La “democrazia apparente” domina là dove viene celebrata come massima espressione effettiva della “democrazia reale”. Ovvero il regime politico in cui i delegati eletti rappresentano (dovrebbero rappresentare) il più possibile fedelmente la “volontà del popolo”, dopo regolari elezioni totalmente libere e prive di condizionamenti.
Attualmente negli Usa tutti i sondaggi, a prescindere dalla società di rilevamento, danno la guerra all’Iran come del tutto impopolare (ben oltre il 60%), anche se la motivazione principale è tutt’altro che “etica”: il prezzo della benzina è arrivato a sfiorare i 5 dollari al gallone (circa 3,8 litri).
Ma soltanto ieri la Camera statunitense ha approvato una risoluzione per frenare la campagna militare del presidente Trump in Iran, dopo che diversi tentativi guidati dai democratici, basati sul War Powers Act, erano falliti.
Il “miracolo” si è verificato perché il deputato Jared Golden, l’unico democratico che aveva costantemente votato contro le risoluzioni dello stesso tipo, ha cambiato posizione e ha votato a favore. E quattro repubblicani – Brian Fitzpatrick, Thomas Massie, Tom Barrett e Warren Davidson – hanno votato a favore della misura.
Dal punto di vista pratico non cambia molto. Per diventare effettiva, la risoluzione dovrebbe essere approvata anche dal Senato, dove la maggioranza trumpiana è più solida. In ogni caso Trump, come presidente, potrebbe semplicemente porre il veto e continuare a fare come vuole.
Questo episodio segnala comunque una crescita della “sofferenza” per gli effetti interni della guerra all’Iran, ed è ancora più notevole se si pensa che sui 535 membri del Congresso (100 senatori e 435 deputati) ben 361 sono stati pubblicamente finanziati dall’AIPAC durante la loro campagna elettorale. Ma altre decine di milioni di dollari sono stati versati dal United Democracy Project (UDP), un altro fondo affiliato all’AIPAC, nel corso di campagne locali senza lasciare alcuna traccia riscontrabile, anche perché questo insieme di fondi e associazioni relative offrono benefit personali importanti come vacanze di lusso ed altro.
Ma cos’è l’Aipac?
L’American Israel Public Affairs Committee è considerato il “gruppo di pressione” (lobby, in inglese) più potente a Washington, visto che in pratica finanzia oltre i due terzi del Congresso in modo bipartisan, assicurando così una maggioranza stabile e ultrasolida agli interessi di Israele. Nessuna dietrologia complottista, però: il fondo si autodefinisce proprio come “lobby statunitense pro-Israele”, e se ne vanta.
Fin dal primo sguardo appare decisamente “strano” che il Parlamento di uno Stato sovrano – e che Stato! la superpotenza egemone da quasi 80 anni – sia apertamente condizionato dagli interessi di un altro (e che Stato! genocida, razzista e terrorista), definendosi peraltro “sovrano”, anzi il più sovrano di tutti, tanto da decidere motu proprio chi debba governare nei paesi sottoposti alla sua non benevola “influenza”.
L’AIPAC discende dall’American Zionist Council (AZC) che nel 1962, il Dipartimento di Giustizia di Robert Kennedy voleva costringere a registrarsi come “agente straniero”, visto che riceveva la stragrande maggioranza dei suoi fondi dall’Agenzia Ebraica per Israele (un’entità paragovernativa di Tel Aviv).
Questa classificazione l’avrebbe obbligata a presentare al DOJ una dichiarazione dettagliata sulle sue attività, inclusi i rapporti con funzionari israeliani, le strategie di lobbying e un rendiconto finanziario completo ogni sei mesi. Eliminando così gran parte della segretezza che aveva storicamente caratterizzato le sue operazioni.
Per aggirare l’ordine, l’AZC si sciolse e il fondatore, I. L. Kenen, creò l’AIPAC come entità separata nel 1963, formalmente finanziata da donatori americani, evitando così la registrazione. Questa scappatoia legale è tuttora la base della sua esistenza.
È di per sé evidente che ogni congressista eletto grazie a questo supporto (i due terzi, almeno) debba poi concedere qualcosa in cambio, e che dunque qualsiasi decisione in contrasto con gli interessi di Israele – a maggior ragione sulle questioni militari – abbia zero possibilità di diventare legge o decisione operativa. Anche nell’impossibile eventualità che Trump dovesse decidere di passare dalle parole (“sei un pazzo!”, “che cazzo stai facendo!?”, rivolto a Netanyahu) ai fatti (chessò, limitare i rifornimenti di armi e munizioni).
Ogni considerazione politica intorno alla “strana guerra” contro Iran e Libano deve necessariamente partire dalla consapevolezza che questo legame osceno – e “antidemocratico” – tra i gruppi di interesse che dominano nei due paesi è solidissimo e, al di là delle momentanee “contraddizioni tattiche” (così “Bibi” ha definito gli insulti telefonici ricevuto tre giorni fa), potrà essere sciolto solo da un fallimento epocale, a valle di una guerra perduta.
Non sarà facile, non sarà immediato, ma comincia a sembrare non più impossibile.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/06/2026
La “cupola” dell’AIPAC su Washington
19/05/2026
Antisemitismo di ritorno, “grazie” a Israele
Conoscete bene il refrain “odio dire che ve l’avevo detto, ma l’avevo detto”...
