Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/03/2025

Messico - Rinvenuto un centro di sterminio a Jalisco, con forni crematori e corpi carbonizzati

Il 5 marzo il collettivo “Guerreros Buscadores” ha trovato un centro di addestramento e sterminio in Jalisco, ad un’ora da Guadalajara capitale dello stato messicano. Nel rancho Izaguirre alcuni forni crematori, 200 paia di scarpe, zaini, lettere sono stati trovati all’ingresso del collettivo. E corpi carbonizzati.

Una tragica realtà del Messico. Nel solo Jalisco, tra gennaio ed ottobre 2024, erano state trovate 19 fosse comuni con almeno 105 morti al loro interno. Una settimana dopo il “ritrovamento” in Jalisco, a 1000 km di distanza, in Tamaulipas il colletivo Amor por los Desaparecidos ha detto di aver trovato un luogo “simile” a Reynosa, vicino al confine con gli USA. Se in Jalisco il collettivo ha lavorato da solo, in Tamaulipas la scoperta è stata fatta con un’incursione congiunta del collettivo insieme a diverse autorità: la Commissione di Ricerca dello Stato, il Ministero della Sicurezza, la Sedena e la Guardia Nazionale.

In un paese dove dal 1962 ad oggi si contano 124mila desaparecidos, un numero esploso dal 2006 quando iniziò la “mal” chiamata guerra alla droga, i due ritrovamenti aprono di fatto il vaso di pandora sulla fine di migliaia e migliaia di persone nel paese. La “guerra alla droga” ha portato la guerra in Messico e sono circa 100mila le persone di cui non si sa più nulla e 400mila i morti. Non solo, i due ritrovamenti mettono in luce le promiscuità esistenti tra i gruppi del crimine organizzato e le istituzioni. Il Rancho Izaguirre era stato segnalato da un sopravvissuto nel 2017 e ad ottobre la Guardia Nazionale ha condotto una perquisizione trovando 10 persone e armi ad uso esclusivo dell’esercito. Non è stata aperta nessuna inchiesta, né locale né federale.

Dopo i due ritrovamenti e le due denunce è partita la macchina della disinformazione che tiene unita la politica, alcune procure e i gruppi del crimine organizzato. La Procura del Tamaulipas ha detto che il luogo denunciato dal collettivo Amor por los Desaparecidos è in verità un cantiere di un’impresa funeraria e non ci sono prove che ci sia la presenza di forni per incenerire persone, però ha aggiunto, nel comunicato stampa, che attorno a Reynosa sono stati trovati, in tre diversi punti, resti ossei che saranno analizzati. Ma è sul caso di Teuchitlan che la pressione mediatica si è fatta più forte. Gerardo Fernández Noroña, Presidente del Senato della Repubblica, del partito di maggioranza e della presidenta Morena, ha detto che il caso di Teuchitlan è utilizzato dai media e dalla destra per attaccare la maggioranza. Ma nel suo discorso si è “fatto anche scappare” un “Ci sono 200 scarpe lì, sì, ma chi dice che queste scarpe appartengono a persone scomparse, è chi dice che quello che viene detto è vero?”. Sheinbaum ha difeso il presidente del Senato dicendo che lei aspetterà venerdì quando la Procura della Repubblica farà sapere delle indagini. Il tentativo di minimizzare il ritrovamento ha generato un grande sdegno, e non da destra. A questo si è aggiunto un video del gruppo criminale Jalisco Nueva Generacion dove appaiono una trentina di persone armate, di cui uno legge un comunicato dove attacca il collettivo Guerreros Buscadores e chiede come mai sono entrati da soli nel ranch e non con le autorità e dove ricostruisce la retata della Guardia Nazionale oltre a dire che sono si un gruppo criminale ma hanno un codice etico e non farebbero mai quello che gli viene attribuito. Il video è inquietante, c’è chi dice non sia vero, e che sia il tentativo di minimizzare il caso. Vero o non vero mostra come il crimine organizzato cerchi e/o usi come suo strumento i vuoti e le ambiguità delle istituzioni per darsi forza. Agiscono in combutta con lo Stato, altrimenti non avrebbero potuto avere armi dell’esercito, e i silenzi e i vuoti delle istituzioni sono la loro grande giustificazione.

La guerra che il Messico vive dal 2006 è una vera e propria guerra per il controllo del territorio, per la definizione di un ordine d’interesse fatto di estrazione di ricchezza dalla vita, in tutte le sue forme anche umane. Ciò che in Messico non si è potuto fare fino al 2006 in termini di grandi opere e progetti di sviluppo ha trovato lo spazio per essere fatto proprio dentro alla guerra. Casi come quello di Aytozinapa hanno mostrato pubblicamente come a diversi livelli economie legali, illegali e stato lavorassero assieme contro chi si opponeva alle logiche di arricchimento e sfruttamento del territorio.

È che i gruppi criminali hanno nella loro storia la volontà di sbarazzarsi dei corpi bruciandoli, è scritto anche nella falsa verità storica con cui la Procura della Repubblica cercò di chiudere il caso. Il tentativo di “gestire” i casi di Jalisco e Tamaulipas, abbassare l’indignazione delle persone, normalizzare quasi l’accaduto è il disperato tentativo di governare questo processo, esattamente come i governi hanno cercato di fare con il Chiapas e le denunce di insostenibilità per la violenza crescente.

Il governo di Morena non è uguale a quello di Pan e Pri, va certo detto, ma nella sua differenza continua ad avere troppe ambiguità, ambiguità che più ci si allontana dal palazzo nazionale rischiano di essere connivenze se non peggio. Questo è il Messico di oggi, dove la guerra è quotidiana, una guerra che mescola le tattiche, soprattutto mediatiche, come quello fatto contro gli zapatisti ma che non si può categorizzare come un conflitto di “bassa intensità”.

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28/01/2023

“L’industria dell’Olocausto”

di Norman Filkestein

L’Olocausto non è un concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe.

Per meglio dire, l’Olocausto ha dimostrato di essere un’arma ideologica indispensabile grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di «vittima», e lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo negli Stati Uniti.

Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l’immunità alle critiche, per quanto fondate esse siano. Aggiungerei che coloro che godono di questa immunità non sono sfuggiti alla corruttela morale che di norma l’accompagna.

Da questo punto di vista, il ruolo di Elie Wiesel come interprete ufficiale dell’Olocausto non è un caso. Per dirla francamente, non è arrivato alla posizione che occupa grazie al suo impegno civile o al suo talento letterario: Wiesel ha questo ruolo di punta perché si limita a ripetere instancabilmente i dogmi dell’Olocausto, difendendo di conseguenza gli interessi che lo sostengono.

Lo stimolo iniziale per questo libro è stato uno studio fondamentale di Peter Novick, The Holocaust in American Life (L’Olocausto nella vita americana), che ho recensito per una rivista letteraria inglese.

Le pagine che seguono sono pervase del dialogo critico che ho avviato con Novick e ciò spiega la massa di riferimenti al suo studio. Più un insieme di intuizioni provocatorie che un saggio critico strutturato, The Holocaust in American Life si colloca nel solco della venerabile tradizione americana della denuncia di scandali.

Ma, come la maggior parte dei cacciatori di scandali, Novick si concentra solamente sugli abusi più clamorosi. Per quanto pungente e piacevole in molti punti, The Holocaust in American Life non è una critica radicale. Gli assunti di base non vengono messi in discussione.

Pur rimanendo all’interno dell’orizzonte delle opinioni tradizionali, il libro, né scontato né eretico, si colloca agli estremi margini di questo stesso orizzonte, su posizioni controverse e, come prevedibile, ha avuto una vasta eco, suscitando commenti sia positivi sia negativi sui media americani.

La categoria analitica centrale di Novick è la «memoria». Attualmente di gran moda tra gli intellettuali, il concetto di «memoria» è senza dubbio il più impoverito fra quelli prodotti negli ultimi anni dal mondo accademico. Con l’allusione d’obbligo a Maurice Halbwachs, Novick mira a dimostrare come la «memoria dell’Olocausto» sia stata forgiata da «preoccupazioni di oggi».

C’era un tempo in cui gli intellettuali dell’opposizione mettevano in campo robuste categorie politiche come «potere», «interessi» da una parte e «ideologia» dall’altra. Tutto quello che resta oggi è il fiacco, spoliticizzato linguaggio di «preoccupazioni» e «memoria». Eppure, data la documentazione che Novick adduce, la memoria dell’Olocausto è una costruzione ideologica elaborata sulla base di precisi interessi.

