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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/02/2025

“Le tre regole di Trump”, o come si fa la guerra

Lasciateci, per una volta, segnalare che – pur essendo un giornale solo online, senza finanziamenti né padroni, con redattori “militanti” senza paga – per una volta ci avevamo preso, anticipando di molto i professionisti del mainstream.

Deve essere colpa di quella curiosità che non può albergare nelle redazioni dove “la notizia” è quella che arriva dall’alto... da un’agenzia di stampa internazionale, da un tweet di un potente, da un ordine della proprietà del giornale...

Però, parlando onestamente e senza alcuna intenzione ironica (per una volta), abbiamo apprezzato che il Corriere della Sera abbia ospitato un pezzo di Andrea Marinelli che prova a dar conto dello “stile comunicativo” di Donald Trump e che gli conferisce – per riconoscimento quasi unanime – il dominio sull’agenda politica: Le tre regole spregiudicate di Trump e chi è Roy Cohn, l’avvocato che gliele ha fornite: «Se vuoi vincere, si vince così».

L’attenzione e l’occasione permettono infatti di precisare quanto avevamo già scritto quasi due mesi fa, subito dopo le elezioni stravinte dal tycoon. E forse abbiamo sbagliato anche noi, allora, a inserire il ragionamento critico sulle “tre regole” all’interno di un articolo più generale, invece di dedicargli un “pezzo a parte”. Rimediamo oggi.

L’articolo di Marinelli è di qualità, ben scritto, coglie molti punti importanti del Trump style. Ma, detto con sincera tranquillità, si svolge interamente dentro gli steccati della critica cinematografica, al confine tra fiction e realtà, e quindi non coglie il punto vero – tutto politico – quello che segna un “cambio d’epoca” nella visione politica dell’Occidente collettivo, e che caratterizza l’avanzare apparentemente inarrestabile della destra più reazionaria e suprematista che sia mai apparsa al mondo dalla conquista del Reichstag da parte dei sovietici, il 9 maggio del 1945.

Sono “regole” che investono, a prima vista, quasi soltanto la tecnica della retorica, come nel trattato di Quintiliano. Ma più seriamente incidono sulla struttura e la relazione reciproca tra “dialoganti”, tra oppositori all’interno di un qualsiasi sistema conflittuale regolato. E cambiano sia la “grammatica” che il rapporto tra competitor.

Chi è che “consiglia” le regole

Roy Cohn, nella storia Usa e nella fiction, è un bastardo incommensurabile. Fu infatti un giovanissimo viceprocuratore federale, ossia “l’avvocato dell’accusa”, al processo contro i coniugi Ethel e Julius Rosemberg, due ebrei comunisti poi condannati a morte per spionaggio a favore dell’Unione Sovietica, nel 1951.

Le prove raccolte erano parecchio incerte, e i giudici ad un certo punto sembravano orientati a condannare soltanto Julius – ingegnere elettrico, dunque potenzialmente capace di comprendere parte dei “segreti” che uscivano dal laboratorio nucleare di Los Alamos – visto che Ethel era considerata una “semplice segretaria”, al massimo impegnata a dattilografare quanto scritto dal marito.

Roy Cohn, nella storia e nel film, rivendica di essere riuscito – contro ogni ragione, prova e “necessità bellica” – ad ottenere che anche Ethel finisse a “friggere sulla sedia elettrica” (cit.), lasciando due figli orfani.

Anche Roy Cohn era ebreo come i Rosenberg, ma sionista estremo e sedicente “patriota Usa”. La comune convinzione religiosa, o l’appartenenza allo stesso popolo, non gli suscitò alcuna compassione. Contava solo essere anticomunisti o il contrario, a riprova del fatto che il sionismo è un’ideologia politica di sterminio, una deriva “religiosa” e settaria del colonialismo occidentale, non un altro modo di chiamare – offendendolo – il mondo ebraico.

Continuò poi la sua carriera da avvocato per affari importanti, sporchissimi, molto redditizi, inizialmente quasi solo i “gruppi sovversivi” accusati dal maccartismo di essere “pagati dai sovietici”. Hedgar Hoover, il più criminale tra i direttori dell’FBI, lo segnalò proprio al senatore McCarthy, con cui organizzò una caccia alle “spie sovietiche” sostenendo che i comunisti all’estero avevano convinto diversi omosessuali non dichiarati impiegati dal governo federale degli Stati Uniti a trasmettere importanti segreti governativi in cambio della non rivelazione della loro sessualità.

A questo punto diventa necessario, e non per fare gossip, ricordare che anche Roy Cohn era un “omosessuale non dichiarato”, ma questo non gli impediva di denunciare chi si rovava nella sua stessa condizione o più spesso ricattarli pur di ottenere “risultati” giudiziari, nei processi d’affari e/o politici.

Fa così, e si vede nel film, con il giudice che deve decidere se Trump abbia la possibilità di prendersi a due soldi quel che poi diventerà la Trump Tower a New York. Gli presenta le foto dei suoi incontri omosessuali (a un cattolico coniugato con figli!), prospettandogli lo scandalo e la fine di una vita; e ciò basta per far vincere “The Donald”, facendo decollare la sua carriera di immobiliarista.

Per capire però quanto quelle “tre regole” fossero l’identità profonda dello stesso Cohn è bene ricordare che fu tra i primi a morire di Aids, ma fino al giorno della morte negò sia di essere omosessuale che sieropositivo all’ultimo stadio. Nonostante le cartelle cliniche...

La logica delle “tre regole”

“Le tre regole” che Trump impara ad utilizzare, nel film The apprentice, sono spartane nella loro semplicità: “1) Attacca sempre, 2) nega anche l’evidenza, 3) non ammettere mai una sconfitta”.

Chi le utilizza davvero non riconosce nessun avversario legittimato da altri interessi, obiettivi, sogni. Vede solo nemici da battere. Non sono regole pensate per gestire efficacemente un dialogo o un dibattito anche aspro, insomma, ma la forma verbale con cui si spezza qualsiasi possibilità o legittimità di un dialogo. Non esiste insomma nessuna possibilità di “trovarsi d’accordo” se non cedendo completamente, su tutta la linea.

Detto altrimenti: chi le utilizza non vuole “primeggiare in un dibattito pubblico”, ma ottenere la possibilità di fare quel che ha in testa, di sgombrare il cammino da un ostacolo. Non si preoccupa di “fare brutta figura”, di apparire rozzo e insopportabile, “incivile”.

Vuole vincere e dominare. E basta.

In uno studio televisivo questo atteggiamento è possibile fin quando un arbitro (un “conduttore”) resta in grado di contenere l’esuberanza battagliera e menzognera, ma nei casi estremi – come accadde quando, per esempio, Roberto D’Agostino prese a schiaffi Sgarbi, bloccato sul meno fantasioso “capra!, capra!” – anche lì si finisce per rompere il filo.

Fuori, nella realtà quotidiana, può solo finire con la ritirata del contendente o con lo scontro fisico. O peggio.

Quelle “tre regole” sono infatti un regolamento di guerra. Si può fare tutto, dire tutto, negare tutto. Non esiste terreno comune, non esiste regola valida per tutti. Non esistono “mosse scorrette” che non si possano usare, ma solo quelle che fanno vincere o perdere. Non esiste legge e tanto meno giudici imparziali (se servono, si comprano o si corrompono; se non si fanno corrompere è perché “si sono già venduti ad altri”).

Basta leggere i giornali che descrivono quel che avveniva nelle guerre passate (il Corriere stesso, al tempo del fascismo) per capire che in guerra la prima vittima è la verità. E l’onestà…

Un incubo che spazza via il sottile velo di ipocrisia liberale costruito sulla “democrazia parlamentare”, l’“ordine basato su regole”, le “buone maniere”, il “riconoscimento reciproco” tra avversari politici legittimati a competere.

Francis Ford Coppola aveva a suo modo sintetizzato un rapporto del genere ne Il padrino, con la formula “gli farò un'offerta che non può rifiutare” (la testa del suo cavallo preferito nel letto, le foto di una relazione proibita, un colpo di pistola, ecc.). O, come si dice ora nella diplomazia internazionale, “la pace attraverso l’uso della forza” (o fai quello che dico, oppure sparo...).

Ma questa logica mafiosa, questo “suprematismo egoistico”, non ha nulla in comune con l’impianto della “democrazia liberale”. Al massimo cerca di utilizzarne gli spazi, quando è in posizione di debolezza militare (o finanziaria), per tutelare il più possibile la propria esistenza, in attesa di tempi migliori. Insomma, un avvocato difensore può servire, ma per aggirare la legge, e poi si vede.

Se non si coglie la radicalità di questa rottura quando le “tre regole” vengono utilizzate nello scontro politico – infranazionale o internazionale che sia, tra competitor e ormai anche fra “alleati” – non si capisce neanche il perché dell’avanzare incontrastato della reazione neofascista e neonazista dentro “l’Occidente collettivo”.

Un’avanzata demolitoria del vecchio ordine fondato proprio dagli Stati Uniti, al punto che ormai questa logica di guerra si introflette anche nel rapporto tra storici “alleati” euro-atlantici.

Come ci si rapporta, infatti, con qualcuno che non fa neanche finta di ritenersi un tuo pari? Che dichiara apertamente di volerti solo fregare o distruggere perché così vuole lui o il suo “dio”?

È il problema che sta angosciando oggi in primo luogo gli “alleati euro-atlantici”, perché per tutti gli altri soggetti rilevanti – Cina, Russia, Iran, resto del mondo in genere – è sempre stato così. Un rapporto di guerra, in cui ci si muove per limitare al massimo le potenzialità distruttive di un mostro andato progressivamente fuori asse man mano che procedeva la sua crisi.

È il problema che si trovano ad affrontare le classi dirigenti “liberali” (comprese quelle abusivamente chiamate “di sinistra”), dentro i vari Stati nazionali e persino nell’insieme sovranazionale chiamato Unione Europea.

I venti “nazionalisti” sono fatti della stessa pasta trumpiana, ne hanno adottato le stesse regole, sconquassano in modo identico le antiche consuetudini dell’establishment, sfruttando anche al meglio le insofferenze popolari – la paura della perenne precarietà esistenziale, oltre che lavorativa – nate dall’accorgersi che “la civiltà liberale”, per loro, non ha più uno strapuntino da offrire per stare a tavola. Anzi, non c’è più la tavola (“a fuera!”, grida Milei tagliando interi settori pubblici che limitavano tra l’altro la povertà).

Come si fa a non vedere che Meloni, Le Pen, Salvini, Abascal o, giù per i rami, anche le figure televisive di secondo e terzo piano (Senaldi, Belpietro, Bocchino, Santanché, Sechi, Donzelli, Del Debbio, ecc.) sono tutti studenti più o meno diplomati alla stessa scuola delle “tre regole”? Cloni più o meno efficaci di un identico format? Soldati di un esercito che non discute, ma occupa posizioni?

Non è più il tempo di scrollare la testa schifati dalla brutale rozzezza di certa gente. Non si tratta di dare un voto sulla pessima condotta, ma di saper stare sul ring.

*****

Le tre regole spregiudicate di Trump e chi è Roy Cohn, l’avvocato che gliele ha fornite: «Se vuoi vincere, si vince così»

Andrea Marinelli – Corriere della Sera

Il perfido avvocato newyorkese, mente del Maccartismo negli anni Cinquanta, è il mentore del giovane Trump all’inizio della sua carriera raccontato nel film The Apprentice. È lui a fornirgli le tre regole spregiudicate che utilizza ancora oggi

Per capire come Donald Trump è diventato Donald Trump bisogna osservare un’altra persona: Roy Cohn. È questo perfido e spietato avvocato newyorkese il vero protagonista, per oltre metà film, di The Apprentice – Alle origini di Trump, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2024 e disponibile su Sky dal 19 gennaio. Divenuto celebre a 23 anni, quando fece condannare a morte i coniugi Julius ed Ethel Rosenberg, ritenuti spie dell’Unione Sovietica, Cohn – interpretato da Jeremy Strong – andò a caccia di comunisti con il senatore Joseph McCarthy negli anni Cinquanta prima di incrociare la strada di Trump, di cui divenne – come si definì lui stesso – «la guida culturale a Manhattan».

