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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/01/2025

Olocausto e fiamma

Fratelli d’Italia partito di maggioranza relativa (con la modesta somma di voti di circa 6 milioni alle europee 2024) che esprime la presidenza del consiglio mantiene la “fiamma” nel proprio simbolo considerato elemento di continuità con il MSI, trasformato nel 1995 in AN per suggellare l’ingresso nell’area di governo con l’alleanza di centro-destra organizzata da Silvio Berlusconi e (con una intuizione davvero notevole) suddivisa in una duplice alleanza nell’occasione delle elezioni del 1994: al Nord connubio tra Forza Italia e la Lega allora Nord (secessionista con venature razziste all’epoca antimeridionali: Forza Vesuvio e Forza Etna tanto per intenderci) e al Sud tra Forza Italia e il MSI presentato come Alleanza Nazionale per via dell’ingresso di qualche residuo democristiano (Publio Fiori e Gustavo Selva, detto “Belva”, tra gli altri).

È bene che la Fiamma rimanga, non siamo certo qui a chiedere di rimuoverla tanto più che la fiamma del MSI richiama direttamente la Repubblica Sociale dell’ultima tragica fase del fascismo a fianco dell’invasore nazista.

In questi giorni di ricordo della “Memoria” dell’Olocausto e di forte ripresa della presenza di simboli che si richiamano a quella tragedia, con esponenti di Fratelli d’Italia ripresi con addosso le divise delle SS, è bene allora ricordare il ruolo vero che gli esponenti repubblichini ebbero in quella fase: esponenti repubblichini, primo fra tutti Giorgio Almirante che poi – nel dopoguerra – contribuirono a fondare il già richiamato MSI diretto progenitore (e rivendicato) dell’attuale Fratelli d’Italia.

Ne scrive lo storico Carlo Saletti in un suo articolo: “Gli uomini di Eichmann in Italia. Così la Shoah arrivò nel nostro Paese”.

Riprendiamo allora un punto centrale del testo di Saletti:
Il Partito Fascista Repubblicano tracciando le linee programmatiche del nuovo regime offriva di fatto un solido appoggio alla svolta impressa alla ‘questione ebraica’ nelle settimane precedenti. A metà ottobre (1943 n.d.r.) a conclusione del congresso di Verona aveva dichiarato gli ebrei “stranieri” e in tempo di guerra “appartenenti a nazionalità nemica” introducendo lo spirito delle leggi di Norimberga sul territorio della RSI.

Il 30 novembre il ministro dell’Interno Buffarini Guidi trasmetteva ai capi delle province (prefetti) l’ordine di arresto degli elementi considerati di razza ebraica, anche se discriminati, del loro internamento in appositi campi provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati e di confisca dei loro beni.

Tali decisioni convinsero l’alleato tedesco che le condizioni erano mature per un cambio di strategia nella caccia nella caccia agli ebrei nella penisola...

Alle forze di polizia italiane sarebbe spettato di identificare e fermare tutti gli ebrei per concentrarli poi nelle apposite strutture, agli specialisti del RSHA (tedeschi sotto il comando diretto di Eichmann) di organizzare i trasporti, per quello che il gergo nazista definiva come il ‘reinsediamento ebraico’.

Il prezzo di una tale collaborazione implicava la perdita delle autorità italiane degli arrestati e la subordinazione alla giurisdizione tedesca (un bell’esempio di sovranismo al contrario, ndr).
Vale allora la pena in questi giorni del ricordo rammentare questo fondamentale passaggio, aggiungendo la trilogia Partito Fascista Repubblicano, Movimento Sociale Italiano, Fratelli d’Italia: se qualcuno vuol pensare a un collegamento diretto di discendenza tra questi soggetti riteniamo sia libero di farlo.

