Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
23/06/2026
Starmer e soci, la peggiore politica possibile
Il sesto premier dimissionario in soli dieci anni sta ad indicare che l’instabilità è il segno distintivo di questa lunga fase storica. Il fatto che sia il primo del cosiddetto Labour (gli altri cinque – David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Risji Sunak – erano tutti conservatori) conferma che si tratta di una “crisi di sistema”, non di una particolare visione politica. Che peraltro risulta indistinguibile tra gli uni e gli altri.
Starmer è stato forse il peggiore del mazzo, facendo passare come “progressiste” innumerevoli restrizioni delle libertà politiche e del diritto di espressione, a partire dalla criminalizzazione della solidarietà con i palestinesi e di qualsiasi critica ad Israele. Una politica criminale che sarebbe stata sorprendente per uno come lui, specializzato in “diritti umani”, ma quasi logica per l’avvocato delle organizzazioni sioniste in Gran Bretagna e che sta facendo crescere i suoi figli come ebrei praticanti.
Non parliamo poi della sua ansia guerrafondaia, che ne ha fatto il motore primo dei “volenterosi” qualsiasi sia il problema internazionale da affrontare. Sul Medio Oriente come, e forse soprattutto, sull’Ucraina.
Non riuscendo a trovare lo spazio temporale – insieme a Macron – per mandare truppe al fronte, al fianco di Kiev, ha ripiegato sul trasferimento di tecnologia e produzione bellica. L’ormai famoso missile ucraino “Flamingo FP-5”, utilizzato in questi giorni per colpire direttamente Mosca ed altre zone russe lontane dal fronte, è una variante assai poco variata dei missili britannici della stessa “classe”.
Il prossimo inquilino di Downing Street – Andy Burnham – non sarà molto differente, a parte una blanda religiosità cattolica, invece che anglican-sionista, e qualche attenzione in più per la working class (quasi paradossale che vada segnalata in un partito nato come “laburista”). Ma solo per tentare di frenare l’ascesa di Nigel Farage e altri fascisti che hanno trovato negli immigrati lo scaricabarile perfetto per ogni problema britannico.
Le similitudini tra tutti questi personaggi proiettati per una stagione o poco più al vertice politico della Gran Bretagna (proprio come i primi ministri francesi sotto Macron) indicano che si tratta appunto di “personaggi”, interpretati da attori mediocri e impotenti, non di statisti abilitati a prendere decisioni.
Come scrive Pino Cabras, con una felice intuizione, sono “fusibili” messi a protezione di un impianto di potere. Quando si verifica un sovraccarico di tensione “devono” saltare loro, per consentire che il sistema continui a funzionare una volta sostituito il pezzetto bruciato. Come nell’Italia democristiana, in fondo, quando ogni anni cadeva un governo e se ne faceva uno del tutto simile, con un minimo di valzer tra le diverse poltrone. Lo stesso “nuovo” Burnham, del resto, era già stato ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, senza lasciare tracce degne di nota.
È significativo che ciò accada in Gran Bretagna, dove il sistema elettorale non cambia mai ed è il simbolo di quel “bipolarismo fondato sul maggioritario” che è stato per tre decenni il faro della “governabilità” da imitare a qualsiasi costo.
Ma neanche lì funziona più. Così come in Francia o negli Usa.
L’illusione che un sistema di regole possa contenere l’esplosione sociale di problemi, visioni, follie che muovono milioni di persone, può sussistere finché i cambiamenti necessari per ritrovare un equilibrio sono minimi. Ossia “riformabili” con poca fantasia e ancor minore sforzo.
Ma quando i “traumi” sono di dimensioni sistemiche, quel “collare” messo alla rappresentanza politica non tiene più. E più le due forze “bipolari” si sforzano di “convergere al centro” – ossia di annullare le già poche differenze – più la domanda sociale di soluzioni “radicali” prende vie impensabili. Ma pensate da qualcuno.
È evidente che si siano sfaldati i “blocchi sociali” su cui la rappresentanza politica del dopoguerra si era fondata in tutto l’Occidente capitalistico. Blocchi tra interessi materiali diversi che dovevano trovare una compensazione attraverso la politica, le sue scelte, e quindi attraverso il funzionamento orientato dell’amministrazione statale.
In pratica, politiche economiche e fiscali che attenuavano le differenze di reddito e di status, creando filiere e una connessione – non “sentimentale”, ma programmatica – tra fasce sociali che nel loro insieme determinavano un consenso sociale piuttosto stabile.
Oltre 40 anni di neoliberismo e arretramento del “pubblico” hanno quasi azzerato quell’ambiente “ideale” della rappresentanza. Gli interessi si sono individualizzati, le categorie moltiplicate e quindi ristrette quanto a partecipanti (dalle centinaia di migliaia, o milioni, a poche migliaia). Un pulviscolo sociale che si accumula a seconda dei venti e delle piogge, ma inadatto a sostenere edifici stabili.
Fare una politica economica o industriale in grado di raccogliere consensi significativi è ormai impossibile. Anche nel resto d’Europa, perché c’è l’Unione Europea a dettare le regole che aumentano l’individualizzazione incontrollabile degli interessi privati.
Ma se la funzione dello Stato è quella di “lasciar fare” alle imprese e reprimere il malessere degli esclusi dal banchetto – non solo in Italia i “pacchetti sicurezza” sono gli unici provvedimenti concretamente presi – allora il personale politico, di vertice come locale, viene scelto sulla base di criteri di marketing. Come merci sugli scaffali del supermercato.
Si compra (votando) un prodotto, lo si prova e lo si butta via. Senza soluzioni di continuità, perché – appunto – “fusibili” costruiti per saltare al primo guasto.
La politica, in tutto l’Occidente, è ridotta a smargiassate pensate per incrementare l’impatto mediatico. Lo si fa per conquistare voti volatili, poi ci si comporta allo stesso modo nel decidere una guerra o le trattative per porvi fine (Trump). Si sposa una soluzione improvvisata per arrestare la deindustrializzazione europea e ci si butta nel riarmo, nella riconversione del civile in militare. Incrociando le dita...
Senza visione, senza progetti, senza strategie razionali. Slogan per gli elettori, input imprenditoriali esterni per selezionare le scelte operative, zero autonomia strategica, zero sforzo intellettivo. Zero appeal.
A questo punto basta un bruto qualsiasi che indichi nell’immigrato riconoscibile – il nero, l’olivastro, il giallo – la causa di tutti i problemi. Come un secolo fa si indicavano gli ebrei, certo. Ma oggi che sono stati “riammessi tra i bianchi”, bisogna cambiare capro espiatorio...
Perché di fronte al crollo delle prospettive, alla “scomparsa del futuro”, al blocco di un sistema di produzione basato sull’interesse individuale anziché su quello generale, bisognerebbe porsi le domande “epocali” che possono determinare risposte all’altezza. Ma che cancellerebbero la legittimità di molti di quegli interessi privatistici. Innanzitutto di quelli più potenti, macroscopici.
Molto più semplice trovare soluzioni facili. Bastano quattro cretini per picchiare un immigrato, scatenare un pogrom e gridare alla “remigrazione”. Non c’è da pensare, studiare, provare e riprovare.
Ma al “pensiero zero” corrisponde sempre uno scontro sociale ad alzo zero. Che porta al socialismo o alla barbarie. Senza vie di mezzo.
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14/06/2026
Quattro attivisti di Palestine Action condannati di nuovo per terrorismo
Alla Woolwich Crown Court sono state emesse infatti pesanti condanne verso quattro membri di Palestine Action, per un’azione svoltasi nell’agosto 2024. Gli attivisti hanno effettuato un raid in uno stabilimento della Elbit a Bristol, danneggiando attrezzature militari che sarebbero poi state usate nella pulizia etnica dei palestinesi.
Quattro dei sei imputati sono stati giudicati colpevoli, ma l’attribuzione di una natura terroristica al reato di danneggiamento è arrivata dopo. Secondo il giudice Jeremy Johnson le loro azioni hanno evidenziato una chiara matrice eversiva dovuta al tentativo di intimidire l’azienda e influenza la politica britannica attraverso danni alle proprietà della Elbit.
Il bilancio è molto pesante: 7 anni e 8 mesi per Samuel Corner, ex studente di Oxford; 5 anni per Charlotte Head e Leona Kamio; 4 anni e 8 mesi per Fatema Rajwani. Gli attivisti di Palestine Action hanno sempre difeso l’operazione di sabotaggio, sostenendo la “scusante legittima” per cui le loro azioni sarebbero state effettuate per prevenire crimini più gravi. Possibilità prevista dalla legislazione britannica, ma negata ai giovani militanti.
L’ONG Filton 25 Defence Committee ha rilasciato una dura dichiarazione di condanna contro il verdetto: “i quattro manifestanti oggi condannati hanno distrutto oltre 40 armi israeliane, tra cui droni assassini, utilizzati in quasi tutti i massacri di palestinesi a Gaza. Con la loro azione diretta, hanno salvato delle vite. Questo non è terrorismo, è un dovere. La sentenza odierna sarà impugnata per correggere questa grave ingiustizia”.
Durante la lettura della sentenza, venerdì, all’esterno del tribunale si sono radunati circa 500 sostenitori per manifestare solidarietà. La polizia ha effettuato oltre 100 fermi complessivi, tra cui almeno 72 persone arrestate specificamente per aver esposto cartelli a sostegno del gruppo, che rimane tuttora proscritto.
Il pronunciamento sul ricorso presentato dal governo per ribaltare la decisione dell’Alta Corte di Londra, che aveva obbligato a togliere Palestine Action dalla lista delle organizzazioni terroristiche, dovrebbe arrivare a breve. Il clima nel paese resta incandescente, con circa 3 mila persone arrestate in virtù della legge antiterrorismo.
Tutto ciò si inserisce nel quadro di un Regno Unito in cui il governo, in continuità con il sionismo internazionale, ha fomentato una retorica islamofobica, su cui è cresciuto l’odio razziale che oggi sta mettendo a ferro e fuoco Belfast. Il cortocircuito e il fallimento del Labour sono evidenti, e la respinta del ricorso su Palestine Action potrebbe mettere una serie ipoteca sul governo Starmer.
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11/06/2026
L’effetto Gaza travolge il Labour: collassa il supporto ai “progressisti” britannici
La strutturale complicità nel genocidio dei palestinesi sta presentando un conto salatissimo al governo laburista di Londra. Un sondaggio commissionato da Palestine Solidarity Campaign (PSC) e Friends of the Earth UK e condotto dall’istituto Opinium, ha mostrato che il tema Gaza ha avuto e avrà un ruolo centrale nelle tornate elettorali delle isole britanniche.
