Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/06/2024

Andare oltre “l’indicibile”

di Sandro Moiso

Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, Meltemi Editore, Milano 2024, pp. 311, 20,00 euro

“A me sembra che l’Olocausto venga venduto, più che insegnato (Rabbi Arnold Jacob Wolf – Yale University)

Ben venga il ritorno nell’attuale panorama editoriale italiano del testo di Norman Finkelstein, già pubblicato da Rizzoli nel 2002. L’edizione attuale è arricchita da un saggio dello stesso autore dal titolo “Neo-anti-semitismo” è davvero così nuovo?, da una postfazione alla seconda edizione e da un’appendice contenente una replica al saggio di Stuart E. Eizenstat intitolato “Imperfect Justice: Looted Assets, Slave Labor and the Unfinished Business of World War II”.

Un testo necessario in un momento in cui, a partire dall’operazione condotta dall’Idf nella striscia di Gaza e dal revanscismo dell’ultradestra sionista, qualsiasi critica allo stato di Israele e al colonialismo espansivo sionista è assimilata all’antisemitismo dai gazzettieri di regime e da tutti coloro che ritengono inammissibile l’esistenza di uno stato palestinese indipendente e della stessa resistenza anticoloniale del popolo gazawi.

Il testo non è direttamente collegato agli avvenimenti attuali, ma è ancora utilissimo per destrutturare il discorso sull’Olocausto sviluppatosi non dalle reali sofferenze degli ebrei d’Europa nel corso del secondo conflitto mondiale, ma dalla necessità di rafforzare l’immagine del baluardo costituito da Israele nel medio e vicino oriente a favore degli interessi imperialistici statunitensi e occidentali. Come sostiene l’autore, infatti:

“L’informazione sull’Olocausto”, osserva Boas Evron, rispettato scrittore israeliano, è in realtà “un’operazione d’indottrinamento e di propaganda, un ribollio di slogan e una falsa visione del mondo il cui vero intendimento non è affatto la comprensione del passato, ma la manipolazione del presente”1. […] Due assiomi centrali stanno a sostegno dell’impalcatura ideologica dell’Olocausto: il primo è che esso costituisce un evento storico unico e senza paragoni; il secondo è che segna l’apice dell’eterno odio irrazionale dei gentili nei confronti degli ebrei. Nessuna delle due affermazioni appare in interventi pubblici prima della guerra del giugno 1967, né, per quanto esse siano diventate la pietra angolare della letteratura sull’Olocausto, figurano negli studi critici sull’Olocausto nazista. D’altro canto, i due assiomi attingono a componenti importanti dell’ebraismo e del sionismo.
Subito dopo la Seconda guerra mondiale, l’Olocausto nazista non era considerato un evento unicamente ebraico, tanto meno un evento storico unico. L’ebraismo americano, in particolare, si diede cura d’inserirlo in un contesto di tipo universalista. Ma dopo la guerra dei Sei Giorni la Soluzione Finale fu radicalmente ridisegnata. “La prima e più importante convinzione che emerse dal conflitto del 1967 e che divenne l’emblema dell’ebraismo americano” fu, come ricorda Jacob Neusner, che “l’Olocausto […] era qualcosa di unico, senza paragoni nella storia umana”. In un saggio illuminante, lo storico David Stannard mette in ridicolo la “piccola industria degli agiografi dell’Olocausto che sostengono l’unicità dell’esperienza ebraica con tutta l’energia e l’ingenuità di zeloti della teologia”2. Il dogma della sua unicità, dopotutto, non ha senso3.

Anche se si potrebbe facilmente provare che «qualunque evento storico è unico, se non altro in virtù del tempo e del luogo in cui accade, e presenta tanto caratteristiche sue proprie quanto tratti comuni ad altri eventi storici. L’anomalia dell’Olocausto consiste nel fatto che la sua unicità è ritenuta assolutamente decisiva […] Come è evidente, i tratti distintivi dell’Olocausto vengono isolati allo scopo di porre l’evento in una categoria completamente separata. »4.

Cosa che si rende particolarmente evidente quando, a causa del furore della difesa dell’unicità dell’Olocausto, si dimenticano gli infiniti tratti di sofferenza e distruzione che potrebbero accomunare il popolo ebraico a quello palestinese proprio in virtù di due tragedie, di fatto, speculari e complementari: la distruzione nazista degli ebrei d’Europa e la Nabka, ovvero la cacciata degli arabi palestinesi dalle loro terre a seguito della prima guerra arabo-israeliana del 19485.

Ebreo americano e figlio di deportati nei campi di concentramento, Norman Finkelstein è uno storico, politologo e attivista statunitense. Ha compiuto i suoi studi alla Binghamton University di New York, all’École pratique des hautes études di Parigi, conseguendo infine un dottorato in Scienze politiche all’Università di Princeton. I suoi principali campi di interesse sono l’Olocausto e il conflitto arabo-israeliano, due temi strettamente intrecciati tra di loro, rispetto a cui si pone in antitesi. Sostenendo, con vigore e onestà, la necessità di liberare la memoria dell’Olocausto dalle distorsioni che la circondano perché il principale pericolo non viene solo dal negazionismo e dal revisionismo, ma anche dai sedicenti guardiani della memoria che hanno fatto dell’Olocausto un unicum che non può essere sottoposto al vaglio critico e storico.

