentare e reiterare oggi.
Mentre chiudo queste brevi note, le agenzie internazionali diffondono una notizia inquietante: l’Imam di Ripoll, Abdelbaky Es Satty, indicato come mente e organizzatore del nucleo jhiadista autore della strage di Barcellona, era ufficialmente in rapporto con i servizi segreti di Madrid. Non è il primo e non sarà l’ultimo, di quel mondo. L’impressione è di una tremenda coazione a ripetere. Pur nel profondo cambiamento di forze e contesti, mercenari, imbecilli e infiltrati, continuano a rappresentare un’arma persistente ed inossidabile della scontro geo-politico in atto. E i corpi delle persone comuni, diventano, di regola, terreno di battaglia: una storia che noi in Italia conosciamo bene.
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08/07/2014
Lo schifo che mi fanno Giorgio Napolitano…
…e Fausto Bertinotti quando omaggiano il fascista Giorgio Almirante.
Il presidente della repubblica italiana Giorgio Napolitano, il 26 giugno, ha inviato un messaggio al convegno organizzato alla Camera in occasione del centenario della nascita di Giorgio Almirante, in cui ha affermato che «Almirante ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti antiparlamentari che tendevano periodicamente ad emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane […] a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio».
Non un’opinione ma un falso storico. Più avanti darò alcuni riferimenti storici, ben noti.
Non bastasse il presidente-re c’è anche un’altra (ex) alta carica dello Stato che riabilita l’ex capo dei neofascisti italiani.
Leggo in rete (nella lista «R-esistiamo», fonte degna di fiducia) che in quella occasione Fausto Bertinotti – ex presidente della Camera, ex sindacalista ed ex segretario di Rifondazione – ha pensato bene di recarsi in visita dalla vedova di Almirante.
Un grave errore politico: ovviamente Bertinotti in privato può frequentare chi vuole (da Valeria Marini al principe Sforza Ruspoli… contento lui) ma una visita simile, cioè fatta conoscere, diventa appunto un evento “pubblico”, dunque un omaggio ad Almirante. E un’offesa all’antifascismo.
Impensabile che Napolitano e Bertinotti ignorino la storia. Dunque si tratta di una scelta: ignobile, secondo me.
Per chi è più giovane ecco due link sull’ex capo dei neofascisti e qualche altra notizia ripresa da un (mio) vecchio libro.
1 – Qui in blog (cfr: «Scor-data: 17 maggio 1944») ho ricordato il «Giorgio Almirante, fucilatore di partigiani» riprendendo un post dall’ «Osservatorio democratico sulle nuove destre». Si dirà che sono fatti del passato, che è possibile cambiar vita… Certo, però Almirante (fra l’altro ex segretario di redazione della rivista «Difesa della razza») mai si è pentito del suo passato fascista. Anzi sempre se ne vantò pubblicamente... tranne nelle occasioni in cui la paura (o le elezioni) lo spingevano per un po’ a fingersi moderato.
2 – Un secondo testo utile è LO SGUARDO DI ALMIRANTE di Claudia CERNIGOI: una breve biografia che si trova facilmente in rete ed è ripresa da «La nuova alabarda».
3 – Aggiungo qualche altra notizia su Almirante sintetizzata da un (mio) vecchio libro: «Agenda nera: 30 anni di neofascismo in Italia» che pubblicai nel gennaio 1976 con Coines edizioni.