Fin dall’inizio del genocidio dei palestinesi di Gaza – ben prima dei raid dei coloni in Cisgiordania (con l’appoggio esplicito dell’Idf), due anni prima della guerra all’Iran e dell’ennesima invasione del Libano, quando ancora della Sumud Flotilla si cominciasse a parlare o ad essere attaccata in acque rigorosamente internazionali... – avevamo spiegato che il sionismo genocida e impunito sarebbe stata la prima causa del risorgere dell’antisemitismo così come l’avevamo conosciuto nel secolo scorso.
L’“odio per gli ebrei in quanto ebrei” era stato sconfitto a caro prezzo grazie alla Seconda Guerra Mondiale, all’azione dell’Armata Rossa sovietica, ai movimenti operai e popolari di tutto il mondo, e ovviamente grazie ai grandi ebrei che hanno dato all’umanità avanzamenti enormi nella scienza, nella letteratura, in tutte le arti, dalla musica al cinema. Oltre a venerare e studiare Marx, Luxemburg e Einstein, siamo tutti cresciuti ammirando Dylan, Cohen, Kubrick, Sidney Lumet e centinaia di altri.
Ci siamo poi ritrovati davanti i Netanyahu, i BenGvir e gli Smotrich, i Gallant, i Barak, gli invasati che hanno adottato lo stupro sistematico come strumento di tortura sui prigionieri. Ci siamo ritrovati davanti a esseri di merda come Jeffrey Epstein, promossi “finanzieri” e incaricati di costruire favori e dossier per ricattare il gotha dell’establishment euro-atlantico. E non troppo indirettamente anche i popoli da questo governati.
Il sionismo militarizzato e genocida (sì, è necessario ripeterlo ad ogni passo) ha provato a rigettare la repulsione verso la propria azione criminale tacciando preventivamente di “antisemitismo” qualsiasi protesta, critica, distinzione, foss’anche appena velata.
Identificare antisionismo e antisemitismo sembrava la via breve e facile, gonfiando l’hasbara (e i suoi costi) e minacciando chiunque attraverso governi ricattati e un sistema mediatico asservito. In fondo, a qualcuno deve essere sembrato non troppo complicato estendere l’immensa solidarietà guadagnata dalle vittime di un genocidio agli “eredi” che ne mettevano in atto un altro verso una popolazione innocente.
Ma la voluta sovrapposizione di antisemitismo e antisionismo, davanti a un genocidio in diretta streaming, ha prodotto inevitabilmente il suo frutto cancerogeno: l’identificazione tra ebreo e assassino, che si sovrappone – distorcendola – alla realtà di Israele genocida. Ma, com’è noto, due errori non fanno un’affermazione giusta. Anzi...
Del resto, le uniche frasi intellegibili che provengono da Israele ogni giorno sono sempre le stesse: “ammazzeremo tutti quelli che ci ostacolano, perché noi siamo il popolo eletto da dio e tutti gli altri non contano nulla”. Anzi, non sono neanche del tutto umani, ma “goym”. Mezzi “animali”, come spiegato dal ricercato internazionale Yoav Gallant (ex ministro delle difesa). Leggetevi le dichiarazioni sui membri della Flotilla, se vi regge lo stomaco...
Difficile, ma non impossibile, mantenere la mente fredda e il cuore caldo davanti a simili bestialità. Serve però cultura, conoscenza della storia, delle ideologie e delle religioni, una profondità di pensiero che mal si adatta alle semplificazioni veloci della “comunicazione”, cioè della propaganda. O una civiltà alle spalle divergente dal degrado occidente.
Il sud del mondo, lontano dagli orrori compiuti dalla “civiltà occidentale” (ne è stato e ne è vittima, ma non li ha condivisi), sa cogliere più facilmente la differenza abissale tra sionista ed ebreo. In Iran, per esempio, in piena guerra con Tel Aviv, la comunità ebraica è riconosciuta e rispettata al punto da avere un posto da parlamentare riservato, per legge (il deputato in carica si chiama Homayoun Sameh). Non a caso l’aviazione israeliana, a marzo, ha bombardato anche la sinagoga di Teheran...
Il risorgere dell’antisemitismo vero e proprio, insomma, riguarda quasi esclusivamente l’Occidente, ossia l’area in cui si era sviluppato nei secoli scorsi. Riguarda insomma i Paesi i cui governi sostengono Israele con i soldi, le armi, il controllo dell’informazione e la copertura diplomatica.
Il problema sta diventando esplosivo, non stranamente, proprio nel caposaldo principale dell’imperialismo: gli Stati Uniti.
A lanciare l’allarme rosso – guarda un po’ la coincidenza – il sito di “informazione” Axios, che impiega diversi “giornalisti” in odor di Mossad o addirittura ex ufficiali dell’Unità 8200. Ma le conferme arrivano da decine di altre fonti, piuttosto univocamente.
L’antisemitismo rilevato è praticamente quello “classico”, di matrice fascista, anche se i media mainstream provano a inserirci anche qualche rappresentante della “sinistra” statunitense che non sempre controlla bene il proprio linguaggio.
Sorvoliamo sui singoli messaggi enfatizzati invece da Axios ed altri media, prontissimi a raccogliere i lamenti dei numerosi parlamentari Usa di religione ebraica, proprio perché “sempre quelli” che si possono ancora ascoltare in qualche stadio o tra i “goliardi” col braccio teso.