Secondo Novick, per quanto scelta, la memoria dell’Olocausto è «il più delle volte» arbitraria; questa scelta, cioè, non verrebbe tanto condotta in base a un «calcolo di vantaggi e svantaggi», quanto piuttosto «senza dare troppo peso… alle conseguenze». Al di là di queste sue parole, però, la documentazione che lui stesso raccoglie suggerisce la conclusione opposta.

Il mio interesse nei confronti dell’Olocausto nazista prese le mosse da vicende personali.

Mia madre e mio padre erano dei sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di concentramento. Tranne loro, tutti gli altri membri dei due rami della mia famiglia furono sterminati dai nazisti.

Il mio primo ricordo, per così dire, dell’Olocausto nazista è l’immagine di mia madre incollata davanti al televisore a seguire il processo ad Adolf Eichmann (1961) quando io rientravo a casa da scuola. Anche se erano stati liberati dai campi solamente sedici anni prima del processo, nella mia mente un abisso incolmabile separò sempre i genitori che conoscevo da quella cosa.

A una parete del soggiorno erano appese fotografie di parenti di mia madre. (Nessuna foto della famiglia di mio padre sopravvisse alla guerra). In pratica non riuscii mai a mettere in relazione me stesso con quelle facce, men che mai a immaginare quello che era successo. Erano le sorelle, il fratello e i genitori di mia madre, non le mie zie, mio zio e i miei nonni.

Ricordo di avere letto da bambino The Wall (Il muro di Varsavia, di John Hersey) e Mila 18, di Leon Uris, due romanzi ambientati nel ghetto di Varsavia. (Mi torna alla mente mia madre che si lamentava perché, immersa nella lettura di The Wall aveva sbagliato fermata andando al lavoro).

Per quanto mi sforzassi, non riuscii mai, nemmeno per un istante, a fare quel salto d’immaginazione che saldava i miei genitori, con tutta la loro normalità, a quel passato. Francamente, non ci riesco neanche ora.

Ma il punto più importante è un altro: se si esclude questa presenza spettrale, non ricordo intrusioni dell’Olocausto nazista nella mia infanzia e la ragione principale sta nel fatto che a nessuno, fuori della mia famiglia, sembrava interessare quello che era accaduto.

I miei amici di gioventù leggevano di tutto e discutevano appassionatamente degli avvenimenti contemporanei, eppure, in tutta onestà, non ricordo un solo amico (o un suo genitore) che abbia fatto una sola domanda su quello che mia madre e mio padre avevano passato. Non era un silenzio dettato dal rispetto, era semplice indifferenza. Sotto questa luce, non si possono che accogliere con scetticismo le manifestazioni di dolore dei decenni seguenti, quando era ormai consolidata.

A volte penso che la «scoperta» dell’Olocausto nazista da parte dell’ebraismo americano sia stata peggiore del suo oblio. I miei genitori continuavano a ripensarci nel loro privato e la sofferenza che patirono non ricevette pubblici riconoscimenti. Ma non fu forse meglio dell’attuale, volgare sfruttamento del martirio degli ebrei?

Prima che l’Olocausto nazista divenisse l’Olocausto, sull’argomento furono pubblicati solo pochi studi scientifici, come The Destruction of The European jews (La distruzione degli ebrei d’Europa), di Raul Hilberg, e testimonianze come Man’s search for Meaning (Alla ricerca di un significato della vita), di Viktor Frankl, e Prisoners of Fear (Prigionieri della paura), di Ella Lingens-Reiner.

Eppure questa piccola raccolta di gemme è migliore degli scaffali di cianfrusaglie che ora affollano biblioteche e librerie.

I miei genitori, pur rivivendo giorno dopo giorno il passato fino alla fine della loro vita, negli ultimi anni persero interesse per l’Olocausto come pubblico spettacolo.

Uno degli amici di più lunga data di mio padre era stato con lui ad Auschwitz ed era, o almeno sembrava, un incorruttibile idealista di sinistra che per principio rifiutò dopo la guerra il risarcimento tedesco.

In seguito divenne un dirigente del museo israeliano dell’Olocausto, lo Yad Vashem. Con riluttanza e sinceramente deluso, mio padre dovette ammettere che perfino un uomo come quello era stato corrotto dall’industria dell’Olocausto, adattando le proprie idee al potere e al profitto.

Dal momento che l’interpretazione dell’Olocausto assumeva forme sempre più assurde, a mia madre piaceva citare, non senza ironia, Henry Ford: «La storia è una sciocchezza». I racconti dei «sopravvissuti all’Olocausto» (tutti prigionieri dei campi di concentramento, tutti eroi della resistenza) a casa mia erano una fonte particolare di amaro divertimento.

D’altronde già molto tempo fa John Stuart Mill aveva compreso che «le verità se non sottoposte a continua revisione, cessano di essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità».

Mio padre e mia madre si chiesero spesso perché m’indignassi di fronte alla falsificazione e allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti. La risposta più ovvia è che è stato usato per giustificare la politica criminale dello Stato d’Israele e il sostegno americano a tale politica. Ma c’è anche un motivo personale. Ho infatti a cuore che si conservi la memoria della persecuzione della mia famiglia.

L’attuale campagna dell’industria dell’Olocausto per estorcere denaro all’Europa in nome delle «vittime bisognose dell’Olocausto» ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di Montecarlo. Ma anche tralasciando queste preoccupazioni, resto convinto che sia importante preservare l’integrità della ricostruzione storica e lottare per difenderla.

Alla fine di questo libro sostengo che nello studio dell’Olocausto nazista possiamo imparare molto non solamente riguardo ai «tedeschi» o ai «gentili», ma a noi tutti. Eppure penso che per fare questo, cioè per imparare sinceramente dall’Olocausto nazista, occorra ridurre la sua dimensione fisica ed enfatizzarne quella morale.

Troppe risorse pubbliche e private sono state investite nella commemorazione del genocidio e gran parte di questa produzione è indegna, un tributo non alla sofferenza degli ebrei, ma all’accrescimento del loro prestigio.

È da tempo che dobbiamo aprire il nostro cuore alle altre sofferenze dell’umanità: questa è la lezione più importante impartitami da mia madre. Non l’ho mai sentita dire: «Non fare paragoni». Lei li fece sempre.

Certo si devono fare distinzioni storiche, ma porre distinzioni morali tra la «nostra» sofferenza e la «loro» è a sua volta un travisamento morale. «Non potete mettere a confronto due sventurati» osservò Platone «e dire quale dei due sia più felice».

Di fronte alle sofferenze degli afroamericani, dei vietnamiti e dei palestinesi, il credo di mia madre fu sempre: siamo tutti vittime dell’Olocausto.

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28/01/2021

Milioni di donne deportate nei lager nazisti con il contributo del fascismo


Nel maggio del 1939 i nazisti aprirono il più grande campo di concentramento esclusivamente femminile, quello di Ravensbrück, dove furono internate oltre 100mila donne fino al momento in cui le truppe dell’Armata Rossa sovietica lo liberarono, nel 1945.

Un campo femminile fu costituito anche ad Auschwitz-Birkenau nel 1942 – conosciuto anche come Auschwitz II – per internare principalmente donne ebree. Un’altra area femminile venne creata a Bergen-Belsen nel 1944, dove i nazisti trasferirono migliaia di donne ebree provenienti dai campi di Ravensbrück e Auschwitz.

Durante le deportazioni le donne ebree in stato di gravidanza e le madri di bambini piccoli venivano catalogate come “inabili al lavoro” e trasferite nei campi di sterminio, dove venivano quasi sempre destinate a morire subito nelle camere a gas.

I nazisti eseguirono veri e propri assassini di massa nei confronti di donne Rom anche nel campo di concentramento di Auschwitz e uccisero donne disabili nel corso delle operazioni denominate T-4 ed “Eutanasia”. Inoltre i medici e ricercatori nazisti usarono donne ebree e Rom per esperimenti sulla sterilizzazione e per altre pratiche disumane di ricerca.

Sia nei campi sia nei ghetti le donne ebree erano soggette a pestaggi e a stupri. Anche le donne non ebree, deportate dai nazisti dalla Polonia e dall’Unione Sovietica per essere impiegate nei lavori forzati per il Reich di Hitler, venivano picchiate e violentate. La gravidanza fu l’ovvia conseguenza per molte donne polacche, sovietiche e slave, inviate ai lavori forzati e costrette a relazioni sessuali con i militari e i medici tedeschi presenti nei lager.

Se i cosiddetti “esperti della razza ariana” decidevano che il bambino non potesse essere “germanizzato”, le donne venivano generalmente obbligate ad abortire o venivano eliminate.