Più della metà di coloro che hanno votato Labour e Keir Starmer, e che hanno intenzione di votare alle prossime elezioni generali, hanno dichiarato lo spostamento della loro preferenza verso altri partiti, che vanno dal centro alla sinistra dell’offerta politica, in virtù della risposta del governo alle iniziative israeliane e della cooperazione del Regno Unito con Tel Aviv.
I dati smentiscono categoricamente la narrazione secondo cui l’indignazione per la situazione a Gaza sia una preoccupazione di nicchia, settaria o legata esclusivamente alla comunità musulmana: si tratta invece di un fenomeno di massa che sta ridisegnando gli equilibri del panorama politico britannico. Come è evidente un po’ ovunque, la politicizzazione della crisi materiale ed egemonica occidentale è un fenomeno a cui nessuno può sottrarsi, non solo in Italia.
Il sondaggio, che traccia i flussi elettorali tra le elezioni generali del 2024 e le elezioni locali dello scorso mese, mostra che il 53% di coloro che sono fuggiti dal Labour per sostenere altri partiti di centro o sinistra indica esplicitamente tra i motivi di questa scelta il sostegno del governo Starmer a Israele (un po’ più del 21% “moltissimo”, il resto “in parte”).
Il 40,7% di coloro che ha votato Labour nel 2024 ha messo una croce sui Verdi (Green Party) alle scorse elezioni locali. Sono proprio questi elettori e i giovani in generale che hanno posto la pulizia etnica dei palestinesi come elemento dirimente nelle loro preferenze politiche.
Due terzi di chi ha sostenuto i Verdi di recente ha dichiarato che la situazione a Gaza ha avuto impatto sul proprio voto. Il 66% delle persone di età compresa tra i 18 e i 34 anni ha affermato che gli eventi nella Striscia sono stati un fattore determinante; lo stesso vale per il 54% di coloro nella fascia d’età 35-49 anni, per il 49% nella fascia 50-64 anni, e per il 43% degli over 65.
È interessante il fatto che anche il 32% di coloro che hanno sostenuto i Liberal Democratici ha visto la complicità nei crimini perpetrati a Gaza come un fattore determinante per abbandonare il Labour, e questo vale per addirittura il 44% dei votanti che hanno scelto lo Scottish National Party, il Plaid Cymru o candidati indipendenti.
Un altro dato emblematico riguarda il “Pledge for Palestine” (l’Impegno per la Palestina), promosso dalla PSC: i candidati che hanno firmato il documento – impegnandosi a sostenere i diritti dei palestinesi, nel caso in cui venissero eletti – hanno vinto il 27% dei seggi in cui erano in corsa, tallonando la destra di Reform UK (30%).
Peter Leary, vicedirettore della PSC, ha affermato: “i partiti che hanno sostenuto la richiesta di azioni concrete, tra cui un embargo totale sulle armi e sanzioni di vasta portata contro Israele, sono stati ampiamente ricompensati”. Il sondaggio conferma che l’82% degli intervistati è favorevole a sanzioni contro Israele (solo il 5% è contrario). L’80% vuole il blocco totale della vendita di armi allo Stato sionista e il 75% quello del commercio legato ai territori occupati.
Sulla stessa linea di Leary si è mosso Finnian Murtagh, attivista di Friends of the Earth: “gli elettori vogliono partiti politici – e un governo – disposti a difendere i palestinesi, a proteggere le vite umane e a porre fine a decenni di devastanti abusi ambientali”. I nodi della crisi di modello vengono al pettine, e le rappresentanze politiche del passato che fino a oggi si sono presentate come la parte “progressista” della classe politica si dimostrano essere parte del problema.
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15/05/2026
Gran Bretagna - Attivisti di Palestine Action condannati per terrorismo, all’insaputa della giuria
Bisognerebbe già chiedersi in che razza di democrazia un processo pubblico (non un’operazione di intelligence) possa finire coperta da limitazione al diritto all’informazione, ma tralasciando questo “dettaglio”, è ancora più grave che sia stata emessa una condanna, e che in sede di scrittura della sentenza, la corte tenterà di aggiungerci fattispecie di reato non previste.
Brevemente i fatti. Martedì, presso la Woolwich Crown Court, i giurati hanno dichiarato colpevoli Leona Kamio (30 anni), Samuel Corner (23), Fatema Rajwani (21) e Charlotte Head (29) di ‘danneggiamento criminale’ in relazione a un raid avvenuto il 6 agosto 2024 contro lo stabilimento della Elbit Systems (produttore di armi israeliano) nei pressi di Bristol. Altri due attivisti, Jordan Devlin e Zoe Rogers, sono stati assolti.
La giuria non è stata però informata che al suo verdetto la corte cercherà di aggiungere la qualifica di “connessione con il terrorismo”, in sede effettiva di condanna. “In sede di condanna – si legge sul The Guardian – verrà emessa una sentenza separata, basata sullo standard probatorio penale, per stabilire se sussisteva o meno un collegamento con il terrorismo”.
Il giudice, Justice Johnson, aveva già affermato in un’udienza preparatoria nel marzo 2025 che l’azione poteva rientrare nei parametri del Terrorism Act 2000, in particolare la sezione 1(2)(b) che include il “grave danno alla proprietà” se compiuto per influenzare un governo o un’organizzazione internazionale.
Se il tribunale confermerà la “connessione con il terrorismo” durante l’udienza del 12 giugno, le conseguenze per i quattro giovani saranno pesantissime. In genere, i detenuti comuni (come quelli per reati di danneggiamento) scontano circa il 40% della pena, mentre per casi legati al “terrorismo” è molto più difficile ottenere riduzioni della pena dal comitato per la libertà vigilata.
I condannati potrebbero essere inoltre registrati come terroristi a vita. Ciò comporta l’obbligo di comunicare alla polizia ogni nuovo conto bancario, indirizzo email, dispositivo elettronico o relazione personale, pena il ritorno in carcere. In pratica, una vita “commissariata” per aver danneggiato dei droni che sarebbero stati usati in una conclamata pulizia etnica.
Il caso ha sollevato forti critiche per le restrizioni imposte durante il dibattimento. Ai difensori è stato vietato di utilizzare termini come “genocidio” o di citare le azioni militari di Israele a Gaza come giustificazione morale. Il giudice ha impedito alla difesa di invocare la “scusante legittima”, che prevede la giustificazione del danneggiamento, se commesso per prevenire crimini più gravi.
Un portavoce di Defend Our Juries, un gruppo di attivisti che si occupa di casi legali nati da azioni portate avanti per motivi umanitari e, più in generale, di coscienza, ha espresso sconcerto: “L’opinione pubblica rimarrà sbalordita nell’apprendere che nel sistema giudiziario britannico un manifestante può essere condannato per danneggiamento doloso per aver interrotto l’attività di una fabbrica di armi e poi essere condannato come “terrorista” senza essere stato effettivamente condannato per reati di terrorismo e con tutto ciò tenuto nascosto alla giuria”.
I quattro attivisti hanno già trascorso 18 mesi in custodia cautelare in attesa del processo. Nel frattempo, l’Alta Corte del Regno Unito si è espressa contro la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, anche se il governo ha presentato ricorso.
Questo e altri eventi si sommano in un mosaico di delegittimazione pesante dell’esecutivo Starmer, soprattutto dopo la sonora sconfitta alle elezioni locali del 7 maggio. La condanna per terrorismo potrebbe innescare significative reazioni nell’opinione pubblica, come indicato da Defend Our Juries.
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04/05/2026
Starmer minaccia le proteste pro-Palestina, i solidali rilanciano le prossime piazze
La polemica è divampata a seguito dell’accoltellamento avvenuto mercoledì scorso a Golders Green, quartiere a forte presenza ebraica nel nord-ovest di Londra. L’aggressore, Essa Suleiman, cittadino britannico di 45 anni nato in Somalia, è stato arrestato per il tentato omicidio di due uomini ebrei e di un uomo musulmano, poche prima in quello stesso giorno.
Nonostante la Metropolitan Police abbia confermato che Suleiman – dimesso da un ospedale psichiatrico pochi giorni prima dell’attacco – sia stato incriminato per tentato omicidio e non per reati legati al terrorismo, diversi esponenti politici hanno utilizzato l’episodio per condannare le marce pro-Palestina.
In un’intervista rilasciata sabato al programma Today della BBC, Starmer ha suggerito la necessità di un controllo più severo sugli slogan utilizzati, citando specificamente “globalizzare l’intifada” come espressione che richiederebbe “azioni più dure”. Starmer non ha escluso l’ipotesi di un divieto totale, sulla base di un concetto già proposto in precedenza e molto dibattuto: quello dell’effetto cumulativo.
“In relazione alla natura ricorrente delle marce – ha detto – molte persone della comunità ebraica mi hanno detto che è proprio la ripetizione, l’effetto cumulativo” a far crescere, secondo queste “voci” arrivate al primo ministro, il sentire antisemita. “Ora lo riconosco, ed è per questo che intendiamo affrontare questi effetti cumulativi”. In pratica, l’opposizione al genocidio la puoi esprimere una, due volte al massimo, poi basta perché si rischia di creare un “clima di odio”.
Riguardo alla vicenda delittuosa, è molto grave che il governo abbia deciso di strumentalizzare la complessa situazione della salute mentale dell’uomo, cancellando inoltre il fatto che a finirne vittima non siano stati solo esponenti della comunità ebraica, ma prima ancora un uomo musulmano.
Dopo la vittoria in tribunale di Palestine Action, Downing Street ha fatto ricorso e ha continuato ad arrestare in massa i solidali con l’organizzazione, mostrando grande difficoltà di fronte allo schiaffo ricevuto. Ora, i laburisti hanno deciso di trasformare una tragedia che ha origine nelle difficoltà psicologiche di una persona in un’arma politica da brandire contro chi scende in piazza.
Contro quest’atto non solo politicamente, ma anche moralmente deprecabile, si è alzata una voce importante anche nella stessa comunità ebraica britannica. Il rabbino Herschel Gluck, figura di spicco nel nord di Londra, ha rigettato qualsiasi legame tra le marce e l’attacco di mercoledì.
“Non sono certo le manifestazioni la causa dei tragici accoltellamenti di mercoledì a Golders Green”, ha detto il rabbino. “Sono molti gli ebrei che partecipano alle marce. In proporzione, sono più numerosi di qualsiasi altra comunità. E l’idea di vietare la libertà di parola è qualcosa di assolutamente antiebraico”.
Una coalizione di attivisti e organizzazioni per i diritti civili ha duramente criticato il tentativo di politici e media di infangare le proteste, respingendo fermamente l’ipotesi di un bando o di una moratoria sui cortei. Vari gruppi, tra cui i principali sono Palestine Solidarity Campaign (PSC), Stop the War Coalition e Friends of Al-Aqsa, hanno diffuso una nota congiunta mettendo in chiaro che non si faranno intimorire dalla repressione governativa.