Il fatto rilevante è che la “questione Israele” sta diventando dirimente per la scelta dei candidati in qualsiasi elezione, e soprattutto in vista di quelle di midterm, all’inizio di novembre. E si tratta quasi sempre di candidati o deputati uscenti repubblicani, trumpiani tutti d’un pezzo oppure “critici”.
Riferisce ad esempio la testata POLITICO – che nella versione europea è proprietà di Axel Springer, l’editore che ha invitato i propri giornalisti critici di Israele a cercarsi un altro lavoro – che nelle primarie repubblicane del Kentucky (ovvero le consultazioni interne ad un partito in un singolo stato, solo per scegliere il candidato) “L’American Israel Public Affairs Committee e altri gruppi di interesse filo-israeliani hanno stanziato oltre 9 milioni di dollari nel tentativo di spodestare il deputato repubblicano Thomas Massie martedì, in una primaria molto combattuta che ha già infranto ogni record di spesa”.
Massie è appunto un deputato di destra, noto come “libertario” e fuori dagli schemi, in carica da diverse legislature, in rotta con Trump proprio per la sua “eccessiva condiscendenza” con Tel Aviv.
Perfettamente consapevole di essere nel mirino di Trump e dei finanziatori pro-Israele delle campagne elettorali Usa, ci scherza persino sopra: “Quando questa corsa sarà finita, che io abbia vinto o perso, la storia sarà questa: saranno riusciti a eliminare un repubblicano scettico nei confronti delle politiche di Benjamin Netanyahu?”, ha detto a POLITICO qualche settimana fa. “Il mio avversario non sarebbe nemmeno partito dai blocchi di partenza se non fosse per quei soldi”. L’avversario è un militare dei Navy Seal, praticamente sconosciuto ma evidentemente “fedele alla linea”.
Il dato rilevante è che dall’altra parte non si fa mistero delle intenzioni.
“Per chi, come noi, ha a cuore queste tematiche, estromettere Massie è fondamentale”, ha affermato Gabe Groisman, ex membro del consiglio di amministrazione della Republican Jewish Coalition e donatore residente in Florida, neanche coinvolto direttamente nella campagna elettorale. “È importantissimo costruire e mantenere un muro, e fare in modo che quelle voci [critiche di Israele] rimangano fuori, non all’interno del dibattito politico di Washington, influenzando le decisioni e le politiche”.
Non serve traduzione, ci sembra. C’è un un’organizzazione vera e propria, col portafoglio gonfio, pronta a sostenere soltanto candidati pro-Israele (non importa se repubblicani o “democratici”) e determinatissima a far perdere quelli critici, in modo da garantirsi che chiunque diriga gli Stati Uniti continui a sostenere Tel Aviv senza se e senza ma.
Se questa non è un’ingerenza straniera nella vita politica altrui, nulla può esserlo (altro che gli “hacker filo-russi” che finiscono sui giornali di casa nostra). E anche il fatto che siano “paesi alleati” assume un altro aspetto, alla luce di questo potente condizionamento.
Al centro c’è chiaramente l‘AIPAC e il suo peso sulla politica estera statunitense. Il gruppo bipartisan, nel corso degli anni, ha raccolto centinaia di milioni di dollari per gli aspiranti legislatori di entrambi gli schieramenti, e non nasconde affatto di utilizzare le proprie risorse finanziarie per mantenere i repubblicani del Congresso allineati sulla questione israeliana.
Una volta che però questo condizionamento esplicito è diventato “senso comune”, scatenando contestazioni anche “da destra”, c’è voluto un attimo per far risorgere il vecchio antisemitismo. Non avendo cultura critica, del resto, chi aveva accettato nella propria testa la sovrapposizione tra antisemitismo e antisionismo trova logico continuare a farlo, rovesciando però a 180 gradi il suo atteggiamento politico.
L’evento chiave, da quel lato dello schieramento politico, non è naturalmente l’orrore per il genocidio dei palestinesi (ai razzisti bianchi Usa non gliene può fregare di meno; sono abituati a farli loro, di solito...), ma lo scoprirsi in varia misura “eterodiretti” o quanto meno vincolati ad interessi che non sono “Make America great again”. Come grossi deficienti nerboruti al guinzaglio di un piccolo furbastro...
Fascismo sionista e fascismo antisemita cominciano a guardarsi in cagnesco. Perché ogni suprematismo è razzista a modo suo...
Fonte
Fin dall’inizio del genocidio dei palestinesi di Gaza – ben prima dei raid dei coloni in Cisgiordania (con l’appoggio esplicito dell’Idf), due anni prima della guerra all’Iran e dell’ennesima invasione del Libano, quando ancora della Sumud Flotilla si cominciasse a parlare o ad essere attaccata in acque rigorosamente internazionali... – avevamo spiegato che il sionismo genocida e impunito sarebbe stata la prima causa del risorgere dell’antisemitismo così come l’avevamo conosciuto nel secolo scorso.
L’“odio per gli ebrei in quanto ebrei” era stato sconfitto a caro prezzo grazie alla Seconda Guerra Mondiale, all’azione dell’Armata Rossa sovietica, ai movimenti operai e popolari di tutto il mondo, e ovviamente grazie ai grandi ebrei che hanno dato all’umanità avanzamenti enormi nella scienza, nella letteratura, in tutte le arti, dalla musica al cinema. Oltre a venerare e studiare Marx, Luxemburg e Einstein, siamo tutti cresciuti ammirando Dylan, Cohen, Kubrick, Sidney Lumet e centinaia di altri.