Come è facile immaginare il suo lavoro di ricerca ha sollevato, fin dall’inizio, durissime polemiche e accuse nei suoi confronti anche se è vero che:

fino a tempi abbastanza recenti, l’Olocausto nazista era quasi assente dalla vita americana. Tra la fine della Seconda guerra mondiale e quella degli anni Sessanta, solo un esiguo numero di libri e di film toccò l’argomento e in tutti gli Stati Uniti si teneva un unico corso universitario espressamente dedicato a esso. Quando, nel 1963, Hannah Arendt pubblicò Eichmann in Jerusalem. A Report on the Banality of Evil [La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme] poté attingere solamente a due studi in lingua inglese: The Final Solution [La soluzione finale: il tentativo di sterminio degli ebrei d’Europa, 1939-1945], di Gerald Reitlinger, e The Destruction of the European Jews, di Raul Hilberg. Lo stesso capolavoro di Hilberg dovette faticare per vedere la luce. Il suo relatore alla Columbia University, l’ebreo tedesco Franz Neumann, studioso di teoria sociale, cercò di dissuadere energicamente Hilberg dallo scrivere sull’argomento (“È il tuo funerale”) e nessuna università o editore tradizionale volle toccare il manoscritto. Quando fu finalmente pubblicato, The Destruction of the European Jews6 ricevette poche recensioni, per lo più critiche.
Non soltanto gli americani in generale, ma anche gli ebrei americani, intellettuali compresi, prestarono poca attenzione all’Olocausto nazista. In un’autorevole indagine del 1957, il sociologo Nathan Glazer riportò che la Soluzione Finale nazista (così come la nascita di Israele) “aveva avuto ben poche ripercussioni sulla vita interiore della comunità ebraica americana”7.

Mentre, negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, anche in Israele, come ci ricorda uno dei più importanti scrittori israeliani, in un suo romanzo autobiografico8, i superstiti della Shoa erano guardati con vergogna e sospetto, come se potessero rappresentare una macchia per la narrazione trionfalistica dei successi del sionismo in terra palestinese. Come Finkelstein ancora confida al lettore:

Il mio interesse nei confronti dell’Olocausto nazista prese le mosse da vicende personali. Mia madre e mio padre erano dei sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di concentramento. Tranne loro, tutti gli altri membri dei due rami della mia famiglia furono sterminati dai nazisti. Il mio primo ricordo, per così dire, dell’Olocausto nazista è l’immagine di mia madre incollata davanti al televisore a seguire il processo ad Adolf Eichmann (1961) quando io rientravo a casa da scuola. Anche se erano stati liberati dai campi solamente sedici anni prima del processo, nella mia mente un abisso incolmabile separò sempre i genitori che conoscevo da quella cosa. A una parete del soggiorno erano appese fotografie di parenti di mia madre (nessuna foto della famiglia di mio padre sopravvisse alla guerra). In pratica non riuscii mai a mettere in relazione me stesso con quei volti, men che mai a immaginare quello che era successo […] Per quanto mi sforzassi, non riuscii mai, nemmeno per un istante, a fare quel salto d’immaginazione che saldava i miei genitori, con tutta la loro normalità, a quel passato. Francamente, non ci riesco neanche ora.
Ma il punto più importante è un altro: se si esclude questa presenza spettrale, non ricordo intrusioni dell’Olocausto nazista nella mia infanzia e la ragione principale sta nel fatto che a nessuno, all’infuori della mia famiglia, sembrava interessare quello che era accaduto. I miei amici di gioventù leggevano di tutto e discutevano appassionatamente degli avvenimenti contemporanei, eppure, in tutta onestà, non ricordo un solo amico (o un suo genitore) che abbia fatto una sola domanda su quello che mia madre e mio padre avevano passato. Non era un silenzio dettato dal rispetto, era semplice indifferenza. Sotto questa luce, non si possono che accogliere con scetticismo le manifestazioni di dolore dei decenni seguenti, quando l’industria dell’Olocausto era ormai consolidata 9.

Forse proprio da questa memoria “personale”, spesso l’unica capace di districarsi tra le maglie dell’ideologia e della retorica istituzionale, deriva la determinazione dello storico ebreo-americano nel sostenere come:

Questo libro si propone di essere un’anatomia dell’industria dell’Olocausto e un atto d’accusa nei suoi confronti. Nelle pagine che seguono, dimostrerò che “l’Olocausto” è una rappresentazione ideologica dell’Olocausto nazista. Come la maggior parte delle ideologie, mantiene un legame, per quanto labile, con la realtà. L’Olocausto non è un concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe. Per meglio dire, l’Olocausto ha dimostrato di essere un’arma ideologica indispensabile, grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di “vittima”, e lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo negli Stati Uniti. Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l’immunità alle critiche, per quanto fondate esse siano. [...]
A volte penso che la “scoperta” dell’Olocausto nazista da parte dell’ebraismo americano sia stata peggiore del suo oblio. I miei genitori continuavano a ripensarci nel loro privato e la sofferenza che patirono non ricevette pubblici riconoscimenti. Ma non fu forse meglio dell’attuale, volgare sfruttamento del martirio degli ebrei10?

Sullo stesso tema non si è mosso, a livello di indagine, il solo Finkelstein.
Anche lo storico e saggista Tom Segev, figlio di profughi tedeschi che vive a Gerusalemme, si è occupato del drammatico incontro tra i superstiti dell’Olocausto e una società, quella del neonato stato di Israele, che andava costruendo se stessa intorno al culto dell’eroismo e dell’”uomo nuovo”ed è andato dimostrando come la pesante eredità della Shoa sia stata manipolata e distorta a scopo ideologico e calcolo politico11.

L’industria dell’Olocausto non indaga soltanto l’uso ideologico fatto dal sionismo colonialista e dallo Stato israeliano, ma anche l’ipocrisia di stati come la Svizzera e gli stessi Stati Uniti nei confronti dello sterminio nazista degli ebrei e dell’uso postumo della memoria di tale evento e dell’appropriazione indebita dei beni degli stessi operata non soltanto dai nazisti.

Finendo col rivelarsi come un’opera che, a distanza di quasi un quarto di secolo dalla sua prima pubblicazione, torna ad esplodere come una bomba tra le mani del lettore, suscitando ancora adesso l’ira di tutti coloro che sulla tragedia dell’Olocausto hanno costruito le basi e la giustificazione delle immani sofferenze di un altro popolo che non ha mai smesso di resistere alla dominazione colonialista, all’ingiustizia e al tentativo di sterminarlo.

