Nel silenzio quasi totale dei media italiani, si sta consumando una significativa crisi diplomatica tra Polonia e Ucraina. Un silenzio di cui è facile capire i motivi: non solo sarebbe poco furbo, in questo momento in cui bisogna propagandare l’unità dell’Europa al fianco dell’Ucraina, ma anche e soprattutto perché il nodo del contendere rivelerebbe il peso profondo della memoria nazista nella costruzione del consenso all’attuale regime di Kiev e nel rafforzamento degli spiriti nazionalistici, necessari di fronte al disastro della guerra.
Può far sorridere (anche se c’è davvero poco per cui esser contenti) il fatto che al centro del contendere ci sia una decorazione, una medaglia, insomma, dietro cui si nasconde una profonda faglia politica e una pacificazione mai avvenuta davvero, tra i due paesi dell’Europa orientale.
Il Presidente polacco Karol Nawrocki ha deciso di revocare a Volodymyr Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza della Repubblica di Polonia. Il prestigioso riconoscimento era stato conferito a Zelensky il 5 aprile 2023, durante la presidenza di Andrzej Duda.
All’epoca, l’onorificenza era stata concessa come simbolo delle relazioni amichevoli, ed era ormai quasi una prassi consolidata, dato che la decorazione era stata data anche a vari predecessori di Zelensky (Kučma, Juščenko e Porošenko). Ovviamente, non a Viktor Janukovyč, considerato filo-russo. Zelensky aveva dedicato l’onorificenza ai suoi militari, tracciando l’idea che Polonia e Ucraina combattevano insieme contro Mosca.
Tuttavia, sotto la superficie della solidarietà bellica, ha continuato a covare la memoria storica della Seconda guerra mondiale, di una ferita tra i due paesi su cui l’ultimo decennio di governo di Kiev non ha fatto altro che gettare sale. Nel 1943, nelle regioni della Polonia orientale – che oggi sono parte dell’Ucraina occidentale – i reparti che, in ultima istanza, facevano capo al collaborazionista Stepan Bandera uccisero circa 100 mila civili polacchi (oltre a ebrei, russi e bielorussi) per costruire un’Ucraina “pura”.
Nel 2016 la Polonia ha riconosciuto ufficialmente quegli eventi come genocidio e nel 2025 ha istituito l’11 luglio come giornata nazionale della memoria. Se la ragione “superiore” della guerra alla Russia aveva portato a sopire momentaneamente lo scontro ancora aperto con Kiev intorno alla memoria di quei fatti, alla fine il caso è scoppiato.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la recente decisione di Zelensky di intitolare un’unità militare dell’esercito ucraino proprio agli “eroi dell’UPA”, cioè dell’organizzazione nazista ucraina autrice dei massacri di polacchi. A ciò, si è aggiunta anche la sepoltura con onori militari di Andrij Mel’nyk (anch’egli tra le fila dei collaborazionisti ucraini, anche se in competizione con Bandera).
Di fronte al rifiuto ucraino di fare un passo indietro sulla glorificazione di figure legate al collaborazionismo e ai massacri di polacchi, Nawrocki ha deciso di revocare l’onorificenza a Zelensky. La reazione di Kiev non si è fatta attendere, in termini piuttosto “capricciosi”. Zelensky ha restituito la medaglia spedendola per posta al governo di Varsavia, e ha accusato Nawrocki di strumentalizzare la storia per fini di politica interna, paragonando il presidente polacco a Viktor Orbán.
Per quanto non c’è dubbio che la leadership di Varsavia stia strumentalizzando la questione per consensi domestici, la questione della glorificazione dei collaborazionisti nazisti e la rimozione dei crimini di pulizia etnica commessi rimane. Zelensky, tra le altre cose, ha ribadito l’interpretazione ucraina degli eccidi del 1943, definendoli la “tragedia di Volinia”, coinvolgendo in egual misura polacchi e ucraini.
La frattura è stata allargata anche dagli ex presidenti Kučma, Juščenko e Porošenko, che hanno rinunciato a loro volta all’Ordine dell’Aquila Bianca, e così hanno fatto anche il ministro degli Esteri Andrii Sybiha e il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov con altre onorificenze polacche.
Nel frattempo, lo scontro è arrivato anche su X. Alle polemiche sollevate da Zelensky, che ha affermato di non essere felice di un riconoscimento attribuito anche a figure come Caterina II, Mussolini e Gerhard Schröder, la Sottosegretaria di Stato polacca Agnieszka Jędrzak ha replicato ricordando che l’Ordine non può essere tolto ai defunti, e che, ad ogni modo, il “filo-russo” Schröder non ha “eretto alcun memoriale in onore di Hitler o Himmler” o intitolato unità dell’esercito tedesco alle SS.
Parole molto pesanti che disvelano l’infestazione profonda del regime ucraino da parte di nazisti e banderisti. Una realtà che è bene continuare a tenere nascosta, ora che bisogna ribadire il fatto che l’Ucraina sta combattendo per la “libertà” dell’Europa.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/06/2026
Crisi tra Kiev e Varsavia. Il nodo è la memoria nazista e banderista dell’Ucraina
27/01/2026
27 gennaio, giornata della memoria. Quella vera...
Ricordiamo l’infame sterminio degli ebrei da parte dei nazifascisti, gridiamo MAI PIÙ per GAZA oggi e non dimentichiamo che:
1) Il Giorno della Memoria dell’Olocausto di almeno sei milioni di ebrei, uccisi dai nazisti, si celebra il 27 gennaio perché il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa dell’Unione Sovietica liberò il campo di sterminio di Auschwitz. L’URSS pagò con 27 milioni di uccisi il suo contributo fondamentale alla sconfitta del nazismo.
2) Lo sterminio degli ebrei fu compiuto dai nazisti tedeschi e dai nazifascisti europei, da tutti gli stati alleati e complici della Germania di Hitler o occupati da essa.
3) Lo sterminio degli ebrei fu deciso e organizzato scientificamente e metodicamente dai nazisti tedeschi guidati da Hitler, con l’azione criminale di tutti coloro che poi dichiararono: io obbedivo agli ordini. Il genocidio degli ebrei fu voluto da un sistema e non fu un suo eccesso, ma una scelta consapevole e programmata.
4) Il nazismo tedesco è stata la forma estrema del fascismo, cioè del partito reazionario di destra che con la violenza prese il potere in Italia via Mussolini, di cui Hitler fu ammiratore e seguace. Il fascismo è prima di tutto antidemocratico, anticomunista e nemico di ogni eguaglianza. Conseguentemente il fascismo è razzista.
5) L’antisemitismo, cioè l’odio razzista verso le popolazioni semitiche come gli ebrei è sempre stato bianco, occidentale ed europeo. Era nato nell’Europa del fanatismo cristiano e poi è stato ripreso dalle ideologie razziste di fine Ottocento. Il nazionalismo europeo e il fascismo hanno fatto proprio l’antisemitismo e sono diventati nazismo.
6) Nel 1938 il fascismo e la monarchia in Italia vararono le leggi razziali contro gli ebrei. Dopo l’8 settembre 1943, quando i nazisti tedeschi occuparono gran parte dell’Italia, i fascisti italiani collaborarono attivamente allo sterminio degli ebrei.
7) A Trieste alla Risiera di San Sabba i nazisti tedeschi ed i fascisti italiani realizzarono un campo di sterminio di ebrei, antifascisti e partigiani.
8) “Consegnate gli ebrei e i comunisti!” urlavano le SS naziste quando rastrellavano la popolazione di un territorio occupato.
9) «Quando i nazisti presero i comunisti,
io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico.
Quando presero i sindacalisti,
io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi presero gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.»
Martin Niemöller, pastore protestante tedesco
10) “Collocare sul medesimo piano il comunismo russo e il nazifascismo in quanto entrambi sarebbero totalitari, nel migliore dei casi è superficialità, nel peggiore è fascismo. Chi insiste su questa equiparazione può ben ritenersi un democratico, in verità e nel fondo del cuore è in realtà già fascista, e di certo solo in modo apparente e insincero combatterà il fascismo, mentre riserverà tutto il suo odio al comunismo”. Thomas Mann, 1945
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1) Il Giorno della Memoria dell’Olocausto di almeno sei milioni di ebrei, uccisi dai nazisti, si celebra il 27 gennaio perché il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa dell’Unione Sovietica liberò il campo di sterminio di Auschwitz. L’URSS pagò con 27 milioni di uccisi il suo contributo fondamentale alla sconfitta del nazismo.
2) Lo sterminio degli ebrei fu compiuto dai nazisti tedeschi e dai nazifascisti europei, da tutti gli stati alleati e complici della Germania di Hitler o occupati da essa.
3) Lo sterminio degli ebrei fu deciso e organizzato scientificamente e metodicamente dai nazisti tedeschi guidati da Hitler, con l’azione criminale di tutti coloro che poi dichiararono: io obbedivo agli ordini. Il genocidio degli ebrei fu voluto da un sistema e non fu un suo eccesso, ma una scelta consapevole e programmata.
4) Il nazismo tedesco è stata la forma estrema del fascismo, cioè del partito reazionario di destra che con la violenza prese il potere in Italia via Mussolini, di cui Hitler fu ammiratore e seguace. Il fascismo è prima di tutto antidemocratico, anticomunista e nemico di ogni eguaglianza. Conseguentemente il fascismo è razzista.
5) L’antisemitismo, cioè l’odio razzista verso le popolazioni semitiche come gli ebrei è sempre stato bianco, occidentale ed europeo. Era nato nell’Europa del fanatismo cristiano e poi è stato ripreso dalle ideologie razziste di fine Ottocento. Il nazionalismo europeo e il fascismo hanno fatto proprio l’antisemitismo e sono diventati nazismo.
6) Nel 1938 il fascismo e la monarchia in Italia vararono le leggi razziali contro gli ebrei. Dopo l’8 settembre 1943, quando i nazisti tedeschi occuparono gran parte dell’Italia, i fascisti italiani collaborarono attivamente allo sterminio degli ebrei.
7) A Trieste alla Risiera di San Sabba i nazisti tedeschi ed i fascisti italiani realizzarono un campo di sterminio di ebrei, antifascisti e partigiani.
8) “Consegnate gli ebrei e i comunisti!” urlavano le SS naziste quando rastrellavano la popolazione di un territorio occupato.
9) «Quando i nazisti presero i comunisti,
io non dissi nulla
perché non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici
io non dissi nulla
perché non ero socialdemocratico.
Quando presero i sindacalisti,
io non dissi nulla
perché non ero sindacalista.
Poi presero gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.»
Martin Niemöller, pastore protestante tedesco
10) “Collocare sul medesimo piano il comunismo russo e il nazifascismo in quanto entrambi sarebbero totalitari, nel migliore dei casi è superficialità, nel peggiore è fascismo. Chi insiste su questa equiparazione può ben ritenersi un democratico, in verità e nel fondo del cuore è in realtà già fascista, e di certo solo in modo apparente e insincero combatterà il fascismo, mentre riserverà tutto il suo odio al comunismo”. Thomas Mann, 1945
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14/01/2026
Propaganda e memoria: Pina Picierno nel museo che esalta i nazisti contro i sovietici
Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo, ha appena effettuato un viaggio in Lituania, in occasione di quello che è stato chiamato il “Giorno dei Difensori della Libertà”. Una commemorazione, che cade il 13 gennaio, degli scontri avvenuti al momento della dichiarazione di indipendenza del paese dall’Unione Sovietica, nel 1991.
A ridosso di questo anniversario, l’europeista che tiene alto il nome dei guerrafondai italiani a Strasburgo ha viaggiato per il paese baltico, per una missione diplomatica volta a confermare la totale vicinanza delle istituzioni europee all’Ucraina. Durante i colloqui con Juozas Olekas, presidente del Parlamento lituano, e Sigitas Mitkus, viceministro degli Esteri, la rappresentante UE ha sottolineato la centralità dei confini che il paese condivide con Russia e Bielorusia nei progetti di sicurezza dell’Unione.
Picierno ha visitato la postazione di frontiera (con la Bielorussia) di Padvarionys e il Centro di gestione delle crisi di Vilnius, ponendo l’accento sulla necessità di rafforzare le capacità di guerra ibrida.
La visita ha previsto anche l’incontro con le opposizioni di Mosca e Minsk: con Yulia Navalnaya ha puntato a coordinare azioni contro le influenze esercitate dagli oligarchi russi, mentre a Svetlana Tsikhanouskaya (riconosciuta da Bruxelles come la guida legittima della Bielorussia) ha ribadito il supporto europeo contro Lukashenko.
Ma questa sarebbe la normale amministrazione bellicista della UE, se solo Picierno non si fosse adoperata per lavorare anche sul terreno della battaglia ideologica, attraverso manipolazione storica e propaganda di guerra. Il fulcro simbolico della missione è stato l’omaggio reso al cosiddetto “Museo delle Occupazioni e delle Lotte per la Libertà”, situato negli ex uffici del KGB, prima ancora del comando delle SS.
In questo contesto, Picierno ha detto “l’Europa ha bisogno di una memoria storica comune, che non sia un capitolo chiuso ma una bussola per il presente. Dobbiamo costruire percorsi europei con le scuole, perché le nuove generazioni vengano qui a vedere i crimini e le ferite che l’Unione Sovietica ha inferto ai cittadini europei. La memoria non è solo commemorazione, è un presidio contro il ritorno dell’autoritarismo”.
La solita narrazione sul “pericolo sovietico” – ora riciclato per la sola Russia – da inculcare nei giovani a scuola, mentre l’autoritarismo, per trovarlo, basta cercarlo negli arresti in Germania e in Italia degli attivisti pro-Pal, o nell’uso politico della legislazione antiterrorismo fatto nei confronti di Palestine Action nel Regno Unito.
E questo sorvolando sul problema di come si possa costruire una “memoria comune”, con tanto di manuali di Storia da imporre nelle scuole, in un continente attraversato per migliaia di anni da guerre al suo interno (andate a dire agli inglesi che in fondo Napoleone non era così cattivo, e viceversa...).
Quelle europee sono ormai “democrature” a tutti gli effetti, dove dietro una “spruzzata” di democrazia vengono implementati misure di pesante restrizione del diritto a manifestare e ad esprimere dissenso, come denunciato da organizzazioni non governative, esperti ONU e persino dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty. Picierno non dovrebbe andare a cercare l’autoritarismo fino in Russia insomma.
Ma ciò che risalta in maniera particolare nella foga bellicista della vicepresidente UE è la scelta di esaltare sui social la propria visita al museo. Infatti, l’impostazione di questo spazio museale è da tempo oggetto di dure contestazioni internazionali. Molti critici, tra cui lo storico Dovid Katz, cittadino statunitense di religione ebraica residente a Vilnius, accusano la struttura di manipolare la storia e di riabilitare varie figure coinvolte nelle epurazioni razziali condotte dai nazisti.
L’istituto è nato col nome di “Museo delle Vittime di Genocidio”, e sotto questa dicitura ha riportato le storie dei lituani che sarebbero stati vittime di purghe e deportazioni successivamente alla fine della Seconda guerra mondiale. Decine di migliaia di persone, secondo i dati riportati, ma che questi fantasiosi esegeti della definizione di “genocidio” non hanno contestato per l’attuale genocidio – questo sì – del popolo palestinese.
Katz ha sostenuto che “definire genocidio ciò che hanno fatto i sovietici è solo un sofisma ambiguo per trasformare tutte le vittime in criminali e tutti gli assassini in eroi”. Ovvero, per inquinare la storia dell’unica pulizia etnica che è avvenuta in Lituania nell’ultimo secolo, quella degli ebrei ad opera dei nazisti, e dei collaborazionisti lituani.
Il museo, su tre piani, solo dopo esser stato bersaglio delle critiche internazionali, nel 2011 ha aggiunto – in una piccola cella nel seminterrato – una mini-esposizione riguardante l’Olocausto. E questo nonostante in Lituania l’occupazione tedesca abbia portato allo sterminio del 90% dei circa 250 mila ebrei che vi abitavano. Spesso, il genocidio venne perpetrato dai collaborazionisti locali.
Questi ultimi, invece, diventano dei “combattenti per la libertà” nelle sale del museo. Come ha evidenziato in passato il Time, sono tanti i responsabili dell’Olocausto che nel museo “sono lodati come vittime della lotta dei loro paesi contro l’occupazione sovietica”. I carnefici nazisti vengono elevati, in questa narrazione istituzionalizzata, al rango di eroi della resistenza nazionale.
In linea con questa manipolazione, nel 2018 è stato infine rinominato come “Museo delle Occupazioni e delle Lotte per la Libertà”. Libertà non dai nazisti, ovviamente, ma da chi i nazisti li ha sconfitti. L’iniziativa della Picierno si inserisce quindi nell’opera che le istituzioni europee hanno portato avanti per equiparare prima nazismo e comunismo (ma con una forte “comprensione” per il primo), e poi l’Unione Sovietica alla Russia di oggi, nonostante quest’ultima sia il risultato del suo abbattimento e rifiuto (Putin era stato scelto da Eltsin, ricordiamo).
La visita della Picierno è, insomma, un’azione di propaganda utilizzata in chiave anti-russa per legittimare il riarmo e la costruzione della Difesa Europea. Il terreno cardine su cui si cerca di costruire un soggetto imperialista a pieno titolo viene venduto all’opinione pubblica come una necessità per difendersi dai russi “autoritari”.
E in generale, è parte del tentativo di continuare a demonizzare l’esperienza socialista, di un mondo nuovo fondato su cardini differenti. In questa palese crisi economica ed egemonica dell’imperialismo, lo spauracchio della rivoluzione socialista rimane una delle preoccupazioni principali delle centrali imperialiste.
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A ridosso di questo anniversario, l’europeista che tiene alto il nome dei guerrafondai italiani a Strasburgo ha viaggiato per il paese baltico, per una missione diplomatica volta a confermare la totale vicinanza delle istituzioni europee all’Ucraina. Durante i colloqui con Juozas Olekas, presidente del Parlamento lituano, e Sigitas Mitkus, viceministro degli Esteri, la rappresentante UE ha sottolineato la centralità dei confini che il paese condivide con Russia e Bielorusia nei progetti di sicurezza dell’Unione.
Picierno ha visitato la postazione di frontiera (con la Bielorussia) di Padvarionys e il Centro di gestione delle crisi di Vilnius, ponendo l’accento sulla necessità di rafforzare le capacità di guerra ibrida.
La visita ha previsto anche l’incontro con le opposizioni di Mosca e Minsk: con Yulia Navalnaya ha puntato a coordinare azioni contro le influenze esercitate dagli oligarchi russi, mentre a Svetlana Tsikhanouskaya (riconosciuta da Bruxelles come la guida legittima della Bielorussia) ha ribadito il supporto europeo contro Lukashenko.
Ma questa sarebbe la normale amministrazione bellicista della UE, se solo Picierno non si fosse adoperata per lavorare anche sul terreno della battaglia ideologica, attraverso manipolazione storica e propaganda di guerra. Il fulcro simbolico della missione è stato l’omaggio reso al cosiddetto “Museo delle Occupazioni e delle Lotte per la Libertà”, situato negli ex uffici del KGB, prima ancora del comando delle SS.
In questo contesto, Picierno ha detto “l’Europa ha bisogno di una memoria storica comune, che non sia un capitolo chiuso ma una bussola per il presente. Dobbiamo costruire percorsi europei con le scuole, perché le nuove generazioni vengano qui a vedere i crimini e le ferite che l’Unione Sovietica ha inferto ai cittadini europei. La memoria non è solo commemorazione, è un presidio contro il ritorno dell’autoritarismo”.
La solita narrazione sul “pericolo sovietico” – ora riciclato per la sola Russia – da inculcare nei giovani a scuola, mentre l’autoritarismo, per trovarlo, basta cercarlo negli arresti in Germania e in Italia degli attivisti pro-Pal, o nell’uso politico della legislazione antiterrorismo fatto nei confronti di Palestine Action nel Regno Unito.
E questo sorvolando sul problema di come si possa costruire una “memoria comune”, con tanto di manuali di Storia da imporre nelle scuole, in un continente attraversato per migliaia di anni da guerre al suo interno (andate a dire agli inglesi che in fondo Napoleone non era così cattivo, e viceversa...).
Quelle europee sono ormai “democrature” a tutti gli effetti, dove dietro una “spruzzata” di democrazia vengono implementati misure di pesante restrizione del diritto a manifestare e ad esprimere dissenso, come denunciato da organizzazioni non governative, esperti ONU e persino dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty. Picierno non dovrebbe andare a cercare l’autoritarismo fino in Russia insomma.
Ma ciò che risalta in maniera particolare nella foga bellicista della vicepresidente UE è la scelta di esaltare sui social la propria visita al museo. Infatti, l’impostazione di questo spazio museale è da tempo oggetto di dure contestazioni internazionali. Molti critici, tra cui lo storico Dovid Katz, cittadino statunitense di religione ebraica residente a Vilnius, accusano la struttura di manipolare la storia e di riabilitare varie figure coinvolte nelle epurazioni razziali condotte dai nazisti.
L’istituto è nato col nome di “Museo delle Vittime di Genocidio”, e sotto questa dicitura ha riportato le storie dei lituani che sarebbero stati vittime di purghe e deportazioni successivamente alla fine della Seconda guerra mondiale. Decine di migliaia di persone, secondo i dati riportati, ma che questi fantasiosi esegeti della definizione di “genocidio” non hanno contestato per l’attuale genocidio – questo sì – del popolo palestinese.
Katz ha sostenuto che “definire genocidio ciò che hanno fatto i sovietici è solo un sofisma ambiguo per trasformare tutte le vittime in criminali e tutti gli assassini in eroi”. Ovvero, per inquinare la storia dell’unica pulizia etnica che è avvenuta in Lituania nell’ultimo secolo, quella degli ebrei ad opera dei nazisti, e dei collaborazionisti lituani.
