Avevamo raccontato esattamente un mese fa la storia dei quattro attivisti di Palestine Action condannati per danneggiamento a uno dei siti britannici dell’israeliana Elbit Systems, reato a cui però la corte avrebbero tentato di aggiungere la qualifica di “connessione con il terrorismo” in sede di scrittura della sentenza. Così è successo.
Alla Woolwich Crown Court sono state emesse infatti pesanti condanne verso quattro membri di Palestine Action, per un’azione svoltasi nell’agosto 2024. Gli attivisti hanno effettuato un raid in uno stabilimento della Elbit a Bristol, danneggiando attrezzature militari che sarebbero poi state usate nella pulizia etnica dei palestinesi.
Quattro dei sei imputati sono stati giudicati colpevoli, ma l’attribuzione di una natura terroristica al reato di danneggiamento è arrivata dopo. Secondo il giudice Jeremy Johnson le loro azioni hanno evidenziato una chiara matrice eversiva dovuta al tentativo di intimidire l’azienda e influenza la politica britannica attraverso danni alle proprietà della Elbit.
Il bilancio è molto pesante: 7 anni e 8 mesi per Samuel Corner, ex studente di Oxford; 5 anni per Charlotte Head e Leona Kamio; 4 anni e 8 mesi per Fatema Rajwani. Gli attivisti di Palestine Action hanno sempre difeso l’operazione di sabotaggio, sostenendo la “scusante legittima” per cui le loro azioni sarebbero state effettuate per prevenire crimini più gravi. Possibilità prevista dalla legislazione britannica, ma negata ai giovani militanti.
L’ONG Filton 25 Defence Committee ha rilasciato una dura dichiarazione di condanna contro il verdetto: “i quattro manifestanti oggi condannati hanno distrutto oltre 40 armi israeliane, tra cui droni assassini, utilizzati in quasi tutti i massacri di palestinesi a Gaza. Con la loro azione diretta, hanno salvato delle vite. Questo non è terrorismo, è un dovere. La sentenza odierna sarà impugnata per correggere questa grave ingiustizia”.
Durante la lettura della sentenza, venerdì, all’esterno del tribunale si sono radunati circa 500 sostenitori per manifestare solidarietà. La polizia ha effettuato oltre 100 fermi complessivi, tra cui almeno 72 persone arrestate specificamente per aver esposto cartelli a sostegno del gruppo, che rimane tuttora proscritto.
Il pronunciamento sul ricorso presentato dal governo per ribaltare la decisione dell’Alta Corte di Londra, che aveva obbligato a togliere Palestine Action dalla lista delle organizzazioni terroristiche, dovrebbe arrivare a breve. Il clima nel paese resta incandescente, con circa 3 mila persone arrestate in virtù della legge antiterrorismo.
Tutto ciò si inserisce nel quadro di un Regno Unito in cui il governo, in continuità con il sionismo internazionale, ha fomentato una retorica islamofobica, su cui è cresciuto l’odio razziale che oggi sta mettendo a ferro e fuoco Belfast. Il cortocircuito e il fallimento del Labour sono evidenti, e la respinta del ricorso su Palestine Action potrebbe mettere una serie ipoteca sul governo Starmer.
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14/06/2026
15/05/2026
Gran Bretagna - Attivisti di Palestine Action condannati per terrorismo, all’insaputa della giuria
Quattro attivisti del gruppo Palestine Action, recentemente condannati per danneggiamento durante un’azione all’interno di una fabbrica di armi, rischiano ora di vedersi aggiunta l’accusa di terrorismo nella sentenza. La notizia è emersa solo martedì 11 maggio, dopo la revoca delle restrizioni sulla copertura mediatica del caso, che avevano impedito ai media di rivelare i dettagli più controversi del processo.
Bisognerebbe già chiedersi in che razza di democrazia un processo pubblico (non un’operazione di intelligence) possa finire coperta da limitazione al diritto all’informazione, ma tralasciando questo “dettaglio”, è ancora più grave che sia stata emessa una condanna, e che in sede di scrittura della sentenza, la corte tenterà di aggiungerci fattispecie di reato non previste.
Brevemente i fatti. Martedì, presso la Woolwich Crown Court, i giurati hanno dichiarato colpevoli Leona Kamio (30 anni), Samuel Corner (23), Fatema Rajwani (21) e Charlotte Head (29) di ‘danneggiamento criminale’ in relazione a un raid avvenuto il 6 agosto 2024 contro lo stabilimento della Elbit Systems (produttore di armi israeliano) nei pressi di Bristol. Altri due attivisti, Jordan Devlin e Zoe Rogers, sono stati assolti.
La giuria non è stata però informata che al suo verdetto la corte cercherà di aggiungere la qualifica di “connessione con il terrorismo”, in sede effettiva di condanna. “In sede di condanna – si legge sul The Guardian – verrà emessa una sentenza separata, basata sullo standard probatorio penale, per stabilire se sussisteva o meno un collegamento con il terrorismo”.
Il giudice, Justice Johnson, aveva già affermato in un’udienza preparatoria nel marzo 2025 che l’azione poteva rientrare nei parametri del Terrorism Act 2000, in particolare la sezione 1(2)(b) che include il “grave danno alla proprietà” se compiuto per influenzare un governo o un’organizzazione internazionale.
Se il tribunale confermerà la “connessione con il terrorismo” durante l’udienza del 12 giugno, le conseguenze per i quattro giovani saranno pesantissime. In genere, i detenuti comuni (come quelli per reati di danneggiamento) scontano circa il 40% della pena, mentre per casi legati al “terrorismo” è molto più difficile ottenere riduzioni della pena dal comitato per la libertà vigilata.
I condannati potrebbero essere inoltre registrati come terroristi a vita. Ciò comporta l’obbligo di comunicare alla polizia ogni nuovo conto bancario, indirizzo email, dispositivo elettronico o relazione personale, pena il ritorno in carcere. In pratica, una vita “commissariata” per aver danneggiato dei droni che sarebbero stati usati in una conclamata pulizia etnica.
Il caso ha sollevato forti critiche per le restrizioni imposte durante il dibattimento. Ai difensori è stato vietato di utilizzare termini come “genocidio” o di citare le azioni militari di Israele a Gaza come giustificazione morale. Il giudice ha impedito alla difesa di invocare la “scusante legittima”, che prevede la giustificazione del danneggiamento, se commesso per prevenire crimini più gravi.
Un portavoce di Defend Our Juries, un gruppo di attivisti che si occupa di casi legali nati da azioni portate avanti per motivi umanitari e, più in generale, di coscienza, ha espresso sconcerto: “L’opinione pubblica rimarrà sbalordita nell’apprendere che nel sistema giudiziario britannico un manifestante può essere condannato per danneggiamento doloso per aver interrotto l’attività di una fabbrica di armi e poi essere condannato come “terrorista” senza essere stato effettivamente condannato per reati di terrorismo e con tutto ciò tenuto nascosto alla giuria”.
I quattro attivisti hanno già trascorso 18 mesi in custodia cautelare in attesa del processo. Nel frattempo, l’Alta Corte del Regno Unito si è espressa contro la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, anche se il governo ha presentato ricorso.
Questo e altri eventi si sommano in un mosaico di delegittimazione pesante dell’esecutivo Starmer, soprattutto dopo la sonora sconfitta alle elezioni locali del 7 maggio. La condanna per terrorismo potrebbe innescare significative reazioni nell’opinione pubblica, come indicato da Defend Our Juries.
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Bisognerebbe già chiedersi in che razza di democrazia un processo pubblico (non un’operazione di intelligence) possa finire coperta da limitazione al diritto all’informazione, ma tralasciando questo “dettaglio”, è ancora più grave che sia stata emessa una condanna, e che in sede di scrittura della sentenza, la corte tenterà di aggiungerci fattispecie di reato non previste.
Brevemente i fatti. Martedì, presso la Woolwich Crown Court, i giurati hanno dichiarato colpevoli Leona Kamio (30 anni), Samuel Corner (23), Fatema Rajwani (21) e Charlotte Head (29) di ‘danneggiamento criminale’ in relazione a un raid avvenuto il 6 agosto 2024 contro lo stabilimento della Elbit Systems (produttore di armi israeliano) nei pressi di Bristol. Altri due attivisti, Jordan Devlin e Zoe Rogers, sono stati assolti.
La giuria non è stata però informata che al suo verdetto la corte cercherà di aggiungere la qualifica di “connessione con il terrorismo”, in sede effettiva di condanna. “In sede di condanna – si legge sul The Guardian – verrà emessa una sentenza separata, basata sullo standard probatorio penale, per stabilire se sussisteva o meno un collegamento con il terrorismo”.
Il giudice, Justice Johnson, aveva già affermato in un’udienza preparatoria nel marzo 2025 che l’azione poteva rientrare nei parametri del Terrorism Act 2000, in particolare la sezione 1(2)(b) che include il “grave danno alla proprietà” se compiuto per influenzare un governo o un’organizzazione internazionale.
Se il tribunale confermerà la “connessione con il terrorismo” durante l’udienza del 12 giugno, le conseguenze per i quattro giovani saranno pesantissime. In genere, i detenuti comuni (come quelli per reati di danneggiamento) scontano circa il 40% della pena, mentre per casi legati al “terrorismo” è molto più difficile ottenere riduzioni della pena dal comitato per la libertà vigilata.
I condannati potrebbero essere inoltre registrati come terroristi a vita. Ciò comporta l’obbligo di comunicare alla polizia ogni nuovo conto bancario, indirizzo email, dispositivo elettronico o relazione personale, pena il ritorno in carcere. In pratica, una vita “commissariata” per aver danneggiato dei droni che sarebbero stati usati in una conclamata pulizia etnica.
Il caso ha sollevato forti critiche per le restrizioni imposte durante il dibattimento. Ai difensori è stato vietato di utilizzare termini come “genocidio” o di citare le azioni militari di Israele a Gaza come giustificazione morale. Il giudice ha impedito alla difesa di invocare la “scusante legittima”, che prevede la giustificazione del danneggiamento, se commesso per prevenire crimini più gravi.
Un portavoce di Defend Our Juries, un gruppo di attivisti che si occupa di casi legali nati da azioni portate avanti per motivi umanitari e, più in generale, di coscienza, ha espresso sconcerto: “L’opinione pubblica rimarrà sbalordita nell’apprendere che nel sistema giudiziario britannico un manifestante può essere condannato per danneggiamento doloso per aver interrotto l’attività di una fabbrica di armi e poi essere condannato come “terrorista” senza essere stato effettivamente condannato per reati di terrorismo e con tutto ciò tenuto nascosto alla giuria”.
I quattro attivisti hanno già trascorso 18 mesi in custodia cautelare in attesa del processo. Nel frattempo, l’Alta Corte del Regno Unito si è espressa contro la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, anche se il governo ha presentato ricorso.
Questo e altri eventi si sommano in un mosaico di delegittimazione pesante dell’esecutivo Starmer, soprattutto dopo la sonora sconfitta alle elezioni locali del 7 maggio. La condanna per terrorismo potrebbe innescare significative reazioni nell’opinione pubblica, come indicato da Defend Our Juries.
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25/03/2026
Un’azione di sabotaggio danneggia una azienda che lavora per Israele nella Repubblica Ceca
Con una rivendicazione sul web, il gruppo che si definisce “Earthquake Faction” ha rivendicato una azione di sabotaggio dello stabilimento della LPP Holding a Pardubice, a 80 km da Praga nella Repubblica Ceca, una azienda che collabora con la fabbrica di armamenti israeliana Elbit Systems.
“Hanno collaborato con Elbit Systems mentre i nostri compagni in Palestina venivano uccisi e mutilati, mentre i bambini venivano annientati in frazioni di secondo da tecnologie di precisione prodotte in fabbriche come questo sito di Pardubice, gestite da codardi in uffici con aria condizionata” scrive il gruppo nella sua rivendicazione.
L’Associated Press riferisce che LPP Holding aveva precedentemente dichiarato di pianificare di aprire un centro per sviluppare e produrre droni e addestrare personale in collaborazione con la israeliana Elbit Systems, un’azienda di tecnologia militare.
Il produttore di armi LPP Holding, sviluppa e produce prodotti per uso civile e militare, come le tecnologie di droni utilizzate dalle forze armate israeliane e dalle forze armate ucraine, ha dichiarato in un comunicato che l’incendio si è verificato nei suoi locali.