Note

  1. B. Evron, Holocaust: The Uses of Disaster, in “Radical America”, luglio-agosto 1983, p. 15.  

  2. J. Neusner (a cura di), In the Aftermath of the Holocaust, vol. II, Gar­land, New York 1993.  

  3. N. G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, Meltemi Editore, Milano 2024, pp. 47-48.  

  4. N. Finkelstein, op. cit., p. 48.  

  5. A tale proposito si veda: B. Bashir, A. Goldberg (a cura di), Olocausto e Nabka. Narrazioni tra storia e trauma, Edizioni Zikkaron 2023.  

  6. Oggi disponibile in Italia come R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa, 3 voll., Einaudi Editore 2017.  

  7. N. Finkelstein, op. cit., pp. 22-23.  

  8. A. Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli editore, Milano 2003.  

  9. N. Finkelstein, op. cit., pp. 17-18.  

  10. Ivi, pp. 15-18.  

  11. T. Segev, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, Mondadori editore , Milano 2001 (edizione originale 1991)

Fonte

14/05/2024

“Dal fiume al mare, i palestinesi saranno liberi”. Norman Finkelstein alla Columbia

Il 21 aprile 2024, lo studioso dell’Olocausto e importante attivista pro-Palestina, Norman Finkelstein, ha visitato l’accampamento di solidarietà per Gaza alla Columbia University, il primo campus a vedere un’azione organizzata di quel tipo negli Stati Uniti e il primo a subire uno sgombero.

Ma la repressione che si è abbattuta su chi protestava, alla Columbia e altrove, ha ampliato anziché limitare l’iniziativa degli studenti, raccogliendo la solidarietà di lavoratori universitari e docenti, e diffondendosi “a macchia d’olio” anche nelle università europee.

La protesta negli Stati Uniti ha toccato oltre cento tra campus ed università, e ha portato all’arresto di circa 2.900 studenti (ma anche lavoratori e professori), secondo quanto riporta l’Associated Press, con le “cerimonie di laurea” ormai interessate da differenti forme di contestazione anche nel corso dell’ultimo weekend, dal Nord Carolina alla California.

Nonostante la maggior parte delle università negli Stati Uniti abbiano scelto di reprimere le mobilitazioni, in alcuni casi hanno ingaggiato un dialogo fruttuoso, accettando le istanze degli studenti in quattro stati differenti – come riporta Democracy Now! che intervista quattro studenti protagonisti di queste mobilitazioni vittoriose.

Un segnale in controtendenza – su cui torneremo nei prossimi giorni – ma che dà il segno di come si può vincere anche contro il “combinato disposto” di criminalizzazione mediatica, repressione poliziesca, il nuovo maccartismo politico dell’establishment democratico e la “macchina dell’odio” repubblicana.

Solo una sparuta “truppa” di progressisti eletti nelle file dei democratici sostiene le proteste, oltre al candidato indipendente alle presidenziali Cornell West.

La lobby sionista – AIPAC – in previsione delle elezioni Presidenziali che investiranno anche la composizione di Camera e Senato, sta facendo “il diavolo a quattro”. Ha già investito un fiume di quattrini – miliardi di dollari – per garantirsi il supporto ferreo dei destinatari delle donazioni. Possono del resto cambiare le sorti dei candidati, non tanto per influenzare il loro orientamento sul conflitto arabo-israeliano – già graniticamente filo-sionista – ma assicurarsi delle vere e proprie “pedine” nelle istituzioni rappresentative in mano a Tel Aviv.

Tornando all’intervento.

Finkelstein ha espresso il suo sostegno e la sua ammirazione per gli studenti che manifestavano, esortandoli a concentrarsi sul coinvolgimento di un gruppo di persone più ampio possibile nel movimento di solidarietà con la Palestina e insistendo sull’importanza vitale della libertà di parola contro l’imperante censura di guerra e della libertà accademica per la causa palestinese.

Riportiamo qui di seguito le sue osservazioni; la trascrizione è stata modificata per ragioni di lunghezza e chiarezza dalla rivista Jacobin Magazine, da cui abbiamo tradotto la seguente versione.

*****

Non voglio rivendicare alcun tipo di competenza, e devo sempre stare attento a non apparire accondiscendente o condiscendente, o a [pretendere di essere] onnipotente in queste materie. Direi semplicemente che, in base alla mia esperienza, le cose più importanti sono l’organizzazione, la leadership e la chiarezza degli obiettivi.

Obiettivi chiari significa fondamentalmente due cose. Uno è uno slogan che unisca e non divida. In gioventù, quando avevo la vostra età, ero un cosiddetto maoista, un seguace del presidente Mao in Cina. Uno degli slogan a cui era notoriamente associato era “Unire i molti per sconfiggere i pochi”.

Ciò significa che, in qualsiasi momento della lotta politica, bisogna capire come unire i molti e isolare i pochi con un obiettivo chiaro in mente. Ovviamente, non volete unire i molti con uno scopo o un obiettivo che non è il vostro. Dovete capire, avendo in mente il vostro obiettivo, qual è lo slogan che funzionerà meglio per unire i molti e sconfiggere i pochi?

Sono stato gratificato dal fatto che il movimento nel suo complesso, poco dopo il 7 ottobre, abbia colto spontaneamente e intuitivamente, a mio parere, lo slogan giusto: “Cessate il fuoco ora!”. Alcuni di voi potrebbero pensare, a posteriori, che cosa c’era di così brillante in quello slogan? Non era ovvio?

Ma in realtà gli slogan politici non sono mai ovvi. Ci sono tutti i tipi di strade e percorsi che le persone possono seguire e che sono distruttivi per il movimento. Non credo sia stata una decisione della leadership; è stata una sensazione spontanea e intuitiva dei manifestanti che lo slogan giusto in questo momento è “Cessate il fuoco ora”.