Almirante nel 1946 è tra i promotori dei clandestini Far (Fasci azione rivoluzionaria) che si impegnarono in attentati. Poi il 26 dicembre 1946 è tra i fondatori del Msi, Movimento Sociale Italiano, il cui simbolo è una fiamma tricolore che si alza da una bara, ovviamente quella di Mussolini. Nel Msi degli inizi Almirante è all’opposizione, vorrebbe una linea ancora più dura, più fascista. Dopo le giornate antifasciste del luglio 1960 (Genova e non solo) quando l’impaurito segretario del Msi Arturo Michelini invitò i camerati a tener calmi gli squadristi ovviamente fra coloro che criticarono la svolta “morbida” c’era anche lui. E ancora Almirante si fa fotografare il 15 marzo 1968 in mezzo agli squadristi che dalla facoltà di Giurisprudenza di Roma si preparano ad assaltare Lettere occupata da compagne/i. Quando poi Almirante prenderà il posto di Michelini, morto nel 1969, non a caso i gruppi più duri (come Ordine Nuovo) rientreranno, almeno in parte, nel Msi. Da allora l’escalation dei gruppi neofascisti è visibile quanto sanguinosa ma il nuovo segretario non sconfessa i suoi. Anzi, nel settembre 1970 Almirante dichiara: «Oggi la consegna è di passare dall’essere fascisti al fare i fascisti». Ricorda che ora tutti i massimi dirigenti Msi provengono dalla Rsi, «che fu libera scelta non solo atto di fedeltà». A novembre 1971 il procuratore Luigi Bianchi d’Espinosa promuove un’indagine sulla ricostituzione del partito fascista, indagando anche sui massimi dirigenti del Movimento Sociale. Ma l’Italia ancora dominata dalla Dc non può permettere che i dirigenti neofascisti vadano davvero sotto processo perché significherebbe far luce sui finanziamenti e sulle complicità; e dopo la morte di Bianchi d’Espinosa si aggiungerà la “bassezza” di Almirante che insinuerà «non era in possesso delle sue facoltà mentali» mentre a livello politico la Dc prende dall’Msi voti utili sia in Parlamento che per eleggere Giovanni Leone alla presidenza della repubblica. Nel giugno ’72 in una manifestazione pubblica a Firenze Almirante dichiara: «Noi siamo pronti a surrogare lo Stato» e ancora «I nostri giovani devono prepararsi allo scontro frontale con i comunisti e siccome una volta sono stato frainteso, e ora desidero evitarlo, voglio sottolineare che quando dico scontro frontale intendo anche scontro fisico». Una delle tante apologie dello squadrismo.
Ma i neofascisti non pagano il conto (giudiziario e/o politico). Neppure quando il 7 aprile 1973 il missino Nico Azzi si fa esplodere fra le gambe una bomba che stava collocando sul direttissimo Genova-Roma o quando, 5 giorni dopo, i fascisti (tutti iscritti o ex iscritti al Msi) in piazza a Milano tirano bombe sulla polizia, uccidendo l’agente Antonio Marino... neppure allora il partito di Almirante rischia. In quegli anni infatti la tesi della Dc e dei suoi alleati è che ci sono gli «opposti estremismi» (uno rosso e l’altro nero) ma la verità è che i camerati sono vezzeggiati, incoraggiati e foraggiati salvo poi spedire qualche “pesce piccolo” in carcere se proprio l’incauto si fa cogliere con le mani nel sacco... mentre i corpi dello Stato chiudono gli occhi sulle evidenze che legano squadristi e attentatori al Movimento Sociale, oltre a dimenticare che in Italia è vietata per legge la «ricostituzione del partito fascista».
Il mio libro si chiudeva con il 1975 (e da allora mi sono dedicato a cose “più allegre” che studiare i neofascisti) ma è ben noto che, anche dopo di allora, Giorgio Almirante non ha dato segni di pentimento o ravvedimento. Fascista, razzista e repubblichino prima; neofascista poi cioè ideologo dello squadrismo, complice politico e mandante morale di delitti e stragi targate estrema destra.
E allora chiedo: «senso dello Stato»? E «rispetto per le istituzioni repubblicane»? Anzi, «un esempio»? Come osa Napolitano dire queste bugie?
Fonte
Il presidente della repubblica italiana Giorgio Napolitano, il 26 giugno, ha inviato un messaggio al convegno organizzato alla Camera in occasione del centenario della nascita di Giorgio Almirante, in cui ha affermato che «Almirante ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti antiparlamentari che tendevano periodicamente ad emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane […] a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio».
Non un’opinione ma un falso storico. Più avanti darò alcuni riferimenti storici, ben noti.
Non bastasse il presidente-re c’è anche un’altra (ex) alta carica dello Stato che riabilita l’ex capo dei neofascisti italiani.