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09/12/2022

Giorgia liquida Fratelli d’Italia

All’inizio fu la svolta di Fiuggi di metà anni ’90, il vecchio MSI si trasformò in Alleanza Nazionale ovvero in un partito afascista, gollista nelle intenzioni dichiarate e collettore di un rapporto tra politica e impresa che avrebbe beneficiato del nuovo, selvaggio, corso berlusconiano in quelle non dichiarate. Fu la svolta di una organizzazione, speculare a quella dell’autoscioglimento del PCI: congressi dibattuti in sezione, scissione di MSI-fiamma tricolore, celebrazione mediatica del nuovo partito definito postideologico. Per la cronaca Giorgia Meloni aderì ad Alleanza Nazionale che, per trovarsi qualche anno al centro della politica istituzionale, non disse poco. Per bocca del suo primo segretario Gianfranco Fini, ultimo del MSI, affermò infatti che il nuovo partito aderiva ai “valori democratici che il fascismo aveva conculcato”. Una dichiarazione così forte che, con il tempo, permise a Fini, legittimandolo come democratico, di diventare ministro degli esteri senza causare incidenti diplomatici.

Del resto da anni in una parte dello stesso neofascismo, per bocca dello stesso Almirante, esplicitamente definito come stella polare da Giorgia Meloni, si teorizzava il superamento del fascismo storico come precondizione per entrare nel gioco del potere istituzionale. Certamente la svolta di Fiuggi non fu priva di ambiguità, una parte del partito sui territori rimase identitariamente fascista, ma sicuramente rappresentò una realizzazione della linea storica prefigurata da Almirante: superare il fascismo storico per entrare nel pieno gioco del potere politico dal quale il MSI era stato escluso per quasi cinquant’anni. Del resto il fascismo, senza potere, perdeva la sua ragione d’essere e c’è sempre un aspetto del potere, nelle società occidentali, che permette di essere fascisti senza dichiararsi tali.

All’epoca Fiuggi fu evento incrocio tra necessità di organizzazione interna del partito e un rito pubblico che guardava alla società. Ancora, nonostante molto fosse cambiato negli anni ’90, si guardava al modello del partito di massa così come si era sviluppato negli anni del fordismo magari “temperato” nel modello del partito liberale di massa berlusconiano che allora sembrava prender piede. Poi è cambiato tutto, ed è questo il punto, le reti di relazioni sociali face-to-face, territoriali sulle quali si costruiva comunque un partito del genere sono state sostituite, nella formazione del consenso, dai social molto più efficaci e flessibili nell’estrazione di consenso elettorale rispetto all’apparato di partito. E, oltretutto, utili in una situazione nella quale i costi della politica vanno abbattuti, visto che la circolazione della ricchezza nel mondo politico istituzionale ha visto una restrizione della base beneficiaria dei flussi di denaro legati alla politica.

In questo senso almeno due cartelli elettorali, nei lustri successivi alla svolta di Fiuggi, seppur in senso molto diverso, hanno fatto vedere efficacia e criticità, entro grande capacità di raccogliere consenso, di un modello di costruzione del consenso, legato ai social. Si tratta del M5S di Grillo e della Lega di Matteo Salvini entrambi, in elezioni differenti, capaci di raggiungere livelli di percentuale elettorale simile a quella dei maggiori partiti della prima repubblica. Successivamente alla rilettura di questo modello, il personaggio “Giorgia” all’interno del cartello elettorale di Fratelli d’Italia, si vuole sia come continuazione del modello Fiuggi, ricordato durante la campagna elettore delle politiche 2022, sia come modello capace di superare le criticità emerse nei precedenti cartelli elettorali basati sui social (che hanno avuto effetti centrifughi e di rigetto).

Ora nel momento in cui “Giorgia”, la presidente del consiglio Giorgia Meloni si presenta sui social con la sua agenda di governo direttamente da sottoporre all’attenzione degli utenti, e con almeno iniziale successo di accessi, compie due operazioni: cerca di correggere le criticità dei modelli social precedenti, con uno inclusivo generatore di discussione al caminetto più simile al modello Conte, e, di fatto, liquida Fratelli d’Italia inteso come partito.