Nell’incursione il gruppo, oltre all’incendio, ha sottratto documenti all’azienda e ne ha bruciati degli altri. Nel messaggio minacciano l’azienda affermando che “Avete tempo fino al 20 aprile per tagliare ogni rapporto con la Elbit Systems e denunciare la brutale occupazione della Palestina oppure renderemo pubblici questi documenti”.
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“Hanno collaborato con Elbit Systems mentre i nostri compagni in Palestina venivano uccisi e mutilati, mentre i bambini venivano annientati in frazioni di secondo da tecnologie di precisione prodotte in fabbriche come questo sito di Pardubice, gestite da codardi in uffici con aria condizionata” scrive il gruppo nella sua rivendicazione.
L’Associated Press riferisce che LPP Holding aveva precedentemente dichiarato di pianificare di aprire un centro per sviluppare e produrre droni e addestrare personale in collaborazione con la israeliana Elbit Systems, un’azienda di tecnologia militare.
Il produttore di armi LPP Holding, sviluppa e produce prodotti per uso civile e militare, come le tecnologie di droni utilizzate dalle forze armate israeliane e dalle forze armate ucraine, ha dichiarato in un comunicato che l’incendio si è verificato nei suoi locali.
Nell’incursione il gruppo, oltre all’incendio, ha sottratto documenti all’azienda e ne ha bruciati degli altri. Nel messaggio minacciano l’azienda affermando che “Avete tempo fino al 20 aprile per tagliare ogni rapporto con la Elbit Systems e denunciare la brutale occupazione della Palestina oppure renderemo pubblici questi documenti”.
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14/02/2026
Palestine Action vince anche in tribunale: “non è una organizzazione terrorista”
La rete di attivisti britannica Palestine Action ha vinto in primo grado il ricorso all’Alta Corte di Londra contro la messa al bando per “terrorismo” dell’organizzazione di solidarietà con la Palestina voluta dal governo Starner.
Palestine Action è nota per alcune azioni dimostrative e di disobbedienza civile contro le sedi in Gran Bretagna dell’industria di armamenti israeliana Elbit e una base aerea della RAF. Gli attivisti non sono mai stati condannati per attentati di sorta contro le persone. Già alcune settimane fa, un altro processo specifico contro sei attivisti per i danni inferti alla Elbit ad agosto del 2021 si era concluso con l’assoluzione di quelli che erano stati definiti i “Filton Six”.
Si tratta di un sonoro e ulteriore schiaffo per gli apparati sionisti in Gran Bretagna e per l’esecutivo del premier laburista Keir Starmer che ha ripetutamente provato a criminalizzare i movimenti di solidarietà con la Palestina.
“Il governo britannico ha basato la sua richiesta di dichiarare Palestine Action un’organizzazione terroristica principalmente sul processo ai cosiddetti Filton Six, sostenendo che essi avevano dimostrato la natura violenta del gruppo” – sostiene in un dettagliato articolo Johnatan Cook – “ma la giuria ha dichiarato tutti e sei non colpevoli di nessuna delle accuse”.
Un altro tribunale britannico ha dato, dunque, ragione agli attivisti Palestine Action, che in questo secondo processo chiedevano venisse revocata la sua designazione da parte del governo come organizzazione terroristica. Il governo ha già fatto sapere che farà ricorso contro la sentenza.
Secondo la legge antiterrorismo britannica, chi viene ritenuto aderente ad organizzazioni definite come “terroristiche” o le sostiene pubblicamente è punibile con pene fino a 14 anni di carcere.
Nei mesi scorsi questo ha portato all’arresto di circa 2mila persone che hanno partecipato pacificamente a manifestazioni a sostegno di Palestine Action, tra questi molte personalità pubbliche – tra cui Greta Thunberg – sacerdoti e centinaia di attivisti e sostenitori di tutte le età.
La messa fuorilegge di Palestine Action era stata denunciata come illegale da Amnesty International e criticato dal Consiglio d’Europa.
L’inserimento di Palestine Action nell’elenco delle organizzazioni terroristiche era stato deciso dopo che tre attivisti avevano fatto irruzione in una base della RAF in Inghilterra nel luglio del 2025 e avevano danneggiato alcuni aerei militari accusando il governo britannico di complicità militare con il genocidio dei palestinesi da parte di Israele.
Alcuni degli attivisti di Palestine Action detenuti in carcere, nei mesi scorsi hanno dato vita ad un lungo sciopero della fame di protesta, interrotto solo dopo la sospensione di un accordo di collaborazione militare tra Gran Bretagna e la israeliana Elbit.
Fonte
Palestine Action è nota per alcune azioni dimostrative e di disobbedienza civile contro le sedi in Gran Bretagna dell’industria di armamenti israeliana Elbit e una base aerea della RAF. Gli attivisti non sono mai stati condannati per attentati di sorta contro le persone. Già alcune settimane fa, un altro processo specifico contro sei attivisti per i danni inferti alla Elbit ad agosto del 2021 si era concluso con l’assoluzione di quelli che erano stati definiti i “Filton Six”.
Si tratta di un sonoro e ulteriore schiaffo per gli apparati sionisti in Gran Bretagna e per l’esecutivo del premier laburista Keir Starmer che ha ripetutamente provato a criminalizzare i movimenti di solidarietà con la Palestina.
“Il governo britannico ha basato la sua richiesta di dichiarare Palestine Action un’organizzazione terroristica principalmente sul processo ai cosiddetti Filton Six, sostenendo che essi avevano dimostrato la natura violenta del gruppo” – sostiene in un dettagliato articolo Johnatan Cook – “ma la giuria ha dichiarato tutti e sei non colpevoli di nessuna delle accuse”.
Un altro tribunale britannico ha dato, dunque, ragione agli attivisti Palestine Action, che in questo secondo processo chiedevano venisse revocata la sua designazione da parte del governo come organizzazione terroristica. Il governo ha già fatto sapere che farà ricorso contro la sentenza.
Secondo la legge antiterrorismo britannica, chi viene ritenuto aderente ad organizzazioni definite come “terroristiche” o le sostiene pubblicamente è punibile con pene fino a 14 anni di carcere.
Nei mesi scorsi questo ha portato all’arresto di circa 2mila persone che hanno partecipato pacificamente a manifestazioni a sostegno di Palestine Action, tra questi molte personalità pubbliche – tra cui Greta Thunberg – sacerdoti e centinaia di attivisti e sostenitori di tutte le età.
La messa fuorilegge di Palestine Action era stata denunciata come illegale da Amnesty International e criticato dal Consiglio d’Europa.
L’inserimento di Palestine Action nell’elenco delle organizzazioni terroristiche era stato deciso dopo che tre attivisti avevano fatto irruzione in una base della RAF in Inghilterra nel luglio del 2025 e avevano danneggiato alcuni aerei militari accusando il governo britannico di complicità militare con il genocidio dei palestinesi da parte di Israele.
Alcuni degli attivisti di Palestine Action detenuti in carcere, nei mesi scorsi hanno dato vita ad un lungo sciopero della fame di protesta, interrotto solo dopo la sospensione di un accordo di collaborazione militare tra Gran Bretagna e la israeliana Elbit.
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06/02/2026
Gran Bretagna - Assolti sei attivisti di Palestine Action. Perde pezzi la proscrizione per terrorismo
Riportiamo la traduzione di un post di Jonathan Cook apparso su Facebook, con allegata anche la traduzione di un articolo di circa tre settimane fa, apparso sul suo blog e a cui fa riferimento nello post stesso. Cook è un giornalista britannico che ha lavorato per anni sul tema Palestina, con importanti reportage fatti direttamente da Nazareth per varie importanti testate, tra cui The Guardian e Middle East Eye: insomma, un attento commentatore dei fatti.
In questo caso, i fatti sono quelli della solidarietà internazionale con i palestinesi che resistono al genocidio. E la deriva repressiva e lesiva dei diritti di manifestare e di espressione del dissenso in una cosiddetta “democrazia”, come sta avvenendo nel Regno Unito con la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, e come avviene in tanti altri paesi occidentali che devono affrontare il sommovimento delle coscienze dovuto alla complicità dei propri governi con i crimini israeliani.
La necessità per il capitale occidentale in crisi, economica ed egemonica, è quella di stroncare questo movimento, e soprattutto di far morire prima ancora che nascano ipotesi organizzate che mettano in discussione in maniera sistemica l’ordine mortifero su cui le nostre classi dirigenti hanno fondato il proprio dominio negli ultimi decenni.
L’Occidente come blocco sta mostrando in maniera sempre più evidente le proprie divisioni strategiche, ma quello che i suoi paesi condividono è la deriva bellicista come strumento per mantenere la propria primazia. Alla guerra esterna, ovviamente, corrisponde poi la guerra interna, fatta sempre più attraverso legislazioni speciali dal sapore fascista e legislazioni antiterrorismo.
Sotto la corona di Re Carlo, però, la “democratura” occidentale ha subito un colpo non indifferente. Buona lettura.
In questo caso, i fatti sono quelli della solidarietà internazionale con i palestinesi che resistono al genocidio. E la deriva repressiva e lesiva dei diritti di manifestare e di espressione del dissenso in una cosiddetta “democrazia”, come sta avvenendo nel Regno Unito con la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, e come avviene in tanti altri paesi occidentali che devono affrontare il sommovimento delle coscienze dovuto alla complicità dei propri governi con i crimini israeliani.
La necessità per il capitale occidentale in crisi, economica ed egemonica, è quella di stroncare questo movimento, e soprattutto di far morire prima ancora che nascano ipotesi organizzate che mettano in discussione in maniera sistemica l’ordine mortifero su cui le nostre classi dirigenti hanno fondato il proprio dominio negli ultimi decenni.
L’Occidente come blocco sta mostrando in maniera sempre più evidente le proprie divisioni strategiche, ma quello che i suoi paesi condividono è la deriva bellicista come strumento per mantenere la propria primazia. Alla guerra esterna, ovviamente, corrisponde poi la guerra interna, fatta sempre più attraverso legislazioni speciali dal sapore fascista e legislazioni antiterrorismo.
Sotto la corona di Re Carlo, però, la “democratura” occidentale ha subito un colpo non indifferente. Buona lettura.
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Il governo britannico ha basato la sua richiesta di dichiarare Palestine Action un’organizzazione terroristica principalmente sul processo ai cosiddetti Filton Six, sostenendo che essi avevano dimostrato la natura violenta del gruppo.
Oggi la giuria ha dichiarato tutti e sei non colpevoli di nessuna delle accuse.
Se sei sconcertato dal motivo per cui la giuria si è rifiutata di condannare gli imputati di Palestine Action, è perché, a differenza loro, non hai sentito le prove reali. Hai sentito quello che i media volevano farti sapere.
Il potente discorso dell’avvocato al processo Filton ricorda alla giuria il suo diritto di sfidare il giudice. Keir Starmer e i media hanno bisogno di condanne per giustificare la proscrizione di Palestine Action come gruppo terroristico. Rajiv Menon KC spiega alla giuria perché rappresenta un’ultima, vitale difesa contro la tirannia del governo.
Ringrazio Craig Murray, ex ambasciatore del Regno Unito diventato whistleblower (informatore, o segnalatore di illeciti o condotte dannose per l’interesse pubblico, ndr), per avermi segnalato quello che lui giustamente definisce “uno dei più grandi discorsi legali – compresi quelli storici – che abbia mai letto”. E lo è davvero.
È stato realizzato da Rajiv Menon KC ed è indirizzato alla giuria dell’attuale “Processo Filton” presso la Woolwich Crown Court. Lì, sei attivisti legati a Palestine Action sono processati per un’irruzione nell’agosto 2024 in una fabbrica di Bristol di proprietà del più grande produttore di armi israeliano, Elbit Systems. I sei hanno usato dei martelli per distruggere i droni killer che venivano costruiti nella fabbrica e inviati in Israele per essere utilizzati nel genocidio di Gaza.
Al momento dell’irruzione, Palestine Action era un’organizzazione legale. Quasi un anno dopo, il governo di Keir Starmer la dichiarò un gruppo terroristico: la prima volta nella storia britannica che un’organizzazione di azione diretta non violenta veniva messa al bando.