Leggo in rete (nella lista «R-esistiamo», fonte degna di fiducia) che in quella occasione Fausto Bertinotti – ex presidente della Camera, ex sindacalista ed ex segretario di Rifondazione – ha pensato bene di recarsi in visita dalla vedova di Almirante.
Un grave errore politico: ovviamente Bertinotti in privato può frequentare chi vuole (da Valeria Marini al principe Sforza Ruspoli… contento lui) ma una visita simile, cioè fatta conoscere, diventa appunto un evento “pubblico”, dunque un omaggio ad Almirante. E un’offesa all’antifascismo.
Impensabile che Napolitano e Bertinotti ignorino la storia. Dunque si tratta di una scelta: ignobile, secondo me.
Per chi è più giovane ecco due link sull’ex capo dei neofascisti e qualche altra notizia ripresa da un (mio) vecchio libro.
1 – Qui in blog (cfr: «Scor-data: 17 maggio 1944») ho ricordato il «Giorgio Almirante, fucilatore di partigiani» riprendendo un post dall’ «Osservatorio democratico sulle nuove destre». Si dirà che sono fatti del passato, che è possibile cambiar vita… Certo, però Almirante (fra l’altro ex segretario di redazione della rivista «Difesa della razza») mai si è pentito del suo passato fascista. Anzi sempre se ne vantò pubblicamente... tranne nelle occasioni in cui la paura (o le elezioni) lo spingevano per un po’ a fingersi moderato.
2 – Un secondo testo utile è LO SGUARDO DI ALMIRANTE di Claudia CERNIGOI: una breve biografia che si trova facilmente in rete ed è ripresa da «La nuova alabarda».
3 – Aggiungo qualche altra notizia su Almirante sintetizzata da un (mio) vecchio libro: «Agenda nera: 30 anni di neofascismo in Italia» che pubblicai nel gennaio 1976 con Coines edizioni.
Almirante nel 1946 è tra i promotori dei clandestini Far (Fasci azione rivoluzionaria) che si impegnarono in attentati. Poi il 26 dicembre 1946 è tra i fondatori del Msi, Movimento Sociale Italiano, il cui simbolo è una fiamma tricolore che si alza da una bara, ovviamente quella di Mussolini. Nel Msi degli inizi Almirante è all’opposizione, vorrebbe una linea ancora più dura, più fascista. Dopo le giornate antifasciste del luglio 1960 (Genova e non solo) quando l’impaurito segretario del Msi Arturo Michelini invitò i camerati a tener calmi gli squadristi ovviamente fra coloro che criticarono la svolta “morbida” c’era anche lui. E ancora Almirante si fa fotografare il 15 marzo 1968 in mezzo agli squadristi che dalla facoltà di Giurisprudenza di Roma si preparano ad assaltare Lettere occupata da compagne/i. Quando poi Almirante prenderà il posto di Michelini, morto nel 1969, non a caso i gruppi più duri (come Ordine Nuovo) rientreranno, almeno in parte, nel Msi. Da allora l’escalation dei gruppi neofascisti è visibile quanto sanguinosa ma il nuovo segretario non sconfessa i suoi. Anzi, nel settembre 1970 Almirante dichiara: «Oggi la consegna è di passare dall’essere fascisti al fare i fascisti». Ricorda che ora tutti i massimi dirigenti Msi provengono dalla Rsi, «che fu libera scelta non solo atto di fedeltà». A novembre 1971 il procuratore Luigi Bianchi d’Espinosa promuove un’indagine sulla ricostituzione del partito fascista, indagando anche sui massimi dirigenti del Movimento Sociale. Ma l’Italia ancora dominata dalla Dc non può permettere che i dirigenti neofascisti vadano davvero sotto processo perché significherebbe far luce sui finanziamenti e sulle complicità; e dopo la morte di Bianchi d’Espinosa si aggiungerà la “bassezza” di Almirante che insinuerà «non era in possesso delle sue facoltà mentali» mentre a livello politico la Dc prende dall’Msi voti utili sia in Parlamento che per eleggere Giovanni Leone alla presidenza della repubblica. Nel giugno ’72 in una manifestazione pubblica a Firenze Almirante dichiara: «Noi siamo pronti a surrogare lo Stato» e ancora «I nostri giovani devono prepararsi allo scontro frontale con i comunisti e siccome una volta sono stato frainteso, e ora desidero evitarlo, voglio sottolineare che quando dico scontro frontale intendo anche scontro fisico». Una delle tante apologie dello squadrismo.