Nel film il regista Ali Abbasi racconta l’ascesa del giovane Trump nella New York degli anni Settanta e Ottanta. In quella metropoli in malora Donald è ancora, soltanto il figlio di Fred Trump, un uomo autoritario che costruisce palazzine nel Queens e preferisce non affittare appartamenti ai neri: i suoi dipendenti marchiano con una «N» le richieste da rigettare, il dipartimento di Giustizia indaga, il figlio bussa porta a porta per riscuotere l’assegno mensile che raramente arriva.

Donald – interpretato da Sebastian Stan, che ne restituisce tic e movenze alla perfezione –– è un giovane ossessionato dai ricchi e potenti, che brucia d’ambizione: è al Le Club, il locale frequentato dalla gente che conta sulla 55esima Strada, che nel 1973 incrocia per la prima volta lo sguardo di Cohn, circondato da politici e mafiosi, artisti e finanzieri, al quale chiede aiuto per districarsi dalle accuse di favorire la segregazione razziale.

In Trump, però, Cohn non vede un cliente, quanto un’opportunità: non solo accetta di difenderlo, ma lo introduce negli ambienti che contano della città che conta, e ne diventa – nei momenti decisivi della sua ascesa – il più fidato consigliere. «Tu sei il cliente e lavori per me», gli dice a un certo punto del film, «fai come ti dico quando te lo dico».

Contemporaneamente, l’avvocato ne asseconda le ambizioni, anche quando sembrano fuori portata: ad esempio quando Trump vuole riaprire un albergo abbandonato sulla 42esima strada infestata di tossici, spacciatori e prostitute, e chiede al consiglio comunale di New York un’esenzione fiscale. Sembra impossibile, ma ci riescono: Trump ha l’idea folle, Cohn applica il suo metodo, oltre i limiti della legalità.

«Quando c’è la democrazia in gioco violo qualche cavillo», gli confida. «Devi essere disposto a fare qualunque cosa per l’America». E così gli interessi personali e quelli dell’America iniziano ad accavallarsi, almeno nella mente di Trump. Il giovane Donny vuole diventare un vincente, vuole finire anche lui fra le foto dei personaggi famosi appese alla parete nello studio del suo avvocato; Cohn gli insegna quindi come «sfruttare il potere e instillare la paura negli avversari». E gli fornisce le sue tre regole spregiudicate, le stesse di cui fa uso ancora oggi che guida la principale potenza del pianeta:

1) attacca, attacca, attacca;
2) non ammettere niente, negare ogni cosa;
3) dire che hai vinto e non ammettere mai la sconfitta.

«Se vuoi vincere», gli spiega, «si vince così». E Trump, come ha dimostrato ampiamente dopo la sconfitta elettorale del 2020, ha assorbito la lezione, reinterpretandola. Anche la sua capacità di fare notizia e stare sempre in prima pagina nasce in quegli anni al fianco di Roy Cohn: l’avvocato sapeva trasformare i propri guai in notizie, amava l’attenzione di tabloid e riviste, era amico di Murdoch. Proprio come Trump, che porta all’eccesso gli insegnamenti del suo mentore. L’ambizione, la sua ossessione per i soldi e per il potere, sono infatti così forti da spingerlo a superare il maestro: assorbe, copia, e reinterpreta.

Nel film – scritto dal giornalista di Vanity Fair Gabriel Sherman, ben introdotto all’interno del mondo di Fox News e autore di The Loudest Voice, biografia dell’ex boss della rete Roger Ailes – ci sono altri personaggi che hanno contribuito a plasmare il Trump che oggi governa, ma che al tempo – pur ventilando già negli anni Ottanta una candidatura alla presidenza – sosteneva che governare «fosse da sfigati: do i soldi ai politici per fare quello che voglio». Innanzitutto il padre Fred, che lo cresce ripetendogli una frase fino allo sfinimento. «Sei un killer, sei un re», gli diceva. Doveva imparare, il giovane Donald, che è necessario essere un killer, per poter diventare un re.

Fatale è anche l’intreccio con Ivana Zelnickova, la prima moglie, modella cecoslovacca che diventerà famosa indossando il suo cognome. Al primo incontro, sempre al Le Club, lei (sullo schermo Maria Bakalova, già in Gomorra e Borat) lo accusa di essere uno stereotipo vivente: «Sei uno che pensa che alle donne serve aiuto». Poi arrederà la Trump Tower e gli trasmetterà il proprio gusto, come la passione per i marmi rosa di Carrara.

E infine c’è Roger Stone, poco più di una comparsa nel film, che avrà tuttavia anche lui un’influenza decisiva nella vita politica di Trump, finendo anche in galera per non tradirlo. L’uomo con il tatuaggio di Richard Nixon sulla schiena è però all’epoca solo un ragazzetto viscido e servile alle dipendenze di Cohn: «Si occupa di politica, è specializzato in colpi bassi», dice l’avvocato presentandolo a Trump a bordo piscina.

Anni dopo, quando chiederà al tycoon di sostenere la candidatura di Ronald Reagan alla presidenza, si presenterà nel suo ufficio con uno slogan: «Let’s Make America Great Again». Anche in questo caso, Trump ha assorbito il messaggio e lo ha reinterpretato.

In poco più di dieci anni, fra il 1973 e il 1986, si compie la trasformazione. Il giovane Donny, figlio di un immobiliarista del Queens, diventa Donald Trump, l’uomo ossessionato dall’estetica che vuole conquistare il mondo attaccando il suo cognome a ogni cosa: alberghi, casinò, gioielli, compagnie aeree, vodka o bistecche. Fino alla Casa Bianca.

Fonte

14/05/2024

“Dal fiume al mare, i palestinesi saranno liberi”. Norman Finkelstein alla Columbia

Il 21 aprile 2024, lo studioso dell’Olocausto e importante attivista pro-Palestina, Norman Finkelstein, ha visitato l’accampamento di solidarietà per Gaza alla Columbia University, il primo campus a vedere un’azione organizzata di quel tipo negli Stati Uniti e il primo a subire uno sgombero.

Ma la repressione che si è abbattuta su chi protestava, alla Columbia e altrove, ha ampliato anziché limitare l’iniziativa degli studenti, raccogliendo la solidarietà di lavoratori universitari e docenti, e diffondendosi “a macchia d’olio” anche nelle università europee.

La protesta negli Stati Uniti ha toccato oltre cento tra campus ed università, e ha portato all’arresto di circa 2.900 studenti (ma anche lavoratori e professori), secondo quanto riporta l’Associated Press, con le “cerimonie di laurea” ormai interessate da differenti forme di contestazione anche nel corso dell’ultimo weekend, dal Nord Carolina alla California.

Nonostante la maggior parte delle università negli Stati Uniti abbiano scelto di reprimere le mobilitazioni, in alcuni casi hanno ingaggiato un dialogo fruttuoso, accettando le istanze degli studenti in quattro stati differenti – come riporta Democracy Now! che intervista quattro studenti protagonisti di queste mobilitazioni vittoriose.

Un segnale in controtendenza – su cui torneremo nei prossimi giorni – ma che dà il segno di come si può vincere anche contro il “combinato disposto” di criminalizzazione mediatica, repressione poliziesca, il nuovo maccartismo politico dell’establishment democratico e la “macchina dell’odio” repubblicana.

Solo una sparuta “truppa” di progressisti eletti nelle file dei democratici sostiene le proteste, oltre al candidato indipendente alle presidenziali Cornell West.

La lobby sionista – AIPAC – in previsione delle elezioni Presidenziali che investiranno anche la composizione di Camera e Senato, sta facendo “il diavolo a quattro”. Ha già investito un fiume di quattrini – miliardi di dollari – per garantirsi il supporto ferreo dei destinatari delle donazioni. Possono del resto cambiare le sorti dei candidati, non tanto per influenzare il loro orientamento sul conflitto arabo-israeliano – già graniticamente filo-sionista – ma assicurarsi delle vere e proprie “pedine” nelle istituzioni rappresentative in mano a Tel Aviv.

Tornando all’intervento.

Finkelstein ha espresso il suo sostegno e la sua ammirazione per gli studenti che manifestavano, esortandoli a concentrarsi sul coinvolgimento di un gruppo di persone più ampio possibile nel movimento di solidarietà con la Palestina e insistendo sull’importanza vitale della libertà di parola contro l’imperante censura di guerra e della libertà accademica per la causa palestinese.

Riportiamo qui di seguito le sue osservazioni; la trascrizione è stata modificata per ragioni di lunghezza e chiarezza dalla rivista Jacobin Magazine, da cui abbiamo tradotto la seguente versione.

*****

Non voglio rivendicare alcun tipo di competenza, e devo sempre stare attento a non apparire accondiscendente o condiscendente, o a [pretendere di essere] onnipotente in queste materie. Direi semplicemente che, in base alla mia esperienza, le cose più importanti sono l’organizzazione, la leadership e la chiarezza degli obiettivi.

Obiettivi chiari significa fondamentalmente due cose. Uno è uno slogan che unisca e non divida. In gioventù, quando avevo la vostra età, ero un cosiddetto maoista, un seguace del presidente Mao in Cina. Uno degli slogan a cui era notoriamente associato era “Unire i molti per sconfiggere i pochi”.

Ciò significa che, in qualsiasi momento della lotta politica, bisogna capire come unire i molti e isolare i pochi con un obiettivo chiaro in mente. Ovviamente, non volete unire i molti con uno scopo o un obiettivo che non è il vostro. Dovete capire, avendo in mente il vostro obiettivo, qual è lo slogan che funzionerà meglio per unire i molti e sconfiggere i pochi?

Sono stato gratificato dal fatto che il movimento nel suo complesso, poco dopo il 7 ottobre, abbia colto spontaneamente e intuitivamente, a mio parere, lo slogan giusto: “Cessate il fuoco ora!”. Alcuni di voi potrebbero pensare, a posteriori, che cosa c’era di così brillante in quello slogan? Non era ovvio?

Ma in realtà gli slogan politici non sono mai ovvi. Ci sono tutti i tipi di strade e percorsi che le persone possono seguire e che sono distruttivi per il movimento. Non credo sia stata una decisione della leadership; è stata una sensazione spontanea e intuitiva dei manifestanti che lo slogan giusto in questo momento è “Cessate il fuoco ora”.

A mio avviso, inoltre, gli slogan devono essere il più chiari possibile, senza lasciare spazio ad ambiguità o interpretazioni errate, che possono essere sfruttate per screditare un movimento. Se prendiamo la storia delle lotte, c’è stato il famoso slogan che risale alla fine del 1800: “La giornata lavorativa di otto ore”. Era uno slogan chiaro.

Più di recente, a vostra memoria – per tutte le delusioni, a mio avviso, della candidatura presidenziale di Bernie Sanders – uno dei geni della sua candidatura, perché aveva quaranta o cinquant’anni di esperienza a sinistra, [era lo slogan] “Medicare per tutti”. Si potrebbe pensare: cosa c’è di così intelligente in questo slogan? Sapeva di poter raggiungere l’80% degli americani con questo slogan. Sapeva che “Abolire il debito studentesco” e “Tasse universitarie gratuite” avrebbero avuto una risonanza su gran parte del suo potenziale elettorato.

Non è andato oltre ciò che era possibile in quel particolare momento. Credo che abbia raggiunto quello che potremmo definire “il limite politico”. Il limite a quel punto della sua candidatura era probabilmente “posti di lavoro per tutti”, programmi di lavori pubblici, un New Deal verde, Medicare per tutti, abolire il debito studentesco e le tasse universitarie gratuite.