Milioni di donne assassinate, in nome del “millennio nazista”. Ma non dimentichiamo le donne italiane, ebree e non, che l’Italia fascista dei Savoia consegnò alle SS tedesche per la deportazione e lo sterminio.

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27/01/2019

27 gennaio, memoria per il presente


In questi giorni si susseguono le cerimonie di ricordo per quella che è stata definita “giornata della memoria”.

Si cerca così di ricordare la più grande tragedia collettiva del ‘900 ricostruendo i termini nei quali avvenne; esorcizzando gli elementi di pensiero e di azione sulla quale fu costruita la gigantesca macchina della repressione e dell’eccidio di massa.

L’auspicio da pronunciare per questa occasione evitando inutili passerelle retoriche riguarda la capacità di stilare un bilancio complessivo di recupero della memoria non rivolto a guardare il passato limitandoci a trarre da questa “visione” soltanto generici accenti di richiesta per espressioni di “buona volontà”, come accade troppo spesso.

Serve una “memoria per il presente”.

E’ necessaria un’attualizzazione senza riguardi; una riflessione su ciò che avviene oggi nell’era della tecnologizzazione globalista.

Ci troviamo in una situazione dove appare sempre più sottile il confine tra l’esclusione o l’inclusione degli esseri umani dal contesto sociale. Un confine che sembra essere travolto dal riproporsi dell’egemonia della logica di sopraffazione.

La rievocazione della più grande tragedia del ‘900 deve dunque oltrepassare il ricordo dei fatti legati all’annientamento fisico di milioni di persone.

Persone definite, a vario titolo, “indesiderabili” e per questo motivo concentrati nei campi al fine di “proteggere” gli altri, i “normali”, attraverso un trattamento preventivo eseguito come se si fosse trattato di una misura di igiene e profilassi pubblica.

Un trattamento di reclusione fuori da qualsiasi canone giudiziario: una misura eccezionale di prigionia dalla quale non poteva che scaturire la realtà dell’eliminazione fisica.

Il rapporto tra la concentrazione coatta e lo sterminio di massa si potrebbe definire quasi come un nesso obbligato. E’ questa la lezione da ricordare.

Definito questo quadro del rapporto tra concentrazione coatta e sterminio di massa ne discende un’immediata comparazione con l’attualità: una comparazione assai facile da comprendere individuando con chiarezza anche nomi e cognomi.

Claudio Vercelli disegna i contorni di questa comparazione attraverso una sintesi efficace che si legge in un suo articolo (“Il Manifesto”, 25 gennaio, “L’esilio sistematico di un’umanità considerata in eccesso”).

Sintesi che riprendo in pieno: “L’elemento fondamentale, in questo caso, è dato dal nesso, indissolubile nell’età della ‘nazionalizzazione delle masse’ tra politiche di Stato, consenso generalizzato, bisogno di rassicurazione”. Sembra proprio di leggere notizie di queste ore tra chiusura dei porti, sgomberi coatti, rassicurante caccia all’indesiderabile: atti di violenza intesi come piattaforma per una riassicurazione del “pubblico” che permetta di raccogliere consenso con il minimo costo.

Attenzione però: tra “esilio di massa”, concentramento “extra–lege” e sterminio il collegamento c’era e c’è e non si esaurisce nel passato e nella retorica dell’espressione di buoni sentimenti.

Non si sta scrivendo che la storia potrebbe ripetersi.

Le forme del ripresentarsi del ciclo storico sono infinite e si tratta di valutarne, di volta in volta, la realtà.

Si tratta di riflettere su come determinati aspetti di ciò che è già tragicamente avvenuto tornino a presentarsi all’interno di una società di massa sicuramente modificatasi profondamente nella sua essenza, rispetto a quella che agiva nell’Europa degli anni trenta e quaranta.

Alcuni elementi in questo senso devono essere visti, analizzati, sottolineati senza colpevoli sottovalutazioni o peggio strumentalizzazioni opportunistiche.

In una società dominata dall’incertezza si levano forti imperativi rivolti alla soggettività, alla valorizzazione dell’individualismo, alla raccolta degli eguali dentro il nostro recinto.

Un recinto magari contornato da muri.

Un recinto che segna il confine di una “diversità” che si pensa di attribuire agli altri.

E’ questo il senso profondo del rigurgito nazionalista in atto ed è su questo punto che la sinistra sottoposta alla tentazione di una facile popolarità su questo terreno dovrebbe cominciare a recuperare almeno il senso della propria direzione di marcia.

Appare del tutto fragile un richiamo alla nazione destinato a evocare un mondo di stranieri potenzialmente pericoloso.

Ne consegue, per la “Nazione” la necessità di un’opera di purificazione permanente con lo scopo di liberare il proprio “corpus” di tutti gli elementi di squilibrio dal razziale al sociale.

Si determinerebbe così uno stato di “sicurezza” che deriverebbe dalla capacità dello Stato di assumersi un diritto assoluto e primitivo di determinare chi può integrarsi e chi, invece, merita di essere espulso dal consesso civile. Dall’espulsione “temporanea” a quella “definitiva” (per usare un eufemismo) il passo è sempre stato breve.

Ci troviamo di fronte ad una delineazione di analogie da dedicare a chi pensa che l’accoppiata fascismo/antifascismo sia superati e da dimenticare.

La memoria per capire questo presente che incombe e ci inquieta mentre quella che abbiamo sempre considerato la “nostra parte” oscilla paurosamente verso la subalternità al presente.

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26/10/2018

Sobibor


In corsa per gli Oscar c’è un film che in Italia sarà estremamente difficile vedere, si tratta di “Sobibor”. Il film è diretto da Konstantin Khabensky, artista molto popolare in Russia, ma quasi sconosciuto al pubblico occidentale. Nel cast spicca il nome di Christopher Lambert nel ruolo di un ufficiale nazista, ma è Khabensky a interpretare il ruolo del protagonista: Alexander Pechersky, un soldato ebreo dell’Armata Rossa.

Il film racconta l’unico caso di fuga di massa da un campo di sterminio nazista, quello di Sobibor (Polonia) ed espone in maniera estremamente cruda ed efficace il funzionamento del sistema di morte messo a punto dai nazisti, lo ricostruisce in tutta la sua perfidia.

La storia di Sobibor è emblematica, infatti a differenza di tutti gli altri lager la rivolta fu vittoriosa per via del fatto che vi vennero internati dei soldati (ebrei) dell’Armata Rossa che con la loro preparazione e la loro determinazione riuscirono a guidare la lotta. Infatti la rivolta di Sobibor fu la lucida pianificazione di un progetto per liberare tutti i prigionieri del lager, non si trattava di una fuga, ma di un’azione militare autorganizzata finalizzata a portare alla conquista del campo per poter liberare tutti i prigionieri. Questa azione venne guidata dagli internati dell’Armata Rossa, una verità storica che stride fortemente con la propaganda revisionista a cui siamo sottoposti da decenni.

Purtroppo la storia ci racconta anche che il piano non funzionò bene, infatti solo qualche centinaio di persone riuscì a scappare e la maggior parte venne uccisa nella fuga o poco dopo.

Un particolare che ci riporta all’attualità è che nel lager di Sobibor le feroci guardie erano perlopiù collaborazionisti ucraini (volontari che si prestavano al servizio dei nazisti in funzione anti-sovietica), proprio quelli che oggi vengono glorificati come eroi dal governo di Kiev.

Particolarmente interessante la maniera in cui il regista traccia i profili psicologici dei vari personaggi, tanto i nazisti in preda ai loro deliri di onnipotenza, quanto i prigionieri vittime di quella immane ingiustizia.

Sobibor, seppur non impeccabile nella ricostruzione storica, non si allinea minimamente al filone revisionista filo-americano che sparge menzogne sul ruolo dell’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale. Menzogne che in Italia vediamo riproposte anche dal servizio pubblico nazionale (l’ultimo patetico caso è quello di Alberto Angela che ha divulgato falsità sull’Olocausto per infamare l’URSS). Nel film di Khabensky i riferimenti all’URSS sono costanti, ma ce ne sono anche a Stalin.

Il film riafferma in maniera estremamente chiara che l’abominio nazista è il male assoluto e che bisogna combatterlo. Non c’è alternativa. Dopo la visione si ha un rinnovato odio verso il nazismo, il film lo rigenera in maniera estremamente efficace non lasciando spazi a buonismi o alla speranza nella provvidenza.