Ma i neofascisti non pagano il conto (giudiziario e/o politico). Neppure quando il 7 aprile 1973 il missino Nico Azzi si fa esplodere fra le gambe una bomba che stava collocando sul direttissimo Genova-Roma o quando, 5 giorni dopo, i fascisti (tutti iscritti o ex iscritti al Msi) in piazza a Milano tirano bombe sulla polizia, uccidendo l’agente Antonio Marino... neppure allora il partito di Almirante rischia. In quegli anni infatti la tesi della Dc e dei suoi alleati è che ci sono gli «opposti estremismi» (uno rosso e l’altro nero) ma la verità è che i camerati sono vezzeggiati, incoraggiati e foraggiati salvo poi spedire qualche “pesce piccolo” in carcere se proprio l’incauto si fa cogliere con le mani nel sacco... mentre i corpi dello Stato chiudono gli occhi sulle evidenze che legano squadristi e attentatori al Movimento Sociale, oltre a dimenticare che in Italia è vietata per legge la «ricostituzione del partito fascista».
Il mio libro si chiudeva con il 1975 (e da allora mi sono dedicato a cose “più allegre” che studiare i neofascisti) ma è ben noto che, anche dopo di allora, Giorgio Almirante non ha dato segni di pentimento o ravvedimento. Fascista, razzista e repubblichino prima; neofascista poi cioè ideologo dello squadrismo, complice politico e mandante morale di delitti e stragi targate estrema destra.
E allora chiedo: «senso dello Stato»? E «rispetto per le istituzioni repubblicane»? Anzi, «un esempio»? Come osa Napolitano dire queste bugie?
Fonte
01/07/2014
Se Napolitano riabilita Almirante. Ripassiamo un po’ di storia
Dice il Presidente della Repubblica che è nata dalla Resistenza e che
ha l’antifascismo come valore fondante, insomma per quanto possa
sembrar strano stiamo parlando di Giorgio Napolitano: «Almirante ha avuto il merito
di contrastare impulsi e comportamenti anti-parlamentari che tendevano
periodicamente a emergere, dimostrando un convinto rispetto per le
istituzioni repubblicane che in Parlamento si esprimeva attraverso uno
stile oratorio efficace e privo di eccessi anche se spesso aspro nei
toni. È stato espressione di una generazione di leader che hanno saputo
confrontarsi mantenendo un reciproco rispetto a dimostrazione di un
superiore senso dello Stato».
Ripassiamo un po’ di storia.
Giorgio Almirante fu tra i firmatari nel 1938 del Manifesto della razza e dal 1938 al 1942 collaborò alla rivista La difesa della razza come segretario di redazione. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Giorgio Almirante fu arruolato, ed inviato a combattere nella Campagna del Nordafrica.
Dopo l’8 settembre, Almirante aderì alla costituzione della Repubblica Sociale Italiana arruolandosi nella Guardia Nazionale Repubblicana con il grado di capomanipolo. Il 30 aprile 1944 Almirante fu nominato capo gabinetto del ministero della Cultura Popolare presieduto da Fernando Mezzasoma. Divenne poi tenente della brigata nera, dipendente sempre dal Minculpop occupandosi della lotta contro i partigiani, in particolare nella Val d’Ossola e nel grossetano.
Il 10 aprile 1944, apparve un manifesto firmato da Almirante in cui si decretava la pena della fucilazione per tutti i partigiani
che non avessero deposto le armi e non si fossero prontamente arresi.
Rimase in clandestinità dal 25 aprile 1945 fino al settembre 1946, pur
non essendo ufficialmente ricercato.