Il museo, su tre piani, solo dopo esser stato bersaglio delle critiche internazionali, nel 2011 ha aggiunto – in una piccola cella nel seminterrato – una mini-esposizione riguardante l’Olocausto. E questo nonostante in Lituania l’occupazione tedesca abbia portato allo sterminio del 90% dei circa 250 mila ebrei che vi abitavano. Spesso, il genocidio venne perpetrato dai collaborazionisti locali.
Questi ultimi, invece, diventano dei “combattenti per la libertà” nelle sale del museo. Come ha evidenziato in passato il Time, sono tanti i responsabili dell’Olocausto che nel museo “sono lodati come vittime della lotta dei loro paesi contro l’occupazione sovietica”. I carnefici nazisti vengono elevati, in questa narrazione istituzionalizzata, al rango di eroi della resistenza nazionale.
In linea con questa manipolazione, nel 2018 è stato infine rinominato come “Museo delle Occupazioni e delle Lotte per la Libertà”. Libertà non dai nazisti, ovviamente, ma da chi i nazisti li ha sconfitti. L’iniziativa della Picierno si inserisce quindi nell’opera che le istituzioni europee hanno portato avanti per equiparare prima nazismo e comunismo (ma con una forte “comprensione” per il primo), e poi l’Unione Sovietica alla Russia di oggi, nonostante quest’ultima sia il risultato del suo abbattimento e rifiuto (Putin era stato scelto da Eltsin, ricordiamo).
La visita della Picierno è, insomma, un’azione di propaganda utilizzata in chiave anti-russa per legittimare il riarmo e la costruzione della Difesa Europea. Il terreno cardine su cui si cerca di costruire un soggetto imperialista a pieno titolo viene venduto all’opinione pubblica come una necessità per difendersi dai russi “autoritari”.
E in generale, è parte del tentativo di continuare a demonizzare l’esperienza socialista, di un mondo nuovo fondato su cardini differenti. In questa palese crisi economica ed egemonica dell’imperialismo, lo spauracchio della rivoluzione socialista rimane una delle preoccupazioni principali delle centrali imperialiste.
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20/07/2025
Il condono del nazi-fascismo e la beatificazione dei suoi martiri ed eroi
Tutti riammessi nel Parnaso dell’Occidente, ovvero della democrazia bellica.
Ieri mi è capitato sott'occhio tal Tommaso Ciriaco che su Repubblica ha impegnato una pagina intera circa una collina irta di Croci che in Lituania simboleggia l’orgoglio nazionale nella lotta contro gli invasori russi, cioè gli atei, i cristiani di rito greco, insieme, e sommamente i comunisti. Celebrando così l’indomito spirito della Lituania – paese ospitante il summit della Nato – nella lotta contro l’autocrazia.
I popoli baltici divenuti col loro eroismo la punta di diamante dell’Occidente nella strenua lotta contro l’oriente (russo-cinese, la nuova Persia), sede del dispotismo e dell’arbitrio. I biondi ariani del Baltico, addizionati dei finnici, dei polacchi e altri abitatori di marche di confine, sino ai bulgari e ai moldavi, come la nuova Grecia. E del resto già Heidegger aveva teorizzato l’affinità fra l’alto tedesco e il greco antico.
Una sfacciata menzogna. Si dà il caso infatti che i lituani, come del resto gli ucraini occidentali, siano anche noti per il sostegno zelante offerto ai nazisti, specie nello sterminio degli ebrei. Che all’epoca costituivano una parte rilevante della popolazione ivi insediata. Vilnius era a tutti gli effetti una città ebraica.
Lo sterminio è stato così efficace (si parla di circa 300.000 soppressi, spesso a bastonate, barbarie testimoniata da innumerevoli reperti), che nella Lituania odierna di quella componente umana non rimane alcuna traccia. Una pulizia etnico-religiosa perfettamente riuscita. Un tragico tratto storico incastonato a lettere cubitali nella rivendicata identità nazionale dello stato risorto dalle ceneri dell’URSS.
L’Europa, all’atto dell’ingresso di tali paesi nell’Unione, ha sollecitato blande autocritiche autoepuranti, che però sono state bellamente aggirate. Il Centro Simon Wiesenthal continua a catalogare la Lituania, assieme a un gruppo di altri stati – fra i quali la Norvegia, la Svezia, l’Ucraina, la Romania (guarda caso tutte new entry della Nato) – come categoria F, cioè stati del ‘fallimento totale’, nei quali ci si rifiuta di indagare e men che meno perseguire i criminali nazisti.
In Lituania sentenze di tribunale hanno giudicato lecito esibire svastiche e qualunque tentativo di rettificare una toponomastica imbarazzante è stato criminalizzato godendo di alto sostegno popolare. Anche per questo Zelensky è stato accolto a margine del convegno della Nato da grandi manifestazioni di simpatia. Stessa storia in comune.
Una affinità ‘ucraina’ che del resto vale anche per Estonia e Lettonia (altre new entry Nato), paesi nei quali sono attuate politiche di naturalizzazione forzata della popolazione russofona, esattamente come nel Donbass, pena l’esclusione dai diritti civili di cittadinanza (in Estonia il 14 % della popolazione ivi residente non ha diritto di voto). E la chiamano Europa...
Queste riscritture apologetiche della storia sono vere e proprie falsificazioni il cui scopo è reintegrare il nazi-fascismo, denaturato delle sue componenti più ‘asiatiche’ per obnubilazione, nell’alveo cd. democratico della cultura occidentale. Sostanzialmente accettandolo, come innocuo, nello statuto delle identità nazionali convertitesi nell’Unione allargata.
La stessa equipollenza statuita dal parlamento europeo sotto la guida di Sassoli (uomo la cui raffinatezza era peraltro incomparabile con la rozzezza attuale della Metsola) ha significato di fatto una riabilitazione surrettizia del nazi-fascismo e la reclusione definitiva del comunismo nella damnatio memoriae dell’Occidente euro-atlantico. Il comunismo, non più il nazi-fascismo, è la sponda maledetta, lo specchio infranto, rispetto alla quale si definisce l’identità europea.
Le operazioni di ‘umanizzazione’ del nazi-fascismo sono ormai un florilegio giornalistico quotidiano, che a breve interesserà la stessa filmografia para-hollywodiana. Il nazista dell’Azov, celebrato da Gramellini sotto il ‘cielo di stelle’ della legge morale di Kant, è ormai solo un esempio fra i tanti. Un classico. Anche fra i nazisti albergarono, e albergano, “uomini buoni”. Cosa inibita per definizione ai russi e ai comunisti.
La rilettura dell’antagonismo di civiltà come scontro fra democrazia e autocrazia ricalca a pennello la vulgata classica che opponeva la civiltà greco-romana (sottacendo la loro comune natura schiavistica e oligarchica) al mondo ‘Barbaro’, rozzo, informe, primitivo. Poi evoluta come contrapposizione fra Occidente, spazio dell’individuo e della “libertà”, e Oriente, spazio del dispotismo e dell’arbitrio.
La lettura è la stessa proposta da Ernst Junger nel suo celeberrimo “Il nodo di Gordio”. L’errore del nazismo non fu l’aggressione alla Russia, ma la mancata chiusura del fronte occidentale, parte del mondo del quale era comunque partecipe il soldato tedesco. Se i nazisti avessero trattato i popoli slavi sottomessi come liberi alleati anziché servi, le cose sarebbero andate diversamente. La tragedia del nazismo fu in sintesi di incorporare dentro di sè, nel suo mix, troppo ‘oriente’ a scapito di un ‘occidente’ del quale pure faceva parte.
Una tesi che fa il paio, qui da noi, con una lettura quasi omologa del fascismo quale proposta dai ‘revisionisti’. Se Mussolini non si fosse alleato con Hitler adeguandosi alle leggi razziali, la dittatura del ventennio sarebbe stata se non accettabile quantomeno giustificabile di fronte alla minaccia eversiva di ‘fare come in Russia’. Il fascismo come legittima contro-rivoluzione preventiva.
La fedeltà atlantica, cioè l’Occidente capitalistico a guida americana e ad egemonia dell’anglo-sfera come fortezza della libertà, satura ormai completamente l’intero spazio delle differenze politiche, di fatto annullandole in un unico pensiero. Con grave nocumento per gli ingredienti critici di democrazie, peraltro già economicamente svuotate.
L’Europa non è ormai null’altro che una protesi amministrativo-economicista del mondo atlantico. I capi di stato europei si ritrovano sotto l’egida della Nato ed è li che si fanno ritrarre nelle pose che contano. Da veri ‘sovranisti’.
La dittatura dei media mainstream è ormai un dato acquisito, dove i Ciriaco, i Gramellini e altri aedi a pagamento attendono a un immaginario unico dove domina la reinvenzione più sfacciata quanto ardimentosa di ogni ‘tradizione’ e la critica è additata come una indecenza, una maleducazione da sopportare dando prova di misurata tolleranza.
Non so quanti se ne siano resi conto, ma le recenti elezioni politiche in Italia hanno segnalato un passaggio di valenza epocale. Il PD, cioè la ‘sinistra ufficiale’ e certificata, sotto la guida di Letta e dell’intero gruppo dirigente, senza alcuna smagliatura, ha deliberatamente deciso di non usare l’anti-fascismo come arma polemica nel contrasto alla destra radicale. Essendo che il vero criterio adottato nella partizione del campo politico è stato la fedeltà atlantica.
Al di là del vallo i nemici, gli orientali, al di qua dei semplici competitori ‘occidentali’, con qualche idea differente ma uniti nella difesa del proprio campo geo-politico, secondo il più autentico spirito ‘democrat-veltroniano’. Così in un battibaleno, senza neppure una ratifica congressuale di un evento di portata ben maggiore di Bad Godesberg, è stata annullata la frattura fascismo/antifascismo.
Lo stesso Letta, per non parlare di Draghi e di altri autorevoli campioni del liberalismo e persino del liberal-socialismo, ha a più riprese accreditato la leader del partito post-repubblichino. Se non si arriverà a celebrare la repubblica di Salò è solo perché la Repubblica dovrebbe negare se stessa, ma non è detto che il veto resti per sempre.
Nel frattempo essendo già più che sufficiente, l’aver inquadrato la ‘Resistenza ucraina’ come forma aggiornata del quadro grandioso della Resistenza europea. Anche in tal caso con un clamoroso escamotage storico.
Il nazi-fascismo, ammansito e risublimato all’insegna dell’aggressività atlantica è fra noi. Riverginato democraticamente e a pieno titolo. Dalle fogne alle stelle (e strisce). Siamo rimasti noi, ‘putiniani’, ‘russofili’, ‘papisti’, pacifisti, comunisti e altri clandestini, pentastellati e altri pellegrini sulla via della seta, l’ultima sentinella della democrazia. I resistenti al falso, alla propaganda, all’ipocrisia. L’altro occidente.
Perché se il mondo è un globo c’è sempre un Occidente più a ovest dell’impero che ne detiene il titolo...
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Ieri mi è capitato sott'occhio tal Tommaso Ciriaco che su Repubblica ha impegnato una pagina intera circa una collina irta di Croci che in Lituania simboleggia l’orgoglio nazionale nella lotta contro gli invasori russi, cioè gli atei, i cristiani di rito greco, insieme, e sommamente i comunisti. Celebrando così l’indomito spirito della Lituania – paese ospitante il summit della Nato – nella lotta contro l’autocrazia.
I popoli baltici divenuti col loro eroismo la punta di diamante dell’Occidente nella strenua lotta contro l’oriente (russo-cinese, la nuova Persia), sede del dispotismo e dell’arbitrio. I biondi ariani del Baltico, addizionati dei finnici, dei polacchi e altri abitatori di marche di confine, sino ai bulgari e ai moldavi, come la nuova Grecia. E del resto già Heidegger aveva teorizzato l’affinità fra l’alto tedesco e il greco antico.
Una sfacciata menzogna. Si dà il caso infatti che i lituani, come del resto gli ucraini occidentali, siano anche noti per il sostegno zelante offerto ai nazisti, specie nello sterminio degli ebrei. Che all’epoca costituivano una parte rilevante della popolazione ivi insediata. Vilnius era a tutti gli effetti una città ebraica.
Lo sterminio è stato così efficace (si parla di circa 300.000 soppressi, spesso a bastonate, barbarie testimoniata da innumerevoli reperti), che nella Lituania odierna di quella componente umana non rimane alcuna traccia. Una pulizia etnico-religiosa perfettamente riuscita. Un tragico tratto storico incastonato a lettere cubitali nella rivendicata identità nazionale dello stato risorto dalle ceneri dell’URSS.
L’Europa, all’atto dell’ingresso di tali paesi nell’Unione, ha sollecitato blande autocritiche autoepuranti, che però sono state bellamente aggirate. Il Centro Simon Wiesenthal continua a catalogare la Lituania, assieme a un gruppo di altri stati – fra i quali la Norvegia, la Svezia, l’Ucraina, la Romania (guarda caso tutte new entry della Nato) – come categoria F, cioè stati del ‘fallimento totale’, nei quali ci si rifiuta di indagare e men che meno perseguire i criminali nazisti.
In Lituania sentenze di tribunale hanno giudicato lecito esibire svastiche e qualunque tentativo di rettificare una toponomastica imbarazzante è stato criminalizzato godendo di alto sostegno popolare. Anche per questo Zelensky è stato accolto a margine del convegno della Nato da grandi manifestazioni di simpatia. Stessa storia in comune.
Una affinità ‘ucraina’ che del resto vale anche per Estonia e Lettonia (altre new entry Nato), paesi nei quali sono attuate politiche di naturalizzazione forzata della popolazione russofona, esattamente come nel Donbass, pena l’esclusione dai diritti civili di cittadinanza (in Estonia il 14 % della popolazione ivi residente non ha diritto di voto). E la chiamano Europa...
Queste riscritture apologetiche della storia sono vere e proprie falsificazioni il cui scopo è reintegrare il nazi-fascismo, denaturato delle sue componenti più ‘asiatiche’ per obnubilazione, nell’alveo cd. democratico della cultura occidentale. Sostanzialmente accettandolo, come innocuo, nello statuto delle identità nazionali convertitesi nell’Unione allargata.
La stessa equipollenza statuita dal parlamento europeo sotto la guida di Sassoli (uomo la cui raffinatezza era peraltro incomparabile con la rozzezza attuale della Metsola) ha significato di fatto una riabilitazione surrettizia del nazi-fascismo e la reclusione definitiva del comunismo nella damnatio memoriae dell’Occidente euro-atlantico. Il comunismo, non più il nazi-fascismo, è la sponda maledetta, lo specchio infranto, rispetto alla quale si definisce l’identità europea.
Le operazioni di ‘umanizzazione’ del nazi-fascismo sono ormai un florilegio giornalistico quotidiano, che a breve interesserà la stessa filmografia para-hollywodiana. Il nazista dell’Azov, celebrato da Gramellini sotto il ‘cielo di stelle’ della legge morale di Kant, è ormai solo un esempio fra i tanti. Un classico. Anche fra i nazisti albergarono, e albergano, “uomini buoni”. Cosa inibita per definizione ai russi e ai comunisti.
La rilettura dell’antagonismo di civiltà come scontro fra democrazia e autocrazia ricalca a pennello la vulgata classica che opponeva la civiltà greco-romana (sottacendo la loro comune natura schiavistica e oligarchica) al mondo ‘Barbaro’, rozzo, informe, primitivo. Poi evoluta come contrapposizione fra Occidente, spazio dell’individuo e della “libertà”, e Oriente, spazio del dispotismo e dell’arbitrio.
La lettura è la stessa proposta da Ernst Junger nel suo celeberrimo “Il nodo di Gordio”. L’errore del nazismo non fu l’aggressione alla Russia, ma la mancata chiusura del fronte occidentale, parte del mondo del quale era comunque partecipe il soldato tedesco. Se i nazisti avessero trattato i popoli slavi sottomessi come liberi alleati anziché servi, le cose sarebbero andate diversamente. La tragedia del nazismo fu in sintesi di incorporare dentro di sè, nel suo mix, troppo ‘oriente’ a scapito di un ‘occidente’ del quale pure faceva parte.
Una tesi che fa il paio, qui da noi, con una lettura quasi omologa del fascismo quale proposta dai ‘revisionisti’. Se Mussolini non si fosse alleato con Hitler adeguandosi alle leggi razziali, la dittatura del ventennio sarebbe stata se non accettabile quantomeno giustificabile di fronte alla minaccia eversiva di ‘fare come in Russia’. Il fascismo come legittima contro-rivoluzione preventiva.
La fedeltà atlantica, cioè l’Occidente capitalistico a guida americana e ad egemonia dell’anglo-sfera come fortezza della libertà, satura ormai completamente l’intero spazio delle differenze politiche, di fatto annullandole in un unico pensiero. Con grave nocumento per gli ingredienti critici di democrazie, peraltro già economicamente svuotate.
L’Europa non è ormai null’altro che una protesi amministrativo-economicista del mondo atlantico. I capi di stato europei si ritrovano sotto l’egida della Nato ed è li che si fanno ritrarre nelle pose che contano. Da veri ‘sovranisti’.
La dittatura dei media mainstream è ormai un dato acquisito, dove i Ciriaco, i Gramellini e altri aedi a pagamento attendono a un immaginario unico dove domina la reinvenzione più sfacciata quanto ardimentosa di ogni ‘tradizione’ e la critica è additata come una indecenza, una maleducazione da sopportare dando prova di misurata tolleranza.
Non so quanti se ne siano resi conto, ma le recenti elezioni politiche in Italia hanno segnalato un passaggio di valenza epocale. Il PD, cioè la ‘sinistra ufficiale’ e certificata, sotto la guida di Letta e dell’intero gruppo dirigente, senza alcuna smagliatura, ha deliberatamente deciso di non usare l’anti-fascismo come arma polemica nel contrasto alla destra radicale. Essendo che il vero criterio adottato nella partizione del campo politico è stato la fedeltà atlantica.
Al di là del vallo i nemici, gli orientali, al di qua dei semplici competitori ‘occidentali’, con qualche idea differente ma uniti nella difesa del proprio campo geo-politico, secondo il più autentico spirito ‘democrat-veltroniano’. Così in un battibaleno, senza neppure una ratifica congressuale di un evento di portata ben maggiore di Bad Godesberg, è stata annullata la frattura fascismo/antifascismo.
Lo stesso Letta, per non parlare di Draghi e di altri autorevoli campioni del liberalismo e persino del liberal-socialismo, ha a più riprese accreditato la leader del partito post-repubblichino. Se non si arriverà a celebrare la repubblica di Salò è solo perché la Repubblica dovrebbe negare se stessa, ma non è detto che il veto resti per sempre.
Nel frattempo essendo già più che sufficiente, l’aver inquadrato la ‘Resistenza ucraina’ come forma aggiornata del quadro grandioso della Resistenza europea. Anche in tal caso con un clamoroso escamotage storico.
Il nazi-fascismo, ammansito e risublimato all’insegna dell’aggressività atlantica è fra noi. Riverginato democraticamente e a pieno titolo. Dalle fogne alle stelle (e strisce). Siamo rimasti noi, ‘putiniani’, ‘russofili’, ‘papisti’, pacifisti, comunisti e altri clandestini, pentastellati e altri pellegrini sulla via della seta, l’ultima sentinella della democrazia. I resistenti al falso, alla propaganda, all’ipocrisia. L’altro occidente.
Perché se il mondo è un globo c’è sempre un Occidente più a ovest dell’impero che ne detiene il titolo...
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10/07/2025
Lituania - Si celebrano i nazisti ma si perseguitano i politici non guerrafondai
Il Centro Documentazione e Associazione della comunità ebraica situata in Lituania, Defending History, ha pubblicamente denunciato i processi in corso di riabilitazione e legalizzazione del passato neonazista locale, con commemorazioni, riscrizione della storia circa i crimini e massacri perpetrati nella seconda guerra mondiale nella regione, inaugurazioni di targhe e monumenti a criminali nazisti, antisovietismo e russofobia assurti a leggi e normalità.
Nel frattempo Eduardas Vaitkus, candidato indipendente alle ultime elezioni presidenziali, è stato costretto a scappare dal paese per sfuggire a minacce di morte e persecuzioni continue.
Defending History, in una conferenza stampa a Vilnius nelle scorse settimane, ha denunciato che è in discussione al Seimas, il Parlamento lituano, su richiesta di un gruppo di parlamentari, accademici e attivisti di estrema destra, la creazione di un “collegium” istituzionale per cercare di trasformare gli assassini del Fronte Attivista Lituano , LAF, in “patrioti nazionali”. DH si chiede se sarà vero che “le istituzioni della Lituania diventino realmente la casa per l’ennesimo tentativo di glorificare i primi assassini dell’era dell’Olocausto dell’ebraismo lituano, autori del genocidio che lasciò il 96% degli ebrei lituani annientati? ... Fiduciosi della loro capacità di vendere la storia revisionista, con una lettura di estrema destra agli ingenui occidentali, hanno persino annunciato un’edizione inglese di loro saggi storici a beneficio delle ambasciate occidentali. Questa era l’ultima cosa di cui una Vilnius pacifica, moderna, democratica avrebbe bisogno...”.
L’ex ministro degli Esteri lituano, Audronius Aubalis, cofondatore del “collegium”, aveva annunciato la data di giugno, per il lancio della campagna indirizzata alla glorificazione degli assassini del LAF. I piani propagandisti includono pubblicazioni in lingua inglese destinate a persuadere le principali ambasciate occidentali a Vilnius e istituzioni varie straniere, comprese numerose ONG assortite.
Il Fronte Attivista Lituano o LAF fu un’organizzazione armata anti comunista e neonazista, istituita nel 1940 dopo l’arrivo dell’Unione Sovietica in Lituania.
