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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/06/2026

La “cupola” dell’AIPAC su Washington

La “democrazia apparente” domina là dove viene celebrata come massima espressione effettiva della “democrazia reale”. Ovvero il regime politico in cui i delegati eletti rappresentano (dovrebbero rappresentare) il più possibile fedelmente la “volontà del popolo”, dopo regolari elezioni totalmente libere e prive di condizionamenti.

Attualmente negli Usa tutti i sondaggi, a prescindere dalla società di rilevamento, danno la guerra all’Iran come del tutto impopolare (ben oltre il 60%), anche se la motivazione principale è tutt’altro che “etica”: il prezzo della benzina è arrivato a sfiorare i 5 dollari al gallone (circa 3,8 litri).

Ma soltanto ieri la Camera statunitense ha approvato una risoluzione per frenare la campagna militare del presidente Trump in Iran, dopo che diversi tentativi guidati dai democratici, basati sul War Powers Act, erano falliti.

Il “miracolo” si è verificato perché il deputato Jared Golden, l’unico democratico che aveva costantemente votato contro le risoluzioni dello stesso tipo, ha cambiato posizione e ha votato a favore. E quattro repubblicani – Brian Fitzpatrick, Thomas Massie, Tom Barrett e Warren Davidson – hanno votato a favore della misura.

Dal punto di vista pratico non cambia molto. Per diventare effettiva, la risoluzione dovrebbe essere approvata anche dal Senato, dove la maggioranza trumpiana è più solida. In ogni caso Trump, come presidente, potrebbe semplicemente porre il veto e continuare a fare come vuole.

Questo episodio segnala comunque una crescita della “sofferenza” per gli effetti interni della guerra all’Iran, ed è ancora più notevole se si pensa che sui 535 membri del Congresso (100 senatori e 435 deputati) ben 361 sono stati pubblicamente finanziati dall’AIPAC durante la loro campagna elettorale. Ma altre decine di milioni di dollari sono stati versati dal United Democracy Project (UDP), un altro fondo affiliato all’AIPAC, nel corso di campagne locali senza lasciare alcuna traccia riscontrabile, anche perché questo insieme di fondi e associazioni relative offrono benefit personali importanti come vacanze di lusso ed altro.

Ma cos’è l’Aipac?

L’American Israel Public Affairs Committee è considerato il “gruppo di pressione” (lobby, in inglese) più potente a Washington, visto che in pratica finanzia oltre i due terzi del Congresso in modo bipartisan, assicurando così una maggioranza stabile e ultrasolida agli interessi di Israele. Nessuna dietrologia complottista, però: il fondo si autodefinisce proprio come “lobby statunitense pro-Israele”, e se ne vanta.

Fin dal primo sguardo appare decisamente “strano” che il Parlamento di uno Stato sovrano – e che Stato! la superpotenza egemone da quasi 80 anni – sia apertamente condizionato dagli interessi di un altro (e che Stato! genocida, razzista e terrorista), definendosi peraltro “sovrano”, anzi il più sovrano di tutti, tanto da decidere motu proprio chi debba governare nei paesi sottoposti alla sua non benevola “influenza”.

L’AIPAC discende dall’American Zionist Council (AZC) che nel 1962, il Dipartimento di Giustizia di Robert Kennedy voleva costringere a registrarsi come “agente straniero”, visto che riceveva la stragrande maggioranza dei suoi fondi dall’Agenzia Ebraica per Israele (un’entità paragovernativa di Tel Aviv).

Questa classificazione l’avrebbe obbligata a presentare al DOJ una dichiarazione dettagliata sulle sue attività, inclusi i rapporti con funzionari israeliani, le strategie di lobbying e un rendiconto finanziario completo ogni sei mesi. Eliminando così gran parte della segretezza che aveva storicamente caratterizzato le sue operazioni.

Per aggirare l’ordine, l’AZC si sciolse e il fondatore, I. L. Kenen, creò l’AIPAC come entità separata nel 1963, formalmente finanziata da donatori americani, evitando così la registrazione. Questa scappatoia legale è tuttora la base della sua esistenza.

È di per sé evidente che ogni congressista eletto grazie a questo supporto (i due terzi, almeno) debba poi concedere qualcosa in cambio, e che dunque qualsiasi decisione in contrasto con gli interessi di Israele – a maggior ragione sulle questioni militari – abbia zero possibilità di diventare legge o decisione operativa. Anche nell’impossibile eventualità che Trump dovesse decidere di passare dalle parole (“sei un pazzo!”, “che cazzo stai facendo!?”, rivolto a Netanyahu) ai fatti (chessò, limitare i rifornimenti di armi e munizioni).

Ogni considerazione politica intorno alla “strana guerra” contro Iran e Libano deve necessariamente partire dalla consapevolezza che questo legame osceno – e “antidemocratico” – tra i gruppi di interesse che dominano nei due paesi è solidissimo e, al di là delle momentanee “contraddizioni tattiche” (così “Bibi” ha definito gli insulti telefonici ricevuto tre giorni fa), potrà essere sciolto solo da un fallimento epocale, a valle di una guerra perduta.

Non sarà facile, non sarà immediato, ma comincia a sembrare non più impossibile.

Fonte

21/12/2025

La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo

Ripubblichiamo in forma integrale l’inchiesta di Giorgio Michalopoulos e Stefano Valentino, coordinata da Voxeurop con contributi di El País (Spagna), IrpiMedia (Italia) e Mediapart (Francia). La sua realizzazione è stata sostenuta da una sovvenzione del fondo Investigative Journalism for Europe (IJ4EU).

Si tratta di un testo molto lungo, ma che vale la pena leggere in ogni suo dettaglio, perché in maniera incontrovertibile sbugiarda tanta propaganda che siamo costretti ad ascoltare ogni giorno, e della quale i vertici europei sono tra i primi promotori. Ci sono dei motivi che rendono davvero utile questa inchiesta, e li spieghiamo brevemente.

Il primo è la dimostrazione che il Green Deal non è mai stato davvero “green”. Nel senso che ha sempre e solo riguardato un indirizzo da dare agli investimenti, con l'obiettivo da una parte di ridare fiato all’industria in crisi, dall’altra di sviluppare la competitività in un settore su cui Bruxelles aveva puntato per assumere un ruolo importante nella competizione globale.

Poiché l’esplosione dei costi energetici e l’evidente arretratezza rispetto alla Cina hanno fatto naufragare questa illusione, e la guerra per procura in Ucraina ha fatto emergere la dimensione bellica come regolatrice del mondo alla fine dell’unipolarismo occidentale, allora è stata la transizione a un’economia di guerra a diventare il vettore del rilancio economico.

Il secondo motivo è la chiarezza con cui viene esposta non solo l’attività di lobbying delle società del complesso militare-industriale sulla Commissione Europea, ma anche come quest’ultima è stata sin da subito ampiamente disposta a trasformare in “sostenibili” le armi, e si è così prodigata a costruire una cornice legale che legittimasse questo tipo di investimenti.

Bruxelles e le compagnie degli armamenti sono andate a braccetto in questo ribaltamento della realtà. Palazzo Berlaymont ha definito un quadro regolatorio del processo di investimento e valorizzazione dei capitali che caratterizza esplicitamente la UE come lo spazio in cui poter rilanciare la produzione bellica, e farlo ammantando il tutto con una sverniciata di verde.

Infine, terzo motivo: nel fare questo, ha sapientemente cancellato ogni voce critica, e ha anche evitato di rispondere alle domande degli attori coinvolti che ponevano problematiche su questo processo. La storia di Tommy Piemonte raccontata qui sotto ne è una prova chiara.

Dunque, una costruzione politica che fonda il proprio ruolo internazionale sulla guerra, coperta dal greenwashing, in barba ai valori di democrazia che dice di voler difendere. Questo è il sunto dell’inchiesta, alla cui lettura vi lasciamo.

*****

“La guerra è pace, la pace è guerra”. Insieme all’industria della difesa, la Commissione europea sembra aver fatto proprio lo slogan più famoso del distopico 1984 di George Orwell per convincere i mercati finanziari che la produzione di armi può essere considerata sostenibile.

L’obiettivo: aprire le porte del crescente mercato degli investimenti sostenibili o ESG (che promuovono attività ecologiche, sociali o di buona governance), il segmento verde della finanza europea che attira capitali globali per settemila miliardi di euro, secondo gli ultimi dati Morningstar.

Attraverso un linguaggio calibrato, documenti strategici e una serie di incontri ufficiali, Bruxelles ha progressivamente ampliato il concetto di sostenibilità, fino a includere nel suo perimetro settori apparentemente estranei quali la difesa e la sicurezza.

Come rivela questa inchiesta coordinata da Voxeurop, l’evangelizzazione portata avanti dalla Commissione ha legittimato l’aumento dei titoli di imprese del settore della difesa nei portafogli verdi delle società di gestione del risparmio. Produttori di droni come la francese Safran, di bombe come la tedesca Rheinmetall, e di carri armati come la britannica Bae Systems, sono presenti nei portafogli dei fondi verdi per miliardi di euro, la maggior parte dei quali sono gestiti da asset manager globali autorizzati ad operare nei mercati europei.

Per esempio Elbit Systems, primo produttore di armi israeliano e direttamente coinvolto nella guerra a Gaza e nella distruzione delle terre agricole della Striscia, figura oggi in fondi di “transizione climatica” o “ESG”. Così i piccoli risparmiatori europei potrebbero essersi trovati a finanziare senza saperlo quello che le Nazioni Unite hanno definito come un genocidio.

50 miliardi di fondi verdi finiti in carri armati e droni militari 

In soli quattro anni, gli investimenti verdi nell’industria bellica sono più che triplicati. Da 14,5 miliardi di euro nel 2021 a 49,8 miliardi nel 2025. Tra il 2024 e il 2025 la quota di investimenti nel settore è raddoppiata, secondo dati che abbiamo estratto dalla London Stock Exchange Group, una piattaforma internazionale di dati finanziari.

La nostra inchiesta ha analizzato i dati sugli investimenti verdi in 118 tra le società del settore della difesa quotate in borsa con la maggiore capitalizzazione al mondo, cioè quelle con maggior valore di mercato. Abbiamo analizzato 3.037 fondi che dal 2021 al 2025 hanno inserito azioni del settore della difesa nei loro portafogli verdi.

Gli investimenti verdi sono quelli disciplinati dal Regolamento europeo relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (detto Sfdr) in vigore dal 2021, disciplina gli investimenti che promuovono “caratteristiche ambientali e/o sociali” (articolo 8) e per quelli che devono essere propriamente “sostenibili” (articolo 9). Si applica a tutte le istituzioni finanziarie attive nel mercato dell’Unione europea, il più grande al mondo.

Dal 2021 al 2025 il valore di mercato di tutte le società oggetto dell’analisi è raddoppiato raggiungendo i tremila miliardi di euro, l’equivalente del pil della Francia nel 2024. Solo nel 2025 circa 769 fondi verdi hanno accumulato profitti per 7 miliardi di euro tra compravendita di azioni e distribuzione di dividendi da parte delle società attive nella difesa.

“In questo periodo queste aziende hanno generato forti profitti, e investire nella difesa era quindi conveniente”, spiega a Voxeurop Nicola Koch, dell’ong Sustainable Finance Observatory. Tuttavia, aggiunge, “i produttori di armi non possono rientrare nella definizione di investimenti sostenibili perché la funzione ultima dei loro prodotti è quella di ferire, distruggere o uccidere, provocando così impatti negativi sulla vita umana e sugli ecosistemi che non sono in linea con i principi dello sviluppo sostenibile. È quindi di fondamentale importanza la massima trasparenza sui criteri di ammissione e di esclusione e che le preferenze degli investitori al dettaglio siano attentamente chiarite e rispettate durante gli incontri con i consulenti finanziari”.

“Oggi è molto redditizio investire nei produttori di armi. Investire in queste aziende è ancora più lucrativo se sono anche beneficiarie di finanziamenti verdi”, commenta Attiya Waris, esperta indipendente delle Nazioni Unite in materia di debito estero, altri obblighi finanziari internazionali e diritti umani, nonché docente di diritto fiscale all’Università di Nairobi.
 
Quali società hanno tratto maggiori profitti?

Nel 2025 104 società si sono spartite i 49,8 miliardi di euro di investimenti verdi commercializzati da società di gestione del risparmio. Metà di questa somma è andata a 27 società europee. La prima è la francese Safran, con 5,6 miliardi di euro. Seconda è la tedesca Rheinmetall con 4 miliardi di euro.


