di Massimo Zucchetti
Questo scritto è per voi, ragazze e ragazzi. Dato che sono un prof, non mi è riuscito di essere troppo conciso e di non farla forse troppo lunga. Date comunque un’occhiata.
1. Che cos’è questo “Revisionismo”?
Il revisionismo storico è una pratica che cerca di rivedere, riscrivere o minimizzare eventi storici, spesso per motivi ideologici o politici. Nel contesto dell’Olocausto, il revisionismo assume una forma particolarmente pericolosa, poiché mira a minimizzare i crimini nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
In particolare, il revisionismo riguardante il lager di Auschwitz è una distorsione delle verità storiche che ha gravi conseguenze non solo per la memoria collettiva, ma anche per la comprensione del male assoluto che è stato perpetrato durante l’Olocausto.
Auschwitz è uno dei luoghi più emblematici dell’orrore nazista, simbolo della sistematicità e della brutalità del genocidio messo in atto dal regime hitleriano. Questo Lager [1] che si trovava in Polonia occupata, ha visto la morte di oltre un milione di persone, per lo più ebrei, ma anche Rom, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici e altri gruppi considerati “indesiderabili” dal regime nazista [2,3].
Auschwitz non era quindi un mero centro di detenzione o un “campo di lavoro”, ma un impianto dove l’industrializzazione della morte (con le selezioni all’arrivo, con l’utilizzo – su chi non era subito ucciso – della fame, del lavoro disumano, delle percosse, delle camere a gas e dei forni crematori) era perfettamente organizzata. Se Auschwitz fu anche campo per prigionieri politici (polacchi soprattutto, ma anche 800 donne italiane politiche sono passate di lì), ed anche campo di lavoro, mentre “Vernichtungslager” (campi concepiti espressamente per lo sterminio) furono solo Treblinka, Sobibor, Belzec e Chelmno, i dati [1] ci parlano di 1,1 milioni di morti fra i deportati di Auschwitz, di cui circa 1 milione di “ebrei”.
Ricordiamo la vicenda di Primo Levi, ebreo ma arrestato e deportato in quanto “politico”, che riuscì alla fine a lavorare come chimico nella fabbrica “Buna” di gomma sintetica: questo lo salvò da morte quasi certa [6].
La minimizzazione di questa realtà non solo è storicamente infondata, ma è anche un atto di disumanizzazione delle vittime.
Una delle argomentazioni fondamentali contro il revisionismo è che esistono prove inconfutabili che attestano la realtà ed entità dei crimini commessi dalla Germania nazista, e in particolare ad Auschwitz. Testimonianze di sopravvissuti, documenti ufficiali del regime nazista, fotografie, filmati e relazioni degli alleati sono solo alcune delle fonti che confermano la sistematicità dell’Olocausto.
Nonostante la distruzione di parte dei documenti nazisti da parte delle SS durante la ritirata, le prove materiali e le testimonianze dirette sono amplissime, tali da dimostrare senza ombra di dubbio la realtà dei crimini commessi ad Auschwitz. Le testimonianze dei sopravvissuti, come quelle di Primo Levi [5, 6], Elie Wiesel, e tanti altri, non sono semplici racconti, ma documenti storici che parlano di esperienze reali, dolorose e devastanti.
Il revisionismo, oltre a essere una distorsione della realtà storica, mina la memoria collettiva. Auschwitz non è solo un luogo fisico, ma è diventato un simbolo del male assoluto e della capacità dell’uomo di compiere atti di barbarie in nome di ideologie razziste e suprematiste.
Negare l’esistenza di Auschwitz come luogo principale del genocidio, o sminuirne l’orrore, significa non solo tradire la memoria delle vittime, ma anche ignorare le lezioni di civiltà che dovremmo trarre da quei tragici eventi. Auschwitz non riguarda solo il passato, ma continua a essere un monito per il presente e il futuro. Negare o sminuire ciò che è successo significa negare la possibilità di imparare dai nostri errori, per impedire che simili atrocità possano accadere di nuovo.
2. Uso politico del Revisionismo: un primo esempio recente
Un altro aspetto del revisionismo è la sua connessione con la politica. In molti casi, il revisionismo sull’Olocausto è una strategia adottata da gruppi di estrema destra o da coloro che hanno un’agenda politica specifica, come la diffusione di teorie complottiste. Tali gruppi spesso cercano di ricostruire la storia per servire i propri interessi ideologici, e il revisionismo diventa uno strumento per rafforzare le loro narrazioni.
Recentemente, invece, l’Olocausto è stato tirato in ballo durante la guerra del 2023-2025 a Gaza: a pieno sproposito, e da due parti diverse. Da un lato, Israele ha continuato a sfruttare le vittime dell’Olocausto di oltre 80 anni fa per avere una sorta di impunità rispetto alle atrocità e alle vittime palestinesi di oggi: chi ha criticato lo Stato di Israele nel 2024 è stato subito tacciato a sproposito di antisemitismo, che è una accusa ingiusta ed un’offesa grave.
Dall’altro lato, sebbene sia un fenomeno fortunatamente circoscritto, non sono mancati gruppi di estrema destra che hanno trovato nuovo terreno per il loro antisemitismo, spingendosi persino al giustificazionismo: “visto quanto sta facendo Israele nel 2025, forse non è poi stato così sbagliato che nel 1933-1945 in Europa, la Germania...”. Scegliamo di non scrivere neppure la fine di una tale delirante frase, tanto è una enormità ed anche un’apologia di reato.