Le organizzazioni hanno confermato che la marcia per il Nakba Day, prevista per il 16 maggio, si svolgerà regolarmente. Le dichiarazioni di molti politici “equiparano pericolosamente il popolo ebraico allo Stato di Israele e la protesta politica pacifica ad atti di violenza non correlati”, hanno detto da PSC. “Noi respingiamo categoricamente entrambe le posizioni”.
Nick Dearden, direttore di Global Justice Now, altra organizzazione non governativa con sede nel Regno Unito, ha definito le parole di Starmer ciniche e pericolose, accusando il primo ministro di alimentare le divisioni nel tentativo di evitare una sconfitta per il suo partito alle imminenti elezioni locali del 7 maggio, sperando così di recuperare i voti di qualche indeciso pendente a destra.
Il 16 maggio, inoltre, sarà una giornata molto complessa nel Regno Unito, perché con un evidente intento provocatorio l’estrema destra guidata da Tommy Robinson ha indetto una manifestazione sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, con un sapore razzista e suprematista. In questo caso, sembrerebbe, il governo non ravvisa nessun “clima di odio”.
Va ricordato che Robinson è stato invitato in Israele dal ministro per gli Affari della Diaspora a ridosso del cessate il fuoco dello scorso ottobre. Appare evidente come la sua estrema destra svolga un ruolo coordinato in una più ampia politica sionista internazionale, che mira a mantenere forte il sostegno a Israele e a limitare il diritto di parola e di manifestare di coloro che non vogliono complicità con la pulizia etnica in corso in Palestina e, ormai, anche in Libano.
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21/02/2026
Censura di guerra nel Labour, altra tegola per Starmer
Un’inchiesta pubblicata su Racket News dal giornalista investigativo Matt Taibbi ha rimesso in fila gli elementi di un sistema coordinato di sorveglianza e delegittimazione ai danni di reporter indipendenti, orchestrato da Labour Together, think tank molto vicino all’attuale primo ministro britannico.
Il gruppo avrebbe commissionato delle indagini sui giornalisti che hanno portato alla luce scandali legati al partito laburista e, se tutto venisse confermato, in queste operazioni sarebbero stati coinvolti anche APCO (una delle più grandi società di consulenza per pubbliche relazioni al mondo) e il National Cyber Security Centre (NCSC), l’autorità tecnica nazionale del Regno Unito per le minacce e la sicurezza informatiche.
La vicenda ha origine nel 2023 quando, sempre su Racket News, Taibbi e il ricercatore Paul Holden pubblicano quelli che erano chiamati gli “UK Files”. I documenti, ottenuti da fonti autorevoli tra i quali Al Jazeera, rivelavano l’esistenza di una rete di legami tra Labour Together e altre organizzazioni, tra cui il Center for Countering Digital Hate (CCDH).
Quest’ultimo, fondato da Imran Ahmed, è accusato di aver orchestrato campagne di censura contro le voci del partito non allineate alla dirigenza blairiana, e dunque in particolare contro l’ala che faceva riferimento a Jeremy Corbyn. L’inchiesta aveva spiegato come Labour Together utilizzasse una “disinformazione proattiva” per screditare gli oppositori politici.
Labour Together, all’epoca, non diede una smentita chiara nel merito, ma sotto la guida di Josh Simons – oggi parlamentare – diede avvio a una controffensiva attraverso APCO. Stando al contratto poi trapelato, la società di consulenza aveva anche il compito di creare di sana pianta delle “narrazioni” che potessero mettere in cattiva luce alcuni agguerriti giornalisti: Taibbi e Holden, ovviamente, ma anche Kit Klarenberg, Gabriel Pogrund ed Henry Dyer.
Secondo alcune fonti, i rapporti di APCO sarebbero poi finiti al NCSC, con le inchieste dei giornalisti che venivano etichettate come il risultato di “informazioni ottenute tramite hackeraggio”, o presumibilmente fornite da “potenze ostili” come Russia e Cina. In questo modo, le indagini sulla guerra interna al Labour Party, scatenata contro l’ala più vicina alle esigenze dei lavoratori e fermamente antisionista, sarebbero state considerate come “minacce alla sicurezza nazionale”.
Un ottimo esempio di come la propaganda di guerra viene usata per gestire il “fronte interno” da parte di governi che sono ormai imbarcati in maniera evidente in una guerra contro il mondo. Tutto ciò che mette in discussione le politiche belliciste e antipopolari sul lato interno viene messo sotto l’ombrello di operazioni di potenze straniere, mentre invece sono il sintomo dello svilimento verso politiche repressive e autoritarie.
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20/02/2026
“Trouble in UK”. Arrestato il principe Andrea, trema la leadership britannica
Un vero e proprio terremoto politico e morale è infatti in corso nel Regno Unito a seguito dell’arresto dell’ex principe Andrea, prelevato dalla polizia nella sua residenza ‘privata’ di Sandringham con l’accusa di “condotta illecita nell’esercizio di una funzione pubblica”.
L’ex principe della casa reale di Windsor, il già defenestrato Andrea, è stato comunque rilasciato dopo 12 ore in custodia.
Uno sviluppo decisamente clamoroso e inedito in un paese ancora imbrigliato da un profondo sistema di ipocrisie e convenzioni intorno alla monarchia ma anche investito da una pesante crisi di credibilità della propria classe dirigente.
Il fratello di re Carlo III risulta indagato con l’accusa di aver condiviso informazioni riservate con il finanziere Jeffrey Epstein nella sua ex funzione di emissario commerciale del governo di Londra. Un reato che in Gran Bretagna, a seconda della gravità dell’infrazione, può comportare persino l’ergastolo, pur essendo concettualmente simile al nostro “abuso d’ufficio” (che è stato addirittura abolito come reato, dal governo attuale...).
L’accusa sarebbe dunque più legata alla divulgazione di notizie finanziarie riservate piuttosto che in relazione allo scandalo sessuale a seguito delle sue strette frequentazioni passate con il defunto finanziere e predatore sessuale statunitense Jeffrey Epstein, morto ufficialmente per “suicidio” in carcere nel 2019.
Il principe, precedentemente conosciuto come “Air Miles Andy”, avrebbe trattato gli interessi della suo paese come valuta di scambio con un condannato per reati sessuali, presumibilmente in cambio di “favori” di quel tipo.
I file fin qui resi pubblici mostrano che durante i suoi viaggi di lavoro come rappresentante del commercio estero britannico, l’ex principe aveva regolarmente tenuto informato Epstein sulle sue attività, sui colloqui riservati che aveva con i vari governi e quindi sulle possibilità di investimento che il finanziere americano avrebbe potuto sfruttare conoscendo in anticipo gli eventi in grado di “stuzzicare” i mercati.
Il sospetto è che Andrea abbia violato le regole e di fatto tradito il Paese, non solo per amicizia e complicità verso Epstein ma anche a fini di lucro, guadagnando lui stesso dagli investimenti operati dal finanziere grazie alle informazioni riservate ottenute.
Stando a quanto emerge dai materiali contenuti nell’ultima tranche di file visionati dalla BBC, sembra che Andrea abbia consapevolmente condiviso informazioni riservate con Jeffrey Epstein, in particolare durante il suo incarico ufficiale di “inviato commerciale” nel 2010 e 2011 (ossia dopo che Epstein aveva subito una prima condanna per reati sessuali e prostituzione minorile).
Secondo una inchiesta condotta dalla BBC le email dell’ultimo lotto di documenti di Epstein mostrano l’ex principe che trasmette rapporti sulle sue visite a Singapore, Hong Kong e Vietnam, nonché dettagli riservati su opportunità di investimento.
Le email indicano che il 7 ottobre 2010 Andrew inviò al finanziere statunitense i dettagli dei suoi successivi viaggi ufficiali come inviato commerciale in Asia, dove fu accompagnato da soci in affari di Epstein. Dopo il viaggio, il 30 novembre, sembra che abbia inoltrato a Epstein i rapporti ufficiali di quelle visite, inviatigli dal suo allora assistente speciale, Amit Patel, cinque minuti dopo averli ricevuti.
Ma oltre alle accuse relative alla diffusione di notizie riservate e ai guadagni privati ottenuti, sul principe Andrea incombono anche le accuse di essere un predatore sessuale.
Maria Farmer, la prima sopravvissuta al “sistema Epstein”, nota per aver denunciato Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell alla polizia, ha rilasciato una dichiarazione a commento all’arresto del principe Andrea.
“Oggi è solo l’inizio della responsabilità e della giustizia portate avanti da Virginia Roberts Giuffrè, una giovane madre che adorava così profondamente sua figlia da combattere contro i più potenti della terra per proteggerla”, ha detto Maria Farmer. “Ha fatto questo per tutte le figlie. Ora chiediamo che tutti i domino del potere e della corruzione inizino a cadere”.
L’ex principe Andrea Windsor-Mountbatten lo scorso ottobre è stato privato di tutti i titoli dall’attuale re, suo fratello Carlo, proprio in seguito alla pubblicazione del libro postumo di memorie di Virginia Roberts Giuffrè, morta suicida, che lo chiamava in causa nello scandalo.
Il principe ha sempre negato le accuse ed aveva raggiunto un primo accordo extragiudiziale con Virginia Giuffre nel 2022, un accordo monetario che non conteneva però alcuna ammissione esplicita di responsabilità o scuse per la vittima.
Negli ultimi mesi era cresciuta la pressione affinché l’ex membro della famiglia reale accettasse di testimoniare negli Stati Uniti nell’ambito delle indagini sul caso Epstein.
Ma la vicenda delle relazioni con il finanziere pedofilo non sta inguaiando solo la monarchia. Anche lo stolido premier britannico Starmer ha i suoi problemi nel giustificare la sua fiducia e gli incarichi assegnati a Peter Mandelson, un vero e proprio monumento della parte peggiore del partito Laburista (i “rampolli” di Tony Blair).
Nel 1994 Mandelson ha contribuito all’elezione di Blair come leader dei laburisti. Oltre a essere un suo stretto alleato e consigliere, ha anche diretto la campagna laburista per le elezioni generali del 1997. Nel 2004 si dimise dal Parlamento diventando Commissario europeo per il Regno Unito.
Dall’ottobre 2008 al maggio 2010 fu Segretario di Stato per le Imprese, l’Innovazione e le Competenze nel governo laburista di Gordon Brown. Successivamente ricoprì le cariche di Lord Presidente del Consiglio e Primo Segretario di Stato, sempre nei governi laburisti.
Nel dicembre 2024 è stato nominato ambasciatore britannico negli Stati Uniti, incarico mantenuto fino all’11 settembre 2025, quando in base alle rivelazioni sul caso Epstein venne dimesso dall’incarico dal suo amico Starmer.