Tra le dieci società della difesa che attirano più investimenti verdi ci sono anche la tedesca MTU Aero Engines, l’italiana Leonardo, la filiale olandese di Airbus, la francese Thales, la spagnola Indra, la svedese Saab e le britanniche Rolls Royce e BAE Systems. Rolls-Royce, tramite la sua filiale tedesca MTU e BAE Systems producono componenti o sistemi di arma usati dall’esercito israeliano a Gaza.

Uscendo dai confini europei le società statunitensi fanno da padrone: fabbricanti di armamenti come Howmet Aerospace, General Electric, Axon, Boeing, TransDigm e RTX dominano la classifica, attirando 13 miliardi di euro sui 18 destinati a investimenti fuori dall’Unione europea, pari al 70 per cento.

In Europa i principali fondi verdi commercializzati ai risparmiatori comprendono il fondo “ESG Top World”, offerto da DWS in Germania (che investe 95 milioni nella canadese Bombardier) e diversi altri fondi proposti da Montpensier Arbevel. Quest’ultimo propone un “Best Business Model SRI” (dove SRI sta per Investimento sostenibile e responsabile) e un “Great European Models” che hanno investito 60 milioni tra Airbus e Safran, mentre il gigante statunitense BlackRock commercializza in Lussemburgo un “European Equity Transition” che detiene azioni per 24 milioni di euro in MTU Aero Engines, Rolls Royce e Thales.

“La produzione di armi non è sostenibile per definizione. Queste aziende possono già raccogliere tutto il capitale di cui hanno bisogno attraverso strumenti di debito tradizionali, quindi garantire finanziamenti sufficienti non dovrebbe essere un problema per loro”, osserva Nicola Koch. “Non credo che la loro presenza nei fondi verdi sia motivata da considerazioni finanziarie. A mio avviso, il tentativo dell’industria delle armi di essere classificata come sostenibile è motivato piuttosto dalla reputazione, come un modo per dimostrare che l’industria è responsabile”.

Come si è arrivati a questi livelli di investimenti? Il caso di un manager tedesco espulso da una riunione organizzata dalla Commissione Europea racconta la storia di un processo imposto dall’alto e coordinato con le aziende della difesa. 

Le scomode domande del bancario alla Commissione europea

Tommy Piemonte era un manager della banca tedesca Pax-Bank für Kirche und Caritas – “Banca della pace per la chiesa e la carità”. Metà italiano e metà tedesco, da anni lavora nel campo della finanza sostenibile. Il 27 novembre 2024 ha partecipato a un incontro emblematico organizzato dalla Commissione Europea: il Forum sugli investimenti industriali nel settore della difesa dell’Ue, intitolato “Investire nella difesa e nella sicurezza dell’Ue: una nuova priorità politica”. L’incontro aveva un obiettivo preciso: aprire le porte dei fondi sostenibili all’industria della difesa. Lo abbiamo incontrato nel gennaio 2025.

In qualità di rappresentante di una banca etica e membro dell’associazione per lo sviluppo sostenibile Shareholders for Change (“Azionisti per il cambiamento”), Piemonte si aspettava risposte chiare dalla Commissione. Invece, è stato espulso dall’evento dopo aver messo in discussione la presunta “sostenibilità” del settore della difesa.

All’incontro – che riuniva funzionari della Commissione, rappresentanti dell’industria bellica e operatori finanziari – Piemonte, collegato online, ha posto alcune domande semplici: “Perché pensate che sia così importante per l’industria delle armi essere etichettata come sostenibile?”. L’ultima delle sue osservazioni, secondo la ricostruzione che ci ha fornito, gli è costata l’espulsione: “Non date l’impressione che non rispondete alle mie domande solo perché vi sembrano troppo critiche”.

“Mi hanno cacciato senza preavviso. Ero scioccato, mi sembrava una situazione irreale perché io rappresento i finanziatori e gli investitori, soprattutto quelli che hanno a cuore la sostenibilità, cioè il settore al quale era indirizzato questo incontro”, ci ha raccontato Piemonte. “Sei stato allontanato perché stavi disturbando la riunione”, gli hanno poi spiegato gli organizzatori dell’evento via mail.

La ricostruzione è stata confermata da Andrea Baranes, presidente della Fondazione Finanza Etica, anche lui presente al Forum: “Quasi tutti i relatori hanno ripetuto lo stesso slogan: non c’è sostenibilità senza sicurezza. È un tentativo esplicito di dimostrare che la finanza sostenibile è compatibile con il settore della difesa”, ha spiegato. “Come se io fossi vegetariano e al ristorante mi servissero una bistecca, dicendo che da oggi tutte le bistecche sono vegetariane” – il Grande Fratello orwelliano non avrebbe da ridire.

Un rapporto interno della Commissione che abbiamo analizzato rivela che gli organizzatori hanno invece apprezzato “discussioni produttive sulle sfide e le opportunità di investimento” nell’ambito di un incontro che, a detta loro, avrebbe promosso “il dialogo tra il settore finanziario, la Commissione e l’industria sugli incentivi agli investimenti nel settore della difesa”.

Le slide dell’evento, che abbiamo ottenuto in esclusiva, confermano questo messaggio. Diversi dipartimenti della Commissione – dalle Direzioni generali per la difesa e lo spazio a quella per la stabilità finanziaria – lavorano per convincere gli asset manager a includere i produttori di armi nei fondi verdi. Anne Fort, vice capo di gabinetto del commissario europeo per la difesa e lo spazio Andrius Kubilius, vi sostiene che “il quadro finanziario sostenibile dell’Ue non impone alcuna limitazione al finanziamento del settore della difesa”.

Joanna Sikora-Wittnebel, responsabile per la finanza sostenibile nella Direzione generale per la stabilità finanziaria, aggiunge: “Il quadro finanziario sostenibile dell’Ue è compatibile con gli investimenti nella difesa”, sottolineando in una slide che “l’Sfdr è neutrale dal punto di vista settoriale”. 

Armi che “non recano danni significativi”

Per poter essere considerato sostenibile secondo le regole europee un investimento non deve recare danni significativi agli obiettivi di sostenibilità. Per questo motivo la Commissione ha fornito una lista di indicatori chiamati “Principali impatti negativi delle decisioni di investimento sui fattori di sostenibilità” (Principal adverse impacts of investment decisions on sustainability factors).

L’unica menzione del settore della difesa fra questi indicatori è quello di esposizione ad armi controverse (mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e biologiche). Per la normativa tutte le altre armi come carri armati, droni armati, munizioni o armi da fuoco, e persino le armi atomiche non provocherebbero danni significativi.

“I nostri fondi ai sensi dell’articolo 8 possono investire in società del settore della difesa, a seconda che il fondo segua la nostra strategia di esclusione o la nostra strategia di esclusione estesa”, ci ha detto un portavoce di Swedbank Robur, che nel primo trimestre del 2025 ha investito 1,25 miliardi di euro nel settore della difesa. “Investiamo in società che riteniamo possano offrire ai nostri clienti un rendimento sostenibile a lungo termine. Prima di investire, effettuiamo un’analisi approfondita di tutti gli investimenti nel settore della difesa”. Altri gestori patrimoniali che abbiamo contattato, tra cui BlackRock, DWS e Franklin Templeton, hanno rifiutato di commentare.

Il caso del Forum è solo la punta dell’iceberg di uno sforzo congiunto tra Commissione e industria della difesa per aumentare questi investimenti, come emerge chiaramente da rapporti interni, incontri con lobbisti e raccomandazioni politiche del settore militare. 

Come le armi sono diventate sostenibili in Europa

La campagna per far riconoscere l’industria della difesa come sostenibile decolla nel 2021, anno dell’entrata in vigore dell’Sfdr. In ottobre l’Associazione europea delle industrie aerospaziali, della sicurezza e della difesa (Asd) – che riunisce le principali aziende al centro di questa inchiesta tra cui Safran, Airbus, Rheinmetall, Leonardo, e BAE Systems – ha pubblicato un documento di sintesi che dettava la linea per includere la produzione bellica negli investimenti verdi.

“La difesa è una componente essenziale della sicurezza, e la sicurezza costituisce il presupposto per la pace, la prosperità, la cooperazione internazionale e lo sviluppo economico e sociale”, scriveva l’allora segretario generale Jan Pie, aggiungendo: “Contribuendo a garantire la sicurezza, i produttori europei del settore della difesa danno di fatto un contributo fondamentale a un mondo più sostenibile”.

Il documento denunciava le restrizioni che i fondi verdi delle banche imponevano alle industrie belliche. L’obiettivo era accreditare la difesa nel settore ESG e chiedere alle istituzioni europee di diffondere quel messaggio, semplificando al tempo stesso i criteri di esclusione adottati dalla Banca europea per gli investimenti.

Questa narrativa si è diffusa anche attraverso iniziative nazionali. Un gruppo di rappresentanti del settore della difesa provenienti da Germania, Finlandia, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Norvegia ha pubblicato un comunicato dal titolo “Non c’è sostenibilità senza difesa e sicurezza”, richiamando il linguaggio dell’Asd. Deborah Allen, direttrice del gruppo Clima, Ambiente e Infrastrutture di BAE Systems, ribadiva in un’intervista: “Senza sicurezza non c’è sostenibilità”.

L’urgenza del settore di entrare nel mercato degli investimenti verdi emerge anche dai documenti interni. Le minute degli incontri tra i lobbisti della difesa e la Commissione Europea – che abbiamo ottenute dopo una lunga e complessa richiesta di accesso agli atti – rivelano chiaramente il tono delle pressioni. In uno di questi incontri, nel marzo 2021, l’Asd lamentava che i “prodotti finanziari verdi escludono sempre più la difesa e ne limitano l’accesso ai finanziamenti”.

A novembre dello stesso anno Alessandro Profumo, ad di Leonardo – azienda italiana produttrice, tra l’altro, di munizioni d’artiglieria a lungo raggio e sistemi di artiglieria navale innovativi – ha incontrato Timo Pesonen, dg per l’industria della difesa e lo spazio della Commissione Europea. In quella riunione, spiega una minuta che abbiamo ottenuto, Profumo “ha espresso preoccupazione per il fatto che l’industria della difesa sia esclusa dalla tassonomia dell’Ue per le attività sostenibili”.

Questo fronte coordinato ha gradualmente trovato ascolto e supporto a Bruxelles, con un’impennata dopo l’invasione a tutto campo Russa in Ucraina.

Il 15 febbraio 2022, una settimana prima che cominciasse l’“operazione speciale” russa, una comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo chiedeva con urgenza maggiori fondi al settore della difesa per via delle crescenti tensioni ai confini ucraini, affermando che “è altrettanto importante garantire che altre politiche orizzontali, quali le iniziative in materia di finanza sostenibile, rimangano coerenti con gli sforzi dell’Unione europea volti a facilitare un accesso sufficiente dell’industria europea della difesa ai finanziamenti e agli investimenti”.

La guerra in Ucraina ha rafforzato gli argomenti dell’industria, anche in ambito finanziario: “Dall’invasione russa dell’Ucraina, il valore delle azioni delle società europee operanti nel settore della difesa, che prima era depresso, ha registrato una notevole ripresa”, scrive l’Asd nell’ottobre 2022. In questa nota suggerisce che la Commissione e le autorità di vigilanza europee competenti, emanino linee guida per chiarire che i gestori del risparmio non debbano rendere pubblici gli impatti negativi degli investimenti in società europee del settore della difesa che non sono coinvolte nelle quattro categorie di armi controverse.

Il testo sembra anche riconoscere l’avversione del pubblico e delle banche nei confronti degli investimenti militari: “Fino a quando e anche quando il pregiudizio normativo sarà eliminato, l’Asd teme che i gestori patrimoniali possano continuare ad attuare esclusioni nel settore della difesa, in particolare a causa della pressione dell’opinione pubblica o dei requisiti specifici per gli investitori”. 

L’Asd chiede quindi un ancora più intenso supporto politico da parte delle istituzioni europee, scrivendo che occorre “intensificare le azioni volte a convincere i gestori patrimoniali che l’Unione e i suoi stati membri sostengono le imprese del settore della difesa e sono determinati a garantire loro l’accesso ai finanziamenti privati”.