Erano gli slogan giusti. Può sembrare banale, ma non lo è affatto. Per trovare gli slogan giusti è necessario un duro lavoro e una grande sensibilità nei confronti del gruppo di elettori che si sta cercando di raggiungere.

“Gaza libera, libertà di parola”

Il mio punto di vista è che alcuni degli slogan dell’attuale movimento non funzionano. Il futuro appartiene a voi ragazzi e non a me, e io credo fermamente nella democrazia. Dovete decidere da soli. Ma secondo me, dovete scegliere slogan che non sono ambigui, che non lasciano spazio a interpretazioni sbagliate e che hanno la maggiore probabilità, in un determinato momento politico, di raggiungere il maggior numero di persone. Questa è la mia esperienza politica.

Credo che lo slogan “Cessate il fuoco ora” sia il più importante. In un campus universitario, questo slogan dovrebbe essere abbinato allo slogan “Libertà di parola”. Se fossi nella vostra situazione, direi “Gaza libera, libertà di parola” – questo dovrebbe essere lo slogan. Perché credo che in un campus universitario le persone abbiano un vero problema a difendere la libera espressione delle idee dalla repressione.

Negli ultimi anni, a causa dell’emergere dell’ambiente della politica dell’identità e della cancel culture nei campus universitari, l’intera questione della libertà di parola e della libertà accademica si è gravemente offuscata. Mi sono opposto a qualsiasi restrizione della libertà di parola e mi oppongo alla cultura della cancellazione identitaria per preservare la libertà di parola.

Nell’ultimo libro che ho scritto – non per orgoglio o per egoismo o per dire “te l’avevo detto”, ma solo per una questione di fatto – ho detto esplicitamente che se si usa lo standard dei sentimenti feriti come motivo per soffocare o reprimere la parola, quando i palestinesi protestano per questo, per quello o per quell’altro, gli studenti israeliani useranno la rivendicazione dei sentimenti feriti, delle emozioni dolorose, e tutto quel linguaggio e quel vocabolario, che è così facilmente rivoltato contro coloro che lo hanno usato in nome della loro causa.

Era un disastro che aspettava di accadere. Ne ho scritto perché sapevo cosa sarebbe successo, anche se ovviamente non avrei potuto prevederne la portata dopo il 7 ottobre. Ma era perfettamente ovvio quello che sarebbe successo.

A mio parere, l’arma più potente che avete è quella della verità e della giustizia. Non bisogna mai creare una situazione in cui si possa essere messi a tacere sulla base di sentimenti ed emozioni. Se si ascoltano le dichiarazioni di Minouche Shafik, preside della Columbia, si tratta di sentimenti feriti, di paura. L’intero linguaggio ha completamente corrotto il concetto di libertà di parola e di libertà accademica.

Ora avete fatto questa esperienza e speriamo che in futuro quel linguaggio e quei concetti vengano eliminati da un movimento che si descrive come appartenente a una tradizione di sinistra. È una catastrofe completa quando quel linguaggio si infiltra nel discorso di sinistra, come state vedendo ora.

Sarò sincero con voi, e non ho alcuna pretesa di infallibilità – sto semplicemente affermando sulla base della mia esperienza politica: Non sono d’accordo con lo slogan “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”. È molto facile modificarlo e dire semplicemente “Dal fiume al mare, i palestinesi saranno liberi”. Questa semplice e piccola modifica riduce drasticamente la possibilità di essere fraintesi in modo manipolatorio.

Ma quando ho sentito dire che questo slogan provoca dolore, angoscia, paura, mi sono posto una semplice domanda. Che cosa trasmette lo slogan “Sosteniamo l’IDF”? Le Forze di Difesa Israeliane, in questo momento, sono un esercito genocida. Perché in questo momento è consentito il sostegno pubblico a uno Stato e a un esercito genocidi?

Il linguaggio non sembra così provocatorio: “Sosteniamo l’IDF”. Ma il contenuto è diecimila volte più offensivo e più oltraggioso per qualsiasi mente e cuore, per così dire, civilizzato rispetto allo slogan “Dal fiume al mare”.

L’unico motivo per cui si discute di questo slogan – anche se, come ho detto, non sono d’accordo con esso, ma questo è un discorso a parte – è perché abbiamo legittimato l’idea che i sentimenti feriti siano un motivo per soffocare la parola. Per me questo è assolutamente inaccettabile; è del tutto estraneo al concetto di libertà accademica.

Alcuni di voi potrebbero dire che si tratta di una nozione borghese, che è costruita socialmente e tutte le altre stronzate. Non ci credo affatto. Si leggono le più eloquenti difese della libertà di parola, senza ostacoli e senza vincoli, da parte di persone come Rosa Luxemburg, che era, a detta di tutti, una persona straordinaria e una straordinaria rivoluzionaria. Ma essere entrambe le cose non significava che avrebbe accettato qualsiasi limitazione al principio della libertà di parola, per due motivi.

Primo: nessun movimento radicale può fare alcun tipo di progresso se non ha chiari i suoi obiettivi e se non ha chiaro cosa sta facendo di sbagliato. Si è sempre impegnati in correzioni di rotta. Tutti commettono errori. Se non si ha libertà di parola, non si può sapere cosa si sta facendo di sbagliato.

Numero due: la verità non è un nemico per i popoli oppressi, e certamente non lo è per il popolo di Gaza. Quindi dovremmo massimizzare il nostro impegno per la libertà di parola in modo da massimizzare la diffusione di ciò che è vero su ciò che sta accadendo a Gaza – e non permettere alcuna scusa per reprimere questa verità.

Cosa stiamo cercando di ottenere?

State facendo diecimila cose giuste, ed è profondamente commovente ciò che avete ottenuto e realizzato, e il fatto che molti di voi stiano mettendo in gioco il proprio futuro è davvero impressionante.

Ricordo che durante il movimento contro la guerra in Vietnam, c’erano giovani che volevano frequentare la facoltà di medicina – e se venivi arrestato, non andavi alla facoltà di medicina. Molte persone si trovavano a dover scegliere tra l’arresto e la causa. Non era una causa astratta: alla fine della guerra, si stimava che fossero stati uccisi tra i due e i tre milioni di vietnamiti. Era uno spettacolo dell’orrore che si svolgeva ogni giorno.

Le persone erano in difficoltà nel decidere se rischiare il proprio futuro. Molti di voi provengono da contesti in cui è stata una vera e propria lotta arrivare dove siete oggi, alla Columbia University. Perciò rispetto profondamente il vostro coraggio, la vostra convinzione, e ogni volta che ne ho l’occasione riconosco l’incredibile convinzione e tenacia della vostra generazione, che per molti versi è più impressionante della mia, perché nella mia generazione non si può negare che un aspetto del movimento contro la guerra era il fatto che la leva gravava su molte persone.

Si poteva ottenere il rinvio per gli studenti per i quattro anni di università, ma una volta scaduto il rinvio, c’era una buona probabilità di andare laggiù e di tornare in un body bag (letteralmente “sacco per cadaveri” N.d.T).

Quindi c’era un elemento di preoccupazione. Invece voi giovani lo fate per un piccolo popolo apolide dall’altra parte del mondo. Questo è profondamente commovente, impressionante e stimolante.

Con questa premessa, per tornare alle mie osservazioni iniziali: ho detto che ogni movimento deve chiedersi: Qual è il suo obiettivo? Cosa sta cercando di ottenere? Qualche anno fa, “Dal fiume al mare” era uno slogan del movimento. Ricordo che negli anni ’70 uno degli slogan era: “Tutti devono sapere che noi sosteniamo l’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina]” – che non era uno slogan facile da gridare sulla Fifth Avenue negli anni ’70. Ricordo vividamente di aver guardato i tetti e di aver aspettato che un cecchino mi spedisse all’eternità in tenera età.

Tuttavia, c’è una grande differenza quando predichi ai convertiti e puoi gridare qualsiasi slogan che ti piace, perché non ha ripercussioni o riverberi pubblici. Si parla essenzialmente a se stessi. Si allestisce un tavolo nel campus e si distribuisce letteratura sulla Palestina; si possono trovare cinque persone interessate. C’è una grande differenza tra quella situazione e la situazione odierna, in cui si ha un gruppo di sostenitori molto ampio che si può potenzialmente e realisticamente raggiungere.

Dovete adattarvi alla nuova realtà politica: c’è un gran numero di persone, probabilmente la maggioranza, che sono potenzialmente ricettive al vostro messaggio. Capisco che a volte uno slogan è quello che dà spirito a chi è coinvolto nel movimento. Allora bisogna trovare il giusto equilibrio tra lo spirito che si vuole ispirare nel movimento e il pubblico o la circoscrizione là fuori che non fa parte del movimento che si vuole raggiungere.

Credo che si debba esercitare – non in senso conservatore, ma radicale – in un momento come questo, la massima responsabilità di uscire dal proprio ombelico, di strisciare fuori dal proprio ego e di tenere sempre presente la domanda: Cosa stiamo cercando di ottenere in questo particolare momento?

Fonte

01/05/2023

Schlein, l’errore seriale dell’intervista a Vogue

Pensavo, e penso ancora oggi, che il protagonismo di Elly Schlein nella politica istituzionale sia un fatto comunque positivo. Nel senso che l’effetto Schlein comunque impone, ad alleati come ad avversari, un salto di qualità nelle politiche della comunicazione come nella sostanza del politico. Questo salto di qualità si impone anche nell’analisi degli errori della Schlein e del suo staff come nel caso, chiaro, dell’intervista a Vogue. In questo caso possiamo parlare di errore seriale, errore che ne contiene diversi, quindi, a maggior ragione, vale la pena parlarne.

Intendiamoci, se Vogue intervistasse Lula o Mélenchon non si potrebbe parlare, salvo dichiarazioni estemporanee, di danno di immagine agli intervistati perché entrambi hanno un profilo identitario ben strutturato, una riconoscibilità che permette loro di parlare ovunque. Se lo fa Elly Schlein invece accade proprio questo: non avendo, o non avendo ancora, un profilo strutturato e una riconoscibilità diffusa la segretaria del PD finisce per essere risucchiata dalla forza comunicativa del brand della testata che la intervista.

E qui l’errore si fa seriale: non essendo una intervista di Schlein su Vogue ma soprattutto una intervista di Vogue a Schlein, nella quale il peso dell’immagine della testata prevale nettamente su quello del personaggio prescelto, ogni dettaglio del colloquio pubblicato finisce per essere un contenuto indirizzato dalla rivista piuttosto che espressione della coerenza dei contenuti dell’intervistata. Di qui le polemiche su ogni dettaglio si sprecano e ogni specifica polemica da la sensazione dell’errore di comunicazione.

Ancora peggiore, nella battaglia continua per la conquista dell’opinione pubblica, il fatto che l’intervista a una testata come Vogue confermi su Schlein i peggiori pregiudizi che circolano sulla “sinistra”: area politica guidata da snob e figli gender fluid di famiglie bene, gente che usa il “popolo” per i propri scopi e che può permettersi la personal shopper e dedicarsi a gusti elitari e sofisticati (l’emergere sui social dell’intervista alla personal shopper sarà servita alla carriera di questa persona ma qui è una grossa autorete comunicativa).

Una parte dell’elettorato di sinistra, e una parte di quello potenziale, va ai Discount e l’unico shopper che conosce è la busta di plastica di pochi centesimi nel quale mettere la spesa. Se la Schlein voleva fare il botto, visto che ha potenziale di immagine, doveva prima finire al Discount per una rivista che costa poco ed è molto popolare. Di lì, una volta strutturato il personaggio tra le masse con presenze innovative e intense, la scalata a Vogue avrebbe avuto un senso, anche di forza, dal punto di vista comunicativo.