In una recentissima intervista alla BBC lo stesso Starmer ha dovuto affrontare i legami di Peter Mandelson con Epstein, affermando che “nessuno è stato più severo con lui di se stesso”, riguardo alla decisione di nominarlo ambasciatore negli USA.
“Mi sono scusato per la mia decisione di nominare Peter Mandelson ambasciatore, e chiedo scusa alle vittime per aver creduto alle sue bugie”, ha detto Starmer alla televisione. Ma l’omertà e le coperture di cui Mandelson ha goduto in questi anni, stanno mettendo in seria difficoltà la già scarsa credibilità del primo ministro britannico Starmer.
Le cancellerie europee hanno ormai preso l’abitudine di addebitare il loro crollo di credibilità alla “guerra ibrida” della Russia. Ma neanche la più abile disinformazja russa riuscirebbe a realizzare un capolavoro in negativo come quelli a cui stiamo assistendo da Londra a Parigi o da Berlino a Roma.
P.s. Va sottolineato come, nonostante la maggior parte dei personaggi coinvolti dai files di Epstein sia statunitense, negli Usa ancora nessuno è ufficialmente indagato per i reati che in Europa stanno provocando arresti e dimissioni anche eccellenti, come questo che riguarda la famiglia reale inglese.
Fonte
14/02/2026
Palestine Action vince anche in tribunale: “non è una organizzazione terrorista”
Palestine Action è nota per alcune azioni dimostrative e di disobbedienza civile contro le sedi in Gran Bretagna dell’industria di armamenti israeliana Elbit e una base aerea della RAF. Gli attivisti non sono mai stati condannati per attentati di sorta contro le persone. Già alcune settimane fa, un altro processo specifico contro sei attivisti per i danni inferti alla Elbit ad agosto del 2021 si era concluso con l’assoluzione di quelli che erano stati definiti i “Filton Six”.
Si tratta di un sonoro e ulteriore schiaffo per gli apparati sionisti in Gran Bretagna e per l’esecutivo del premier laburista Keir Starmer che ha ripetutamente provato a criminalizzare i movimenti di solidarietà con la Palestina.
“Il governo britannico ha basato la sua richiesta di dichiarare Palestine Action un’organizzazione terroristica principalmente sul processo ai cosiddetti Filton Six, sostenendo che essi avevano dimostrato la natura violenta del gruppo” – sostiene in un dettagliato articolo Johnatan Cook – “ma la giuria ha dichiarato tutti e sei non colpevoli di nessuna delle accuse”.
Un altro tribunale britannico ha dato, dunque, ragione agli attivisti Palestine Action, che in questo secondo processo chiedevano venisse revocata la sua designazione da parte del governo come organizzazione terroristica. Il governo ha già fatto sapere che farà ricorso contro la sentenza.
Secondo la legge antiterrorismo britannica, chi viene ritenuto aderente ad organizzazioni definite come “terroristiche” o le sostiene pubblicamente è punibile con pene fino a 14 anni di carcere.
Nei mesi scorsi questo ha portato all’arresto di circa 2mila persone che hanno partecipato pacificamente a manifestazioni a sostegno di Palestine Action, tra questi molte personalità pubbliche – tra cui Greta Thunberg – sacerdoti e centinaia di attivisti e sostenitori di tutte le età.
La messa fuorilegge di Palestine Action era stata denunciata come illegale da Amnesty International e criticato dal Consiglio d’Europa.
L’inserimento di Palestine Action nell’elenco delle organizzazioni terroristiche era stato deciso dopo che tre attivisti avevano fatto irruzione in una base della RAF in Inghilterra nel luglio del 2025 e avevano danneggiato alcuni aerei militari accusando il governo britannico di complicità militare con il genocidio dei palestinesi da parte di Israele.
Alcuni degli attivisti di Palestine Action detenuti in carcere, nei mesi scorsi hanno dato vita ad un lungo sciopero della fame di protesta, interrotto solo dopo la sospensione di un accordo di collaborazione militare tra Gran Bretagna e la israeliana Elbit.
Fonte
09/02/2026
Starmer sotto il fuoco degli “Epstein files”
In Gran Bretagna, però, questa pur evanescente possibilità non esiste più, visto che sia i laburisti – si fa per dire... – che i conservatori sono al minimo dei consensi storici, mentre avanza una destra neonazista (quella accolta con tutti gli onori da Salvini al suo ministero) e, sul fronte opposto, il buon Jeremy Corbin si riaffaccia sulla scena dopo aver subito di tutto da Keir Starmer e la sua pattugli di bastardi senza onore.
Proprio l’inner circle di Starmer è stato toccato direttamente dalla pubblicazione di una parte dei documenti del finanziere pedofilo, nonché terminale del Mossad israeliano.
Il primo ministro Starmer ha dovuto acconsentire a rivelare il processo di verifica utilizzato dal Partito Laburista, al governo, per approvare la nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti nel dicembre 2024, quando i suoi rapporti “strettissimi” con Epstein erano già noti.
La pubblicazione di fotografie dello stesso Mandelson in per nulla diplomatiche mutande a fianco di una giovanissima ragazza in accappatoio, scattata nell’ormai famosa megavilla nei Caraibi ha concretizzato “le voci” e reso necessarie le sue dimissioni.
A quel punto, però, la domanda politica è diventata: “chi e perché lo aveva messo lì?”. Mandelson era sicuramente uno esperto, visto che aveva già ricoperto il ruolo di ministro degli esteri, ma era anche l’ultimo che si potesse scegliere per gestire quotidianamente i rapporti tra Londra e l’amministrazione Trump (a sua volta iperfotografato con ragazzine nella stessa villa). Praticamente il cuore della politica occidentale...
Oltretutto, l’ultima diffusione di file ha dimostrato che Mandelson aveva mantenuto quei rapporti anche dopo che Epstein aveva scontato una prima condanna, nel 2008, per “favoreggiamento della prostituzione minorile”.
Ma la cosa più “scandalosa”, da punto di vista della credibilità come funzionario dello Stato, è che Mandelson – quando, nel 2009, era ministro del Commercio – nell’evoluzione della crisi finanziaria del 2008 aveva anticipato al finanziere le mosse che sarebbero state fatte nella gestione del debito pubblico e dei salvataggi bancari, così da permettere a Epstein guadagni facili e giganteschi (in cambio, ovviamente, di una parte di quegli extraprofitti straordinari).
Il 9 maggio 2010, Mandelson aveva scritto a Epstein: “Fonti mi dicono bailout da 500 miliardi di euro, quasi completo [sic]”. La mattina dopo, i governi europei approvarono un salvataggio da 500 miliardi di euro per le banche dopo la crisi finanziaria globale. Chi ne era stato informato prima aveva potuto comprare azioni di quelle banche a prezzo stracciati e poi rivenderle – molto rivalutate – dopo il “salvataggio”.
Giovedì, Starmer si è scusato con le vittime di Epstein per aver nominato Mandelson ambasciatore negli USA nonostante conoscesse i suoi legami con il finanziario screditato. “Era noto da tempo pubblicamente che Mandelson conoscesse Epstein, ma nessuno di noi conosceva la profondità e l’oscurità di quella relazione”, ha provato a cincischiare.
Mandelson, 72 anni, era un veterano politico laburista presente nei gabinetti di Tony Blair e Gordon Brown dal 1997 al 2010. Le sue dimissioni anche dal partito, comunque, non hanno interrotto la frana. Anzi.
Dovendo spiegare come si era arrivati alla sua nomina come ambasciatore negli Usa, pur sapendo benissimo che era un “uomo di Epstein”, Starmer ha dovuto scaricare il suo capo di gabinetto (un equivalente del nostrano “sottosegretario alla presidenza del Consiglio”), ovvero l’uomo che cura i dossier più importanti su cui poi il primo ministro decide.
Il Times, sabato, ha riportato che Starmer aveva ricevuto soltanto una nota di due pagine dal team “per la correttezza e l’etica” dell’Ufficio di Gabinetto. Morgan McSweeney, ancora molto giovane ma un serpente velenoso come pochi, ha dovuto così rassegnare le dimissioni da Capo di Gabinetto, lasciando Starmer privo di altri “scudi” altrettanto credibili.
Molti parlamentari laburisti lo stanno ora accusando di essersi mosso tardi e di aver gestito male la questione, oltre a quelle più generali sull’azione di governo. Benché in forma anonima, diversi giurano di non essere più disposti a sostenerlo. La fine del governo sembra quindi prossima.
McSweeney non era solo un “fedele esecutore”, però. Tutti gli avevano riconosciuto il dubbio “merito” di essere l’ispiratore del “ritorno al centro” del partito, dopo aver orchestrato e condotto una campagna di diffamazione pubblica contro il segretario precedente, quel Jeremy Corbin filo-palestinese e pro politiche di welfare che gli affaristi della City, e soprattutto gli Stati Uniti – quando ancora c’era Joe Biden, sottolineiamo – proprio non potevano sopportare come possibile primo ministro dopo la catastrofica caduta dei conservatori (che avevano cambiato in pochi anni più premier che vestiti).
Naturalmente l’accusa decisiva verso Corbyn era stata “l’antisemitismo”, col supporto entusiasta di tutte le componenti del sionismo anglosassone. Un’accusa falsa ma fortemente sponsorizzata. Che oggi appare ridicola di fronte a quelle verissime che escono dai file di Epstein, non per caso sionista e razzista.
Fonte
06/02/2026
Gran Bretagna - Assolti sei attivisti di Palestine Action. Perde pezzi la proscrizione per terrorismo
In questo caso, i fatti sono quelli della solidarietà internazionale con i palestinesi che resistono al genocidio. E la deriva repressiva e lesiva dei diritti di manifestare e di espressione del dissenso in una cosiddetta “democrazia”, come sta avvenendo nel Regno Unito con la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, e come avviene in tanti altri paesi occidentali che devono affrontare il sommovimento delle coscienze dovuto alla complicità dei propri governi con i crimini israeliani.
La necessità per il capitale occidentale in crisi, economica ed egemonica, è quella di stroncare questo movimento, e soprattutto di far morire prima ancora che nascano ipotesi organizzate che mettano in discussione in maniera sistemica l’ordine mortifero su cui le nostre classi dirigenti hanno fondato il proprio dominio negli ultimi decenni.
L’Occidente come blocco sta mostrando in maniera sempre più evidente le proprie divisioni strategiche, ma quello che i suoi paesi condividono è la deriva bellicista come strumento per mantenere la propria primazia. Alla guerra esterna, ovviamente, corrisponde poi la guerra interna, fatta sempre più attraverso legislazioni speciali dal sapore fascista e legislazioni antiterrorismo.