Un anno dopo la posizione dell’Asd viene ribadita quasi parola per parola in una nota: “La Commissione riconosce la necessità di garantire l’accesso ai finanziamenti e agli investimenti, anche da parte del settore privato, per tutti i settori strategici, in particolare l’industria della difesa che contribuisce alla sicurezza dei cittadini europei”.

“Il risanamento dell’immagine del settore della difesa nell’immaginario collettivo, e successivamente nel quadro normativo, è stato il risultato di una strategia di comunicazione e lobbying abile, sofisticata e coordinata da parte dei leader industriali nazionali e delle associazioni di categoria”, commenta Alberto Alemanno, professore universitario e fondatore di The Good Lobby, a Voxeurop.

Il processo descritto da Alemanno si completa nel 2024, con la Strategia industriale europea per la difesa. Nel documento la Commissione afferma che nessuna norma ostacola gli investimenti privati nel settore militare e riprende apertamente lo slogan coniato tre anni prima: “L’industria della difesa dell’Unione contribuisce in modo determinante alla resilienza e alla sicurezza dell’Unione e, di conseguenza, alla pace e alla sostenibilità sociale. In tale contesto, il quadro dell’UE per la finanza sostenibile è pienamente coerente con gli sforzi dell’Unione volti a facilitare un accesso sufficiente dell’industria europea della difesa ai finanziamenti e agli investimenti. Esso non impone alcuna limitazione al finanziamento del settore della difesa”. 

Si è poi arrivati al 27 novembre 2024, il giorno in cui Tommy Piemonte è stato cacciato dalla riunione e in cui “le bistecche sono diventate vegetariane”.

“Non solo il settore è stato riabilitato, ma è stato anche promosso grazie alla sua inclusione tra le categorie ammissibili al finanziamento sostenibile”, aggiunge Alemanno. “È un vero miracolo prodotto dalla stessa strategia”.

Infine, il 20 novembre, la Commissione ha pubblicato una versione rivista della normativa sulla finanza sostenibile che, per la prima volta, menziona direttamente il settore della difesa: “La revisione dell’Sfdr si basa sulle linee guida della Commissione relative all’applicazione del quadro normativo dell’Ue in materia di finanza sostenibile al settore della difesa”.

“La verità è che non c’è sostenibilità senza pace”, osserva l’esperta delle Nazioni Unite Attiya Warris. “La sicurezza non comporta necessariamente la produzione e l’uso di armi, che potrebbero portare a uccisioni illegali. Finanziare e fornire i mezzi per uccisioni illegali attraverso la fornitura di armi e il sostegno finanziario lungo l’intera catena del valore non corrisponde alla sicurezza”.

Per il dottor Iain Overton, direttore esecutivo dell’ong basata a Londra Action on Armed Violence, che si occupa di ricerca sui conflitti, questi investimenti non rivelano un problema etico astratto, ma “una catena probatoria di responsabilità morale. La distanza tra un investimento etico e un attacco a Gaza è più diretta e più tracciabile di quanto l’industria vorrebbe ammettere”.
 
Elbit Systems: dai fondi verdi alla guerra a Gaza

Prima del 7 ottobre, 2023, giorno dell’attacco terroristico di Hamas su Israele che ha provocato oltre 1.200 morti e l'inizio della risposta israeliana – l’operazione “Spada di ferro” – e le sue oltre 67mila vittime, il valore di un’azione di Elbit Systems ruotava sui 200 euro. Oggi il valore è più che raddoppiato, raggiungendo quota 480 euro.

Il suo rapporto di bilancio del 2024 descrive chiaramente il ruolo attivo di Elbit nella fornitura di armi all’esercito israeliano: “Dall’inizio della guerra, Elbit Systems ha registrato un aumento significativo della domanda dei propri prodotti e soluzioni da parte del ministero della difesa israeliano rispetto ai livelli precedenti al conflitto [...] Nel corso del 2024, la società si è aggiudicata contratti dal ministero per un valore complessivo di oltre 5 miliardi di dollari”. 

Come ha già dimostrato il centro Action on Armed Violence, numerose armi prodotte da Elbit Systems, tra cui bombe e proiettili, sono state usate a Gaza durante “Spada di ferro”.

La guerra ha anche dato a Elbit la possibilità di sperimentare l’uso militare dell’intelligenza artificiale e di migliorare i suoi prodotti. Avrà anche rafforzato la fiducia dei 25 fondi verdi che nel 2025 hanno investito complessivamente 23 milioni di euro nella società israeliana. Tra questi compaiono un fondo “ESG Optimized” offerto dalla VP Bank del Liechtenstein e venduto anche in Germania, o il “BGF Climate Transition” offerto da BlackRock Investment Management UK, venduto in diversi paesi dell’Ue.

Altri fondi verdi che investono in Elbit, dichiarano di utilizzare criteri di investimento Esg o di escludere aziende che vìolino i principi del Global Compact delle Nazioni Unite, il cui primo articolo recita: “Le imprese dovrebbero sostenere e rispettare la protezione dei diritti umani proclamati a livello internazionale”.

“Le imprese dovrebbero sostenere e rispettare la protezione dei diritti umani proclamati a livello internazionale”. Proprio per questo motivo, osserva Attiya Warris, “i prodotti utilizzati per distruggere la vita, specialmente se collegati al genocidio, non possono essere in linea con il Global Compact e richiedono una valutazione approfondita”.

Fonte

13/10/2025

Boris Johnson e le donazioni dell’industria bellica per sacrificare l’Ucraina

Riportiamo qui sotto, in forma integrale, l’articolo del giornalista investigativo Tom Burgis, apparso sul The Guardian il 10 ottobre. A cui, ovviamente, i media nostrani hanno dedicato poca attenzione, nonostante evidenzi un nodo che andiamo ripetendo da tempo: gli interessi delle aziende del complesso militare-industriale nel far incancrenire i conflitti e guadagnare sulla vendita di armi e armamenti.

Il conflitto nell’Est Europa ha origini lontane, nella linea aggressiva della NATO e nel continuo ignorare le preoccupazioni di sicurezza del Cremlino. La sua causa, insomma, è nelle contraddizioni che hanno continuato a macinare nella Storia, andando di pari passo con la crisi dell’imperialismo occidentale e l’intensificarsi della competizione globale.

Ma abbiamo anche visto come questa, essendo ormai debordata sul piano direttamente militare, ha reso l’industria bellica un settore ancor più strategico del passato. I legami stretti con i suoi colossi e i loro profitti si fanno più importanti, anche per le scelte della politica, che è stimolata al mantenimento di uno stato di guerra continuo.

Eleggere la filiera militare a soluzione di politica industriale l’ha resa perno del corso politico propagandato oggi come via da imboccare nella competizione globale. Ma che siano gli interessi dell’industria della morte ad avere la priorità in un modello di sviluppo porta anche a inevitabili “fenomeni morbosi”, come direbbe Gramsci. Basti pensare al ribasso borsistico dei titoli legati alla difesa con l’accordo tra Hamas e Israele in Palestina: la pace non fa guadagnare.

Il caso riportato dal The Guardian riguardo a Johnson mostra come il lavoro di lobbying, che si avvicina alla corruzione, dei grandi padroni delle armi, in una società che della guerra ha fatto una normalità e persino una necessità, può mettere a rischio possibili processi di pace per un calcolo di bilancio. Con tutti i pericoli che ne conseguono, e soprattutto con le sofferenze che ne derivano per i popoli.

Gli ucraini non sono soltanto usati come carne da cannone nello scontro tra NATO e Russia, ma ora scopriamo che la loro diplomazia è stata determinata anche da chi ci ha visto un arricchimento personale. Aspettiamo i paladini di Kiev come ‘baluardo della democrazia’, che ci spieghino come ogni possibilità di pace sia stata boicottata da Mosca, e non dall’Occidente guerrafondaio.

Tolte le valutazioni dell’autore del Guardian che, come ogni buon lettore di Contropiano sa benissimo, la redazione non può condividere (come quelle su Maduro che troverete nell’articolo), il suo contributo è un’altra pietra posta sopra la propaganda atlantista sull’Ucraina. Buona lettura.

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Mentre saliva sul treno notturno per l’Ucraina, Boris Johnson aveva il solito entourage di collaboratori e guardie del corpo – più l’uomo che gli aveva dato 1 milione di sterline.

Era passato meno di un anno da quando Johnson ha accettato quella che si pensa essere la più grande donazione di sempre a un singolo parlamentare. Era di Christopher Harborne, uno dei più grandi donatori privati alla politica del Regno Unito. Harborne, i cui milioni hanno contribuito a finanziare la Brexit, ha effettuato il pagamento a una società privata che Johnson ha istituito dopo le dimissioni da primo ministro.

Ora i file trapelati mostrano che Johnson, un campione dell’Ucraina sin da quando era in carica, è stato accompagnato nel settembre 2023 dal suo benefattore in una visita di due giorni che includeva incontri con alti funzionari. Ciò che i file non spiegano è perché. E né l’ex primo ministro né il suo sostenitore lo diranno.

Gli organizzatori dell’incontro di alto livello a cui hanno partecipato a Kyiv dicono che Harborne è stato registrato come “consigliere, Ufficio di Boris Johnson”. Harborne ha una vasta esperienza: si auto-definisce un “nomade digitale”, le sue attività spaziano dalla criptovaluta e un centro benessere, al carburante per jet e partecipazioni in almeno tre appaltatori militari. Il suo unico apparente legame con l’Ucraina è come maggiore azionista di un produttore di armi britannico i cui robot e droni sono forniti alle sue forze armate.

I Boris Files, documenti trapelati dall’ufficio privato di Johnson, hanno rivelato come l’ex premier abbia cercato di arricchirsi da quando ha lasciato l’incarico sedendosi con il despota venezuelano (venendo pagato da un manager di un fondo speculativo, non dal “despota”, ovvero Maduro, ndr) e corteggiando Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita accusato di aver ordinato l’omicidio di un giornalista.

La causa ucraina, al contrario, è “sacra” per Johnson, dice un consulente politico, una fonte duratura di autorità morale per un politico che è stato costretto a lasciare Downing Street in mezzo allo scandalo. I file trapelati sollevano domande sul fatto che, anche qui, abbia sfumato le linee tra servizio pubblico e fare soldi.

In una dichiarazione straordinaria al Guardian quando gli è stato chiesto della sua relazione con Harborne, Johnson ha detto: “Le vostre patetiche non-storie ... sembrano per lo più derivare da qualche scadente lavoro illegale di matrice russa. Voi dovreste vergognarvi di voi stessi”. Distributed Denial of Secrets (DDoS), il gruppo che si occupa di trasparenza con sede negli Stati Uniti che ha ottenuto i file trapelati, ha dichiarato di non conoscere la loro provenienza. Johnson ha aggiunto: “Perché non cambiate semplicemente il vostro nome in Pravda? Le vostre storie sono spazzatura e state facendo il lavoro di Putin”. 

“Solo Boris e Chris”

A Downing Street, Johnson ha radunato le potenze occidentali mentre gli eserciti di Vladimir Putin si sono riversati in Ucraina nel febbraio 2022. Da quando si è dimesso, ha continuato a viaggiare nel paese est-europeo, impegnandosi a mantenere l’impegno degli alleati, e rimane così popolare che viene festeggiato per le strade.

Quando è sceso dal treno notturno a Kyiv l’8 settembre 2023, Johnson ha avuto il tempo per una doccia veloce nel suo hotel prima di dirigersi verso il forum Yalta European Strategy (YES), indica un itinerario nei file trapelati. Secondo un elenco di partecipanti reso pubblico, i ministri ucraini, esperti di spionaggio e i capi militari si sono mescolati con diplomatici stranieri, politici, industriali e dirigenti.

L’itinerario indica “solo Boris e Chris [Harborne]” come partecipanti alla sessione di apertura del summit di alto livello. Le immagini mostrano che Volodymyr Zelenskyy e Johnson si sono rivolti ai luminari riuniti e l’itinerario suggerisce che si siano poi ritirati per un incontro privato. L’ufficio di Zelenskyy non ha risposto quando gli è stato chiesto se il benefattore di Johnson si fosse unito a loro.

In seguito, Zelenskyy ha pubblicato una sua foto con Johnson. “Fin dalle prime ore della guerra su vasta scala, Boris Johnson sostiene sinceramente l’Ucraina e l’aiuta a difendersi dall’aggressione russa”, ha scritto Zelenskyy. “E ora continua ad aggiungere sostegno internazionale all’Ucraina. Grazie per la tua energia, amico!”