Gli imputati, come altri attivisti di Palestine Action detenuti in custodia cautelare, sono stati trattati come terroristi – con restrizioni speciali e disumane in carcere – sebbene nessuno di loro sia accusato di reati di terrorismo. Questo è il contesto del prolungato sciopero della fame di altri tre attivisti – non quelli attualmente sotto processo – che sta mettendo le loro vite in imminente pericolo (lo sciopero della fame è stato sospeso, ndr).
Il processo Filton è stato strumentalizzato a fini politici dal governo di Starmer, attivamente complice del genocidio israeliano, e dai media britannici istituzionali, che hanno cercato di oscurare la natura criminale delle azioni di Israele. Entrambi sperano di usare un eventuale verdetto di colpevolezza come giustificazione per la proscrizione di Palestine Action come organizzazione terroristica.
Come sottolinea Murray, un’altra commissione dell’Alta Corte (di Giustizia, ndr), incaricata di esaminare la legalità della messa al bando decisa dal governo, ha finora rinviato la sua decisione. È probabile che attenda la conclusione del processo Filton per potersi avvalere di un eventuale verdetto di colpevolezza per schierarsi dalla parte del governo.
Tutti riporranno le loro speranze sulla condanna di uno degli imputati, Samuel Corner, per l’accusa di aver ferito una poliziotta durante una colluttazione avvenuta per uno dei martelli utilizzati per distruggere i droni di Elbit.
L’obiettivo è stato quello di suggerire che questo incidente fosse intenzionale e indicativo di una presunta agenda terroristica segreta di Palestine Action. È palesemente ridicolo, ma sembra aver preso piede tra le fasce più impressionabili dell’opinione pubblica, esposte a una copertura mediatica costantemente distorta.
Il signor Menon è l’avvocato che rappresenta Charlotte Head, la quale, come altri quattro attivisti, è accusata di tre reati: furto con scasso aggravato, danneggiamento e disordini violenti.
Nel suo discorso, smantella con attenzione le contestazioni dell’accusa – e, naturalmente, del governo – secondo cui l’irruzione sia ascrivibile al furto con scasso aggravato. Come sottolinea Menon, affinché ciò sia vero, Head e gli altri avrebbero dovuto nutrire l’intenzione di usare i martelli per colpire le guardie quando irruppero nella fabbrica. Non ci sono prove che ciò sia avvenuto.
Respinge anche l’accusa mossa a Head di disordini violenti. Affinché anche ciò sia vero, avrebbe dovuto essere attivamente in collusione con gli altri nell’uso o nella minaccia di violenza – violenza che non fosse legittima difesa o per difendere qualcun altro. Questa accusa di solito si applica in circostanze come risse da pub o risse durante partite di calcio. Il test è se un ipotetico “spettatore di ragionevole fermezza” – qualcuno estraneo – riterrebbe la propria incolumità in pericolo a causa della rissa.
Ancora una volta, Menon sostiene in modo convincente che questa fattispecie non è applicabile al caso di Head e suggerisce che il motivo per cui il filmato dello scontro tra gli attivisti e le guardie di sicurezza appare così minaccioso è dovuto in gran parte al fatto che una delle guardie ha minacciato le donne e ha aggredito due volte con una mazza un attivista disarmato, Jordan Devlin.
Ma la parte più sorprendente del suo discorso riguarda la terza accusa: il danneggiamento. Gli imputati hanno una sola linea di difesa disponibile contro questo reato. In gergo legale, si chiama “giustificazione legittima”. Significa che qualsiasi danno penale da loro causato può essere considerato legittimo perché concepito per impedire la commissione di un crimine ben più grave – in questo caso il genocidio.
A un certo punto del processo, un membro della giuria ha inviato una nota al giudice “Justice” Johnson, ponendo proprio questa domanda: “se decidessimo che loro [gli imputati] credono sinceramente di aver compiuto un’azione che ha tutelato delle vite e di essere stati moralmente obbligati a distruggere le armi che ritenevano sarebbero state usate per uccidere civili in quello che ritengono essere un genocidio illegale, ciò costituirebbe una giustificazione legittima?”
Il giudice, che ha ripetutamente soffocato i tentativi della difesa di fornire prove del coinvolgimento di Elbit System nel genocidio, ha risposto che la giuria non deve prendere in considerazione tale “giustificazione legittima”. Le sue parole sono state: “non vi è alcuna prova in questo caso di qualcosa che possa, in base alla legge, costituire una giustificazione legittima, quindi non è qualcosa che dovreste prendere in considerazione”.
Menon si rifiuta di accettare la situazione senza reagire e sta sfidando con i suoi discorsi la decisione del giudice, in un modo che sfiora, ma evita accuratamente, l’oltraggio alla corte.
Egli sta difendendo con entusiasmo il diritto delle giurie di rifiutare l’interferenza dei giudici e il loro diritto di farsi un’opinione autonoma sia sulla colpevolezza sia sui fattori che potrebbero attenuarla, e lo fa proprio nel momento in cui Starmer e i suoi ministri cercano di sradicare il principio dei processi con giuria.
Vale la pena leggere tutto il discorso di Menon, sebbene sia molto lungo. Ne riporto solo una piccola parte: la sua sfida diretta al giudice, con il passaggio più coraggioso evidenziato in grassetto. È una difesa efficace di uno dei nostri diritti fondamentali, diritti che vengono gradualmente indeboliti dal crescente autoritarismo dell’establishment.
Rajiv Menon KC per conto dell’imputata Charlotte Head, 8 gennaio 2026.
*****
La signora Heer [l’avvocato dell’accusa], nel suo discorso conclusivo, più o meno sullo stesso tema, vi ha detto che gli imputati che hanno testimoniato non hanno sollevato alcuna vera e propria contestazione all’accusa di danneggiamento. Mi dispiace, ma non è corretto affermare che gli imputati che hanno testimoniato non abbiano sollevato alcuna contestazione. Una ne hanno sollevata. Hanno sostenuto di avere una “giustificazione legittima”. Questa era la loro contestazione. Ma quello che è successo è che Sua Signoria [il giudice] ha precluso tale difesa, e questa è la situazione in cui ci troviamo. La loro contestazione era la “giustificazione legittima” e la corte l’ha poribita come difesa legittima. Quindi, dove vi porta questo, membri della giuria?
Potreste essere perdonati se pensaste che Sua Signoria vi stia di fatto ordinando, per legge, di condannare Charlotte [Head], su cui mi concentrerò per ora, per danneggiamento. Ma sbagliereste a pensarlo. Sua Signoria non vi sta ordinando di condannarla. Anzi, non solo non vi sta ordinando di condannarla, ma gli è anche assolutamente vietato farlo per legge. La legge è chiarissima su questo punto. Nessun giudice, in nessun caso penale, è autorizzato a ordinare a una giuria di condannare un imputato per qualsiasi accusa penale, qualunque siano le prove. Questa è la legge.
Vi prego di ricordare questo principio fondamentale quando vi ritirerete per deliberare. Vi prego di non fraintendere nulla nelle istruzioni di Sua Signoria o nella sua sintesi (che seguirà l’arringa della difesa) come se equivalesse a un’ordine di condannare l’imputata. Sarebbe un terribile errore. Ripeto, Sua Signoria non vi sta assolutamente ordinando di condannare, perché per legge gli è vietato farlo.
La giuria ha tutto il diritto di essere confusa su questo punto, perché è un punto confuso. Avete tutto il diritto di pensare che la distinzione tra proibire l’unica difesa disponibile a un’accusa penale basata sui fatti e ordinare la condanna sia, nella migliore delle ipotesi, una distinzione senza differenza. Avete tutto il diritto di pensare che le due cose equivalgano effettivamente alla stessa cosa. Ma il fatto è che non sono assolutamente la stessa cosa. Sono fondamentalmente diverse. Lasciate che provi a spiegare perché.
Se date un’occhiata alle istruzioni legali e alla prima sezione, intitolata “Funzioni del giudice e della giuria”, vedrete che è piuttosto lunga. Non la esaminerò punto per punto, ma vi chiedo di leggerla attentamente quando vi ritirerete. Tutte le istruzioni contenute in questo documento sono importanti, ma suggerirei che quelle sulle funzioni del giudice e della giuria siano particolarmente importanti in questo caso. Il punto chiave da riassumere è che i fatti, e i verdetti che emettete dopo averli considerati, sono esclusivamente per voi.
Quindi nessuno, nemmeno Sua Signoria, può indicarvi a quali conclusioni fattuali giungere. Nessuno, nemmeno Sua Signoria, può ordinarvi di condannare. È semplice. Questa è la legge. Quindi, a scanso di equivoci, non vi chiedo assolutamente di ignorare le direttive legali di Sua Signoria. Al contrario, vi chiedo di seguirle, in particolare questa sezione sulle funzioni del giudice e della giuria, e vi ricordo che nessuno, nemmeno Sua Signoria, può indicarvi a quali conclusioni fattuali giungere esaminando questo caso, né può ordinarvi di condannare gli imputati per nessuna delle accuse a loro carico.
In effetti, fu già nel 1670 che l’indipendenza della giuria fu definitivamente sancita senza ombra di dubbio. William Penn e William Meade erano quaccheri. Furono processati per aver predicato a un’assemblea illegale. Nel 1670 (circa 20 o 30 anni dopo la fine della guerra civile inglese) era considerato un reato tenere un’assemblea religiosa di più di cinque persone al di fuori degli auspici della Chiesa d’Inghilterra. E William Penn e William Meade avevano predicato a un gruppo di più di cinque persone per le strade di Londra. Furono processati all’Old Bailey (storico tribunale penale di Londra, ndr) davanti a un giudice e a una giuria e, al termine dell’udienza, il giudice ordinò alla giuria di condannarli, ma la giuria si rifiutò di farlo.
Il giudice, furioso, ordinò nuovamente alla giuria di condannarli, affermando che non sarebbero stati congedati finché non l’avessero fatto. La giuria si rifiutò nuovamente di condannarli. Il giudice pose l’intera giuria sotto custodia per due giorni e ordinò che venissero loro negati cibo e acqua. Mentre i giurati venivano condotti dal tribunale alla prigione, si dice che William Penn abbia gridato: “siete inglesi, difendete i vostri privilegi, non cedete i vostri diritti”, al che un membro della giuria, Edward Bushel, rispose: “non lo faremo mai”. Quando la giuria tornò in tribunale due giorni dopo, senza aver ricevuto né cibo né acqua, il giudice ordinò nuovamente di condannare gli imputati. La giuria continuò a rifiutarsi e emise un verdetto di non colpevolezza.
Il giudice multò la giuria per oltraggio alla corte e li tenne in custodia fino al pagamento delle multe. Otto giurati hanno pagarono le loro multe, ma quattro si rifiutarono, e uno di questi era Edward Bushel, che ha quindi presentato istanza a un tribunale superiore per quello che viene chiamato un ordine di habeas corpus, che, se emesso dal tribunale, avrebbe comportato il suo immediato rilascio. Il tribunale superiore emise tale ordine, ed Edward Bushel e gli altri tre giurati furono rilasciati, sancendo il diritto di una giuria a emettere un verdetto senza timore di punizioni da parte del giudice del processo.
La sfida legale di Edward Bushel è diventata nota come il “caso Bushel” ed è tra i più celebri nella storia del diritto britannico. All’interno dell’Old Bailey, nel centro di Londra, c’è una targa in marmo che recita quanto segue:
Nei pressi di questo sito, William Penn e William Meade furono processati nel 1670 per aver predicato a un’assemblea illegale in Grace Church Street. Questa targa commemora il coraggio e la perseveranza della giuria, composta da Thomas Veer, Edward Bushel e altri 10 giurati, che si rifiutarono di emettere un verdetto contro di loro, nonostante fossero stati rinchiusi senza cibo per due notti e multati per il verdetto finale di non colpevolezza. Il caso di questi giurati fu rivisto per mezzo di un ordine di habeas corpus e il Giudice Capo Vaughan emise il parere della corte, che stabilì il diritto delle giurie di emettere il verdetto in base alle proprie convinzioni.Considerando tutto questo insieme, membri della giuria, potete dichiarare Charlotte e i suoi co-imputati non colpevoli di danneggiamento. È un verdetto perfettamente giusto e appropriato da parte vostra, in questo caso. Vi prego di non pensare nemmeno per un attimo che vi sia in qualche modo impedito dalla legge di farlo. Anzi, dovreste dichiarare Charlotte e i suoi co-imputati non colpevoli di danneggiamento. Ci vorranno senza dubbio grande coraggio e indipendenza, lo ammetto, per farlo. Ma i fatti, in ultima analisi, sono solo per voi. Vi prego di non dimenticarlo. E non preoccupatevi: la buona notizia è che siamo andati avanti dal 1670. Non c’è alcuna possibilità che veniate incarcerati o multati per le conclusioni fattuali a cui giungerete o per il verdetto che avrete emesso.