In entrambi i casi si offende la memoria di vittime morte quasi un secolo fa, che nulla c’entrano con l’attuale guerra a Gaza, vittime che la Storia dimostra essere state, tra l’altro, generalmente di ideologia pacifista e contro non solo la guerra, ma anche la violenza: non crediamo che le vittime dell’Olocausto avrebbero mai giustificato gli atti terroristici del 7 Ottobre 2023, e l’atroce repressione del 2023-2025, che ha portato alla morte di decine di migliaia di innocenti ed alla quasi completa distruzione di un territorio piccolo e già ampiamente vessato da decenni, come Gaza.
Questo episodio recente ci dimostra come la lotta contro il revisionismo sull’Olocausto è fondamentale non solo per la storia, ma anche per la cultura della memoria, evitando un uso politico della menzogna storica, che può giungere anche da fonti inattese.
3. Un altro caso recente di Revisionismo su Auschwitz: chi ha liberato il Lager?
Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, liberando i prigionieri che ancora vi si trovavano. Quello che accadde ad Auschwitz è ormai una verità storica ben documentata; ma purtroppo, negli ultimi anni, il revisionismo storico ha cercato di minimizzare il ruolo svolto dall’Unione Sovietica e dall’Armata Rossa nella liberazione di uno dei luoghi più simbolici dell’Olocausto.
Le motivazioni stanno senz’altro nella recente invasione russa dell’Ucraina e nella guerra sanguinosa che tuttora lì si combatte. Ma anche qui, ci appare appena ovvio rimarcare che – al di là della verità fattuale storica del 27.1.1945 che è incontrovertibile – di nuovo si offende la memoria di uomini, donne, soldati sovietici (quindi originari sia della Russia, che dell’Ucraina, oltre che della Bielorussia e delle altre repubbliche dell’URSS) che hanno combattuto e sono morti o rimasti feriti ottanta anni fa, e che nulla hanno a che vedere con l’attuale conflitto fra Russia e Ucraina.
Questo tentativo di distorcere la verità storica ha avuto effetti anche sulle celebrazioni ufficiali, con scelte politiche che hanno portato la Polonia a non invitare la Russia alle cerimonie di commemorazione [4]. Ma è l’Armata Rossa che ha effettivamente liberato Auschwitz, da sola, e ha svolto un ruolo determinante nel fermare il regime nazista.
Ad Auschwitz i Sovietici trovarono solo 7000 malati lasciati indietro, tutti gli altri 65.000 deportati erano forzosamente partiti verso ovest per una “marcia della morte”. Ma il gelo aveva conservato nel lager disastrato cataste di cadaveri ed enormi fosse comuni aperte. Tra le prime tracce dell’orrore, poi, i liberatori rinvennero 8 tonnellate di capelli umani, e centinaia di migliaia di abiti. La maggior parte dei soldati sovietici, pur temprati da anni di guerra atroce, non avevano una piena consapevolezza della portata della tragedia che si era svolta nel lager.
I soldati dell’Armata Rossa erano quelli della Prima Armata del fronte ucraino, comandati da Ivan Konev. Non erano “Ucraini”, era il nome di quel settore del fronte, ancora utilizzato perché nel 1943/44 l’Armata Rossa in quel settore liberò innanzitutto l’Ucraina, poi la Polonia. I soldati dell’Armata Rossa erano originari di ogni parte dell’URSS, ma si sentivano soltanto soldati sovietici che combattevano la Grande Guerra Patriottica contro gli invasori nazisti.
Un particolare poco noto: contrariamente a quanto fecero a volte gli americani, i sovietici sapevano bene che era un pericolo mortale rimpinzare di cibo i detenuti dei lager: pian piano, invece, somministrarono quantità crescenti di minestre sostanziose, pane, non latte dato che erano quasi tutti dissenterici, carne ma senza esagerare; almeno per due settimane, in modo che si riabituassero. E cure mediche. E gran bagni di acqua calda e sapone, cui i deportati furono “costretti” dalle magnifiche robustissime sbrigative ausiliarie russe, o dalle più flebili ma determinate soccorritrici polacche. Molti deportati, ormai sfiniti, morirono anche nelle settimane successive alla liberazione, ma moltissimi furono salvati dalle cure dei soccorritori.
Le forze alleate occidentali erano in quel momento molto lontane, ancora schierate sul fiume Reno, ma l’Armata Rossa, pur a prezzo di enormi perdite, era avanzata implacabilmente sul fronte orientale, evitando molti ulteriori crimini del regime hitleriano prima che fosse troppo tardi; ciò dopo aver affrontato da sola per tre anni (giugno 1941 – giugno 1944) la formidabile Wehrmacht tedesca, spezzandola, infliggendole sconfitte enormi (Stalingrado, Kursk, Berlino, ad esempio). Il contributo sovietico nello sconfiggere il Nazismo è fondamentale e deve essere riconosciuto come parte essenziale della memoria storica. Ignorarlo significa distorcere la realtà e sviare la discussione dalla verità storica.
Purtroppo, alcuni stati, gruppi politici e media hanno tentato di sminuire il ruolo dell’Unione Sovietica nella vittoria sul nazismo e persino sulla liberazione di Auschwitz. Le motivazioni sono molteplici: in alcuni casi si vuole sanzionare anche così la Russia per l’invasione dell’Ucraina, mentre in altri si evidenziano aspetti bui del periodo sovietico per oscurare i meriti dell’Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Questo atteggiamento revisionista è pericoloso, in quanto rischia di cancellare uno dei momenti più significativi della storia della lotta contro il Nazismo. L'URSS ha pagato un prezzo altissimo durante la guerra, con milioni di soldati e civili sovietici che sono morti combattendo contro i nazisti, e questo sacrificio non può essere dimenticato.