L’itinerario di Johnson dice che aveva in programma ulteriori incontri quel giorno con il ministro degli Esteri di Zelenskyy, che ha detto di non poter ricordare se Harborne abbia partecipato, e l’oligarca che gestiva il forum. Il giorno dopo Johnson si diresse a ovest, a Leopoli, per deporre fiori sulle tombe dei morti in guerra, visitare i feriti e ricevere una laurea onoraria.

Il filmato mostra Harborne in piedi nelle vicinanze mentre Johnson saluta le truppe. Una fotografia mostra un incontro con un altro alto funzionario ucraino, il sindaco di Leopoli, Andriy Sadovyy. Harborne guarda mentre Johnson si intrattiene con lui.

La donazione di 1 milione di sterline

In un recente procedimento giudiziario contro il Wall Street Journal, Harborne si definisce una “persona profondamente legata a una dimensione privata”. Sebbene abbia vissuto in Thailandia per più di 20 anni, detenga un passaporto thailandese e a volte usi un nome thailandese, Harborne ha investito denaro considerevole nella politica britannica.

Ha dato 10 milioni di sterline al partito Brexit di Nigel Farage – ora Reform UK – e 1 milione ai conservatori mentre Johnson stava completando le procedure di uscita del Regno Unito dall’UE. E Johnson sembra aver nutrito la relazione benefica mentre era al n. 10 di Downing Street.

Harborne visitò Chequers (casa di campagna del primo ministro, ndr) almeno due volte durante il mandato di Johnson. Una volta, è arrivato al ritiro del primo ministro in elicottero. La seconda volta è stato per un barbecue per megadonatori Tory nell’agosto 2022. In pochi giorni, il mandato di Johnson sarebbe finito, ma il suo rapporto con Harborne ha resistito e la donazione personale di 1 milione di sterline è arrivata poco dopo.

Una copia dei pagamenti per le attività di consulenza finanziaria ricevuti da Johnson subito dopo aver lasciato Downing Street solleva domande al riguardo. Mentre Johnson era ancora un parlamentare ha costituito una società privata, The Office of Boris Johnson Ltd. I documenti della consulenza finanziaria rivelano che si aspettava un “pagamento per finanziare i primi anni della società”.

Gli è stato consigliato di valutare se ciò rappresentasse una donazione politica o se “potesse essere più semplice per l’azienda fatturare la società del donatore per i servizi resi”. Il mese successivo, nel novembre 2022, la voce di Johnson nel registro degli interessi detenuti dai parlamentari registra una donazione di 1 milione alla sua società da Harborne.

Il pagamento non compare nel database delle donazioni della Commissione elettorale, in qualità di denaro “dato verso le attività politiche del destinatario” come parlamentare. Questo sembra suggerire che potrebbe essere stato un contributo per le attività economiche di Johnson. Il mese del pagamento da 1 milione, Johnson e Harborne hanno cenato insieme due volte a Singapore. Una voce del gennaio 2023 nel programma di Johnson indica una mezz’ora spesa per una chiamata con il suo sostenitore. È stata etichettata come “Ukraine readout”.

Quel settembre, quando Johnson aveva lasciato il parlamento, lui e Harborne salirono a bordo di un Dassault Falcon all’aeroporto di Stansted, indicano i file trapelati. Il jet privato, apparentemente gestito da Harborne, li ha portati nella Polonia orientale per prendere un treno notturno fino a Kyiv.

Gli avvocati di Harborne hanno dichiarato: “La donazione di Mr Harborne è stata data per consentire al signor Johnson di rimanere attivamente impegnato nella politica del Regno Unito. È ed è stata una donazione, e la sua segnalazione in quanto tale è appropriata”. Hanno aggiunto: “Harborne non aveva e non ha alcuna aspettativa di guadagno personale. Qualsiasi insinuazione diversa è completamente priva di prove, e materialmente e consapevolmente falsa”.
 
La lettera

Gli avvocati di Harborne non hanno dato risposte sostanziali alle domande sul perché sia andato in viaggio in Ucraina, oltre a dire che “sembrano avere poche fondamenta nella realtà”. Ma ci sono possibili indizi nei file trapelati. L’itinerario prevede un “incontro chiuso presso il centro di ricerca e sviluppo militare-tecnologico”. Non dice se Harborne ha partecipato, ma questa è un’area che conosce bene.

Mentre la sua posizione di maggiore azionista in QinetiQ, con il 13%, non gli conferisce un ruolo nella gestione quotidiana dell’unità di ricerca privatizzata delle forze armate del Regno Unito, la sua partecipazione finanziaria nelle operazioni è significativa. QinetiQ ha interessi in Ucraina, anche se non è il suo maggiore interesse.

Le forze dell’Ucraina stesse riportano l’utilizzo dei droni Banshee della compagnia e i robot per lo smaltimento delle bombe. Nell’aprile 2025, il Ministero della Difesa britannico ha annunciato che QinetiQ avrebbe aiutato l’esercito ucraino a realizzare kit con stampanti 3D.

Johnson si riferisce al viaggio in uno dei documenti più misteriosi dei Boris Files. Una lettera che porta la sua firma, datata 23 ottobre 2023, il mese dopo la visita (per lo YES, ndr). “Scrivo a sostegno di Christopher Harborne”, scrive Johnson. “È sia un amico che un sostenitore del mio lavoro... È venuto con me in un recente viaggio in Ucraina e lo conosco per essere un appassionato avversario del regime di Putin”.

Johnson afferma nella lettera che è “non è a conoscenza di alcun indizio o prova di sorta che Christopher sia in alcun modo favorevole al governo russo, o abbia legami commerciali con la Russia o altro”. Non c’è nulla che indichi perché qualcuno potrebbe pensare il contrario. Non sono emerse connessioni di questo tipo e gli avvocati di Harborne dicono che non esistono.

Gli avvocati non hanno voluto dire per chi è stata scritta la lettera, indirizzata solo a “Cari signori”. “Il signor Johnson ha fornito un profilo per il signor Harborne in risposta agli attacchi alla figura di Mr Harborne”, hanno detto. “Il signor Harborne è grato al signor Johnson”.

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23/08/2025

L’Eurocamera fa ricorso sul SAFE, von der Leyen traballa ancora

Il Parlamento Europeo, attraverso la sua presidente Roberta Metsola, ha presentato alla Corte di Giustizia UE una richiesta di annullamento del regolamento del SAFE, lo strumento per gli acquisti comuni della difesa europea.

In questo modo, Strasburgo dà una spallata alle decisioni della Commissione Europea e di von der Leyen. Bruxelles, infatti, aveva deciso di attivare l’articolo 122 del Trattato di Funzionamento dell’UE (TFUE), il quale prevede la possibilità di evitare il voto nell’Eurocamera per motivi d’urgenza. Elemento che viene contestato dal Parlamento, per un programma che si allungherà fino al 2030, e che viene dunque ricondotto sotto l’articolo 173, riguardante la competitività industriale.

Abbiamo già scritto chiaramente in passato, per diradare la propaganda dei finto-progressisti, che Strasburgo ha già dato via libera con larga maggioranza al riarmo e alla difesa comune europea. Il nodo del contendere è una questione tutta lobbistica, e riguarda la possibilità di mettere bocca sul regolamento, appunto, delle spese che verranno sostenute attraverso coperture europee.

Se il Parlamento Europeo serve a qualcosa, quel qualcosa riguarda rispondere al meglio alle pressioni dei grandi gruppi privati che sono registrati presso il Registro comunitario per le attività di lobbying. Se ‘l’onorevole’ è tagliato fuori dalle decisioni, perde ogni funzione, e il lobbista non ha più motivo di cercare la sua ‘amicizia’.

Nel ricorso presentato, Strasburgo afferma che la procedura usata dalla Commissione “mina la legittimità democratica agli occhi dell’opinione pubblica”. Nel senso che, se il Parlamento può essere eluso così facilmente, è difficile farla passare per un’istituzione democratica.

Insomma, nel percorso di riarmo, si tratta di un incidente di poco conto, dovuto solo agli appetiti di classi dirigenti parassitarie. Nella dialettica istituzionale, nella credibilità pubblica e negli equilibri politici dei vertici europei, però, si tratta di un altro duro colpo da digerire per il secondo mandato von der Leyen.

Avviato all’incirca un anno fa con l’obiettivo di portare a termine la promessa fatta cinque anni prima di trasformare la UE in una potenza geopolitica, sono bastati pochi mesi per decretarne il ritorno a vassallo.

Ovviamente, la storia non è fatta da singoli individui, ma da classi e processi sociali. Eppure, nella politica dell’oggi, rimane il fatto che le trattative sui dazi con Trump le ha condotte Bruxelles (mostrando che in 27 o da soli, poco cambia), e non c’è propaganda che possa cancellare l’evidente sconfitta della UE nella competizione globale.

A ciò si deve aggiungere come tutte le cancellerie europee siano rimaste col cerino in mano sul conflitto ucraino, mentre The Donald discute con Putin e intima a Zelensky di organizzare un incontro. Infine, bisogna ricordare che von der Leyen ha da poco superato un voto di sfiducia indetto sulla base delle accuse riguardanti la poca trasparenza delle trattative intavolate con Pfizer per la fornitura di vaccini durante la pandemia di Covid-19.

La Commissione Europea, politicamente, è uno zombie che cammina. L’unico motore della UE, ad oggi, rimane la sua deriva bellicista, considerata come unica via per far fronte alla crisi industriale e provare a rimettere sul piatto della dialettica internazionale un qualche peso.

Ma si tratta del pilota automatico di un imperialismo in crisi, non di un processo guidato con grande lungimiranza da una classe dirigente che è tutto fuorché adeguata ai tempi.

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03/05/2024

La Georgia ritenta l’approvazione della legge contro le influenze straniere

Questo maggio si preannuncia come un mese che, nella storia della Georgia post-sovietica, potrebbe diventare un momento di svolta del paese. Quale direzione prenderà potrebbe essere deciso dai risvolti delle agitazioni in concomitanza con l’approvazione della legge definita “sugli agenti stranieri“.

Il parlamento georgiano ha infatti approvato in seconda lettura tale norma, e si appresta ora ad affrontare il voto definitivo entro metà maggio. Ma dal 9 aprile la capitale Tbilisi è animata da varie proteste, con un vero e proprio salto di qualità verificatosi il 29 aprile.

Tra il 30 aprile e il primo maggio, la polizia ha effettuato 63 arresti, mentre immagini di scontri di piazza si diffondevano a livello internazionale. Nella notte del primo maggio i manifestanti hanno assaltato e tentato di irrompere nel parlamento, spingendo il consesso a cancellare i lavori del 2 maggio.

Per ora il copione delle vicende sembra seguire quello visto un anno fa, quando già una proposta simile all’attuale in quasi tutto fu fermata dalla contrarietà di varie mobilitazioni. Il tema vero è se però questa volta, invece, di fronte alla determinazione del governo, verrà ricalcato anche il copione di Kiev 2014.

La Georgia ha una situazione a tratti speculare a quella dell’Ucraina. Entrambe cominciarono il percorso di avvicinamento alla NATO col vertice di Bucarest del 2008, a cui seguì dopo pochi mesi la guerra russo-georgiana, con la quale Mosca sostenne l’indipendenza delle regioni dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud.

L’operazione russa in Ucraina non è dunque una novità rispetto a strategie già messe in campo per evitare l’accerchiamento euroatlantico. La novità è stata più nel fatto che il Cremlino questa volta ha apertamente chiesto la neutralità di Kiev, cosa che – dopo aver nutrito Euromaidan per un decennio – Washington non ha voluto accettare.

Una differenza sostanziale, però, è nell’effettivo orientamento del governo di Tbilisi. In questo caso, i partiti Sogno Georgiano (che guida la maggioranza) e Movimento Nazionale Unito (che guida l’opposizione) sono entrambi filo-atlantici, condividono le stesse scelte strategiche di fondo: insomma, come l’Italia, se fosse nel Caucaso.

Nel dicembre 2023 Bruxelles ha concesso alla Georgia lo status di ‘paese candidato’ ad entrare nella UE. Ma la legge sugli “agenti stranieri” sembra porre un ostacolo insormontabile di fronte a questo percorso, a giudicare dalle parole di alti dirigenti europei.

Josep Borrell ha condannato la “violenza contro i manifestanti in Georgia che manifestavano pacificamente“. La solita presbiopia del “giardino europeo” che impedisce di vedere le manganellate quando vengono dispensate ai solidali con la Palestina nei paesi UE.