Sotto la corona di Re Carlo, però, la “democratura” occidentale ha subito un colpo non indifferente. Buona lettura.
Il governo britannico ha basato la sua richiesta di dichiarare Palestine Action un’organizzazione terroristica principalmente sul processo ai cosiddetti Filton Six, sostenendo che essi avevano dimostrato la natura violenta del gruppo.
Oggi la giuria ha dichiarato tutti e sei non colpevoli di nessuna delle accuse.
Se sei sconcertato dal motivo per cui la giuria si è rifiutata di condannare gli imputati di Palestine Action, è perché, a differenza loro, non hai sentito le prove reali. Hai sentito quello che i media volevano farti sapere.
Il potente discorso dell’avvocato al processo Filton ricorda alla giuria il suo diritto di sfidare il giudice. Keir Starmer e i media hanno bisogno di condanne per giustificare la proscrizione di Palestine Action come gruppo terroristico. Rajiv Menon KC spiega alla giuria perché rappresenta un’ultima, vitale difesa contro la tirannia del governo.
Ringrazio Craig Murray, ex ambasciatore del Regno Unito diventato whistleblower (informatore, o segnalatore di illeciti o condotte dannose per l’interesse pubblico, ndr), per avermi segnalato quello che lui giustamente definisce “uno dei più grandi discorsi legali – compresi quelli storici – che abbia mai letto”. E lo è davvero.
È stato realizzato da Rajiv Menon KC ed è indirizzato alla giuria dell’attuale “Processo Filton” presso la Woolwich Crown Court. Lì, sei attivisti legati a Palestine Action sono processati per un’irruzione nell’agosto 2024 in una fabbrica di Bristol di proprietà del più grande produttore di armi israeliano, Elbit Systems. I sei hanno usato dei martelli per distruggere i droni killer che venivano costruiti nella fabbrica e inviati in Israele per essere utilizzati nel genocidio di Gaza.
Al momento dell’irruzione, Palestine Action era un’organizzazione legale. Quasi un anno dopo, il governo di Keir Starmer la dichiarò un gruppo terroristico: la prima volta nella storia britannica che un’organizzazione di azione diretta non violenta veniva messa al bando.
Gli imputati, come altri attivisti di Palestine Action detenuti in custodia cautelare, sono stati trattati come terroristi – con restrizioni speciali e disumane in carcere – sebbene nessuno di loro sia accusato di reati di terrorismo. Questo è il contesto del prolungato sciopero della fame di altri tre attivisti – non quelli attualmente sotto processo – che sta mettendo le loro vite in imminente pericolo (lo sciopero della fame è stato sospeso, ndr).
Il processo Filton è stato strumentalizzato a fini politici dal governo di Starmer, attivamente complice del genocidio israeliano, e dai media britannici istituzionali, che hanno cercato di oscurare la natura criminale delle azioni di Israele. Entrambi sperano di usare un eventuale verdetto di colpevolezza come giustificazione per la proscrizione di Palestine Action come organizzazione terroristica.
Come sottolinea Murray, un’altra commissione dell’Alta Corte (di Giustizia, ndr), incaricata di esaminare la legalità della messa al bando decisa dal governo, ha finora rinviato la sua decisione. È probabile che attenda la conclusione del processo Filton per potersi avvalere di un eventuale verdetto di colpevolezza per schierarsi dalla parte del governo.
Tutti riporranno le loro speranze sulla condanna di uno degli imputati, Samuel Corner, per l’accusa di aver ferito una poliziotta durante una colluttazione avvenuta per uno dei martelli utilizzati per distruggere i droni di Elbit.
L’obiettivo è stato quello di suggerire che questo incidente fosse intenzionale e indicativo di una presunta agenda terroristica segreta di Palestine Action. È palesemente ridicolo, ma sembra aver preso piede tra le fasce più impressionabili dell’opinione pubblica, esposte a una copertura mediatica costantemente distorta.
Il signor Menon è l’avvocato che rappresenta Charlotte Head, la quale, come altri quattro attivisti, è accusata di tre reati: furto con scasso aggravato, danneggiamento e disordini violenti.
Nel suo discorso, smantella con attenzione le contestazioni dell’accusa – e, naturalmente, del governo – secondo cui l’irruzione sia ascrivibile al furto con scasso aggravato. Come sottolinea Menon, affinché ciò sia vero, Head e gli altri avrebbero dovuto nutrire l’intenzione di usare i martelli per colpire le guardie quando irruppero nella fabbrica. Non ci sono prove che ciò sia avvenuto.
Respinge anche l’accusa mossa a Head di disordini violenti. Affinché anche ciò sia vero, avrebbe dovuto essere attivamente in collusione con gli altri nell’uso o nella minaccia di violenza – violenza che non fosse legittima difesa o per difendere qualcun altro. Questa accusa di solito si applica in circostanze come risse da pub o risse durante partite di calcio. Il test è se un ipotetico “spettatore di ragionevole fermezza” – qualcuno estraneo – riterrebbe la propria incolumità in pericolo a causa della rissa.
Ancora una volta, Menon sostiene in modo convincente che questa fattispecie non è applicabile al caso di Head e suggerisce che il motivo per cui il filmato dello scontro tra gli attivisti e le guardie di sicurezza appare così minaccioso è dovuto in gran parte al fatto che una delle guardie ha minacciato le donne e ha aggredito due volte con una mazza un attivista disarmato, Jordan Devlin.
Ma la parte più sorprendente del suo discorso riguarda la terza accusa: il danneggiamento. Gli imputati hanno una sola linea di difesa disponibile contro questo reato. In gergo legale, si chiama “giustificazione legittima”. Significa che qualsiasi danno penale da loro causato può essere considerato legittimo perché concepito per impedire la commissione di un crimine ben più grave – in questo caso il genocidio.
A un certo punto del processo, un membro della giuria ha inviato una nota al giudice “Justice” Johnson, ponendo proprio questa domanda: “se decidessimo che loro [gli imputati] credono sinceramente di aver compiuto un’azione che ha tutelato delle vite e di essere stati moralmente obbligati a distruggere le armi che ritenevano sarebbero state usate per uccidere civili in quello che ritengono essere un genocidio illegale, ciò costituirebbe una giustificazione legittima?”
Il giudice, che ha ripetutamente soffocato i tentativi della difesa di fornire prove del coinvolgimento di Elbit System nel genocidio, ha risposto che la giuria non deve prendere in considerazione tale “giustificazione legittima”. Le sue parole sono state: “non vi è alcuna prova in questo caso di qualcosa che possa, in base alla legge, costituire una giustificazione legittima, quindi non è qualcosa che dovreste prendere in considerazione”.
Menon si rifiuta di accettare la situazione senza reagire e sta sfidando con i suoi discorsi la decisione del giudice, in un modo che sfiora, ma evita accuratamente, l’oltraggio alla corte.
Egli sta difendendo con entusiasmo il diritto delle giurie di rifiutare l’interferenza dei giudici e il loro diritto di farsi un’opinione autonoma sia sulla colpevolezza sia sui fattori che potrebbero attenuarla, e lo fa proprio nel momento in cui Starmer e i suoi ministri cercano di sradicare il principio dei processi con giuria.
Vale la pena leggere tutto il discorso di Menon, sebbene sia molto lungo. Ne riporto solo una piccola parte: la sua sfida diretta al giudice, con il passaggio più coraggioso evidenziato in grassetto. È una difesa efficace di uno dei nostri diritti fondamentali, diritti che vengono gradualmente indeboliti dal crescente autoritarismo dell’establishment.
Rajiv Menon KC per conto dell’imputata Charlotte Head, 8 gennaio 2026.
La signora Heer [l’avvocato dell’accusa], nel suo discorso conclusivo, più o meno sullo stesso tema, vi ha detto che gli imputati che hanno testimoniato non hanno sollevato alcuna vera e propria contestazione all’accusa di danneggiamento. Mi dispiace, ma non è corretto affermare che gli imputati che hanno testimoniato non abbiano sollevato alcuna contestazione. Una ne hanno sollevata. Hanno sostenuto di avere una “giustificazione legittima”. Questa era la loro contestazione. Ma quello che è successo è che Sua Signoria [il giudice] ha precluso tale difesa, e questa è la situazione in cui ci troviamo. La loro contestazione era la “giustificazione legittima” e la corte l’ha poribita come difesa legittima. Quindi, dove vi porta questo, membri della giuria?
Potreste essere perdonati se pensaste che Sua Signoria vi stia di fatto ordinando, per legge, di condannare Charlotte [Head], su cui mi concentrerò per ora, per danneggiamento. Ma sbagliereste a pensarlo. Sua Signoria non vi sta ordinando di condannarla. Anzi, non solo non vi sta ordinando di condannarla, ma gli è anche assolutamente vietato farlo per legge. La legge è chiarissima su questo punto. Nessun giudice, in nessun caso penale, è autorizzato a ordinare a una giuria di condannare un imputato per qualsiasi accusa penale, qualunque siano le prove. Questa è la legge.
Vi prego di ricordare questo principio fondamentale quando vi ritirerete per deliberare. Vi prego di non fraintendere nulla nelle istruzioni di Sua Signoria o nella sua sintesi (che seguirà l’arringa della difesa) come se equivalesse a un’ordine di condannare l’imputata. Sarebbe un terribile errore. Ripeto, Sua Signoria non vi sta assolutamente ordinando di condannare, perché per legge gli è vietato farlo.
La giuria ha tutto il diritto di essere confusa su questo punto, perché è un punto confuso. Avete tutto il diritto di pensare che la distinzione tra proibire l’unica difesa disponibile a un’accusa penale basata sui fatti e ordinare la condanna sia, nella migliore delle ipotesi, una distinzione senza differenza. Avete tutto il diritto di pensare che le due cose equivalgano effettivamente alla stessa cosa. Ma il fatto è che non sono assolutamente la stessa cosa. Sono fondamentalmente diverse. Lasciate che provi a spiegare perché.
Se date un’occhiata alle istruzioni legali e alla prima sezione, intitolata “Funzioni del giudice e della giuria”, vedrete che è piuttosto lunga. Non la esaminerò punto per punto, ma vi chiedo di leggerla attentamente quando vi ritirerete. Tutte le istruzioni contenute in questo documento sono importanti, ma suggerirei che quelle sulle funzioni del giudice e della giuria siano particolarmente importanti in questo caso. Il punto chiave da riassumere è che i fatti, e i verdetti che emettete dopo averli considerati, sono esclusivamente per voi.