Auschwitz, certamente, non fu del tutto una “scoperta”. L’orrore dei campi di sterminio era più o meno noto da un paio d’anni agli alleati, ma un conto è leggere rapporti e ascoltare testimonianze, un altro è vedere coi propri occhi, toccare pelle e ossa con le proprie mani e annusare col proprio naso, in un enorme inferno in Terra, in sfacelo fra una marea di cadaveri: questo toccò ai soldati sovietici, per primi, in quei giorni dopo il 27 gennaio 1945.
4. Conclusione
In conclusione, il revisionismo storico sull’Olocausto, e in particolare su Auschwitz, è una forma di manipolazione della verità – da qualsiasi parte provenga – che deve essere respinta fermamente. Negare o minimizzare l’Olocausto è un insulto alle vittime e un pericolo per la nostra comprensione della storia e della moralità umana. Non possiamo permettere che il revisionismo prenda piede, e dobbiamo continuare a difendere la memoria delle vittime, affinché eventi simili non possano mai ripetersi.
La memoria storica è il fondamento di una società civile e democratica, e proteggere la verità è nostro dovere: è un impegno che coinvolge tutti, non solo gli storici, ma anche le istituzioni, le scuole, le organizzazioni internazionali e, soprattutto, le generazioni future. La memoria dell’Olocausto deve essere preservata e trasmessa in modo che la società non dimentichi mai ciò che è accaduto. L’Olocausto non sia solo un capitolo oscuro della storia, ma una lezione viva che ci spinge a lottare contro l’intolleranza, il razzismo e l’indifferenza.
Le celebrazioni ufficiali, che dovrebbero essere un momento di ricordo e di riflessione sulle atrocità commesse dal regime nazista, non devono mai essere utilizzate per fini politici correnti. La verità storica deve rimanere al centro di queste cerimonie, e tutti i paesi che hanno contribuito alla sconfitta del nazismo devono essere rappresentati e rispettati. Negare o sminuire il contributo della Russia alla sconfitta del nazismo non solo è una menzogna e un atto di ingratitudine, ma rischia anche di danneggiare la memoria collettiva delle vittime dell’Olocausto.
In questo senso, è fondamentale continuare a ricordare e a celebrare l’eroismo di tutte le forze alleate che hanno lottato contro il fascismo. Smettere di dare giustizia alla memoria storica, nel nome delle mutevoli vicende di una distorta politica internazionale, è un errore che non dobbiamo permettere.
In un mondo dove il revisionismo storico sta già guadagnando terreno, è nostro dovere mantenere viva la verità. Solo così si può onorare il sacrificio di chi ha combattuto e sofferto per la libertà e per la dignità di tutti.
Alcune Fonti
1) Auschwitz. Jewish Virtual Library, https://www.jewishvirtuallibrary.org/auschwitz
2) The Liberation of Auschwitz, The National WWII Museum, https://www.nationalww2museum.org/war/articles/liberation-auschwitz
3) “The Liberation of Auschwitz.” History Extra, https://www.history.com/this-day-in-history/soviets-liberate-auschwitz
4) Commemorating Auschwitz without Russia. BBC News, https://www.bbc.com/news/world-europe-64429625
5) Primo Levi, La Tregua, Einaudi, Torino, 1965
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Auschwitz. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Auschwitz. Mostra tutti i post
28/11/2020
USA - il segretario di stato dell'amministrazione Biden si è formato su una balla
Cominciano ad assumere fisionomia gli uomini della nuova amministrazione presidenziale di Biden. Uno di questi è Antony Blinken che sarà il nuovo Segretario di Stato e che, secondo alcuni “rappresenta una svolta netta nei confronti dell’amministrazione Trump non solo dal punto di vista politico, ma finanche da quello antropologico, culturale, psicologico”.
Un servizio dell’agenzia Agi ricostruisce la storia e la formazione di Blinken. Cresciuto a Parigi, parla fluentemente francese, ha studiato ad Harvard e alla Columbia University, è nato a New York nel 1962 in una famiglia ebraica, sostenitore del multilateralismo, favorevole all’accordo sul nucleare iraniano, è stato vice segretario di Stato negli ultimi due anni dell’amministrazione Obama, preceduti da quattro anni passati come consigliere per la sicurezza nazionale dello stesso Biden quando era vicepresidente.
Durante questi incarichi si è occupato di dossier pesanti: Afghanistan, Iran, Pakistan durante la prima amministrazione Obama, di Siria e conflitto ucraino come vice consigliere per la sicurezza nazionale. C’era anche lui nella “Situation room” scattata durante l’operazione che portò all’esecuzione sommaria di Osama Bin Laden, nel 2011. Insieme a Obama, Biden, Hillary Clinton e i vertici militari si intravede anche Antony Blinken.
In alcune uscite pubbliche, Blinken ha sottolineato quella che sarà la strategia della presidenza Biden e cioè che gli Stati Uniti riprenderanno il loro ruolo come potenza globale. “Perché, se non è Washington ad esprimere la sua leadership, o lo faranno altri, oppure si creano dei vuoti pericolosi. Tutte opzioni che certo non aiutano gli interessi americani”.
Nel background di Blinken colpisce però una frottola colossale. Un dettaglio che ipoteca tutti i peana che cominciano a circolare sui wondermen e wonderwoman sui quali il sistema mediatico – e il servilismo politico – stanno costruendo l’immagine della nuova amministrazione Usa.
Il futuro Segretario di Stato riafferma spesso la sua attenzione verso il Medio Oriente e viene descritto come “un amico fermo” nei confronti di Israele. Si racconta che questa relazione speciale nasca da un incontro d’infanzia con Samuel Pisar, un avvocato nato in Polonia e sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti.