La Von der Leyen ha detto che “la Georgia è a un bivio. Essa dovrebbe rimanere sulla strada verso l’Europa“. Parole che assomigliano a una minaccia, più che a una sincera preoccupazione per il futuro della democrazia georgiana se la legge venisse approvata.

Perché poi il nodo fondamentale è proprio questa norma, che in sé non ha nulla di preoccupante. Il testo impone a tutti gli enti che ricevono più del 20 per cento dei propri fondi da istituzioni straniere di farsi inserire in un registro di “organizzazioni portatrici degli interessi di una potenza straniera“.

In pratica, si tratta di uno strumento di relativo controllo delle operazioni di lobbying estere sulla politica georgiana. Un elemento che dovrebbe essere di “garanzia della sovranità” e dell'”autonomia del governo” – come del resto dovrebbe essere in qualsiasi regime democratico – non una sua ferita insanabile...

Anche se, ad ogni modo, in Georgia non sarà così.

Va infatti sottolineato come ormai da una trentina d’anni la politica, così come i servizi pubblici in senso lato (dall’educazione alla sanità, fino allo sviluppo rurale e delle infrastrutture), sono divenuti terreno di caccia di istituti internazionali e delle “organizzazioni non governative” attraverso cui operano.

Si tratta della costruzione di veri e propri potentati interni al paese ma eterodirette, cui i cittadini devono fare affidamento, volenti o nolenti.

‘Sogno Georgiano’ – il partito che attualmente governa ed ha proposto la legge – non intende assolutamente abbattere questo sistema, su cui in fondo anch’esso si appoggia, ma in qualche misura controllarlo meglio.

Alcuni settori vicini a vari oppositori cominciano a dare segnali di insofferenza che sembrano andare oltre il gioco, seppur truccato, delle elezioni democratiche, e il governo vuole perciò riaffermare un certo grado di controllo sul paese.

Su tutti i media nostrani invece leggiamo che tale legge, che non riconsegnerà comunque alcuna sovranità al popolo, è una “legge russa“, perché viene associata alla normativa di Mosca sul tema. Ma non sembra aver nulla in comune con quel provvedimento, semmai sembra ricalcata sul Foreign Agents Registration Act statunitense.

In sintesi, una legge viene definita filo–russa se limita le possibilità dell’Occidente di fare quel che vuole in un paese terzo, mentre se lascia massima libertà di manipolazione agli interessi esteri è “espressione di democrazia”. Un’altra manifestazione da manuale del “doppio standard” usato alle nostre latitudini.

Quel che non sta bene alle centrali imperialiste occidentali è la posizione del nuovo primo ministro, Irakli Kobakhidze, in carica da febbraio. Egli, sostenitore dell’Ucraina e critico della Russia, si è però sempre opposto alle pressioni che volevano che la Georgia aprisse un fronte caucasico per indebolire ulteriormente Mosca.

Visto da lontano, Kobakhidze non sembra un “agente del Cremlino”, ha anzi ribadito la sua ferma intenzione di fare entrare il suo paese nella UE. Appare semplicemente un politico che, adottando un po’ di realpolitik, sa che la pace salva le vite e l’economia dei suoi cittadini.

Il primo ministro georgiano ha in effetti in passato parlato di un “partito globale della guerra” che vuole trascinare il suo paese in un conflitto. Per quanto possa essere filo-occidentale, sa anche che Bruxelles e Washington sono pronte a usare Tbilisi come carne da macello, per poi abbandonarla quando non sarà più utile.

Cosa c’entra tutto questo quadro con una legge che in sostanza riguarda il lobbismo? Quasi nulla in pratica, ed è per questo che sembra decisamente più improbabile, rispetto al 2014, il sostegno a soluzioni politiche violente, che la norma passi o meno: sarebbe sostituire un esecutivo atlantista con un altro esecutivo atlantista.

Comunque, l’interpretazione che stanno dando della vicenda in Occidente sembra essere anche un segnale piuttosto chiaro per le elezioni che si svolgeranno nel prossimo autunno. Tramite una legge sulle influenze estere, il futuro governo è avvertito sui limiti che il suo agire sovrano potrà avere.

Ad ora, però, teniamo gli occhi aperti sulla terza votazione del provvedimento, che avverrà nei prossimi giorni. Fino a che punto possa essere davvero compromessa dall’interno la “democrazia” georgiana non si può prevedere nel dettaglio...

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07/12/2023

Un petroliere negazionista alla presidenza della Cop28

Il 30 novembre scorso è iniziata, a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, la 28esima conferenza dell’ONU sul cambiamento climatico, (COP28), riunione internazionale che si tiene ogni anno in un paese diverso e che ha quale obiettivo dichiarato quello di “cercare di contrastare gli effetti del riscaldamento globale“.

Tra i vari temi all’ordine del giorno c’è quello relativo ai sussidi pubblici per la ricerca, la produzione e il consumo dei combustibili fossili, quelli che causano le emissioni di gas serra, ovvero, la causa principale del riscaldamento climatico in corso: petrolio, gas e carbone.

In barba a tutti gli impegni formali presi, in tal senso, nelle scorse riunioni, molti paesi, grandi e piccoli, continuano a finanziare il consumo e la produzione di energia da fonti fossili. Secondo un rapporto del FMI, nel 2022, i sussidi ai combustibili fossili hanno raggiunto i 7mila miliardi di dollari, pari al 7,1 per cento del PIL mondiale.

Tra questi spicca proprio l’Italia che spende tantissimo per i combustibili fossili: solo quest’anno dovrebbe superare i 42 miliardi di euro, ovvero, il 2,2% del PIL.

E per quanto posssa apparire incredibile, quest’anno, alla presidenza della #COP28, c’è un petroliere degli Emirati Arabi Uniti: Sultan al-Jaber, capo della Abu Dhabi National Oil Company, il quale, tanto per chiarire, durante un evento online, ha affermato: “Non esiste alcuna scienza che indichi sia necessario limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali”.

Anzi, l'eliminazione degli idrocarburi – anche graduale – non consentirebbe lo sviluppo sostenibile “a meno che non si voglia riportare il mondo nelle caverne”.

Ovvero, l’esatto contrario, di ciò che sostengono, da anni, gli scienziati del Panel intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) nonché tutti i massimi esperti mondiali di scienza del clima. A rivelarlo il Guardian e il Center for Climate Reporting.

È successo poche ore prima dell’annuncio fatto proprio da al-Jaber, sull'”impegno” delle 50 principali compagnie petrolifere globali, che rappresentano quasi la metà della produzione mondiale, a raggiungere emissioni di metano prossime allo zero, a porre fine al flaring di routine nelle loro operazioni entro il 2030 e a raggiungere le emissioni nette zero (quindi con l’utilizzo di tecnologie di assorbimento di gas serra) entro il 2050.

Ma la così detta ‘Carta globale della decarbonizzazione’ è un colossale pacco perché non è in linea con l’obiettivo di restare sotto 1,5° Celsius non ponendo alcun vincolo allo sviluppo di nuovo petrolio e gas e prevedendo obiettivi di emissione esclusivamente volontari e non prescrittivi.

Dettaglio non trascurabile di questa edizione: rispetto all’anno scorso è quadruplicata la presenza di lobbisti legati ai produttori di combustibili fossili. Lo ha calcolato Kick Big Polluters Out indicando che almeno 2.456 lobbisti dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas) hanno avuto accesso alla Cop28.

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03/06/2023

Salute, il ministro Schillaci sceglie per consulenti due lobbisti di Big Pharma

Due consulenti del ministro della salute sono entrati in un think tank partecipato dalle multinazionali farmaceutiche allo scopo di intervenire nelle riforme del settore, con un evidente rischio di conflitto di interesse.

Il caso riguarda due esperti voluti al ministero da Orazio Schillaci. Si tratta del farmacologo Guido Rasi, ex-direttore dell’Aifa e dell’Ema e già consulente del commissario Figliuolo nella campagna vaccinale anti-Covid, e dell’economista dell’università di Tor Vergata Francesco Saverio Mennini.

I due saranno anche tra i membri di Ithaca, il neonato think tank sostenuto da colossi come Roche, Gsk, MSD e AstraZeneca (ma la lista degli sponsor è molto più lunga). Secondo il comunicato con cui è stata annunciata l’iniziativa, Ithaca avrà come missione quella di «prefigurare modelli che favoriscano l’innovazione terapeutica e sappiano attrarre risorse finanziarie verso il nostro Paese».

Tra i temi di cui si occuperà nel 2023 c’è anche quello dei «modelli di governance». «Il tutto sullo sfondo della riforma dell’Agenzia italiana del farmaco», come afferma Francesco Maria Avitto, dirigente della società di consulenza sanitaria Sics che ha ideato il think tank.

Lo stesso Rasi ha illustrato la natura lobbistica dell’iniziativa: i documenti prodotti da Ithaca consentiranno alle aziende «di far sentire la propria voce e di essere soggetti attivi nella trasformazione dell’ecosistema italiano del farmaco».

Rasi e Mennini, dunque, svolgeranno un doppio ruolo. Da un lato, negli uffici del dicastero consiglieranno il ministro della salute Orazio Schillaci sui principali temi di salute pubblica. Dall’altro, aiuteranno le aziende farmaceutiche a «far sentire la propria voce» su alcuni dossier scottanti, come la riforma dell’agenzia deputata a controllarle. Un cortocircuito forse legale, ma di certo inopportuno.

P.s. della Redazione. Per la solita ironia della Storia, il governo più vicino alle follie “no vax” si dimostra il più prono ai comandamenti di Big Pharma. Della serie: non ascoltate mai quello che dicono/promettono i “potenti”, guardate quello che fanno davvero...

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22/12/2022

Qatargate - Il “cambio di giudizio” del Parlamento europeo sugli Emirati Arabi Uniti

Lo scandalo sulla corruzione da parte del Qatar abbattutosi sul Parlamento europeo, si intreccia indubbiamente con le relazioni complessive che le istituzione dell’Unione Europea hanno intessuto con le ricche, ma spesso impresentabili, petromonarchie del Golfo.

Qualche avvisaglia sul fatto che ci fossero pressioni e ingerenze di paesi stranieri sul Parlamento europeo, c’era già stata a febbraio 2022. Una risoluzione approvata dal PE al paragrafo BY scriveva testualmente: “Vi è una grave carenza di norme vincolanti e a livello dell’applicazione del registro sulle attività di lobbying nell’UE, il che rende praticamente impossibile individuare le attività di lobbying provenienti da paesi terzi; che attualmente non vi è modo di monitorare le attività di lobbying negli Stati membri che influenzano l’attività legislativa e la politica estera attraverso il Consiglio europeo; che le norme sulle attività di lobbying nell’UE riguardano principalmente i contatti personali e non tengono conto dell’intero ecosistema dei diversi tipi di lobbying esistente a Bruxelles; che paesi come la Cina e la Russia, ma anche il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia, hanno investito pesantemente nelle operazioni di lobbying a Bruxelles”.

Ma a febbraio 2022 il parlamento e l’Unione Europea nel suo complesso erano già entrati nella logica della nuova Guerra Fredda, per cui avevano antenne drizzate e propositi bellicosi solo contro Russia e Cina.

L’attenzione oggi si è invece concentrata sulla ricerca di una “buona reputazione in Europa” da parte del Qatar, balzato sulla scena internazionale per aver ospitato i contestati Campionati mondiali di calcio appena conclusisi.

Ma un osservatore più attento affiancherebbe la dovuta attenzione su un’altra petromonarchia del Golfo – gli Emirati Arabi Uniti (EAU) – anch’essi alla ricerca di una “buona reputazione in Europa”, e dunque disponibile ad “oliare” gli apparati affinché giudizi negativi si convertano in positivi.

In fondo gli EAU (1) sono quelli di Dubai, diventata un centro del business internazionale al quale moltissimi ricchi occidentali guardano come nuovo paradiso degli affari.

Nei primi giorni dell’indagine che sta squassando la credibilità delle istituzione europee e delle Ong “impegnate sui diritti umani” a Bruxelles, era circolata la notizia – poi sparita – che dietro l’inchiesta ci fosse una imbeccata dei servizi segreti degli Emirati Arabi Uniti, fino a ieri rivali frontali del Qatar (sottoposto a quattro anni di embargo da parte delle altre petromonarchie del Golfo) e oggi in una situazione di tregua relativa.