Quindi nessuno, nemmeno Sua Signoria, può indicarvi a quali conclusioni fattuali giungere. Nessuno, nemmeno Sua Signoria, può ordinarvi di condannare. È semplice. Questa è la legge. Quindi, a scanso di equivoci, non vi chiedo assolutamente di ignorare le direttive legali di Sua Signoria. Al contrario, vi chiedo di seguirle, in particolare questa sezione sulle funzioni del giudice e della giuria, e vi ricordo che nessuno, nemmeno Sua Signoria, può indicarvi a quali conclusioni fattuali giungere esaminando questo caso, né può ordinarvi di condannare gli imputati per nessuna delle accuse a loro carico.
In effetti, fu già nel 1670 che l’indipendenza della giuria fu definitivamente sancita senza ombra di dubbio. William Penn e William Meade erano quaccheri. Furono processati per aver predicato a un’assemblea illegale. Nel 1670 (circa 20 o 30 anni dopo la fine della guerra civile inglese) era considerato un reato tenere un’assemblea religiosa di più di cinque persone al di fuori degli auspici della Chiesa d’Inghilterra. E William Penn e William Meade avevano predicato a un gruppo di più di cinque persone per le strade di Londra. Furono processati all’Old Bailey (storico tribunale penale di Londra, ndr) davanti a un giudice e a una giuria e, al termine dell’udienza, il giudice ordinò alla giuria di condannarli, ma la giuria si rifiutò di farlo.
Il giudice, furioso, ordinò nuovamente alla giuria di condannarli, affermando che non sarebbero stati congedati finché non l’avessero fatto. La giuria si rifiutò nuovamente di condannarli. Il giudice pose l’intera giuria sotto custodia per due giorni e ordinò che venissero loro negati cibo e acqua. Mentre i giurati venivano condotti dal tribunale alla prigione, si dice che William Penn abbia gridato: “siete inglesi, difendete i vostri privilegi, non cedete i vostri diritti”, al che un membro della giuria, Edward Bushel, rispose: “non lo faremo mai”. Quando la giuria tornò in tribunale due giorni dopo, senza aver ricevuto né cibo né acqua, il giudice ordinò nuovamente di condannare gli imputati. La giuria continuò a rifiutarsi e emise un verdetto di non colpevolezza.
Il giudice multò la giuria per oltraggio alla corte e li tenne in custodia fino al pagamento delle multe. Otto giurati hanno pagarono le loro multe, ma quattro si rifiutarono, e uno di questi era Edward Bushel, che ha quindi presentato istanza a un tribunale superiore per quello che viene chiamato un ordine di habeas corpus, che, se emesso dal tribunale, avrebbe comportato il suo immediato rilascio. Il tribunale superiore emise tale ordine, ed Edward Bushel e gli altri tre giurati furono rilasciati, sancendo il diritto di una giuria a emettere un verdetto senza timore di punizioni da parte del giudice del processo.
La sfida legale di Edward Bushel è diventata nota come il “caso Bushel” ed è tra i più celebri nella storia del diritto britannico. All’interno dell’Old Bailey, nel centro di Londra, c’è una targa in marmo che recita quanto segue:
Nei pressi di questo sito, William Penn e William Meade furono processati nel 1670 per aver predicato a un’assemblea illegale in Grace Church Street. Questa targa commemora il coraggio e la perseveranza della giuria, composta da Thomas Veer, Edward Bushel e altri 10 giurati, che si rifiutarono di emettere un verdetto contro di loro, nonostante fossero stati rinchiusi senza cibo per due notti e multati per il verdetto finale di non colpevolezza. Il caso di questi giurati fu rivisto per mezzo di un ordine di habeas corpus e il Giudice Capo Vaughan emise il parere della corte, che stabilì il diritto delle giurie di emettere il verdetto in base alle proprie convinzioni.Considerando tutto questo insieme, membri della giuria, potete dichiarare Charlotte e i suoi co-imputati non colpevoli di danneggiamento. È un verdetto perfettamente giusto e appropriato da parte vostra, in questo caso. Vi prego di non pensare nemmeno per un attimo che vi sia in qualche modo impedito dalla legge di farlo. Anzi, dovreste dichiarare Charlotte e i suoi co-imputati non colpevoli di danneggiamento. Ci vorranno senza dubbio grande coraggio e indipendenza, lo ammetto, per farlo. Ma i fatti, in ultima analisi, sono solo per voi. Vi prego di non dimenticarlo. E non preoccupatevi: la buona notizia è che siamo andati avanti dal 1670. Non c’è alcuna possibilità che veniate incarcerati o multati per le conclusioni fattuali a cui giungerete o per il verdetto che avrete emesso.
E questo mi porta, per quanto riguarda il reato di danneggiamento, alla sintesi delle prove da parte di Sua Signoria, che seguirà l’arringa della difesa. Ora, non ho idea di come proporrà la questione, di come affronterà tale sintesi. Potrebbe fare quello che fa la maggior parte dei giudici oggigiorno, ovvero riassumere le prove senza fare alcun commento, senza esprimere alcuna opinione, senza alcuna argomentazione, senza alcuna distorsione, senza alcuna insinuazione, ovvero con assoluta neutralità. Potreste pensare che questo sia l’approccio più equo, dato che un giudice di primo grado è come un arbitro. Ma il nostro sistema consente ai giudici di commentare ed esprimere opinioni, anche con fermezza, in determinate circostanze. Finché la sintesi rimane equilibrata e imparziale, finché non viene violato il diritto fondamentale di ogni imputato a un giusto processo, finché la giuria è informata che avete il diritto di respingere qualsiasi parere giudiziario sui fatti, se lo desiderate, come come quello che vi ha indicato Sua Signoria, e finché qualsiasi parere o commento giudiziario non viene erroneamente espresso come un’indicazione legale da seguire. Pertanto, se Sua Signoria decide di esprimere un parere sulle prove, vi prego di non interpretare erroneamente, in nessuna circostanza, tale parere come un’indicazione legale, perché non lo è.
Ovviamente, se siete d’accordo con l’opinione del giudice, potete adottarla. Ma è altrettanto vero il contrario. Se non siete d’accordo con l’opinione del giudice, potete respingerla. È un vostro diritto. È un vostro privilegio, in quanto giurati, perché, ripeto, siete gli unici giudici dei fatti. Nessuno, nemmeno Sua Signoria, può ordinarvi di condannare in questo caso. Ecco cosa dico sul reato di danneggiamento.
Nota bene: Craig Murray sta promuovendo una revisione giudiziaria separata da quella inglese in Scozia, dove il sistema giuridico è diverso. Ci sono buone probabilità che riesca a far togliere la proscrizione di Palestine Action in Scozia, rendendo così ridicolo il mantenimento di questa condizione in Inghilterra e Galles.
Di fatto, sta sfidando il governo britannico. Possiamo essere certi che Starmer farà tutto il possibile per far annullare qualsiasi sentenza scozzese che gli vada contro. Murray ha bisogno di soldi per sostenere la sua causa e difenderci tutti dalla terrificante ingerenza del governo.
Fonte
15/01/2026
Sospeso lo sciopero della fame degli attivisti detenuti di Palestine Action
Tra le motivazioni che hanno portato alla scelta di sospendere l’estrema protesta, c’è la notizia che il governo britannico ha rifiutato l’offerta della israeliana Elbit Systems per un contratto da 2 miliardi di sterline. Questa era una delle richieste chiave del gruppo.
Gli attivisti di Palestine Action sono stati arrestati proprio per le azioni dimostrative compiute negli anni contro gli stabilimenti in Gran Bretagna della azienda di armamenti israeliana Elbit Systems.
Per queste azioni e per il danneggiamento di due aerei militari della RAF in una base militare, la rete Palestine Action è stata messa fuorilegge come “terrorista” dalle autorità britanniche e i suoi membri più noti sono finiti in carcere ormai da mesi. Centinaia di persone scese in piazza in solidarietà con Palestine Action sono state arrestate.
Dopo quasi settanta giorni in cui si è cominciato a temere anche per la loro vita, Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie C hanno concluso lo sciopero della fame.
Un motivo di più per ritenersi soddisfatti della manifestazioni svoltesi all’ambasciata di Roma e al consolato britannico di Milano.
Fonte
13/01/2026
Solidarietà agli attivisti di Palestine Action in sciopero della fame. Mercoledi presidio all’ambasciata britannica
Lo Stato britannico si sta assumendo consapevolmente la responsabilità politica e materiale di ciò che potrebbe accadere.
Si tratta di Heba Muraisi, 31 anni, Lewie Chiaramello 23 anni, Kamran Ahmed, 28 anni, tutti in carcere da novembre 2024. Il processo inizierà non prima di giugno 2026.
Questa settimana in molte capitali europee si manifesterà a sostegno di questi detenuti politici e per rivendicare la piena legittimità della solidarietà con il popolo palestinese.
Anche a Roma mercoledì 14 gennaio si terrà un presidio davanti all’Ambasciata britannica (Porta Pia, ore 18:30), per esprimere solidarietà agli attivisti in sciopero della fame e denunciare le responsabilità dirette dello Stato che quell’ambasciata rappresenta.
La Gran Bretagna è storicamente complice di Israele da molti punti di vista, da quello militare a quello politico. Una complicità confermatasi anche in questi due anni di genocidio contro i palestinesi a Gaza.
La repressione contro Palestine Action, che viene accusata addirittura di terrorismo per alcune azioni dimostrative e senza sangue, è la prosecuzione diretta di questa complicità.
Decine di accademici e intellettuali di fama hanno firmato una lettera a sostegno degli attivisti di Palestine Action imprigionati nelle carceri britanniche e da più di due mesi in sciopero della fame. L’intellettuale di sinistra Tariq Ali, la filosofa Judith Butler, la scrittrice Naomi Klein, l’attivista Greta Thunberg sono solo alcune delle figure che hanno già firmato la lettera pubblicata lunedì su alcuni giornali inglesi.
Il governo britannico del “laburista” Starmer, ha messo fuori legge il gruppo di azione diretta Palestine Action come organizzazione terroristica, rendendo un crimine anche esprimere sostegno alle sue attività. Il gruppo è stato bandito dopo che due attivisti sono entrati nella più grande base aerea del Regno Unito su scooter elettrici e hanno danneggiato due aerei della Royal Air Force (RAF) nel giugno dello scorso anno. In altre azioni aveva danneggiato gli stabilimenti della fabbrica d’armi israeliana Elbit Systems.
L’ex ministro dell’Interno Yvette Cooper, ora ministra degli Esteri britannico, aveva messo fuorilegge Palestine Action in base al Terrorist Act del 2000. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk, ha criticato l'utilizzo la legislazione sul terrorismo per combattere attività che costituiscono un “legittima esercizio della libertà fondamentale”. “La decisione sembra sproporzionata e superflua”, ha detto Turk lo scorso luglio. “[La proibizione] limita i diritti di molte persone coinvolte e sostenute da Palestine Action che non hanno commesso alcuna attività criminale sottostante, ma hanno piuttosto esercitato i loro diritti alla libertà di espressione, riunione pacifica e associazione”.