Pisar mostrava al piccolo Antony Blinken il numero da internato tatuato sull’avambraccio di quando era stato deportato ad Auschwitz e raccontava di essere riuscito a cavarsela scampando ad una “marcia della morte” fuori dal lager, nascondendosi per giorni in una foresta. E se questo è il passaggio decisivo nella formazione di Blinken arriviamo alla “frottola” colossale su cui si regge. Samuel Pisar, racconta al piccolo Antony che, nei dintorni di Auschwitz un giorno sentì un “suono profondo e rombante”: era un carrarmato statunitense. A quel punto disse le uniche tre parole che conosceva in inglese: “God bless America”.
E qui diventa inevitabile mettere i fatti della storia nel loro ordine. Abbiamo già visto il primo inciampo nel film “La vita è bella” di Benigni, ma adesso che anche l’uomo ispiratore del nuovo Segretario di Stato abbia visto un carro armato statunitense ad Auschwitz e quindi abbia dichiarato “Dio salvi l’America” è un falso storico clamoroso.
Quel carro armato non poteva che essere sovietico. Furono i tanks con la stella rossa ad arrivare in quella zona e a liberare i sopravvissuti nei campi di sterminio nazisti.
Il nuovo segretario di Stato Usa dovrà farsene una ragione.
Fonte
27/01/2020
Fu l’Esercito Rosso Operaio-Contadino a liberare Auschwitz, 75 anni fa
Il mondo ricorda oggi il 75° anniversario della liberazione di Auschwitz. Il campo di sterminio venne liberato dai soldati del 472° reggimento della 100° divisione della 60° Armata del 1° Fronte Ucraino, nel corso dell’operazione “Vistola-Oder”, iniziata nell’autunno 1944. Dopo la sosta forzata a dicembre, necessaria alle truppe sovietiche per riorganizzare le linee ormai troppo allungate, la ripresa delle operazioni era fissata per fine gennaio.
Ancora una volta, però – era già successo nell’estate ’44, allorché a ovest gli anglo-americani rischiavano di esser ributtati in mare e Mosca aveva lanciato l’offensiva “Bagration” su Bielorussia, Polonia orientale e Paesi baltici – viste le preghiere di Churchill di alleggerire la pressione sugli alleati inchiodati nelle Ardenne, Stalin anticipò l’inizio dell’offensiva al 12 gennaio.
Già il 17 gennaio fu liberata Varsavia; il 24-25 gennaio venne liberato il campo di lavoro di Monowitz (Auschwitz III), il 26-27 gennaio la cittadina di Oświęcim (in tedesco Auschwitz) e il 26 la cittadina di Brzezinka, o Birkenau (Auschwitz II) e infine, il 27 gennaio, fu la volta di Auschwitz I.
Dal 2005, con risoluzione ONU, la Giornata della memoria del 27 gennaio è chiamata a ricordare le vittime dell’Olocausto. Auschwitz-Birkenau è il simbolo della bestialità nazista; il simbolo dello sterminio pianificato di tutti i “nemici del Reich”: ebrei, comunisti, rom, oppositori del nazismo.
Nel 1942, abbandonata l’idea hitleriana, cara alla leadership polacca di allora, di deportare tutti gli ebrei europei in Palestina, per non inimicarsi il Mufti di Gerusalemme, o in Madagascar, perché praticamente non più accessibile, nel corso della riunione a Wannsee (vi parteciparono una quindicina di gerarchi nazisti di RSHA, RuSHA, SD, Gestapo: da Heydrich a Eichmann, Freisler, Müller e altri) furono programmati metodi, mezzi, modi e tempi della eliminazione totale degli 11 milioni di ebrei europei, 5 milioni dei quali nella sola Unione Sovietica.
Sembra abbastanza palese il nesso tra moderne alleanze geopolitiche, la riscrittura della Storia e la scelta di celebrare la liberazione proprio di Auschwitz, facendone il lager simbolo della Shoah – e quindi dell’Olocausto del popolo ebraico, anche se nei suoi crematori finirono persone delle più diverse nazionalità, ideologie politiche, religioni.
Così come è manifesto che le urla odierne più sguaiate, volte a coprire la voce di chi ricorda il colore delle bandiere che liberarono quei lager, provengano proprio dalle regioni che più diedero man forte ai nazisti nello sterminio non solo degli ebrei, ma anche della popolazione civile residente in aree multietniche, quando questa era di nazionalità diversa da quella degli aguzzini.
Troppo spesso si dimentica, o si passa volutamente sotto silenzio, che la popolazione di religione ebraica finita nei lager proveniva non solo da Paesi oggi autodefinitisi “modello di democrazia liberale”, ma in grandissima maggioranza da Stati in cui Wehrmacht, SS tedesche, volontari SS da quasi tutti i Paesi europei-occidentali, polizei reclutati tra i nazisti locali, divisioni SS ucraine e baltiche, condussero non una drôle de guerre, non una “strana guerra”, bensì una guerra di sterminio totale, volta a liberare a est il famigerato Lebensraum per la razza superiore, lasciando in vita solo quel minimo di Untermenschen necessari al lavoro schiavistico.
Troppo spesso si dimentica che, ad esempio un terzo della popolazione bielorussa morì o fu sterminato durante l’occupazione nazista; che milioni di cittadini sovietici (le sole vittime civili sovietiche sono stimate tra i 12 e i 15 milioni) non arrivarono nemmeno ai campi di sterminio, ma furono uccisi direttamente nei villaggi: spesso radunati a centinaia e rinchiusi nei granai o nelle stalle date alle fiamme.