Partecipò alla fondazione dei Fasci di Azione Rivoluzionaria insieme a Pino Romualdi e Clemente Graziani nell’autunno del 1946.
Il 5 maggio 1958 al termine di un comizio a Trieste, Almirante è denunciato dalla Questura per «Vilipendio degli Organi Costituzionali dello Stato».
Il 16 giugno 1971 il Procuratore della Repubblica di Spoleto Vincenzo De Franco chiede alla Camera dei Deputati l’autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per i reati di “Pubblica Istigazione ad Attentato contro la Costituzione“ ed “Insurrezione Armata contro i Poteri dello Stato”. L’autorizzazione venne concessa il 3 luglio 1974 dalla Camera dei deputati, con la contrarietà del solo MSI. Il segretario missino aveva infatti affermato durante il congresso del partito, con chiaro riferimento ai regimi di Salazar, Papadopoulos e Franco: «I nostri giovani devono prepararsi all’attacco prima che altri lo facciano. Da esso devono conseguire risultati analoghi a quelli conquistati in altri paesi d’Europa quali il Portogallo, la Grecia e la Spagna».
Così, nel 1974 ne parla la questura di Roma: «Il dr. Giorgio Almirante, segretario della giunta esecutiva del Movimento Sociale italiano, già redattore capo di ‘Il Tevere’ e di ‘Difesa della razza”, capo Gabinetto del ministero della Cultura popolare della pseudo Repubblica di Salò, è stato deferito alla Commissione Provinciale per il confino quale elemento pericoloso all’esercizio delle libertà democratiche, non solo per l’acceso fanatismo fascista dimostrato sotto il passato regime e particolarmente in periodo repubblichino, ma più ancora per le sue recenti manifestazioni politiche di esaltazione dell’infausto ventennio fascista e di propaganda di principi sovvertitori delle istituzioni democratiche ai quali informa la sua attività, tendente a far rivivere istituzioni deleterie alle pubbliche libertà e alla dignità del paese».
Il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra – reo confesso della strage di Peteano – racconta nel 1982 di un Almirante che procura 35.000 dollari al terrorista Carlo Cicuttini, dirigente del MSI friulano, coautore della strage e autore della telefonata trappola che portò i carabinieri alla autobomba, affinché modificasse la sua voce durante la sua latitanza in Spagna con un intervento alle corde vocali. Nel giugno del 1986, a seguito dell’emersione dei documenti che provavano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico, Giorgio Almirante e l’avvocato goriziano Eno Pascoli vennero rinviati a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti. Pascoli verrà condannato per il fatto; Almirante invece, dopo un’iniziale condanna, si fece più volte scudo dell’immunità parlamentare anche per sottrarsi agli interrogatori fin quando si avvalse di un’amnistia grazie alla quale uscì definitivamente dal processo.
Ernesto De Marzio, capogruppo del MSI alla Camera ha raccontato di aver presenziato, nel 1970, ad un incontro tra Junio Valerio Borghese ed Almirante nel corso del quale quest’ultimo, alle richieste di adesione all’imminente colpo di stato avanzate da Borghese, avrebbe risposto: «Comandante, se parliamo di politica e tu sei dei nostri devi seguire le mie direttive: ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni».
L’ammiraglio Gino Birindelli, presidente del MSI dal 1972 al 1974 e precedentemente in contatto con Ordine Nero, racconta in un’intervista del 2005,
e l’ex ministro La Russa che a quei tempi frequentava i “sanbabilini”
dovrebbe ricordarselo, l’atteggiamento di copertura tenuto dal partito
di Almirante nei confronti degli assassini dell’agente di polizia Antonio Marino.
Per finire, ricordiamo le felicitazioni di Almirante ad Augusto Pinochet dopo il golpe contro Allende, per le quali fu pubblicamente ringraziato dallo stesso generale.
Forse Napolitano queste cose se le è scordate. Forse è troppo vecchio per fare il presidente di questa nostra Repubblica. Forse è il caso che si dimetta. O che qualcuno ne chieda la rimozione. Prima che se ne esca con la rivalutazione storica di Benito Mussolini: “Che quando c’era lui i treni arrivavano in orario”.