È evidente che l’intervista a Vogue, visto il potere globale della testata, internazionalizza un personaggio che è segretario di un partito italiano ma comunque è cittadino di tre paesi. Una operazione di rafforzamento dell’immagine globale della Schlein che è un indebolimento di quella nazionale, quella grazie alla quale si prendono i voti.

Qui si può cogliere l’errore di impostazione della Schlein per la quale i ritorni di immagine avvengono sul piano dei “valori” (diritti LGBT, 25 aprile, migranti) ma non sul piano della società e dei suoi luoghi da presidiare (luoghi di lavoro tradizionali e non, centri fitness, associazionismo, monumenti, non luoghi...). Il piano della politica dell’immagine sui valori, che poi formano i contenuti della vita istituzionale, ha poco senso se non radicato nella rappresentazione dei luoghi del tipo di società nella quale si richiede consenso. E, infatti, l’intervista a Vogue appare pienamente distaccata dalla società reale.

Dal punto di vista dei sondaggi, nonostante Repubblica usi parte dei sondaggi usciti per accorciare il divario nelle intenzioni di voto tra Schlein e Meloni, il PD è ancora lontano dall’invertire la tendenza elettorale per sé stesso e per il centrosinistra (o campo largo o cosa potrebbe essere). Il PD nelle intenzioni di voto ha risucchiato consenso ai potenziali alleati ma il centrodestra viaggia sempre attorno al 45 per cento (per la legge elettorale presente significa vittoria sicura). Per invertire la tendenza Schlein dovrà parlare meno di valori, tema che ha esaurito il potenziale di attrazione, e più della società. Non sarà facile visto che, al momento, l’impostazione della Schlein è tutta su valori, diritti civili e buone pratiche e sulla convinzione che le campagne sul clima attraggano milioni di voti.

Certo, si dovrebbe anche parlare di sostanza politica, di visione della società e non solo di strategie di marketing. Qui l’impressione è che fino a quando il PD, avvolgendo il tutto con parole arcobaleno, appoggerà le posizioni da guerra permanente in Ucraina sarà difficile vedere qualcosa di innovativo in politica interna e nella visione della società. Ma questo è un altro piano come lo è quello dell’intreccio tra il marketing della politica e la sostanza del politico.

Fonte

23/09/2018

Unione Europea, una crisi di egemonia

“L’irrazionale ha buon corso: non c’è forse una trumpizzazione della politica tedesca?” A chiederselo, in un’intervista a Die Zeit (12 luglio 2018), è Wolfgang Schäuble, già potente ministro delle Finanze e attuale presidente del Bundestag. Il termine coniato da Schäuble non sarà elegante, tuttavia pone un quesito relativo alle vicende politiche di molti paesi occidentali, dove indisturbate hanno finora governato élite formate da ceti politici (conservatori, democristiani, socialdemocratici), tecno-burocrazia, e rappresentanze dell’imprenditoria e della finanza (i cosiddetti poteri forti) ‒ un’alleanza consolidatasi nei decenni che vanno dalla ricostruzione postbellica fino ai fasti della globalizzazione e poi alla caduta nella Grande Recessione. Contro di esse sono sorte nuove leadership, e la domanda posta da Schäuble riguarda la loro modalità di praticare la politica e non solo quella di Trump, con il suo unilateralismo per rivendicare, al di là delle alleanze tradizionali, una posizione di esclusivo dominio nelle relazioni internazionali, e con le sue scelte volte a rafforzare le quote di mercato delle industrie USA con accordi bilaterali da imporre con un’aggressiva politica di dazi. Ciò che allarma il presidente del Bundestag è l’irrazionalità della linea politica delle nuove leadership. ‘Irrazionalità’ non sta a significare scelte insensate, sta a significare scelte fondate su ‘parole’ senza riferimenti a ‘cose’, a ‘fatti’, motivate da argomenti privi di contenuto informativo. Le scelte sono sensate, se con ciò si intende capaci di costruire consenso, basate però su discorsi insensati.

1) Parole e fatti

Se si scorrono le testate di diversi paesi, oltre che italiane, non è difficile imbattersi in analoghe preoccupazioni sulla natura ‘irrazionale’ di posizioni ideologiche e di discorsi dei nuovi leader. Sull’austriaca Die Presse del 13 luglio 2018, è apparso un articolo in cui si cercava di smantellare i pregiudizi contro gli immigrati con un ‘esame dei fatti’, fornendo una serie di cifre che smentivano le fake news sull’invasione di ‘alieni’, in base a reali e documentati numeri dei richiedenti asilo nella speranza che ciò aiutasse a ragionare sui ‘fatti veri’ come per esempio la morte, solo quest’anno, di 1408 persone nel Mediterraneo, o sul fatto che 10.000 migranti sono stati riportati nei campi di terrore in Libia grazie ai finanziamenti dell’UE. I discorsi insensati delle leadership emergenti preoccupano talmente il vecchio establishment, il vecchio potere oligarchico, da fargli temere un collasso delle istituzioni che hanno garantito finora l’ordine capitalistico-borghese.

Su Die Zeit del 12 luglio, l’editorialista Bernd Ulrich, in prima pagina, scriveva che gli atti di illegalità e le denunce di trattati internazionali da parte di Trump stanno svuotando lo Stato di diritto e l’ordinamento internazionale, sostituendoli con regimi post-legali.

Sul Financial Times, del 23-24 giugno, Edward Luce evidenzia i rischi per la democrazia liberale e per le alleanze tra i paesi occidentali causati dagli attacchi all’ordine costituzionale, interno e internazionale, sferrati da Trump, Kurz, Salvini e dai paesi di Visegrad. Scrive che negli anni ’30 del Novecento le minoranze, gli ebrei innanzitutto, divennero il capro espiatorio di tutti i mali della società responsabili di delitti che non avevano mai commesso, come oggi Trump mette sul banco degli imputati gli ispanici accusandoli di ogni possibile nefandezza e per di più prendendo di mira i suoi avversari politici perché proteggerebbero l’immigrazione che ‘infesta il nostro paese’. Trump accusa la stampa di mentire quando questa esibisce le prove delle sue bugie, seguendo l’inquietante precedente di Hitler, che, mentre spandeva a piene mani menzogne sugli ebrei e sui comunisti, esprimeva disprezzo per la Lugenpresse, la ‘stampa bugiarda’. Non ho nessuna intenzione di equiparare i due figuri, quanto detto è per rilevare il cinico uso della manipolazione, che crea un abisso tra parole e realtà, entro cui erompono le correnti di pensiero e di azione reazionari.

Roberto Saviano, su Le Monde del 22 giugno, ha descritto il caso paradigmatico dell’Italia dove si vive una permanente campagna elettorale cosicché tutto è ‘comunicazione politica’ cioè ‘parole’, che sono qualcosa di ben diverso dalla politica. Per dimostrarlo porta ad esempio il numero dei furti, che, in diminuzione secondo le statistiche ufficiali, sono il pretesto per varare misure contro i poveri (i decreti Minniti), o per introdurre norme volte a legittimare l’uso delle armi contro i ladri introdottisi ‘nelle dimore private’ (proposta di legge della Lega di Salvini), ciò che il codice penale prevede di punire con una detenzione da uno a sei anni (non certo con la morte). Non ci si basa sui ‘fatti’ o sulle informazioni statistiche, per definire nuovi provvedimenti si fa appello ai sentimenti di paura, peraltro amplificati, quando non costruiti dai nuovi leader proprio mediante ‘discorsi insensati’. Un altro esempio ancor più eclatante di quest’uso della comunicazione, per sostituire le ‘parole’ ai ‘fatti’, è la campagna di Salvini contro i migranti e le ONG. Su Die Zeit, del 28 giugno, Saviano denuncia lo slogan ‘Prima gli italiani’, per diffondere odio un tempo da parte della Lega di Bossi contro i meridionali dato che per ‘italiani’ si intendevano solo quelli del Nord, ora da parte della Lega di Salvini contro i migranti per suscitare sentimenti di appartenenza etnica e alimentare il razzismo. I migranti sono indicati da Salvini come la causa di tutti i mali che affliggono la società italiana.

Quando poi si citano numeri o statistiche, allora si giunge ad affermazioni paradossali. Prendendo i numeri del ‘cruscotto statistico’ del Ministero dell’Interno (dunque dati ufficiali), si scopre che i migranti giunti in Italia dal 1° gennaio al 24 agosto 2018 sono 19.526, di cui 12.174 dalla Libia, mentre nel 2017 ne giunsero 98.076, di cui 93.285 dalla Libia, e nel 2016 105.344. Nel ‘cruscotto statistico’ del Ministero dell’Interno non ho trovato i numeri di morti causati dalla politica di chiusura dei porti e di divieto degli interventi delle navi ONG, minacciate ripetutamente da Salvini, legittimato peraltro nelle sue posizioni dal Consiglio Europeo del 28-29 giugno. I numeri sono su Avvenire, del 4 luglio, che riporta quelli in possesso dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che ha fornito la cifra di 1405 morti dall’inizio del 2018 (tre in meno di quanto riportato dalla Die Presse), con un aumento del 40%. Stiamo parlando di persone: il numero dei migranti è diminuito, mentre quello delle vittime in mare è drasticamente aumentato. Come usa Salvini questi dati, questi fatti? Di morti non parla, se non per sostenere che il modo migliore per evitarli è impedire le partenze, senza però fare un bilancio della sua politica che ha causato un numero maggiore di morti rispetto al numero di migranti, che è invece diminuito. Questa la prima manipolazione. Seconda manipolazione: per un verso attribuisce a sé stesso il successo per la riduzione dei migranti, disconoscendo quanto ottenuto da Minniti che ha inaugurato la chiusura del Mediterraneo e dato il via agli accordi con le fazioni libiche per fermare le partenze; per l’altro, si parla di pericolo dei migranti, dovuta alla loro invasione. Salvini non parte dai fatti, li inventa, diffonde ‘parole’, che diventano ‘fatti di propaganda’, o come dice Saviano, ‘comunicazione politica’. Quanto le ‘notizie’ e le affermazioni di Salvini, grazie alla sua posizione di Ministro dell’Interno, siano produttive di effetti reali sulle persone persuadendole dei pericoli dei migranti è documentato da una ricerca pubblicata il 27 agosto. Dalla ricerca, condotta da Marco Valbruzzi dell’Istituto Cattaneo, emerge che la maggioranza degli italiani crede davvero nell’invasione degli stranieri ritenendo che essi rappresentino circa il 25% della popolazione mentre sono circa il 7%.

Scrive Valbruzzi che “esiste una relazione positiva tra l’errata percezione del fenomeno migratorio e l’atteggiamento verso l’immigrazione [...] è chiaro che la questione dello ‘errore percettivo’ in riferimento al fenomeno migratorio non deriva soltanto da un problema di poca o scarsa informazione, bensì da diverse ‘visioni’ del mondo che inevitabilmente ne condizionano l’osservazione”. Se i rappresentanti di istituzioni, quale il Ministro dell’Interno, forniscono informazioni distorte ed esprimono giudizi calunniosi tali da alimentare paure e ostilità verso i migranti si produce un effetto di percezione distorto: i discorsi insensati producono un effetto di realtà, ma di una realtà inesistente.

Anche le relazioni tra Stati sono state trumpizzate. Nell’ultimo vertice della NATO, Trump ha denunciato la Germania per essere prigioniera, per le forniture di gas, della Russia quando le statistiche dicono che certo il gas russo ammonta al 40% del fabbisogno tedesco, tuttavia l’altro 60% è fornito da Norvegia, Olanda e da fonti interne. Naturalmente se a trattare con Putin è direttamente Trump, ciò viene esibito come abile mossa strategica per ricondurre la Russia a una politica di collaborazione con gli USA.