Troppo spesso si tace che le truppe hitleriane avessero l’ordine di eliminare, non appena fatti prigionieri, non solo i militari sovietici di religione ebraica, ma in primo luogo i commissari politici e chiunque nelle cui tasche venisse trovata la tessera del partito comunista dell’Urss – VKP(b).
In generale, quel che da anni si tende a tacere e a far dimenticare, è ovviamente il ruolo dell’Armata Rossa nella liberazione, in primo luogo proprio di Auschwitz, ma anche dei tanti altri campi di concentramento e di sterminio allestiti dai nazisti non solo in Polonia, ma anche nei Paesi baltici e nella stessa Germania.
Maksim Maksimov ricordava nei giorni scorsi come molti dei Paesi che oggi celebrano la Giornata della memoria, avessero a suo tempo respinto gli ebrei in fuga dalla Germania nazista; ricordava come nel 1940, dopo l’uscita nelle sale americane de Il grande dittatore, Charlie Chaplin fosse stato messo sotto stretto controllo dal Comitato per le attività anti-americane.
Si ha l’impressione, scriveva Maksimov, che fino al Processo di Norimberga, nel 1946, “l’Occidente non sapesse nulla della tragedia degli ebrei europei. Nessuno sapeva nulla di Babi jar, della Conferenza di Wannsee, della ‘decisione finale’. Ma nemmeno nel 1943”, dopo la Conferenza delle Bermuda, i paesi coinvolti, USA in testa, non aumentarono le quote di immigrazione per i rifugiati”.
D’altra parte, nelle camere a gas di Auschwitz e Birkenau, i nazisti usavano il “Zyklon B”, della Degussa, filiale della IG Farben, del trust IG Chemical, di proprietà di General Motors e della banca J.P.Morgan. Ma, oggi come 80 anni fa, nelle questioni di soldi, “non c’è ebreo che tenga”.
Aleksandr Djukov, della Fondazione russa “Memoria storica”, ricorda su rubaltic.ru come proprio Polonia e Lettonia, che strepitano per esser “compensate” per la presunta “occupazione sovietica”, non abbiano sino a oggi risolto, se non in minima parte, la questione della restituzione dei beni, individuali e collettivi, agli ebrei; in Lituania, dove la questione è stata risolta, in compenso si glorificano i polizei che presero parte al loro sterminio e si programma l’approvazione di una legge, simile a quella già esistente in Polonia, per punire chiunque accusi cittadini lituani di aver preso parte a pogròm anti-ebrei.
In prima fila, come sempre, la Polonia, primo Paese europeo, il 26 gennaio 1934, a concludere un Patto di non aggressione (e quasi sicuramente un accordo militare segreto) con il Terzo Reich. In un’intervista alla tedesca Bild, il leader del partito governativo “Diritto e Giustizia”, Jaroslav Kaczynski, pretende che “Mosca ammetta la responsabilità” per lo scoppio della Seconda guerra mondiale e “paghi le riparazioni” a Varsavia. Kaczynski parla anche del massacro di Katyn e, quasi istruito dalla lezione del “Giorno del ricordo”, che ogni anno moltiplica per decine di migliaia gli “infoibati sol perché itagliani”, addossa ovviamente al NKVD l’uccisione di “centinaia di migliaia di ufficiali polacchi”. Dunque, dato che la “Polonia è stata una vittima” e “i russi dei criminali”, non solo Berlino, ma anche Mosca devono secondo lui pagare le riparazioni sia per la Prima, che per la Seconda guerra mondiale.
Gli ha risposto indirettamente il Presidente della Commissione informazione del Senato russo, Aleksej Puškov: “Quali riparazioni e per quali danni?! Ammesso che qualcuno debba pagare, è semmai la Polonia, al nostro paese: per la liberazione da Hitler, che ci è costata 600.000 vite. E per il ripristino dell’economia polacca, distrutta dai tedeschi“.
Senza contare, si potrebbe aggiungere, per le decine di vittime nelle retrovie sovietiche, i feriti negli ospedali da campo dell’Armata Rossa, caduti sotto i colpi dell’Armia Krajowa dopo la liberazione della Polonia, anche nel 1945 e 1946.
Per inciso, nel 75° anniversario della liberazione di Auschwitz, sembra il caso di rendere il dovuto merito alle uscite cabarettistiche dell’Ucraina golpista e dei suoi difensori (quando non si accoltellano su questioni storico-territoriali) polacchi, secondo cui l’URSS non avrebbe avuto parte alcuna nella liberazione della Polonia e in particolare di Auschwitz, dato che, dicono loro, i soldati che aprirono i cancelli del lager facevano parte del 1° Fronte ucraino: dunque, erano ucraini!
Ora, non solo nei manuali di storia, ma persino nella pubblicistica più elementare, è spiegato che i “Fronti”, nella guerra anti-nazista condotta dall’Unione Sovietica, rappresentavano raggruppamenti strategici organizzati in una o più aree operative. Ad esempio, quello che nel 1943 diverrà il 1° Fronte ucraino, era fino ad allora denominato Fronte di Voronež; ma ogni bambino delle elementari sorriderebbe a dirgli che quel fronte era composto da abitanti di Voronež. Così, per tutti gli altri vari Fronti, costituiti, riorganizzati, trasformati, ridenominati nel corso della guerra: i Fronti di Leningrado, Stalingrado, Kalinin, Sud, Ovest, del Caucaso, della Steppa, ecc.