A mio avviso, inoltre, gli slogan devono essere il più chiari possibile, senza lasciare spazio ad ambiguità o interpretazioni errate, che possono essere sfruttate per screditare un movimento. Se prendiamo la storia delle lotte, c’è stato il famoso slogan che risale alla fine del 1800: “La giornata lavorativa di otto ore”. Era uno slogan chiaro.

Più di recente, a vostra memoria – per tutte le delusioni, a mio avviso, della candidatura presidenziale di Bernie Sanders – uno dei geni della sua candidatura, perché aveva quaranta o cinquant’anni di esperienza a sinistra, [era lo slogan] “Medicare per tutti”. Si potrebbe pensare: cosa c’è di così intelligente in questo slogan? Sapeva di poter raggiungere l’80% degli americani con questo slogan. Sapeva che “Abolire il debito studentesco” e “Tasse universitarie gratuite” avrebbero avuto una risonanza su gran parte del suo potenziale elettorato.

Non è andato oltre ciò che era possibile in quel particolare momento. Credo che abbia raggiunto quello che potremmo definire “il limite politico”. Il limite a quel punto della sua candidatura era probabilmente “posti di lavoro per tutti”, programmi di lavori pubblici, un New Deal verde, Medicare per tutti, abolire il debito studentesco e le tasse universitarie gratuite.

Erano gli slogan giusti. Può sembrare banale, ma non lo è affatto. Per trovare gli slogan giusti è necessario un duro lavoro e una grande sensibilità nei confronti del gruppo di elettori che si sta cercando di raggiungere.

“Gaza libera, libertà di parola”

Il mio punto di vista è che alcuni degli slogan dell’attuale movimento non funzionano. Il futuro appartiene a voi ragazzi e non a me, e io credo fermamente nella democrazia. Dovete decidere da soli. Ma secondo me, dovete scegliere slogan che non sono ambigui, che non lasciano spazio a interpretazioni sbagliate e che hanno la maggiore probabilità, in un determinato momento politico, di raggiungere il maggior numero di persone. Questa è la mia esperienza politica.

Credo che lo slogan “Cessate il fuoco ora” sia il più importante. In un campus universitario, questo slogan dovrebbe essere abbinato allo slogan “Libertà di parola”. Se fossi nella vostra situazione, direi “Gaza libera, libertà di parola” – questo dovrebbe essere lo slogan. Perché credo che in un campus universitario le persone abbiano un vero problema a difendere la libera espressione delle idee dalla repressione.

Negli ultimi anni, a causa dell’emergere dell’ambiente della politica dell’identità e della cancel culture nei campus universitari, l’intera questione della libertà di parola e della libertà accademica si è gravemente offuscata. Mi sono opposto a qualsiasi restrizione della libertà di parola e mi oppongo alla cultura della cancellazione identitaria per preservare la libertà di parola.

Nell’ultimo libro che ho scritto – non per orgoglio o per egoismo o per dire “te l’avevo detto”, ma solo per una questione di fatto – ho detto esplicitamente che se si usa lo standard dei sentimenti feriti come motivo per soffocare o reprimere la parola, quando i palestinesi protestano per questo, per quello o per quell’altro, gli studenti israeliani useranno la rivendicazione dei sentimenti feriti, delle emozioni dolorose, e tutto quel linguaggio e quel vocabolario, che è così facilmente rivoltato contro coloro che lo hanno usato in nome della loro causa.

Era un disastro che aspettava di accadere. Ne ho scritto perché sapevo cosa sarebbe successo, anche se ovviamente non avrei potuto prevederne la portata dopo il 7 ottobre. Ma era perfettamente ovvio quello che sarebbe successo.

A mio parere, l’arma più potente che avete è quella della verità e della giustizia. Non bisogna mai creare una situazione in cui si possa essere messi a tacere sulla base di sentimenti ed emozioni. Se si ascoltano le dichiarazioni di Minouche Shafik, preside della Columbia, si tratta di sentimenti feriti, di paura. L’intero linguaggio ha completamente corrotto il concetto di libertà di parola e di libertà accademica.

Ora avete fatto questa esperienza e speriamo che in futuro quel linguaggio e quei concetti vengano eliminati da un movimento che si descrive come appartenente a una tradizione di sinistra. È una catastrofe completa quando quel linguaggio si infiltra nel discorso di sinistra, come state vedendo ora.

Sarò sincero con voi, e non ho alcuna pretesa di infallibilità – sto semplicemente affermando sulla base della mia esperienza politica: Non sono d’accordo con lo slogan “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”. È molto facile modificarlo e dire semplicemente “Dal fiume al mare, i palestinesi saranno liberi”. Questa semplice e piccola modifica riduce drasticamente la possibilità di essere fraintesi in modo manipolatorio.

Ma quando ho sentito dire che questo slogan provoca dolore, angoscia, paura, mi sono posto una semplice domanda. Che cosa trasmette lo slogan “Sosteniamo l’IDF”? Le Forze di Difesa Israeliane, in questo momento, sono un esercito genocida. Perché in questo momento è consentito il sostegno pubblico a uno Stato e a un esercito genocidi?

Il linguaggio non sembra così provocatorio: “Sosteniamo l’IDF”. Ma il contenuto è diecimila volte più offensivo e più oltraggioso per qualsiasi mente e cuore, per così dire, civilizzato rispetto allo slogan “Dal fiume al mare”.

L’unico motivo per cui si discute di questo slogan – anche se, come ho detto, non sono d’accordo con esso, ma questo è un discorso a parte – è perché abbiamo legittimato l’idea che i sentimenti feriti siano un motivo per soffocare la parola. Per me questo è assolutamente inaccettabile; è del tutto estraneo al concetto di libertà accademica.