L’obiettivo dell’organizzazione era staccare la Lituania dall’URSS e stabilire la sua indipendenza sotto l’ala del Terzo Reich, per questo sostenne l’invasione tedesca del paese nel 1941, operando per rendere più agevole l’occupazione della Lituania per i nazisti e scontrandosi con le truppe dell’Armata Rossa e i patrioti lituani antifascisti, in una insurrezione del 22 giugno 1941 assecondata dai tedeschi, che occuparono il paese il 23 giugno.
Fondato su posizioni duramente antisemite, secondo quasi tutti i sopravvissuti dell’Olocausto lituano intervistati negli ultimi decenni, il 23 giugno 1941, per il numero delle vittime, è considerato l’inizio dell’Olocausto lituano.
Fu compiuto l’omicidio di massa da parte di uomini che indossavano i bracciali bianchi del LAF, uccidendo migliaia di ebrei, antifascisti e comunisti lituani, comprese donne e anziani, prima che i tedeschi arrivassero e istituissero la loro autorità. Non c’erano solo i criminali violenti, c’erano gli intellettuali della LAF a Berlino che preparavano i testi e i volantini, dove chiedevano la pulizia etnica dell’ebraismo lituano e del comunismo sovietico.
Nonostante denunce e proteste, soprattutto della comunità ebraica lituana, la targa al collaborazionista nazista Jonas Noreika a Vilnius, non sarà tolta, ha decretato l’autorità giuridica lituana.
In un processo scaturito dalla denuncia di Grant Gochin, un attivista statunitense anti nazista, che aveva chiesto la rimozione della targa onorifica dedicata a Noreika. Persino la nipote del criminale nazista, Silvia Foti, giornalista e storica, da Chicago dove vive, ha pubblicato un breve saggio di documentazioni, frutto di anni di ricerche indipendenti, che conferma invece le accuse rivolte al collaborazionista lituano.
Anche il Simon Wiesenthal Center ha denunciato il fatto che Noreika sia divenuto un eroe in patria perché considerato un martire della resistenza anti comunista lituana. Egli fu fucilato dai sovietici quando la Lituania venne liberata dall’URSS, con l’accusa documentata di assassinii di massa, dopo la sua nomina, avvenuta nel 1941, come capo del villaggio di Šiaulia, sotto l’occupazione nazista.
La comunità ebraica lituana aveva chiesto ripetutamente la rimozione della targa che commemora Noreika, affissa al muro della biblioteca dell’Accademia delle Scienze a Vilnius, dichiarando che : «Noreika è stato un diretto e fanatico partecipe nella responsabilità della Shoah in Lituania».
Il governo democratico ed europeista, portatore dei valori occidentali, si è però sempre rifiutato di levare la targa.
Qui sotto l’immagine del sito, non ancora chiuso, che ricorda lo sterminio degli oltre 70.000 ebrei e antifascisti lituani, fucilati e sepolti nella foresta di Ponary, durante la Seconda Guerra Mondiale.
Questi massacri, iniziati nel luglio 1941, hanno dato il via al famoso “Olocausto delle pallottole”, una serie di fucilazioni di massa perpetrate dalla Germania nazista e dai suoi collaborazionisti locali nei territori sottratti alle forze sovietiche.
Solo pochi prigionieri riuscirono a fuggire da Ponary ma, una volta tornati alla vita civile, i sopravvissuti sono stati ignorati e i loro racconti dimenticati dai libri di storia attuali. Ponary, è tuttora considerato il più grande luogo di sterminio in Lituania, quasi tutti i massacri sono stati compiuti dal “Plotone speciale di Vilnius”, un’unità volontaria composta da circa 100 nazisti lituani, militanti del LAF.
Le loro vittime includono oltre 80.000 cittadini, sia lituani che sovietici, ed anche molti intellettuali polacchi.
Mentre accade quotidianamente tutto ciò nella Lituania contemporanea e democratica, accade anche che un ex candidato indipendente alle ultime elezioni presidenziali, sia costretto, così come decine di migliaia di membri della comunità russo lituana, a scappare dal paese.
Eduardas Vaitkus, schieratosi per la pace e contro le politiche guerrafondaie del governo lituano, si era posto come riferimento di tutta quella parte della popolazione che “…non sono impazziti e vogliono la guerra. Qui ci sono persone che vogliono una Lituania indipendente e libera, dove i lituani siano padroni della loro terra e della loro Patria, non così è ora…”. Queste dichiarazioni l’hanno fatto diventare nel paese un nemico e un bersaglio.
Pur non appartenendo alla comunità russa lituana, ha dovuto scappare dal paese dopo alcune aggressioni e tentativi di ucciderlo, Ha ottenuto asilo politico in Bielorussia, dichiarando in una conferenza stampa che ora si sente “…totalmente al sicuro in Bielorussia. Mi sento al 100% al sicuro qui. Non come in Lituania. Ancora oggi quando faccio una passeggiata nella foresta e qualcuno si avvicina da dietro, sono diffidente e timoroso, questa è la conseguenza di tutte le minacce e aggressioni che ho ricevuto molte volte in Lituania…”, ha detto Vaitkus.
L’ex candidato presidenziale ha anche denunciato l’attuale dirigenza politica lituana: “…le correnti autorità lituane agiscano a scapito del proprio popolo…sono principalmente interessati al business e al denaro, mentre la componente morale non li tocca minimamente. Stanno solamente agendo nell’interesse dell’Unione europea o dei globalismi unipolari. In tali condizioni non si può parlare di alcun interesse per i semplici cittadini lituani…La componente morale si sta dissolvendo sullo sfondo. Possono convivere con tutto questo, ma non capisco come si possa vivere in questo modo”, ha sottolineato l’ex candidato presidenziale.
Il politico ha detto che spera che la situazione possa cambiare in meglio, ma per questo, occorre creare una nuova forza politica, la quale attraverso le elezioni, rovesci l’attuale leadership, ma non è facile né vicina, come prospettiva. “…La Lituania non deve essere in vendita. La Lituania deve essere indipendente e libera. Dovremmo essere neutrali. Non abbiamo bisogno di essere in guerra con nessuno. Dobbiamo cooperare con i nostri vicini, ripristinare la giustizia e l’uguaglianza. Se questi pensieri sono riconosciuti dal popolo, io mi metterò a disposizione. Per le future elezioni presidenziali…”, ha detto Vaitkus.
Fonte
Nel frattempo Eduardas Vaitkus, candidato indipendente alle ultime elezioni presidenziali, è stato costretto a scappare dal paese per sfuggire a minacce di morte e persecuzioni continue.
Defending History, in una conferenza stampa a Vilnius nelle scorse settimane, ha denunciato che è in discussione al Seimas, il Parlamento lituano, su richiesta di un gruppo di parlamentari, accademici e attivisti di estrema destra, la creazione di un “collegium” istituzionale per cercare di trasformare gli assassini del Fronte Attivista Lituano , LAF, in “patrioti nazionali”. DH si chiede se sarà vero che “le istituzioni della Lituania diventino realmente la casa per l’ennesimo tentativo di glorificare i primi assassini dell’era dell’Olocausto dell’ebraismo lituano, autori del genocidio che lasciò il 96% degli ebrei lituani annientati? ... Fiduciosi della loro capacità di vendere la storia revisionista, con una lettura di estrema destra agli ingenui occidentali, hanno persino annunciato un’edizione inglese di loro saggi storici a beneficio delle ambasciate occidentali. Questa era l’ultima cosa di cui una Vilnius pacifica, moderna, democratica avrebbe bisogno...”.
L’ex ministro degli Esteri lituano, Audronius Aubalis, cofondatore del “collegium”, aveva annunciato la data di giugno, per il lancio della campagna indirizzata alla glorificazione degli assassini del LAF. I piani propagandisti includono pubblicazioni in lingua inglese destinate a persuadere le principali ambasciate occidentali a Vilnius e istituzioni varie straniere, comprese numerose ONG assortite.
Il Fronte Attivista Lituano o LAF fu un’organizzazione armata anti comunista e neonazista, istituita nel 1940 dopo l’arrivo dell’Unione Sovietica in Lituania.
L’obiettivo dell’organizzazione era staccare la Lituania dall’URSS e stabilire la sua indipendenza sotto l’ala del Terzo Reich, per questo sostenne l’invasione tedesca del paese nel 1941, operando per rendere più agevole l’occupazione della Lituania per i nazisti e scontrandosi con le truppe dell’Armata Rossa e i patrioti lituani antifascisti, in una insurrezione del 22 giugno 1941 assecondata dai tedeschi, che occuparono il paese il 23 giugno.
Fondato su posizioni duramente antisemite, secondo quasi tutti i sopravvissuti dell’Olocausto lituano intervistati negli ultimi decenni, il 23 giugno 1941, per il numero delle vittime, è considerato l’inizio dell’Olocausto lituano.
Fu compiuto l’omicidio di massa da parte di uomini che indossavano i bracciali bianchi del LAF, uccidendo migliaia di ebrei, antifascisti e comunisti lituani, comprese donne e anziani, prima che i tedeschi arrivassero e istituissero la loro autorità. Non c’erano solo i criminali violenti, c’erano gli intellettuali della LAF a Berlino che preparavano i testi e i volantini, dove chiedevano la pulizia etnica dell’ebraismo lituano e del comunismo sovietico.
Nonostante denunce e proteste, soprattutto della comunità ebraica lituana, la targa al collaborazionista nazista Jonas Noreika a Vilnius, non sarà tolta, ha decretato l’autorità giuridica lituana.
In un processo scaturito dalla denuncia di Grant Gochin, un attivista statunitense anti nazista, che aveva chiesto la rimozione della targa onorifica dedicata a Noreika. Persino la nipote del criminale nazista, Silvia Foti, giornalista e storica, da Chicago dove vive, ha pubblicato un breve saggio di documentazioni, frutto di anni di ricerche indipendenti, che conferma invece le accuse rivolte al collaborazionista lituano.
Anche il Simon Wiesenthal Center ha denunciato il fatto che Noreika sia divenuto un eroe in patria perché considerato un martire della resistenza anti comunista lituana. Egli fu fucilato dai sovietici quando la Lituania venne liberata dall’URSS, con l’accusa documentata di assassinii di massa, dopo la sua nomina, avvenuta nel 1941, come capo del villaggio di Šiaulia, sotto l’occupazione nazista.
La comunità ebraica lituana aveva chiesto ripetutamente la rimozione della targa che commemora Noreika, affissa al muro della biblioteca dell’Accademia delle Scienze a Vilnius, dichiarando che : «Noreika è stato un diretto e fanatico partecipe nella responsabilità della Shoah in Lituania».
Il governo democratico ed europeista, portatore dei valori occidentali, si è però sempre rifiutato di levare la targa.
Qui sotto l’immagine del sito, non ancora chiuso, che ricorda lo sterminio degli oltre 70.000 ebrei e antifascisti lituani, fucilati e sepolti nella foresta di Ponary, durante la Seconda Guerra Mondiale.
Questi massacri, iniziati nel luglio 1941, hanno dato il via al famoso “Olocausto delle pallottole”, una serie di fucilazioni di massa perpetrate dalla Germania nazista e dai suoi collaborazionisti locali nei territori sottratti alle forze sovietiche.
Solo pochi prigionieri riuscirono a fuggire da Ponary ma, una volta tornati alla vita civile, i sopravvissuti sono stati ignorati e i loro racconti dimenticati dai libri di storia attuali. Ponary, è tuttora considerato il più grande luogo di sterminio in Lituania, quasi tutti i massacri sono stati compiuti dal “Plotone speciale di Vilnius”, un’unità volontaria composta da circa 100 nazisti lituani, militanti del LAF.
Le loro vittime includono oltre 80.000 cittadini, sia lituani che sovietici, ed anche molti intellettuali polacchi.
Mentre accade quotidianamente tutto ciò nella Lituania contemporanea e democratica, accade anche che un ex candidato indipendente alle ultime elezioni presidenziali, sia costretto, così come decine di migliaia di membri della comunità russo lituana, a scappare dal paese.
Eduardas Vaitkus, schieratosi per la pace e contro le politiche guerrafondaie del governo lituano, si era posto come riferimento di tutta quella parte della popolazione che “…non sono impazziti e vogliono la guerra. Qui ci sono persone che vogliono una Lituania indipendente e libera, dove i lituani siano padroni della loro terra e della loro Patria, non così è ora…”. Queste dichiarazioni l’hanno fatto diventare nel paese un nemico e un bersaglio.
Pur non appartenendo alla comunità russa lituana, ha dovuto scappare dal paese dopo alcune aggressioni e tentativi di ucciderlo, Ha ottenuto asilo politico in Bielorussia, dichiarando in una conferenza stampa che ora si sente “…totalmente al sicuro in Bielorussia. Mi sento al 100% al sicuro qui. Non come in Lituania. Ancora oggi quando faccio una passeggiata nella foresta e qualcuno si avvicina da dietro, sono diffidente e timoroso, questa è la conseguenza di tutte le minacce e aggressioni che ho ricevuto molte volte in Lituania…”, ha detto Vaitkus.
L’ex candidato presidenziale ha anche denunciato l’attuale dirigenza politica lituana: “…le correnti autorità lituane agiscano a scapito del proprio popolo…sono principalmente interessati al business e al denaro, mentre la componente morale non li tocca minimamente. Stanno solamente agendo nell’interesse dell’Unione europea o dei globalismi unipolari. In tali condizioni non si può parlare di alcun interesse per i semplici cittadini lituani…La componente morale si sta dissolvendo sullo sfondo. Possono convivere con tutto questo, ma non capisco come si possa vivere in questo modo”, ha sottolineato l’ex candidato presidenziale.
Il politico ha detto che spera che la situazione possa cambiare in meglio, ma per questo, occorre creare una nuova forza politica, la quale attraverso le elezioni, rovesci l’attuale leadership, ma non è facile né vicina, come prospettiva. “…La Lituania non deve essere in vendita. La Lituania deve essere indipendente e libera. Dovremmo essere neutrali. Non abbiamo bisogno di essere in guerra con nessuno. Dobbiamo cooperare con i nostri vicini, ripristinare la giustizia e l’uguaglianza. Se questi pensieri sono riconosciuti dal popolo, io mi metterò a disposizione. Per le future elezioni presidenziali…”, ha detto Vaitkus.
Fonte
06/04/2025
30 anni di “austerità” + riarmo = nazismo armato
Qui non si tratta di coincidenze, ma di conseguenze obbligate. Che poi il tutto configuri una specie di ripetizione della Storia, anche questo è un fatto. Ma, a occhio, non si presenta solo come farsa...
Quel che sta avvenendo in Europa grazie a quei mostri senza cervello che dirigono l’Unione Europea è piuttosto chiaro, a volerlo vedere.
Prima abbiamo dovuto sopportare trenta anni (qualcuno in più, ma non cambia il discorso) di politiche di austerità. Ossia compressione dei salari, accoppiata al taglio della spesa sociale (welfare, sanità, pensioni, istruzione, ecc.), per favorire la “competitività delle imprese sul mercato mondiale”.
In parole più semplici, è stata sostenuta una politica commerciale neo-mercantilista che privilegiava le esportazioni grazie proprio ai bassi salari (e al limitato costo dell’energia, “calmierato” dai generosi rifornimenti di gas russo a basso costo). Guarda caso, si tratta dei due soli elementi del processo produttivo su cui si può “fare concorrenza”, visto che per tutti gli altri (materie prime, componentistica, ecc.) i prezzi sono internazionali, praticamente uguali per tutti i produttori.
I bassi salari hanno ovviamente compresso la “domanda interna”, ossia i consumi popolari, sopravvissuti in parte grazie a merci cinesi a basso costo (finché i salari di Pechino non sono arrivati molto vicino ai nostri) e a un po’ di rapina coloniale residua in Africa.
Queste politiche pro-imprese che hanno svalutato radicalmente il lavoro e il salario sono state gestite da partiti neoliberisti che mantenevano solo esternamente le apparenze (le insegne, diciamo...) della “sinistra ragionevole”. In mancanza di alternative credibili, la rabbia dei ceti popolari impoveriti si è così andata indirizzando quasi dappertutto sulla destra, più o meno estrema.
Queste politiche pro-imprese fondate sul pauperismo sono alla fine arrivate comunque al punto di rottura economico/sistemico con la guerra in Ucraina (perso il gas russo, auto-tagliate le esportazioni verso Mosca e Pechino per applicare le sanzioni unilaterali decise da Washington) e infine con la radicale frammentazione del mercato globale, ora certificata dai dazi di Trump.
L’“inversione a U” che sarebbe necessaria, secondo una logica economica “responsabile”, si dovrebbe nutrire di salari più alti (se quello che puoi produrre non puoi più esportarlo devi “consumarlo in loco”; ma serve una massa di acquirenti che possano spendere...) e costruzione di rapporti commerciali tra pari con paesi e aree economiche diverse dal “patto euro-atlantico”, peraltro sciolto dal “socio di maggioranza”.
Non sembra però questa la strada presa dalle élite “europeiste”, in realtà in balia di una miriade di lobby (a Bruxelles operano legalmente almeno dieci lobbisti per ogni parlamentare) e di un pugno di multinazionali.
L’idea uscita dal cappello puzza di antica fogna: riarmo e preparazione alla prossima guerra.
Appena si smette di farsi ipnotizzare dalle bandierine e dai discorsi ufficiali, peraltro, si scopre che quegli “800 miliardi” per ReArm Europe non ci sono. Al massimo ce ne stanno 150, ma togliendoli al già deficitario fondo per la “coesione sociale”. Ossia a quelle poche politiche ancora in vita per ridurre le disuguaglianze più clamorose. Al welfare, insomma.
Gli altri 650 andranno messi dai singoli Stati – se li hanno – oppure trovati sul mercato finanziario (pagando interessi più alti, visto che quasi tutti sono già appesi alla riduzione obbligatoria del debito pubblico imposta dall’“austerità”, che comunque continua).
E qui arriva la seconda scoperta. L’unico paese europeo che può riarmarsi abbondantemente grazie al basso debito pubblico è la Germania.
La quale, già da tempo, si era portata avanti con il lavoro in quest’ambito. È per esempio notizia di ieri – fonte: POLITICO, la testata Usa di ascendenza “dem” e per questo finanziata dal quasi soppresso programma UsAid – che l’esercito tedesco ha inaugurato ufficialmente una base militare in Lituania, destinata ad ospitare una brigata corazzata di 5.000 soldati, la 45°, appena costituita.
Si tratta, bisogna notare, del primo dispiegamento permanente di truppe all’estero a partire dalla Seconda Guerra mondiale (altre operazioni militari – come Onu o come “volenterosi” in Afghanistan – erano comunque programmaticamente temporanee). Il che, benché tenuto sotto traccia, è una novità rilevante.
“Abbiamo una missione chiara: garantire la protezione, la libertà e la sicurezza dei nostri alleati lituani sul fianco orientale della NATO”, ha dichiarato il comandante, il generale di brigata Cristoph Huber, “Così facendo, proteggiamo anche il territorio NATO e la Germania stessa”.
Si potrebbe ovviamente contestare questa strana logica, praticamente “israeliana”, per cui la “protezione” del proprio paese, per essere davvero efficace, deve partire da fuori dei propri confini, allargando così di fatto i confini stessi (sia d’accordo oppure no il paese “ospitante”). Ma è inutile, temiamo...
Il progetto della base non è ovviamente nato oggi, ma all’inizio della guerra in Ucraina, sintetizzando spinte all’opera già da tempo. Segno che l’orientamento guerrafondaio come risposta eventuale alla crisi (la crescita economica, in Europa, è sostanzialmente ferma da oltre un decennio...) è stato elaborato piuttosto a lungo. Non si tratta insomma di una risposta improvvisata...
Del resto, si dice apertamente che per la Germania è un passo importante per abbandonare la sua reputazione di “potenza militare riluttante” (disarmata di fatto dal disastro della Seconda Guerra Mondiale). Annunciando le misure, peraltro, il neo cancelliere Friedrich Merz s’è lasciato andare a un terroristico “La Germania è tornata!”
E la Lituania, che confina con l’exclave russa di Kaliningrad e con la Bielorussia alleata di Mosca, considera questa mossa “vitale per la sua sicurezza nazionale”. Scacco matto...
Militarmente parlando la pretesa è quasi ridicola (una brigata in più o meno non cambia i rapporti di forza), ma sul piano diplomatico è evidente che eventuali “mattane” anti-russe fatte da lituani, estoni o lettoni trascinerebbero in un attimo la Germania (e tutta l’Unione Europea) ben dentro una guerra. Con o senza l’ombrello nucleare Usa.
Il posizionamento tedesco tra i baltici rafforza dunque anche il faraonico piano di riarmo polacco – altra piccola potenza ferocemente anti-russa e fin qui pro-statunitense, ora col fiato corto – mettendo ancora più frecce a disposizione dell’arco che questi piccoli guerrafondai senza atomica vorrebbero usare per “mettere a posto definitivamente” la Russia (che invece ne ha in abbondanza). Sembra chiaro che non c’è solo Zelenskij ad aver perso il senso della realtà...
Deliri e ambizioni che ora il riarmo tedesco permette di coltivare meno clandestinamente, rinverdendo passate alleanze e collaborazionismi anti-sovietici della prima metà del secolo scorso.
Sorvoliamo per ora sulla “doppia esposizione” di Varsavia – che si illudeva di poter utilizzare le vie di trasporto tedesche per ricevere armamenti statunitensi, mentre ora si vedrà attraversata da armamenti tedeschi destinati ad est – e vediamo di chiudere il cerchio.
Le politiche di austerità hanno impoverito le popolazioni e fatto riemergere i fantasmi nazisti, persino lì dove era stata posta la massima cura perché ciò non avvenisse (in Germania, appunto, dove cresce l’AfD).