Ci siamo poi ritrovati davanti i Netanyahu, i BenGvir e gli Smotrich, i Gallant, i Barak, gli invasati che hanno adottato lo stupro sistematico come strumento di tortura sui prigionieri. Ci siamo ritrovati davanti a esseri di merda come Jeffrey Epstein, promossi “finanzieri” e incaricati di costruire favori e dossier per ricattare il gotha dell’establishment euro-atlantico. E non troppo indirettamente anche i popoli da questo governati.
Il sionismo militarizzato e genocida (sì, è necessario ripeterlo ad ogni passo) ha provato a rigettare la repulsione verso la propria azione criminale tacciando preventivamente di “antisemitismo” qualsiasi protesta, critica, distinzione, foss’anche appena velata.
Identificare antisionismo e antisemitismo sembrava la via breve e facile, gonfiando l’hasbara (e i suoi costi) e minacciando chiunque attraverso governi ricattati e un sistema mediatico asservito. In fondo, a qualcuno deve essere sembrato non troppo complicato estendere l’immensa solidarietà guadagnata dalle vittime di un genocidio agli “eredi” che ne mettevano in atto un altro verso una popolazione innocente.
Ma la voluta sovrapposizione di antisemitismo e antisionismo, davanti a un genocidio in diretta streaming, ha prodotto inevitabilmente il suo frutto cancerogeno: l’identificazione tra ebreo e assassino, che si sovrappone – distorcendola – alla realtà di Israele genocida. Ma, com’è noto, due errori non fanno un’affermazione giusta. Anzi...
Del resto, le uniche frasi intellegibili che provengono da Israele ogni giorno sono sempre le stesse: “ammazzeremo tutti quelli che ci ostacolano, perché noi siamo il popolo eletto da dio e tutti gli altri non contano nulla”. Anzi, non sono neanche del tutto umani, ma “goym”. Mezzi “animali”, come spiegato dal ricercato internazionale Yoav Gallant (ex ministro delle difesa). Leggetevi le dichiarazioni sui membri della Flotilla, se vi regge lo stomaco...
Difficile, ma non impossibile, mantenere la mente fredda e il cuore caldo davanti a simili bestialità. Serve però cultura, conoscenza della storia, delle ideologie e delle religioni, una profondità di pensiero che mal si adatta alle semplificazioni veloci della “comunicazione”, cioè della propaganda. O una civiltà alle spalle divergente dal degrado occidente.
Il sud del mondo, lontano dagli orrori compiuti dalla “civiltà occidentale” (ne è stato e ne è vittima, ma non li ha condivisi), sa cogliere più facilmente la differenza abissale tra sionista ed ebreo. In Iran, per esempio, in piena guerra con Tel Aviv, la comunità ebraica è riconosciuta e rispettata al punto da avere un posto da parlamentare riservato, per legge (il deputato in carica si chiama Homayoun Sameh). Non a caso l’aviazione israeliana, a marzo, ha bombardato anche la sinagoga di Teheran...
Il risorgere dell’antisemitismo vero e proprio, insomma, riguarda quasi esclusivamente l’Occidente, ossia l’area in cui si era sviluppato nei secoli scorsi. Riguarda insomma i Paesi i cui governi sostengono Israele con i soldi, le armi, il controllo dell’informazione e la copertura diplomatica.
Il problema sta diventando esplosivo, non stranamente, proprio nel caposaldo principale dell’imperialismo: gli Stati Uniti.
A lanciare l’allarme rosso – guarda un po’ la coincidenza – il sito di “informazione” Axios, che impiega diversi “giornalisti” in odor di Mossad o addirittura ex ufficiali dell’Unità 8200. Ma le conferme arrivano da decine di altre fonti, piuttosto univocamente.
L’antisemitismo rilevato è praticamente quello “classico”, di matrice fascista, anche se i media mainstream provano a inserirci anche qualche rappresentante della “sinistra” statunitense che non sempre controlla bene il proprio linguaggio.
Sorvoliamo sui singoli messaggi enfatizzati invece da Axios ed altri media, prontissimi a raccogliere i lamenti dei numerosi parlamentari Usa di religione ebraica, proprio perché “sempre quelli” che si possono ancora ascoltare in qualche stadio o tra i “goliardi” col braccio teso.
Il fatto rilevante è che la “questione Israele” sta diventando dirimente per la scelta dei candidati in qualsiasi elezione, e soprattutto in vista di quelle di midterm, all’inizio di novembre. E si tratta quasi sempre di candidati o deputati uscenti repubblicani, trumpiani tutti d’un pezzo oppure “critici”.
Riferisce ad esempio la testata POLITICO – che nella versione europea è proprietà di Axel Springer, l’editore che ha invitato i propri giornalisti critici di Israele a cercarsi un altro lavoro – che nelle primarie repubblicane del Kentucky (ovvero le consultazioni interne ad un partito in un singolo stato, solo per scegliere il candidato) “L’American Israel Public Affairs Committee e altri gruppi di interesse filo-israeliani hanno stanziato oltre 9 milioni di dollari nel tentativo di spodestare il deputato repubblicano Thomas Massie martedì, in una primaria molto combattuta che ha già infranto ogni record di spesa”.