Alcuni di voi potrebbero dire che si tratta di una nozione borghese, che è costruita socialmente e tutte le altre stronzate. Non ci credo affatto. Si leggono le più eloquenti difese della libertà di parola, senza ostacoli e senza vincoli, da parte di persone come Rosa Luxemburg, che era, a detta di tutti, una persona straordinaria e una straordinaria rivoluzionaria. Ma essere entrambe le cose non significava che avrebbe accettato qualsiasi limitazione al principio della libertà di parola, per due motivi.

Primo: nessun movimento radicale può fare alcun tipo di progresso se non ha chiari i suoi obiettivi e se non ha chiaro cosa sta facendo di sbagliato. Si è sempre impegnati in correzioni di rotta. Tutti commettono errori. Se non si ha libertà di parola, non si può sapere cosa si sta facendo di sbagliato.

Numero due: la verità non è un nemico per i popoli oppressi, e certamente non lo è per il popolo di Gaza. Quindi dovremmo massimizzare il nostro impegno per la libertà di parola in modo da massimizzare la diffusione di ciò che è vero su ciò che sta accadendo a Gaza – e non permettere alcuna scusa per reprimere questa verità.

Cosa stiamo cercando di ottenere?

State facendo diecimila cose giuste, ed è profondamente commovente ciò che avete ottenuto e realizzato, e il fatto che molti di voi stiano mettendo in gioco il proprio futuro è davvero impressionante.

Ricordo che durante il movimento contro la guerra in Vietnam, c’erano giovani che volevano frequentare la facoltà di medicina – e se venivi arrestato, non andavi alla facoltà di medicina. Molte persone si trovavano a dover scegliere tra l’arresto e la causa. Non era una causa astratta: alla fine della guerra, si stimava che fossero stati uccisi tra i due e i tre milioni di vietnamiti. Era uno spettacolo dell’orrore che si svolgeva ogni giorno.

Le persone erano in difficoltà nel decidere se rischiare il proprio futuro. Molti di voi provengono da contesti in cui è stata una vera e propria lotta arrivare dove siete oggi, alla Columbia University. Perciò rispetto profondamente il vostro coraggio, la vostra convinzione, e ogni volta che ne ho l’occasione riconosco l’incredibile convinzione e tenacia della vostra generazione, che per molti versi è più impressionante della mia, perché nella mia generazione non si può negare che un aspetto del movimento contro la guerra era il fatto che la leva gravava su molte persone.

Si poteva ottenere il rinvio per gli studenti per i quattro anni di università, ma una volta scaduto il rinvio, c’era una buona probabilità di andare laggiù e di tornare in un body bag (letteralmente “sacco per cadaveri” N.d.T).

Quindi c’era un elemento di preoccupazione. Invece voi giovani lo fate per un piccolo popolo apolide dall’altra parte del mondo. Questo è profondamente commovente, impressionante e stimolante.

Con questa premessa, per tornare alle mie osservazioni iniziali: ho detto che ogni movimento deve chiedersi: Qual è il suo obiettivo? Cosa sta cercando di ottenere? Qualche anno fa, “Dal fiume al mare” era uno slogan del movimento. Ricordo che negli anni ’70 uno degli slogan era: “Tutti devono sapere che noi sosteniamo l’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina]” – che non era uno slogan facile da gridare sulla Fifth Avenue negli anni ’70. Ricordo vividamente di aver guardato i tetti e di aver aspettato che un cecchino mi spedisse all’eternità in tenera età.

Tuttavia, c’è una grande differenza quando predichi ai convertiti e puoi gridare qualsiasi slogan che ti piace, perché non ha ripercussioni o riverberi pubblici. Si parla essenzialmente a se stessi. Si allestisce un tavolo nel campus e si distribuisce letteratura sulla Palestina; si possono trovare cinque persone interessate. C’è una grande differenza tra quella situazione e la situazione odierna, in cui si ha un gruppo di sostenitori molto ampio che si può potenzialmente e realisticamente raggiungere.

Dovete adattarvi alla nuova realtà politica: c’è un gran numero di persone, probabilmente la maggioranza, che sono potenzialmente ricettive al vostro messaggio. Capisco che a volte uno slogan è quello che dà spirito a chi è coinvolto nel movimento. Allora bisogna trovare il giusto equilibrio tra lo spirito che si vuole ispirare nel movimento e il pubblico o la circoscrizione là fuori che non fa parte del movimento che si vuole raggiungere.

Credo che si debba esercitare – non in senso conservatore, ma radicale – in un momento come questo, la massima responsabilità di uscire dal proprio ombelico, di strisciare fuori dal proprio ego e di tenere sempre presente la domanda: Cosa stiamo cercando di ottenere in questo particolare momento?

Fonte

17/03/2024

L’industria dell’Olocausto

L’Olocausto non è un concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe.

Per meglio dire, l’Olocausto ha dimostrato di essere un’arma ideologica indispensabile grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di «vittima», e lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo negli Stati Uniti.

Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l’immunità alle critiche, per quanto fondate esse siano. Aggiungerei che coloro che godono di questa immunità non sono sfuggiti alla corruttela morale che di norma l’accompagna.

Da questo punto di vista, il ruolo di Elie Wiesel come interprete ufficiale dell’Olocausto non è un caso. Per dirla francamente, non è arrivato alla posizione che occupa grazie al suo impegno civile o al suo talento letterario: Wiesel ha questo ruolo di punta perché si limita a ripetere instancabilmente i dogmi dell’Olocausto, difendendo di conseguenza gli interessi che lo sostengono.

Lo stimolo iniziale per questo libro è stato uno studio fondamentale di Peter Novick, The Holocaust in American Life (L’Olocausto nella vita americana), che ho recensito per una rivista letteraria inglese.

Le pagine che seguono sono pervase del dialogo critico che ho avviato con Novick e ciò spiega la messe di riferimenti al suo studio. Più un insieme di intuizioni provocatorie che un saggio critico strutturato, The Holocaust in American Life si colloca nel solco della venerabile tradizione americana della denuncia di scandali.