In definitiva, nonostante alcune pecche nella ricostruzione storica, si tratta sicuramente del miglior film sull’Olocausto che sia mai stato prodotto, eppure non è nelle sale italiane. Un film che avrebbe un forte valore pedagogico, che andrebbe fatto vedere ai giovani e a tutti quelli che non sanno cosa sia il nazismo. I messaggi più importanti che il film ci lancia sono sostanzialmente tre: ci ricorda l’orrore del nazismo, ci spiega che per la lotta servono competenze specifiche (che bisogna accumulare prima dello scontro per non arrivare impreparati), ma soprattutto ci dice che di fronte all’ingiustizia ci si deve ribellare. Per questi motivi Sobibor è un film che parla anche della nostra attualità e che ci può insegnare molto.

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19/06/2018

Salvini avvia la schedatura etnica. E comincia dai Rom...

Scrive l’agenzia Ansa (la fonte da cui tutti i media traggono la notizia per poi “lavorarla”):

“Al Ministero mi sto facendo preparare un dossier sulla questione rom in Italia, perché dopo Maroni non si è fatto più nulla, ed è il caos”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, leader della Lega, parlando a TeleLombardia. Salvini ha parlato di “una ricognizione sui rom in Italia per vedere chi, come, quanti”, ossia “rifacendo quello che fu definito il censimento, facciamo un’anagrafe”. Per Salvini, gli stranieri irregolari andranno “espulsi” con accordi fra Stati, ma “i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa”.

Dura replica dell’Associazione nomadi: “Il ministro dell’Interno sembra non sapere che in Italia un censimento su base etnica non è consentito dalla legge”, afferma Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio che si occupa della tutela dei diritti di comunità come rom e sinti. “Inoltre esistono già dati e numeri su chi vive negli insediamenti formali e informali – continua Stasolla – e i pochi rom irregolari sono apolidi di fatto, quindi inespellibili. Ricordiamo anche che i rom italiani sono presenti nel nostro Paese dal almeno mezzo secolo e a volte sono ‘più italiani’ di tanti nostri concittadini”.

Non ci sono molti commenti da fare, se non ricordare con le parole del pastore protestante tedesco Martin Niemöller:

Prima vennero per i comunisti
e io non alzai la voce
perché non ero un comunista.

Poi vennero per i socialdemocratici
e io non alzai la voce
perché non ero un socialdemocratico.

Poi vennero per i sindacalisti
e io non alzai la voce
perché non ero un sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei
e io non alzai la voce
perché non ero un ebreo.

Poi vennero per me
e allora non era rimasto nessuno
ad alzare la voce per me.

* Di questo testo circolano numerose varianti, perché in realtà venne dall’autore soltanto declamato, ma non scritto.

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Ringraziamo inoltre Franco Astengo che con gran sollecitudine, appena appresa la notizia, ci ha inviato questa ricostruzione storica.

*****

Porajmos o Porrajmos (pronuncia italiana: poràimos; in romaní: [pʰoɽai̯ˈmos]; traducibile come “grande divoramento” o “devastazione”) è il termine con cui Rom e Sinti indicano lo sterminio del proprio popolo perpetrato da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale. Si stima che tale eccidio provocò la morte di 500.000 di essi[2].

Questo disegno genocida è definito da Rom e Sinti anche con il termine Samudaripen, che significa letteralmente tutti morti.

Il Porrajmos non venne mai classificato come una persecuzione razziale al pari di quella ebrea fino agli anni Sessanta, quando storici e studiosi come Miriam Novitch iniziarono ad interessarsi a questo argomento allora poco noto o quasi totalmente sconosciuto. Molte sono le prove e i documenti che certificano invece il trattamento che il Partito Nazista riservò agli zingari.

Nel giugno 1936 il ministero degli Interni affidò la questione zingara alle autorità, chiedendo di operare attraverso leggi speciali per risolvere il problema.

Con il decreto del 14 dicembre 1937, in seguito alle ricerche del dottor Robert Ritter e dei suoi collaboratori, si affermava che gli zingari erano geneticamente criminali, e per questo dovevano essere messi agli arresti.

In una dichiarazione di Himmler, che risale invece al dicembre 1938, viene trattata la situazione degli zingari tedeschi “sotto l’aspetto della loro purezza razziale”. Nei vari punti sviluppati vi sono anche quelli che vietano il rilascio di diplomi o di qualsiasi altra forma di attestato per artigiani senza residenza fissa, imponendo una sorta di identificazione razziale per riconoscere i portatori di “sangue zingaro”. In questo stesso anno cominciarono le deportazioni nei campi di concentramento di Buchenwald, Mauthausen-Gusen e Flossenbürg, la sede dell’“Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara” fu trasferito da Monaco a Berlino. A partire proprio dal 1938, anno dell’Anschluss, il regime si occupò tra le altre cose di limitare i territori occupabili dagli zingari, estendendo le nuove leggi a tutti i nuovi territori del regime.

Le prime disposizioni per la persecuzione e l’internamento per gli zingari in Italia furono emanate l’11 settembre 1940. Una circolare telegrafica firmata dal capo della polizia Arturo Bocchini e indirizzata a tutte le prefetture del Paese conteneva un chiaro riferimento all’internamento di tutti gli zingari italiani a causa dei loro comportamenti antinazionali e alle loro implicazioni in reati gravi. Nella circolare venne ordinato il rastrellamento di tutti gli zingari, nel minor tempo possibile, provincia dopo provincia.

Il 27 aprile 1941 fu emanata un’altra circolare da parte del Ministero dell’Interno con indicazioni riguardanti l’internamento degli zingari.

La politica di discriminazione fascista si basò principalmente sulla presenza dello zingaro straniero nel territorio italiano. Con l’invasione della Jugoslavia del 1941 e la conseguente fuga degli zingari da quei territori in Italia, le forze armate fasciste acuirono le già preesistenti misure di controllo verso gli zingari per provvedere all’invasione di quelli stranieri. Infatti, mentre per gli zingari italiani fu ordinata la reclusione nei campi di internamento, per quelli stranieri era prevista l’espulsione.

Negli anni è stato possibile ricostruire una lista abbastanza completa dei luoghi di detenzione per zingari che c’erano in Italia. Testimonianze zingare parlano di campi di detenzione ad Agnone nel convento di San Bernardino, in Sardegna a Perdasdefogu, nelle province di Teramo a Tossicia, a Campobasso, a Montopoli di Sabina, Viterbo, Colle Fiorito nella provincia di Roma e nelle isole Tremiti. A seguito dell’occupazione tedesca nel territorio italiano, molti campi dell’Italia centrale e meridionale furono smantellati in vista dell’arrivo degli alleati e pertanto esistono pochissime prove della loro esistenza. Da quel momento in poi la maggior parte degli zingari internati in Italia fu trasferita nei campi nazisti, passando da Gries a Bolzano.

L’unico campo di cui possediamo dati e documenti precisi grazie agli archivi comunali è quello di Tossicia. Entrò in funzione il 21 ottobre del 1940 e le prime deportazioni zingare furono registrate nell’estate del 1942. La presenza di detenuti zingari è documentata anche nel campo di Ferramonti di Tarsia, attivo dal 1940 al 1944.

Con il decreto Auschwitz del 16 dicembre 1942 promulgato da Himmler, tutti gli zingari del Reich, eccetto quei pochi che lavoravano nelle imprese belliche tedesche, furono deportati a Birkenau. I gruppi di zingari sopravvissuti alle fucilazioni di massa e ai ghetti provenivano da tutti i paesi sotto il controllo del regime nazista, dal Belgio, dai Paesi Bassi e dalla Francia.

Il primo gruppo di zingari giunse a Birkenau il 26 febbraio 1943. All’arrivo nel campo gli zingari non venivano né smistati a seconda del sesso o dell’età né rasati a zero, ma venivano condotti tutti indistintamente nello Zigeunerlager. Solo a loro e agli ebrei del ghetto di Theresienstadt fu permesso di vivere in gruppi familiari all’interno del lager. Venivano distinti all’arrivo con un triangolo nero

Nel marzo del 1943 il dottor Josef Mengele divenne il capo dei medici del campo zingari, che rappresentava la massima autorità sanitaria dello Zigeunerlager. Uno dei motivi per cui agli zingari fu permesso di vivere in gruppi familiari fu quello di permettere al dottor Mengele di condurre i propri studi sui bambini, e soprattutto sui gemelli. Fu lo stesso Mengele ad ordinare che ai bambini zingari gemelli fosse tatuata la sigla ZW (Zwilling). La particolare attenzione medica riservata agli zingari era dovuta alla loro presunta appartenenza alla razza pura degenerata, per questo furono sottoposti a specifici esperimenti genetici.