Massie è appunto un deputato di destra, noto come “libertario” e fuori dagli schemi, in carica da diverse legislature, in rotta con Trump proprio per la sua “eccessiva condiscendenza” con Tel Aviv.
Perfettamente consapevole di essere nel mirino di Trump e dei finanziatori pro-Israele delle campagne elettorali Usa, ci scherza persino sopra: “Quando questa corsa sarà finita, che io abbia vinto o perso, la storia sarà questa: saranno riusciti a eliminare un repubblicano scettico nei confronti delle politiche di Benjamin Netanyahu?”, ha detto a POLITICO qualche settimana fa. “Il mio avversario non sarebbe nemmeno partito dai blocchi di partenza se non fosse per quei soldi”. L’avversario è un militare dei Navy Seal, praticamente sconosciuto ma evidentemente “fedele alla linea”.
Il dato rilevante è che dall’altra parte non si fa mistero delle intenzioni.
“Per chi, come noi, ha a cuore queste tematiche, estromettere Massie è fondamentale”, ha affermato Gabe Groisman, ex membro del consiglio di amministrazione della Republican Jewish Coalition e donatore residente in Florida, neanche coinvolto direttamente nella campagna elettorale. “È importantissimo costruire e mantenere un muro, e fare in modo che quelle voci [critiche di Israele] rimangano fuori, non all’interno del dibattito politico di Washington, influenzando le decisioni e le politiche”.
Non serve traduzione, ci sembra. C’è un un’organizzazione vera e propria, col portafoglio gonfio, pronta a sostenere soltanto candidati pro-Israele (non importa se repubblicani o “democratici”) e determinatissima a far perdere quelli critici, in modo da garantirsi che chiunque diriga gli Stati Uniti continui a sostenere Tel Aviv senza se e senza ma.
Se questa non è un’ingerenza straniera nella vita politica altrui, nulla può esserlo (altro che gli “hacker filo-russi” che finiscono sui giornali di casa nostra). E anche il fatto che siano “paesi alleati” assume un altro aspetto, alla luce di questo potente condizionamento.
Al centro c’è chiaramente l‘AIPAC e il suo peso sulla politica estera statunitense. Il gruppo bipartisan, nel corso degli anni, ha raccolto centinaia di milioni di dollari per gli aspiranti legislatori di entrambi gli schieramenti, e non nasconde affatto di utilizzare le proprie risorse finanziarie per mantenere i repubblicani del Congresso allineati sulla questione israeliana.
Una volta che però questo condizionamento esplicito è diventato “senso comune”, scatenando contestazioni anche “da destra”, c’è voluto un attimo per far risorgere il vecchio antisemitismo. Non avendo cultura critica, del resto, chi aveva accettato nella propria testa la sovrapposizione tra antisemitismo e antisionismo trova logico continuare a farlo, rovesciando però a 180 gradi il suo atteggiamento politico.
L’evento chiave, da quel lato dello schieramento politico, non è naturalmente l’orrore per il genocidio dei palestinesi (ai razzisti bianchi Usa non gliene può fregare di meno; sono abituati a farli loro, di solito...), ma lo scoprirsi in varia misura “eterodiretti” o quanto meno vincolati ad interessi che non sono “Make America great again”. Come grossi deficienti nerboruti al guinzaglio di un piccolo furbastro...
Fascismo sionista e fascismo antisemita cominciano a guardarsi in cagnesco. Perché ogni suprematismo è razzista a modo suo...
Fonte
14/05/2024
“Dal fiume al mare, i palestinesi saranno liberi”. Norman Finkelstein alla Columbia
Il 21 aprile 2024, lo studioso dell’Olocausto e importante attivista pro-Palestina, Norman Finkelstein, ha visitato l’accampamento di solidarietà per Gaza alla Columbia University, il primo campus a vedere un’azione organizzata di quel tipo negli Stati Uniti e il primo a subire uno sgombero.
Ma la repressione che si è abbattuta su chi protestava, alla Columbia e altrove, ha ampliato anziché limitare l’iniziativa degli studenti, raccogliendo la solidarietà di lavoratori universitari e docenti, e diffondendosi “a macchia d’olio” anche nelle università europee.
La protesta negli Stati Uniti ha toccato oltre cento tra campus ed università, e ha portato all’arresto di circa 2.900 studenti (ma anche lavoratori e professori), secondo quanto riporta l’Associated Press, con le “cerimonie di laurea” ormai interessate da differenti forme di contestazione anche nel corso dell’ultimo weekend, dal Nord Carolina alla California.
Nonostante la maggior parte delle università negli Stati Uniti abbiano scelto di reprimere le mobilitazioni, in alcuni casi hanno ingaggiato un dialogo fruttuoso, accettando le istanze degli studenti in quattro stati differenti – come riporta Democracy Now! che intervista quattro studenti protagonisti di queste mobilitazioni vittoriose.
Un segnale in controtendenza – su cui torneremo nei prossimi giorni – ma che dà il segno di come si può vincere anche contro il “combinato disposto” di criminalizzazione mediatica, repressione poliziesca, il nuovo maccartismo politico dell’establishment democratico e la “macchina dell’odio” repubblicana.
Solo una sparuta “truppa” di progressisti eletti nelle file dei democratici sostiene le proteste, oltre al candidato indipendente alle presidenziali Cornell West.