Le politiche di riarmo faranno riempire gli arsenali invece che i frigoriferi e le pance, soprattutto lì dove c’è abbastanza margine di bilancio per finanziare la produzione e/o l’acquisto di armamenti (in Germania, appunto).
Risultato prevedibile (e forse persino previsto e voluto): i neonazisti probabilmente si ritroveranno con una possibilità di andare davvero al governo quando il riarmo tedesco sarà sufficientemente completato.
Bingo.
Senza atomica sarebbe comunque una farsa, anche se molto dolorosa – ancora una volta – per il popolo tedesco e quegli sciagurati europei che si faranno di nuovo abbagliare dalla mitologia del “suprematismo bianco” (quello solo “ariano” era un po’ troppo “restrittivo”, com’era arrivato a teorizzare persino un Breivik qualsiasi...).
Siamo ancora in tempo per evitare che questo “destino” si compia.
Ma, a occhio, è ora di darsi una svegliata...
Fonte
Quel che sta avvenendo in Europa grazie a quei mostri senza cervello che dirigono l’Unione Europea è piuttosto chiaro, a volerlo vedere.
Prima abbiamo dovuto sopportare trenta anni (qualcuno in più, ma non cambia il discorso) di politiche di austerità. Ossia compressione dei salari, accoppiata al taglio della spesa sociale (welfare, sanità, pensioni, istruzione, ecc.), per favorire la “competitività delle imprese sul mercato mondiale”.
In parole più semplici, è stata sostenuta una politica commerciale neo-mercantilista che privilegiava le esportazioni grazie proprio ai bassi salari (e al limitato costo dell’energia, “calmierato” dai generosi rifornimenti di gas russo a basso costo). Guarda caso, si tratta dei due soli elementi del processo produttivo su cui si può “fare concorrenza”, visto che per tutti gli altri (materie prime, componentistica, ecc.) i prezzi sono internazionali, praticamente uguali per tutti i produttori.
I bassi salari hanno ovviamente compresso la “domanda interna”, ossia i consumi popolari, sopravvissuti in parte grazie a merci cinesi a basso costo (finché i salari di Pechino non sono arrivati molto vicino ai nostri) e a un po’ di rapina coloniale residua in Africa.
Queste politiche pro-imprese che hanno svalutato radicalmente il lavoro e il salario sono state gestite da partiti neoliberisti che mantenevano solo esternamente le apparenze (le insegne, diciamo...) della “sinistra ragionevole”. In mancanza di alternative credibili, la rabbia dei ceti popolari impoveriti si è così andata indirizzando quasi dappertutto sulla destra, più o meno estrema.
Queste politiche pro-imprese fondate sul pauperismo sono alla fine arrivate comunque al punto di rottura economico/sistemico con la guerra in Ucraina (perso il gas russo, auto-tagliate le esportazioni verso Mosca e Pechino per applicare le sanzioni unilaterali decise da Washington) e infine con la radicale frammentazione del mercato globale, ora certificata dai dazi di Trump.
L’“inversione a U” che sarebbe necessaria, secondo una logica economica “responsabile”, si dovrebbe nutrire di salari più alti (se quello che puoi produrre non puoi più esportarlo devi “consumarlo in loco”; ma serve una massa di acquirenti che possano spendere...) e costruzione di rapporti commerciali tra pari con paesi e aree economiche diverse dal “patto euro-atlantico”, peraltro sciolto dal “socio di maggioranza”.
Non sembra però questa la strada presa dalle élite “europeiste”, in realtà in balia di una miriade di lobby (a Bruxelles operano legalmente almeno dieci lobbisti per ogni parlamentare) e di un pugno di multinazionali.
L’idea uscita dal cappello puzza di antica fogna: riarmo e preparazione alla prossima guerra.
Appena si smette di farsi ipnotizzare dalle bandierine e dai discorsi ufficiali, peraltro, si scopre che quegli “800 miliardi” per ReArm Europe non ci sono. Al massimo ce ne stanno 150, ma togliendoli al già deficitario fondo per la “coesione sociale”. Ossia a quelle poche politiche ancora in vita per ridurre le disuguaglianze più clamorose. Al welfare, insomma.
Gli altri 650 andranno messi dai singoli Stati – se li hanno – oppure trovati sul mercato finanziario (pagando interessi più alti, visto che quasi tutti sono già appesi alla riduzione obbligatoria del debito pubblico imposta dall’“austerità”, che comunque continua).
E qui arriva la seconda scoperta. L’unico paese europeo che può riarmarsi abbondantemente grazie al basso debito pubblico è la Germania.
La quale, già da tempo, si era portata avanti con il lavoro in quest’ambito. È per esempio notizia di ieri – fonte: POLITICO, la testata Usa di ascendenza “dem” e per questo finanziata dal quasi soppresso programma UsAid – che l’esercito tedesco ha inaugurato ufficialmente una base militare in Lituania, destinata ad ospitare una brigata corazzata di 5.000 soldati, la 45°, appena costituita.
Si tratta, bisogna notare, del primo dispiegamento permanente di truppe all’estero a partire dalla Seconda Guerra mondiale (altre operazioni militari – come Onu o come “volenterosi” in Afghanistan – erano comunque programmaticamente temporanee). Il che, benché tenuto sotto traccia, è una novità rilevante.
“Abbiamo una missione chiara: garantire la protezione, la libertà e la sicurezza dei nostri alleati lituani sul fianco orientale della NATO”, ha dichiarato il comandante, il generale di brigata Cristoph Huber, “Così facendo, proteggiamo anche il territorio NATO e la Germania stessa”.
Si potrebbe ovviamente contestare questa strana logica, praticamente “israeliana”, per cui la “protezione” del proprio paese, per essere davvero efficace, deve partire da fuori dei propri confini, allargando così di fatto i confini stessi (sia d’accordo oppure no il paese “ospitante”). Ma è inutile, temiamo...
Il progetto della base non è ovviamente nato oggi, ma all’inizio della guerra in Ucraina, sintetizzando spinte all’opera già da tempo. Segno che l’orientamento guerrafondaio come risposta eventuale alla crisi (la crescita economica, in Europa, è sostanzialmente ferma da oltre un decennio...) è stato elaborato piuttosto a lungo. Non si tratta insomma di una risposta improvvisata...
Del resto, si dice apertamente che per la Germania è un passo importante per abbandonare la sua reputazione di “potenza militare riluttante” (disarmata di fatto dal disastro della Seconda Guerra Mondiale). Annunciando le misure, peraltro, il neo cancelliere Friedrich Merz s’è lasciato andare a un terroristico “La Germania è tornata!”
E la Lituania, che confina con l’exclave russa di Kaliningrad e con la Bielorussia alleata di Mosca, considera questa mossa “vitale per la sua sicurezza nazionale”. Scacco matto...
Militarmente parlando la pretesa è quasi ridicola (una brigata in più o meno non cambia i rapporti di forza), ma sul piano diplomatico è evidente che eventuali “mattane” anti-russe fatte da lituani, estoni o lettoni trascinerebbero in un attimo la Germania (e tutta l’Unione Europea) ben dentro una guerra. Con o senza l’ombrello nucleare Usa.
Il posizionamento tedesco tra i baltici rafforza dunque anche il faraonico piano di riarmo polacco – altra piccola potenza ferocemente anti-russa e fin qui pro-statunitense, ora col fiato corto – mettendo ancora più frecce a disposizione dell’arco che questi piccoli guerrafondai senza atomica vorrebbero usare per “mettere a posto definitivamente” la Russia (che invece ne ha in abbondanza). Sembra chiaro che non c’è solo Zelenskij ad aver perso il senso della realtà...
Deliri e ambizioni che ora il riarmo tedesco permette di coltivare meno clandestinamente, rinverdendo passate alleanze e collaborazionismi anti-sovietici della prima metà del secolo scorso.
Sorvoliamo per ora sulla “doppia esposizione” di Varsavia – che si illudeva di poter utilizzare le vie di trasporto tedesche per ricevere armamenti statunitensi, mentre ora si vedrà attraversata da armamenti tedeschi destinati ad est – e vediamo di chiudere il cerchio.
Le politiche di austerità hanno impoverito le popolazioni e fatto riemergere i fantasmi nazisti, persino lì dove era stata posta la massima cura perché ciò non avvenisse (in Germania, appunto, dove cresce l’AfD).
Le politiche di riarmo faranno riempire gli arsenali invece che i frigoriferi e le pance, soprattutto lì dove c’è abbastanza margine di bilancio per finanziare la produzione e/o l’acquisto di armamenti (in Germania, appunto).
Risultato prevedibile (e forse persino previsto e voluto): i neonazisti probabilmente si ritroveranno con una possibilità di andare davvero al governo quando il riarmo tedesco sarà sufficientemente completato.
Bingo.
Senza atomica sarebbe comunque una farsa, anche se molto dolorosa – ancora una volta – per il popolo tedesco e quegli sciagurati europei che si faranno di nuovo abbagliare dalla mitologia del “suprematismo bianco” (quello solo “ariano” era un po’ troppo “restrittivo”, com’era arrivato a teorizzare persino un Breivik qualsiasi...).
Siamo ancora in tempo per evitare che questo “destino” si compia.
Ma, a occhio, è ora di darsi una svegliata...
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11/03/2025
Le origini del revisionismo storico
Il vizietto nazista di bruciare pubblicamente montagne di libri ha dimostrato il fatto che il nazionalsocialismo nutriva un grande, se non addirittura eccessivo, rispetto per la parola scritta.
I libri venivano bruciati perché si attribuiva loro un grande potere, in altre parole, li si temeva. Questa paura di perdere l’esclusiva dell’interpretazione era uno dei moventi fondamentali dei roghi nazisti.
L’uomo del primo Novecento aveva abbastanza esperienza del libro come mezzo di comunicazione di massa, da sapere che la Storia non si limita ad accadere, ma viene scritta per le generazioni a venire.
Il fatto che l’“atto creativo” fosse sempre preceduto dalla lotta e dalla distruzione delle creazioni esistenti rispecchiava la tendenza radicale e aggressiva di Adolf Hitler.
Sin dal principio la consapevolezza con la quale i nazisti rielaborarono la Storia non si estrinsecò solo nelle azioni, ma in un vero e proprio progetto culturale e, in questo caso, letterario: l’attività culturale venne denigrata in quanto “ebreicizzata”, intere branche della scienza furono screditate in quanto “troppo soggette all’influenza straniera”.
Il libro, dunque, era considerato uno dei più efficaci strumenti di potere in mano al nemico, in particolare agli ebrei. Selezionare e bruciare i libri – come in seguito si fece con le persone – fu solo il primo passo.
Il secondo fu quello di prendersi cura e di coltivare la propria razza e di dare vita a una propria scienza e cultura. Quindi servivano libri propri, sia in ambito artistico che scientifico, perché si credeva che con lo specifico approccio nazista si fossero finalmente gettate le basi che consentivano di trasformare la scienza e l’arte in un scienza tedesca e in un’arte tedesca.
Questo è il motivo per cui sotto il nazionalsocialismo venne prodotto un numero impressionante di libri – e la reinterpretazione del sapere esistente fu devastante fin dall’inizio.
Fonte
I libri venivano bruciati perché si attribuiva loro un grande potere, in altre parole, li si temeva. Questa paura di perdere l’esclusiva dell’interpretazione era uno dei moventi fondamentali dei roghi nazisti.
L’uomo del primo Novecento aveva abbastanza esperienza del libro come mezzo di comunicazione di massa, da sapere che la Storia non si limita ad accadere, ma viene scritta per le generazioni a venire.
Il fatto che l’“atto creativo” fosse sempre preceduto dalla lotta e dalla distruzione delle creazioni esistenti rispecchiava la tendenza radicale e aggressiva di Adolf Hitler.
Sin dal principio la consapevolezza con la quale i nazisti rielaborarono la Storia non si estrinsecò solo nelle azioni, ma in un vero e proprio progetto culturale e, in questo caso, letterario: l’attività culturale venne denigrata in quanto “ebreicizzata”, intere branche della scienza furono screditate in quanto “troppo soggette all’influenza straniera”.
Il libro, dunque, era considerato uno dei più efficaci strumenti di potere in mano al nemico, in particolare agli ebrei. Selezionare e bruciare i libri – come in seguito si fece con le persone – fu solo il primo passo.
Il secondo fu quello di prendersi cura e di coltivare la propria razza e di dare vita a una propria scienza e cultura. Quindi servivano libri propri, sia in ambito artistico che scientifico, perché si credeva che con lo specifico approccio nazista si fossero finalmente gettate le basi che consentivano di trasformare la scienza e l’arte in un scienza tedesca e in un’arte tedesca.
Questo è il motivo per cui sotto il nazionalsocialismo venne prodotto un numero impressionante di libri – e la reinterpretazione del sapere esistente fu devastante fin dall’inizio.
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10/02/2025
Il primo esperimento storico di un governo di centro sinistra fu un disastro...
di Luciano Canfora
...che si è ripetuto nel tempo, fino ai giorni nostri.
Un accordo tra Spd e Uspd era impensabile, dopo che appena pochi giorni prima delle elezioni, Noske, commissario del popolo all’esercito (ed esponente socialista di spicco) aveva domato manu militari la rivolta spartachista in un quartiere di Berlino espugnando personalmente la sede del «Vorwärts» occupata e dopo che indisturbati Freikorps avevano massacrato Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg quattro giorni prima delle elezioni (15 gennaio).
Ma la soluzione parlamentare era pronta: il centro-sinistra. [...]
Sul peso dell’affrettata e impotente insurrezione spartachista sulla vicenda politica di quel cruciale gennaio 1919 si è molto speculato.
Il perbenismo socialdemocratico si è speso tutto in difesa di Noske, per scagionarlo dalla responsabilità dell’assassinio di Liebknecht e della Luxemburg.
Tempo sprecato, visto che il problema non era chi avesse armato la mano degli assassini affiliati ai Freikorps, bensì che la neonata «democrazia» tedesca tollerasse – per spirito legalitario – l’esistenza dei Freikorps, gruppi paramilitari e revanscisti, il cui revanscismo per ora si sfogava nella violenza contro i militanti di sinistra.
Il loro apporto alla nascita del movimento nazista è ben noto.
Peraltro un po’ di gratitudine dall’estrema destra Noske se la guadagnò con la sua azione (egli era ministro dell’Esercito e della Marina, e dunque avrebbe dovuto sciogliere i Freikorps e distruggerli con ben altra violenza di quella che consacrò ad espugnare la sede del «Vorwärts»). [...]
Ad ogni modo, la tesi che l’insurrezione spartachista avrebbe spostato a destra l’opinione pubblica negli ultimi giorni di campagna elettorale è fragile.
Il governo Ebert-Scheidemann-Noske fece di tutto per dimostrare ai borghesi impauriti che la socialdemocrazia sapeva schiacciare il pericolo «anti-democratico» proveniente da sinistra.
Il sangue abbondantemente versato fu garanzia della «democraticità» della dirigenza socialdemocratica.
Il contraccolpo elettorale poté averlo, semmai, l’Uspd che, per semplificazione polemica molto comoda in campagna elettorale, veniva tout court assimilata – dalla propaganda di quasi tutti gli altri (fatta eccezione per il Partito Democratico) – alla Lega di Spartaco.
Insomma, la sconfitta elettorale fu bruciante per la socialdemocrazia, nella cui vicenda elettorale weimariana quel deludente risultato rimase pur sempre il massimo storico.
Fonte
...che si è ripetuto nel tempo, fino ai giorni nostri.
Un accordo tra Spd e Uspd era impensabile, dopo che appena pochi giorni prima delle elezioni, Noske, commissario del popolo all’esercito (ed esponente socialista di spicco) aveva domato manu militari la rivolta spartachista in un quartiere di Berlino espugnando personalmente la sede del «Vorwärts» occupata e dopo che indisturbati Freikorps avevano massacrato Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg quattro giorni prima delle elezioni (15 gennaio).
Ma la soluzione parlamentare era pronta: il centro-sinistra. [...]
Sul peso dell’affrettata e impotente insurrezione spartachista sulla vicenda politica di quel cruciale gennaio 1919 si è molto speculato.
Il perbenismo socialdemocratico si è speso tutto in difesa di Noske, per scagionarlo dalla responsabilità dell’assassinio di Liebknecht e della Luxemburg.
Tempo sprecato, visto che il problema non era chi avesse armato la mano degli assassini affiliati ai Freikorps, bensì che la neonata «democrazia» tedesca tollerasse – per spirito legalitario – l’esistenza dei Freikorps, gruppi paramilitari e revanscisti, il cui revanscismo per ora si sfogava nella violenza contro i militanti di sinistra.
Il loro apporto alla nascita del movimento nazista è ben noto.
Peraltro un po’ di gratitudine dall’estrema destra Noske se la guadagnò con la sua azione (egli era ministro dell’Esercito e della Marina, e dunque avrebbe dovuto sciogliere i Freikorps e distruggerli con ben altra violenza di quella che consacrò ad espugnare la sede del «Vorwärts»). [...]
Ad ogni modo, la tesi che l’insurrezione spartachista avrebbe spostato a destra l’opinione pubblica negli ultimi giorni di campagna elettorale è fragile.
Il governo Ebert-Scheidemann-Noske fece di tutto per dimostrare ai borghesi impauriti che la socialdemocrazia sapeva schiacciare il pericolo «anti-democratico» proveniente da sinistra.
Il sangue abbondantemente versato fu garanzia della «democraticità» della dirigenza socialdemocratica.
Il contraccolpo elettorale poté averlo, semmai, l’Uspd che, per semplificazione polemica molto comoda in campagna elettorale, veniva tout court assimilata – dalla propaganda di quasi tutti gli altri (fatta eccezione per il Partito Democratico) – alla Lega di Spartaco.
Insomma, la sconfitta elettorale fu bruciante per la socialdemocrazia, nella cui vicenda elettorale weimariana quel deludente risultato rimase pur sempre il massimo storico.
Fonte
09/02/2025
Il Revisionismo e Auschwitz. Breve guida “per voi giovani”
di Massimo Zucchetti
Questo scritto è per voi, ragazze e ragazzi. Dato che sono un prof, non mi è riuscito di essere troppo conciso e di non farla forse troppo lunga. Date comunque un’occhiata.
1. Che cos’è questo “Revisionismo”?
Il revisionismo storico è una pratica che cerca di rivedere, riscrivere o minimizzare eventi storici, spesso per motivi ideologici o politici. Nel contesto dell’Olocausto, il revisionismo assume una forma particolarmente pericolosa, poiché mira a minimizzare i crimini nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
In particolare, il revisionismo riguardante il lager di Auschwitz è una distorsione delle verità storiche che ha gravi conseguenze non solo per la memoria collettiva, ma anche per la comprensione del male assoluto che è stato perpetrato durante l’Olocausto.
Auschwitz è uno dei luoghi più emblematici dell’orrore nazista, simbolo della sistematicità e della brutalità del genocidio messo in atto dal regime hitleriano. Questo Lager [1] che si trovava in Polonia occupata, ha visto la morte di oltre un milione di persone, per lo più ebrei, ma anche Rom, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici e altri gruppi considerati “indesiderabili” dal regime nazista [2,3].
Auschwitz non era quindi un mero centro di detenzione o un “campo di lavoro”, ma un impianto dove l’industrializzazione della morte (con le selezioni all’arrivo, con l’utilizzo – su chi non era subito ucciso – della fame, del lavoro disumano, delle percosse, delle camere a gas e dei forni crematori) era perfettamente organizzata. Se Auschwitz fu anche campo per prigionieri politici (polacchi soprattutto, ma anche 800 donne italiane politiche sono passate di lì), ed anche campo di lavoro, mentre “Vernichtungslager” (campi concepiti espressamente per lo sterminio) furono solo Treblinka, Sobibor, Belzec e Chelmno, i dati [1] ci parlano di 1,1 milioni di morti fra i deportati di Auschwitz, di cui circa 1 milione di “ebrei”.
Ricordiamo la vicenda di Primo Levi, ebreo ma arrestato e deportato in quanto “politico”, che riuscì alla fine a lavorare come chimico nella fabbrica “Buna” di gomma sintetica: questo lo salvò da morte quasi certa [6].
La minimizzazione di questa realtà non solo è storicamente infondata, ma è anche un atto di disumanizzazione delle vittime.
Una delle argomentazioni fondamentali contro il revisionismo è che esistono prove inconfutabili che attestano la realtà ed entità dei crimini commessi dalla Germania nazista, e in particolare ad Auschwitz. Testimonianze di sopravvissuti, documenti ufficiali del regime nazista, fotografie, filmati e relazioni degli alleati sono solo alcune delle fonti che confermano la sistematicità dell’Olocausto.
Nonostante la distruzione di parte dei documenti nazisti da parte delle SS durante la ritirata, le prove materiali e le testimonianze dirette sono amplissime, tali da dimostrare senza ombra di dubbio la realtà dei crimini commessi ad Auschwitz. Le testimonianze dei sopravvissuti, come quelle di Primo Levi [5, 6], Elie Wiesel, e tanti altri, non sono semplici racconti, ma documenti storici che parlano di esperienze reali, dolorose e devastanti.
Il revisionismo, oltre a essere una distorsione della realtà storica, mina la memoria collettiva. Auschwitz non è solo un luogo fisico, ma è diventato un simbolo del male assoluto e della capacità dell’uomo di compiere atti di barbarie in nome di ideologie razziste e suprematiste.
Negare l’esistenza di Auschwitz come luogo principale del genocidio, o sminuirne l’orrore, significa non solo tradire la memoria delle vittime, ma anche ignorare le lezioni di civiltà che dovremmo trarre da quei tragici eventi. Auschwitz non riguarda solo il passato, ma continua a essere un monito per il presente e il futuro. Negare o sminuire ciò che è successo significa negare la possibilità di imparare dai nostri errori, per impedire che simili atrocità possano accadere di nuovo.