Le cifre approssimative raccolte dai ricercatori negli anni parlano di circa 500.000 morti tra Rom e Sinti a causa dello sterminio nazista.

30.000 trovarono la morte nei campi di concentramento in Polonia a Sobibor, Bełżec e Treblinka.

Più di 7.000 zingari trovarono la morte ad Auschwitz durante le epidemie di tifo e tubercolosi che colpirono lo Zigeunerlager nel 1943 a causa delle cure inesistenti e delle pessime condizioni igieniche. L’unica cura per chi si ammalava era la camera a gas. In base alla documentazione che abbiamo, possiamo dire che, degli oltre 22.000 zingari deportati a Birkenau, 20.000 trovarono la morte nel lager.

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15/05/2018

Una pagina di rivolta contro lo sterminio. La ribellione dei Rom nel lager di Auschwitz-Birkenau


Il 16 Maggio 1944, nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, le SS in armi si presentarono agli ingressi dello Zigeunerlager (il campo di sterminio degli “zingari”) per liquidare gli ultimi 5000 Rom e Sinti, donne, uomini e bambini che vi erano rinchiusi.

Normale amministrazione, tutti in fila per entrare nelle camere a gas e poi nei forni crematori, ma questa volta succede qualcosa di anormale: gli “zingari, questi vagabondi, queste persone indegne di vivere”, invece di subire si ribellano. Donne e uomini con ogni mezzo oppongono resistenza e, fatto inaudito, le SS si ritirano, il massacro è sospeso. La rivolta degli “zingari” nel 1944 ad Auschwitz, insieme a quella degli ebrei del 1943 nel lager di Sobibor, furono gli unici episodi di Resistenza attiva, mai verificatisi nei lager nazisti.

Settantaquattro anni dopo, in un convegno a Roma, per la prima volta in Italia, istituzioni e comunità Rom e Sinta ricordano insieme e commemorano quella giornata, fanno memoria di un atto di orgoglio e di dignità per ricordare e onorare lo sterminio dimenticato di oltre mezzo milione di Rom e Sinti, quegli ultimi 5000 “zingari” dello Zigeunerlager, i circa 2000 più forti che vennero trasferiti in altri Lager e poi i 2.897 rimasti, bambini, donne e vecchi, che vennero sterminati tutti insieme nella notte del 2 Agosto di quello stesso anno.

L’iniziativa servirà a riflettere insieme sugli effetti che quel pregiudizio che portò allo sterminio ancora oggi produce, radicato nella coscienza collettiva che emargina Rom e Sinti considerati estranei e ostili perché diversi. Un pregiudizio che condanna all’emarginazione sociale e civile un popolo che chiede solo riconoscimento e rispetto, condizioni fondamentali per una normale convivenza.

L’iniziativa di Roma si colloca nell’ambito dei due giorni organizzati dall’Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale (UNAR) in collaborazione con il Forum RSC per ricordare la rivolta dei Rom e dei Sinti dello Zigeunerlager di Auschwitz: con un convegno il giorno 15 dalle 14.00 alle 17.00 presso la sede dell’UNAR e il giorno 16 con una visita all’ex campo di internamento di Agnone, in Molise.

Nel corso dell’incontro sarà consegnato un documento e presentata una testimonianza: due momenti per unire un passato che non si vuole che si ripeta e un presente che ci riporta a quel passato.

All’incontro parteciperà anche Tobbias, il giovane Rom suonatore di fisarmonica che il 10 Maggio scorso, sul tram numero 8, e dopo aver intonato “o bella ciao”, è stato aggredito da tre persone, spinto fuori dal tram e picchiato selvaggiamente davanti alla sua famiglia. “Zingaro di merda” gli dicevano distruggendogli la fisarmonica, mentre le persone intorno osservavano indifferenti. Nonostante la fisarmonica distrutta e due mesi di prognosi, Tobbias sarà con noi per intonare la sua canzone preferita, prima della partenza della delegazione del Forum RSC per Agnone, dove insieme al direttore dell’UNAR, Luigi Manconi, alcuni figli e parenti di internati incontreranno le istituzioni locali e i ragazzi delle scuole per ricordare i tempi neri dei campi di internamento per soli “zingari” istituiti in Italia dal regime fascista a partire dall’11 Settembre del 1940.

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28/02/2018

Gli scioperi operai del 1 marzo 1944

Continuare a ricordare ogni anno alla ricorrenza le giornate degli scioperi del 1 Marzo 1944 contro l’invasore nazifascista e che segnarono un punto di svolta nella Resistenza dimostrandone il radicamento nei settori decisivi della classe operaia delle grandi fabbriche, non serve soltanto per una indispensabile operazione della memoria.

Significa anche a riaffermare, in tempi davvero difficili per la democrazia italiana sottoposta ad attacchi molto duri, quell’origine e quelle radici: Resistenza e classe operaia restano come stelle polari, punti di riferimento, per chiunque oggi intenda ancora affermare i valori della democrazia, della libertà, del riscatto sociale, dell’eguaglianza.

Da ricordare ancora, in questo giorno così importante per la nostra memoria storica, l’efferatezza che reca sempre con sé la guerra: un monito che vale anche per l’oggi, per i pericoli d guerra totale che stiamo attraversando e, per quanto riguarda l’Italia, per combattere la tragica “voglia” dei nostri governanti di tornare a vivere nuovamente avventure colonialiste come accade nell’attualità per le vicende africane, dalla Libia al Niger.

Gli scioperi del 1 Marzo 1944 furono un atto, prima di tutto, di “fierezza operaia” anche se furono soprattutto opera di una meticolosa organizzazione politica,e i martiri che sacrificarono la loro vita nella deportazione che ne seguì vanno tenuti ancora come esempio di sacrificio e di dedizione alla causa comune della pace e della dignità umana che bisogna sempre mantenere nella nostra mente.

Ricordiamo che entrarono in sciopero, nelle diverse fasi della lotta, circa mezzo milione di operai nelle grandi fabbriche del Nord e che, tra marzo e giugno, furono deportati a Mauthausen circa 3.000 lavoratori scelti tra i gli organizzatori degli scioperi e tra i più attivi quadri politici presenti nelle fabbriche.

Proviamo allora a entrare nel merito di quella giornata producendo un minimo di ricostruzione storica.

L’Unità del 15 Marzo 1944, sotto l’occhiello : “La classe operaia all’avanguardia della lotta di liberazione nazionale” titolava : “Lo sciopero generale dell’Italia Settentrionale e Centrale è una grande battaglia vinta contro gli oppressori della Patria”.

Era quello, in estrema sintesi, il giudizio che l’organo ufficiale del Partito Comunista Italiano forniva allo sciopero delle grandi fabbriche, svoltosi il 1 Marzo di quell’anno: un vero e proprio punto di svolta nella Resistenza al Centro-Nord, di cui ricorre in questi giorni il settantunesimo anniversario, e che è necessario ricordare non soltanto per dovere di cronaca o per ricordare quanti, in quell’occasione, furono prelevati dalle fabbriche e portati nei campi di sterminio, Mauthausen in particolare.

L’intervento della Resistenza a sostegno dell’offensiva alleata del primo trimestre 1944 non si manifestò, infatti, con l’intensificata guerra partigiana sulle montagne e nelle città.

L’importanza e l’efficacia di quel contributo deve essere collegato, quando si sviluppa un tentativo di analisi storico – politica, alla vasta azione di massa condotta dalle classi lavoratrici.

Solo in quel modo, nella saldatura tra la lotta di montagna, quella di città e la presenza nelle grandi fabbriche, il movimento di Resistenza avrebbe assunto un ruolo decisivo in quella fase cruciale della guerra, alla vigilia dello sbarco in Normandia e mentre sul fronte est le truppe sovietiche stavano calando a marce forzate verso Occidente.

Ben consapevole di questa necessità d’intreccio tra i diversi livelli della lotta, fin dal Gennaio 1944, la direzione per l’Alta Italia del PCI (Longo, Secchia, Li Causi, Massola, Roasio) tenne una riunione, alla quale intervennero anche i rappresentanti dei comitati d’agitazione che avevano diretto gli scioperi nel novembre – dicembre 1943 (Colombi per il Piemonte, Grassi per la Lombardia, Scappini per la Liguria) e decise di avviare immediatamente la preparazione di uno sciopero di vaste proporzioni, costituendo a questo fine un comitato di agitazione per il Piemonte, la Lombardia e la Liguria.

L’iniziativa venne poi discussa ampiamente con gli altri partiti del CLNAI, e in particolare con il partito socialista e il partito d’azione che s’impegnarono anch’essi nel lavoro preparatorio.