La lobby sionista – AIPAC – in previsione delle elezioni Presidenziali che investiranno anche la composizione di Camera e Senato, sta facendo “il diavolo a quattro”. Ha già investito un fiume di quattrini – miliardi di dollari – per garantirsi il supporto ferreo dei destinatari delle donazioni. Possono del resto cambiare le sorti dei candidati, non tanto per influenzare il loro orientamento sul conflitto arabo-israeliano – già graniticamente filo-sionista – ma assicurarsi delle vere e proprie “pedine” nelle istituzioni rappresentative in mano a Tel Aviv.
Tornando all’intervento.
Finkelstein ha espresso il suo sostegno e la sua ammirazione per gli studenti che manifestavano, esortandoli a concentrarsi sul coinvolgimento di un gruppo di persone più ampio possibile nel movimento di solidarietà con la Palestina e insistendo sull’importanza vitale della libertà di parola contro l’imperante censura di guerra e della libertà accademica per la causa palestinese.
Riportiamo qui di seguito le sue osservazioni; la trascrizione è stata modificata per ragioni di lunghezza e chiarezza dalla rivista Jacobin Magazine, da cui abbiamo tradotto la seguente versione.
Ma la repressione che si è abbattuta su chi protestava, alla Columbia e altrove, ha ampliato anziché limitare l’iniziativa degli studenti, raccogliendo la solidarietà di lavoratori universitari e docenti, e diffondendosi “a macchia d’olio” anche nelle università europee.
La protesta negli Stati Uniti ha toccato oltre cento tra campus ed università, e ha portato all’arresto di circa 2.900 studenti (ma anche lavoratori e professori), secondo quanto riporta l’Associated Press, con le “cerimonie di laurea” ormai interessate da differenti forme di contestazione anche nel corso dell’ultimo weekend, dal Nord Carolina alla California.
Nonostante la maggior parte delle università negli Stati Uniti abbiano scelto di reprimere le mobilitazioni, in alcuni casi hanno ingaggiato un dialogo fruttuoso, accettando le istanze degli studenti in quattro stati differenti – come riporta Democracy Now! che intervista quattro studenti protagonisti di queste mobilitazioni vittoriose.
Un segnale in controtendenza – su cui torneremo nei prossimi giorni – ma che dà il segno di come si può vincere anche contro il “combinato disposto” di criminalizzazione mediatica, repressione poliziesca, il nuovo maccartismo politico dell’establishment democratico e la “macchina dell’odio” repubblicana.
Solo una sparuta “truppa” di progressisti eletti nelle file dei democratici sostiene le proteste, oltre al candidato indipendente alle presidenziali Cornell West.
La lobby sionista – AIPAC – in previsione delle elezioni Presidenziali che investiranno anche la composizione di Camera e Senato, sta facendo “il diavolo a quattro”. Ha già investito un fiume di quattrini – miliardi di dollari – per garantirsi il supporto ferreo dei destinatari delle donazioni. Possono del resto cambiare le sorti dei candidati, non tanto per influenzare il loro orientamento sul conflitto arabo-israeliano – già graniticamente filo-sionista – ma assicurarsi delle vere e proprie “pedine” nelle istituzioni rappresentative in mano a Tel Aviv.
Tornando all’intervento.
Finkelstein ha espresso il suo sostegno e la sua ammirazione per gli studenti che manifestavano, esortandoli a concentrarsi sul coinvolgimento di un gruppo di persone più ampio possibile nel movimento di solidarietà con la Palestina e insistendo sull’importanza vitale della libertà di parola contro l’imperante censura di guerra e della libertà accademica per la causa palestinese.
Riportiamo qui di seguito le sue osservazioni; la trascrizione è stata modificata per ragioni di lunghezza e chiarezza dalla rivista Jacobin Magazine, da cui abbiamo tradotto la seguente versione.
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Non voglio rivendicare alcun tipo di competenza, e devo sempre stare attento a non apparire accondiscendente o condiscendente, o a [pretendere di essere] onnipotente in queste materie. Direi semplicemente che, in base alla mia esperienza, le cose più importanti sono l’organizzazione, la leadership e la chiarezza degli obiettivi.
Obiettivi chiari significa fondamentalmente due cose. Uno è uno slogan che unisca e non divida. In gioventù, quando avevo la vostra età, ero un cosiddetto maoista, un seguace del presidente Mao in Cina. Uno degli slogan a cui era notoriamente associato era “Unire i molti per sconfiggere i pochi”.
Ciò significa che, in qualsiasi momento della lotta politica, bisogna capire come unire i molti e isolare i pochi con un obiettivo chiaro in mente. Ovviamente, non volete unire i molti con uno scopo o un obiettivo che non è il vostro. Dovete capire, avendo in mente il vostro obiettivo, qual è lo slogan che funzionerà meglio per unire i molti e sconfiggere i pochi?
Sono stato gratificato dal fatto che il movimento nel suo complesso, poco dopo il 7 ottobre, abbia colto spontaneamente e intuitivamente, a mio parere, lo slogan giusto: “Cessate il fuoco ora!”. Alcuni di voi potrebbero pensare, a posteriori, che cosa c’era di così brillante in quello slogan? Non era ovvio?