Tra l’altro, come ricorda addirittura la stessa Wikipedia, dal punto di vista delle truppe, un Fronte non ebbe mai una composizione permanente per un periodo più o meno lungo, a differenza dei comandi. Se all’inizio della guerra, i 5 Fronti furono sostanzialmente costituiti sulla forza dei distretti militari, i successivi 13 e poi fino a più di 40 Fronti (nuove riaggregazioni e ridenominazioni) vennero formati in base ai teatri operativi, con le truppe ritirate e trasferite dall’uno all’altro fronte o inviate alla riserva, ecc.
In ogni caso, nello specifico del 1° Fronte ucraino, di cui faceva parte, per dire, anche la 2° Armia Wojska Polskiego, i comandi a vari livelli, da marescialli – dopo l’uccisione di Nikolaj Vatutin da parte dei banderisti ucraini, il comando passò per pochi mesi a Georgij Žukhov e poi a Ivan Konev – a generali, colonnelli ecc., non vide mai una preminenza di ufficiali di origine ucraina; così, anche per le truppe.
Non un fantomatico “esercito ucraino”, dunque: fu l’Esercito Rosso che liberò il campo della morte di Auschwitz; liberò dall’occupazione nazista Cecoslovacchia, Balcani, Austria; liberò Berlino, Praga, e liberò persino Ucraina, Polonia, Paesi Baltici, per quanto molti di essi oggi se ne dolgano.
Esattamente un anno prima della liberazione di Auschwitz, il 27 gennaio 1944, l’Esercito Rosso era riuscito a rompere completamente l’assedio portato a Leningrado dalle truppe tedesche, italiane e finlandesi che, per 872 giorni, aveva causato tante vittime quante quelle di Amburgo, Dresda, Tokyo, Hiroshima e Nagasaki prese insieme: gli storici valutano tra 650.000 e 1,3 milioni di morti, il 90% dei quali per fame e freddo. Il 27 gennaio è dunque celebrato in Russia quale Giornata della gloria militare.
Gloria di quell’Esercito Rosso – Raboče-krestjanskaja Krasnaja Armija – di cui facevano parte anche le armate del 1° Fronte ucraino: ed esso era composto da soldati e ufficiali sovietici. Il resto è cabaret.
Fonte
15/05/2018
Una pagina di rivolta contro lo sterminio. La ribellione dei Rom nel lager di Auschwitz-Birkenau
Il 16 Maggio 1944, nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, le SS in armi si presentarono agli ingressi dello Zigeunerlager (il campo di sterminio degli “zingari”) per liquidare gli ultimi 5000 Rom e Sinti, donne, uomini e bambini che vi erano rinchiusi.
Normale amministrazione, tutti in fila per entrare nelle camere a gas e poi nei forni crematori, ma questa volta succede qualcosa di anormale: gli “zingari, questi vagabondi, queste persone indegne di vivere”, invece di subire si ribellano. Donne e uomini con ogni mezzo oppongono resistenza e, fatto inaudito, le SS si ritirano, il massacro è sospeso. La rivolta degli “zingari” nel 1944 ad Auschwitz, insieme a quella degli ebrei del 1943 nel lager di Sobibor, furono gli unici episodi di Resistenza attiva, mai verificatisi nei lager nazisti.
Settantaquattro anni dopo, in un convegno a Roma, per la prima volta in Italia, istituzioni e comunità Rom e Sinta ricordano insieme e commemorano quella giornata, fanno memoria di un atto di orgoglio e di dignità per ricordare e onorare lo sterminio dimenticato di oltre mezzo milione di Rom e Sinti, quegli ultimi 5000 “zingari” dello Zigeunerlager, i circa 2000 più forti che vennero trasferiti in altri Lager e poi i 2.897 rimasti, bambini, donne e vecchi, che vennero sterminati tutti insieme nella notte del 2 Agosto di quello stesso anno.
L’iniziativa servirà a riflettere insieme sugli effetti che quel pregiudizio che portò allo sterminio ancora oggi produce, radicato nella coscienza collettiva che emargina Rom e Sinti considerati estranei e ostili perché diversi. Un pregiudizio che condanna all’emarginazione sociale e civile un popolo che chiede solo riconoscimento e rispetto, condizioni fondamentali per una normale convivenza.
L’iniziativa di Roma si colloca nell’ambito dei due giorni organizzati dall’Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale (UNAR) in collaborazione con il Forum RSC per ricordare la rivolta dei Rom e dei Sinti dello Zigeunerlager di Auschwitz: con un convegno il giorno 15 dalle 14.00 alle 17.00 presso la sede dell’UNAR e il giorno 16 con una visita all’ex campo di internamento di Agnone, in Molise.
Nel corso dell’incontro sarà consegnato un documento e presentata una testimonianza: due momenti per unire un passato che non si vuole che si ripeta e un presente che ci riporta a quel passato.
All’incontro parteciperà anche Tobbias, il giovane Rom suonatore di fisarmonica che il 10 Maggio scorso, sul tram numero 8, e dopo aver intonato “o bella ciao”, è stato aggredito da tre persone, spinto fuori dal tram e picchiato selvaggiamente davanti alla sua famiglia. “Zingaro di merda” gli dicevano distruggendogli la fisarmonica, mentre le persone intorno osservavano indifferenti. Nonostante la fisarmonica distrutta e due mesi di prognosi, Tobbias sarà con noi per intonare la sua canzone preferita, prima della partenza della delegazione del Forum RSC per Agnone, dove insieme al direttore dell’UNAR, Luigi Manconi, alcuni figli e parenti di internati incontreranno le istituzioni locali e i ragazzi delle scuole per ricordare i tempi neri dei campi di internamento per soli “zingari” istituiti in Italia dal regime fascista a partire dall’11 Settembre del 1940.