E questo mi porta, per quanto riguarda il reato di danneggiamento, alla sintesi delle prove da parte di Sua Signoria, che seguirà l’arringa della difesa. Ora, non ho idea di come proporrà la questione, di come affronterà tale sintesi. Potrebbe fare quello che fa la maggior parte dei giudici oggigiorno, ovvero riassumere le prove senza fare alcun commento, senza esprimere alcuna opinione, senza alcuna argomentazione, senza alcuna distorsione, senza alcuna insinuazione, ovvero con assoluta neutralità. Potreste pensare che questo sia l’approccio più equo, dato che un giudice di primo grado è come un arbitro. Ma il nostro sistema consente ai giudici di commentare ed esprimere opinioni, anche con fermezza, in determinate circostanze. Finché la sintesi rimane equilibrata e imparziale, finché non viene violato il diritto fondamentale di ogni imputato a un giusto processo, finché la giuria è informata che avete il diritto di respingere qualsiasi parere giudiziario sui fatti, se lo desiderate, come come quello che vi ha indicato Sua Signoria, e finché qualsiasi parere o commento giudiziario non viene erroneamente espresso come un’indicazione legale da seguire. Pertanto, se Sua Signoria decide di esprimere un parere sulle prove, vi prego di non interpretare erroneamente, in nessuna circostanza, tale parere come un’indicazione legale, perché non lo è.
Ovviamente, se siete d’accordo con l’opinione del giudice, potete adottarla. Ma è altrettanto vero il contrario. Se non siete d’accordo con l’opinione del giudice, potete respingerla. È un vostro diritto. È un vostro privilegio, in quanto giurati, perché, ripeto, siete gli unici giudici dei fatti. Nessuno, nemmeno Sua Signoria, può ordinarvi di condannare in questo caso. Ecco cosa dico sul reato di danneggiamento.
Nota bene: Craig Murray sta promuovendo una revisione giudiziaria separata da quella inglese in Scozia, dove il sistema giuridico è diverso. Ci sono buone probabilità che riesca a far togliere la proscrizione di Palestine Action in Scozia, rendendo così ridicolo il mantenimento di questa condizione in Inghilterra e Galles.
Di fatto, sta sfidando il governo britannico. Possiamo essere certi che Starmer farà tutto il possibile per far annullare qualsiasi sentenza scozzese che gli vada contro. Murray ha bisogno di soldi per sostenere la sua causa e difenderci tutti dalla terrificante ingerenza del governo.
Fonte
21/12/2025
La guerra “sostenibile”. Gli investimenti verdi diretti verso il riarmo europeo
Ripubblichiamo in forma integrale l’inchiesta di Giorgio Michalopoulos e Stefano Valentino, coordinata da Voxeurop con contributi di El País (Spagna), IrpiMedia (Italia) e Mediapart (Francia). La sua realizzazione è stata sostenuta da una sovvenzione del fondo Investigative Journalism for Europe (IJ4EU).
Si tratta di un testo molto lungo, ma che vale la pena leggere in ogni suo dettaglio, perché in maniera incontrovertibile sbugiarda tanta propaganda che siamo costretti ad ascoltare ogni giorno, e della quale i vertici europei sono tra i primi promotori. Ci sono dei motivi che rendono davvero utile questa inchiesta, e li spieghiamo brevemente.
Il primo è la dimostrazione che il Green Deal non è mai stato davvero “green”. Nel senso che ha sempre e solo riguardato un indirizzo da dare agli investimenti, con l'obiettivo da una parte di ridare fiato all’industria in crisi, dall’altra di sviluppare la competitività in un settore su cui Bruxelles aveva puntato per assumere un ruolo importante nella competizione globale.
Poiché l’esplosione dei costi energetici e l’evidente arretratezza rispetto alla Cina hanno fatto naufragare questa illusione, e la guerra per procura in Ucraina ha fatto emergere la dimensione bellica come regolatrice del mondo alla fine dell’unipolarismo occidentale, allora è stata la transizione a un’economia di guerra a diventare il vettore del rilancio economico.
Il secondo motivo è la chiarezza con cui viene esposta non solo l’attività di lobbying delle società del complesso militare-industriale sulla Commissione Europea, ma anche come quest’ultima è stata sin da subito ampiamente disposta a trasformare in “sostenibili” le armi, e si è così prodigata a costruire una cornice legale che legittimasse questo tipo di investimenti.
Bruxelles e le compagnie degli armamenti sono andate a braccetto in questo ribaltamento della realtà. Palazzo Berlaymont ha definito un quadro regolatorio del processo di investimento e valorizzazione dei capitali che caratterizza esplicitamente la UE come lo spazio in cui poter rilanciare la produzione bellica, e farlo ammantando il tutto con una sverniciata di verde.
Infine, terzo motivo: nel fare questo, ha sapientemente cancellato ogni voce critica, e ha anche evitato di rispondere alle domande degli attori coinvolti che ponevano problematiche su questo processo. La storia di Tommy Piemonte raccontata qui sotto ne è una prova chiara.
Dunque, una costruzione politica che fonda il proprio ruolo internazionale sulla guerra, coperta dal greenwashing, in barba ai valori di democrazia che dice di voler difendere. Questo è il sunto dell’inchiesta, alla cui lettura vi lasciamo.
Si tratta di un testo molto lungo, ma che vale la pena leggere in ogni suo dettaglio, perché in maniera incontrovertibile sbugiarda tanta propaganda che siamo costretti ad ascoltare ogni giorno, e della quale i vertici europei sono tra i primi promotori. Ci sono dei motivi che rendono davvero utile questa inchiesta, e li spieghiamo brevemente.
Il primo è la dimostrazione che il Green Deal non è mai stato davvero “green”. Nel senso che ha sempre e solo riguardato un indirizzo da dare agli investimenti, con l'obiettivo da una parte di ridare fiato all’industria in crisi, dall’altra di sviluppare la competitività in un settore su cui Bruxelles aveva puntato per assumere un ruolo importante nella competizione globale.
Poiché l’esplosione dei costi energetici e l’evidente arretratezza rispetto alla Cina hanno fatto naufragare questa illusione, e la guerra per procura in Ucraina ha fatto emergere la dimensione bellica come regolatrice del mondo alla fine dell’unipolarismo occidentale, allora è stata la transizione a un’economia di guerra a diventare il vettore del rilancio economico.
Il secondo motivo è la chiarezza con cui viene esposta non solo l’attività di lobbying delle società del complesso militare-industriale sulla Commissione Europea, ma anche come quest’ultima è stata sin da subito ampiamente disposta a trasformare in “sostenibili” le armi, e si è così prodigata a costruire una cornice legale che legittimasse questo tipo di investimenti.
Bruxelles e le compagnie degli armamenti sono andate a braccetto in questo ribaltamento della realtà. Palazzo Berlaymont ha definito un quadro regolatorio del processo di investimento e valorizzazione dei capitali che caratterizza esplicitamente la UE come lo spazio in cui poter rilanciare la produzione bellica, e farlo ammantando il tutto con una sverniciata di verde.
Infine, terzo motivo: nel fare questo, ha sapientemente cancellato ogni voce critica, e ha anche evitato di rispondere alle domande degli attori coinvolti che ponevano problematiche su questo processo. La storia di Tommy Piemonte raccontata qui sotto ne è una prova chiara.
Dunque, una costruzione politica che fonda il proprio ruolo internazionale sulla guerra, coperta dal greenwashing, in barba ai valori di democrazia che dice di voler difendere. Questo è il sunto dell’inchiesta, alla cui lettura vi lasciamo.
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“La guerra è pace, la pace è guerra”. Insieme all’industria della difesa, la Commissione europea sembra aver fatto proprio lo slogan più famoso del distopico 1984 di George Orwell per convincere i mercati finanziari che la produzione di armi può essere considerata sostenibile.
L’obiettivo: aprire le porte del crescente mercato degli investimenti sostenibili o ESG (che promuovono attività ecologiche, sociali o di buona governance), il segmento verde della finanza europea che attira capitali globali per settemila miliardi di euro, secondo gli ultimi dati Morningstar.
Attraverso un linguaggio calibrato, documenti strategici e una serie di incontri ufficiali, Bruxelles ha progressivamente ampliato il concetto di sostenibilità, fino a includere nel suo perimetro settori apparentemente estranei quali la difesa e la sicurezza.
Come rivela questa inchiesta coordinata da Voxeurop, l’evangelizzazione portata avanti dalla Commissione ha legittimato l’aumento dei titoli di imprese del settore della difesa nei portafogli verdi delle società di gestione del risparmio. Produttori di droni come la francese Safran, di bombe come la tedesca Rheinmetall, e di carri armati come la britannica Bae Systems, sono presenti nei portafogli dei fondi verdi per miliardi di euro, la maggior parte dei quali sono gestiti da asset manager globali autorizzati ad operare nei mercati europei.
Per esempio Elbit Systems, primo produttore di armi israeliano e direttamente coinvolto nella guerra a Gaza e nella distruzione delle terre agricole della Striscia, figura oggi in fondi di “transizione climatica” o “ESG”. Così i piccoli risparmiatori europei potrebbero essersi trovati a finanziare senza saperlo quello che le Nazioni Unite hanno definito come un genocidio.
50 miliardi di fondi verdi finiti in carri armati e droni militari
In soli quattro anni, gli investimenti verdi nell’industria bellica sono più che triplicati. Da 14,5 miliardi di euro nel 2021 a 49,8 miliardi nel 2025. Tra il 2024 e il 2025 la quota di investimenti nel settore è raddoppiata, secondo dati che abbiamo estratto dalla London Stock Exchange Group, una piattaforma internazionale di dati finanziari.
La nostra inchiesta ha analizzato i dati sugli investimenti verdi in 118 tra le società del settore della difesa quotate in borsa con la maggiore capitalizzazione al mondo, cioè quelle con maggior valore di mercato. Abbiamo analizzato 3.037 fondi che dal 2021 al 2025 hanno inserito azioni del settore della difesa nei loro portafogli verdi.
Gli investimenti verdi sono quelli disciplinati dal Regolamento europeo relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (detto Sfdr) in vigore dal 2021, disciplina gli investimenti che promuovono “caratteristiche ambientali e/o sociali” (articolo 8) e per quelli che devono essere propriamente “sostenibili” (articolo 9). Si applica a tutte le istituzioni finanziarie attive nel mercato dell’Unione europea, il più grande al mondo.
Dal 2021 al 2025 il valore di mercato di tutte le società oggetto dell’analisi è raddoppiato raggiungendo i tremila miliardi di euro, l’equivalente del pil della Francia nel 2024. Solo nel 2025 circa 769 fondi verdi hanno accumulato profitti per 7 miliardi di euro tra compravendita di azioni e distribuzione di dividendi da parte delle società attive nella difesa.
“In questo periodo queste aziende hanno generato forti profitti, e investire nella difesa era quindi conveniente”, spiega a Voxeurop Nicola Koch, dell’ong Sustainable Finance Observatory. Tuttavia, aggiunge, “i produttori di armi non possono rientrare nella definizione di investimenti sostenibili perché la funzione ultima dei loro prodotti è quella di ferire, distruggere o uccidere, provocando così impatti negativi sulla vita umana e sugli ecosistemi che non sono in linea con i principi dello sviluppo sostenibile. È quindi di fondamentale importanza la massima trasparenza sui criteri di ammissione e di esclusione e che le preferenze degli investitori al dettaglio siano attentamente chiarite e rispettate durante gli incontri con i consulenti finanziari”.
“Oggi è molto redditizio investire nei produttori di armi. Investire in queste aziende è ancora più lucrativo se sono anche beneficiarie di finanziamenti verdi”, commenta Attiya Waris, esperta indipendente delle Nazioni Unite in materia di debito estero, altri obblighi finanziari internazionali e diritti umani, nonché docente di diritto fiscale all’Università di Nairobi.
Quali società hanno tratto maggiori profitti?