Del resto è proprio il modello social basato sul personaggio “Giorgia” che ha permesso a Fratelli d’Italia di passare da 1 milione e 700 mila voti delle europee del 2019, ancora legata al modello “immagine di partito”, a oltre 7 milioni e 300 mila voti alla camera nel 2022, per una percentuale del 26 per cento di voti che oggi, nei sondaggi, viene accreditata vicina al 30 per cento. Siccome in politica comanda chi raccoglie consenso, all’interno del cartello elettorale FdI, comandano i social, e la loro gestione, finché estraggono consenso. E i social qui hanno al centro la figura di Giorgia prima ancora di quella del partito, i temi “Giorgia” piuttosto che quelle strategici, se andiamo a vedere l’iconografia dell’agenda della presidente del consiglio. E qui il problema, come sappiamo dai modelli Grillo e Salvini, ma anche dalla sinistra basata su personaggi da casting, è che se il partito non cresce l’unica alternativa, per restare nel gioco, è rincorrere di tutto nei processi di comunicazione fino ai fisiologici cali di attenzione, rigetto e schianto dei livelli di consenso determinati dai social

La conseguenza politica di tutto questo, nel frattempo è davanti agli occhi: primato della discussione della presidente del consiglio sulle piccole cose (la polemica sul POS ad esempio), vicinanza spettacolo ai piccoli problemi e assenza di strategia politica di lungo corso nel momento in cui il partito è giusto un vivaio per estrarre nuovi personaggi utili a trasmissione del potere FdI piuttosto che un dispositivo di elaborazione di una strategia per salvare un paese malato. Anche questa versione social, è una realizzazione del pensiero di Almirante visto che si esce, non di poco, dal fascismo storico per entrare in un gioco di potere che lega legittimazione istituzionale e quella via social di chi proviene da destra.

Donald Kurz, un interessante antropologo americano, un ventina di anni fa, all’alba della società come la conosciamo oggi fece uscire un testo, Political Anthropology, di rilettura di temi classici dell’antropologia politica già da lui trattati negli anni ’70: quelli della leadership, della legittimazione dell’autorità e delle regole di successione del potere. Se andiamo a vedere il modello Giorgia rappresenta, volente o nolente, un tentativo di definizione della leadership, e della legittimazione delle autorità, nel quale meccanismi istituzionali e social finiscono per intrecciarsi. Non è un fenomeno nuovo anzi, è un fenomeno consapevolmente successivo ad altri (Grillo, Salvini) con degli elementi correttivi rispetto al passato – inclusivi e amicali – che accetta delle regole di successione del potere che si danno sul piano social. In questo senso la forma partito, più o meno tradizionale, serve a poco se non come strumento di sostegno al funzionamento del nesso potere istituzionale-social che si evidenzia nel comportamento della presidente del consiglio.

Insomma, Giorgia liquida Fratelli d’Italia definendo leadership, legittimazione e modi di successione del potere in autonomia dalla residua forma partito che a suo tempo l’ha espressa. Del resto il compito del governo Meloni è durare con poche risorse, nella diffidenza dei partner europei e con diverse crisi da fronteggiare (energetiche, economiche, belliche e, forse, finanziarie). La liquidazione di FdI, ufficialmente non avvenuta, è una delle conseguenze della presa d’atto, da parte della presidenza del consiglio, della complessità dei nuovi livelli di potere raggiunti dagli eredi di Giorgio Almirante. I successivi capitoli, di questa storia, sono tutti da scrivere.

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29/01/2018

Da An al “fascismo di Renzi”: Tommaso Cerno, una storia italiana

Un gustoso e intrigante quadretto sul “candidato dell’ultimo minuto”, quello forse incaricato di risollevare le sorti della disastrata imbarcazione targata Pd.

Ai più il nome risulta certamente ignoto, visto che – pur essendo un giornalista di Repubblica – non firma molti articoli. In fondo è un vicedirettore, uomo di redazione e gestione, controllo e selezione (“questo sì, questo no, quest’altro raccontiamolo in questo modo”, ecc).

Ma non è questo il punto. L’aspetto fondamentale è che la (ex) corazzata Repubblica si priva di un uomo importante per “sostenere” il giovane ma già molto ex premier, in debito di ossigeno, idee, immagini da comunicare che non siano la stanca ripetizione del giovane rottamatore ormai imbolsito.

Interessante anche l’origine – fascista, ma ripulita nell’acqua di Fiuggi – che non stona affatto con il milieu di Rignano sullArno e il “giglio magico” (Verdini compreso).