Fonte
Napolitano fa davvero vomitare!
Ripassiamo un po’ di storia.
Giorgio Almirante fu tra i firmatari nel 1938 del Manifesto della razza e dal 1938 al 1942 collaborò alla rivista La difesa della razza come segretario di redazione. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Giorgio Almirante fu arruolato, ed inviato a combattere nella Campagna del Nordafrica.
Dopo l’8 settembre, Almirante aderì alla costituzione della Repubblica Sociale Italiana arruolandosi nella Guardia Nazionale Repubblicana con il grado di capomanipolo. Il 30 aprile 1944 Almirante fu nominato capo gabinetto del ministero della Cultura Popolare presieduto da Fernando Mezzasoma. Divenne poi tenente della brigata nera, dipendente sempre dal Minculpop occupandosi della lotta contro i partigiani, in particolare nella Val d’Ossola e nel grossetano.
Il 10 aprile 1944, apparve un manifesto firmato da Almirante in cui si decretava la pena della fucilazione per tutti i partigiani
che non avessero deposto le armi e non si fossero prontamente arresi.
Rimase in clandestinità dal 25 aprile 1945 fino al settembre 1946, pur
non essendo ufficialmente ricercato.Partecipò alla fondazione dei Fasci di Azione Rivoluzionaria insieme a Pino Romualdi e Clemente Graziani nell’autunno del 1946.
Il 5 maggio 1958 al termine di un comizio a Trieste, Almirante è denunciato dalla Questura per «Vilipendio degli Organi Costituzionali dello Stato».
Il 16 giugno 1971 il Procuratore della Repubblica di Spoleto Vincenzo De Franco chiede alla Camera dei Deputati l’autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per i reati di “Pubblica Istigazione ad Attentato contro la Costituzione“ ed “Insurrezione Armata contro i Poteri dello Stato”. L’autorizzazione venne concessa il 3 luglio 1974 dalla Camera dei deputati, con la contrarietà del solo MSI. Il segretario missino aveva infatti affermato durante il congresso del partito, con chiaro riferimento ai regimi di Salazar, Papadopoulos e Franco: «I nostri giovani devono prepararsi all’attacco prima che altri lo facciano. Da esso devono conseguire risultati analoghi a quelli conquistati in altri paesi d’Europa quali il Portogallo, la Grecia e la Spagna».
Così, nel 1974 ne parla la questura di Roma: «Il dr. Giorgio Almirante, segretario della giunta esecutiva del Movimento Sociale italiano, già redattore capo di ‘Il Tevere’ e di ‘Difesa della razza”, capo Gabinetto del ministero della Cultura popolare della pseudo Repubblica di Salò, è stato deferito alla Commissione Provinciale per il confino quale elemento pericoloso all’esercizio delle libertà democratiche, non solo per l’acceso fanatismo fascista dimostrato sotto il passato regime e particolarmente in periodo repubblichino, ma più ancora per le sue recenti manifestazioni politiche di esaltazione dell’infausto ventennio fascista e di propaganda di principi sovvertitori delle istituzioni democratiche ai quali informa la sua attività, tendente a far rivivere istituzioni deleterie alle pubbliche libertà e alla dignità del paese».
Il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra – reo confesso della strage di Peteano – racconta nel 1982 di un Almirante che procura 35.000 dollari al terrorista Carlo Cicuttini, dirigente del MSI friulano, coautore della strage e autore della telefonata trappola che portò i carabinieri alla autobomba, affinché modificasse la sua voce durante la sua latitanza in Spagna con un intervento alle corde vocali. Nel giugno del 1986, a seguito dell’emersione dei documenti che provavano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico, Giorgio Almirante e l’avvocato goriziano Eno Pascoli vennero rinviati a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti. Pascoli verrà condannato per il fatto; Almirante invece, dopo un’iniziale condanna, si fece più volte scudo dell’immunità parlamentare anche per sottrarsi agli interrogatori fin quando si avvalse di un’amnistia grazie alla quale uscì definitivamente dal processo.