Ma, come la maggior parte dei cacciatori di scandali, Novick si concentra solamente sugli abusi più clamorosi. Per quanto pungente e piacevole in molti punti, The Holocaust in American Life non è una critica radicale. Gli assunti di base non vengono messi in discussione.

Pur rimanendo all’interno dell’orizzonte delle opinioni tradizionali, il libro, né scontato né eretico, si colloca agli estremi margini di questo stesso orizzonte, su posizioni controverse e, come prevedibile, ha avuto una vasta eco, suscitando commenti sia positivi sia negativi sui media americani.

La categoria analitica centrale di Novick è la «memoria». Attualmente di gran moda tra gli intellettuali, il concetto di «memoria» è senza dubbio il più impoverito fra quelli prodotti negli ultimi anni dal mondo accademico. Con l’allusione d’obbligo a Maurice Halbwachs, Novick mira a dimostrare come la «memoria dell’Olocausto» sia stata forgiata da «preoccupazioni di oggi».

C’era un tempo in cui gli intellettuali dell’opposizione mettevano in campo robuste categorie politiche come «potere», «interessi» da una parte e «ideologia» dall’altra. Tutto quello che resta oggi è il fiacco, spoliticizzato linguaggio di «preoccupazioni» e «memoria». Eppure, data la documentazione che Novick adduce, la memoria dell’Olocausto è una costruzione ideologica elaborata sulla base di precisi interessi.

Secondo Novick, per quanto scelta, la memoria dell’Olocausto è «il più delle volte» arbitraria; questa scelta, cioè, non verrebbe tanto condotta in base a un «calcolo di vantaggi e svantaggi», quanto piuttosto «senza dare troppo peso... alle conseguenze». Al di là di queste sue parole, però, la documentazione che lui stesso raccoglie suggerisce la conclusione opposta.

Il mio interesse nei confronti dell’Olocausto nazista prese le mosse da vicende personali.

Mia madre e mio padre erano dei sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di concentramento. Tranne loro, tutti gli altri membri dei due rami della mia famiglia furono sterminati dai nazisti.

Il mio primo ricordo, per così dire, dell’Olocausto nazista è l’immagine di mia madre incollata davanti al televisore a seguire il processo ad Adolf Eichmann (1961) quando io rientravo a casa da scuola. Anche se erano stati liberati dai campi solamente sedici anni prima del processo, nella mia mente un abisso incolmabile separò sempre i genitori che conoscevo da quella cosa.

A una parete del soggiorno erano appese fotografie di parenti di mia madre. (Nessuna foto della famiglia di mio padre sopravvisse alla guerra). In pratica non riuscii mai a mettere in relazione me stesso con quelle facce, men che mai a immaginare quello che era successo. Erano le sorelle, il fratello e i genitori di mia madre, non le mie zie, mio zio e i miei nonni.

Ricordo di avere letto da bambino The Wall (Il muro di Varsavia, di John Hersey) e Mila 18, di Leon Uris, due romanzi ambientati nel ghetto di Varsavia. (Mi torna alla mente mia madre che si lamentava perché, immersa nella lettura di The Wall aveva sbagliato fermata andando al lavoro).

Per quanto mi sforzassi, non riuscii mai, nemmeno per un istante, a fare quel salto d’immaginazione che saldava i miei genitori, con tutta la loro normalità, a quel passato. Francamente, non ci riesco neanche ora.

Ma il punto più importante è un altro: se si esclude questa presenza spettrale, non ricordo intrusioni dell’Olocausto nazista nella mia infanzia e la ragione principale sta nel fatto che a nessuno, fuori della mia famiglia, sembrava interessare quello che era accaduto.

I miei amici di gioventù leggevano di tutto e discutevano appassionatamente degli avvenimenti contemporanei, eppure, in tutta onestà, non ricordo un solo amico (o un suo genitore) che abbia fatto una sola domanda su quello che mia madre e mio padre avevano passato.

Non era un silenzio dettato dal rispetto, era semplice indifferenza. Sotto questa luce, non si possono che accogliere con scetticismo le manifestazioni di dolore dei decenni seguenti, quando quella indifferenza era ormai consolidata.

A volte penso che la «scoperta» dell’Olocausto nazista da parte dell’ebraismo americano sia stata peggiore del suo oblio. I miei genitori continuavano a ripensarci nel loro privato e la sofferenza che patirono non ricevette pubblici riconoscimenti. Ma non fu forse meglio dell’attuale, volgare sfruttamento del martirio degli ebrei?

Prima che l’Olocausto nazista divenisse l’Olocausto, sull’argomento furono pubblicati solo pochi studi scientifici, come The Destruction of The European jews (La distruzione degli ebrei d’Europa), di Raul Hilberg, e testimonianze come Man’s search for Meaning (Alla ricerca di un significato della vita), di Viktor Frankl, e Prisoners of Fear (Prigionieri della paura), di Ella Lingens-Reiner.

Eppure questa piccola raccolta di gemme è migliore degli scaffali di cianfrusaglie che ora affollano biblioteche e librerie.

I miei genitori, pur rivivendo giorno dopo giorno il passato fino alla fine della loro vita, negli ultimi anni persero interesse per l’Olocausto come pubblico spettacolo.

Uno degli amici di più lunga data di mio padre era stato con lui ad Auschwitz ed era, o almeno sembrava, un incorruttibile idealista di sinistra che per principio rifiutò dopo la guerra il risarcimento tedesco.

In seguito divenne un dirigente del museo israeliano dell’Olocausto, lo Yad Vashem. Con riluttanza e sinceramente deluso, mio padre dovette ammettere che perfino un uomo come quello era stato corrotto dall’industria dell’Olocausto, adattando le proprie idee al potere e al profitto.