2. Uso politico del Revisionismo: un primo esempio recente
Un altro aspetto del revisionismo è la sua connessione con la politica. In molti casi, il revisionismo sull’Olocausto è una strategia adottata da gruppi di estrema destra o da coloro che hanno un’agenda politica specifica, come la diffusione di teorie complottiste. Tali gruppi spesso cercano di ricostruire la storia per servire i propri interessi ideologici, e il revisionismo diventa uno strumento per rafforzare le loro narrazioni.
Recentemente, invece, l’Olocausto è stato tirato in ballo durante la guerra del 2023-2025 a Gaza: a pieno sproposito, e da due parti diverse. Da un lato, Israele ha continuato a sfruttare le vittime dell’Olocausto di oltre 80 anni fa per avere una sorta di impunità rispetto alle atrocità e alle vittime palestinesi di oggi: chi ha criticato lo Stato di Israele nel 2024 è stato subito tacciato a sproposito di antisemitismo, che è una accusa ingiusta ed un’offesa grave.
Dall’altro lato, sebbene sia un fenomeno fortunatamente circoscritto, non sono mancati gruppi di estrema destra che hanno trovato nuovo terreno per il loro antisemitismo, spingendosi persino al giustificazionismo: “visto quanto sta facendo Israele nel 2025, forse non è poi stato così sbagliato che nel 1933-1945 in Europa, la Germania...”. Scegliamo di non scrivere neppure la fine di una tale delirante frase, tanto è una enormità ed anche un’apologia di reato.
In entrambi i casi si offende la memoria di vittime morte quasi un secolo fa, che nulla c’entrano con l’attuale guerra a Gaza, vittime che la Storia dimostra essere state, tra l’altro, generalmente di ideologia pacifista e contro non solo la guerra, ma anche la violenza: non crediamo che le vittime dell’Olocausto avrebbero mai giustificato gli atti terroristici del 7 Ottobre 2023, e l’atroce repressione del 2023-2025, che ha portato alla morte di decine di migliaia di innocenti ed alla quasi completa distruzione di un territorio piccolo e già ampiamente vessato da decenni, come Gaza.
Questo episodio recente ci dimostra come la lotta contro il revisionismo sull’Olocausto è fondamentale non solo per la storia, ma anche per la cultura della memoria, evitando un uso politico della menzogna storica, che può giungere anche da fonti inattese.
3. Un altro caso recente di Revisionismo su Auschwitz: chi ha liberato il Lager?
Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, liberando i prigionieri che ancora vi si trovavano. Quello che accadde ad Auschwitz è ormai una verità storica ben documentata; ma purtroppo, negli ultimi anni, il revisionismo storico ha cercato di minimizzare il ruolo svolto dall’Unione Sovietica e dall’Armata Rossa nella liberazione di uno dei luoghi più simbolici dell’Olocausto.
Le motivazioni stanno senz’altro nella recente invasione russa dell’Ucraina e nella guerra sanguinosa che tuttora lì si combatte. Ma anche qui, ci appare appena ovvio rimarcare che – al di là della verità fattuale storica del 27.1.1945 che è incontrovertibile – di nuovo si offende la memoria di uomini, donne, soldati sovietici (quindi originari sia della Russia, che dell’Ucraina, oltre che della Bielorussia e delle altre repubbliche dell’URSS) che hanno combattuto e sono morti o rimasti feriti ottanta anni fa, e che nulla hanno a che vedere con l’attuale conflitto fra Russia e Ucraina.
Questo tentativo di distorcere la verità storica ha avuto effetti anche sulle celebrazioni ufficiali, con scelte politiche che hanno portato la Polonia a non invitare la Russia alle cerimonie di commemorazione [4]. Ma è l’Armata Rossa che ha effettivamente liberato Auschwitz, da sola, e ha svolto un ruolo determinante nel fermare il regime nazista.
Ad Auschwitz i Sovietici trovarono solo 7000 malati lasciati indietro, tutti gli altri 65.000 deportati erano forzosamente partiti verso ovest per una “marcia della morte”. Ma il gelo aveva conservato nel lager disastrato cataste di cadaveri ed enormi fosse comuni aperte. Tra le prime tracce dell’orrore, poi, i liberatori rinvennero 8 tonnellate di capelli umani, e centinaia di migliaia di abiti. La maggior parte dei soldati sovietici, pur temprati da anni di guerra atroce, non avevano una piena consapevolezza della portata della tragedia che si era svolta nel lager.
I soldati dell’Armata Rossa erano quelli della Prima Armata del fronte ucraino, comandati da Ivan Konev. Non erano “Ucraini”, era il nome di quel settore del fronte, ancora utilizzato perché nel 1943/44 l’Armata Rossa in quel settore liberò innanzitutto l’Ucraina, poi la Polonia. I soldati dell’Armata Rossa erano originari di ogni parte dell’URSS, ma si sentivano soltanto soldati sovietici che combattevano la Grande Guerra Patriottica contro gli invasori nazisti.
Un particolare poco noto: contrariamente a quanto fecero a volte gli americani, i sovietici sapevano bene che era un pericolo mortale rimpinzare di cibo i detenuti dei lager: pian piano, invece, somministrarono quantità crescenti di minestre sostanziose, pane, non latte dato che erano quasi tutti dissenterici, carne ma senza esagerare; almeno per due settimane, in modo che si riabituassero. E cure mediche. E gran bagni di acqua calda e sapone, cui i deportati furono “costretti” dalle magnifiche robustissime sbrigative ausiliarie russe, o dalle più flebili ma determinate soccorritrici polacche. Molti deportati, ormai sfiniti, morirono anche nelle settimane successive alla liberazione, ma moltissimi furono salvati dalle cure dei soccorritori.
Le forze alleate occidentali erano in quel momento molto lontane, ancora schierate sul fiume Reno, ma l’Armata Rossa, pur a prezzo di enormi perdite, era avanzata implacabilmente sul fronte orientale, evitando molti ulteriori crimini del regime hitleriano prima che fosse troppo tardi; ciò dopo aver affrontato da sola per tre anni (giugno 1941 – giugno 1944) la formidabile Wehrmacht tedesca, spezzandola, infliggendole sconfitte enormi (Stalingrado, Kursk, Berlino, ad esempio). Il contributo sovietico nello sconfiggere il Nazismo è fondamentale e deve essere riconosciuto come parte essenziale della memoria storica. Ignorarlo significa distorcere la realtà e sviare la discussione dalla verità storica.
Purtroppo, alcuni stati, gruppi politici e media hanno tentato di sminuire il ruolo dell’Unione Sovietica nella vittoria sul nazismo e persino sulla liberazione di Auschwitz. Le motivazioni sono molteplici: in alcuni casi si vuole sanzionare anche così la Russia per l’invasione dell’Ucraina, mentre in altri si evidenziano aspetti bui del periodo sovietico per oscurare i meriti dell’Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Questo atteggiamento revisionista è pericoloso, in quanto rischia di cancellare uno dei momenti più significativi della storia della lotta contro il Nazismo. L'URSS ha pagato un prezzo altissimo durante la guerra, con milioni di soldati e civili sovietici che sono morti combattendo contro i nazisti, e questo sacrificio non può essere dimenticato.
Auschwitz, certamente, non fu del tutto una “scoperta”. L’orrore dei campi di sterminio era più o meno noto da un paio d’anni agli alleati, ma un conto è leggere rapporti e ascoltare testimonianze, un altro è vedere coi propri occhi, toccare pelle e ossa con le proprie mani e annusare col proprio naso, in un enorme inferno in Terra, in sfacelo fra una marea di cadaveri: questo toccò ai soldati sovietici, per primi, in quei giorni dopo il 27 gennaio 1945.
4. Conclusione
In conclusione, il revisionismo storico sull’Olocausto, e in particolare su Auschwitz, è una forma di manipolazione della verità – da qualsiasi parte provenga – che deve essere respinta fermamente. Negare o minimizzare l’Olocausto è un insulto alle vittime e un pericolo per la nostra comprensione della storia e della moralità umana. Non possiamo permettere che il revisionismo prenda piede, e dobbiamo continuare a difendere la memoria delle vittime, affinché eventi simili non possano mai ripetersi.
La memoria storica è il fondamento di una società civile e democratica, e proteggere la verità è nostro dovere: è un impegno che coinvolge tutti, non solo gli storici, ma anche le istituzioni, le scuole, le organizzazioni internazionali e, soprattutto, le generazioni future. La memoria dell’Olocausto deve essere preservata e trasmessa in modo che la società non dimentichi mai ciò che è accaduto. L’Olocausto non sia solo un capitolo oscuro della storia, ma una lezione viva che ci spinge a lottare contro l’intolleranza, il razzismo e l’indifferenza.
Le celebrazioni ufficiali, che dovrebbero essere un momento di ricordo e di riflessione sulle atrocità commesse dal regime nazista, non devono mai essere utilizzate per fini politici correnti. La verità storica deve rimanere al centro di queste cerimonie, e tutti i paesi che hanno contribuito alla sconfitta del nazismo devono essere rappresentati e rispettati. Negare o sminuire il contributo della Russia alla sconfitta del nazismo non solo è una menzogna e un atto di ingratitudine, ma rischia anche di danneggiare la memoria collettiva delle vittime dell’Olocausto.
In questo senso, è fondamentale continuare a ricordare e a celebrare l’eroismo di tutte le forze alleate che hanno lottato contro il fascismo. Smettere di dare giustizia alla memoria storica, nel nome delle mutevoli vicende di una distorta politica internazionale, è un errore che non dobbiamo permettere.
In un mondo dove il revisionismo storico sta già guadagnando terreno, è nostro dovere mantenere viva la verità. Solo così si può onorare il sacrificio di chi ha combattuto e sofferto per la libertà e per la dignità di tutti.
Alcune Fonti
1) Auschwitz. Jewish Virtual Library, https://www.jewishvirtuallibrary.org/auschwitz
2) The Liberation of Auschwitz, The National WWII Museum, https://www.nationalww2museum.org/war/articles/liberation-auschwitz
3) “The Liberation of Auschwitz.” History Extra, https://www.history.com/this-day-in-history/soviets-liberate-auschwitz
4) Commemorating Auschwitz without Russia. BBC News, https://www.bbc.com/news/world-europe-64429625
5) Primo Levi, La Tregua, Einaudi, Torino, 1965
Fonte
Questo scritto è per voi, ragazze e ragazzi. Dato che sono un prof, non mi è riuscito di essere troppo conciso e di non farla forse troppo lunga. Date comunque un’occhiata.
1. Che cos’è questo “Revisionismo”?
Il revisionismo storico è una pratica che cerca di rivedere, riscrivere o minimizzare eventi storici, spesso per motivi ideologici o politici. Nel contesto dell’Olocausto, il revisionismo assume una forma particolarmente pericolosa, poiché mira a minimizzare i crimini nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
In particolare, il revisionismo riguardante il lager di Auschwitz è una distorsione delle verità storiche che ha gravi conseguenze non solo per la memoria collettiva, ma anche per la comprensione del male assoluto che è stato perpetrato durante l’Olocausto.
Auschwitz è uno dei luoghi più emblematici dell’orrore nazista, simbolo della sistematicità e della brutalità del genocidio messo in atto dal regime hitleriano. Questo Lager [1] che si trovava in Polonia occupata, ha visto la morte di oltre un milione di persone, per lo più ebrei, ma anche Rom, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici e altri gruppi considerati “indesiderabili” dal regime nazista [2,3].
Auschwitz non era quindi un mero centro di detenzione o un “campo di lavoro”, ma un impianto dove l’industrializzazione della morte (con le selezioni all’arrivo, con l’utilizzo – su chi non era subito ucciso – della fame, del lavoro disumano, delle percosse, delle camere a gas e dei forni crematori) era perfettamente organizzata. Se Auschwitz fu anche campo per prigionieri politici (polacchi soprattutto, ma anche 800 donne italiane politiche sono passate di lì), ed anche campo di lavoro, mentre “Vernichtungslager” (campi concepiti espressamente per lo sterminio) furono solo Treblinka, Sobibor, Belzec e Chelmno, i dati [1] ci parlano di 1,1 milioni di morti fra i deportati di Auschwitz, di cui circa 1 milione di “ebrei”.
Ricordiamo la vicenda di Primo Levi, ebreo ma arrestato e deportato in quanto “politico”, che riuscì alla fine a lavorare come chimico nella fabbrica “Buna” di gomma sintetica: questo lo salvò da morte quasi certa [6].
La minimizzazione di questa realtà non solo è storicamente infondata, ma è anche un atto di disumanizzazione delle vittime.
Una delle argomentazioni fondamentali contro il revisionismo è che esistono prove inconfutabili che attestano la realtà ed entità dei crimini commessi dalla Germania nazista, e in particolare ad Auschwitz. Testimonianze di sopravvissuti, documenti ufficiali del regime nazista, fotografie, filmati e relazioni degli alleati sono solo alcune delle fonti che confermano la sistematicità dell’Olocausto.
Nonostante la distruzione di parte dei documenti nazisti da parte delle SS durante la ritirata, le prove materiali e le testimonianze dirette sono amplissime, tali da dimostrare senza ombra di dubbio la realtà dei crimini commessi ad Auschwitz. Le testimonianze dei sopravvissuti, come quelle di Primo Levi [5, 6], Elie Wiesel, e tanti altri, non sono semplici racconti, ma documenti storici che parlano di esperienze reali, dolorose e devastanti.
Il revisionismo, oltre a essere una distorsione della realtà storica, mina la memoria collettiva. Auschwitz non è solo un luogo fisico, ma è diventato un simbolo del male assoluto e della capacità dell’uomo di compiere atti di barbarie in nome di ideologie razziste e suprematiste.
Negare l’esistenza di Auschwitz come luogo principale del genocidio, o sminuirne l’orrore, significa non solo tradire la memoria delle vittime, ma anche ignorare le lezioni di civiltà che dovremmo trarre da quei tragici eventi. Auschwitz non riguarda solo il passato, ma continua a essere un monito per il presente e il futuro. Negare o sminuire ciò che è successo significa negare la possibilità di imparare dai nostri errori, per impedire che simili atrocità possano accadere di nuovo.
2. Uso politico del Revisionismo: un primo esempio recente
Un altro aspetto del revisionismo è la sua connessione con la politica. In molti casi, il revisionismo sull’Olocausto è una strategia adottata da gruppi di estrema destra o da coloro che hanno un’agenda politica specifica, come la diffusione di teorie complottiste. Tali gruppi spesso cercano di ricostruire la storia per servire i propri interessi ideologici, e il revisionismo diventa uno strumento per rafforzare le loro narrazioni.
Recentemente, invece, l’Olocausto è stato tirato in ballo durante la guerra del 2023-2025 a Gaza: a pieno sproposito, e da due parti diverse. Da un lato, Israele ha continuato a sfruttare le vittime dell’Olocausto di oltre 80 anni fa per avere una sorta di impunità rispetto alle atrocità e alle vittime palestinesi di oggi: chi ha criticato lo Stato di Israele nel 2024 è stato subito tacciato a sproposito di antisemitismo, che è una accusa ingiusta ed un’offesa grave.
Dall’altro lato, sebbene sia un fenomeno fortunatamente circoscritto, non sono mancati gruppi di estrema destra che hanno trovato nuovo terreno per il loro antisemitismo, spingendosi persino al giustificazionismo: “visto quanto sta facendo Israele nel 2025, forse non è poi stato così sbagliato che nel 1933-1945 in Europa, la Germania...”. Scegliamo di non scrivere neppure la fine di una tale delirante frase, tanto è una enormità ed anche un’apologia di reato.
In entrambi i casi si offende la memoria di vittime morte quasi un secolo fa, che nulla c’entrano con l’attuale guerra a Gaza, vittime che la Storia dimostra essere state, tra l’altro, generalmente di ideologia pacifista e contro non solo la guerra, ma anche la violenza: non crediamo che le vittime dell’Olocausto avrebbero mai giustificato gli atti terroristici del 7 Ottobre 2023, e l’atroce repressione del 2023-2025, che ha portato alla morte di decine di migliaia di innocenti ed alla quasi completa distruzione di un territorio piccolo e già ampiamente vessato da decenni, come Gaza.
Questo episodio recente ci dimostra come la lotta contro il revisionismo sull’Olocausto è fondamentale non solo per la storia, ma anche per la cultura della memoria, evitando un uso politico della menzogna storica, che può giungere anche da fonti inattese.
3. Un altro caso recente di Revisionismo su Auschwitz: chi ha liberato il Lager?
Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, liberando i prigionieri che ancora vi si trovavano. Quello che accadde ad Auschwitz è ormai una verità storica ben documentata; ma purtroppo, negli ultimi anni, il revisionismo storico ha cercato di minimizzare il ruolo svolto dall’Unione Sovietica e dall’Armata Rossa nella liberazione di uno dei luoghi più simbolici dell’Olocausto.
Le motivazioni stanno senz’altro nella recente invasione russa dell’Ucraina e nella guerra sanguinosa che tuttora lì si combatte. Ma anche qui, ci appare appena ovvio rimarcare che – al di là della verità fattuale storica del 27.1.1945 che è incontrovertibile – di nuovo si offende la memoria di uomini, donne, soldati sovietici (quindi originari sia della Russia, che dell’Ucraina, oltre che della Bielorussia e delle altre repubbliche dell’URSS) che hanno combattuto e sono morti o rimasti feriti ottanta anni fa, e che nulla hanno a che vedere con l’attuale conflitto fra Russia e Ucraina.
Questo tentativo di distorcere la verità storica ha avuto effetti anche sulle celebrazioni ufficiali, con scelte politiche che hanno portato la Polonia a non invitare la Russia alle cerimonie di commemorazione [4]. Ma è l’Armata Rossa che ha effettivamente liberato Auschwitz, da sola, e ha svolto un ruolo determinante nel fermare il regime nazista.
Ad Auschwitz i Sovietici trovarono solo 7000 malati lasciati indietro, tutti gli altri 65.000 deportati erano forzosamente partiti verso ovest per una “marcia della morte”. Ma il gelo aveva conservato nel lager disastrato cataste di cadaveri ed enormi fosse comuni aperte. Tra le prime tracce dell’orrore, poi, i liberatori rinvennero 8 tonnellate di capelli umani, e centinaia di migliaia di abiti. La maggior parte dei soldati sovietici, pur temprati da anni di guerra atroce, non avevano una piena consapevolezza della portata della tragedia che si era svolta nel lager.
I soldati dell’Armata Rossa erano quelli della Prima Armata del fronte ucraino, comandati da Ivan Konev. Non erano “Ucraini”, era il nome di quel settore del fronte, ancora utilizzato perché nel 1943/44 l’Armata Rossa in quel settore liberò innanzitutto l’Ucraina, poi la Polonia. I soldati dell’Armata Rossa erano originari di ogni parte dell’URSS, ma si sentivano soltanto soldati sovietici che combattevano la Grande Guerra Patriottica contro gli invasori nazisti.
Un particolare poco noto: contrariamente a quanto fecero a volte gli americani, i sovietici sapevano bene che era un pericolo mortale rimpinzare di cibo i detenuti dei lager: pian piano, invece, somministrarono quantità crescenti di minestre sostanziose, pane, non latte dato che erano quasi tutti dissenterici, carne ma senza esagerare; almeno per due settimane, in modo che si riabituassero. E cure mediche. E gran bagni di acqua calda e sapone, cui i deportati furono “costretti” dalle magnifiche robustissime sbrigative ausiliarie russe, o dalle più flebili ma determinate soccorritrici polacche. Molti deportati, ormai sfiniti, morirono anche nelle settimane successive alla liberazione, ma moltissimi furono salvati dalle cure dei soccorritori.
Le forze alleate occidentali erano in quel momento molto lontane, ancora schierate sul fiume Reno, ma l’Armata Rossa, pur a prezzo di enormi perdite, era avanzata implacabilmente sul fronte orientale, evitando molti ulteriori crimini del regime hitleriano prima che fosse troppo tardi; ciò dopo aver affrontato da sola per tre anni (giugno 1941 – giugno 1944) la formidabile Wehrmacht tedesca, spezzandola, infliggendole sconfitte enormi (Stalingrado, Kursk, Berlino, ad esempio). Il contributo sovietico nello sconfiggere il Nazismo è fondamentale e deve essere riconosciuto come parte essenziale della memoria storica. Ignorarlo significa distorcere la realtà e sviare la discussione dalla verità storica.
Purtroppo, alcuni stati, gruppi politici e media hanno tentato di sminuire il ruolo dell’Unione Sovietica nella vittoria sul nazismo e persino sulla liberazione di Auschwitz. Le motivazioni sono molteplici: in alcuni casi si vuole sanzionare anche così la Russia per l’invasione dell’Ucraina, mentre in altri si evidenziano aspetti bui del periodo sovietico per oscurare i meriti dell’Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Questo atteggiamento revisionista è pericoloso, in quanto rischia di cancellare uno dei momenti più significativi della storia della lotta contro il Nazismo. L'URSS ha pagato un prezzo altissimo durante la guerra, con milioni di soldati e civili sovietici che sono morti combattendo contro i nazisti, e questo sacrificio non può essere dimenticato.
Auschwitz, certamente, non fu del tutto una “scoperta”. L’orrore dei campi di sterminio era più o meno noto da un paio d’anni agli alleati, ma un conto è leggere rapporti e ascoltare testimonianze, un altro è vedere coi propri occhi, toccare pelle e ossa con le proprie mani e annusare col proprio naso, in un enorme inferno in Terra, in sfacelo fra una marea di cadaveri: questo toccò ai soldati sovietici, per primi, in quei giorni dopo il 27 gennaio 1945.