Al Qatar gli altri emiri non hanno mai perdonato tre cose: la nascita del network televisivo Al Jazeera che per anni in tutto il mondo arabo-islamico ne ha sferzato le malefatte, il sostegno alla rete dei Fratelli Musulmani (spesso in conflitto aperto con molti governi) e un atteggiamento meno ostile nei confronti dell’Iran.

“Gli Emirati Arabi Uniti sono assolutamente estranei a questa indagine” ha affermato nei giorni scorsi Ebtesam Al-Ketbi, presidente e fondatrice dell’Emirates Policy Center di Abu Dhabi, respingendo le accuse di chi sostiene che siano state “spie” degli Emirati a dare il ‘la’ all’inchiesta belga sul Qatargate che sta facendo tremare l’Europarlamento.

Secondo la Al-Ketbi, dietro queste notizie ci sono “coloro che sono contro gli Emirati Arabi Uniti”, aggiungendo che il Paese del Golfo “non trae alcun vantaggio da questa vicenda”.

Qui, però, occorre conoscere qualche informazione in più che ci aiuta a collegare alcuni puntini.

Era il settembre 2021 quando il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione severa sulla situazione dei diritti umani negli Emirati Arabi Uniti (dove, tra l’altro, alcuni detenuti politici dei Fratelli Musulmani sono ancora in carcere nonostante abbiano già scontato la loro pena detentiva, ndr).

La risposta degli EAU fu dura: “Le accuse inaccettabili incluse nella risoluzione del Parlamento europeo rappresentano un’ingerenza ingiustificabile negli affari interni degli Emirati Arabi Uniti e non è nel mandato del parlamento internazionale autorizzare alcuna organizzazione regionale a valutare i record sui diritti umani che non è sotto loro competenza regionale”.

Ma a novembre del 2021 è l’eurodeputato del gruppo socialista Andrea Cozzolino (citato nelle indagini sul Qatargate, non indagato e sospeso dal PD) a intervenire in sede di Parlamento europeo accusando duramente gli Emirati Arabi Uniti: “Dietro l’immagine di una classe dirigente illuminata, progressista, tollerante e che rispetta i diritti, si nasconde un regime illiberale” – sosteneva Cozzolino – “Abu Dhabi e Dubai non calpestano soltanto i diritti umani: sono noti, come dimostra lo scandalo Pegasus, l’ingerenza e il tentativo di indebolire le democrazie nei paesi musulmani arabi e soprattutto in Europa. Lo abbiamo visto in Egitto, in Siria, in Sudan e non da ultimo in Tunisia, per non parlare del loro diretto coinvolgimento nella guerra in Libia e in Yemen, dove sono corresponsabili insieme all’Arabia Saudita di crimini di guerra.
Come rispondiamo a tutto questo? La situazione dei diritti umani negli Emirati è l’ennesima prova che il sistema di dialogo di alto livello sui diritti umani dell’UE ha enormi problemi, poiché è stretto tra l’esigenza di far rispettare i diritti e il realismo politico degli affari. E ovviamente i paesi con cui l’UE dialoga approfittano di questa contraddizione, utilizzandola come una foglia di fico”
.

L’eurodeputato Andrea Cozzolino aveva proposto che l’Unione Europea adottasse dure misure contro gli Emirati Arabi Uniti: “Nel caso specifico degli Emirati, dovrebbe tradursi nell’embargo delle vendite delle armi, nella sospensione di regime facilitato di visti di Schengen, in sanzioni nei confronti dei criminali coinvolti nell’arresto di Mansoor e nei crimini commessi in Yemen, a cominciare dal generale Ahmed Nasser Al Raisi, candidato tra l’altro alla presidenza dell’Interpol, di cui l’UE è il principale finanziatore”.

Fino al 2021 quindi abbiamo riscontro che i rapporti tra il Parlamento europeo e gli Emirati Arabi Uniti fossero decisamente turbolenti. Ma cosa accade nel 2022?

Succede che a marzo 2022 una delegazione del Parlamento europeo si reca negli Emirati Arabi Uniti e qui qualcosa deve essere cambiato perché gli EAU commentano soddisfatti che: “Una delegazione di membri del Parlamento europeo, guidata da Anna Michel, membro del Parlamento europeo e vicepresidente della commissione per il commercio internazionale, ha espresso grande ammirazione per i successi degli Emirati Arabi Uniti nel sostenere le donne e promuovere l’equilibrio di genere”.

“La delegazione del Parlamento UE ha espresso ammirazione per le azioni misurabili e sostenibili intraprese dagli Emirati Arabi Uniti per portare le donne nei ruoli di leadership. La delegazione ha dichiarato che avrebbe ulteriormente esplorato e mirava a imparare dall’approccio delle quote degli Emirati Arabi Uniti per i consigli di amministrazione e i parlamenti. Inoltre, i delegati hanno espresso il desiderio di saperne di più su come gli Emirati Arabi Uniti stanno sviluppando un modello di budgeting basato sul genere e basato sull’evidenza che sarà implementato nel prossimo ciclo di bilancio”.

A ottobre 2022 si diffonde la notizia che la Commissione europea proporrà al Parlamento europeo e al Consiglio di aggiungere gli Emirati Arabi Uniti all’elenco Ue dei paesi terzi ad alto rischio riciclaggio, secondo quanto richiesto da Mairead McGuinness, il commissario europeo ai servizi finanziari.

Passa però solo un mese e a novembre 2022 un’altra delegazione del Parlamento europeo si reca negli Emirati Arabi Uniti nel quadro di una missione dal titolo decisamente indefinibile e piuttosto ambivalente: “Tecnologia per un futuro migliore” e “Diritti dei bambini ad un ambiente più sicuro”.

La delegazione europea, è composta da membri del Parlamento europeo e da nove bambini di età compresa tra 12 e 17 anni, ed era guidata dal membro del Parlamento europeo Isabel Wiseler-Lima, coordinatrice per i diritti umani del gruppo PPE al Parlamento europeo, la quale ha discusso con i funzionari degli Emirati gli sforzi del governo degli Emirati Arabi Uniti su due temi critici: “Tecnologia per un futuro migliore” e “Diritti dei bambini a un ambiente più sicuro”.

In una riunione separata, il tenente colonnello Dana Al Marzouqi, direttore generale dell’Ufficio per gli affari internazionali del ministero dell’Interno, ha sottolineato l’importanza dei governi e dei responsabili politici che forniscono spazi sicuri per i giovani online e quando interagiscono con le moderne tecnologie. L’eurodeputata Isabel Wiseler-Lima ha dichiarato: “L’interessante discussione con il tenente colonnello Dana Al Marzouqi ha evidenziato la necessità di ulteriori scambi globali per avere successo nella lotta contro gli abusi sessuali sui minori in tutto il mondo”.

L’eurodeputato rumeno Alin Mituta del gruppo Renew Europe ha commentato: “La nostra visita a Masdar City è stata molto utile per capire i modi in cui le nuove tecnologie possono aiutare a costruire un futuro migliore e più sostenibile. Sono fiducioso che una cooperazione rafforzata tra l’Unione Europea e gli Emirati Arabi Uniti contribuirà a realizzare la transizione digitale ed ecologica”.

In conclusione. Nel mirino degli inquirenti belgi (ma sulla base di un lavoro congiunto dei servizi segreti di ben cinque paesi, ndr) ci sono le ingerenze del Qatar sui parlamentari e alcune Ong con sede a Bruxelles. Appare però evidente che i segnali indicati nella risoluzione del Parlamento europeo di febbraio 2022 non rilevavano solo il Qatar come soggetto di ingerenza. Se, come sembra, l’inchiesta coinvolge una sessantina di europarlamentari, soprattutto dei due gruppi maggioritari del Parlamento europeo – socialisti/democratici e democristiani/popolari – il panorama che si potrebbe aprire sarebbe assai più ampio del solo Qatar. Tra le petromonarchie del Golfo e la loro ricerca di una “buona reputazione in Europa” c’è ancora molto da scavare.

L’unico dato certo è che la credibilità delle istituzioni europee e di molte Ong legate a doppio nodo con questi gruppi parlamentari ne esce a pezzi, così come ne esce a pezzi la presunta “superiorità morale dell’Europa” con la quale ci ammorbano ormai da anni e che è diventata l’ideologia che sta legittimando anche la linea guerrafondaia adottata dalle istituzioni europee tutte in questi mesi. Il “Giardino” evocato dall’ossesso guerrafondaio Borrell non è minacciato dalla “Jungla”, le male piante ce le aveva già inseminate all’interno.

Note

(1) Gli Emirati Arabi Uniti sono sette. Gli emirati di Abu Dhabi e Dubai, per ragioni di estensione territoriale, peso demografico e rilevanza economica, sono i due più importanti.

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19/12/2022

Lobbismo: da Soumahoro a Panzeri ultimi siluri a sinistra

Scoprire oggi il peso del lobbismo nelle istituzioni europee, e il suo modo di condizionare velenosamente la politica, è estremamente ingenuo. Come lo è l’eventuale fresca scoperta di quanto sia tossico, a tutti i livelli di rappresentanza, il lobbismo in ciò che convenzionalmente chiamiamo sinistra. Certo, in Italia si tratta di un lobbismo differente rispetto al passato – almeno fino a 15 anni fa era evidente la pressione verso sinistra di grandi soggetti nazionali (assicurazioni, lega cooperative, sistema emiliano, per non parlare di quelle dei sindacati legati all’economia della concertazione) – mentre oggi lo scenario, oltre che determinato in modo più marcato dal pilota automatico normativo-finanziario europeo, è molto più frammentato e legato maggiormente alle reti di relazioni create attraverso le istituzioni.

Per capirsi sulla frammentazione del lobbismo di sinistra: sia i casi Soumahoro che quello Panzeri fanno parte, da angolature molto diverse, di questo fenomeno che non passa più dai grandi interessi di sinistra ma da ciò che rimane, a sinistra, della rappresentanza parlamentare. Il primo è legato al disastro (finora solo) d’immagine di un deputato che fa esplicita attività di fund-raising, sul tema dell’emancipazione dei migranti, ed è legato a una famiglia che organizzava, fino a ieri, centri di accoglienza. Si può pensare cosa si vuole del caso Soumahoro, ma un deputato che fa anche fund-raising si trova, giocoforza, a dover occupare tanto del proprio tempo a promuovere la propria attività e coltivare la propria immagine che è il vero asset per far arrivare fondi. Il risultato, su quel piano, come è noto, è stato disastroso, con immediato riflesso non tanto sui sondaggi di Sinistra Italiana-Verdi ma su quelli della coalizione di centrosinistra oggi appena sopra il 22 per cento.

Questo perché il piano dell’immagine di Souhmaoro non danneggia nello specifico chi l’ha candidato, un cartello elettorale che è poco più di una entità a conduzione familiare, ma soprattutto, grazie anche ai media, l’idea stessa di coalizione “di sinistra”. In questo senso Soumahoro concorre alla disgregazione del consenso elettorale verso il centrosinistra assieme a Panzeri, ex segretario della CGIL milanese, che invece rappresenta un lobbismo molto diverso, non solo per dimensioni e ragione diciamo sociale, ma anche per storia politica.

Panzeri infatti viene dalla corrente dalemiana del PD, in ottimi rapporti con Bersani ed è stato fedelissimo di quel Penati che negli incroci tra profitti legati alle autostrade lombarde e tentativo del centrosinistra di radicarsi nel mondo bancario ha forse rappresentato al meglio gli intrecci di affari tra centrodestra e centrosinistra, il posizionamento di un lobbismo politico dalla ragione sociale originaria (cooperative, assicurazioni, sindacato) a uno più spregiudicato, trasversale e rapace.

Panzeri rappresenta quella parte di PD che, con l’avvento di Renzi, ha nettamente perso peso nel partito per cui si è reso necessario il passaggio ad Articolo 1, la formazione dell’ex ministro Speranza che a qualcuno sembrerà più sinistra di altre ma, dopo la vicenda Qatar, appare quello che è ovvero un piccolo cartello elettorale utile per movimentare relazioni e, dopo, soldi. La traiettoria di Panzeri successiva alla carica di europarlamentare, fa capire il capitolo successivo del “politico” dopo l’uscita dagli istituti di rappresentanza: legato alle lobby qui tra Ong, relazioni con governi esteri e movimenti di capitale. In fondo niente di diverso da D’Alema, che a sua volta rappresenta interessi qatarioti in Italia, e da Renzi che invece, notoriamente, è legato a interessi sauditi. Lo stadio supremo del politico di centrosinista è questo, da rappresentante d’interessi, una volta eletto, a piazzista d’interessi, anche globali, una volta uscito dalla rappresentanza istituzionale.