Dal momento che l’interpretazione dell’Olocausto assumeva forme sempre più assurde, a mia madre piaceva citare, non senza ironia, Henry Ford: «La storia è una sciocchezza». I racconti dei «sopravvissuti all’Olocausto» (tutti prigionieri dei campi di concentramento, tutti eroi della resistenza) a casa mia erano una fonte particolare di amaro divertimento.

D’altronde già molto tempo fa John Stuart Mill aveva compreso che «le verità se non sottoposte a continua revisione, cessano di essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità».

Mio padre e mia madre si chiesero spesso perché m’indignassi di fronte alla falsificazione e allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti. La risposta più ovvia è che è stato usato per giustificare la politica criminale dello Stato d’Israele e il sostegno americano a tale politica. Ma c’è anche un motivo personale. Ho infatti a cuore che si conservi la memoria della persecuzione della mia famiglia.

L’attuale campagna dell’industria dell’Olocausto per estorcere denaro all’Europa in nome delle «vittime bisognose dell’Olocausto» ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di Montecarlo. Ma anche tralasciando queste preoccupazioni, resto convinto che sia importante preservare l’integrità della ricostruzione storica e lottare per difenderla.

Alla fine di questo libro sostengo che nello studio dell’Olocausto nazista possiamo imparare molto non solamente riguardo ai «tedeschi» o ai «gentili», ma a noi tutti. Eppure penso che per fare questo, cioè per imparare sinceramente dall’Olocausto nazista, occorra ridurre la sua dimensione fisica ed enfatizzarne quella morale.

Troppe risorse pubbliche e private sono state investite nella commemorazione del genocidio e gran parte di questa produzione è indegna, un tributo non alla sofferenza degli ebrei, ma all’accrescimento del loro prestigio.

È da tempo che dobbiamo aprire il nostro cuore alle altre sofferenze dell’umanità: questa è la lezione più importante impartitami da mia madre. Non l’ho mai sentita dire: «Non fare paragoni». Lei li fece sempre.

Certo si devono fare distinzioni storiche, ma porre distinzioni morali tra la «nostra» sofferenza e la «loro» è a sua volta un travisamento morale. «Non potete mettere a confronto due sventurati» osservò Platone «e dire quale dei due sia più felice.»

Di fronte alle sofferenze degli afroamericani, dei vietnamiti e dei palestinesi, il credo di mia madre fu sempre: siamo tutti vittime dell’Olocausto.

Fonte

28/01/2023

“L’industria dell’Olocausto”

di Norman Filkestein

L’Olocausto non è un concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe.

Per meglio dire, l’Olocausto ha dimostrato di essere un’arma ideologica indispensabile grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di «vittima», e lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo negli Stati Uniti.

Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l’immunità alle critiche, per quanto fondate esse siano. Aggiungerei che coloro che godono di questa immunità non sono sfuggiti alla corruttela morale che di norma l’accompagna.

Da questo punto di vista, il ruolo di Elie Wiesel come interprete ufficiale dell’Olocausto non è un caso. Per dirla francamente, non è arrivato alla posizione che occupa grazie al suo impegno civile o al suo talento letterario: Wiesel ha questo ruolo di punta perché si limita a ripetere instancabilmente i dogmi dell’Olocausto, difendendo di conseguenza gli interessi che lo sostengono.

Lo stimolo iniziale per questo libro è stato uno studio fondamentale di Peter Novick, The Holocaust in American Life (L’Olocausto nella vita americana), che ho recensito per una rivista letteraria inglese.

Le pagine che seguono sono pervase del dialogo critico che ho avviato con Novick e ciò spiega la massa di riferimenti al suo studio. Più un insieme di intuizioni provocatorie che un saggio critico strutturato, The Holocaust in American Life si colloca nel solco della venerabile tradizione americana della denuncia di scandali.

Ma, come la maggior parte dei cacciatori di scandali, Novick si concentra solamente sugli abusi più clamorosi. Per quanto pungente e piacevole in molti punti, The Holocaust in American Life non è una critica radicale. Gli assunti di base non vengono messi in discussione.

Pur rimanendo all’interno dell’orizzonte delle opinioni tradizionali, il libro, né scontato né eretico, si colloca agli estremi margini di questo stesso orizzonte, su posizioni controverse e, come prevedibile, ha avuto una vasta eco, suscitando commenti sia positivi sia negativi sui media americani.

La categoria analitica centrale di Novick è la «memoria». Attualmente di gran moda tra gli intellettuali, il concetto di «memoria» è senza dubbio il più impoverito fra quelli prodotti negli ultimi anni dal mondo accademico. Con l’allusione d’obbligo a Maurice Halbwachs, Novick mira a dimostrare come la «memoria dell’Olocausto» sia stata forgiata da «preoccupazioni di oggi».

C’era un tempo in cui gli intellettuali dell’opposizione mettevano in campo robuste categorie politiche come «potere», «interessi» da una parte e «ideologia» dall’altra. Tutto quello che resta oggi è il fiacco, spoliticizzato linguaggio di «preoccupazioni» e «memoria». Eppure, data la documentazione che Novick adduce, la memoria dell’Olocausto è una costruzione ideologica elaborata sulla base di precisi interessi.

Secondo Novick, per quanto scelta, la memoria dell’Olocausto è «il più delle volte» arbitraria; questa scelta, cioè, non verrebbe tanto condotta in base a un «calcolo di vantaggi e svantaggi», quanto piuttosto «senza dare troppo peso… alle conseguenze». Al di là di queste sue parole, però, la documentazione che lui stesso raccoglie suggerisce la conclusione opposta.

Il mio interesse nei confronti dell’Olocausto nazista prese le mosse da vicende personali.

Mia madre e mio padre erano dei sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di concentramento. Tranne loro, tutti gli altri membri dei due rami della mia famiglia furono sterminati dai nazisti.