Un quadretto che dice molto sul gruppo di De Benedetti, che ha sempre usato L’Epresso-Repubblica come proprio “manganello” mediatico per colpire i concorrenti in affari, fare e disfare alleanze chiamate di “centrosinistra” solo per distinguerle in qualche modo da quelle – speculari e fungibili, in fondo identiche e sovrapponibili – chiamate di “centrodestra”. Che poi siano questi i “grandi giornalisti” che si sbracciano per difenderci dalle “fake news”, beh, lasciate che i pargoli vengano a noi, che ne abbiamo da dirgliene…


Un quadretto che però, a ragionarci sopra, dice anche molto – per via obliqua – sul neo-direttore-prezzemolino-televisivo Marco Damilano, sulla tolda de L’Espresso e di Propaganda Live. La foto al fianco di Makkox, diciamo, non sembra un normale incidente di percorso nell’ambiente vipparolo…

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Da An al “fascismo di Renzi”: Tommaso Cerno, una storia italiana

Tommaso Cerno da Udine. Classe 1975. Fino a ieri condirettore di Repubblica, da oggi candidato al Senato per il Pd. Ha abbandonato la nave dopo appena tre mesi di navigazione. La sua è una biografia da gustare per comprendere come in Italia sia possibile addolcire le tortuose strade che conducono all’ascesa sociale. Basta saper cogliere le occasioni e ignorare il concetto di coerenza. Famiglia borghese, sorella poetessa, il percorso di Tommaso Cerno comincia in politica. Corre l’anno 1995 e il nostro, a soli vent’anni, salpa da tutt’altre sponde. La sua fino a ieri prima e unica candidatura avviene con Alleanza Nazionale (avete letto bene, An) alle comunali di Udine, in sostegno di Silvana Olivotto. A reclutarlo per la nuova destra post-Fiuggi è Daniele Franz ex presidente del Fronte della Gioventù e per due volte deputato del fu partito di Gianfranco Fini. Raccoglie una manciata di voti e forse si rende conto che non ha scelto la platea più ricettiva per le sue battaglie in difesa dei diritti dell’universo Lgbt (che non si chiamava ancora così, Storace la faceva più diretta).

Cerno abbandona rapidamente la destra. Già tre anni dopo, nel 1998, è nell’entourage – qualcuno lo definisce portaborse – del futuro sindaco del Pds a Udine Andrea Montich. Da An al Pds, ma non finisce qui. Lavora con l’ex sottosegretario dell’Udeur Mauro Fabris, prima della sua folgorante carriera giornalistica. Direttore del Messaggero Veneto prima, de L’Espresso poi e infine condirettore di Repubblica. Appena tre mesi fa. Nomina fortemente caldeggiata dall’amministratrice delegata Monica Mondardini che, per dirla con le parole di “C’era una volta in America”, avrebbe scommesso tutto su Tommaso.

L’incontro con l’azienda

In azienda, a Repubblica, sono rimasti di sasso. Soprattutto la Mondardini è parsa in preda a una crisi nervosa per quel che “ha sentito” come un vero proprio tradimento. Era stata lei, infatti, a indicare Cerno come supporto strategico alla direzione Calabresi (qualcuno lo ha definito commissariamento), un uomo di macchina e di spessore che potesse aggiungere valore al giornale in un momento difficile. Un investimento, peraltro, non semplicemente professionale ma anche umano, pare che i due mantenessero un rapporto molto solido anche al di fuori del lavoro, fatto di attenzioni, dialogo, consuetudine amicale, lunghe passeggiate. Del resto, quella di Cerno è una storia esemplificativa anche dei criteri di scelta del management italiano, criteri che obbediscono unicamente all’ossequiosità nei loro confronti.

Quando Cerno comunica a Mondardini e a Marco De Benedetti la sua volontà di lasciare il giornale per uno scranno parlamentare i due si guardano attoniti. Il condirettore si vende il tutto come una grande chiamata del Paese, “me lo chiede Matteo”. Il quale Matteo, che poi ovviamente sarebbe Renzi, secondo Cerno, va anche molto oltre immaginando per il nostro eroe addirittura un futuro da segretario del partito. I due sono sempre più attoniti. Gli chiedono di pensarci, anzi, di ripensarci. Cerno, con in tasca la candidatura, rilancia e si tuffa nell’anello di fuoco, rimanendone scottato: «Allora datemi tempi certi per la direzione di Repubblica». De Benedetti non abbocca: «Il direttore c’è e non abbiamo intenzione di cambiarlo, non è un discorso che abbia la minima attualità». A quel punto, la partita è chiusa, ma Cerno gioca la sua ultima carta: la direzione dell’altro quotidiano nazionale controllato dal gruppo, La Stampa. De Benedetti e Mondardini deglutiscono e contano i secondi che li separano dalla fine di quell’incontro. A quel punto Cerno è ufficialmente un candidato renzianissimo del Partito Democratico.