A livello della politica continentale si teme che la vicenda Panzeri, che ha coinvolto l’ormai ex vicepresidente del parlamento europeo Eva Kaili, possa rappresentare la prima ondata di delegittimazione dell’intero europarlamento. Diversi possono essere i fattori di spinta di queste nuove ondate da un effetto domino nell’inchiesta Qatar-Marocco e al momento mancano diversi elementi per fare chiarezza sulle cause di quello che sta accadendo. Certo quando la presidente del parlamento europeo, maltese, espressione di un paese che è una piattaforma offshore e incrocio d’interessi di ogni genere, afferma “siamo sotto attacco” è evidente che, senza indicare chi sta attaccando e perché, c’è il timore che lo scandalo vada ben oltre l’Italia, il Qatar e il Marocco.

Premesso poi che nessuno dei partiti investiti, a diverso titolo, da quanto accaduto (da SI-Verdi, a Articolo 1 al Pd) è andato oltre le parole di circostanza, senza prefigurare una visibile, accettabile ed efficace ristrutturazione del rapporto tra cartelli elettori e fund-raising, i punti da considerare sono due:

1) d’immagine. Dal “diritto al lusso” della compagna di Soumahoro, attratta più dalle borse di Gucci che dal simbolico del riscatto terzomondista, ai sacchi di soldi trovati in casa Panzeri ogni soggetto di sinistra, anche lontano da questi mondi, è percepito semplicemente come qualcuno che irrimediabilmente finirà per percorrere lo stesso sentiero di questi personaggi. La crisi di legittimazione di un intero campo progressista e radicale è poi tanto più grave in un momento, come questo, di profonda spoliticizzazione della società italiana;

2) di prospettiva. Diciamolo chiaro: la politica, a tutela delle fasce subalterne della nostra società, richiede fondi e non pochi visto che il sapere necessario per fare politica costa considerato che con il semplice, oltretutto oggi scarso, attivismo non si spostano rapporti di forza. Quindi in assenza di un modello di organizzazione in grado di attrarre e allocare fondi, senza finire nel lobbismo, la politica di sinistra in questo paese non avanzerà di un millimetro.

Va detto, basti vedere il caos dei gruppi parlamentari 5 stelle durante le esperienze di governo, che sul rapporto con il lobbismo si sono fatti male tutti i cartelli elettorali che hanno richiamato, a vario titolo, alla partecipazione e alla estensione dei diritti sociali. I casi Soumahoro e Panzeri, in questo senso, sono utili per capire che senza idee chiare e pratiche forti nell’affrontare questo nodo, legato al denaro, ogni progetto di sinistra è destinato a degradare nell’affarismo, quindi nella perdita di consenso e nel dileggio dell’opinione pubblica.

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15/12/2022

Mazzette e lobby nel Parlamento europeo. Un verminaio

Secondo le informazioni del quotidiano economico belga L’Echo, gran parte dei contanti trovati nelle case degli arrestati – 1,5 milioni di euro in totale – sono considerati nuovi, ancora avvolti nella plastica e freschi di stampa. Infine, alcune di queste banconote sono state emesse in Belgio, mentre il resto è ancora allo studio. 

Ma è un dettaglio importante, perché conoscendo il luogo di emissione sarà facile trovare la banca dove sono stati prelevati i mazzi di banconote, quindi il conto corrente e l’identità di chi si è preso in carico il prelievo.

Un editoriale di Le Monde commenta preoccupato la caduta di credibilità del Parlamento europeo, soprattutto dopo che questo si è spesso assunto a “giudice morale” contro la corruzione in vari paesi. “La scarsa attenzione del Parlamento europeo all’etica e l’assenza di un controllo indipendente sollevano il sospetto di una porosità sistemica verso l’acquisto di influenze e l’impunità” – scrive Le Monde.

“Queste accuse sono dannose non solo per l’opinione pubblica europea, ma anche per la credibilità politica dell’Unione. Il ghigno del primo ministro ungherese Viktor Orban di lunedì scorso ha dato un’anticipazione in merito. Egli stesso è minacciato di sanzioni per la sua compiacenza nei confronti della corruzione”.

Occorre rammentare che a Bruxelles, sulle e nelle istituzioni europee, agiscono ben 12.445 società di lobby ufficialmente censite in un apposito registro. Ci sono dunque un enorme numero di “agenti di influenza” che si muovono liberamente nel Parlamento Europeo.

La sola Ong della Bonino – No Peace Without Justice, finita sotto inchiesta – ne ha accreditate 11, il doppio di Google, il triplo di Microsoft​.

“L’inchiesta belga si allarga ma il cuore della questione resta sempre a Bruxelles, dove il Qatar-Gate ha rivelato quanto sia permeabile alle influenze esterne il tempio della democrazia che legifera sul destino di 450 milioni di cittadini” sottolinea il Fatto.

“Nel corso di molti decenni, il Parlamento ha permesso lo sviluppo di una cultura dell’impunità, con una combinazione di regole e controlli finanziari poco rigorosi e una totale mancanza di controllo etico indipendente o addirittura di qualsiasi controllo etico“, ha dichiarato al Financial Times il direttore di Transparency International, l’ex eurodeputato Michiel van Hulten.

Le agenzie riferiscono che nella seduta urgente del Parlamento europeo convocata martedì per discutere dello scandalo del Qatargate, praticamente non c’era quasi nessun europarlamentare. Alla richiesta di aggiornarla, il presidente della seduta ha voluto mantenerla lo stesso.

Così agli atti verrà scritto che c’è stata la seduta anche se non c’era nessuno “seduto” a seguirla e a discuterne. Una ipocrisia molto, ma molto “europea”.

La europarlamentare Manon Aubry (vedi altra parte del giornale) ha descritto come il mese scorso nel Parlamento europeo si sia arrivati a deliberare una risoluzione sul Qatar.

“Siamo rimasti sbalorditi quando ci è stata inviata la proposta di risoluzione proposta dal gruppo Socialisti e Democratici. Un testo che avrebbe dovuto condannare le violazioni dei diritti umani, si è ripetutamente congratulato con il Qatar per i suoi ‘notevoli sforzi’ nella promozione dei diritti umani, sottolineando il ‘partenariato strategico’ tra UE e Qatar, in particolare per la fornitura di gas naturale liquefatto, e minimizzando la violazioni dei diritti. Con amici come questi, chi ha bisogno di nemici?”

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13/12/2022

Le lobby e il Parlamento europeo

Lo scandalo europeo che ha preso rapidamente, nei media, il nome di Qatargate, è certamente molto grave e anche un po’ spettacolare per i comportamenti dei personaggi colti in flagrante con sacchi e valigie di bigliettoni che nascondevano sotto il letto o tentavano di far partire da Bruxelles per discrete destinazioni offshore.

Tuttavia, tale scandalo stupisce solo chi non sia a conoscenza di come funzionano le cose in quello strano parlamento europeo, l’unico al mondo non legislativo, che divide le sue attività tra le due sedi di Bruxelles e Strasburgo, scelta bizzarra che ne fa lievitare i costi a danno del contribuente continentale.

Infatti, chi abbia approfondito la questione, sa bene che nella capitale europea Bruxelles vivono o comunque transitano centinaia di persone regolarmente stipendiate per svolgere l’attività di lobbisti, vale a dire di funzionari di gruppi di pressione economici, industriali, finanziari, commerciali, informatici ecc. che tengono i contatti tra i loro datori di lavoro e i parlamentari, esponenti e funzionari della Commissione Europea.

Tale attività delle lobby è stata pure regolamentata dal Parlamento Europeo con una risoluzione del 2008 accolta poi dalla Commissione che ha istituito un registro a cui sono iscritte oltre 10.000 diverse organizzazioni che svolgono attività lobbistica e i cui dipendenti hanno libero accesso agli uffici dei deputati e dei loro assistenti.

Tuttavia, per esercitare l’attività di lobby non è necessario essere iscritti a tale registro e la sua stessa definizione come “attività di consulenza legale o professionale” è talmente vaga da prestarsi alle più disparate interpretazioni.

In genere, quando i cittadini europei si stupiscono di qualche strana raccomandazione o risoluzione che arriva in diretta da Bruxelles e che appare regolamentare questioni assolutamente secondarie nella vita sociale europea, ciò è in realtà frutto dell’azione di una lobby d’interessi che ha ben lavorato ottenendo un risultato economico per se stessa. Ecco perché potremmo in futuro incontrare risoluzioni sul peso prescritto per le orate d’allevamento oppure per la forma delle scatolette di tonno.

È evidente che quando parliamo di lobby ci riferiamo a organizzazioni che nulla hanno a che vedere con associazioni e comitati di cittadini che chiedono udienza ai parlamentari per sensibilizzarli alle loro legittime richieste politiche. Si tratta piuttosto di interessi, e quando non si parla di politica ma di soldi, lasciamo immaginare quali siano i mezzi di convinzione. Si stima che, nel suo complesso, l’attività lobbistica a Bruxelles assommi a oltre cento milioni di euro l’anno.

Ciò non significa, per fortuna, che tutti i deputati europei e tutti i funzionari siano dei corrotti, sarebbe sommario e qualunquistico affermarlo, bensì capire che al Parlamento europeo esistono regolamenti, convenzioni e prassi che favoriscono l’infiltrazione della corruzione e le pratiche di malaffare di piccolo o grande cabotaggio.

In tale sistema, può diventare normale per qualcuno passare da qualche regalo o favore, comunque non tollerabile, ai sacchi di banconote, alle vacanze miliardarie, agli oggetti di lusso. Soprattutto quando invece che una lobby qualunque entrano in campo dei governi miliardari.

Il cittadino italiano può anche rimanere stupito del ruolo importante che hanno, in tali pratiche, gli assistenti parlamentari europei. Infatti in Italia i collaboratori parlamentari di deputati e senatori, chiamati non a caso con lo spregiativo titolo di portaborse sono in gran parte dei poveracci sottopagati.

Senatori e deputati della Repubblica percepiscono circa 4.000 euro mensili per le loro spese di funzione, dei quali devono rendicontarne a posteriori solo la metà. Da tale somma il parlamentare trae lo stipendio per il collaboratore, che è suo dipendente personale, spesso con condizioni da fame, poiché per il deputato o senatore, minore è il salario del suo portaborse, più resta a lui.

Grottesco fu il caso di un deputato che tolse lo stipendio al suo collaboratore perché doveva pagare le rate del mutuo del suo appartamento. Altri parlamentari assumono come “collaboratore” moglie o marito, nipoti e congiunti vari, così i soldi restano in famiglia.

Al parlamento europeo le cose vanno diversamente. Il deputato indica il nome del proprio assistente, che però viene assunto direttamente dal parlamento e quindi percepisce un regolare stipendio, molto variabile nell’importo, con tanto di assicurazioni previdenziali. È evidente che si tratta di una procedura più trasparente, ma che cambia di molto il ruolo e il potere dell’assistente parlamentare.

Infatti quest’ultimo ha in genere una maggiore autonomia decisionale rispetto al deputato, anche perché i parlamentari europei sono spesso assenti dalla sede dei lavori, alcuni nemmeno hanno un recapito fisso a Bruxelles dove vanno eccezionalmente (o mai) e hanno poca dimestichezza con le lingue di lavoro del parlamento.

Ne consegue che gli assistenti sono quasi sempre coloro che partecipano alla preparazione delle risoluzioni e delle mozioni e che ricevono i postulanti delle lobby. Ed ecco come, in seguito, possono tessere relazioni anche importanti e inquietanti con esponenti altolocati del Parlamento.

Gli amari risultati di un’Unione Europea che si dichiara politica ma che è soltanto un tentativo di unione economica e affaristica.

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12/12/2022

C’è del marcio a Bruxelles

Almeno 6500 operai sono stati uccisi per il profitto delle multinazionali, nella costruzione dei mega impianti dei campionati di calcio in Qatar. Una devastante Grande Opera della globalizzazione liberista.

La lobby per sostenere questo sporco affare mostra tutta l’ipocrisia affaristica della UE, ben oltre gli euro scovati nelle abitazioni e le indagini sull’ex parlamentare del PD Panzeri, sulla vice presidente del ParlamentoEuropeo, sul segretario della Confederazione Europea dei Sindacati.