Ernesto De Marzio, capogruppo del MSI alla Camera ha raccontato di aver presenziato, nel 1970, ad un incontro tra Junio Valerio Borghese ed Almirante nel corso del quale quest’ultimo, alle richieste di adesione all’imminente colpo di stato avanzate da Borghese, avrebbe risposto: «Comandante, se parliamo di politica e tu sei dei nostri devi seguire le mie direttive: ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni».
L’ammiraglio Gino Birindelli, presidente del MSI dal 1972 al 1974 e precedentemente in contatto con Ordine Nero, racconta in un’intervista del 2005,
e l’ex ministro La Russa che a quei tempi frequentava i “sanbabilini”
dovrebbe ricordarselo, l’atteggiamento di copertura tenuto dal partito
di Almirante nei confronti degli assassini dell’agente di polizia Antonio Marino.Per finire, ricordiamo le felicitazioni di Almirante ad Augusto Pinochet dopo il golpe contro Allende, per le quali fu pubblicamente ringraziato dallo stesso generale.
Forse Napolitano queste cose se le è scordate. Forse è troppo vecchio per fare il presidente di questa nostra Repubblica. Forse è il caso che si dimetta. O che qualcuno ne chieda la rimozione. Prima che se ne esca con la rivalutazione storica di Benito Mussolini: “Che quando c’era lui i treni arrivavano in orario”.
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Napolitano fa davvero vomitare!
07/07/2013
Quando a Cantagallo non servirono il caffè ad Almirante
Fa caldo in quell’estate del 1973. L’Italia delle vacanze non è
ancora sulle spiagge, nelle università resistono le barricate. I giovani
ascoltano The Dark Side of the Moon, il capolavoro dei Pink Floyd, nei cinema guardano Papillon:
è l’epopea di quegli anni. Il carcere diventa romantico, perché “tutti
noi avevamo messo in conto di finirci prima o poi”. E lo Steve McQueen
ne incarna tutto il simbolismo di cui si erano caricati quei mesi:
fugge, viene ripreso, lo riducono in fin di vita, ma come una farfalla,
appunto, non rinuncia mai a volare. Scapperà, ce la farà, alla fine,
quando è troppo vecchio e non ha più denti in bocca.
Questa è l’Italia dei ventenni. I genitori a Papillon, soprattutto il genere maschile, ha preferito Laura Antonelli di Malizia, forse – per alcuni di loro – 8 e mezzo di Federico Fellini. Nei juke boxe sulle spiagge di italiano non c’è quasi niente. Tony Cucchiara, Al Bano, Patty Pravo, altro genere desiderato più dai papà che dalle mamme. E sulle barricate nelle università, in larga parte, c’è un’Italia figlia di quella borghesia.
E fuori? Fuori c’è il Partito comunista. A Bologna da tre anni è sindaco Renato Zangheri, professore universitario che si legherà per tredici anni in un abbraccio insperato alla città di allora, un po’ bottegaia, ma con pretese da Rive Gauche. Zangheri, che gli studenti irridono coi cori nelle manifestazioni, è il meno comunista tra i comunisti di allora, ma al tempo stesso riesce a essere di sinistra. E’ severo, accipicchia se lo è. Ma sa cosa vuol dire la tolleranza e solidarietà. Oggi i sindaci aumentano i biglietti dell’autobus, lui istituisce le fasce orarie gratuite. L’anno prima aveva aperto alle donne la possibilità di entrare nei vigili urbani. Concede spazi civici agli anarchici e agli omosessuali. E’ di sinistra, Zangheri.