Nel 2025 104 società si sono spartite i 49,8 miliardi di euro di investimenti verdi commercializzati da società di gestione del risparmio. Metà di questa somma è andata a 27 società europee. La prima è la francese Safran, con 5,6 miliardi di euro. Seconda è la tedesca Rheinmetall con 4 miliardi di euro.
Tra le dieci società della difesa che attirano più investimenti verdi ci sono anche la tedesca MTU Aero Engines, l’italiana Leonardo, la filiale olandese di Airbus, la francese Thales, la spagnola Indra, la svedese Saab e le britanniche Rolls Royce e BAE Systems. Rolls-Royce, tramite la sua filiale tedesca MTU e BAE Systems producono componenti o sistemi di arma usati dall’esercito israeliano a Gaza.
Uscendo dai confini europei le società statunitensi fanno da padrone: fabbricanti di armamenti come Howmet Aerospace, General Electric, Axon, Boeing, TransDigm e RTX dominano la classifica, attirando 13 miliardi di euro sui 18 destinati a investimenti fuori dall’Unione europea, pari al 70 per cento.
In Europa i principali fondi verdi commercializzati ai risparmiatori comprendono il fondo “ESG Top World”, offerto da DWS in Germania (che investe 95 milioni nella canadese Bombardier) e diversi altri fondi proposti da Montpensier Arbevel. Quest’ultimo propone un “Best Business Model SRI” (dove SRI sta per Investimento sostenibile e responsabile) e un “Great European Models” che hanno investito 60 milioni tra Airbus e Safran, mentre il gigante statunitense BlackRock commercializza in Lussemburgo un “European Equity Transition” che detiene azioni per 24 milioni di euro in MTU Aero Engines, Rolls Royce e Thales.
“La produzione di armi non è sostenibile per definizione. Queste aziende possono già raccogliere tutto il capitale di cui hanno bisogno attraverso strumenti di debito tradizionali, quindi garantire finanziamenti sufficienti non dovrebbe essere un problema per loro”, osserva Nicola Koch. “Non credo che la loro presenza nei fondi verdi sia motivata da considerazioni finanziarie. A mio avviso, il tentativo dell’industria delle armi di essere classificata come sostenibile è motivato piuttosto dalla reputazione, come un modo per dimostrare che l’industria è responsabile”.
Come si è arrivati a questi livelli di investimenti? Il caso di un manager tedesco espulso da una riunione organizzata dalla Commissione Europea racconta la storia di un processo imposto dall’alto e coordinato con le aziende della difesa.
Le scomode domande del bancario alla Commissione europea
Tommy Piemonte era un manager della banca tedesca Pax-Bank für Kirche und Caritas – “Banca della pace per la chiesa e la carità”. Metà italiano e metà tedesco, da anni lavora nel campo della finanza sostenibile. Il 27 novembre 2024 ha partecipato a un incontro emblematico organizzato dalla Commissione Europea: il Forum sugli investimenti industriali nel settore della difesa dell’Ue, intitolato “Investire nella difesa e nella sicurezza dell’Ue: una nuova priorità politica”. L’incontro aveva un obiettivo preciso: aprire le porte dei fondi sostenibili all’industria della difesa. Lo abbiamo incontrato nel gennaio 2025.
In qualità di rappresentante di una banca etica e membro dell’associazione per lo sviluppo sostenibile Shareholders for Change (“Azionisti per il cambiamento”), Piemonte si aspettava risposte chiare dalla Commissione. Invece, è stato espulso dall’evento dopo aver messo in discussione la presunta “sostenibilità” del settore della difesa.
All’incontro – che riuniva funzionari della Commissione, rappresentanti dell’industria bellica e operatori finanziari – Piemonte, collegato online, ha posto alcune domande semplici: “Perché pensate che sia così importante per l’industria delle armi essere etichettata come sostenibile?”. L’ultima delle sue osservazioni, secondo la ricostruzione che ci ha fornito, gli è costata l’espulsione: “Non date l’impressione che non rispondete alle mie domande solo perché vi sembrano troppo critiche”.
“Mi hanno cacciato senza preavviso. Ero scioccato, mi sembrava una situazione irreale perché io rappresento i finanziatori e gli investitori, soprattutto quelli che hanno a cuore la sostenibilità, cioè il settore al quale era indirizzato questo incontro”, ci ha raccontato Piemonte. “Sei stato allontanato perché stavi disturbando la riunione”, gli hanno poi spiegato gli organizzatori dell’evento via mail.
La ricostruzione è stata confermata da Andrea Baranes, presidente della Fondazione Finanza Etica, anche lui presente al Forum: “Quasi tutti i relatori hanno ripetuto lo stesso slogan: non c’è sostenibilità senza sicurezza. È un tentativo esplicito di dimostrare che la finanza sostenibile è compatibile con il settore della difesa”, ha spiegato. “Come se io fossi vegetariano e al ristorante mi servissero una bistecca, dicendo che da oggi tutte le bistecche sono vegetariane” – il Grande Fratello orwelliano non avrebbe da ridire.
Un rapporto interno della Commissione che abbiamo analizzato rivela che gli organizzatori hanno invece apprezzato “discussioni produttive sulle sfide e le opportunità di investimento” nell’ambito di un incontro che, a detta loro, avrebbe promosso “il dialogo tra il settore finanziario, la Commissione e l’industria sugli incentivi agli investimenti nel settore della difesa”.
Le slide dell’evento, che abbiamo ottenuto in esclusiva, confermano questo messaggio. Diversi dipartimenti della Commissione – dalle Direzioni generali per la difesa e lo spazio a quella per la stabilità finanziaria – lavorano per convincere gli asset manager a includere i produttori di armi nei fondi verdi. Anne Fort, vice capo di gabinetto del commissario europeo per la difesa e lo spazio Andrius Kubilius, vi sostiene che “il quadro finanziario sostenibile dell’Ue non impone alcuna limitazione al finanziamento del settore della difesa”.
Joanna Sikora-Wittnebel, responsabile per la finanza sostenibile nella Direzione generale per la stabilità finanziaria, aggiunge: “Il quadro finanziario sostenibile dell’Ue è compatibile con gli investimenti nella difesa”, sottolineando in una slide che “l’Sfdr è neutrale dal punto di vista settoriale”.
Armi che “non recano danni significativi”
Per poter essere considerato sostenibile secondo le regole europee un investimento non deve recare danni significativi agli obiettivi di sostenibilità. Per questo motivo la Commissione ha fornito una lista di indicatori chiamati “Principali impatti negativi delle decisioni di investimento sui fattori di sostenibilità” (Principal adverse impacts of investment decisions on sustainability factors).
L’unica menzione del settore della difesa fra questi indicatori è quello di esposizione ad armi controverse (mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e biologiche). Per la normativa tutte le altre armi come carri armati, droni armati, munizioni o armi da fuoco, e persino le armi atomiche non provocherebbero danni significativi.
“I nostri fondi ai sensi dell’articolo 8 possono investire in società del settore della difesa, a seconda che il fondo segua la nostra strategia di esclusione o la nostra strategia di esclusione estesa”, ci ha detto un portavoce di Swedbank Robur, che nel primo trimestre del 2025 ha investito 1,25 miliardi di euro nel settore della difesa. “Investiamo in società che riteniamo possano offrire ai nostri clienti un rendimento sostenibile a lungo termine. Prima di investire, effettuiamo un’analisi approfondita di tutti gli investimenti nel settore della difesa”. Altri gestori patrimoniali che abbiamo contattato, tra cui BlackRock, DWS e Franklin Templeton, hanno rifiutato di commentare.
Il caso del Forum è solo la punta dell’iceberg di uno sforzo congiunto tra Commissione e industria della difesa per aumentare questi investimenti, come emerge chiaramente da rapporti interni, incontri con lobbisti e raccomandazioni politiche del settore militare.
Come le armi sono diventate sostenibili in Europa
La campagna per far riconoscere l’industria della difesa come sostenibile decolla nel 2021, anno dell’entrata in vigore dell’Sfdr. In ottobre l’Associazione europea delle industrie aerospaziali, della sicurezza e della difesa (Asd) – che riunisce le principali aziende al centro di questa inchiesta tra cui Safran, Airbus, Rheinmetall, Leonardo, e BAE Systems – ha pubblicato un documento di sintesi che dettava la linea per includere la produzione bellica negli investimenti verdi.
“La difesa è una componente essenziale della sicurezza, e la sicurezza costituisce il presupposto per la pace, la prosperità, la cooperazione internazionale e lo sviluppo economico e sociale”, scriveva l’allora segretario generale Jan Pie, aggiungendo: “Contribuendo a garantire la sicurezza, i produttori europei del settore della difesa danno di fatto un contributo fondamentale a un mondo più sostenibile”.
Il documento denunciava le restrizioni che i fondi verdi delle banche imponevano alle industrie belliche. L’obiettivo era accreditare la difesa nel settore ESG e chiedere alle istituzioni europee di diffondere quel messaggio, semplificando al tempo stesso i criteri di esclusione adottati dalla Banca europea per gli investimenti.
Questa narrativa si è diffusa anche attraverso iniziative nazionali. Un gruppo di rappresentanti del settore della difesa provenienti da Germania, Finlandia, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Norvegia ha pubblicato un comunicato dal titolo “Non c’è sostenibilità senza difesa e sicurezza”, richiamando il linguaggio dell’Asd. Deborah Allen, direttrice del gruppo Clima, Ambiente e Infrastrutture di BAE Systems, ribadiva in un’intervista: “Senza sicurezza non c’è sostenibilità”.
L’urgenza del settore di entrare nel mercato degli investimenti verdi emerge anche dai documenti interni. Le minute degli incontri tra i lobbisti della difesa e la Commissione Europea – che abbiamo ottenute dopo una lunga e complessa richiesta di accesso agli atti – rivelano chiaramente il tono delle pressioni. In uno di questi incontri, nel marzo 2021, l’Asd lamentava che i “prodotti finanziari verdi escludono sempre più la difesa e ne limitano l’accesso ai finanziamenti”.
A novembre dello stesso anno Alessandro Profumo, ad di Leonardo – azienda italiana produttrice, tra l’altro, di munizioni d’artiglieria a lungo raggio e sistemi di artiglieria navale innovativi – ha incontrato Timo Pesonen, dg per l’industria della difesa e lo spazio della Commissione Europea. In quella riunione, spiega una minuta che abbiamo ottenuto, Profumo “ha espresso preoccupazione per il fatto che l’industria della difesa sia esclusa dalla tassonomia dell’Ue per le attività sostenibili”.
Questo fronte coordinato ha gradualmente trovato ascolto e supporto a Bruxelles, con un’impennata dopo l’invasione a tutto campo Russa in Ucraina.
Il 15 febbraio 2022, una settimana prima che cominciasse l’“operazione speciale” russa, una comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo chiedeva con urgenza maggiori fondi al settore della difesa per via delle crescenti tensioni ai confini ucraini, affermando che “è altrettanto importante garantire che altre politiche orizzontali, quali le iniziative in materia di finanza sostenibile, rimangano coerenti con gli sforzi dell’Unione europea volti a facilitare un accesso sufficiente dell’industria europea della difesa ai finanziamenti e agli investimenti”.
La guerra in Ucraina ha rafforzato gli argomenti dell’industria, anche in ambito finanziario: “Dall’invasione russa dell’Ucraina, il valore delle azioni delle società europee operanti nel settore della difesa, che prima era depresso, ha registrato una notevole ripresa”, scrive l’Asd nell’ottobre 2022. In questa nota suggerisce che la Commissione e le autorità di vigilanza europee competenti, emanino linee guida per chiarire che i gestori del risparmio non debbano rendere pubblici gli impatti negativi degli investimenti in società europee del settore della difesa che non sono coinvolte nelle quattro categorie di armi controverse.
Il testo sembra anche riconoscere l’avversione del pubblico e delle banche nei confronti degli investimenti militari: “Fino a quando e anche quando il pregiudizio normativo sarà eliminato, l’Asd teme che i gestori patrimoniali possano continuare ad attuare esclusioni nel settore della difesa, in particolare a causa della pressione dell’opinione pubblica o dei requisiti specifici per gli investitori”.
L’Asd chiede quindi un ancora più intenso supporto politico da parte delle istituzioni europee, scrivendo che occorre “intensificare le azioni volte a convincere i gestori patrimoniali che l’Unione e i suoi stati membri sostengono le imprese del settore della difesa e sono determinati a garantire loro l’accesso ai finanziamenti privati”.