È stata scoperta solo una punta dell’iceberg. Ci sono decine di migliaia di lobbisti accreditati regolarmente presso le istituzioni europee. Io non credo che agiscano solo inviando documenti e libri.

Il Parlamento Europeo vara ogni giorno proclami altisonanti sulla violazione dei diritti umani nei paesi considerati nemici, mentre è sempre stranamente indulgente verso quelle dei paesi amici soci d’affari con UE e NATO.

Un doppio regime dei diritti che ora sappiamo essere alimentato anche da concrete azioni lobbistiche.

La Presidente Matzola, una reazionaria fanatica della guerra totale alla Russia, dichiara ora l’impegno totale nella lotta alla corruzione. Immagino che comincerà col pretendere piena luce sull’assassinio della giornalista sua connazionale Daphne Caruana. Assassinata a Malta mentre indagava sui traffici del potere.

E a proposito di lotta all’evasione fiscale, a parte i paradisi fiscali delle multinazionali regolarmente autorizzati dalla UE, Usula von der Leyen ha appena sostenuto il tetto al contante a 10.000 euro, quello che voleva Salvini.

Oggi non si può essere onestamente europeisti se non si è contro quello che è realmente l’Unione Europea.

C’è del gran marcio a Bruxelles.

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13/07/2022

Uber ha pagato agli accademici milioni per ricerche da dare in pasto ai media

Come una miniera inesauribile, gli Uber leaks continuno a seminare conoscenza sulla struttura del sistema economico neoliberista. Quello che viene fuori, infatti, non sembra affatto una cosa “eccezionale e straordinaria”, ma l’accecante normalità quotidiana del capitalismo occidentale.

Nella prima puntata dell’inchiesta del Guardian, uno dei destinatari dei file, erano stati messi all’indice alcuni dei politici più coinvolti nel “favoreggiamento” della piattaforma che ha provato a sostituire il servizio taxi di tutto il mondo (Macron, Netanyahu, Renzi, Osborne, ecc.).

Nella seconda puntata vengono sputtanate altre due colonne istituzionali della “democrazia liberale”: le principali università dei vari paesi e i principali media. Ossia chi deve “certificare” scientificamente gli effetti – positivi o negativi – di certi modelli di business e chi deve costruire la “narrazione” (l’informazione è tutt’altra cosa...) con cui indottrinare il pubblico, che diventa poi l’elettorato.

Il che, diciamolo seriamente, cancella qualsiasi discorso sulla “libertà” di cui godremmo per il solo fatto di poter mettere una crocetta su una scheda elettorale, ogni tanto... Se vieni nutrito di false informazioni “autorevoli”, ossia fake news ad uso e consumo dal sistema economico, il tuo parere è poco più di un “consenso malinformato”.

Anche in questo caso vengono denunciate sia “celebrità” dell’accademia internazionale, sia autentici totem dell’informazione economica mondiale. A partire ovviamente dalla bibbia del neoliberismo finanziario, il Financial Times.

Il meccanismo è così banale da sfiorare l’ovvio. Uber pagava ricerche “scientifiche” per utilizzarne i risultati sia sul piano pubblicitario che su quello della “persuasione occulta” tramite i media.

Un gioco di “narrative” che in un attimo rimbalzava sulla classe politica, liberando dalle critiche i decisori a libro paga di Uber e tacitando gli oppositori, “schiacciati” da pareri che avevano tutti i crismi della “scientificità” grazie al prestigio accademico dei ricercatori.

Probabilmente ci saranno altre puntate, e noi saremo qui per informarvi (che è il nostro impegno militante, non una “narrazione”).

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Uber ha pagato centinaia di migliaia di dollari ad accademici di alto profilo in Europa e negli Stati Uniti per produrre relazioni che potessero essere utilizzate in funzione della campagna di lobbying dell’azienda.

I file di Uber, una raccolta di migliaia di documenti riservati trapelati al Guardian, rivelano accordi lucrativi con diversi accademici di spicco, pagati per pubblicare ricerche sui “vantaggi del suo modello economico”. I rapporti sono stati commissionati mentre Uber lottava contro le autorità di regolamentazione nelle principali città del mondo.

Gli economisti universitari sono stati ingaggiati in Francia e Germania, dove nel 2014-15 l’applicazione delle norme da parte delle autorità è stata sempre più feroce.

La relazione di un accademico francese, che ha chiesto un compenso di 100.000 euro per la consulenza, è stata citata in un rapporto del 2016 del Financial Times come prova che Uber era una “via d’uscita dalle banlieues francesi”, con grande gioia dei dirigenti di Uber.

Utilizzando tecniche comuni alle campagne politiche dei partiti, Uber si è rivolta ad accademici e think-tank per farsi aiutare a costruire una “narrativa positiva”, ovvero che creava posti di lavoro ben retribuiti e graditi agli autisti, forniva trasporti economici ai consumatori e incrementava la produttività.

I documenti mostrano come i suoi lobbisti abbiano pianificato di utilizzare la ricerca accademica come parte di una linea di produzione di “munizioni politiche” da fornire ai politici e ai media.

L’obiettivo era quello di utilizzare la ricerca per aumentare la pressione per modificare le regole (e le leggi) che Uber stava eludendo. Mentre il coinvolgimento di Uber nelle relazioni è stato menzionato, dai file trapela come volesse usare il lavoro degli accademici e la loro reputazione per promuovere i propri obiettivi, e quanto fosse disposta a pagarli.

In Francia, l’accordo di consulenza da 100.000 euro è stato negoziato con un astro nascente dell’economia universitaria, il Prof. Augustin Landier, della Toulouse School of Economics.

Landier ha accettato di produrre un rapporto che, nelle e-mail inviate al team di Uber che si occupa di politica e comunicazione, ha descritto come “utilizzabile per le pubbliche relazioni dirette per dimostrare il ruolo economico positivo di Uber”.

Landier ha proposto di collaborare con David Thesmar, un altro professore di alto profilo della più importante scuola di economia francese, l’École des Hautes Études Commerciales de Paris (HEC).

Durante le discussioni del febbraio 2015, i dirigenti di Uber hanno fatto notare che, sebbene il prezzo fosse alto, ne sarebbe valsa la pena, soprattutto se avessero lavorato sui messaggi del rapporto “per garantire che non fosse presentato in una luce potenzialmente negativa”.

Il rapporto è arrivato nel mezzo di un intenso dibattito sulla perdita di posti di lavoro causata da Uber, con Emmanuel Macron, all’epoca ministro dell’economia francese, che al tempo aveva cercato di imporre cambiamenti legislativi a suo favore.

Un membro del team politico di Uber scrisse all’epoca che “una convalida quantificata del nuovo tipo di lavoro creato da Uber in Europa, specialmente se condotta da un economista della rinomata statura di Landier, ci aiuterebbe enormemente”.

Gli studiosi erano entusiasti dei dati di Uber perché fornivano una rara prova in tempo reale dell’effetto dei prezzi sui mercati, una delle questioni chiave per gli economisti liberali che sostengono il libero mercato.

In cambio del compenso per la consulenza, Landier voleva anche produrre uno studio separato non retribuito utilizzando i dati di Uber.

La fuga di notizie sui file aziendali mostra che i dirigenti di Uber erano preoccupati che ciò avrebbe comportato “la perdita del controllo editoriale”, ma un membro senior del management ha concluso che: “Vediamo un rischio basso in questo caso, perché possiamo lavorare con Landier sull’inquadramento dello studio e decidiamo anche quali dati condividere con lui”.

Il giorno prima della pubblicazione del rapporto di Landier e Thesmar, nel marzo 2016, è apparso l’articolo del FT che lo citava. “Le app di ride-hailing hanno creato posti di lavoro per i giovani più poveri di Parigi, ma si profila una stretta normativa”, si leggeva nell’articolo.

Il rapporto ha un terzo coautore, Daniel Szomoru, un economista interno di Uber. Il suo impiego e l’accordo di consulenza accademica con Uber sono stati citati in una nota a piè di pagina, ma non i dettagli del compenso. Né Szomoru, né il fatto che il rapporto sia stato pagato da Uber, sono stati menzionati nel pezzo del FT.

Alcune delle qualifiche chiave del rapporto non sono state riportate dalla stampa, tra cui la conclusione degli accademici secondo cui gli autisti Uber che non guadagnavano bene tendevano ad abbandonare la piattaforma.

Il rapporto descriveva come questi autisti ricevessero “pagamenti” in media di 19,90 euro all’ora. Ma questo non tiene conto dei costi sostanziali che gli autisti devono sostenere – come il noleggio dell’auto, l’assicurazione e il carburante – che devono essere dedotti da questo “pagamento” medio prima di poter calcolare i guadagni.

Nell’articolo del FT, che è stato ritwittato da Landier e da altri, questo è diventato semplicemente: “La maggior parte guadagna 20 euro all’ora, più del doppio del salario minimo”.

Uber era entusiasta della storia del FT. Un dirigente ha scritto: “Wow!”, congratulandosi con il team che “ha fatto centro”.

Il FT ha dichiarato che il suo articolo si basava su un ampio reportage sul campo che copriva gli aspetti negativi dell’attività di guida per Uber, tra cui la bassa retribuzione, e i vantaggi, e che non era stato contattato in modo proattivo o informato da Uber. Un portavoce ha dichiarato di aver citato altri esperti oltre a Thesmar e di aver chiarito che il suo lavoro si basava sui dati di Uber.

Landier e Thesmar hanno dichiarato che la loro consulenza a pagamento per Uber era dichiarata e trasparente. Ma non hanno voluto commentare ulteriormente.

In Germania, dove nel 2014 le autorità stavano dando un giro di vite alle violazioni delle normative da parte di Uber, il Prof. Justus Haucap, economista di spicco dell’Istituto di Economia della Concorrenza (DICE) dell’Università di Düsseldorf, ha accettato di produrre uno studio sui “benefici per i consumatori derivanti dalla liberalizzazione del mercato tedesco dei taxi”.

Lo studio è stato condotto in collaborazione con un ramo di consulenza dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW), descritto dai dirigenti di Uber in alcune e-mail interne come “il thinktank che ha maggiore influenza sull’attuale governo [tedesco]”, dietro un compenso di 48.000 euro più IVA (come rivelato dai leaks).

Gli accademici avrebbero dovuto contribuire a promuovere la ricerca in occasione di eventi e sulla stampa, come risulta da un contratto di servizio e da fatture.

Haucap ha lanciato il rapporto in occasione di eventi per influencer e politici a Berlino.

Haucap, la sua società di consulenza DICE Consult e il DIW hanno dichiarato che, sebbene i dati siano stati forniti da Uber, lo studio ha rispettato “rigorosi standard scientifici indipendenti” e non è stato predeterminato da Uber. Hanno aggiunto che è stato identificato come un “rapporto pagato da Uber”.

Uno dei primi accordi conclusi da Uber con accademici di alto livello è stato quello con il Prof. Alan Krueger dell’Università di Princeton negli Stati Uniti nel 2015. Krueger era stato il principale consigliere economico di Barack Obama ed era famoso come autorità in materia di aumento del salario minimo legale, quindi aveva una particolare influenza quando si trattava di sostenere l’impatto di Uber sull’occupazione.

I file di Uber rivelano per la prima volta che è stato pagato circa 100.000 dollari per uno studio che è stato ampiamente citato a sostegno di Uber come creatore di “buoni posti di lavoro”... proprio perché operava al di fuori delle regole. Nelle e-mail interne di Uber si legge che era “disponibile con la stampa”.

Lo studio ha poi suscitato polemiche. Krueger, che è morto nel 2019, ha riconosciuto il suo lavoro di consulenza a pagamento per Uber, ma non ha mai detto quanto fosse stato pagato. Altri accademici hanno affermato che le sue conclusioni non potevano essere sottoposte a revisione paritaria perché i dati non erano stati condivisi apertamente.

Uber ha affermato che l’apertura dei suoi dati ai ricercatori ha fornito importanti spunti di riflessione sulla natura mutevole del lavoro e della mobilità, e che nei casi in cui ha pagato gli accademici il rapporto è sempre stato reso noto.

Il rapporto di Landier e Thesmar ha chiarito che le cifre “pagate” fornite non tenevano conto dei costi dei conducenti, aggiungendo che i dataset di Uber erano disponibili per le persone che volevano esaminare la ricerca se firmavano un accordo sull’uso dei dati.

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