Seguirono settimane d’intensa attività politica e organizzativa per mobilitare al massimo le forze operaie e per coordinare l’intervento dei GAP, non solo nelle regioni del triangolo industriale, ma anche nel Veneto, in Toscana e in Emilia; questa estensione del movimento impose alcuni rinvii della data d’inizio, che infine venne fissata per il 1 Marzo 1944.

In campo fascista (ovviamente la preparazione di una iniziativa di così grande portata non poté essere condotta in totale clandestinità) era considerata con rabbiosa inquietudine anche perché avrebbe significato di fatto il fallimento di una grossolana manovra propagandistica: la cosiddetta socializzazione della gestione delle imprese, che proprio in quei giorni (il decreto legislativo nel meritò portò la data del 12 Febbraio) il governo di Salò aveva lanciato proprio nell’intento di placare l’ostilità delle masse operaie.

Quelle masse operaie che accolsero con assoluta indifferenza il progetto di socializzazione, attorno al quale tuttavia i fascisti continuarono a orchestrare una rumorosa campagna propagandistica, sperando di riuscire così a richiamare prima o poi su di esso l’interesse dei lavoratori.

Una speranza che crollò miseramente di fronte alla prospettiva dello sciopero.

Considerata l’impossibilità di bloccare il movimento, le autorità fasciste tentarono di ridurne gli effetti diramando attraverso la stampa l’annuncio che alcune fabbriche piemontesi sarebbe rimaste chiuse per 7 giorni, a cominciare dal 1 Marzo, per mancanza di energia elettrica.

L’espediente, subito denunciato da un manifesto del comitato interregionale, non impedì che proprio a Torino e in Piemonte si registrasse una elevata partecipazione allo sciopero: 60 mila lavoratori in città e 150.000 in Regione si astennero dal lavoro.

Sin dal primo giorno lo scioperò si rivelò imponente e vide complessivamente la partecipazione di circa mezzo milione di lavoratori.

A Milano scioperarono anche le maestranze della tipografia del Corriere della Sera e per tre giorni l’organo della grande borghesia lombarda non poté uscire.

La repressione tedesca fu dovunque feroce.

L’ambasciatore Rahn ricevette personalmente da Hitler l’ordine di far deportare il 20 per cento degli scioperanti.

E anche se il mostruoso provvedimento non fu eseguito nella misura indicata per “difficoltà tecniche inerenti ai trasporti” e per il danno che ne sarebbe derivato alla produzione bellica (come spiegò lo stesso Rahn) si calcola che circa 1.200 operai furono deportati nei campi di lavoro in quello di sterminio di Mauthausen.

I fascisti s’assunsero il ruolo servile di esprimere la volontà dei tedeschi, rivolgendo minacciose intimazioni agli operai che continuavano ad astenersi dal lavoro.

A Genova, il capo della provincia Basile (lo stesso personaggio che, 16 anni dopo, sarebbe stato al centro dei moti genovesi contro il governo Tambroni, per via della decisione del MSI di fargli presiedere il previsto congresso nazionale di quel Partito proprio a Genova: congresso che proprio quelle mobilitazioni di piazza impedirono che si svolgesse aprendo la strada anche alla caduta del governo che gli stessi missini stavano sostenendo) lanciò un “ultimo avviso”, minacciando – appunto – la deportazione nei campi di sterminio (si trattava, secondo lui, di mandare gli operai a “meditare sul danno arrecato alla causa della vittoria”).

Il successivo 16 Giugno 1944 in adesione a quell’ordine 1.488 operai genovesi furono deportati dopo essere stati rastrellati all’ingresso nelle fabbriche all’Ansaldo, all’Ilva, alla SIAC.

La sera stessa del 1 Marzo, a Savona, 150 operai dell’Ilva e della Scarpa e Magnano furono arrestati per essere poi avviati alla deportazione (un carico di savonesi arrivò a Mauthausen il 26 Marzo dopo essere passato per la Casa dello Studente e San Vittore): altri luoghi d’origine della deportazione furono Varese (50 deportati), Prato (dove lo sciopero fu totale e generale), Bologna.

Da Torino furono deportati 400 lavoratori (178 appartenenti alla FIAT), da Milano 500, in particolare dall’area di Sesto San Giovanni (Breda, Falck, Marelli, Ansaldo).

Dati sicuramente incompleti.

In realtà lo sciopero fu una dimostrazione imponente di forza e di volontà combattiva, fu un movimento di massa che non trova riscontro nella storia della resistenza europea.

Ai fini bellici la sua importanza non fu minore, se si pensa che per otto giorni la produzione di guerra venne completamente paralizzata in tutta l’Italia invasa.

Il che equivalse per i tedeschi a una grossa sconfitta riportata sul campo di battaglia.

Complessivamente è possibile riassumere il senso di quelle giornate (gli scioperi si conclusero come previsto dal comitato di agitazione interregionale l’8 Marzo) rileggendo quanto scritto, all’epoca dalla “Nostra Lotta”: “Lo sciopero generale politico rivendicativo del 1-8 Marzo assume un’importanza e un significato nazionali e internazionali di gran lunga superiori agli obiettivi immediati che esso si poneva; indica la strada da seguire nel prossimo avvenire in cui si annunciano grandi e decisive battaglie, in Italia e nel mondo, per l’annientamento del nazifascismo e la liberazione dei popoli. Gli operai italiani che l’hanno sostenuto, i lavoratori e i patrioti che l’hanno appoggiato, le organizzazioni che l’hanno preparato e diretto possono essere fieri e orgogliosi della grande battaglia combattuta: essa s’iscrive fra le migliori pagine della lotta dei popoli per la propria libertà e costituisce una tappa decisiva per il risorgimento della nostra patria. I sacrifici di oggi sono il prezzo e il pegno del sicuro trionfo di domani”.

Gli scioperi del 1-8 Marzo 1944 assunsero anche un significato generale di indirizzo politico della lotta di Resistenza: il proletariato aveva assunto, in quell’occasione, un senso di “responsabilità nazionale” che stava dentro alle indicazioni dei partiti che componevano il CLNAI, facendo così convivere le istanze della liberazione della classe con quelle della vittoria sul nazifascismo e dell’avvento della democrazia.

Quello fu il compito di sintesi dei grandi partiti della sinistra, il partito comunista e il partito socialista: far convivere, all’interno di un progetto che era appunto quello di un vero e proprio radicale rinnovamento della democrazia in Italia, le motivazioni di classe con quelle antifasciste in senso strettamente politico.

Un lavoro di indirizzo e di sintesi non facile, realizzato anche in forme contraddittorie, ma che alla fine ottenne un risultato fondamentale: ancor oggi possiamo, infatti, affermare che alla base di quella che è stata la democrazia repubblicana sviluppatasi nel dopoguerra in Italia e della quale sono stati pilastri fondamentali la centralità del Parlamento, i partiti di massa, il sistema elettorale proporzionale stanno le grandi lotte operaie durante e successivamente al conflitto e il ruolo sostenuto nella Resistenza dalla classe lavoratrice e dai partiti che la rappresentavano.

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05/02/2018

È di Stato il revisionismo storico polacco

Il senato della Polonia ha approvato con larga maggioranza la legge 104 che, qualora firmata dal presidente della repubblica, Andrzej Duda, punirebbe penalmente, fino a tre anni di carcere chiunque sostenga complicità polacche nello sterminio nazista o neghi i crimini dei nazionalisti ucraini di Bandera contro i polacchi.

Il senato della repubblica polacca è dominato dal partito ultraconservatore Diritto e Giustizia (Pis) del leader Jaroslaw Kaczynski. La legge è evidentemente improntata ad una sorta di delirio revisionista storico.

Che da sempre, ma in particolare dall’89, dal crollo del «socialismo reale» in avanti si è sviluppato con crescente virulenza nei paesi dell’ex blocco sovietico orientale, ma non solo.

Ora, al di là della fattispecie della legge approvata in Polonia sarebbe interessante capire cosa il fenomeno culturale e politico rappresenti, quali ne siano le caratteristiche e cosa esso significhi nel contesto di un’Europa unita.

Questo revisionismo appartiene chiaramente alla sottocultura delle destre estreme, ultra nazionaliste e fascistoidi e, non di rado conseguentemente antisemite ma non necessariamente anti-israeliane.

Si origina nel concetto fondamentale di ontologica innocenza della propria gente. I colpevoli sono sempre gli altri (in questo caso gli ucraini, che vengono accusati di essere stati collaborazionisti dei nazisti. E i polacchi invece no?).