Centinaia di persone, anche anziani, sono state fermate nelle manifestazioni in Gran Bretagna e accusate di aver sostenuto Palestine Action per averne contestato la messa fuorilegge. La lettera pubblicata lunedì riecheggiava quella formulazione e recitava semplicemente: “Ci opponiamo al genocidio, sosteniamo i prigionieri di Palestine Action”.
È doveroso segnalare come anche qui in Italia, in reazione alle grandi manifestazioni per la Palestina dei mesi scorsi, è in corso una crescente repressione del dissenso: una guerra politica e psicologica contro chi scende in piazza e contro i palestinesi che vivono in Italia. È evidente che le mobilitazioni hanno messo in difficoltà il governo italiano e lo stesso Israele.
Nel nostro paese si tenta di accelerare l’approvazione dei disegni di legge Delrio-Gasparri, che mirano ad accostare in modo deliberato e strumentale antisemitismo e antisionismo, due concetti radicalmente distinti, con l’unico obiettivo di silenziare e sanzionare ogni critica a Israele e al progetto sionista.
Fonte
10/01/2026
Attivisti di Palestine Action in sciopero della fame in condizioni critiche
Heba Muraisi, 31 anni, in carcere da novembre 2024 e il cui processo inizierà non prima di giugno 2026, ha raggiunto il 69esimo giorno senza cibo, ed è la detenuta la cui vita è a maggior rischio. Ricoverata d’urgenza tre volte in nove settimane, stando a quel che racconta chi ha potuto vederla, la donna appare emaciata, soffre di spasmi muscolari, gravi difficoltà respiratorie e una preoccupante perdita di memoria.
Kamran Ahmed, 28 anni, è a 62 giorni di sciopero della fame, e la sua situazione non è meno grave. La sorella, Shahmina Alam, ha dichiarato che il giovane ha perso l’udito da un orecchio, soffre di dolori toracici e presenta una frequenza cardiaca che scende saltuariamente sotto i 40 battiti al minuto. “Ogni volta che lo vediamo, temiamo possa essere l’ultima”, ha confessato la donna.
Un terzo scioperante, il 23enne Lewie Chiaramello, affronta rischi aggiuntivi essendo affetto da diabete di tipo 1, una condizione che, secondo i medici, rende il digiuno prolungato un potenziale preludio al coma o a danni permanenti. Teuta Hoxha, di 29 anni, ha interrotto lo sciopero della fame pochi giorni fa, dopo un paio di mesi, a causa di rischi critici per la sua salute, e del rifiuto da parte delle autorità carcerarie di fornirle le cure necessarie.
Non ci sono stati commenti da parte dei funzionari delle carceri o da parte di quelli governativi. Ricordiamo che, appena dopo Natale, 6 importanti esperti legati alle Nazioni Unite hanno ribadito che “le autorità devono garantire un accesso tempestivo alle cure di emergenza e ospedaliere quando clinicamente indicato, e astenersi da azioni che possano costituire pressione o ritorsione e rispettare l’etica medica”.
Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello sono i tre attivisti degli otto iniziali che stanno continuando lo sciopero della fame in protesta per l’evidente torsione autoritaria e repressiva di Londra, e contro il sostegno britannico allo stato genocida di Israele. Il modo in cui stanno venendo trattati in carcere, con accuse da più parti sollevate rispetto ai diritti dei detenuti, non fa che confermare la volontà politica di punire il loro dissenso.
Palestine Action è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche, per l’accusa di un’incursione presso la filiale britannica dell'azienda israeliana di armamenti Elbit Systems a Bristol e presso una base della RAF nell’Oxfordshire. Gli attivisti negano ogni accusa, ma in ogni caso non sono accusati di aver mai costituito alcuna minaccia alle persone, ma solo ad oggetti. E alla complicità con lo stato sionista.
Recentemente, anche Human Rights Watch ha accusato Starmer e i suoi ministri di una grave limitazione del diritto al dissenso in Regno Unito. Migliaia di persone sono già state arrestate, rischiando fino a sei mesi di detenzione, anche semplicemente per aver tenuto in mano un cartello che affermava il proprio sostegno a Palestine Action.
Le richieste dei prigionieri in sciopero della fame includono la concessione della libertà su cauzione, il diritto a un equo processo, la fine della censura postale e telefonica all’interno del sistema carcerario: va ricordato che i giovani sono in attesa di giudizio da un tempo che supera di gran lunga il limite standard per la custodia cautelare. Gli attivisti chiedono inoltre la revoca della designazione di Palestine Action come organizzazione terroristica e la chiusura dei siti Elbit nel Regno Unito.
Nonostante gli appelli di medici, avvocati e funzionari delle Nazioni Unite, il governo britannico mantiene la sua linea repressiva. Il Ministero della Giustizia non ha rilasciato commenti specifici, limitandosi a dichiarare che le procedure standard per il rifiuto del cibo vengono seguite.
Tuttavia, il dottor James Smith, che assiste gli attivisti, ha denunciato trattamenti degradanti e disumanizzanti: i detenuti verrebbero tenuti costantemente ammanettati ai letti d’ospedale durante i ricoveri. Amu Gib, che ha interrotto lo sciopero della fame dopo 50 giorni, non ha nessuna consulenza medica intorno alle modalità e alle quantità con cui ricominciare ad alimentarsi. Ciò è molto pericoloso, in quanto potrebbe causare uno dei disturbi metabolici chiamati “sindrome da rialimentazione”, con effetti mortali.
Il movimento di solidarietà Prisoners for Palestine ha evidenziato come lo sciopero di Heba Muraisi abbia superato la soglia simbolica dei 66 giorni, lo stesso arco di tempo dopo il quale, nel 1981, morì l’attivista irlandese Bobby Sands. Si tratta della più grande azione coordinata di sciopero della fame nelle carceri britanniche da quegli anni.
Come allora, la lotta era per l’autodeterminazione di un popolo, e come allora gli imperialisti non solo cancellano i diritti e le vite degli oppressi, ma li lasciano morire in carcere. Sull’onda delle mobilitazioni che hanno interessato anche l’Italia, la solidarietà nel nostro paese con gli attivisti di Palestine Action deve essere totale, visibile e rumorosa. Si tratta di colpire una terribile ritorsione politica che ha i palesi tratti di una vendetta di stato.
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01/01/2026
Esperti ONU esortano alla tutela dei prigionieri di Palestine Action in sciopero della fame
È utile leggere queste poche righe perché, oltre a riassumere il pensiero di cinque relatori speciali dell’ONU e di un esperto indipendente, dunque di alcune delle voci più accreditate del sistema di governance internazionale, indica fuori da ogni dubbio il profilo di violazioni gravissime che stanno avvenendo in Gran Bretagna, e le inserisce dentro la cornice della repressione della solidarietà con la Palestina.
Difatti, vi sono alcuni elementi tipici delle “democrature” ormai diffuse in Occidente, che accomunano tutte le potenze imperialistiche in crisi, le quali stanno restringendo con violenza il perimetro della dialettica politica attraverso misure speciali, attacchi ai diritti politici e di parola, un uso arbitrario dell’armamentario giuridico antiterroristico.
La vittima prediletta è il movimento pro-Pal, un’enorme mobilitazione internazionale che ha messo in discussione non solo la propaganda “umanitaria” dell’Occidente ma, attraverso la complicità di quest’ultimo nel genocidio dei palestinesi, anche l’allineamento strategico con l’avamposto imperialista che è Israele: in sostanza, sulla base di un nodo squisitamente politico ha scosso alle fondamenta le basi di quello che è l’ordine imperialista, proprio nel momento in cui la sua presa egemonica è più debole che mai negli ultimi decenni.
Leggere le parole di esperti, pronunciate sulla base di quegli stessi principi su cui USA, UE e loro alleati hanno fondato la narrazione della propria superiorità politica e morale, palesa non solo il decadimento democratico dei nostri paesi, ma anche e soprattutto la necessità di un mondo nuovo, lontano da quello plasmato dalle cittadelle imperialiste. Buona lettura.
Gli esperti delle Nazioni Unite hanno espresso oggi profonda preoccupazione per la vita e i diritti fondamentali di otto attivisti filo-palestinesi imprigionati nel Regno Unito, che sono in sciopero della fame a tempo indeterminato dal 2 novembre.
“Lo sciopero della fame è spesso l’ultima risorsa di chi ritiene che il proprio diritto a protestare e a una soluzione efficace sia stato esaurito”, hanno affermato gli esperti.
Mentre entrano nel secondo mese di sciopero, la salute dei detenuti filo-palestinesi sarebbe peggiorata in modo significativo, esponendoli a un rischio critico di gravi complicazioni, tra cui collasso degli organi, danni neurologici irreversibili, aritmie cardiache e morte.
“Il dovere di assistenza dello Stato nei confronti degli scioperanti della fame è accresciuto, non diminuito”, hanno affermato gli esperti. “Le autorità devono garantire un accesso tempestivo alle cure di emergenza e ospedaliere quando clinicamente indicato, e astenersi da azioni che possano costituire pressione o ritorsione e rispettare l’etica medica”.
Gli esperti hanno ricordato che il rispetto del diritto alla salute va applicato a tutti, comprese le persone private della libertà. Hanno sottolineato che gli Stati devono rispettare l’autonomia individuale, garantire un monitoraggio medico continuo e indipendente, fornire informazioni accurate sui rischi per la salute e adottare tutte le misure necessarie per proteggere la vita e prevenire danni irreversibili, senza ricorrere a misure coercitive o punitive.
Hanno inoltre espresso preoccupazione per il trattamento riservato agli scioperanti della fame, tra cui i ritardi segnalati nell’accesso alle cure mediche, l’uso eccessivo di misure di contenzione durante il ricovero ospedaliero, la negazione del contatto con i familiari e con l’assistenza legale e la mancanza di una supervisione medica indipendente e coerente, in particolare per i detenuti con gravi problemi di salute preesistenti.
“Questi rapporti sollevano seri interrogativi sul rispetto delle leggi e degli standard internazionali sui diritti umani, compresi gli obblighi di proteggere la vita e prevenire trattamenti crudeli, inumani o degradanti”, hanno affermato gli esperti.
In precedenza gli esperti hanno espresso preoccupazione al governo del Regno Unito in merito all’applicazione delle misure antiterrorismo e di sicurezza riguardanti atti di protesta politica che non sono autenticamente terroristici secondo gli standard internazionali, e hanno messo in guardia contro la criminalizzazione di condotte che rientrano nell’esercizio protetto dei diritti alla libertà di riunione, associazione ed espressione, e contro la soppressione del legittimo dissenso politico, compresa la difesa dei diritti in Palestina.