Un anno dopo la posizione dell’Asd viene ribadita quasi parola per parola in una nota: “La Commissione riconosce la necessità di garantire l’accesso ai finanziamenti e agli investimenti, anche da parte del settore privato, per tutti i settori strategici, in particolare l’industria della difesa che contribuisce alla sicurezza dei cittadini europei”.
“Il risanamento dell’immagine del settore della difesa nell’immaginario collettivo, e successivamente nel quadro normativo, è stato il risultato di una strategia di comunicazione e lobbying abile, sofisticata e coordinata da parte dei leader industriali nazionali e delle associazioni di categoria”, commenta Alberto Alemanno, professore universitario e fondatore di The Good Lobby, a Voxeurop.
Il processo descritto da Alemanno si completa nel 2024, con la Strategia industriale europea per la difesa. Nel documento la Commissione afferma che nessuna norma ostacola gli investimenti privati nel settore militare e riprende apertamente lo slogan coniato tre anni prima: “L’industria della difesa dell’Unione contribuisce in modo determinante alla resilienza e alla sicurezza dell’Unione e, di conseguenza, alla pace e alla sostenibilità sociale. In tale contesto, il quadro dell’UE per la finanza sostenibile è pienamente coerente con gli sforzi dell’Unione volti a facilitare un accesso sufficiente dell’industria europea della difesa ai finanziamenti e agli investimenti. Esso non impone alcuna limitazione al finanziamento del settore della difesa”.
Si è poi arrivati al 27 novembre 2024, il giorno in cui Tommy Piemonte è stato cacciato dalla riunione e in cui “le bistecche sono diventate vegetariane”.
“Non solo il settore è stato riabilitato, ma è stato anche promosso grazie alla sua inclusione tra le categorie ammissibili al finanziamento sostenibile”, aggiunge Alemanno. “È un vero miracolo prodotto dalla stessa strategia”.
Infine, il 20 novembre, la Commissione ha pubblicato una versione rivista della normativa sulla finanza sostenibile che, per la prima volta, menziona direttamente il settore della difesa: “La revisione dell’Sfdr si basa sulle linee guida della Commissione relative all’applicazione del quadro normativo dell’Ue in materia di finanza sostenibile al settore della difesa”.
“La verità è che non c’è sostenibilità senza pace”, osserva l’esperta delle Nazioni Unite Attiya Warris. “La sicurezza non comporta necessariamente la produzione e l’uso di armi, che potrebbero portare a uccisioni illegali. Finanziare e fornire i mezzi per uccisioni illegali attraverso la fornitura di armi e il sostegno finanziario lungo l’intera catena del valore non corrisponde alla sicurezza”.
Per il dottor Iain Overton, direttore esecutivo dell’ong basata a Londra Action on Armed Violence, che si occupa di ricerca sui conflitti, questi investimenti non rivelano un problema etico astratto, ma “una catena probatoria di responsabilità morale. La distanza tra un investimento etico e un attacco a Gaza è più diretta e più tracciabile di quanto l’industria vorrebbe ammettere”.
Elbit Systems: dai fondi verdi alla guerra a Gaza
Prima del 7 ottobre, 2023, giorno dell’attacco terroristico di Hamas su Israele che ha provocato oltre 1.200 morti e l'inizio della risposta israeliana – l’operazione “Spada di ferro” – e le sue oltre 67mila vittime, il valore di un’azione di Elbit Systems ruotava sui 200 euro. Oggi il valore è più che raddoppiato, raggiungendo quota 480 euro.
Il suo rapporto di bilancio del 2024 descrive chiaramente il ruolo attivo di Elbit nella fornitura di armi all’esercito israeliano: “Dall’inizio della guerra, Elbit Systems ha registrato un aumento significativo della domanda dei propri prodotti e soluzioni da parte del ministero della difesa israeliano rispetto ai livelli precedenti al conflitto [...] Nel corso del 2024, la società si è aggiudicata contratti dal ministero per un valore complessivo di oltre 5 miliardi di dollari”.
Come ha già dimostrato il centro Action on Armed Violence, numerose armi prodotte da Elbit Systems, tra cui bombe e proiettili, sono state usate a Gaza durante “Spada di ferro”.
La guerra ha anche dato a Elbit la possibilità di sperimentare l’uso militare dell’intelligenza artificiale e di migliorare i suoi prodotti. Avrà anche rafforzato la fiducia dei 25 fondi verdi che nel 2025 hanno investito complessivamente 23 milioni di euro nella società israeliana. Tra questi compaiono un fondo “ESG Optimized” offerto dalla VP Bank del Liechtenstein e venduto anche in Germania, o il “BGF Climate Transition” offerto da BlackRock Investment Management UK, venduto in diversi paesi dell’Ue.
Altri fondi verdi che investono in Elbit, dichiarano di utilizzare criteri di investimento Esg o di escludere aziende che vìolino i principi del Global Compact delle Nazioni Unite, il cui primo articolo recita: “Le imprese dovrebbero sostenere e rispettare la protezione dei diritti umani proclamati a livello internazionale”.
“Le imprese dovrebbero sostenere e rispettare la protezione dei diritti umani proclamati a livello internazionale”. Proprio per questo motivo, osserva Attiya Warris, “i prodotti utilizzati per distruggere la vita, specialmente se collegati al genocidio, non possono essere in linea con il Global Compact e richiedono una valutazione approfondita”.
Fonte
10/12/2025
La NATO sospende i contratti con Elbit Systems, il gigante israeliano delle armi
Nel bel mezzo di due guerre che coinvolgono più o meno direttamente la Nato e Israele – più che “alleati”, una simbiosi criminale – salta fuori una inchiesta che porta alla luce alcuni degli interessi molto “materiali” che accompagnano sempre anche le guerre.
La principale agenzia di approvvigionamento della NATO – l’ente addetto a reperire e comprare armi e forniture varie – ha sospeso diversi contratti con il più grande produttore di armi israeliano, Elbit Systems. Una grande indagine per corruzione condotta dalla magistratura belga ha già portato a numerosi arresti in tutta Europa.
Tutto è partito durante l’estate sulla base di sospetti per tangenti all’interno della Nato Support and Procurement Agency (NSPA). Tra gli intermediari di Elbit ci sarebbe un uomo di cittadinanza anche italiana – Eliau Eluasvili – che avrebbe corrotto membri interni della NSPA per garantire contratti milionari all’azienda di Haifa. L’uomo è latitante da fine settembre, inseguito da un mandato di arresto internazionale. Si sospetta, guarda un po’, che sia fuggito in Israele...
La prima prova è stata trovata con una mail interna della NSPA del 31 luglio che elenca 15 contratti sospesi, 13 dei quali riguardano Elbit Systems o la sua controllata Orion Advanced Systems. Si tratta di contratti “normali” nell’ambito del tipo di affari della Elbit e della Nato, riguardanti stock di spolette, razzi di segnalazione per aerei, proiettili di artiglieria da 155 mm e aggiornamenti per le navi da pattugliamento, in particolare del Portogallo.
L’aspetto più preoccupante è però l’esistenza di una vera e propria rete di operatori privati che sfruttano un sistema di “porte girevoli” che consente a ex funzionari della NSPA di diventare consulenti, addirittura con proprie società costituite appositamente, nel settore della difesa.
Elbit Systems ha sede ad Haifa e costruisce prevalentemente droni, munizioni, sistemi per carri armati e altre tecnologie militari. È al 25° posto tra le cento maggiori aziende della difesa a livello mondiale.
Ufficialmente, negli ultimi dieci anni, ha fornito alla NATO equipaggiamenti per decine di milioni di euro, ma il valore reale dei contratti è spesso “secretato”, tanto che potrebbe – o dovrebbe – essere molto più elevato.
In pratica il “sistema” messo in piedi da Elbit combina le attività legali di lobbying con la costruzione di reti di “complici” all’interno degli enti “pubblici” (Nato, eserciti nazionali, ecc.) in grado di supportare il processo di selezione delle aziende “privilegiate” per ottenere contratti di fornitura.
Eliau Eluasvili, in particolare, avrebbe corrotto dirigenti e funzionari della NSPA tramite una “società di consulenza” da lui controllata.
L’indagine ruota di fatto attorno a un consistente gruppo di ex funzionari della NSPA poi diventati “consulenti privati”, sfruttando le loro conoscenze e amicizie dentro l’agenzia per facilitare appalti “esclusivi”.
Fra loro figura il belga Guy Moeraert, un ex dirigente NSPA specializzato in forniture di munizioni, che si trova agli arresti domiciliari dopo aver passato sei mesi in carcere per corruzione e riciclaggio.
È il secondo “scandalo” in poche settimane che squarcia il velo sui reali rapporti tra “alleati nordatlantici” e Israele. Secondo alcune fonti, operatori israeliani stanno conducendo una sorveglianza estesa sulle forze statunitensi e sugli alleati presenti nella nuova base americana nel sud di Israele. Nei giorni scorsi, infatti, il comandate statunitense del Civil-Military Coordination Center (CMCC), il generale Patrick Frank, ha convocato un suo pari grado israeliano per comunicargli che “recording has to stop here”.
Il pratica l’Idf registra gran parte delle conversazioni “rilevanti” condotte all’interno della struttura statunitense. Il CMCC è stato istituito a ottobre per monitorare il cessate il fuoco a Gaza, coordinare gli aiuti e preparare i piani per il futuro della Striscia in base al piano in 20 punti di Donald Trump. I soldati dispiegati lì sono incaricati di favorire l’ingresso degli aiuti.
Ma i dirigenti del CMCC hanno lamentato fin dall’inizio che Israele non ha mai lasciato operare la struttura statunitense. Uno dei suoi dirigenti ha così sintetizzato la situazione: “Non abbiamo mai preso in mano la gestione degli aiuti. Siamo un’integrazione. È come una mano in un guanto. Loro (gli israeliani) rimangono la mano, e il CMMC è diventato il guanto che la ricopre”.
Altro che “complicità” nel genocidio. È un servizio di supporto...
Fonte
La principale agenzia di approvvigionamento della NATO – l’ente addetto a reperire e comprare armi e forniture varie – ha sospeso diversi contratti con il più grande produttore di armi israeliano, Elbit Systems. Una grande indagine per corruzione condotta dalla magistratura belga ha già portato a numerosi arresti in tutta Europa.
Tutto è partito durante l’estate sulla base di sospetti per tangenti all’interno della Nato Support and Procurement Agency (NSPA). Tra gli intermediari di Elbit ci sarebbe un uomo di cittadinanza anche italiana – Eliau Eluasvili – che avrebbe corrotto membri interni della NSPA per garantire contratti milionari all’azienda di Haifa. L’uomo è latitante da fine settembre, inseguito da un mandato di arresto internazionale. Si sospetta, guarda un po’, che sia fuggito in Israele...
La prima prova è stata trovata con una mail interna della NSPA del 31 luglio che elenca 15 contratti sospesi, 13 dei quali riguardano Elbit Systems o la sua controllata Orion Advanced Systems. Si tratta di contratti “normali” nell’ambito del tipo di affari della Elbit e della Nato, riguardanti stock di spolette, razzi di segnalazione per aerei, proiettili di artiglieria da 155 mm e aggiornamenti per le navi da pattugliamento, in particolare del Portogallo.
L’aspetto più preoccupante è però l’esistenza di una vera e propria rete di operatori privati che sfruttano un sistema di “porte girevoli” che consente a ex funzionari della NSPA di diventare consulenti, addirittura con proprie società costituite appositamente, nel settore della difesa.
Elbit Systems ha sede ad Haifa e costruisce prevalentemente droni, munizioni, sistemi per carri armati e altre tecnologie militari. È al 25° posto tra le cento maggiori aziende della difesa a livello mondiale.
Ufficialmente, negli ultimi dieci anni, ha fornito alla NATO equipaggiamenti per decine di milioni di euro, ma il valore reale dei contratti è spesso “secretato”, tanto che potrebbe – o dovrebbe – essere molto più elevato.
In pratica il “sistema” messo in piedi da Elbit combina le attività legali di lobbying con la costruzione di reti di “complici” all’interno degli enti “pubblici” (Nato, eserciti nazionali, ecc.) in grado di supportare il processo di selezione delle aziende “privilegiate” per ottenere contratti di fornitura.
Eliau Eluasvili, in particolare, avrebbe corrotto dirigenti e funzionari della NSPA tramite una “società di consulenza” da lui controllata.