E in quella Bologna, il 21 giugno di 40 anni fa, accade quello che verrà relegato come un episodio minore, ma la dice lunga su quanto calda sia la temperatura. Succede che Giorgio Almirante, di ritorno da un comizio con la scorta, si fermi al Mottagrill di Cantagallo. Non era l’autostrada del Sole di oggi in quegli anni. E l’Italia comunista non faceva sconti. Così quando Almirante si presenta alla cassa per chiedere un caffè si sente rispondere no. “Lei è fascista, io non le servo niente”. Almirante, che non aveva un carattere docile, va su tutte le furie, lo contiene a stento donna Assunta, la moglie. Ma non c’è niente da fare: pochi secondi, e senza guardarsi in faccia, tutti i dipendenti di Cantagallo incrociano le braccia. Almirante deve piegare la testa, e cercare un caffè altrove. Il giorno successivo, alcuni squadristi di Ordine nuovo danneggiano l’Autogrill. Sedici lavoratori, invece, finiscono a processo. Sono l’Italia proletaria davvero, guadagnano un tozzo di pane. E allora viene inciso un 45 giri dal “Canzoniere delle Lame”, venduto solo al Mottagrill. Il ricavato delle vendite finirà in un conto per difendere i lavoratori. Tutti assolti.
Si chiederà, il lettore non già annoiato, dove il blogger lo volesse accompagnare. Non lo so. Da nessuna parte. Solo raccontare un episodio di 40 anni fa. E solo, per dirsela in parole povere, com’era più semplice quando le persone, politicamente, si riconoscevano. Quando gli avversari politici si presentavano e non sedevano alla stessa tavola. Neppure allo stesso Autogrill.
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Questa è l’Italia dei ventenni. I genitori a Papillon, soprattutto il genere maschile, ha preferito Laura Antonelli di Malizia, forse – per alcuni di loro – 8 e mezzo di Federico Fellini. Nei juke boxe sulle spiagge di italiano non c’è quasi niente. Tony Cucchiara, Al Bano, Patty Pravo, altro genere desiderato più dai papà che dalle mamme. E sulle barricate nelle università, in larga parte, c’è un’Italia figlia di quella borghesia.
E fuori? Fuori c’è il Partito comunista. A Bologna da tre anni è sindaco Renato Zangheri, professore universitario che si legherà per tredici anni in un abbraccio insperato alla città di allora, un po’ bottegaia, ma con pretese da Rive Gauche. Zangheri, che gli studenti irridono coi cori nelle manifestazioni, è il meno comunista tra i comunisti di allora, ma al tempo stesso riesce a essere di sinistra. E’ severo, accipicchia se lo è. Ma sa cosa vuol dire la tolleranza e solidarietà. Oggi i sindaci aumentano i biglietti dell’autobus, lui istituisce le fasce orarie gratuite. L’anno prima aveva aperto alle donne la possibilità di entrare nei vigili urbani. Concede spazi civici agli anarchici e agli omosessuali. E’ di sinistra, Zangheri.
E in quella Bologna, il 21 giugno di 40 anni fa, accade quello che verrà relegato come un episodio minore, ma la dice lunga su quanto calda sia la temperatura. Succede che Giorgio Almirante, di ritorno da un comizio con la scorta, si fermi al Mottagrill di Cantagallo. Non era l’autostrada del Sole di oggi in quegli anni. E l’Italia comunista non faceva sconti. Così quando Almirante si presenta alla cassa per chiedere un caffè si sente rispondere no. “Lei è fascista, io non le servo niente”. Almirante, che non aveva un carattere docile, va su tutte le furie, lo contiene a stento donna Assunta, la moglie. Ma non c’è niente da fare: pochi secondi, e senza guardarsi in faccia, tutti i dipendenti di Cantagallo incrociano le braccia. Almirante deve piegare la testa, e cercare un caffè altrove. Il giorno successivo, alcuni squadristi di Ordine nuovo danneggiano l’Autogrill. Sedici lavoratori, invece, finiscono a processo. Sono l’Italia proletaria davvero, guadagnano un tozzo di pane. E allora viene inciso un 45 giri dal “Canzoniere delle Lame”, venduto solo al Mottagrill. Il ricavato delle vendite finirà in un conto per difendere i lavoratori. Tutti assolti.
Si chiederà, il lettore non già annoiato, dove il blogger lo volesse accompagnare. Non lo so. Da nessuna parte. Solo raccontare un episodio di 40 anni fa. E solo, per dirsela in parole povere, com’era più semplice quando le persone, politicamente, si riconoscevano. Quando gli avversari politici si presentavano e non sedevano alla stessa tavola. Neppure allo stesso Autogrill.
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