Ma in realtà gli slogan politici non sono mai ovvi. Ci sono tutti i tipi di strade e percorsi che le persone possono seguire e che sono distruttivi per il movimento. Non credo sia stata una decisione della leadership; è stata una sensazione spontanea e intuitiva dei manifestanti che lo slogan giusto in questo momento è “Cessate il fuoco ora”.
A mio avviso, inoltre, gli slogan devono essere il più chiari possibile, senza lasciare spazio ad ambiguità o interpretazioni errate, che possono essere sfruttate per screditare un movimento. Se prendiamo la storia delle lotte, c’è stato il famoso slogan che risale alla fine del 1800: “La giornata lavorativa di otto ore”. Era uno slogan chiaro.
Più di recente, a vostra memoria – per tutte le delusioni, a mio avviso, della candidatura presidenziale di Bernie Sanders – uno dei geni della sua candidatura, perché aveva quaranta o cinquant’anni di esperienza a sinistra, [era lo slogan] “Medicare per tutti”. Si potrebbe pensare: cosa c’è di così intelligente in questo slogan? Sapeva di poter raggiungere l’80% degli americani con questo slogan. Sapeva che “Abolire il debito studentesco” e “Tasse universitarie gratuite” avrebbero avuto una risonanza su gran parte del suo potenziale elettorato.
Non è andato oltre ciò che era possibile in quel particolare momento. Credo che abbia raggiunto quello che potremmo definire “il limite politico”. Il limite a quel punto della sua candidatura era probabilmente “posti di lavoro per tutti”, programmi di lavori pubblici, un New Deal verde, Medicare per tutti, abolire il debito studentesco e le tasse universitarie gratuite.
Erano gli slogan giusti. Può sembrare banale, ma non lo è affatto. Per trovare gli slogan giusti è necessario un duro lavoro e una grande sensibilità nei confronti del gruppo di elettori che si sta cercando di raggiungere.
“Gaza libera, libertà di parola”
Il mio punto di vista è che alcuni degli slogan dell’attuale movimento non funzionano. Il futuro appartiene a voi ragazzi e non a me, e io credo fermamente nella democrazia. Dovete decidere da soli. Ma secondo me, dovete scegliere slogan che non sono ambigui, che non lasciano spazio a interpretazioni sbagliate e che hanno la maggiore probabilità, in un determinato momento politico, di raggiungere il maggior numero di persone. Questa è la mia esperienza politica.
Credo che lo slogan “Cessate il fuoco ora” sia il più importante. In un campus universitario, questo slogan dovrebbe essere abbinato allo slogan “Libertà di parola”. Se fossi nella vostra situazione, direi “Gaza libera, libertà di parola” – questo dovrebbe essere lo slogan. Perché credo che in un campus universitario le persone abbiano un vero problema a difendere la libera espressione delle idee dalla repressione.
Negli ultimi anni, a causa dell’emergere dell’ambiente della politica dell’identità e della cancel culture nei campus universitari, l’intera questione della libertà di parola e della libertà accademica si è gravemente offuscata. Mi sono opposto a qualsiasi restrizione della libertà di parola e mi oppongo alla cultura della cancellazione identitaria per preservare la libertà di parola.
Nell’ultimo libro che ho scritto – non per orgoglio o per egoismo o per dire “te l’avevo detto”, ma solo per una questione di fatto – ho detto esplicitamente che se si usa lo standard dei sentimenti feriti come motivo per soffocare o reprimere la parola, quando i palestinesi protestano per questo, per quello o per quell’altro, gli studenti israeliani useranno la rivendicazione dei sentimenti feriti, delle emozioni dolorose, e tutto quel linguaggio e quel vocabolario, che è così facilmente rivoltato contro coloro che lo hanno usato in nome della loro causa.
Era un disastro che aspettava di accadere. Ne ho scritto perché sapevo cosa sarebbe successo, anche se ovviamente non avrei potuto prevederne la portata dopo il 7 ottobre. Ma era perfettamente ovvio quello che sarebbe successo.
A mio parere, l’arma più potente che avete è quella della verità e della giustizia. Non bisogna mai creare una situazione in cui si possa essere messi a tacere sulla base di sentimenti ed emozioni. Se si ascoltano le dichiarazioni di Minouche Shafik, preside della Columbia, si tratta di sentimenti feriti, di paura. L’intero linguaggio ha completamente corrotto il concetto di libertà di parola e di libertà accademica.
Ora avete fatto questa esperienza e speriamo che in futuro quel linguaggio e quei concetti vengano eliminati da un movimento che si descrive come appartenente a una tradizione di sinistra. È una catastrofe completa quando quel linguaggio si infiltra nel discorso di sinistra, come state vedendo ora.
Sarò sincero con voi, e non ho alcuna pretesa di infallibilità – sto semplicemente affermando sulla base della mia esperienza politica: Non sono d’accordo con lo slogan “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”. È molto facile modificarlo e dire semplicemente “Dal fiume al mare, i palestinesi saranno liberi”. Questa semplice e piccola modifica riduce drasticamente la possibilità di essere fraintesi in modo manipolatorio.
Ma quando ho sentito dire che questo slogan provoca dolore, angoscia, paura, mi sono posto una semplice domanda. Che cosa trasmette lo slogan “Sosteniamo l’IDF”? Le Forze di Difesa Israeliane, in questo momento, sono un esercito genocida. Perché in questo momento è consentito il sostegno pubblico a uno Stato e a un esercito genocidi?