Potrei continuare ad elencare i casi in cui i messaggi delle destre reazionarie cozzano con i fatti. Voglio solo, a mo’ di sintesi, riferire di un articolo di Alexander Dobrindt, ex-ministro dei Trasporti della Germania e attuale capogruppo della CSU al Bundestag. In Die Welt, del 4 gennaio 2018, ha scritto che fin dall’origine la CSU è stato un partito interclassista e ideologicamente aperto a cattolici, a protestanti e a non-credenti, a nazionalisti e a cosmopoliti, dunque un partito popolare, una Volkspartei, capace di rappresentare ampi settori di popolo. La CSU, argomenta Dobrindt, si è sempre opposta allo statalismo della sinistra, riferendosi alla socialdemocrazia, e al verbalismo dei Verdi, e ora fa da argine all’islamismo, il quale attacca l’idea stessa di libertà e l’identità dell’Europa. Contro queste forze si erge ora una ‘nuova cittadinanza’, che sta promuovendo una rivoluzione conservatrice che fa seguito a una rivoluzione delle élite (quella che si snoderebbe dal ’68 alla globalizzazione). La CSU sostiene questa rivoluzione conservatrice, anzi ne è la sua voce a livello politico per affermare la salvaguardia del creato, la difesa della vita, la sicurezza fisica delle persone, la dignità dell’uomo, tutti cardini della cultura cristiana e occidentale.

Il discorso di Dobrindt è illuminante dell’ideologia delle destre reazionarie, le quali hanno fatto parte dell’establishment, e spesso, come nel caso della CSU, sono state al governo – la CSU per esempio è ininterrottamente al potere in Baviera dalla nascita della RFT, ed è stata membro di tutti i governi a guida CDU ‒ e, ciononostante, alimentano una rivolta contro le vecchie élite in nome della rivoluzione conservatrice. Questa rivoluzione conservatrice sta mettendo in discussione l’egemonia del vecchio establishment, delle vecchia oligarchia, consolidatasi nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale. La parole di Dobrindt, a segno che la sua ideologia è piuttosto diffusa, risuonano nella propaganda di Orbàn e del suo ministro degli Esteri, Péter Szijjártó, il quale, su Il Corriere della Sera del 28 giugno, esaltava i popoli dell’Europa centrale quali ‘autentici combattenti per la libertà’, sostenendo che in "Ungheria stiamo edificando una democrazia autenticamente cristiana sulla base della volontà popolare".

Come ha riconosciuto lo stesso Macron, nel suo discorso del 27 agosto alla Conférence des Ambassadeurs, la lotta per l’egemonia tra oligarchia neoliberale e destre reazionarie avviene su un terreno squisitamente politico ‒ egli ha detto che non c’è una ‘crisi migratoria’, c’è “una crisi politica europea” che riguarda la costruzione del ‘senso comune’ nelle società occidentali. L’ideologia dei partiti reazionari è quella delineata da Dobrindt. È essa a guidarli nella rivolta contro l’establishment, contro le élite che hanno gestito i paesi capitalistici nella fase della globalizzazione, e prima della ricostruzione post-bellica. È un movimento dall’alto che coinvolge però larghe fasce di popolo, conquistate al nuovo ‘senso comune’, che consisterebbe nell’identità cristiana contro la contaminazione culturale con le religioni e con i valori antioccidentali dei migranti, nella domanda di correzioni nella distribuzione della ricchezza per garantire protezione sociale, nella ricerca di forti leader di governo in grado di realizzare politiche di sicurezza.

2) Le destre reazionarie

Nell’UE si è aperta, come prima ho sottolineato, una crisi specificamente politica, che tocca anche problemi di strategia economico-sociale, ma che prevalentemente riguarda le questioni di senso, dell’esistenza individuale e della convivenza sociale. La crisi politica è una crisi di egemonia delle forze liberal-conservatrici e cristiane del PPE, e di quelle neoliberali della socialdemocrazia modellata dalla ideologia modernizzatrice di Blair e Schröder, colonne ambedue del vecchio establishment dell’UE, messo ora in discussione da un variegato schieramento di destre diffusamente chiamate populiste, e che io definisco ‘destre reazionarie di massa’ (per mutuare un’espressione di Togliatti). I discorsi di queste destre sono fondati sull’alterazione, quando non vera e propria negazione, dei fatti e dell’informazione accertabile e verificabile. Le loro affermazioni non sono suffragate dai fatti, dalla ‘verità delle cose’, e le loro proposte non sono orientate da criteri né di ragione né di ragionevolezza. Affermazioni e proposte sono espressioni della loro volontà di potenza, della volontà di giungere al e di gestire il potere, innanzitutto il governo.

Sia chiaro: sono ben consapevole che i ‘fatti’ sono teoria-dipendenti, sono theory-laden, poiché un ‘fatto’ è individuato in virtù di uno schema concettuale. Inoltre, nell’interpretazione dei fatti sociali va inclusa l’intenzionalità; quindi le motivazioni, i fini e mezzi degli agenti devono svolgere un ruolo di rilievo nella analisi politico-sociale, anche quando si tratta di conseguenze inintenzionali di atti intenzionali. Infine occorre tenere in accurata considerazione la performatività, per cui in contesti istituzionali il ‘dire’ è un ‘fare’, le parole sono fatti (secondo l’impostazione che da J. L. Austin va a J. R. Searle).

Nella conferenza stampa della BCE del 26 luglio, a Mario Draghi è stato ricordato da un giornalista che nello stesso giorno di sei anni prima, a Londra, pronunciò le famose parole: “all’interno del suo mandato, la BCE è pronta a fare qualunque cosa pur di salvare l’euro. E credetemi, sarà sufficiente”. A commento di queste sue affermazioni, Draghi, sei anni dopo, sostiene che l’euro è molto più forte di quanto non lo fosse allora, certo non solo in virtù del potere delle sue parole ma anche per le ‘riforme’ introdotte dai governi in tema di governance economica, di stabilizzazione delle banche, di riduzione del debito pubblico e di liberalizzazione dei mercati dei capitali, delle merci e del lavoro. Il richiamo a ‘whatever it takes’, può aiutarci a comprendere la relazione bidirezionale di ‘fatti’ e ‘parole’ negli eventi politico-sociali, e a cogliere il suo sovvertimento operato dalle destre reazionarie.

Le parole di Draghi ebbero l’effetto di placare i mercati, furono performative in quanto il suo dire fu un agire sulle cose, in quanto modificò il sentiment degli operatori finanziari relativo al fatto euro, stabilendo nelle dinamiche dei mercati la sua irreversibilità, che venne per questo assunta a presupposto delle decisioni dei centri finanziari. Ebbe un effetto perlocutorio, per continuare ad usare le categorie del linguista Austin, in quanto convinse gli operatori finanziari che effettivamente la BCE aveva i mezzi per salvare l’euro. Ebbe, infine, un effetto più ampio sui cittadini perché li persuase che le istituzioni erano in grado di raggiungere i risultati che si prefiggevano, cioè di salvare l’UE, suscitando fiducia nei meccanismi di mercato in quanto capaci di produrre crescita economica. Sarebbe questa a contare in una moderna democrazia, caratterizzata non dagli input dei cittadini attraverso le elezioni, bensì dagli output, dai risultati economici in termini di PIL.

Questa rapide, spero non approssimate, considerazioni metodologiche e la loro esemplificazione attraverso la descrizione di un evento, come quello del discorso di Draghi a Londra nel 2012, sono sufficienti per mettere a fuoco situazioni, fasi storiche in cui al contrario le ‘parole’ perdono qualsiasi riferimento ai fatti reali, perché i ‘fatti’ si producono esclusivamente in un mondo mito-poietico, in cui le parole producono ‘fatti’ solo al fine di suscitare consenso a politiche reazionarie. Si creano convinzioni che si espandono in ampie fasce di popolazione, si suscitano sentimenti intorno a eventi non accaduti, intorno a fatti artificiosamente costruiti, creati ad arte. Ci sono già stati periodi storici in cui il consenso è stato indirizzato attraverso e verso un mondo solo ed esclusivamente ideologico, che non aveva alcuna relazione con il mondo reale. Si pensi ai sentimenti e alle mobilitazioni provocati dal mito della ‘vittoria mutilata’ in Italia dopo la Grande Guerra (inventato da Gabriele D’Annunzio per la sua marcia su Fiume nel settembre del 1919), e del Dolchstoß, ‘la pugnalata alla schiena’ inventata dal comando militare tedesco per non rispondere delle proprie colpe per la disastrosa condotta delle operazioni belliche che portarono alla sconfitta e alla disgregazione della Germania guglielmina. Anche grazie a questi miti si sono costruiti i successi politici delle forze reazionarie dopo la I Guerra mondiale, come spiega diffusamente Robert Gerwarth nel volume La rabbia dei vinti (Roma-Bari 2017, pp. XVII, 115, 198, 217).

Voglio anche ricordare come non basti l’appello al popolo o l’esaltazione della sovranità popolare a caratterizzare una politica realmente democratica e di trasformazione sociale perché nella storia contemporanea abbiamo già avuto movimenti che, richiamandosi alla sovranità popolare, hanno distrutto le istituzioni rappresentative, sia pure esse liberali come quelle dell’Italia degli anni Venti del secolo scorso. Il fascista Roberto Farinacci pubblicò La voce del popolo sovrano per propagandare ideologie illiberali e antidemocratiche, e il nazionalsocialismo conquistò il voto dei disoccupati con un piano straordinario del lavoro, umiliando i sindacati tedeschi e annientando il partito socialdemocratico e quello comunista.

Non sostengo che il mondo stia conoscendo di nuovo il fascismo; non è fascismo, perché non si ricorre alla violenza e al carcere per gli oppositori, anche se violenza e carcere vengono usati contro i migranti, e per il momento l’attacco alle istituzioni rappresentative è condotto in nome della democrazia identitaria, che si serve della Rete per manifestare il proprio consenso al capo politico. Voglio solo sostenere che il fenomeno, definito per lo più populista, rivela una divaricazione tra discorso del nuovo establishment e realtà sociale, tra le sue parole e il mondo, ‘il mondo là fuori’ come in gergo lo chiamano i filosofi, e che in questa divaricazione si sviluppa l’autoritarismo politico. Mutuando la formula di Hobbes ‒ ‘il re è il popolo’ a significare che quel che lui sente, afferma e fa è espressione diretta del popolo ‒ oggi possiamo dire che il ‘leader è il popolo’. Se le parole del leader sono diffusamente ritenute essere ‘la verità delle cose’, ed espressive del senso comune, siamo già in un regime illiberale, antidemocratico e autoritario, in quanto la realtà è quella espressa dalle parole del capo, e l’evoluzione politica dipende solo da lui, dalle sue decisioni.

Ripeto per estrema chiarezza: non metto sullo stesso piano la xenofobia delle destre reazionarie e il fascismo, non è questo il punto. Il punto è che esistono fasi storiche in cui le parole perdono qualsiasi riferimento alle cose, non denotano più nulla, se non sé stesse. Per rendere ancora più chiaro quanto sostengo, si prenda il Trattato teologico-politico di Spinoza, dove al capitolo XVI ‘Dei fondamenti dello Stato’ si rinviene questa prima argomentazione: “in un reggimento democratico, poco è da temersi l’eventualità di assurde deliberazioni, perché è impossibile che la maggioranza di un’assemblea, se è veramente una maggioranza, si trovi d’accordo in una questione assurda”. Nella seconda Spinoza sostiene che il fondamento e il fine della democrazia consistono “nell’evitare gli assurdi dell’appetito e nel contenere gli uomini, il più che è possibile, nei limiti della ragione, affinché vivano in pace e in concordia; ché, se questo fondamento e questo fine venissero meno, facilmente tutto l’edificio cadrebbe” (ed. it., Firenze 1971, p. 277).