Il Natale a casa Boschi

Ma la questione di un gruppo inquieto com’è Repubblica non si ferma certo ai piani alti dell’azienda. Investe, e molto, anche la redazione che vive un malessere da giorni, dal momento in cui il vecchio De Benedetti ha deciso di mandare all’aria i già precari equilibri con quelle parole di fuoco su Scalfari e il coraggio di un giornale che secondo l’Ingegnere manca. Particolare: nel momento della battaglia, quando Rep pubblica l’editoriale in prima contro Carlo De Benedetti e la successiva intervista a Scalfari, Cerno è a casa dell’Ingegnere. Sono – è perfino superfluo ricordarlo – i giorni caldi che vedono De Benedetti al centro delle polemiche per i suoi rapporti privilegiati con Renzi. I giornalisti oggi si chiedono: ma in questi tre mesi di permanenza a Repubblica, allora, Cerno si è costruito parallelamente la candidatura? Rivedono il film di questi novanta giorni insieme, da cui emerge che il condirettore era sempre molto attento a tutto quello che veniva pubblicato su Renzi e il Pd. In maniera maniacale. In alcune occasioni, raccontano, sollecitava l’attenzione su iniziative renziane di cui nessuno era a conoscenza e che nessuna agenzia aveva ancora rilanciato, alimentando il sospetto che fossero anticipazioni in purezza che arrivano direttamente dal Nazareno. In più, ciliegina sulla torta, si narrava del suo Natale passato ad Arezzo, a casa Boschi, a consolare la povera Maria Elena ingiustamente attaccata dal mondo intero. Rivisto il film oggi, dall’ultima scena ritornando alla prima, nelle redazioni si alimenta un sentimento di rabbia.

Il libro sul mussolinismo di Renzi

Per ora, sorride Matteo Renzi. Per cosa poi, non è dato sapere. Poco più di due anni fa, Cerno dava alle stampe “A noi!” sul fascismo come tratto distintivo della politica italiana anche attuale. Ripercorre la politica e la comunicazione di alcuni esponenti della vita pubblica italiana, da Craxi a Berlusconi, passando per Grillo, Salvini e proprio Renzi, e sottolinea gli aspetti del mussolinismo che contraddistingue il loro agire. Ce n’è anche per il Matteo che oggi lo candida capolista in Senato, pare a Udine e, per essere sicuri, magari anche a Milano: “È in questo mondo – la Seconda Repubblica creata da Berlusconi – che è nato e cresciuto politicamente Matteo Renzi. L’ex sindaco di Firenze che a differenza di Berlusconi non ha dovuto inventarsi dal nulla un movimento, ma che all’interno della mediocrità generale della politica italiana ha saputo sfruttare le debolezze e le correnti del Pd per arrivare sino a Palazzo Chigi. Senza nemmeno sentire il dovere di passare attraverso una consultazione popolare diretta – Berlusconi le elezioni le ha vinte, più volte -, ma semplicemente utilizzando l’assemblea del Pd per scalzare Enrico Letta e imprimere alla sua ascesa un’accelerazione decisiva e impressionante”.

Il capitolo a lui dedicato andrebbe pubblicato integralmente. Ci limitiamo al periodo finale che è da leggere in tono ironico: “Bisogna credergli, perché lui è il nuovo taumaturgo del Belpaese. Non può sbagliare, gli italiani sono al suo fianco e lui è sereno, talmente sereno da potersi permettere di giocare alla Playstation mentre attende l’esito delle regionali 2015. Per chi non sta al suo passo, il futuro è uno solo: l’oblio”. E qui Cerno dimostra di aver capito tutto con due anni e mezzo d’anticipo. E lui nell’oblio proprio non vuole finirci.

da http://www.glistatigenerali.com.