4. Conclusione
In conclusione, il revisionismo storico sull’Olocausto, e in particolare su Auschwitz, è una forma di manipolazione della verità – da qualsiasi parte provenga – che deve essere respinta fermamente. Negare o minimizzare l’Olocausto è un insulto alle vittime e un pericolo per la nostra comprensione della storia e della moralità umana. Non possiamo permettere che il revisionismo prenda piede, e dobbiamo continuare a difendere la memoria delle vittime, affinché eventi simili non possano mai ripetersi.
La memoria storica è il fondamento di una società civile e democratica, e proteggere la verità è nostro dovere: è un impegno che coinvolge tutti, non solo gli storici, ma anche le istituzioni, le scuole, le organizzazioni internazionali e, soprattutto, le generazioni future. La memoria dell’Olocausto deve essere preservata e trasmessa in modo che la società non dimentichi mai ciò che è accaduto. L’Olocausto non sia solo un capitolo oscuro della storia, ma una lezione viva che ci spinge a lottare contro l’intolleranza, il razzismo e l’indifferenza.
Le celebrazioni ufficiali, che dovrebbero essere un momento di ricordo e di riflessione sulle atrocità commesse dal regime nazista, non devono mai essere utilizzate per fini politici correnti. La verità storica deve rimanere al centro di queste cerimonie, e tutti i paesi che hanno contribuito alla sconfitta del nazismo devono essere rappresentati e rispettati. Negare o sminuire il contributo della Russia alla sconfitta del nazismo non solo è una menzogna e un atto di ingratitudine, ma rischia anche di danneggiare la memoria collettiva delle vittime dell’Olocausto.
In questo senso, è fondamentale continuare a ricordare e a celebrare l’eroismo di tutte le forze alleate che hanno lottato contro il fascismo. Smettere di dare giustizia alla memoria storica, nel nome delle mutevoli vicende di una distorta politica internazionale, è un errore che non dobbiamo permettere.
In un mondo dove il revisionismo storico sta già guadagnando terreno, è nostro dovere mantenere viva la verità. Solo così si può onorare il sacrificio di chi ha combattuto e sofferto per la libertà e per la dignità di tutti.
Alcune Fonti
1) Auschwitz. Jewish Virtual Library, https://www.jewishvirtuallibrary.org/auschwitz
2) The Liberation of Auschwitz, The National WWII Museum, https://www.nationalww2museum.org/war/articles/liberation-auschwitz
3) “The Liberation of Auschwitz.” History Extra, https://www.history.com/this-day-in-history/soviets-liberate-auschwitz
4) Commemorating Auschwitz without Russia. BBC News, https://www.bbc.com/news/world-europe-64429625
5) Primo Levi, La Tregua, Einaudi, Torino, 1965
Fonte
26/01/2025
Olocausto e fiamma
Fratelli d’Italia partito di maggioranza relativa (con la modesta somma di voti di circa 6 milioni alle europee 2024) che esprime la presidenza del consiglio mantiene la “fiamma” nel proprio simbolo considerato elemento di continuità con il MSI, trasformato nel 1995 in AN per suggellare l’ingresso nell’area di governo con l’alleanza di centro-destra organizzata da Silvio Berlusconi e (con una intuizione davvero notevole) suddivisa in una duplice alleanza nell’occasione delle elezioni del 1994: al Nord connubio tra Forza Italia e la Lega allora Nord (secessionista con venature razziste all’epoca antimeridionali: Forza Vesuvio e Forza Etna tanto per intenderci) e al Sud tra Forza Italia e il MSI presentato come Alleanza Nazionale per via dell’ingresso di qualche residuo democristiano (Publio Fiori e Gustavo Selva, detto “Belva”, tra gli altri).
È bene che la Fiamma rimanga, non siamo certo qui a chiedere di rimuoverla tanto più che la fiamma del MSI richiama direttamente la Repubblica Sociale dell’ultima tragica fase del fascismo a fianco dell’invasore nazista.
In questi giorni di ricordo della “Memoria” dell’Olocausto e di forte ripresa della presenza di simboli che si richiamano a quella tragedia, con esponenti di Fratelli d’Italia ripresi con addosso le divise delle SS, è bene allora ricordare il ruolo vero che gli esponenti repubblichini ebbero in quella fase: esponenti repubblichini, primo fra tutti Giorgio Almirante che poi – nel dopoguerra – contribuirono a fondare il già richiamato MSI diretto progenitore (e rivendicato) dell’attuale Fratelli d’Italia.
Ne scrive lo storico Carlo Saletti in un suo articolo: “Gli uomini di Eichmann in Italia. Così la Shoah arrivò nel nostro Paese”.
Riprendiamo allora un punto centrale del testo di Saletti:
Fonte
È bene che la Fiamma rimanga, non siamo certo qui a chiedere di rimuoverla tanto più che la fiamma del MSI richiama direttamente la Repubblica Sociale dell’ultima tragica fase del fascismo a fianco dell’invasore nazista.
In questi giorni di ricordo della “Memoria” dell’Olocausto e di forte ripresa della presenza di simboli che si richiamano a quella tragedia, con esponenti di Fratelli d’Italia ripresi con addosso le divise delle SS, è bene allora ricordare il ruolo vero che gli esponenti repubblichini ebbero in quella fase: esponenti repubblichini, primo fra tutti Giorgio Almirante che poi – nel dopoguerra – contribuirono a fondare il già richiamato MSI diretto progenitore (e rivendicato) dell’attuale Fratelli d’Italia.
Ne scrive lo storico Carlo Saletti in un suo articolo: “Gli uomini di Eichmann in Italia. Così la Shoah arrivò nel nostro Paese”.
Riprendiamo allora un punto centrale del testo di Saletti:
Il Partito Fascista Repubblicano tracciando le linee programmatiche del nuovo regime offriva di fatto un solido appoggio alla svolta impressa alla ‘questione ebraica’ nelle settimane precedenti. A metà ottobre (1943 n.d.r.) a conclusione del congresso di Verona aveva dichiarato gli ebrei “stranieri” e in tempo di guerra “appartenenti a nazionalità nemica” introducendo lo spirito delle leggi di Norimberga sul territorio della RSI.Vale allora la pena in questi giorni del ricordo rammentare questo fondamentale passaggio, aggiungendo la trilogia Partito Fascista Repubblicano, Movimento Sociale Italiano, Fratelli d’Italia: se qualcuno vuol pensare a un collegamento diretto di discendenza tra questi soggetti riteniamo sia libero di farlo.
Il 30 novembre il ministro dell’Interno Buffarini Guidi trasmetteva ai capi delle province (prefetti) l’ordine di arresto degli elementi considerati di razza ebraica, anche se discriminati, del loro internamento in appositi campi provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati e di confisca dei loro beni.
Tali decisioni convinsero l’alleato tedesco che le condizioni erano mature per un cambio di strategia nella caccia nella caccia agli ebrei nella penisola...
Alle forze di polizia italiane sarebbe spettato di identificare e fermare tutti gli ebrei per concentrarli poi nelle apposite strutture, agli specialisti del RSHA (tedeschi sotto il comando diretto di Eichmann) di organizzare i trasporti, per quello che il gergo nazista definiva come il ‘reinsediamento ebraico’.
Il prezzo di una tale collaborazione implicava la perdita delle autorità italiane degli arrestati e la subordinazione alla giurisdizione tedesca (un bell’esempio di sovranismo al contrario, ndr).
Fonte
11/08/2024
Piazzale Loreto, 10 agosto 1944: la strage fascista
Anche su Piazzale Loreto 1944 è fioccato copioso, nei decenni, il nevischio marcio e sporco del revisionismo.
Ricordiamo perciò alcuni fatti essenziali:
• I 15 fucilati non erano tutti “partigiani”, ma alcuni semplici detenuti politici presso il carcere di San Vittore (lista nel secondo commento).
• Ai morituri, per evitare reazioni inconsulte, fu fatto credere di essere destinati al lavoro coatto, vestendoli di tute operaie.
• L’eccidio fu eseguito materialmente da plotoni misti della GNR e della Legione Autonoma Mobile “Ettore Muti”.
• L’ordine fu dato dal capitano SS Theodor Saevecke, comandante dell’Hotel Regina; i fascisti, quindi, come spesso capitava, eseguirono il “lavoro sporco” per i tedeschi.
• Il podestà di Milano Piero Parini tentò invano di impedire il massacro; dopo la strage, diede le dimissioni per passare ad altro incarico con la RSI.
• I tedeschi giustificarono la strage come un atto di rappresaglia a seguito di un attentato ad un automezzo tedesco con vittime militari e civili, attribuito alla 3a GAP; Giovanni Pesce, comandante della 3a GAP, Medaglia d’oro della Resistenza, che ammise senza reticenze ogni azione compiuta dai suoi uomini, ha sempre smentito di aver organizzato l’attentato in questione.
• Theodor Saevecke fu condannato soltanto nel 1999 all’ergastolo – in contumacia – dal Tribunale Militare di Torino per l’eccidio del 10 agosto 1944, oltre che per la fucilazione per rappresaglia di altri otto civili innocenti a Corbetta (Milano) nell’estate del 1944 ed altri atti criminali simili.
Nonostante fossero disponibili prove schiaccianti (foto, testimonianze, documenti) e la piena confessione dello stesso Saevecke, resa alle autorità alleate nel 1945 dopo la cattura, il suo fascicolo finì archiviato nell’“armadio della vergogna” dal Governo italiano (Gabinetto del Ministero della Difesa) nel 1963.
Il criminale di guerra non scontò mai un giorno di carcere: nel dopoguerra, collaborò con la CIA e rivestì un ruolo importante nell’Ufficio Federale della Polizia criminale della Repubblica Federale Tedesca, che nel 1999 negò l’estradizione in Italia, considerato che Saevecke aveva all’epoca 78 anni ed era in cattive condizioni di salute. È infatti mancato il 16 dicembre del 2000.
Questa, la verità. Tutto il resto, sono menzogne revisioniste.
Nel primo commento, lascio la parola al Comandante Giovanni Pesce, testimone oculare dell’eccidio. Sono pagine dal suo libro “Senza tregua”, che, per tanti di noi antifascisti, è un testo fondamentale. Avrei detto “La Bibbia della Resistenza”, ma evito, perché credo che al Comandante Pesce questo paragone non avrebbe fatto piacere.
1. Gian Antonio Bravin. Partigiano nel varesotto e capo del III gruppo dei GAP, fu arrestato dai fascisti il 29 luglio del 1944.
2. Giulio Casiraghi, militante comunista, referente del movimento operaio degli stabilimenti “Ercole Marelli”. Nel marzo 1943 e nel marzo 1944 organizza gli scioperi nelle fabbriche sestesi insieme a Umberto Fogagnolo. Arrestato il 12 luglio 1944 da fascisti e SS.
3. Renzo del Riccio, operaio meccanico, socialista, soldato italiano di fanteria. Partigiano delle Matteotti nel Comasco, fu arrestato e nel giugno 1944 fuggì durante la deportazione in Germania. In luglio, in viale Monza, è nuovamente arrestato in seguito a delazione.
4. Andrea Esposito, operaio, militante comunista e partigiano della 113ª brigata Garibaldi, arrestato il 31 luglio 1944.
5. Domenico Fiorani, perito industriale, socialista. Appartenente alle brigate Matteotti. Arrestato il 25 giugno 1944.
6. Umberto Fogagnolo, ingegnere alla Ercole Marelli di Sesto San Giovanni. Dopo l’armistizio, in collegamento con i vari partiti del CLN di Milano, dirige e coordina il movimento clandestino della Ercole Marelli e delle fabbriche di Sesto San Giovanni; rappresenta il Partito d’Azione nel CLN sestese. Arrestato il 13 luglio 1944. A Monza, dove viene incarcerato è ripetutamente torturato. Medaglia d’argento al valore militare alla memoria.
7. Tullio Galimberti, impiegato. Appartenente alle formazioni Garibaldi. Arrestato in piazza San Babila alla fine del giugno 1944.
8. Vittorio Gasparini, laureato in economia e commercio, antifascista cattolico, capitano degli alpini. Dirigente della Bombrini Parodi Delfino a Roma, accettò di dirigere lo stabilimento di Montichiari per coprire la sua attività di responsabile di una missione dell’OSS (Office of Strategic Service) della V Armata americana; venne arrestato ai primi di giugno. Torturato brutalmente per diversi giorni, non riuscirono a farlo parlare. Medaglia d’oro al valore militare alla memoria.
9. Emidio Mastrodomenico, agente di PS al commissariato di Lambrate. Collegato con il movimento resistenziale (capo dei GAP), è catturato il 29 luglio 1944.
10. Angelo Poletti, operaio presso l’Isotta Fraschini e militante socialista, dopo una breve esperienza partigiana in Val d’Ossola rientra a Milano, dove viene arrestato il 19 maggio 1944, subì sevizie e torture in carcere.
11. Salvatore Principato, socialista, a Milano frequentò Filippo Turati e Anna Kuliscioff, collaborando con Giacomo Matteotti e con i fratelli Rosselli. Fu nel secondo e nel terzo comitato antifascista di Porta Venezia e nel Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola. Perseguitato politico sotto il fascismo, fu deferito nel 1933 al Tribunale Speciale di Roma. Arrestato, su delazione, l’8 luglio 1944 dalle SS come aderente al PSIUP e membro della 33ª Brigata Matteotti, fu imprigionato nel carcere di Monza e più volte torturato senza esito alcuno dalla polizia fascista, che gli ruppe anche un braccio.
12. Andrea Ragni, partigiano appartenente alle formazioni Garibaldi, catturato e poi fuggito inell’autunno 1943. Catturato nuovamente il 22 maggio 1944.
13. Eraldo Soncini, operaio alla Pirelli Bicocca e militante socialista. Appartenente alla 107ª Brigata Garibaldi SAP. Arrestato il 9 luglio 1944. In piazzale Loreto tenta la fuga lungo via Andrea Doria; ferito, viene raggiunto da due militi fascisti; viene finito sul posto, trascinato in piazzale Loreto e gettato nel mucchio dei compagni fucilati.
14. Libero Temolo, militante comunista, operaio alla Pirelli Bicocca, è partigiano organizzatore delle SAP. Arrestato nell’aprile 1944 a Milano a seguito di una delazione. Portato con gli altri in piazzale Loreto, qui tentò di fuggire, ma fu subito ucciso.
15. Vitale Vertemati, meccanico, partigiano della 3ª Brigata d’assalto Garibaldi Gap “Lombardia” (poi “E. Rubini”), arrestato il 1º maggio 1944.
Fonte
Ricordiamo perciò alcuni fatti essenziali:
• I 15 fucilati non erano tutti “partigiani”, ma alcuni semplici detenuti politici presso il carcere di San Vittore (lista nel secondo commento).
• Ai morituri, per evitare reazioni inconsulte, fu fatto credere di essere destinati al lavoro coatto, vestendoli di tute operaie.
• L’eccidio fu eseguito materialmente da plotoni misti della GNR e della Legione Autonoma Mobile “Ettore Muti”.
• L’ordine fu dato dal capitano SS Theodor Saevecke, comandante dell’Hotel Regina; i fascisti, quindi, come spesso capitava, eseguirono il “lavoro sporco” per i tedeschi.
• Il podestà di Milano Piero Parini tentò invano di impedire il massacro; dopo la strage, diede le dimissioni per passare ad altro incarico con la RSI.
• I tedeschi giustificarono la strage come un atto di rappresaglia a seguito di un attentato ad un automezzo tedesco con vittime militari e civili, attribuito alla 3a GAP; Giovanni Pesce, comandante della 3a GAP, Medaglia d’oro della Resistenza, che ammise senza reticenze ogni azione compiuta dai suoi uomini, ha sempre smentito di aver organizzato l’attentato in questione.
• Theodor Saevecke fu condannato soltanto nel 1999 all’ergastolo – in contumacia – dal Tribunale Militare di Torino per l’eccidio del 10 agosto 1944, oltre che per la fucilazione per rappresaglia di altri otto civili innocenti a Corbetta (Milano) nell’estate del 1944 ed altri atti criminali simili.
Nonostante fossero disponibili prove schiaccianti (foto, testimonianze, documenti) e la piena confessione dello stesso Saevecke, resa alle autorità alleate nel 1945 dopo la cattura, il suo fascicolo finì archiviato nell’“armadio della vergogna” dal Governo italiano (Gabinetto del Ministero della Difesa) nel 1963.
Il criminale di guerra non scontò mai un giorno di carcere: nel dopoguerra, collaborò con la CIA e rivestì un ruolo importante nell’Ufficio Federale della Polizia criminale della Repubblica Federale Tedesca, che nel 1999 negò l’estradizione in Italia, considerato che Saevecke aveva all’epoca 78 anni ed era in cattive condizioni di salute. È infatti mancato il 16 dicembre del 2000.
Questa, la verità. Tutto il resto, sono menzogne revisioniste.
Nel primo commento, lascio la parola al Comandante Giovanni Pesce, testimone oculare dell’eccidio. Sono pagine dal suo libro “Senza tregua”, che, per tanti di noi antifascisti, è un testo fondamentale. Avrei detto “La Bibbia della Resistenza”, ma evito, perché credo che al Comandante Pesce questo paragone non avrebbe fatto piacere.
“Ho fra le mani un giornale e sotto gli occhi il comunicato della fucilazione di Piazzale Loreto. Quindici ostaggi uccisi. Da viale Romagna si raggiunge Piazzale Loreto lungo un rettilineo fino in via Porpora e si svolta a sinistra.Queste le 15 vittime della strage. (Sintesi dalla voce wikipedia)
Dappertutto cordoni di repubblichini, militi dietro militi, sempre più fitti, sempre più lugubri. In Piazzale Loreto una folla sconvolta e sbigottita. Si respira ancora l’odore acre della polvere da sparo. I corpi massacrati sono quasi irriconoscibili.
I briganti neri, pallidi, nervosi, torturano il fucile mitragliatore ancora caldo, parlano ad alta voce, eccitatissimi per aver sparato l’intero caricatore. Sbarbatelli feroci, vicino a delinquenti della vecchia guardia avvezzi al sangue ed ai massacri, ostentano un atteggiamento di sfida, volgendo le spalle alle vittime, il ceffo alla folla.
Ad un tratto irrompe un plotone di repubblichini, facendosi largo a spinte, a colpi di calcio di fucile e andando a schierarsi vicino ai caduti. “Via via, circolate”, urlano. Spontaneamente il popolo è accorso verso i suoi morti.
Ora la folla, ricacciata, viene premuta fra i cordoni dei tedeschi e dei fascisti. Urla di donne, fischi, imprecazioni. “La pagheranno!”. I repubblichini, impauriti, puntano i mitra sulla folla. Dall’angolo della piazza scorgo lo schieramento fascista accanto ai nostri morti. Potrei sparare agevolmente se i fascisti aprissero il fuoco.
In quel momento, fendendo la calca, si fa largo una donna: avanza tranquilla, tenendo alto un mazzo di fiori; raggiunge le prime file, vicino al cordone dei repubblichini, come se non vedesse le facce livide e sbigottite degli assassini; percorre adagio gli ultimi passi.
Scorgo da lontano quella scena incredibile, un volto mite incorniciato da capelli bianchi, un mazzo di fiori che sfila davanti alle canne agitate dei fucili mitragliatori. I fascisti rimangono annichiliti da quella sfida inerme, dall’improvviso silenzio della folla.
La donna si china, depone i fiori, poi si lascia inghiottire dalla folla.
Comincia così un corteo muto, nato come da un improvviso accordo senza parole. Altre donne giungono con altri fiori, passando davanti ai militi per deporli vicino ai caduti. Chi ha le mani vuote si ferma un attimo vicino alle salme martoriate. Per ogni mazzo di fiori ci sono cento persone che sostano riverenti.
Si odono distintamente i rumori attutiti dei passi e si colgono i timbri alti delle voci. Accanto a me uno bisbiglia: “Vede quello lì sulla sinistra? Tentava di scappare. Appena era sceso dal camion si era diretto di corsa verso una via laterale. Credevamo che ce l’avrebbe fatta. Era già lontano. L’hanno riportato indietro che zoppicava, ferito ad una gamba. L’hanno spinto accanto agli altri, già schierati, in attesa”.
L’ultimo volto che vedo, abbandonando la piazza, è quello di un repubblichino che ride istericamente. Quel riso indica l’infinita distanza che ci separa. Siamo gente di un pianeta diverso. Anche noi combattiamo una dura lotta, in cui si dà e si riceve la morte. Ma ne sentiamo tutto l’umano dolore, l’angosciosa necessità.
In noi non è, non ci può essere nulla di simile a quello sguardo, a quella irrisione di fronte alla morte. Loro ridono. Hanno appena ucciso 15 uomini e si sentono allegri. Contro quel riso osceno noi combattiamo. Esso taglia nettamente il mondo: da un lato la barbarie, dall’altro la civiltà.
I cordoni di repubblichini sono sempre fitti. Ad ogni passaggio, ad ogni posto di blocco, mi imbatto nella loro insolenza, nella loro spavalda vigliaccheria: mitra ostentati, bombe a mano al cinturone, facce feroci, lugubri camicie nere.
Ancora una volta, come in Spagna di fronte alla spietata ferocia degli ufficialetti nazisti, si rivelano i due mondi in antitesi, i due modi opposti di concepire la vita. Noi abbiamo scelto di vivere liberi, gli altri di uccidere, di opprimere, costringendoci a nostra volta ad accettare la guerra, a sparare e ad uccidere.
Siamo costretti a combattere senza uniforme, a nasconderci, a colpire di sorpresa. Preferiremmo combattere con le nostre bandiere spiegate, felici di conoscere il vero nome del compagno che sta al nostro fianco. La scelta non dipende da noi, ma dal nemico che espone i corpi degli uccisi e definisce l’assassinio ‘un esempio’.”