La prima argomentazione è stata inficiata, disgraziatamente per noi, dalle vicende del XX secolo, quando i parlamenti, in Italia e Germania, votarono leggi liberticide approvate da maggioranze formatesi in seguito a legale mandato elettorale da parte del popolo: le maggioranze popolari possono distruggere gli istituti liberali e democratici, se non vengono limitate dai vincoli dei diritti universali delle persone. Questa smentita, tuttavia, dà maggior valore alla seconda argomentazione di Spinoza per cui se viene meno la ‘ragione’ crolla l’edificio sociale, se in esso devono vigere pace e armonia, non paura e odio che possono spingersi fino a vedere nell’altro un nemico personale da espellere dalla società o da annientare con la forza.

La cancellazione della ‘ragione’ rende impossibile una società democratica, dato che la frattura tra le parole e le cose, tra i discorsi e la realtà, produce ‘deliberazioni irragionevoli’, e credere che adattandosi ai sentimenti popolari li si possa dirottare verso approdi democratici è un’illusione, perché essi sono forgiati dall’alto e al servizio di una volontà di potenza, di progetti di conquista e gestione del potere: quei ‘sentimenti popolari’ sono il portato di un mondo ideologico reazionario artatamente costruito pur sempre da élite.

3) Senso comune e buon senso

Si sente spesso ripetere che la ‘sinistra’ ‒ termine ormai che non denota più nulla ‒ sarebbe stata cancellata perché avrebbe perso la ‘connessione sentimentale’ con il popolo, facendo così il gioco delle destre che si sarebbero fatta interpreti dei sentimenti popolari dominati dalla paura dei migranti e dalla perdita di identità. Si deforma Gramsci, a cui risale quell’espressione, in un populista, in un reazionario, mentre egli, come ben documentato da Guido Liguori in una Relazione del maggio 2005 per la IGS, distingue tra ‘senso comune popolare’, usato per lo più in accezione negativa, e ‘buon senso’, espressione con valenza per lo più positiva. Infatti Gramsci riporta un passo, di fine ironia, del capitolo XXXII de I Promessi Sposi dove Manzoni, a commento della diceria sugli untori, ritenuti dal popolo apportatori di peste, scrive: “il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”. Tra ‘senso comune’ e ‘buon senso’ corre un abisso che non si può e non si deve saltare.

Oggi va emergendo una ‘mentalità collettiva’ che è la base di una diversa forma di egemonia, quella delle destre reazionarie e xenofobe, e che mette a dura prova la vecchia egemonia dell’oligarchia transnazionale, finora detentrice del potere nel l’UE e nei suoi Stati membri. Questa vecchia oligarchia è stata guidata dall’idea della ‘market democracy’, della democrazia mercatista, perché convinta che la costruzione del mercato interno a livello europeo avrebbe innescato processi d’integrazione sociale. È stata l’ideologia funzionalista, praticata da Monnet, a suggerire la strategia di costruzione del mercato senza preoccuparsi di politiche redistributive e di interventi sociali perché l’integrazione del popolo nelle istituzioni europee sarebbe avvenuta grazie allo sviluppo economico dovuto all’allargarsi dei mercati nazionali, unificati a livello continentale. Questo processo d’integrazione non si è realizzato all’epoca dell’istituzione del mercato comune, infatti tutti hanno dovuto riconoscere il deficit di democrazia della CEE, e non si è realizzato con la costruzione del mercato interno e della moneta unica che hanno accentrato le politiche pubbliche degli Stati membri dell’UE a Bruxelles e a Francoforte. Si è formata un’oligarchia sovranazionale che ha supposto di acquisire legittimazione nell’esercizio del potere grazie alla crescita economica, e per questo è stato teorizzato un tipo speciale di regime politico denominato output democracy, per cui i detentori del potere sarebbero legittimati non tanto dal voto dei cittadini, quanto dal benessere economico scaturente dal mercato unico europeo.

Questi risultati in termini di benessere economico e di sicurezza non sono arrivati, anzi la Grande Recessione ha accentuato le disuguaglianze e resa precaria l’occupazione, e la vita, di milioni di persone. L’ossimoro di ‘crescita nell’austerità’ ha mostrato la sua fallacia concettuale e i suoi effetti devastanti sulla società: precarietà, bassi redditi, distruzione dei servizi pubblici e degrado del welfare. Tutto ciò si è accompagnato con la retorica dell’innovazione dei processi produttivi grazie alle tecnologie informatiche che richiederebbero una formazione permanente della forza-lavoro, su cui ricadrebbe la colpa se disoccupata. Si è diffusa l’idea che non esiste ‘disoccupazione involontaria’, essendo questa sempre volontaria causata dal mancato adeguamento alle nuove mansioni e professioni. Questa ‘narrazione’ dell’oligarchia UE è crollata perché le persone hanno verificato sulla propria pelle che le politiche di austerità hanno provocato un generale peggioramento dei livelli salariali e di esistenza, mentre hanno favorito il salvataggio delle banche e l’innalzamento della produttività e della competitività delle imprese sui mercati mondiali. A farsi carico della ‘rabbia’ sociale sono forze reazionarie che in nome della lotta del ‘basso contro l’alto’ hanno intercettato istanze popolari che devono però far coesistere con il funzionamento del mercato unico, e dunque con gli interessi dei settori imprenditoriali legati alle catene di valore sovranazionali.

Si è nel mezzo di una lotta per l’egemonia tra un’oligarchia legata al capitalismo globalizzato e forze reazionarie che tentano di saldare istanze popolari e interessi capitalistici sotto le bandiere della xenofobia, creando un nemico su cui dirottare la rabbia sociale: i migranti.

La ‘rivoluzione di mercato’, radicalizzatasi con la globalizzazione, ha sconquassato la società, che Angela Merkel pensa di risanare con le politiche di ‘crescita nell’austerità’ nel quadro delle istituzioni esistenti, ed Emmanuel Macron con il progetto di un ‘umanesimo progressista’ e con la diffusione della cultura tecnologica (come ha ripetuto nel suo discorso del 27 agosto). Il duo Salvini-Di Maio, invece, vuole ricomporre l’unità sociale contro un nemico, i migranti, e con provvedimenti di natura interclassista che mettono insieme pensioni e flat tax, freno alla precarietà e abbassamento del costo del lavoro per le imprese – politiche che rispettano i vincoli allocativi posti dal mercato allentando, nei limiti del possibile, quelli redistributivi.

Le destre reazionarie hanno un compito non facile davanti a sé perché, per esempio, indicare nei migranti il nemico per garantire il benessere degli italiani si scontra con la presenza diffusa, nell’industria nei servizi nell’agricoltura, di manodopera ‘migrante’ a basso costo e senza alcuna protezione sociale e sicurezza personale (come le stragi in Puglia purtroppo testimoniano); il respingimento dei migranti nel Mediterraneo richiede che i confini dell’UE si estendano venendo meno la sovranità nazionale sul proprio territorio, che invece è una bandiera delle destre. Ancora un esempio di contraddizione nelle posizioni delle destre xenofobe, è quello dell’Ungheria e dei paesi di Visegrad, che, mentre minacciano chiusure nazionalistiche per non sottostare alle decisioni di Bruxelles, devono ricorrere ai fondi strutturali disposti dall’UE e accettare la delocalizzazione (divenendo anelli della catena delle subforniture), per incrementare il loro PIL e partecipare alla distribuzione dei profitti delle imprese-madri, in primo luogo tedesche. Tenere insieme retorica anti-UE e richieste di sostegno a Bruxelles per gestire i flussi migratori, attacco alla Germania e preservazione dei legami produttivi con le sue imprese, non sarà un compito facile.

Un ascoltato opinion maker quale Martin Wolf, in un articolo sul Financial Times (21-22 luglio), ben consapevole di questa crisi politica, di questa crisi di egemonia, ritiene che la questione delle questioni è se la democrazia liberale potrà sopravvivere all’era di Trump, del Brexit, di Putin e di Xi Jinping. Wolf individua la frattura tra il vecchio establishment e le destre reazionarie nel fatto che il primo segue una linea che, identificando mercato e democrazia, fa risalire le cause della crisi economica alle sregolatezze delle politiche fiscali (invece di quelle del settore finanziario), da qui la scelta dell’austerità; le destre reazionarie colgono i pericoli di disgregazione sociale dovuti all’insicurezza del lavoro e alle disuguaglianze e vogliono per questo azionare la leva fiscale per attenuarle, mentre agitano i pericoli dell’immigrazione per cementare il consenso popolare.

L’UE oltre alla conseguenze della Grande Recessione deve affrontare una crisi eminentemente politica, in cui si contendono l’egemonia due ceti dirigenti: l’uno formato da gruppi politici legati alla tecno-burocrazia, alla finanza e alle grandi industrie; l’altro espressione di classi medie impoverite e del mondo della piccola-media imprenditoria, capace al tempo stesso di fomentare la rabbia sociale di settori popolari colpiti duramente dalla crisi economica. Queste destre reazionarie riescono al momento a tenere insieme strati con interessi sociali differenti grazie al ‘capro espiatorio’ dei migranti e alla retorica anti-élite. Sono però evidenti le loro contraddizioni: devono difendere la piccola-media industria agitando la difesa dell’imprenditoria nazionale contro gli egoismi tedeschi, mentre quella stessa imprenditoria è legata alle catene di valore sovranazionale che hanno i terminali proprio in Germania; devono difendere i confini nazionali dalle invasioni dei migranti chiedendo che questi stessi confini diventino confini europei; devono chiudere i porti nazionali, chiedendo che altri paesi UE aprano i loro; devono difendere il ‘patrio suolo’ chiedendo la solidarietà degli altri governi nazionalisti che non vogliono aprire i propri confini; vogliono sostenere Putin senza poter venir meno ai vincoli della NATO; vorrebbero riconquistare la sovranità monetaria, senza potersi svincolare dai Trattati UE. La retorica anti-élite può coprire molte contraddizioni, ma alla lunga non può sanarle.

4) Lotta di potere

Sarebbe solo cecità intellettuale negare una profonda crisi delle classi dirigenti ai livelli nazionali e di conseguenza a quello dell’UE, e infatti i suoi esponenti non la negano né la sottovalutano, solo che, forti della vecchia convinzione espressa da Monnet nelle sue Mémoires (Parigi 1976, p. 488), ritengono che l’UE sia proprio il risultato delle risposte alle crisi, perché il loro superamento richiede sempre più ampie cessioni di sovranità. Infatti, Schäuble si dichiara ottimista anche in questa situazione di acuti conflitti relativi alla gestione politica dell’UE, anzi sostiene che “nelle crisi si avanza” se si assumono delle responsabilità comuni (Corriere della Sera, 24 giugno). Questa volta, però, non è come nel 2008-10 quando governi, Commissione e tecnocrazia non trovarono nessuna opposizione nel varare misure di austerità e di accentramento delle decisioni di bilancio, a cui seguirono gli interventi della BCE sotto la guida di Draghi. Oggi l’opposizione alle scelte dell’establishment di Bruxelles viene dal loro stesso campo, da parte delle destre che guidano governi di paesi membri dell’UE – dei paesi di Visegrad, dell’Austria, dell’Italia. Sulle questioni specifiche della governance economico-finanziario, poi, i governi di Belgio, Olanda, Lussemburgo, Finlandia, Malta, Svezia Lituania, Estonia, e Irlanda si oppongono alle scelte contenute nella Dichiarazione di Meseberg, come documenta il Financial Times del 23-24 giugno, che riporta una loro lettera polemica inviata a Macron e alla Merkel, oltre che alle istituzioni dell’UE.