Ne consegue l’assunto che i nostri morti sono santi, quelli degli altri no. In Italia, per esempio, questo sentiment ha preso la nota e frusta forma del «italiani brava gente».

Il revisionismo revanscista si caratterizza per un furioso anticomunismo viscerale per il quale chiunque sia di sinistra o supposto tale è come se fosse Lenin in persona.

Il fascismo, in forma di nostalgia per i bei tempi andati o per vocazione mai estinta è sempre presente almeno sottotraccia. Ma appaiono sotto forme e maschere «nuove», come ha denunciato l’Appello presentato ieri al Museo della Liberazione di Roma.

I «mai morti» della passione nera riemergono in questa temperie sia per la crisi sociale profonda che rischia di non trovare risposte a sinistra, sia perché il processo di defascistizzazione dell’Europa non è mai stato realmente e autenticamente voluto. In primis anche per volontà dei governi degli Stati Uniti di cui l’Europa occidentale è sempre stata fedele e servile alleata.

E dopo il crollo del muro di Berlino anche quella orientale si è più che allineata e ben prima di entrare nell’Ue, è passata con entusiasmo da neofita sotto l’ombrello della Nato che irresponsabilmente si allarga sempre più ad Est.

Questa alleanza militare – si illudeva qualcuno – avrebbe via via perso funzione con la fine della Guerra fredda, invece si è rinforzata e attizza nuovi conflitti (Georgia, Ucraina ecc...) perché la guerra fredda è stata sempre più un pretesto per affermare l’egemonia assoluta di un unica superpotenza occidental-atlantica.

I paesi dell’Est-Europa del blocco di Vysegrad, i più entusiasti e partecipi di questo assetto geopolitico, rappresentano ormai una nuova frattura, tra le tante, dell’Unione europea, erigendo muri e srotolando nuove matasse di fili spinati contro la disperazione dei migranti, ma anche contro lo stato di diritto, sul controllo delle libertà interne, della stampa e perfino della magistratura.

E l’Unione europea che fa?

Nano politico, privo di un orizzonte unico nel campo della politica estera, incapace di difendere i propri principi è stato a guardare mentre morso a morso, proprio gli ultimi arrivati nell’Unione, sbranavano l’idea democratica e inclusiva fondativa, e insieme il senso stesso di Europa Unita: la ripulsa di ogni nazionalismo, che per sua natura cerca nemici da dare in pasto ai propri sostenitori e così si alimenta dell’odio per l’altro e per le minoranze interne sempre sospettate di essere quinta colonna dello straniero.

Ovviamente per dare autorevolezza alla propria chiamata alle armi la destra nazional-revisionista deve attaccare anche i propri omologhi ultranazionalisti di altri paesi e questo spiega l’altro articolo di legge, punitivo dei nostalgici di Bandera, il filo-nazista ucraino durante la Seconda guerra mondiale.

In tutto ciò la posizione più ambigua e debole mi pare purtroppo quella che viene da Israele.

Basta ascoltare il premier israeliano Netanyahu, il quale essendo ultranazionalista, revisionista – è arrivato ad incolpare i palestinesi per la Shoah – reazionario, razzista e segregazionista (vedi il suo governo in carica), accusa ora di negazionismo la Polonia, che in realtà è stata finora ed è la sua migliore alleata, come il suo interlocutore Kaczynski e come del resto il fraterno sodale ungherese Viktor Orbán.

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02/02/2018

“Non c’entriamo con la Shoa”! La legge approvata in Polonia indigna Israele, e inguaia gli Usa.

La Polonia ha deciso di dotare il proprio ordinamento giuridico di una legge che punisca penalmente chiunque associ la Polonia stessa ai lager ed allo sterminio degli ebrei nel corso della seconda guerra mondiale.

Non si può parlare di lager polacchi, né di nazisti polacchi: pena massima fino a tre anni per chiunque, anche straniero, faccia riferimento ad una responsabilità della Polonia per quel che riguarda il genocidio perpetrato dai nazisti dal 1939 al 1945.

Storicamente è un discorso che regge e non regge: è certamente vero che la Polonia ed il popolo polacco pagarono un prezzo altissimo alla barbarie nazifascista, ma forme di collaborazionismo e prossimità al Terzo Reich ci furono, come ad esempio Jackob Palij, 95enne ex responsabile del campo di concentramento di Treblinka attualmente in libertà. D’altronde molti lager erano situati in territorio polacco, e risulta difficile immaginare che almeno qualche cittadino polacco non abbia collaborato con i nazisti.

Il che, ovviamente, non comporta un giudizio di connivenza per tutto il popolo polacco. La scelta di approvare questa legge risulta però un po’ forzata, proprio dal punto di vista storico.

Va a rispondere ad una richiesta che sembra arrivare dalla parte più nazionalista e sciovinista del paese, che sta scivolando sempre più verso destra.

La scelta di proporre ed approvare un provvedimento del genere ha però creato un problema forse inatteso a livello di politica estera. Una questione paradossale, da un certo punto di vista: Israele si è arrabbiato.

Perché paradossale? Perché fino a qualche giorno fa i rapporti tra lo Stato Ebraico e la Polonia erano ottimi: il premier israeliano Netaniahu si era addirittura complimentato, nemmeno un mese fa, con il suo pari ruolo di Varsavia per la scelta polacca di astenersi nel corso della votazione contro la decisione degli Stati Uniti di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

Una astensione che era stata letta come scelta di solidarietà nei confronti di Israele, e che aveva visto la Polonia affiancata all’Ungheria, altro paese europeo che è scivolato molto a destra. Interessante il fatto che entrambi i paesi abbiano una tradizione ed una attualità rispetto alla presenza di settori antisemiti all’interno delle proprie società.

Alla notizia della presentazione del progetto di legge, il governo israeliano era già intervenuto, chiedendo fermamente di non portare avanti l’iter di approvazione.

Ora, in seguito al “si” del parlamento polacco, la reazione è stata di forte indignazione. “Non abbiamo tolleranza per la distorsione della verità e la riscrittura della storia, né per la negazione dell’Olocausto“, ha dichiarato il Primo Ministro israeliano. “L’antisemitismo polacco ha alimentato l’Olocausto e questa è una negazione de-facto dell’Olocausto” ha aggiunto un altro rappresentante del governo di Tel Aviv.

La comunità ebraica polacca è naturalmente sul piede di guerra, sostenuta dalla parte progressista della società e da diversi leader europei.

Il governo tiene duro, con il premier Morawiecki che difende il provvedimento.

Interessante conoscere quale sarà la posizione dell’amministrazione Usa: mai così vicina ad Israele, ma molto legata anche alla Polonia, membro convinto della NATO e strategicamente fondamentale in funzione anti-russa. Questa storia potrebbe diventare un problema da gestire anche per Donald Trump.

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31/01/2018

Ancora colpi bassi dei nazionalisti polacchi contro i golpisti di Kiev

Sono accomunate dalla nevrastenica avversione a tutto quanto venga da est della Vistola o del Dnepr. Per il resto, Varsavia e Kiev non fanno altro che mostrare i denti l’una contro l’altra, molto spesso a suon di sprangate (non sono mancati nemmeno i colpi di bazooka); ancora più di frequente tirando in ballo gli antecedenti storici del nazionalismo di entrambi i fronti.

Da un lato, infatti, sono risuonate anche nei giorni scorsi le grida di sgomento del nuovo premier polacco Mateusz Morawiecki, secondo cui Mosca, che si starebbe “preparando ad attaccare l’Ucraina”, costituisce oggi il principale pericolo per la Polonia e anche il gasdotto “North stream-2”, checché “ne dica la Germania, non è un progetto economico”, ma uno strumento di “attacco politico”, come sottolineato anche dal Segretario di stato USA, Rex Tillerson.

Dall’altro lato, però, l’ultimo ceffone, in ordine di tempo, appioppato da Varsavia ai vicini sudorientali è di ieri e porta la firma del direttore dell’Istituto per la memoria nazionale polacca Jaroslav Sharek. L’Istituto, sulla base di fonti tedesche, polacche, austriache e statunitensi, ha messo in rete un primo elenco di 9.686 nomi di addetti ai campi di sterminio nazisti in Polonia. Secondo Sharek, l’Istituto dispone attualmente di un elenco di oltre 25.000 nomi, da cui risulta come la maggior parte dei criminali aguzzini di quei lager fossero tedeschi, ma un’altra parte non meno rilevante fosse composta da ucraini, lettoni e lituani.