(Giovanni Pesce, pagine da “Senza Tregua”)
1. Gian Antonio Bravin. Partigiano nel varesotto e capo del III gruppo dei GAP, fu arrestato dai fascisti il 29 luglio del 1944.
2. Giulio Casiraghi, militante comunista, referente del movimento operaio degli stabilimenti “Ercole Marelli”. Nel marzo 1943 e nel marzo 1944 organizza gli scioperi nelle fabbriche sestesi insieme a Umberto Fogagnolo. Arrestato il 12 luglio 1944 da fascisti e SS.
3. Renzo del Riccio, operaio meccanico, socialista, soldato italiano di fanteria. Partigiano delle Matteotti nel Comasco, fu arrestato e nel giugno 1944 fuggì durante la deportazione in Germania. In luglio, in viale Monza, è nuovamente arrestato in seguito a delazione.
4. Andrea Esposito, operaio, militante comunista e partigiano della 113ª brigata Garibaldi, arrestato il 31 luglio 1944.
5. Domenico Fiorani, perito industriale, socialista. Appartenente alle brigate Matteotti. Arrestato il 25 giugno 1944.
6. Umberto Fogagnolo, ingegnere alla Ercole Marelli di Sesto San Giovanni. Dopo l’armistizio, in collegamento con i vari partiti del CLN di Milano, dirige e coordina il movimento clandestino della Ercole Marelli e delle fabbriche di Sesto San Giovanni; rappresenta il Partito d’Azione nel CLN sestese. Arrestato il 13 luglio 1944. A Monza, dove viene incarcerato è ripetutamente torturato. Medaglia d’argento al valore militare alla memoria.
7. Tullio Galimberti, impiegato. Appartenente alle formazioni Garibaldi. Arrestato in piazza San Babila alla fine del giugno 1944.
8. Vittorio Gasparini, laureato in economia e commercio, antifascista cattolico, capitano degli alpini. Dirigente della Bombrini Parodi Delfino a Roma, accettò di dirigere lo stabilimento di Montichiari per coprire la sua attività di responsabile di una missione dell’OSS (Office of Strategic Service) della V Armata americana; venne arrestato ai primi di giugno. Torturato brutalmente per diversi giorni, non riuscirono a farlo parlare. Medaglia d’oro al valore militare alla memoria.
9. Emidio Mastrodomenico, agente di PS al commissariato di Lambrate. Collegato con il movimento resistenziale (capo dei GAP), è catturato il 29 luglio 1944.
10. Angelo Poletti, operaio presso l’Isotta Fraschini e militante socialista, dopo una breve esperienza partigiana in Val d’Ossola rientra a Milano, dove viene arrestato il 19 maggio 1944, subì sevizie e torture in carcere.
11. Salvatore Principato, socialista, a Milano frequentò Filippo Turati e Anna Kuliscioff, collaborando con Giacomo Matteotti e con i fratelli Rosselli. Fu nel secondo e nel terzo comitato antifascista di Porta Venezia e nel Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola. Perseguitato politico sotto il fascismo, fu deferito nel 1933 al Tribunale Speciale di Roma. Arrestato, su delazione, l’8 luglio 1944 dalle SS come aderente al PSIUP e membro della 33ª Brigata Matteotti, fu imprigionato nel carcere di Monza e più volte torturato senza esito alcuno dalla polizia fascista, che gli ruppe anche un braccio.
12. Andrea Ragni, partigiano appartenente alle formazioni Garibaldi, catturato e poi fuggito inell’autunno 1943. Catturato nuovamente il 22 maggio 1944.
13. Eraldo Soncini, operaio alla Pirelli Bicocca e militante socialista. Appartenente alla 107ª Brigata Garibaldi SAP. Arrestato il 9 luglio 1944. In piazzale Loreto tenta la fuga lungo via Andrea Doria; ferito, viene raggiunto da due militi fascisti; viene finito sul posto, trascinato in piazzale Loreto e gettato nel mucchio dei compagni fucilati.
14. Libero Temolo, militante comunista, operaio alla Pirelli Bicocca, è partigiano organizzatore delle SAP. Arrestato nell’aprile 1944 a Milano a seguito di una delazione. Portato con gli altri in piazzale Loreto, qui tentò di fuggire, ma fu subito ucciso.
15. Vitale Vertemati, meccanico, partigiano della 3ª Brigata d’assalto Garibaldi Gap “Lombardia” (poi “E. Rubini”), arrestato il 1º maggio 1944.
Fonte
23/07/2024
Ucraina - Le radici nazi-nazionaliste non ancora debellate dello “spirito Farion”
La vicenda di Irina Farion non ha nulla di sorprendente. Vita e morte della nazi-nazionalista ucraina – a tempo perso linguista – uccisa il 20 luglio scorso sotto il portone di casa, sono perfettamente inquadrate nelle cronache post-sovietiche di quasi tutte le ex Repubbliche dell’URSS e, più specificamente, nel caso ucraino, nella faglia nazional-reazionaria i cui esponenti, quali ad esempio Dmitro Dontsov, ancora nel periodo a cavallo tra XIX e XX secolo, invocavano l’eliminazione fisica dei russi, quale elemento imprescindibile della “ucrainicità”.
Le responsabilità di una buona parte del PCUS per la rovina che ha accompagnato l’ultimo trentennio dell’Unione Sovietica, in generale, e quelle del PCU per la rinascita del banderismo nelle sue stesse file, in particolare, servono da filo conduttore anche per le biografie dei più raccapriccianti nazional-nazisti ucraini, pre e post-majdan, Irina Farion compresa.
Pare relativamente poco importante stabilire di quali ambienti sia espressione la persona che ha esploso il colpo mortale alla testa della ex-deputata della Rada (nulla di sorprendente nemmeno nel fatto che Farion avesse seduto nel parlamento ucraino: personaggi simili siedono in tutti i parlamenti in giro per il mondo, per non parlare dell’Italia), perché, in ogni caso, ciò che lei ha rappresentato nell’Ucraina “nezaležnaja”, pre e post-majdan, a partire dal 1991, sarà oltremodo difficile da estirpare, con o senza “de-nazificazione”.
È comunque significativo che, negli innumerevoli commenti alla notizia della sua morte, manchi praticamente ogni accenno di compianto.
Qualcuno ha paragonato Irina Farion a quei “linguisti di corte” del Terzo Reich, tipo Leo Weisberger o Georg Schmidt-Rohr, che intendevano “dimostrare” la superiorità dei tedeschi con la superiorità della lingua.
Così come quelli cercavano di convincere persino Hitler che la razza non ha senso e che un ebreo che parla tedesco è un tedesco, Irina Farion predicava che l’origine ucraina non conta nulla, se non si parla ucraino.
La sentenza della Corte suprema ucraina del 2021, secondo cui non possono esistere ucraini di lingua russa e, dunque, tali soggetti debbano esser considerati “russificati” (“omoskalennye”) e privati di diritti culturali e linguistici separati, prendeva spunto dalle ripetute e becere elucubrazioni di Farion, già dettagliatamente illustrate perché ci sia necessità di ripeterle.
Ricordiamo soltanto il commento di Farion all’assassinio del giornalista ucraino Oles Buzina, freddato nell’aprile 2015 davanti al portone di casa e il cui assassino era stato rimesso immediatamente in libertà, su “raccomandazione” degli squadristi di Pravij Sektor, di guardia fuori del tribunale: «Ucciso il degenerato Buzina. Queste persone non si fanno convincere... Buzina è una razza satanica. Per lui tenebre e oblio». Tanto basti a caratterizzare la feccia che scaturiva dalla bocca dell’uccisa.
Ed è anche per questi “vangeli” della nazi-linguista, afferma Pavel Volkov su Ukraina.ru, che non si può escludere che a esplodere il colpo di pistola sia stato uno dei nazisti di “Azov” di lingua russa (effettivamente, in “Azov” confluiscono moltissimi russofoni delle regioni orientali ucraine), dal momento che Farion li riteneva ucraini “non genuini”.
Il fatto è che in Ucraina vivono varie nazionalità, e non solo quella ucraina. E se non tutte parlano ucraino, diceva Farion, ciò dipende dalla “russificazione forzata” cui gli ucraini sarebbero stati sottoposti per secoli dagli odiati “moskaly”.
C’è però una grossa scheggia della pallottola che l’ha uccisa, che da decenni si è insinuata in una parte non secondaria della società ucraina e che nessun bisturi affilato alla mola di un nazionalismo uguale e contrapposto riuscirà a rimuovere e, come rilevano gli stessi analisti ucraini, gli eredi dei nazisti russofoni di “Azov” continueranno a chiamare i loro nonni “moskaly”, nonostante le svastiche tatuate sui loro petti, e non smetteranno di incolpare la loro non-ucrainicità per le disfatte al fronte.
E, con una discreta dose di crudo sarcasmo, Vladislav Sovin, dell’agenzia Regnum, paragona le diatribe tra Farion e russofoni di “Azov” all’aneddoto del nazista “cacciato dalla Gestapo per le sue atrocità”.
Ricordiamo anche come il nazismo ucraino, al pari dei suoi modelli tedesco e italiano, “vanti” una lunga tradizione di terrorismo intestino: durante la guerra, gli adepti delle due ali di OUN (OUN-B e OUN-M), guidate rispettivamente da Stepan Bandera e Andrej Mel’nik, assassinavano barbaramente non solo soldati dell’Esercito Rosso, attivisti sovietici e polacchi, ma anche gli stessi banditi dell’ala rivale di OUN.
Oggi, nota Rostislav Ishchenko sull’agenzia Al’ternativa, buona parte della società ucraina è talmente compenetrata dello “spirito” di majdan che se ne possono individuare i caratteri nei soggetti che si sentono autentici geni, la cui missione è quella di instillare negli altri la “verità”; persone pervase da egocentrismo e prive di ogni empatia, cariche di isterica intransigenza e negazione di ogni diritto a opinioni diverse.
Caratteristiche, aggiungiamo per parte nostra, che in minima parte potrebbero perdere di efficacia in quelle decine di migliaia di giovani e meno giovani che hanno “gustato le delizie” del fronte e cercano mille scappatoie per sfuggire al macello, o anche tra coloro che, prima ancora di finire al fronte, tentano la fuga riparando all’estero e che, in qualche misura (probabilmente non del tutto) cominciano a prender coscienza della natura del regime nazi-majdanista.
Il giornalista ucraino Vladimir Skachko, ancora su Ukraina.ru, cita l’opinione diffusa in Ucraina della necessità, per la junta di Kiev, a fronte della disperata situazione al fronte, di dichiarare «la patria in pericolo», con la conseguenza che l’omicidio di Farion venga preso a pretesto per inasprire le repressioni e mettere a tacere ogni dissenso, più di quanto non si stia facendo da anni.
Inoltre, attorno a Farion si sta sta creando l’aureola della martire della fede e non pochi galiziani sono confluiti sulla sua tomba fresca di scavo: tutti seguaci della sua ideologia nazionalista. Una nuova ukro-santa e una bandiera in più per la mobilitazione forzata.
Una mobilitazione, manco a dirlo, sotto le insegne dell’ukronazismo “storico”. Non lontano dalla tomba di Farion c’è il monumento ai collaborazionisti nazisti (immagine del 2008: pre-majdan) della divisione SS “Galicinà” e in questi giorni, in buona parte d‘Ucraina, ci sono striscioni dedicati all’80° anniversario della battaglia di Brody del 13-22 luglio 1944, nella regione di L’vov, tra il 13° Corpo della divisione tank della Wehrmacht – in cui era inquadrata la “Galicinà” – e i reparti del 1° Fronte ucraino dell’Esercito Rosso.
Si calcola che in quella battaglia siano rimasti uccisi o dispersi oltre due terzi dei 13.000 membri della divisione filonazista.
Che la sepoltura di Farion proprio in quell’area diventi viatico per eventi più vicini a noi? In ogni caso, non sembra troppo verosimile che le vittorie militari riescano a debellare alla radice il cancro del nazionalismo, sotto qualunque veste si presenti.
Le varie tappe della “ucrainizzazione” dell’Ucraina ci ricordano che la matrice politica e di classe di quel processo ha portato, in epoche diverse, a risultati diversi e per niente tutti “apprezzabili”.
Fonte
Le responsabilità di una buona parte del PCUS per la rovina che ha accompagnato l’ultimo trentennio dell’Unione Sovietica, in generale, e quelle del PCU per la rinascita del banderismo nelle sue stesse file, in particolare, servono da filo conduttore anche per le biografie dei più raccapriccianti nazional-nazisti ucraini, pre e post-majdan, Irina Farion compresa.
Pare relativamente poco importante stabilire di quali ambienti sia espressione la persona che ha esploso il colpo mortale alla testa della ex-deputata della Rada (nulla di sorprendente nemmeno nel fatto che Farion avesse seduto nel parlamento ucraino: personaggi simili siedono in tutti i parlamenti in giro per il mondo, per non parlare dell’Italia), perché, in ogni caso, ciò che lei ha rappresentato nell’Ucraina “nezaležnaja”, pre e post-majdan, a partire dal 1991, sarà oltremodo difficile da estirpare, con o senza “de-nazificazione”.
È comunque significativo che, negli innumerevoli commenti alla notizia della sua morte, manchi praticamente ogni accenno di compianto.
Qualcuno ha paragonato Irina Farion a quei “linguisti di corte” del Terzo Reich, tipo Leo Weisberger o Georg Schmidt-Rohr, che intendevano “dimostrare” la superiorità dei tedeschi con la superiorità della lingua.
Così come quelli cercavano di convincere persino Hitler che la razza non ha senso e che un ebreo che parla tedesco è un tedesco, Irina Farion predicava che l’origine ucraina non conta nulla, se non si parla ucraino.
La sentenza della Corte suprema ucraina del 2021, secondo cui non possono esistere ucraini di lingua russa e, dunque, tali soggetti debbano esser considerati “russificati” (“omoskalennye”) e privati di diritti culturali e linguistici separati, prendeva spunto dalle ripetute e becere elucubrazioni di Farion, già dettagliatamente illustrate perché ci sia necessità di ripeterle.
Ricordiamo soltanto il commento di Farion all’assassinio del giornalista ucraino Oles Buzina, freddato nell’aprile 2015 davanti al portone di casa e il cui assassino era stato rimesso immediatamente in libertà, su “raccomandazione” degli squadristi di Pravij Sektor, di guardia fuori del tribunale: «Ucciso il degenerato Buzina. Queste persone non si fanno convincere... Buzina è una razza satanica. Per lui tenebre e oblio». Tanto basti a caratterizzare la feccia che scaturiva dalla bocca dell’uccisa.
Ed è anche per questi “vangeli” della nazi-linguista, afferma Pavel Volkov su Ukraina.ru, che non si può escludere che a esplodere il colpo di pistola sia stato uno dei nazisti di “Azov” di lingua russa (effettivamente, in “Azov” confluiscono moltissimi russofoni delle regioni orientali ucraine), dal momento che Farion li riteneva ucraini “non genuini”.
Il fatto è che in Ucraina vivono varie nazionalità, e non solo quella ucraina. E se non tutte parlano ucraino, diceva Farion, ciò dipende dalla “russificazione forzata” cui gli ucraini sarebbero stati sottoposti per secoli dagli odiati “moskaly”.
C’è però una grossa scheggia della pallottola che l’ha uccisa, che da decenni si è insinuata in una parte non secondaria della società ucraina e che nessun bisturi affilato alla mola di un nazionalismo uguale e contrapposto riuscirà a rimuovere e, come rilevano gli stessi analisti ucraini, gli eredi dei nazisti russofoni di “Azov” continueranno a chiamare i loro nonni “moskaly”, nonostante le svastiche tatuate sui loro petti, e non smetteranno di incolpare la loro non-ucrainicità per le disfatte al fronte.
E, con una discreta dose di crudo sarcasmo, Vladislav Sovin, dell’agenzia Regnum, paragona le diatribe tra Farion e russofoni di “Azov” all’aneddoto del nazista “cacciato dalla Gestapo per le sue atrocità”.
Ricordiamo anche come il nazismo ucraino, al pari dei suoi modelli tedesco e italiano, “vanti” una lunga tradizione di terrorismo intestino: durante la guerra, gli adepti delle due ali di OUN (OUN-B e OUN-M), guidate rispettivamente da Stepan Bandera e Andrej Mel’nik, assassinavano barbaramente non solo soldati dell’Esercito Rosso, attivisti sovietici e polacchi, ma anche gli stessi banditi dell’ala rivale di OUN.
Oggi, nota Rostislav Ishchenko sull’agenzia Al’ternativa, buona parte della società ucraina è talmente compenetrata dello “spirito” di majdan che se ne possono individuare i caratteri nei soggetti che si sentono autentici geni, la cui missione è quella di instillare negli altri la “verità”; persone pervase da egocentrismo e prive di ogni empatia, cariche di isterica intransigenza e negazione di ogni diritto a opinioni diverse.
Caratteristiche, aggiungiamo per parte nostra, che in minima parte potrebbero perdere di efficacia in quelle decine di migliaia di giovani e meno giovani che hanno “gustato le delizie” del fronte e cercano mille scappatoie per sfuggire al macello, o anche tra coloro che, prima ancora di finire al fronte, tentano la fuga riparando all’estero e che, in qualche misura (probabilmente non del tutto) cominciano a prender coscienza della natura del regime nazi-majdanista.
Il giornalista ucraino Vladimir Skachko, ancora su Ukraina.ru, cita l’opinione diffusa in Ucraina della necessità, per la junta di Kiev, a fronte della disperata situazione al fronte, di dichiarare «la patria in pericolo», con la conseguenza che l’omicidio di Farion venga preso a pretesto per inasprire le repressioni e mettere a tacere ogni dissenso, più di quanto non si stia facendo da anni.
Inoltre, attorno a Farion si sta sta creando l’aureola della martire della fede e non pochi galiziani sono confluiti sulla sua tomba fresca di scavo: tutti seguaci della sua ideologia nazionalista. Una nuova ukro-santa e una bandiera in più per la mobilitazione forzata.
Una mobilitazione, manco a dirlo, sotto le insegne dell’ukronazismo “storico”. Non lontano dalla tomba di Farion c’è il monumento ai collaborazionisti nazisti (immagine del 2008: pre-majdan) della divisione SS “Galicinà” e in questi giorni, in buona parte d‘Ucraina, ci sono striscioni dedicati all’80° anniversario della battaglia di Brody del 13-22 luglio 1944, nella regione di L’vov, tra il 13° Corpo della divisione tank della Wehrmacht – in cui era inquadrata la “Galicinà” – e i reparti del 1° Fronte ucraino dell’Esercito Rosso.
Si calcola che in quella battaglia siano rimasti uccisi o dispersi oltre due terzi dei 13.000 membri della divisione filonazista.
Che la sepoltura di Farion proprio in quell’area diventi viatico per eventi più vicini a noi? In ogni caso, non sembra troppo verosimile che le vittorie militari riescano a debellare alla radice il cancro del nazionalismo, sotto qualunque veste si presenti.
Le varie tappe della “ucrainizzazione” dell’Ucraina ci ricordano che la matrice politica e di classe di quel processo ha portato, in epoche diverse, a risultati diversi e per niente tutti “apprezzabili”.
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10/06/2024
La colonizzazione nazi-sionista-britannica della Palestina...
Durante l’assemblea che ha dato il via a Catania alI’Intifada Studentesca, concludendo il suo articolato intervento, una studentessa universitaria araba che vive e studia in città ha evidenziato che l’occupazione colonialista sionista della Palestina non è iniziata nel 1948, bensì nei primi anni ’30 con l’operazione che gli ebrei chiamavano “Haavara”.
L’operazione “Haavara” – letteralmente dall’ebraico significa “accordo di trasferimento” – a cui faceva riferimento la studentessa araba, è stato un vero e proprio accordo raggiunto tra la Germania nazista e le lobby degli ebrei tedeschi sionisti per trasferire ebrei tedeschi in Palestina, accordo firmato il 25 agosto 1933 dopo mesi di incontri fra nazisti sionisti ed emissari del governo britannico, 15 anni prima del 1948.
L’accordo venne preceduto il 21 giugno 1933 da una sorta di memorandum inviato dal movimento sionista tedesco al governo nazista da poco insidiatosi a Berlino in cui si sosteneva la contrarietà nazista a qualsiasi processo di assimilazione ebraica:
L’accordo nazi-sionista-britannico tra il 1933 ed il 1940, quindi anche oltre lo scoppio della seconda guerra mondiale, permise lo spostamento dal territorio tedesco in Palestina di oltre 60 mila ebrei di nazionalità tedeschi.
Si trattava di ebrei tedeschi che stavano subendo le persecuzioni da parte dei nazisti tedeschi e con “Haavara” hanno potuto trasferire parte dei loro beni nel mandato britannico della Palestina.
L’accordo praticamente era un grosso aiuto al sistema economico (e militare) della Germania nazista perché metteva fine al boicottaggio anti-nazista iniziato all’inizio del 1933 che aveva il massiccio sostegno degli ebrei europei e statunitensi ed era considerato dall’establishment nazista una pesante minaccia per l’economia tedesca.
Non solo, nel giugno del 1937 la Germania divenne il primo paese esportatore nella Palestina in mano a Londra...
Ha ragione la studentessa araba di Catania, l’ufficializzazione della colonizzazione sionista della Palestina iniziò nel 1933 con l’accordo stipulato dal trio nazi-sionisti-britannici.
Fonte
L’operazione “Haavara” – letteralmente dall’ebraico significa “accordo di trasferimento” – a cui faceva riferimento la studentessa araba, è stato un vero e proprio accordo raggiunto tra la Germania nazista e le lobby degli ebrei tedeschi sionisti per trasferire ebrei tedeschi in Palestina, accordo firmato il 25 agosto 1933 dopo mesi di incontri fra nazisti sionisti ed emissari del governo britannico, 15 anni prima del 1948.