Merkel e Macron hanno provato, con la Dichiarazione del 19 giugno, a preparare il terreno del successivo Consiglio Europeo perché questi assumesse decisioni sulle questioni del rafforzamento degli strumenti di governance della finanza e delle banche, della trasformazione del MES in un Fondo Monetario Europeo, del sostegno ai processi di digitalizzazione, della sicurezza e della difesa. Nelle prime righe si parla di ‘sfide esistenziali’ di fronte a cui si trova l’UE, tuttavia la Dichiarazione, nell’elencare le misure ritenute necessarie per gestire l’economia e il mercato unico, non affronta la questione delle questioni: quali forze politiche saranno chiamate a gestire quelle misure, e, soprattutto quale l’ordine di priorità nelle decisioni del Consiglio Europeo del 28-29 giugno? Nella Dichiarazione si procede business as usual, pensando al rafforzamento dell’Eurozona mediante l’istituzione di un bilancio comune, al backstop per la risoluzione delle crisi bancarie, alla trasformazione del MES. Si parla quasi en passant della politica migratoria credendo che sarebbero stati sufficienti il potenziamento di Frontex e gli accordi sui cd movimenti secondari. Tutto ciò, puntualizza la Dichiarazione, deve svolgersi nel quadro di "un’Europa, sovrana e unita, un’Europa competitiva, un’Europa che sia un’ancora per la prosperità e che difenda il suo modello economico e sociale e la sua diversità culturale, un’Europa che sostiene una società aperta basata su valori comuni di pluralismo, di solidarietà e di giustizia [...] un’Europa pronta ad affermare il suo ruolo internazionale a favore della pace, della sicurezza e dello sviluppo sostenibile”.

Proprio questa Europa è oggetto della sfida delle destre reazionarie, che si stanno organizzando per costruire la ‘nuova Europa’, come dichiarato da Orbàn dopo l’incontro con Salvini a Milano il 28 agosto. A questa sfida Merkel e Macron non danno risposta, se non con generici richiami ideologici e con compromessi che spostano a destra l’asse della gestione politica dell’UE.

Per averne una prova basta leggere i due discorsi che la Cancelliera Merkel ha tenuto al Bundestag il 28 giugno, prima di partecipare al Consiglio Europeo, e il 4 luglio in sede di replica sulla legge di bilancio della RFT. Nel primo Merkel, affrontando la crisi delle relazioni con gli USA, ribadisce la centralità della NATO per la sicurezza della Germania e dell’Europa, conferma l’obiettivo di portare le spese militari al 2% del PIL, quindi, per quanto riguarda l’UE, ricorda i punti della Dichiarazione di Meseberg e soprattutto afferma che mai più si apriranno le frontiere tedesche ai richiedenti asilo come nel 2015. Anzi, per venire incontro al suo ministro dell’Interno Seehofer, si impegna a ricercare una soluzione per quei richiedenti asilo in Germania che hanno fatto domanda in altro paese, dando vita ai cd movimenti secondari.

Dunque Angela Merkel è andata al Consiglio Europeo del 28 giugno con un’agenda che vedeva sì la questione dei migranti come cruciale per il destino del suo governo, con l’intenzione però di inquadrarla in un contesto in cui gli altri temi, di governance economica e di natura geopolitica, avessero un loro rilievo.

A Bruxelles, nel Consiglio Europeo del 28-29 giugno, l’agenda di Merkel (e di Macron) è stata scardinata: la ‘questione migranti’ ha preso il sopravvento con l’affermazione di scelte che trasformano il Mediterraneo in frontiera esterna dell’UE, da proteggere con nuovi distaccamenti di polizia e con una chiusura verso le attività delle ONG. Merkel, grazie a generici impegni assunti dall’Italia e da accordi con Grecia e Spagna per il ritorno dei richiedenti asilo, ha evitato sì la crisi del suo governo, minacciata dalla CSU, essendo costretta ad accettare una politica migratoria di chiusura e soprattutto a prendere atto del rinvio a successivi appuntamenti del Consiglio Europeo delle decisioni relative alle misure messe a punto a Meseberg.

Il rovesciamento dell’agenda si riflette in pieno nel discorso al Bundestag del 4 luglio, quando, invece di trattare i temi del bilancio e dei risultati del governo di grande coalizione, ha dovuto render conto della politica migratoria, sposando in pieno l’ideologia securitaria per rispondere alle paure della popolazione. La Merkel, inneggiata nel 2015 dai profughi siriani che camminavano con la sua foto verso la Germania, è un ormai un ricordo sbiadito. Questo è il segno che le destre reazionarie e xenofobe hanno già spostato il piano del confronto e delle decisioni politiche. Le élite, che almeno a parole professano i valori di democrazia e tolleranza (come nella Dichiarazione di Meseberg), hanno ceduto sulle questioni dei migranti e della sicurezza interna, forse con la speranza che sul terreno della governance economica nelle prossime riunioni del Consiglio Europeo si possa trovare un‘intesa con le destre reazionarie.

Non sarà facile, perché Angela Merkel ha di mira un accentramento ulteriore delle decisioni delle politiche fiscali il cui controllo dovrebbe essere spostato verso il progettato Fondo Monetario Europeo. Ciò comporta consistenti cessioni di sovranità, su cui l’Austria, alla presidenza del Consiglio per il secondo Semestre del 2018, ha messo nel suo Programma dei precisi paletti.

Il motto del Programma austriaco è rivelatore, suonando: Ein Europa, das schützt – ‘un’Europa che protegge’, che si può anche rendere con ‘un’Europa che difende’. In ogni caso il tema della sicurezza contro i migranti è centrale nel Semestre austriaco; inoltre tra i primi punti, relativi al programma del Consiglio affari generali, si colloca un tema, il cui solo titolo dovrebbe suonare da avvertimento alla Merkel e a Schäuble, che propugnano nuove cessioni di sovranità nazionale da parte degli Stati membri. Infatti, si vuole istituire una Task force su Sussidiarietà e Proporzionalità al fine di ridimensionare il ruolo delle istituzioni pubbliche all’insegna dello Stato minimo, che trasposto a livello dell’UE significa ‘fare meno più efficientemente’, implicando un maggior ricorso alle iniziative degli Stati membri. Anche questi però devono fare meno e più efficientemente, cosicché tutte le istituzioni pubbliche, a qualsiasi livello, devono limitare il proprio raggio d’azione a ciò che è necessario (a ciò che i privati proprio non riescono a fare), sempre perseguendo l’efficienza. Stato minimo a livello nazionale, intervento minimo a livello europeo. Lo scontro con chi vuole più ampie cessioni di sovranità sarà duro. La gestione politica dell’UE oscillerà tra più mercato e più sicurezza, tra un’élite legata ai mercati e alla tecnocrazia e destre reazionarie che, comunque, non potranno fare a meno dei mercati. Si continuerà ad assistere a una lotta per il potere, in cui diritti universali e uguaglianza, democrazia e libertà non troveranno posto.

Fonte

07/04/2017

Hier trägst du mit



Su questo blog si è spesso documentato come la comunicazione politica dei nostri tempi radichi le sue retoriche nell'odio sociale. Chi sta (ancora) un po' meglio vive sulle spalle di chi sta peggio. In una «economia sociale di mercato fortemente competitiva» il vantaggio dell'uno è la rovina dell'altro. E anche il debole è un nemico: nell'eterna rincorsa di un equilibrio economico che non torna mai, i suoi bisogni non sono sostenibili né giustificati dal contributo produttivo che apporta. Sicché è colpevole: sia perché non coglie le opportunità di un sistema che premia chi si impegna, sia perché intralcia quel sistema rivendicando diritti che non merita.

Un sistema radicato nell'odio produce odio. Molti amici si sono indignati nel leggere i contenuti della pagina Facebook «Vecchi di merda» dove si insultano gli anziani che percepiscono una pensione maturata con il metodo retributivo. Alla notizia (vera) di un centro anziani il cui personale percuoteva i degenti, gli amministratori della pagina commentavano che «picchiare un retributivo non è reato».

Non sappiamo quanto siano veri o fake gli autori di questa iniziativa, ma il punto è un altro: che ciò che scrivono è perfettamente in linea con il sentire politico dominante e con chi se ne fa latore nell'accademia e sui giornali. Ingiurie a parte, le rivendicazioni di VdM sviluppano il senso economico di tanti titoli degli ultimi anni:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/28/i-vecchi-stanno-vincendo-la-lotta-di-classe/3128949/

http://www.lavoce.info/archives/27219/la-generazione-che-paga-per-tutti/

http://www.linkiesta.it/it/article/2015/05/21/pensioni-parla-elsa-fornero-ora-basta-far-pagare-il-conto-ai-giovani/25994/

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2015/06/09/news/generazione-locuste-gli-anziani-sono-piu-ricchi-e-i-giovani-devono-spartirsi-solo-le-briciole-1.216098

Da tempo ci ripetono che i vecchi rubano il futuro ai giovani. Che «hanno fatto il debito pubblico». E che se i figli vogliono stare meglio i padri devono stare peggio. Senza scomodare la psicopatologia edipica, sono tutti corollari del teorema della scarsità: «Scannatevi, perché non ce n'è per tutti». O di quello del potere: se i poveri si accapigliano nelle fogne, è meno probabile che azzannino le caviglie dei ricchi. Se l'invidia sociale è vecchia quanto la società, la prevalenza del giovane sul vecchio, cioè del forte sul debole, va ancora più indietro: al mondo delle bestie da cui ci siamo evoluti. Sicché sarebbe uno spreco non fare di questo patrimonio ancestrale uno strumento di dominio politico e di controllo del malcontento popolare:


In queste retoriche cova spesso la fregola di mandare al macero la democrazia e di sopprimere i diritti degli avversari e dei diversi (pardon, dei competitors) escludendoli dalle decisioni comuni. Così accadeva all'indomani del voto inglese sull'uscita dall'Unione, con un rito rabbioso e «paidocratico» celebrato a stampa unita. In un precedente articolo dedicato a quella vicenda osservammo che:
In questa dialettica, anziani e giovani non sono altro che dramatis personae per indicare il vecchio e il nuovo, e quest'ultimo non è altro che l'agenda governativa in corso. Agli anziani tutti metaforici di questa mitografia si attribuisce la «paura del cambiamento» e l'attaccamento «antistorico» alle certezze del passato, «dall'alto delle loro pensioni, dei loro ricordi di gioventù e dai cuscini di un divano al di fuori del mondo e del futuro» (Federica Bianchi, L'Espresso). [...] il vecchiume a cui si allude è [...] il retaggio di sicurezze lavorative, sociali e patrimoniali che hanno effettivamente caratterizzato le gioventù degli elettori più stagionati e il periodo economicamente più florido del nostro continente. Non contenti di averle ampiamente smantellate nei fatti, i governi [...] puntano oggi a squalificarle anche nell'immaginario associandole ai volti bavosi e sdentati degli orchi e delle streghe che, come nelle fiabe, divorano i bimbi rubando loro il futuro.
Con l'ovvio epilogo:
La vicenda, già in sé squallida, potrebbe chiudersi qui [...] Se non fosse che la fantasiosa crociata contro il voto degli anziani si è subito trasformata in un attacco reale al diritto di voto degli anziani, e quindi al suffragio universale, aprendo scorci inquietanti sugli umori antidemocratici che covano nell'establishment.
La gerontofobia è sdoganata, è normale come il caffè dopo i pasti. Ecco la risposta di Facebook a un lettore che segnalava la pagina VdM come contenuto che incita all'odio:




E in effetti gli standard della comunità Facebook non includono la discriminante dell'età. Che sarà mai, in fondo. Non sono mica donne, ebrei, migranti, maomettani o transomosessuali. Sono solo vecchi. E quella è solo un'opinione, anzi un'opinione in voga. A conferma che la lotta all'hate speech non serve a proteggere le persone ma le idee di chi lo condanna.

Personalmente amo intrattenermi con gli anziani e amo anche le loro debolezze (qui una bella poesia di Claudio Baglioni), sicché non mi costa fatica considerarli una ricchezza. Ma se mi turo il naso potrei persino ringraziare i ragazzi (?) di VdM, perché in poche battute hanno denudato la ferocia di chi pensa e scrive le stesse cose ammantandole di sproloqui contabili e appiccicandosi l'etichetta di moderato. Di chi semina odio in giacca e cravatta nella certezza che saranno altri a raccoglierlo, ma soprattutto a subirlo.