L’indagine ruota di fatto attorno a un consistente gruppo di ex funzionari della NSPA poi diventati “consulenti privati”, sfruttando le loro conoscenze e amicizie dentro l’agenzia per facilitare appalti “esclusivi”.
Fra loro figura il belga Guy Moeraert, un ex dirigente NSPA specializzato in forniture di munizioni, che si trova agli arresti domiciliari dopo aver passato sei mesi in carcere per corruzione e riciclaggio.
È il secondo “scandalo” in poche settimane che squarcia il velo sui reali rapporti tra “alleati nordatlantici” e Israele. Secondo alcune fonti, operatori israeliani stanno conducendo una sorveglianza estesa sulle forze statunitensi e sugli alleati presenti nella nuova base americana nel sud di Israele. Nei giorni scorsi, infatti, il comandate statunitense del Civil-Military Coordination Center (CMCC), il generale Patrick Frank, ha convocato un suo pari grado israeliano per comunicargli che “recording has to stop here”.
Il pratica l’Idf registra gran parte delle conversazioni “rilevanti” condotte all’interno della struttura statunitense. Il CMCC è stato istituito a ottobre per monitorare il cessate il fuoco a Gaza, coordinare gli aiuti e preparare i piani per il futuro della Striscia in base al piano in 20 punti di Donald Trump. I soldati dispiegati lì sono incaricati di favorire l’ingresso degli aiuti.
Ma i dirigenti del CMCC hanno lamentato fin dall’inizio che Israele non ha mai lasciato operare la struttura statunitense. Uno dei suoi dirigenti ha così sintetizzato la situazione: “Non abbiamo mai preso in mano la gestione degli aiuti. Siamo un’integrazione. È come una mano in un guanto. Loro (gli israeliani) rimangono la mano, e il CMMC è diventato il guanto che la ricopre”.
Altro che “complicità” nel genocidio. È un servizio di supporto...
Fonte
28/08/2025
La «rotta balcanica» delle armi a Israele
Dai migranti in fuga dalle guerre alle armi ad Israele per farne altre
Traffici di armi da Capodistria (Slovenia) a Israele, con scalo a Venezia e Ravenna: è la nuova ‘rotta balcanica’ delle armi per alimentare il massacro a Gaza denuncia il manifesto. La scoperta, l’inchiesta, dal giornale irlandese The Ditch e dalla britannica Shadow World Investigations. Il 7 agosto la nave ‘Zim New Zealand’, della nota compagnia di navigazione israeliana, ha lasciato il porto sloveno di Capodistria (Koper) con due carichi di armi diretti a Israele.
Da Romania e Serbia
Il primo carico, etichettato come «macchinari elettrici» ma classificato come materiale militare, proveniva dalla A-E Electronics, filiale rumena di Elbit Systems, principale produttore israeliano di sistemi d’arma. Il secondo carico proveniva da un’azienda di armamenti serba, la LSE Land System Engineering, anche questa fornitrice di Israele. Secondo il portale irlandese, entrambe le spedizioni erano destinate allo stabilimento Elbit Systems Land di Yokneam, in Israele.
Capodistria-Haifa e ritorno
La nave è arrivata ad Haifa il 14 agosto, dopo aver fatto tappa nei porti di Venezia (8 agosto) e Ravenna (9 agosto). Tornata a Capodistria, da ieri ha ripreso il viaggio verso Venezia. Non ci sono conferme che abbia caricato ulteriori container militari, ma circolano voci su nuove spedizioni militari che dalla Romania dovrebbero raggiungere Israele.
Trucco del ‘prima o dopo divieto’
Bds Slovenia e Amnesty International hanno accusato Lubiana di aver violato l’embargo militare annunciato solo qualche settimana prima (il 31 luglio) e che prevedeva il divieto di importazione, esportazione e transito di armi e attrezzature militari da e verso Israele. Il ministro della difesa sloveno si è difeso dicendo che il carico si trovava in Slovenia prima dell’embargo e che il provvedimento non è retroattivo. Da ora in poi, però, il ministero sloveno afferma che «non approverà l’uscita delle merci attraverso il porto di Capodistria».
E il governo italiano?
I chiarimenti vanno richiesti anche al governo italiano. La legge 185/90 vieta il transito e non solo le esportazioni dirette di armi e componenti verso paesi in guerra e che violano i diritti umani, tra cui Israele, verso il quale l’Uama ha bloccato tutte le autorizzazioni all’export.
Rotta adriatica delle armi
«La Zim New Zealand non è nuova al trasporto di armi ed era stata avvistata dai portuali ravennati il 30 giugno con un carico di esplosivi classe 1.4S diretti a Haifa», denuncia Linda Maggiori. Nella rotta adriatica si è aggiunta un’altra nave, la Contship Era (sempre della Zim) che generalmente batte la rotta tirrenica, (Marsiglia Fos, Genova, Salerno, Haifa). Il 13 agosto, di ritorno da Haifa è stata inviata a Capodistria. Dopo uno scalo a Venezia è arrivata ad Haifa nel tardo pomeriggio di ieri.
Porti del tirreno più attenti sulle armi
«La frequenza accelerata e anomala di navi Zim approdate e in partenza da Koper è sospetta. La Contship segue generalmente la rotta tirrenica – spiegano da Bds Salerno – tanto che a metà giugno i portuali di Marsiglia avevano impedito il carico di armi di 14 tonnellate di pezzi di ricambio per fucili mitragliatori diretti a Haifa, e così avevano fatto a Genova e Salerno».
Dall’Italia alla ‘Elbit Sistem’ israeliana
Si è aggiunta, pochi giorni fa, la denuncia del sindacato USB su una presunta nuova spedizione militare italiana a Elbit. «Nella notte tra sabato 23 e domenica 24 agosto, dall’aeroporto di Milano Malpensa sarebbe dovuto decollare il volo X6610 della Challenge Air Cargo, con a bordo un carico militare prodotto dalla Leonardo SpA di Somma Lombardo e destinato a Karmiel, Israele, per conto della Elbit Systems», scrive il sindacato. Preannunciato uno sciopero, il volo misterioso è stato cancellato.
Fonte
Traffici di armi da Capodistria (Slovenia) a Israele, con scalo a Venezia e Ravenna: è la nuova ‘rotta balcanica’ delle armi per alimentare il massacro a Gaza denuncia il manifesto. La scoperta, l’inchiesta, dal giornale irlandese The Ditch e dalla britannica Shadow World Investigations. Il 7 agosto la nave ‘Zim New Zealand’, della nota compagnia di navigazione israeliana, ha lasciato il porto sloveno di Capodistria (Koper) con due carichi di armi diretti a Israele.
Da Romania e Serbia
Il primo carico, etichettato come «macchinari elettrici» ma classificato come materiale militare, proveniva dalla A-E Electronics, filiale rumena di Elbit Systems, principale produttore israeliano di sistemi d’arma. Il secondo carico proveniva da un’azienda di armamenti serba, la LSE Land System Engineering, anche questa fornitrice di Israele. Secondo il portale irlandese, entrambe le spedizioni erano destinate allo stabilimento Elbit Systems Land di Yokneam, in Israele.
Capodistria-Haifa e ritorno
La nave è arrivata ad Haifa il 14 agosto, dopo aver fatto tappa nei porti di Venezia (8 agosto) e Ravenna (9 agosto). Tornata a Capodistria, da ieri ha ripreso il viaggio verso Venezia. Non ci sono conferme che abbia caricato ulteriori container militari, ma circolano voci su nuove spedizioni militari che dalla Romania dovrebbero raggiungere Israele.
Trucco del ‘prima o dopo divieto’
Bds Slovenia e Amnesty International hanno accusato Lubiana di aver violato l’embargo militare annunciato solo qualche settimana prima (il 31 luglio) e che prevedeva il divieto di importazione, esportazione e transito di armi e attrezzature militari da e verso Israele. Il ministro della difesa sloveno si è difeso dicendo che il carico si trovava in Slovenia prima dell’embargo e che il provvedimento non è retroattivo. Da ora in poi, però, il ministero sloveno afferma che «non approverà l’uscita delle merci attraverso il porto di Capodistria».
E il governo italiano?
I chiarimenti vanno richiesti anche al governo italiano. La legge 185/90 vieta il transito e non solo le esportazioni dirette di armi e componenti verso paesi in guerra e che violano i diritti umani, tra cui Israele, verso il quale l’Uama ha bloccato tutte le autorizzazioni all’export.
Rotta adriatica delle armi
«La Zim New Zealand non è nuova al trasporto di armi ed era stata avvistata dai portuali ravennati il 30 giugno con un carico di esplosivi classe 1.4S diretti a Haifa», denuncia Linda Maggiori. Nella rotta adriatica si è aggiunta un’altra nave, la Contship Era (sempre della Zim) che generalmente batte la rotta tirrenica, (Marsiglia Fos, Genova, Salerno, Haifa). Il 13 agosto, di ritorno da Haifa è stata inviata a Capodistria. Dopo uno scalo a Venezia è arrivata ad Haifa nel tardo pomeriggio di ieri.
Porti del tirreno più attenti sulle armi
«La frequenza accelerata e anomala di navi Zim approdate e in partenza da Koper è sospetta. La Contship segue generalmente la rotta tirrenica – spiegano da Bds Salerno – tanto che a metà giugno i portuali di Marsiglia avevano impedito il carico di armi di 14 tonnellate di pezzi di ricambio per fucili mitragliatori diretti a Haifa, e così avevano fatto a Genova e Salerno».
Dall’Italia alla ‘Elbit Sistem’ israeliana
Si è aggiunta, pochi giorni fa, la denuncia del sindacato USB su una presunta nuova spedizione militare italiana a Elbit. «Nella notte tra sabato 23 e domenica 24 agosto, dall’aeroporto di Milano Malpensa sarebbe dovuto decollare il volo X6610 della Challenge Air Cargo, con a bordo un carico militare prodotto dalla Leonardo SpA di Somma Lombardo e destinato a Karmiel, Israele, per conto della Elbit Systems», scrive il sindacato. Preannunciato uno sciopero, il volo misterioso è stato cancellato.
Fonte
25/08/2025
Un Regno Unito sempre più sionista: soldi alla Elbit e repressione sui pro-Pal
Mancano circa un paio di settimane all’apertura dei lavori dell’80esima assemblea generale della Nazioni Unite, durante la quale Francia e Regno Unito hanno annunciato di voler riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina.
Considerato che il primo ministro britannico aveva posto come riserva a tale decisione la riapertura dei canali umanitari ONU a Gaza, e visto che invece proprio un organismo legato alle Nazioni Unite ha dichiarato ufficialmente la carestia nella Striscia, dovrebbe risultare automatico che Londra rispetterà la parola data.
Non si tratta, in realtà, di qualcosa che può essere dato per scontato, considerati i profondi legami coi sionisti, dentro e fuori le isole britanniche. Legami che, innanzitutto, valgono miliardi e miliardi, e che non accennano a venire interrotti.
Anche se il governo di Starmer riconoscesse effettivamente lo Stato di Palestina, è proprio la continuazione del sostegno che, in tutte le varie forme, il Regno Unito garantisce a Israele che rende il paese complice nel genocidio dei palestinesi.
Basti pensare alla notizia, diffusa da Private Eye Magazine, secondo cui il ramo britannico della Elbit Systems, la più grande compagnia dell’industria bellica israeliana, è vicina ad aggiudicarsi un colossale contratto da circa 2 miliardi di sterline per l’addestramento annuale di 60 mila soldati britannici.
A competere con la società con sede ad Haifa, da una lista iniziale di 7 attori, sembrerebbe sia rimasta solo Omnia Training, guidata da Raytheon UK (la cui società madre è statunitense), supportata da Capita, Rheinmetall, Cervus e Skyral.
Il contratto che potrebbe infine aggiudicarsi la Elbit, l’Army Collective Training Service, è uno dei più importanti per quanto riguarda l’impegno di modernizzazione e riarmo di Londra. L’azienda israeliana verrebbe persino designata come “partner strategico” del ministero della Difesa.
I militari verrebbero addestrati attraverso simulazioni avanzate, all’ormai preponderante dimensione digitale della guerra, e anche a un diverso e nuovo rapporto con l’industria bellica. Elbit ha una ben consolidata divisione che si occupa di droni, fornendo in totale l’85% dell’hardware terrestre all’IDF.