L’accordo venne preceduto il 21 giugno 1933 da una sorta di memorandum inviato dal movimento sionista tedesco al governo nazista da poco insidiatosi a Berlino in cui si sosteneva la contrarietà nazista a qualsiasi processo di assimilazione ebraica:
“Sulla fondazione del nuovo Stato, che ha proclamato il principio della razza, noi vogliamo adattare la nostra comunità alla struttura complessiva in modo che anche per noi, nel settore a noi assegnato, possa realizzarsi una feconda attività per la Patria. La nostra nozione di nazionalità ebraica contempla una chiara e sincera relazione con il popolo tedesco e le sue realtà nazionali e razziali. Proprio perché non vogliamo falsificare questi fondamenti, perché anche noi, siamo contro il matrimonio misto e per il mantenimento della purezza del gruppo degli ebrei”.L’accordo venne stipulato con la partecipazione dei governanti britannici considerato che in base agli accordi Sykes-Picot del 1916, dopo la sconfitta dell’Impero ottomano nella prima guerra mondiale, il Regno Unito governò sulla Palestina dal 1920 e il 1948. Accordo firmato esattamente dalla Federazione sionista tedesca, dalla Banca anglo-palestinese e dalle autorità politiche ed economiche del Terzo Reich.
L’accordo nazi-sionista-britannico tra il 1933 ed il 1940, quindi anche oltre lo scoppio della seconda guerra mondiale, permise lo spostamento dal territorio tedesco in Palestina di oltre 60 mila ebrei di nazionalità tedeschi.
Si trattava di ebrei tedeschi che stavano subendo le persecuzioni da parte dei nazisti tedeschi e con “Haavara” hanno potuto trasferire parte dei loro beni nel mandato britannico della Palestina.
L’accordo praticamente era un grosso aiuto al sistema economico (e militare) della Germania nazista perché metteva fine al boicottaggio anti-nazista iniziato all’inizio del 1933 che aveva il massiccio sostegno degli ebrei europei e statunitensi ed era considerato dall’establishment nazista una pesante minaccia per l’economia tedesca.
Non solo, nel giugno del 1937 la Germania divenne il primo paese esportatore nella Palestina in mano a Londra...
Ha ragione la studentessa araba di Catania, l’ufficializzazione della colonizzazione sionista della Palestina iniziò nel 1933 con l’accordo stipulato dal trio nazi-sionisti-britannici.
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08/06/2024
Normandia 1944-2024: fu davvero qui che «cominciò la sconfitta del nazismo»?
Proviamo a lasciare da parte, per un momento, la questione delle armi e, nello specifico, delle armi occidentali fornite alla junta nazigolpista di Kiev per colpire il territorio russo – ma solo nelle vicinanze del confine, «non Mosca o il Cremlino», dice Joe Baiden, che forse dubita della solidità dei bunker della Casa Bianca in caso di risposta russa – quantunque la posta in gioco sia una “cosa da nulla” come il futuro della vita sul pianeta.
Cerchiamo di non parlare di armi fornite «a Kiev per difendersi dall’aggressione russa» (Ansa) e concentriamoci su qualcos’altro.
I lettori hanno certamente tenuto il conto di quante volte e con quale enfasi siano state pronunciate in questi giorni le parole “democrazia”, “tirannia”, “forze oscure”, “dittatori”, “eroi” e, in particolare, «il sostegno costante e a lungo termine» all’Ucraina e la “difesa della democrazia”, imprescindibile binomio lessicale degli ultimi due anni.
L’80° anniversario dell’operazione “Overlord” sulle spiagge della Normandia ha offerto un’occasione ghiotta per accomunare gli «immortali eroi» del giugno 1944 agli ucraini che sì, dice Biden, stanno «subendo grandi perdite, ma non si sono mai tirati indietro».
E come potrebbero? Viene da chiedere, dati gli ordini di Washington di continuare a oltranza la guerra, vista la legge voluta da Vladimir Zelenskij che vieta colloqui di pace con Mosca, e le norme schiavistiche sulla mobilitazione emanate da Kiev?
Ma, lasciamo per un momento da parte anche questo. D’altronde, fu proprio in quel giugno di «ottanta anni fa che l’Europa cominciò a liberarsi dal nazismo» (Ansa): né un mese prima, né un paio d’anni prima, tipo nel febbraio del ‘43 sulle rive del Volga, tanto per dire, o nel luglio di quello stesso ‘43, nelle pianure di Kursk.
E solo nella notte tra il 5 e il 6 giugno l’Europa «voltò pagina, si aprì il fronte che tutti aspettavano», e che qualcuno, a est, alle prese con una guerra di sterminio nazista, sollecitava almeno dal 1941, perché promesso dagli Alleati.
Certo, fu solo nel giugno del ‘44 che «cominciò la sconfitta del nazismo»… Ma solo (molto) dopo che, sul fronte orientale, erano state praticamente annientate oltre 230 divisioni tedesche (ma anche rumene, italiane, finlandesi, ecc.), mentre a ovest si andava avanti con “azioni di commandos”, operazioni risoltesi in smacchi clamorosi contro appena 58 divisioni tedesche; oppure si esaltava come “decisivo” lo scontro con le 15 divisioni hitleriane disposte in Normandia nel giugno 1944, dimenticando che, senza l’operazione “Bagration” di alleggerimento in Bielorussia, gli “alleati” avrebbero rischiato di arenarsi sulle spiagge francesi.
Eroi, senza dubbio, i giovani americani, britannici, canadesi, francesi di “Overlord”. Ma erano davvero gli alleati che allora «difendevano la libertà dell’Europa» e sono davvero i golpisti di Kiev che «difendono la libertà dell’Europa adesso»? Lo scambio di identità non potrebbe essere più violento...
Ma a che pro rivangare oggi le promesse “alleate” del 1941, quando le scene sono calcate da re, cancellieri, presidenti (una ventina sì e no, a ribadire che “abbiamo fatto tutto noi: noi abbiamo vinto e noi celebriamo la vittoria; gli altri, il resto del mondo, non c’entrano nulla”) a ricordare «le lotte del passato per illuminare le lotte del presente» (il manifesto), laddove si dà per sottinteso che le «lotte del presente» siano quelle di chi inneggia a simboli e blasfemie dei Komplizen filonazisti di ottant’anni fa.
Stride un po’, no? Basta far finta di nulla.
Così come il diretto interessato, il presidente golpista in tenuta fascion banderista, assicura che lui ha altro da fare che non mettersi a discutere del suo status illegittimo e delle diatribe costituzionali, dopo che il 20 maggio è scaduto il suo mandato presidenziale: i padrini occidentali lo riconoscono comunque quale presidente e tanto gli basta.
Tanto gli basta per andare il 15 e 16 giugno a Bürgenstock a sentirsi ripetere dai tagliagole dell’Eliseo che «di fronte a coloro che affermano di voler cambiare i confini o riscrivere la storia, dobbiamo essere degni di coloro che l’hanno scritta qui», in Normandia.
Ora, però, se proprio si vuol parlare di «cambiare i confini» in Europa, cominciamo col ricordare quelli della ex Jugoslavia, bombardata e smembrata da USA-NATO-UE: una riscrittura di confini a noi temporalmente e geograficamente più vicina.
E se proprio si vogliono far paralleli come quello di “Overlord”, che avrebbe deciso le sorti della guerra, facciamo qualche altro parallelo. Cominciando, ad esempio – in tema di “conferenze per la pace” – col pensare a quanto abbia contribuito allo scatenamento della guerra la capitolazione franco-britannica a Monaco nel settembre 1938, preceduta nel 1925 dal trattato di Locarno tra Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Belgio.
«Locarno ha liberato lo spirito della guerra», disse quell’anno Stalin, commentando quel “prototipo” del complotto tra Chamberlain, Daladier, Hitler e Mussolini. In entrambe le occasioni, le “democrazie” occidentali avevano pensato bene di assicurare la “pace a ovest”, indirizzando a est le spinte revansciste tedesche.
Se nel 1934 – ricordava nel 1961 l’ex ambasciatore sovietico a Londra, Ivan Majskij – tutte le frazioni dei circoli governativi britannici vedevano in una rinnovata “Intesa” (Inghilterra, Francia, Russia) la via per salvaguardare gli interessi britannici, nel 1935 si dividono in due campi: fautori dell’“interesse di stato”, e fautori dell’odio di classe.
I primi erano per un riavvicinamento Inghilterra-URSS; i secondi ragionavano così: «per l’impero britannico sono pericolosi sia la Germania hitleriana, che la Russia sovietica ed è dunque necessario farle scontrare, rimanendo in disparte; quando entrambe si saranno dissanguate, arriverà il momento di entrare in scena per l’occidente e in particolare per la Gran Bretagna. L’occidente detterà allora una tale pace a URSS e Germania, che quelle non si risolleveranno più, assicurando una sicurezza eterna all’impero».
E prima ancora di Monaco, a proposito di “conferenze” e summit “per la pace”, dalla trascrizione dell’incontro Hitler-Halifax (più tardi, Ministro degli esteri britannico; i verbali vennero trovati a Berlino alla fine della guerra) del novembre 1937 risulta evidente come Halifax proponesse a Hitler una sorta di alleanza sulla base di un “Patto a quattro”, offrendogli mano libero verso l’Europa centrale e orientale.
Dice Halifax: «non si deve escludere alcuna possibilità di mutamento della situazione esistente» e tra «tali questioni vi sono Danzica, Austria, Cecoslovacchia»; e aggiunge che «l’Inghilterra ha solo interesse a che tali mutamenti vengano realizzati per evoluzione pacifica e che sia possibile evitare metodi che possano causare futuri sconvolgimenti, non desiderati né dal Führer, né da altri paesi».
Dunque, come avete detto? «Cambiare i confini»? Eccovi serviti: per mano delle “democrazie” occidentali. E infatti, appena pochi giorni dopo l’investitura ufficiale di Halifax a Ministro degli esteri, il 12 marzo 1938 la Germania invade l’Austria e lo fa, a scorno britannico, proprio nel giorno in cui Neville Chamberlain riceve in tutta solennità a Londra Joachim Ribbentrop e appena un mese prima che, nell’aprile 1938, Chamberlain e Mussolini firmino un accordo di amicizia e collaborazione italo-britannico.
«Le lotte del passato per illuminare le lotte del presente» avete detto?
Quando il 17 marzo 1938, di fronte alla crescente aggressività nazista, il Ministro degli esteri sovietico Maksim Litvinov dichiara alle Izvestija, tra le altre cose, che Mosca è pronta «a partecipare ad azioni collettive, che siano decise insieme ad essa e che abbiano l’obiettivo di arrestare l’ulteriore avanzata dell’aggressione e di eliminare il crescente pericolo di un nuovo macello mondiale», dalla capitale della “più antica democrazia d’Europa” si risponde che il governo britannico «saluterebbe caldamente la convocazione di una conferenza internazionale con la partecipazione di tutte le potenze europee» (cioè di aggressori e non aggressori), ma che è contrario alla convocazione «di una conferenza a cui partecipino soltanto alcune potenze europee e che abbia l’obiettivo... di organizzare un’azione unitaria contro l’aggressione».
A queste parole, così chiosava Majskij: “invece della lotta agli aggressori, inutili chiacchiere con gli aggressori!” Ancora un “comitato di non intervento”, non già per la Spagna, ma per le questioni paneuropee.
Per quelle questioni per cui, quasi novant’anni dopo, si intende organizzare un “comitato di intervento” che scateni dall’Europa un conflitto mondiale.
Sono loro che oggi «difendono la libertà dell’Europa» avete detto a proposito dei banderisti ucraini, eredi proclamati di quelli che nel 1943 facevano stragi della popolazione polacca della Volinja e, per tutta la durata della guerra, massacravano soldati sovietici, civili ebrei, ucraini, bielorussi e partigiani jugoslavi e italiani.
Il 22 marzo 1939 Mosca si dichiara d’accordo per una dichiarazione congiunta Londra-Parigi-Mosca-Varsavia contro l’aggressività nazista; la Polonia dei colonnelli rifiuta e il 23 marzo Chamberlain dichiara in parlamento che Londra è contraria a dar vita in Europa a blocchi contrapposti di potenze.
Quei blocchi invocati oggi dai guerrafondai di USA-NATO-UE, ebbri di affari militar-finanziari, sordi alle richieste di pace dei popoli e cinici tagliagole dell’umanità.
Fonte
Cerchiamo di non parlare di armi fornite «a Kiev per difendersi dall’aggressione russa» (Ansa) e concentriamoci su qualcos’altro.
I lettori hanno certamente tenuto il conto di quante volte e con quale enfasi siano state pronunciate in questi giorni le parole “democrazia”, “tirannia”, “forze oscure”, “dittatori”, “eroi” e, in particolare, «il sostegno costante e a lungo termine» all’Ucraina e la “difesa della democrazia”, imprescindibile binomio lessicale degli ultimi due anni.
L’80° anniversario dell’operazione “Overlord” sulle spiagge della Normandia ha offerto un’occasione ghiotta per accomunare gli «immortali eroi» del giugno 1944 agli ucraini che sì, dice Biden, stanno «subendo grandi perdite, ma non si sono mai tirati indietro».
E come potrebbero? Viene da chiedere, dati gli ordini di Washington di continuare a oltranza la guerra, vista la legge voluta da Vladimir Zelenskij che vieta colloqui di pace con Mosca, e le norme schiavistiche sulla mobilitazione emanate da Kiev?
Ma, lasciamo per un momento da parte anche questo. D’altronde, fu proprio in quel giugno di «ottanta anni fa che l’Europa cominciò a liberarsi dal nazismo» (Ansa): né un mese prima, né un paio d’anni prima, tipo nel febbraio del ‘43 sulle rive del Volga, tanto per dire, o nel luglio di quello stesso ‘43, nelle pianure di Kursk.
E solo nella notte tra il 5 e il 6 giugno l’Europa «voltò pagina, si aprì il fronte che tutti aspettavano», e che qualcuno, a est, alle prese con una guerra di sterminio nazista, sollecitava almeno dal 1941, perché promesso dagli Alleati.
Certo, fu solo nel giugno del ‘44 che «cominciò la sconfitta del nazismo»… Ma solo (molto) dopo che, sul fronte orientale, erano state praticamente annientate oltre 230 divisioni tedesche (ma anche rumene, italiane, finlandesi, ecc.), mentre a ovest si andava avanti con “azioni di commandos”, operazioni risoltesi in smacchi clamorosi contro appena 58 divisioni tedesche; oppure si esaltava come “decisivo” lo scontro con le 15 divisioni hitleriane disposte in Normandia nel giugno 1944, dimenticando che, senza l’operazione “Bagration” di alleggerimento in Bielorussia, gli “alleati” avrebbero rischiato di arenarsi sulle spiagge francesi.
Eroi, senza dubbio, i giovani americani, britannici, canadesi, francesi di “Overlord”. Ma erano davvero gli alleati che allora «difendevano la libertà dell’Europa» e sono davvero i golpisti di Kiev che «difendono la libertà dell’Europa adesso»? Lo scambio di identità non potrebbe essere più violento...
Ma a che pro rivangare oggi le promesse “alleate” del 1941, quando le scene sono calcate da re, cancellieri, presidenti (una ventina sì e no, a ribadire che “abbiamo fatto tutto noi: noi abbiamo vinto e noi celebriamo la vittoria; gli altri, il resto del mondo, non c’entrano nulla”) a ricordare «le lotte del passato per illuminare le lotte del presente» (il manifesto), laddove si dà per sottinteso che le «lotte del presente» siano quelle di chi inneggia a simboli e blasfemie dei Komplizen filonazisti di ottant’anni fa.
Stride un po’, no? Basta far finta di nulla.
Così come il diretto interessato, il presidente golpista in tenuta fascion banderista, assicura che lui ha altro da fare che non mettersi a discutere del suo status illegittimo e delle diatribe costituzionali, dopo che il 20 maggio è scaduto il suo mandato presidenziale: i padrini occidentali lo riconoscono comunque quale presidente e tanto gli basta.
Tanto gli basta per andare il 15 e 16 giugno a Bürgenstock a sentirsi ripetere dai tagliagole dell’Eliseo che «di fronte a coloro che affermano di voler cambiare i confini o riscrivere la storia, dobbiamo essere degni di coloro che l’hanno scritta qui», in Normandia.
Ora, però, se proprio si vuol parlare di «cambiare i confini» in Europa, cominciamo col ricordare quelli della ex Jugoslavia, bombardata e smembrata da USA-NATO-UE: una riscrittura di confini a noi temporalmente e geograficamente più vicina.
E se proprio si vogliono far paralleli come quello di “Overlord”, che avrebbe deciso le sorti della guerra, facciamo qualche altro parallelo. Cominciando, ad esempio – in tema di “conferenze per la pace” – col pensare a quanto abbia contribuito allo scatenamento della guerra la capitolazione franco-britannica a Monaco nel settembre 1938, preceduta nel 1925 dal trattato di Locarno tra Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Belgio.
«Locarno ha liberato lo spirito della guerra», disse quell’anno Stalin, commentando quel “prototipo” del complotto tra Chamberlain, Daladier, Hitler e Mussolini. In entrambe le occasioni, le “democrazie” occidentali avevano pensato bene di assicurare la “pace a ovest”, indirizzando a est le spinte revansciste tedesche.
Se nel 1934 – ricordava nel 1961 l’ex ambasciatore sovietico a Londra, Ivan Majskij – tutte le frazioni dei circoli governativi britannici vedevano in una rinnovata “Intesa” (Inghilterra, Francia, Russia) la via per salvaguardare gli interessi britannici, nel 1935 si dividono in due campi: fautori dell’“interesse di stato”, e fautori dell’odio di classe.
I primi erano per un riavvicinamento Inghilterra-URSS; i secondi ragionavano così: «per l’impero britannico sono pericolosi sia la Germania hitleriana, che la Russia sovietica ed è dunque necessario farle scontrare, rimanendo in disparte; quando entrambe si saranno dissanguate, arriverà il momento di entrare in scena per l’occidente e in particolare per la Gran Bretagna. L’occidente detterà allora una tale pace a URSS e Germania, che quelle non si risolleveranno più, assicurando una sicurezza eterna all’impero».
E prima ancora di Monaco, a proposito di “conferenze” e summit “per la pace”, dalla trascrizione dell’incontro Hitler-Halifax (più tardi, Ministro degli esteri britannico; i verbali vennero trovati a Berlino alla fine della guerra) del novembre 1937 risulta evidente come Halifax proponesse a Hitler una sorta di alleanza sulla base di un “Patto a quattro”, offrendogli mano libero verso l’Europa centrale e orientale.
Dice Halifax: «non si deve escludere alcuna possibilità di mutamento della situazione esistente» e tra «tali questioni vi sono Danzica, Austria, Cecoslovacchia»; e aggiunge che «l’Inghilterra ha solo interesse a che tali mutamenti vengano realizzati per evoluzione pacifica e che sia possibile evitare metodi che possano causare futuri sconvolgimenti, non desiderati né dal Führer, né da altri paesi».
Dunque, come avete detto? «Cambiare i confini»? Eccovi serviti: per mano delle “democrazie” occidentali. E infatti, appena pochi giorni dopo l’investitura ufficiale di Halifax a Ministro degli esteri, il 12 marzo 1938 la Germania invade l’Austria e lo fa, a scorno britannico, proprio nel giorno in cui Neville Chamberlain riceve in tutta solennità a Londra Joachim Ribbentrop e appena un mese prima che, nell’aprile 1938, Chamberlain e Mussolini firmino un accordo di amicizia e collaborazione italo-britannico.
«Le lotte del passato per illuminare le lotte del presente» avete detto?
Quando il 17 marzo 1938, di fronte alla crescente aggressività nazista, il Ministro degli esteri sovietico Maksim Litvinov dichiara alle Izvestija, tra le altre cose, che Mosca è pronta «a partecipare ad azioni collettive, che siano decise insieme ad essa e che abbiano l’obiettivo di arrestare l’ulteriore avanzata dell’aggressione e di eliminare il crescente pericolo di un nuovo macello mondiale», dalla capitale della “più antica democrazia d’Europa” si risponde che il governo britannico «saluterebbe caldamente la convocazione di una conferenza internazionale con la partecipazione di tutte le potenze europee» (cioè di aggressori e non aggressori), ma che è contrario alla convocazione «di una conferenza a cui partecipino soltanto alcune potenze europee e che abbia l’obiettivo... di organizzare un’azione unitaria contro l’aggressione».
A queste parole, così chiosava Majskij: “invece della lotta agli aggressori, inutili chiacchiere con gli aggressori!” Ancora un “comitato di non intervento”, non già per la Spagna, ma per le questioni paneuropee.
Per quelle questioni per cui, quasi novant’anni dopo, si intende organizzare un “comitato di intervento” che scateni dall’Europa un conflitto mondiale.
Sono loro che oggi «difendono la libertà dell’Europa» avete detto a proposito dei banderisti ucraini, eredi proclamati di quelli che nel 1943 facevano stragi della popolazione polacca della Volinja e, per tutta la durata della guerra, massacravano soldati sovietici, civili ebrei, ucraini, bielorussi e partigiani jugoslavi e italiani.
Il 22 marzo 1939 Mosca si dichiara d’accordo per una dichiarazione congiunta Londra-Parigi-Mosca-Varsavia contro l’aggressività nazista; la Polonia dei colonnelli rifiuta e il 23 marzo Chamberlain dichiara in parlamento che Londra è contraria a dar vita in Europa a blocchi contrapposti di potenze.
Quei blocchi invocati oggi dai guerrafondai di USA-NATO-UE, ebbri di affari militar-finanziari, sordi alle richieste di pace dei popoli e cinici tagliagole dell’umanità.
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