Fonte
31/01/2018
Ancora colpi bassi dei nazionalisti polacchi contro i golpisti di Kiev
Sono accomunate dalla nevrastenica avversione a tutto quanto venga da est della Vistola o del Dnepr. Per il resto, Varsavia e Kiev non fanno altro che mostrare i denti l’una contro l’altra, molto spesso a suon di sprangate (non sono mancati nemmeno i colpi di bazooka); ancora più di frequente tirando in ballo gli antecedenti storici del nazionalismo di entrambi i fronti.
Da un lato, infatti, sono risuonate anche nei giorni scorsi le grida di sgomento del nuovo premier polacco Mateusz Morawiecki, secondo cui Mosca, che si starebbe “preparando ad attaccare l’Ucraina”, costituisce oggi il principale pericolo per la Polonia e anche il gasdotto “North stream-2”, checché “ne dica la Germania, non è un progetto economico”, ma uno strumento di “attacco politico”, come sottolineato anche dal Segretario di stato USA, Rex Tillerson.
Dall’altro lato, però, l’ultimo ceffone, in ordine di tempo, appioppato da Varsavia ai vicini sudorientali è di ieri e porta la firma del direttore dell’Istituto per la memoria nazionale polacca Jaroslav Sharek. L’Istituto, sulla base di fonti tedesche, polacche, austriache e statunitensi, ha messo in rete un primo elenco di 9.686 nomi di addetti ai campi di sterminio nazisti in Polonia. Secondo Sharek, l’Istituto dispone attualmente di un elenco di oltre 25.000 nomi, da cui risulta come la maggior parte dei criminali aguzzini di quei lager fossero tedeschi, ma un’altra parte non meno rilevante fosse composta da ucraini, lettoni e lituani.
Il portale GermanDeathCamps.info prende in esame l’intero sistema di lager nazisti in territorio polacco, partendo dal più tristemente famoso, Auschwitz-Birkenau e testimonia del ruolo anche qui svolto dalla polizei ucraina e baltica.
E se lo dicono i nazionalisti dell’Istituto polacco, che, al pari dei loro colleghi ucraini, hanno fatto della “decomunistizzazione” la propria bandiera – poco dopo l’insediamento, nell’estate del 2016, Jaroslav Sharek aveva già stilato l’elenco di oltre 1.500 vie e piazze polacche che dovevano essere rinominate, insieme all’elenco dei monumenti, a ricordo dei soldati sovietici, da abbattere; aveva poi esortato alla creazione di una “nuova élite, non legata all’eredità postsovietica – ecco che vanno a farsi benedire le assicurazioni del direttore del corrispondente Istituto ucraino, Vladimir Vjatrovich, secondo cui le SS della divisione “Galizia” e le bande di OUN-UPA non avevano fatto altro che liberare l’Ucraina dai nazisti e difendere gli ebrei dagli hitleriani.
La verità è che, per la maggior parte, i nazisti lasciavano proprio ai loro Komplizen orientali il compito di spingere le vittime verso le camere a gas e incenerire i cadaveri.
A dire il vero, lo stesso Sharek, al momento della sua investitura da parte del Sejm, si era dovuto difendere dall’accusa di negare la partecipazione polacca al pogrom nazista contro gli ebrei di Jedwabne, nella regione di Belostok, allora in Bielorussia. Nonostante ciò, è stato lui che, ancora nel novembre scorso, ha dichiarato ufficialmente che Varsavia non può certo indicare a Kiev quali personaggi innalzare a propri eroi, ma nemmeno può tacere sui crimini dell’UPA contro i polacchi di Volinija e Polesia.
E’ chiaro d’altronde, aveva affermato Sharek, che Polonia e Ucraina possono essere unite dai nomi di altri “eroi”, quali Simon Petljura e Marko Bezruczko (che dal 1918 al 1944 combatté nelle file dei nazionalisti ucraini), “eroi” polacchi contro “l’invasione bolscevica” di Ucraina e Polonia. Possono identificarsi su temi quali il cosiddetto “Golodomor” in Ucraina e l’attività clandestina della chiesa cattolica, fino alle “imprese” degli attivisti anticomunisti degli anni ’70.
Tutti temi, ha detto Sharek, su cui Polonia e Ucraina possono unirsi. Ha forse dimenticato di aggiungere il comune sentimento filohitleriano che, ad esempio, il 26 gennaio del 1938, aveva portato alla stipula del patto Lipski-Neurath, secondo cui Germania e Polonia, già alleate dal 1934, si spartivano la Cecoslovacchia.
A proposito di spartizioni, si attende ora il pronunciamento di Sharek a proposito degli appetiti territoriali di Varsavia, Budapest e Bucarest su quanto resterà dell’Ucraina golpista.
Fonte
Da un lato, infatti, sono risuonate anche nei giorni scorsi le grida di sgomento del nuovo premier polacco Mateusz Morawiecki, secondo cui Mosca, che si starebbe “preparando ad attaccare l’Ucraina”, costituisce oggi il principale pericolo per la Polonia e anche il gasdotto “North stream-2”, checché “ne dica la Germania, non è un progetto economico”, ma uno strumento di “attacco politico”, come sottolineato anche dal Segretario di stato USA, Rex Tillerson.
Dall’altro lato, però, l’ultimo ceffone, in ordine di tempo, appioppato da Varsavia ai vicini sudorientali è di ieri e porta la firma del direttore dell’Istituto per la memoria nazionale polacca Jaroslav Sharek. L’Istituto, sulla base di fonti tedesche, polacche, austriache e statunitensi, ha messo in rete un primo elenco di 9.686 nomi di addetti ai campi di sterminio nazisti in Polonia. Secondo Sharek, l’Istituto dispone attualmente di un elenco di oltre 25.000 nomi, da cui risulta come la maggior parte dei criminali aguzzini di quei lager fossero tedeschi, ma un’altra parte non meno rilevante fosse composta da ucraini, lettoni e lituani.