Dal 2023 il suo ramo britannico porta avanti il Progetto Vulcan con la Difesa di Londra. Si tratta di un programma dal valore di circa 57 milioni di sterline, che fornisce simulazioni per l’addestramento degli equipaggi di carro armato. Il nuovo contratto sarebbe un salto di qualità enorme nella partnership tra il complesso militare-industriale della Gran Bretagna e quello israeliano.
Private Eye ha chiesto al ministero competente se considerasse appropriato stringere un accordo di tale portata con un’azienda così strettamente legata al massacro ora in atto a Gaza. Dal dicastero non è giunta alcuna risposta.
Del resto, sempre Private Eye ha reso noto che la controllata britannica della Elbit ha recentemente reclutato due ex personalità di spicco del ministero della Difesa nel suo consiglio di amministrazione: Sir Simon Bollom, ex responsabile del Dipartimento Equipaggiamenti e Supporto alla Difesa, e Sir Mark Poffley, ex vice capo di stato maggiore della Difesa.
Il legame con i vertici britannici è così evidente che proprio la Elbit è stata oggetto delle proteste di Palestine Action, la rete di solidarietà con la resistenza palestinese inserita poche settimane fa nella lista delle organizzazioni terroristiche. L’ondata repressiva messa in moto da questa decisione è arrivata a livelli preoccupanti.
Sabato 9 agosto, e solo a Londra, sono state arrestate 474 persone che manifestavano pacificamente per la libertà di espressione e in solidarietà con Palestine Action. Teoricamente, anche solo una dichiarazione di sostegno a un’organizzazione annoverata tra quelle terroristiche può comportare fino a 14 anni di carcere.
Mentre il governo Starmer valuta se sostenere l’industria bellica israeliana con 2 miliardi di sterline e centinaia di persone vengono arrestate per le strade del suo paese, solo per aver criticato pubblicamente la messa al bando di un’organizzazione che vuole impedire la complicità in un genocidio, è partito anche il processo-farsa al cantante dei Kneecap.
Nome d’arte Mo Chara, il giovane rapper è finito sotto accusa proprio per terrorismo, perché, dice l’accusa, avrebbe sventolato un vessillo di Hezbollah durante un concerto. Intanto, i veri terroristi completano la pulizia etnica dei palestinesi, anche con i soldi di Downing Street.
Lo ha scritto in maniera molto chiara il gruppo anche su X: “apprezziamo enormemente il sostegno di quella che sappiamo essere la maggioranza del pubblico, che riesce a vedere questa farsa per quello che è. È una distrazione dai crimini di guerra che lo Stato britannico sostiene”.
Fonte
Considerato che il primo ministro britannico aveva posto come riserva a tale decisione la riapertura dei canali umanitari ONU a Gaza, e visto che invece proprio un organismo legato alle Nazioni Unite ha dichiarato ufficialmente la carestia nella Striscia, dovrebbe risultare automatico che Londra rispetterà la parola data.
Non si tratta, in realtà, di qualcosa che può essere dato per scontato, considerati i profondi legami coi sionisti, dentro e fuori le isole britanniche. Legami che, innanzitutto, valgono miliardi e miliardi, e che non accennano a venire interrotti.
Anche se il governo di Starmer riconoscesse effettivamente lo Stato di Palestina, è proprio la continuazione del sostegno che, in tutte le varie forme, il Regno Unito garantisce a Israele che rende il paese complice nel genocidio dei palestinesi.
Basti pensare alla notizia, diffusa da Private Eye Magazine, secondo cui il ramo britannico della Elbit Systems, la più grande compagnia dell’industria bellica israeliana, è vicina ad aggiudicarsi un colossale contratto da circa 2 miliardi di sterline per l’addestramento annuale di 60 mila soldati britannici.
A competere con la società con sede ad Haifa, da una lista iniziale di 7 attori, sembrerebbe sia rimasta solo Omnia Training, guidata da Raytheon UK (la cui società madre è statunitense), supportata da Capita, Rheinmetall, Cervus e Skyral.
Il contratto che potrebbe infine aggiudicarsi la Elbit, l’Army Collective Training Service, è uno dei più importanti per quanto riguarda l’impegno di modernizzazione e riarmo di Londra. L’azienda israeliana verrebbe persino designata come “partner strategico” del ministero della Difesa.
I militari verrebbero addestrati attraverso simulazioni avanzate, all’ormai preponderante dimensione digitale della guerra, e anche a un diverso e nuovo rapporto con l’industria bellica. Elbit ha una ben consolidata divisione che si occupa di droni, fornendo in totale l’85% dell’hardware terrestre all’IDF.
Dal 2023 il suo ramo britannico porta avanti il Progetto Vulcan con la Difesa di Londra. Si tratta di un programma dal valore di circa 57 milioni di sterline, che fornisce simulazioni per l’addestramento degli equipaggi di carro armato. Il nuovo contratto sarebbe un salto di qualità enorme nella partnership tra il complesso militare-industriale della Gran Bretagna e quello israeliano.
Private Eye ha chiesto al ministero competente se considerasse appropriato stringere un accordo di tale portata con un’azienda così strettamente legata al massacro ora in atto a Gaza. Dal dicastero non è giunta alcuna risposta.
Del resto, sempre Private Eye ha reso noto che la controllata britannica della Elbit ha recentemente reclutato due ex personalità di spicco del ministero della Difesa nel suo consiglio di amministrazione: Sir Simon Bollom, ex responsabile del Dipartimento Equipaggiamenti e Supporto alla Difesa, e Sir Mark Poffley, ex vice capo di stato maggiore della Difesa.
Il legame con i vertici britannici è così evidente che proprio la Elbit è stata oggetto delle proteste di Palestine Action, la rete di solidarietà con la resistenza palestinese inserita poche settimane fa nella lista delle organizzazioni terroristiche. L’ondata repressiva messa in moto da questa decisione è arrivata a livelli preoccupanti.
Sabato 9 agosto, e solo a Londra, sono state arrestate 474 persone che manifestavano pacificamente per la libertà di espressione e in solidarietà con Palestine Action. Teoricamente, anche solo una dichiarazione di sostegno a un’organizzazione annoverata tra quelle terroristiche può comportare fino a 14 anni di carcere.
Mentre il governo Starmer valuta se sostenere l’industria bellica israeliana con 2 miliardi di sterline e centinaia di persone vengono arrestate per le strade del suo paese, solo per aver criticato pubblicamente la messa al bando di un’organizzazione che vuole impedire la complicità in un genocidio, è partito anche il processo-farsa al cantante dei Kneecap.
Nome d’arte Mo Chara, il giovane rapper è finito sotto accusa proprio per terrorismo, perché, dice l’accusa, avrebbe sventolato un vessillo di Hezbollah durante un concerto. Intanto, i veri terroristi completano la pulizia etnica dei palestinesi, anche con i soldi di Downing Street.
Lo ha scritto in maniera molto chiara il gruppo anche su X: “apprezziamo enormemente il sostegno di quella che sappiamo essere la maggioranza del pubblico, che riesce a vedere questa farsa per quello che è. È una distrazione dai crimini di guerra che lo Stato britannico sostiene”.
Fonte
14/07/2025
Gran Bretagna - Arrestati 41 sostenitori di Palestine Action
La polizia britannica ha arrestato a Londra 41 attivisti di Palestine Action, che stavano manifestando fuori dal Parlamento.
Il gruppo di attivisti solidali con il popolo palestinese è stato definito dalle autorità lo scorso 2 luglio come “organizzazione terroristica nel Regno Unito”, dopo che alcuni militanti avevano fatto irruzione in una base della Royal Air Force danneggiando degli aerei per protestare contro il sostegno del Regno Unito a Israele. “Gli agenti hanno effettuato 41 arresti per aver mostrato sostegno a un’organizzazione vietata. Una persona è stata arrestata per aggressione”, ha dichiarato la Polizia metropolitana di Londra in un comunicato.
Palestine Action è stata fondata nel 2020 dopo che gli attivisti hanno fatto irruzione e hanno dipinto con vernice spray la sede londinese della più grande azienda di armi israeliana, Elbit Systems.
La sua rete di attivisti ha successivamente utilizzato tattiche, tra cui l’azione diretta, per colpire quelli che dice essere i “facilitatori aziendali del complesso militare-industriale israeliano”, spesso irrompendo negli uffici e nelle fabbriche per verniciare con vernice spray o danneggiare attrezzature che dicono siano utilizzate per commettere crimini di guerra nella Palestina occupata.
Elbit Systems è l’obiettivo principale del gruppo, spingendo diverse aziende a recidere i legami con l’appaltatore della difesa e facendo perdere miliardi in contratti annullati e disinvestimenti, secondo Palestine Action.
La banca Barclays che possedeva 16.000 azioni di Elbit Systems, ha disinvestito in ottobre, mentre il Ministero della Difesa del Regno Unito ha annullato contratti per 280 milioni di sterline con la società israeliana.
Molti attivisti di Palestine Action finiti a processo sono stati assolti dalle giurie sulla base di “difesa di necessità”, vale a dire che il danno alla proprietà era giustificato in quanto era inteso a prevenire le morti.
Ma queste sentenze sono state state sistematicamente ignorante dal governo britannico, utilizzando una legislazione anti-protesta che ha ampliato i poteri della polizia per reprimere le manifestazioni pacifiche e imporre condanne per gli attivisti giudicati colpevoli.
Ciò è culminato con l’uso senza precedenti di accuse di terrorismo contro un gruppo di attivisti di Palestine Action con un procedimento noto come Filton 18.
Un anno fa sei attivisti di Palestine Action hanno guidato un furgone modificato nel centro di ricerca e sviluppo di Elbit System a Filton, Bristol. Gli attivisti hanno smantellato le armi, compresi i modelli di droni quadricotteri schierati da Israele nella sua guerra contro Gaza, causando danni per 1 milione di sterline (1,24 milioni di dollari).
Fonte
Il gruppo di attivisti solidali con il popolo palestinese è stato definito dalle autorità lo scorso 2 luglio come “organizzazione terroristica nel Regno Unito”, dopo che alcuni militanti avevano fatto irruzione in una base della Royal Air Force danneggiando degli aerei per protestare contro il sostegno del Regno Unito a Israele. “Gli agenti hanno effettuato 41 arresti per aver mostrato sostegno a un’organizzazione vietata. Una persona è stata arrestata per aggressione”, ha dichiarato la Polizia metropolitana di Londra in un comunicato.
Palestine Action è stata fondata nel 2020 dopo che gli attivisti hanno fatto irruzione e hanno dipinto con vernice spray la sede londinese della più grande azienda di armi israeliana, Elbit Systems.
La sua rete di attivisti ha successivamente utilizzato tattiche, tra cui l’azione diretta, per colpire quelli che dice essere i “facilitatori aziendali del complesso militare-industriale israeliano”, spesso irrompendo negli uffici e nelle fabbriche per verniciare con vernice spray o danneggiare attrezzature che dicono siano utilizzate per commettere crimini di guerra nella Palestina occupata.
Elbit Systems è l’obiettivo principale del gruppo, spingendo diverse aziende a recidere i legami con l’appaltatore della difesa e facendo perdere miliardi in contratti annullati e disinvestimenti, secondo Palestine Action.
La banca Barclays che possedeva 16.000 azioni di Elbit Systems, ha disinvestito in ottobre, mentre il Ministero della Difesa del Regno Unito ha annullato contratti per 280 milioni di sterline con la società israeliana.
Molti attivisti di Palestine Action finiti a processo sono stati assolti dalle giurie sulla base di “difesa di necessità”, vale a dire che il danno alla proprietà era giustificato in quanto era inteso a prevenire le morti.
Ma queste sentenze sono state state sistematicamente ignorante dal governo britannico, utilizzando una legislazione anti-protesta che ha ampliato i poteri della polizia per reprimere le manifestazioni pacifiche e imporre condanne per gli attivisti giudicati colpevoli.
Ciò è culminato con l’uso senza precedenti di accuse di terrorismo contro un gruppo di attivisti di Palestine Action con un procedimento noto come Filton 18.
Un anno fa sei attivisti di Palestine Action hanno guidato un furgone modificato nel centro di ricerca e sviluppo di Elbit System a Filton, Bristol. Gli attivisti hanno smantellato le armi, compresi i modelli di droni quadricotteri schierati da Israele nella sua guerra contro Gaza, causando danni per 1 milione di sterline (1,24 milioni di dollari).
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