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06/10/2015

Contestazioni e trasformismo nella destra del "terzo millennio"


E’ stata una vittoria di misura quella che nell'assemblea della Fondazione di Alleanza Nazionale, divisa tra Fratelli d'Italia, l'asse Fini-Alemanno, e i pontieri di Forza Italia (Gasparri-Matteoli) ha visto prevalere le posizioni di La Russa e Meloni in vista di un nuovo centrodestra allargato alla Lega.

Con una ventina di voti di differenza quelli dell’asse Fdi-FI-Salvini hanno vinto e si sono tenuti il simbolo. Ma, come è noto, quando discutono tra loro, i fascisti non rinunciano mai alla drammatizzazione e allo scontro. Sabato pomeriggio infatti una cinquantina di fascisti della sezione del Movimento Sociale Italiano di via Ottaviano 9 (una sede storica) si sono presentati all’ingresso del Midas Hotel dove erano in corso l’assemblea della Fondazione Alleanza Nazionale sventolando bandiere strappate di Alleanza Nazionale ed al grido di andate a casa. I fascisti più fascisti hanno accusato di tradimento ideale e di disimpegno i vertici della fondazione per il mancato intervento dopo l'ordine di sfratto intimato alla storica sede neofascista di via Ottaviano.

Hanno lanciato dentro e fuori l’hotel delle banconote fac simile di 100 euro, gridando “La nostra fede non va tradita, mercenari!”.

Il quotidiano storico della destra romana, Il Tempo, la racconta così: “E la resa dei conti arriva alle 18. Presi di sorpresa i partecipanti dell’assemblea all’arrivo della contestazione. I lavori si interrompono, c’è chi dice «io ero lì quel giorno quando uccisero Mantakas» e c’è chi vorrebbe uscire a parlare con i manifestanti. Non si arriva però a nessuna mediazione: i militanti di via Ottaviano alla fine se ne vanno. Ma promettono che la battaglia per tutelare l’identità del Msi è appena iniziata”.

Ma lo scontro dentro ai movimenti neofascisti non ruota solo intorno alle nostalgie per le sedi e le vicissitudini del Msi. E’ soprattutto l’operazione di saldatura tra Lega e neofascisti condotta da Salvini che sta riscrivendo la geografia politica della destra e i suoi rapporti interni, soprattutto perché Casa Pound dalle elezioni europee, è salita sul carro della Lega che gli funziona da sponda politica istituzionale (cosa che Casa Pound ha sempre perseguito anche ai tempi del centrodestra berlusconiano) ed anche perché Casa Pound teorizza “l’entrata nel palazzo” e una spiccata sensibilità per le attività economiche. E' uno dei suoi leader, Simone Di Stefano a chiarire che  “I movimenti minuscoli e frantumati non hanno un’adesione tesa alla vittoria politica che per noi è entrare nei palazzi. Dall’altra parte si rifiuta qualsiasi dialogo e soprattutto si rifiuta la Lega. Forza Nuova e gli altri non ci stanno, si chiudono sulla torre d’avorio”.

La connessione sentimentale tra la Lega di Salvini e Casa Pound, sta obiettivamente indebolendo l’insediamento dei fascisti più tradizionalisti come Forza Nuova che stanno perdendo militanti, soldi, capacità di iniziativa. A Nord questa operazione ha prosciugato l’acqua in cui nuotavano i pesci dei gruppi neofascisti, arruolandone gran parte sotto le bandiere della Lega. Nella Capitale e nel Meridione l’operazione appare più complessa, anche perché sta innescando e coniugando istinti diversi come nel caso della Sicilia.

A Messina la coalizione tra Lega e fascisti ha prodotto infatti nei giorni scorso un corteo fino alla Prefettura, affiancando al tradizionale “no all’immigrazione clandestina” anche un più affaristico “sì alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina”. “Noi siciliani siamo davvero soddisfatti che l’intero centrodestra si sia ritrovato unito in Parlamento in occasione del voto favorevole alla mozione pro Ponte - ha commentato il deputato nazionale della Lega e segretario di ‘Noi con Salvini’ Angelo Attaguile, accompagnato dal referente messinese Fabrizio Trifilò e dal coordinatore di ‘Noi con Salvini’ della Calabria Domenico Frugiuele -, atto sottoscritto da tutti i parlamentari della Lega”. Insomma la confluenza di destre diverse sta producendo palesemente mostri politici di ogni tipo, a nord come al sud del paese.

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