Il portale GermanDeathCamps.info prende in esame l’intero sistema di lager nazisti in territorio polacco, partendo dal più tristemente famoso, Auschwitz-Birkenau e testimonia del ruolo anche qui svolto dalla polizei ucraina e baltica.

E se lo dicono i nazionalisti dell’Istituto polacco, che, al pari dei loro colleghi ucraini, hanno fatto della “decomunistizzazione” la propria bandiera – poco dopo l’insediamento, nell’estate del 2016, Jaroslav Sharek aveva già stilato l’elenco di oltre 1.500 vie e piazze polacche che dovevano essere rinominate, insieme all’elenco dei monumenti, a ricordo dei soldati sovietici, da abbattere; aveva poi esortato alla creazione di una “nuova élite, non legata all’eredità postsovietica – ecco che vanno a farsi benedire le assicurazioni del direttore del corrispondente Istituto ucraino, Vladimir Vjatrovich, secondo cui le SS della divisione “Galizia” e le bande di OUN-UPA non avevano fatto altro che liberare l’Ucraina dai nazisti e difendere gli ebrei dagli hitleriani.

La verità è che, per la maggior parte, i nazisti lasciavano proprio ai loro Komplizen orientali il compito di spingere le vittime verso le camere a gas e incenerire i cadaveri.

A dire il vero, lo stesso Sharek, al momento della sua investitura da parte del Sejm, si era dovuto difendere dall’accusa di negare la partecipazione polacca al pogrom nazista contro gli ebrei di Jedwabne, nella regione di Belostok, allora in Bielorussia. Nonostante ciò, è stato lui che, ancora nel novembre scorso, ha dichiarato ufficialmente che Varsavia non può certo indicare a Kiev quali personaggi innalzare a propri eroi, ma nemmeno può tacere sui crimini dell’UPA contro i polacchi di Volinija e Polesia.

E’ chiaro d’altronde, aveva affermato Sharek, che Polonia e Ucraina possono essere unite dai nomi di altri “eroi”, quali Simon Petljura e Marko Bezruczko (che dal 1918 al 1944 combatté nelle file dei nazionalisti ucraini), “eroi” polacchi contro “l’invasione bolscevica” di Ucraina e Polonia. Possono identificarsi su temi quali il cosiddetto “Golodomor” in Ucraina e l’attività clandestina della chiesa cattolica, fino alle “imprese” degli attivisti anticomunisti degli anni ’70.

Tutti temi, ha detto Sharek, su cui Polonia e Ucraina possono unirsi. Ha forse dimenticato di aggiungere il comune sentimento filohitleriano che, ad esempio, il 26 gennaio del 1938, aveva portato alla stipula del patto Lipski-Neurath, secondo cui Germania e Polonia, già alleate dal 1934, si spartivano la Cecoslovacchia.

A proposito di spartizioni, si attende ora il pronunciamento di Sharek a proposito degli appetiti territoriali di Varsavia, Budapest e Bucarest su quanto resterà dell’Ucraina golpista.

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07/09/2017

Le truffe del linguaggio occultano le stragi dei migranti


“Io non sono mai stato crudele” (Hermann Wilhelm Göring, A G.M.Gilbert, psicologo del carcere di Norimberga, 1946)

“Nel quadro della soluzione finale, un apposito organismo dirigente provvederà ad avviare gli ebrei al lavoro, con le opportune modalità, nei territori orientali. Suddivisi in grandi colonne e separati per sesso, gli ebrei abili al lavoro verranno condotti in queste zone e impiegati nelle opere stradali, tenendo conto ovviamente dei vuoti che via via si creeranno per decimazione naturale in gran parte del contingente. Gli elementi che alla fine resteranno ancora integri, trattandosi sicuramente di quelli più resistenti, dovranno essere trattati come meritano, perché sono il frutto di una selezione naturale, e nel caso fossero liberati diventerebbero la cellula embrionale di una nuova generazione ebraica.”

E’ questo un passaggio cruciale di uno dei più noti verbali della storia, il protocollo di Wannsee.

In un’elegante villa di primo Novecento, a Wannsee, sobborgo di Berlino, il 20 gennaio 1942 si tenne una “colazione di lavoro”. Il padrone di casa era il capo dell’Ufficio centrale per la sicurezza nazionale e della Gestapo, Reinhard Heydrich.

La fabbrica della morte, in verità, funzionava da tempo a pieno ritmo, sia pure in modo “caotico”, ma in quella riunione, durata meno di due ore, l’intensificazione dello sterminio fu precisata attraverso uno “sforzo” burocratico che serviva a ottimizzare i passaggi, a coordinare le operazioni, a nascondere innanzitutto a se stessi, attraverso un linguaggio tecnocratico, privo di condizionamenti psicologici, freddo e impersonale, l’abisso finale.

Il termine “sterminio” si tramuta così in “soluzione”, espressione che, nel suo significato originario, richiama accezioni positive, ma che in questo caso subisce uno slittamento semantico. I comandi della macchina della morte, come “reinsediamento” erano parole asettiche, espressioni burocratiche, dunque neutre, che trasformavano esseri umani in dispacci, azioni, esecuzioni di ordini.

“Ogni società ha il suo proprio ordine di verità, la sua politica generale della verità: essa accetta cioè determinati discorsi, che fa funzionare come veri” (Foucault), ma non possiamo non cogliere, tornando ai nostri giorni e al punto dolente, nelle scelte politiche fatte sulla pelle dei migranti, inquietanti affinità tra dispositivi di potere e le loro emanazioni.

Nelle “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”, collegate al decreto Minniti, il linguaggio iper-burocratico diventa indispensabile strumento narrativo e garanzia di sopravvivenza del regime stesso. Il vocabolario securitario utilizzato enfatizza gli obiettivi, riconduce ogni azione a un generico “nemico” interno che, tramite una narrazione epurata e burocratizzata, viene continuamente rievocato e reificato.

L’uso delle parole e delle narrazioni non riguarda astratte dispute linguistiche, ma rispecchia gli effettivi rapporti di forza tra le classi.

Espressioni come “decoro” e “sicurezza” pianificano di fatto la guerra di classe dall’alto, definiscono e organizzano con razionalità scientifica repressione e odio verso i migranti e i marginali, ne stabiliscono la sorte finale, per quanto ben nascosta da formule impersonali.

Pertanto, se vale l’affermazione “la sicurezza è di sinistra” (Minniti) e quella sicurezza di fatto conduce alle atrocità consumate nei lager libici, allora non meravigliamoci se prima o poi sarà riabilitata anche la dichiarazione “Io non sono mai stato crudele”.

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16/05/2017

16 maggio 1944: la rivolta dei gitani ad Auschwitz


16 maggio 1944, le SS decidono di smantellare il Familienzigeunerlager, il “campo per famiglie zingare” ad Auschwitz. “Smantellare il campo” è una triste formula che porta con sé allegato il significato di “eliminare tutti gli internati”. E’ consuetudine, ad Auschwitz, che ad una decisione presa dai nazisti segua docile la sua messa in atto, senza ostacoli o impedimenti. Non ci si aspetta che qualcuno tra i reclusi nel lager possa alzarsi in piedi a dire di no: non è mai successo, e diversi anni di esperienza nei campi hanno insegnato questa usanza a prigionieri e secondini.

Ma quel 16 maggio, all’ordine di uscire dalle baracche e dirigersi verso le camere a gas, segue sorda la risposta di chi non ha mai voluto imparare costumi e usanze del posto. In 4.000 escono dai capannoni. Hanno dipinti sul volto i segni della fame e dei soprusi, ma negli occhi brilla ancora una scintilla di dignità che impedisce loro di andare a morire in silenzio. Uomini donne e bambini. Chi armato di spranga, chi di bastone. Alcuni raccolgono da terra pietre e calcinacci, altri si gettano sugli aguzzini a mani nude. Le SS sono costrette a desistere di fronte alla rivolta, sconcertate da una reazione che non pensavano potesse verificarsi e che non si verificherà più.

Lo Zigeunerlager viene liquidato il 2 agosto dello stesso anno, e tutti i detenuti all’interno uccisi. I nazisti hanno smesso di passare i rifornimenti al campo, e i Gitani presi per fame vengono ridotti all’obbedienza e alla fossa.

Si parla poco della morte di oltre 500.000 tra Rom, Sinti e Manush sotto il regime nazista e fascista, e della predilezione che il dottor Mengele aveva nei suoi esperimenti per i bambini zigani. Durante il Processo di Norimberga i superstiti non vengono neanche ammessi come parte civile, e pochi stati attualmente annoverano il Porrajmos (termine che il lingua romani significa “divoramento”) subito dai gitani come parte dei crimini nazisti.

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