Il mio primo ricordo, per così dire, dell’Olocausto nazista è l’immagine di mia madre incollata davanti al televisore a seguire il processo ad Adolf Eichmann (1961) quando io rientravo a casa da scuola. Anche se erano stati liberati dai campi solamente sedici anni prima del processo, nella mia mente un abisso incolmabile separò sempre i genitori che conoscevo da quella cosa.

A una parete del soggiorno erano appese fotografie di parenti di mia madre. (Nessuna foto della famiglia di mio padre sopravvisse alla guerra). In pratica non riuscii mai a mettere in relazione me stesso con quelle facce, men che mai a immaginare quello che era successo. Erano le sorelle, il fratello e i genitori di mia madre, non le mie zie, mio zio e i miei nonni.

Ricordo di avere letto da bambino The Wall (Il muro di Varsavia, di John Hersey) e Mila 18, di Leon Uris, due romanzi ambientati nel ghetto di Varsavia. (Mi torna alla mente mia madre che si lamentava perché, immersa nella lettura di The Wall aveva sbagliato fermata andando al lavoro).

Per quanto mi sforzassi, non riuscii mai, nemmeno per un istante, a fare quel salto d’immaginazione che saldava i miei genitori, con tutta la loro normalità, a quel passato. Francamente, non ci riesco neanche ora.

Ma il punto più importante è un altro: se si esclude questa presenza spettrale, non ricordo intrusioni dell’Olocausto nazista nella mia infanzia e la ragione principale sta nel fatto che a nessuno, fuori della mia famiglia, sembrava interessare quello che era accaduto.

I miei amici di gioventù leggevano di tutto e discutevano appassionatamente degli avvenimenti contemporanei, eppure, in tutta onestà, non ricordo un solo amico (o un suo genitore) che abbia fatto una sola domanda su quello che mia madre e mio padre avevano passato. Non era un silenzio dettato dal rispetto, era semplice indifferenza. Sotto questa luce, non si possono che accogliere con scetticismo le manifestazioni di dolore dei decenni seguenti, quando era ormai consolidata.

A volte penso che la «scoperta» dell’Olocausto nazista da parte dell’ebraismo americano sia stata peggiore del suo oblio. I miei genitori continuavano a ripensarci nel loro privato e la sofferenza che patirono non ricevette pubblici riconoscimenti. Ma non fu forse meglio dell’attuale, volgare sfruttamento del martirio degli ebrei?

Prima che l’Olocausto nazista divenisse l’Olocausto, sull’argomento furono pubblicati solo pochi studi scientifici, come The Destruction of The European jews (La distruzione degli ebrei d’Europa), di Raul Hilberg, e testimonianze come Man’s search for Meaning (Alla ricerca di un significato della vita), di Viktor Frankl, e Prisoners of Fear (Prigionieri della paura), di Ella Lingens-Reiner.

Eppure questa piccola raccolta di gemme è migliore degli scaffali di cianfrusaglie che ora affollano biblioteche e librerie.

I miei genitori, pur rivivendo giorno dopo giorno il passato fino alla fine della loro vita, negli ultimi anni persero interesse per l’Olocausto come pubblico spettacolo.

Uno degli amici di più lunga data di mio padre era stato con lui ad Auschwitz ed era, o almeno sembrava, un incorruttibile idealista di sinistra che per principio rifiutò dopo la guerra il risarcimento tedesco.

In seguito divenne un dirigente del museo israeliano dell’Olocausto, lo Yad Vashem. Con riluttanza e sinceramente deluso, mio padre dovette ammettere che perfino un uomo come quello era stato corrotto dall’industria dell’Olocausto, adattando le proprie idee al potere e al profitto.

Dal momento che l’interpretazione dell’Olocausto assumeva forme sempre più assurde, a mia madre piaceva citare, non senza ironia, Henry Ford: «La storia è una sciocchezza». I racconti dei «sopravvissuti all’Olocausto» (tutti prigionieri dei campi di concentramento, tutti eroi della resistenza) a casa mia erano una fonte particolare di amaro divertimento.

D’altronde già molto tempo fa John Stuart Mill aveva compreso che «le verità se non sottoposte a continua revisione, cessano di essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità».

Mio padre e mia madre si chiesero spesso perché m’indignassi di fronte alla falsificazione e allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti. La risposta più ovvia è che è stato usato per giustificare la politica criminale dello Stato d’Israele e il sostegno americano a tale politica. Ma c’è anche un motivo personale. Ho infatti a cuore che si conservi la memoria della persecuzione della mia famiglia.

L’attuale campagna dell’industria dell’Olocausto per estorcere denaro all’Europa in nome delle «vittime bisognose dell’Olocausto» ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di Montecarlo. Ma anche tralasciando queste preoccupazioni, resto convinto che sia importante preservare l’integrità della ricostruzione storica e lottare per difenderla.

Alla fine di questo libro sostengo che nello studio dell’Olocausto nazista possiamo imparare molto non solamente riguardo ai «tedeschi» o ai «gentili», ma a noi tutti. Eppure penso che per fare questo, cioè per imparare sinceramente dall’Olocausto nazista, occorra ridurre la sua dimensione fisica ed enfatizzarne quella morale.

Troppe risorse pubbliche e private sono state investite nella commemorazione del genocidio e gran parte di questa produzione è indegna, un tributo non alla sofferenza degli ebrei, ma all’accrescimento del loro prestigio.

È da tempo che dobbiamo aprire il nostro cuore alle altre sofferenze dell’umanità: questa è la lezione più importante impartitami da mia madre. Non l’ho mai sentita dire: «Non fare paragoni». Lei li fece sempre.

Certo si devono fare distinzioni storiche, ma porre distinzioni morali tra la «nostra» sofferenza e la «loro» è a sua volta un travisamento morale. «Non potete mettere a confronto due sventurati» osservò Platone «e dire quale dei due sia più felice».

Di fronte alle sofferenze degli afroamericani, dei vietnamiti e dei palestinesi, il credo di mia madre fu sempre: siamo tutti vittime dell’Olocausto.

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