Il portale GermanDeathCamps.info prende in esame l’intero sistema di lager nazisti in territorio polacco, partendo dal più tristemente famoso, Auschwitz-Birkenau e testimonia del ruolo anche qui svolto dalla polizei ucraina e baltica.
E se lo dicono i nazionalisti dell’Istituto polacco, che, al pari dei loro colleghi ucraini, hanno fatto della “decomunistizzazione” la propria bandiera – poco dopo l’insediamento, nell’estate del 2016, Jaroslav Sharek aveva già stilato l’elenco di oltre 1.500 vie e piazze polacche che dovevano essere rinominate, insieme all’elenco dei monumenti, a ricordo dei soldati sovietici, da abbattere; aveva poi esortato alla creazione di una “nuova élite, non legata all’eredità postsovietica – ecco che vanno a farsi benedire le assicurazioni del direttore del corrispondente Istituto ucraino, Vladimir Vjatrovich, secondo cui le SS della divisione “Galizia” e le bande di OUN-UPA non avevano fatto altro che liberare l’Ucraina dai nazisti e difendere gli ebrei dagli hitleriani.
La verità è che, per la maggior parte, i nazisti lasciavano proprio ai loro Komplizen orientali il compito di spingere le vittime verso le camere a gas e incenerire i cadaveri.
A dire il vero, lo stesso Sharek, al momento della sua investitura da parte del Sejm, si era dovuto difendere dall’accusa di negare la partecipazione polacca al pogrom nazista contro gli ebrei di Jedwabne, nella regione di Belostok, allora in Bielorussia. Nonostante ciò, è stato lui che, ancora nel novembre scorso, ha dichiarato ufficialmente che Varsavia non può certo indicare a Kiev quali personaggi innalzare a propri eroi, ma nemmeno può tacere sui crimini dell’UPA contro i polacchi di Volinija e Polesia.
E’ chiaro d’altronde, aveva affermato Sharek, che Polonia e Ucraina possono essere unite dai nomi di altri “eroi”, quali Simon Petljura e Marko Bezruczko (che dal 1918 al 1944 combatté nelle file dei nazionalisti ucraini), “eroi” polacchi contro “l’invasione bolscevica” di Ucraina e Polonia. Possono identificarsi su temi quali il cosiddetto “Golodomor” in Ucraina e l’attività clandestina della chiesa cattolica, fino alle “imprese” degli attivisti anticomunisti degli anni ’70.
Tutti temi, ha detto Sharek, su cui Polonia e Ucraina possono unirsi. Ha forse dimenticato di aggiungere il comune sentimento filohitleriano che, ad esempio, il 26 gennaio del 1938, aveva portato alla stipula del patto Lipski-Neurath, secondo cui Germania e Polonia, già alleate dal 1934, si spartivano la Cecoslovacchia.
A proposito di spartizioni, si attende ora il pronunciamento di Sharek a proposito degli appetiti territoriali di Varsavia, Budapest e Bucarest su quanto resterà dell’Ucraina golpista.
Fonte
16/05/2017
16 maggio 1944: la rivolta dei gitani ad Auschwitz
16 maggio 1944, le SS decidono di smantellare il Familienzigeunerlager, il “campo per famiglie zingare” ad Auschwitz. “Smantellare il campo” è una triste formula che porta con sé allegato il significato di “eliminare tutti gli internati”. E’ consuetudine, ad Auschwitz, che ad una decisione presa dai nazisti segua docile la sua messa in atto, senza ostacoli o impedimenti. Non ci si aspetta che qualcuno tra i reclusi nel lager possa alzarsi in piedi a dire di no: non è mai successo, e diversi anni di esperienza nei campi hanno insegnato questa usanza a prigionieri e secondini.
Ma quel 16 maggio, all’ordine di uscire dalle baracche e dirigersi verso le camere a gas, segue sorda la risposta di chi non ha mai voluto imparare costumi e usanze del posto. In 4.000 escono dai capannoni. Hanno dipinti sul volto i segni della fame e dei soprusi, ma negli occhi brilla ancora una scintilla di dignità che impedisce loro di andare a morire in silenzio. Uomini donne e bambini. Chi armato di spranga, chi di bastone. Alcuni raccolgono da terra pietre e calcinacci, altri si gettano sugli aguzzini a mani nude. Le SS sono costrette a desistere di fronte alla rivolta, sconcertate da una reazione che non pensavano potesse verificarsi e che non si verificherà più.
Lo Zigeunerlager viene liquidato il 2 agosto dello stesso anno, e tutti i detenuti all’interno uccisi. I nazisti hanno smesso di passare i rifornimenti al campo, e i Gitani presi per fame vengono ridotti all’obbedienza e alla fossa.
Si parla poco della morte di oltre 500.000 tra Rom, Sinti e Manush sotto il regime nazista e fascista, e della predilezione che il dottor Mengele aveva nei suoi esperimenti per i bambini zigani. Durante il Processo di Norimberga i superstiti non vengono neanche ammessi come parte civile, e pochi stati attualmente annoverano il Porrajmos (termine che il lingua romani significa “divoramento”) subito dai gitani come parte dei crimini nazisti.
Fonte
27/01/2017
Auschwitz
27 gennaio 1945, l'Armata Rossa libera Auschwitz.
Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all'Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita!
Ernest Hemingway
Iscriviti a:
Post (Atom)