Il linguaggio non sembra così provocatorio: “Sosteniamo l’IDF”. Ma il contenuto è diecimila volte più offensivo e più oltraggioso per qualsiasi mente e cuore, per così dire, civilizzato rispetto allo slogan “Dal fiume al mare”.
L’unico motivo per cui si discute di questo slogan – anche se, come ho detto, non sono d’accordo con esso, ma questo è un discorso a parte – è perché abbiamo legittimato l’idea che i sentimenti feriti siano un motivo per soffocare la parola. Per me questo è assolutamente inaccettabile; è del tutto estraneo al concetto di libertà accademica.
Alcuni di voi potrebbero dire che si tratta di una nozione borghese, che è costruita socialmente e tutte le altre stronzate. Non ci credo affatto. Si leggono le più eloquenti difese della libertà di parola, senza ostacoli e senza vincoli, da parte di persone come Rosa Luxemburg, che era, a detta di tutti, una persona straordinaria e una straordinaria rivoluzionaria. Ma essere entrambe le cose non significava che avrebbe accettato qualsiasi limitazione al principio della libertà di parola, per due motivi.
Primo: nessun movimento radicale può fare alcun tipo di progresso se non ha chiari i suoi obiettivi e se non ha chiaro cosa sta facendo di sbagliato. Si è sempre impegnati in correzioni di rotta. Tutti commettono errori. Se non si ha libertà di parola, non si può sapere cosa si sta facendo di sbagliato.
Numero due: la verità non è un nemico per i popoli oppressi, e certamente non lo è per il popolo di Gaza. Quindi dovremmo massimizzare il nostro impegno per la libertà di parola in modo da massimizzare la diffusione di ciò che è vero su ciò che sta accadendo a Gaza – e non permettere alcuna scusa per reprimere questa verità.
Cosa stiamo cercando di ottenere?
State facendo diecimila cose giuste, ed è profondamente commovente ciò che avete ottenuto e realizzato, e il fatto che molti di voi stiano mettendo in gioco il proprio futuro è davvero impressionante.
Ricordo che durante il movimento contro la guerra in Vietnam, c’erano giovani che volevano frequentare la facoltà di medicina – e se venivi arrestato, non andavi alla facoltà di medicina. Molte persone si trovavano a dover scegliere tra l’arresto e la causa. Non era una causa astratta: alla fine della guerra, si stimava che fossero stati uccisi tra i due e i tre milioni di vietnamiti. Era uno spettacolo dell’orrore che si svolgeva ogni giorno.
Le persone erano in difficoltà nel decidere se rischiare il proprio futuro. Molti di voi provengono da contesti in cui è stata una vera e propria lotta arrivare dove siete oggi, alla Columbia University. Perciò rispetto profondamente il vostro coraggio, la vostra convinzione, e ogni volta che ne ho l’occasione riconosco l’incredibile convinzione e tenacia della vostra generazione, che per molti versi è più impressionante della mia, perché nella mia generazione non si può negare che un aspetto del movimento contro la guerra era il fatto che la leva gravava su molte persone.
Si poteva ottenere il rinvio per gli studenti per i quattro anni di università, ma una volta scaduto il rinvio, c’era una buona probabilità di andare laggiù e di tornare in un body bag (letteralmente “sacco per cadaveri” N.d.T).
Quindi c’era un elemento di preoccupazione. Invece voi giovani lo fate per un piccolo popolo apolide dall’altra parte del mondo. Questo è profondamente commovente, impressionante e stimolante.
Con questa premessa, per tornare alle mie osservazioni iniziali: ho detto che ogni movimento deve chiedersi: Qual è il suo obiettivo? Cosa sta cercando di ottenere? Qualche anno fa, “Dal fiume al mare” era uno slogan del movimento. Ricordo che negli anni ’70 uno degli slogan era: “Tutti devono sapere che noi sosteniamo l’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina]” – che non era uno slogan facile da gridare sulla Fifth Avenue negli anni ’70. Ricordo vividamente di aver guardato i tetti e di aver aspettato che un cecchino mi spedisse all’eternità in tenera età.
Tuttavia, c’è una grande differenza quando predichi ai convertiti e puoi gridare qualsiasi slogan che ti piace, perché non ha ripercussioni o riverberi pubblici. Si parla essenzialmente a se stessi. Si allestisce un tavolo nel campus e si distribuisce letteratura sulla Palestina; si possono trovare cinque persone interessate. C’è una grande differenza tra quella situazione e la situazione odierna, in cui si ha un gruppo di sostenitori molto ampio che si può potenzialmente e realisticamente raggiungere.
Dovete adattarvi alla nuova realtà politica: c’è un gran numero di persone, probabilmente la maggioranza, che sono potenzialmente ricettive al vostro messaggio. Capisco che a volte uno slogan è quello che dà spirito a chi è coinvolto nel movimento. Allora bisogna trovare il giusto equilibrio tra lo spirito che si vuole ispirare nel movimento e il pubblico o la circoscrizione là fuori che non fa parte del movimento che si vuole raggiungere.
Credo che si debba esercitare – non in senso conservatore, ma radicale – in un momento come questo, la massima responsabilità di uscire dal proprio ombelico, di strisciare fuori dal proprio ego e di tenere sempre presente la domanda: Cosa stiamo cercando di ottenere in questo particolare momento?
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