***

Ma fingiamo che ci si creda davvero.

Incominciano col dire che il match contributivo-retributivo è una dialettica per criceti. Un sistema di assistenza pubblica deve assistere i cittadini secondo i bisogni di ognuno. Una volta fissato lo standard, gli strumenti sottostanti sono dettati dal fine. Se si accettano le premesse tecniche come finali ci si lascia condurre come le cavie nel labirinto di un laboratorio, fino all'esito stabilito da chi ha imposto quelle premesse. I cervelli adulti ragionano sul sistema, non nel sistema.

È vero che le pensioni di anzianità assorbono una buona parte della spesa dello Stato (circa un quarto). Ma prima di chiederci che cosa si potrebbe fare con quei soldi dovremmo chiederci che cosa ci si stia facendo. I pensionati sono la categoria con più bisogni e più tempo libero. Le loro pensioni le spendono in farmaci e cure mediche, case di riposo (che di solito costano più della pensione, quindi devono dare fondo anche ai risparmi), circoli ricreativi, ristoranti e balere, teatri e alberghi (anche in inverno, anche quando non si va in ferie e i gestori dovrebbero altrimenti chiudere), viaggi, capricci e regali ai nipoti, oltre il resto. A chi danno questi soldi? Ad altri vecchi bavosi? No. A chi lavora, cioè ai giovani: animatori, infermieri, medici, psicologi, fisioterapisti, farmaceutici, camerieri, ristoratori, accompagnatori, commercianti, imprenditori ecc. La spesa pensionistica è, se non l'unico, il principale pilastro su cui ancora insiste lo stimolo pubblico della domanda privata.

Ora facciamo contenti i paidocrati: riduciamo tutte le pensioni. Sì, certo, tra i suddetti lavoratori molti finirebbero licenziati o in rovina per mancanza di clienti, però vuoi mettere? Si liberebbero «risorse» per i giovani. Come? Ad esempio con la riduzione dei contributi assistenziali versati da chi avrà ancora un lavoro. Ma sarà vero? Non ne ha mai parlato nessuno e non è mai successo. Tanto che la riforma Fornero, quella fatta per salvare i conti pubblici e rendere sostenibile il sistema, prevedeva di aumentare l'aliquota delle partite IVA fino al 33%. Senza dire che con l'ulteriore aumento della disoccupazione calerebbe il gettito rendendo ancora più remota l'eventualità di una riduzione fiscale.

È tutta da piangere, insomma. Comunque la si metta, un sistema pensionistico e una spesa pubblica che non possono cioè non vogliono fare deficit quando occorre sono un carnaio dove tanti polli si contendono poco becchime e dove, non potendo vincere, ci si impegna affinché perda anche il vicino. È la pena di un'economia ridotta al soldo e non alle cose e ai bisogni, dove per non infliggere qualche zerovirgola di inflazione ai patrimoni di chi non ha proprio bisogno di pensione, è lecita la miseria e la sofferenza di chi ci vive, fossero anche i propri genitori. È la subciviltà del «quanto ci costa», la stessa ritratta nell'immagine che apre la nostra pedanteria: «Anche tu porti il fardello! Un malato alla nascita costa in media 50.000 marchi fino ai 60 anni di età».

Era la Germania del 1940.

Fonte

11/02/2017

Virginia Raggi e la minaccia softcore

Diciamocelo subito e sinceramente: il quotidiano Libero, fondato da Vittorio Feltri, è qualcosa di aberrante. Nasce con l’inizio del secolo, in area centrodestra, e si distingue subito per spargere veleno prima, durante e dopo il G8. Se c’è una testata in Italia, persino più de Il Giornale, che vive ricalcando tutti quei  luoghi comuni destroidi, razzisti, sessisti e qualunquisti esistenti è proprio Libero. Testata che vanta anche un vicedirettore, Renato Farina, condannato, come collaboratore dei servizi (in codice “agente Betulla”), a sette mesi per aver pubblicato, e contribuito a confezionare, un falso dossier contro Romano Prodi.  Questo per capirsi, eventualmente, su quanto Libero sia stato infiltrabile dai servizi. Ma anche dal traffico di falsi, visto che Libero pubblicò, nel 2011, I diari di Mussolini, già certificati come inautentici da diverse perizie, anche chieste da una importante casa di aste.

Libero ha come specialità quel giornalismo prima insinuatosi negli anni ‘80 poi impostosi nel decennio successivo e infine riprodotto oggi sui social che lavora a invertire la realtà. Sempre a favore di poteri dispotici, consolidando luoghi comuni, beceri, moralisti, poveri. Per cui se c’è un sciopero la colpa è dei lavoratori, se la guerra genera profughi, i  colpevoli sono quei sopravvissuti che arrivano in Italia, per non parlare delle solite dicerie su fatti gonfiati sui dipendenti pubblici, insegnanti, giovani etc.

Per tacere della misoginia evidente, chiamiamola così per tenersi buoni, espressa nei confronti di qualsiasi figura femminile ritenuta di sinistra. Tenendo conto, inoltre, che il concetto di sinistra di Libero è larghissimo, si capisce come le donne siano state spesso un bersaglio becero di questa testata. Questa volta è toccata ad una donna, non di sinistra, ma abbondantemente entrata nelle cronache quotidiane: il sindaco di Roma Virginia Raggi. Il doppio senso ben evidenziato nella testata, che riproduciamo, riguarda sia il fatto che la Raggi è un grosso problema per il Movimento 5 Stelle, che l’insinuazione che la vita privata della Raggi sia, come dire, vissuta in maniera un pò compulsiva. A parte il fatto che Virginia Raggi ha comunque diritto a vivere la sua sfera personale come crede, Libero non ha fatto che raccogliere le esternazioni, prontamente riprese da un giornalista con lo smartphone, dell’assessore all’urbanistica al comune di Roma Berdini e ne ha fatto un titolo utile per essere gettato in pasto all’audience e alle polemiche. Siccome si tratta di Libero, giornale che ha seguito Berlusconi nelle cause più inverosimili, non manca l’insinuazione su una Raggi che vivrebbe una vita da bunga-bunga (appoggiandosi anche sul fatto che lo stesso titolo usato con la Raggi “patata bollente”, con l’identico doppio senso fu usato, in passato, per Ruby Rubacuori).

E’ chiaro che Libero ha lavorato in due sensi: per fare un numero a effetto sulla Raggi e, già che c’era, alleggerire la posizione di Berlusconi (con l’insinuazione del solito “se è colpevole non è il solo” che finisce sempre per alleggerire il peso di un comportamento). Detti i fatti, qualche considerazione un po' più tecnica, legata ai processi di comunicazione politica.

La Raggi è il classico storytelling della politica sfuggito a se stesso. E qui forse alla Casaleggio qualche interrogativo sul fatto che l’eccesso di narrazione in politica può essere un boomerang forse non sarebbe male porselo. Ma chi pensa al primato del marketing aziendale sulle altre forme di comunicazione, è difficile possa uscire da questi schemi. Premesso poi che ogni storytelling di successo in politica è spesso destinato a sfuggire a chi lo ha creato, e premesso che questo fenomeno è più un problema per chi vive di sondaggi e meno di radicamento sociale, intendiamo per storytelling un processo di creazione di storie attorno a un personaggio che, in questo caso, fino alla vittoria elettorale del giugno 2016 è andato benissimo.

Fino a quel momento, ogni evento o storia creati attorno a Virginia Raggi funzionava. In modo tale da salire nei sondaggi, nei voti, da creare quella audience spontanea, sui media e sui social, a difesa del personaggio (come durante le accuse prima del voto) o, addirittura, romanzi a fumetti su una fantastoria d’innamoramento tra la Raggi e il suo avversario alle elezioni Giachetti. E quest’ultimo dettaglio era la spia che lo storytelling era riuscito, con le storie non ufficiali che spontaneamente aggiungono fama alla storia ufficiale, ma anche del pericolo di scivolamento. Ovvero che il personaggio Raggi potesse finire velocemente nel gossip o nel softcore in modo incontrollabile. Come avvenuto per Maria Elena Boschi a causa, qui, non tanto della narrazione del gossip in ma per la vicenda banche.

E quando la narrazione diventa incontrollabile interviene quello che giustamente Federico Di Chio chiama storytelling all’americana. In poche parole uno storytelling dove la drammatizzazione, la velocizzazione degli eventi, l’avvento di personaggi secondari che modificano giudizio e significato sui personaggi principali si fanno stringenti e, soprattutto, appetibili dal pubblico. Il punto è che questo storytelling, a differenza della fase delle luna di miele elettorale, non lo fa la Casaleggio ma lo fanno i media. Specie quando gli assessori appaiono e scompaiono, ogni giorno accade qualcosa (dai rifiuti, ai bilanci, alle rivelazioni di dossier), i personaggi secondari attirano nuove storie (da Muraro alla vicenda Marra) che portano nuovi significati alla vicenda Raggi. Tutto questo non ha avuto, poteva averlo, una narrazione predominante da parte della Casaleggio ma da parte del media mainstream e dei social media. In questo modo la vicenda Raggi sfugge dalle mani, e dal governo dei significati, di chi l’ha, dal punto di vista comunicativo, promossa e creata.  In questo senso le rivelazioni registrate di Berdini per lo storytelling ufficiale della Raggi sono devastanti.

Prima di tutto perchè aggiungono nuovo supporto, e quindi nuovi significati, alla narrazione: dalle chat stavolta si passa all’audio. E questo è un effetto novità che paga per qualsiasi storytelling alternativo. Poi perchè  queste rivelazioni di Berdini alludono ad un sottofondo di gossip e softcore potenzialmente esplosivo per chi è politicamente in difficoltà, rispetto all’audience e all’elettorato. Ecco infatti Libero, che di storytelling costruiti per distruggere l’avversario politico ha una consolidata tradizione, passa subito all’allusione piena dello scenario softcore, pescando dall’intramontabile linguaggio della stagione dei film italiani di serie B.

In questo senso la Raggi rischia di entrare in una narrazione, in termini di farsa, peggiore di quella degli assessori che vanno e che vengono. Quella che circola più velocemente sui social legata al gossip, e già di articoli considerabili con questo termine riguardanti la Raggi ne circolano, e alla dimensione softcore dell’alcova della sindaco che titoli come quello di Libero evocano. Insomma quando lo storytelling sfugge di mano questa del gossip e del softcore, se permane, è la tendenza peggiore.

Rimane la censura ufficiale, da parte dei rappresentanti delle istituzioni, del numero di Libero. La censura morale serve a poco. Specie in un’epoca dove i social la metabolizzano con infinite polemiche che ne triturano l’efficacia (alimentando proprio quei nuovi generi di narrazioni che la censura vorrebbe evitare), la censura morale esiste per salvaguardare solo quella quota di moralità che le istituzioni detengono. Ma non certo per prevenire o impedire fenomeni di comunicazione spontanea e di impatto. Un certo tipo di comunicazione, come lo storytelling attivato da Libero, si sconfigge con l’ironia. Certo ironia ed istituzioni si accompagnano male, visto che questa, per essere efficace contro uno storytelling, deve essere agile e sottile come le istituzioni della repubblica non sanno essere. Ma più a sinistra, invece di agitare l’immmediato linguaggio della condanna, quella pratica sociale che invocata rende sempre simili al potere,  l’ironia contro storytelling del genere potrebbe essere usata con maggiore successo. Ma l’ironia, nella comunicazione politica efficace, non è tanto invenzione di un singolo. E’ come un pezzo musicale: in parte creazione di un gruppo, in parte pre-esistente in uno strato sociale. Cosa oggettivamente difficile per ciò che rimane della sinistra. Intanto lo storytelling di “Virginia” continua. Completamente sfuggito ai suoi creatori.

Redazione, 10 febbraio 2017