Gli esperti hanno inoltre espresso seria preoccupazione per l’eccessiva ampiezza della definizione di terrorismo secondo la legge del Regno Unito, per la proscrizione di Palestine Action ai sensi del Terrorism Act del 2000 e per i successivi arresti di massa e le accuse penali, compresi reati legati al terrorismo, mosse contro individui per il presunto sostegno a Palestine Action.
“Questi scioperi della fame devono essere intesi nel contesto più ampio delle restrizioni all’attivismo pro-palestinese nel Regno Unito”, hanno affermato gli esperti, sottolineando che i detenuti sono trattenuti in relazione ad attività legate alle proteste.
Hanno esortato il Regno Unito a garantire immediatamente un’assistenza sanitaria adeguata a tutti gli scioperanti della fame e ad avviare un dialogo e un’azione significativi per affrontare non solo le rivendicazioni dei manifestanti, ma anche le violazioni dei diritti fondamentali e porre fine alla repressione dell’attivismo palestinese.
“Le morti evitabili in custodia non sono mai accettabili. Lo Stato ha la piena responsabilità della vita e del benessere di coloro che detiene”, hanno affermato gli esperti. “È necessario intervenire con urgenza ora”.
Gli esperti sono pronti a collaborare in modo costruttivo con il governo del Regno Unito e continueranno a monitorare attentamente la situazione.
Gli esperti in questione sono:
– Gina Romero, Relatrice speciale sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione;
– Tlaleng Mofokeng, Relatore speciale sul diritto di ogni individuo a godere del più alto standard raggiungibile di salute fisica e mentale;
– George Katrougalos, esperto indipendente per la promozione di un ordine internazionale democratico ed equo;
– Ben Saul, Relatore speciale sulla promozione e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo;
– Irene Khan, Relatrice speciale sulla promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e di espressione;
– Francesca Albanese, Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967.
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24/12/2025
Greta Thunberg arrestata a Londra per il sostegno a Palestine Action
Infatti, Palestine Action è stata messa al bando con la designazione di organizzazione terroristica, pur non avendo mai provocato danno alcuno alle persone: le accuse riguardano il danneggiamento di macchinari e l’imbrattamento dei motori di alcuni aerei militari. Ora, anche gli slogan riguardanti l’Intifada potranno portare all’arresto, ha annunciato la polizia britannica.
L’utilizzo arbitrario delle accuse di antisemitismo e terrorismo per colpire duramente il movimento di solidarietà con la Palestina, che da due anni riempie le piazze di mezzo mondo, nel Regno Unito ha raggiunto livelli per cui varie organizzazioni per la difesa del diritto di parola e a manifestare, e persino Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si sono detti preoccupati.
Anche Greta ha subito gli effetti di questa fascistizzazione conclamata. L’attivista era insieme ad altri manifestanti per denunciare i legami tra la compagnia assicurativa Aspen ed Elbit Systems, la società di difesa israeliana. Come successo a migliaia di persone, esponendo un cartello per i detenuti di Palestine Action, è stata poi arrestata, rischiando ora fino a sei mesi di reclusione.
Il ministro per le Prigioni, la Libertà Condizionata e quella Vigilata, James Timpson, ha cancellato ogni ipotesi di mediazione governativa, affermando: “le decisioni sulla custodia cautelare spettano a giudici indipendenti”, ribadendo così che un intervento dei ministri sarebbe “incostituzionale e inappropriato”.
Una linea di “correttezza” istituzionale che cozza pesantemente con le ritorsioni evidentemente politiche che stanno subendo gli otto militanti di Palestine Action in sciopero della fame, trattati come i peggiori detenuti politici. Le condizioni di alcuni di loro sono arrivate a un punto così critico che i loro legali non hanno escluso si possa giungere a un esito fatale.
In molti ricordano che si tratta della più grande protesta di questo genere dai tempi di quella analoga portata avanti dai prigionieri politici irlandesi a inizio anni Ottanta. In questo caso, la motivazione riguarda però quel che succede a migliaia di chilometri di distanza, e come l’imperialismo nostrano sostiene un genocidio. Ha un carattere molto più generale e universale, ed è una lotta che cammina sulle stesse gambe che hanno riempito le piazze italiane negli ultimi mesi.
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23/12/2025
Gran Bretagna - Altri due prigionieri in sciopero della fame ricoverati in ospedale
Amu Gib, 30 anni, detenuto presso l’HMP Bronzefield nel Surrey, è stato trasferito in ospedale dopo aver raggiunto il cinquantesimo giorno di sciopero della fame.
Kamran Ahmed, 28 anni, detenuto nel carcere di Pentonville a Londra, è stato ricoverato in ospedale all’inizio del 42° giorno dello sciopero.
I due sono tra gli otto prigionieri della rete Palestine Action – messa fuorilegge dal governo Starmer – ricoverati in ospedale da quando è iniziato lo sciopero della fame coordinato il 2 novembre, noto come il Balfour Day in quanto coincidente con il giorno della dichiarazione del governo britannico che ai primi del Novecento spianò la strada al progetto sionista in Palestina.
Il collettivo Prisoners for Palestine ha dichiarato che i detenuti stanno protestando contro quelle che descrivono come procedimenti penali politicamente motivati legati all’opposizione al sostegno del Regno Unito a Israele, nonostante l’opinione pubblica britannica sia fortemente schierata contro la politica israeliana dall’inizio del genocidio a Gaza nel 2023.
“Sono in custodia dello Stato, e qualsiasi danno che subiscono è una conseguenza deliberata della negligenza del governo e della politicizzazione della loro detenzione”, ha dichiarato il gruppo di sostegno allo sciopero della fame dei prigionieri.
Durante una conferenza stampa tenutasi a Londra il 18 dicembre scorso, il medico d’urgenza e docente dell’University College London, il dottor James Smith, ha avvertito che le condizioni dei detenuti erano gravemente peggiorate, affermando che “gli scioperanti della fame stanno morendo”, citando segnalazioni di monitoraggio medico di scarso standard all’interno delle carceri dove i detenuti necessitano di cure continue a livello ospedaliero.
Più di 200 membri della British Medical Association hanno lanciato allarme, mentre quasi 900 professionisti sanitari hanno firmato una lettera esortando il Segretario alla Giustizia David Lammy, il Segretario alla Salute Wes Streeting, i funzionari del NHS e le autorità carcerarie a intervenire immediatamente.
Gli avvocati che rappresentano i detenuti, per lo più giovani tra i 20 e i 31 anni, affermano che sei sono ancora attivamente in sciopero della fame, mentre due sono stati costretti a sospendere a causa di gravi complicazioni mediche.
Diversi attivisti sono detenuti in custodia cautelare in attesa di processo, accusati di presunti effrazioni o danni penali commessi per conto di Palestine Action prima che il gruppo venisse reso illegale secondo la legislazione antiterrorismo del Regno Unito.
Le famiglie affermano che il personale carcerario ha trattato i detenuti come terroristi condannati nonostante il loro stato di custodia cautelare.
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19/12/2025
Londra. Condizioni critiche per i detenuti di Palestine Action, ma il governo li ignora
Oggi come allora, la posta in gioco è la vita dei detenuti e il riconoscimento politico delle loro azioni. Rinchiusi in cinque diversi penitenziari britannici, gli attivisti sono in custodia cautelare in attesa di processo. Due di loro hanno superato il 45° giorno di digiuno, iniziato il 2 novembre in coincidenza con l’anniversario della Dichiarazione Balfour, con cui la Corona diede legittimità al movimento coloniale sionista.
Il bilancio medico è allarmante. Gli avvocati dello studio Imran Khan & Partners hanno inviato lettere urgenti al Ministro della Giustizia, avvertendo che la morte dei detenuti non è più una remota possibilità, ma una probabilità crescente se continuerà il silenzio delle istituzioni.
Cinque scioperanti sono già stati ricoverati d’urgenza in ospedale. Tra i casi più gravi c’è quello di Qesser Zuhrah, 20 anni, che rifiuta il cibo da oltre sei settimane, ha perso conoscenza più volte, è stata preda di tremori incontrollabili, e ha passato un’intera notte a pregare di essere portata in ospedale, prima di esservi trasferita in ambulanza.
In ospedale Kamran Ahmed, 28 anni, ci è già finito due volte. Sua sorella, Shahmina Alam, ha raccontato ad Al Jazeera che parlare con lui è paradossalmente un po’ più facile quando è in prigione, “ma quando va in ospedale, la connessione si interrompe perché la prigione ci impedisce del tutto di comunicare”.
Le autorità stanno infatti portando avanti una politica chiaramente punitiva e lesiva dei diritti dei detenuti verso gli attivisti di Palestine Action (in 29 sono attualmente in carcere). Pratiche condotte con la scusante del “terrorismo”.
Infatti, il gruppo è accusato a vario titolo di aver pianificato o eseguito azioni di sabotaggio contro la Elbit Systems, il più grande produttore israeliano di armi, e i suoi partner. Le azioni contestate includono il danneggiamento di macchinari nella fabbrica di Filston nell’agosto 2024 e l’incursione nella base aerea RAF Brize Norton, dove avrebbero imbrattato con vernice rossa i motori di aerei cisterna diretti verso il Medio Oriente.
La stretta repressiva si è intensificata la scorsa estate, quando il governo ha deciso di designare Palestine Action come “organizzazione terroristica”. Da allora, oltre 2.350 persone sono state arrestate, anche solo per aver esposto cartelli di sostegno al gruppo e di condanna del genocidio dei palestinesi. Amnesty International UK è intervenuta duramente sulla questione, chiedendo ai pubblici ministeri di ritirare le accuse di terrorismo e sottolineando come l’uso di tali leggi per aggirare il giusto processo costituisca una minaccia ai diritti di espressione e riunione.
Gli scioperanti ne stanno subendo le conseguenze peggiori. I detenuti hanno dichiarato che non fermeranno la protesta finché il governo non accoglierà le loro richieste. Alcune riguardano le condizioni carcerarie: la fine della censura sulla posta e sulle comunicazioni con i legali, l’accesso ai libri e il rilascio immediato su cauzione (dato che molti dovrebbero attendere oltre un anno prima del processo).
Le richieste politiche sono però il cuore della protesta: gli attivisti esigono la revoca della messa al bando di Palestine Action, la divulgazione dei documenti sulle interferenze dello stato israeliano nei loro procedimenti giudiziari e, soprattutto, la fine delle operazioni di Elbit Systems nel Regno Unito. L’azienda produce l’85% dei droni utilizzati dall’esercito israeliano a Gaza.
Oltre 50 parlamentari britannici – tra cui Jeremy Corbyn – hanno lanciato un appello affinché il ministro della Giustizia, David Lammy, incontri i rappresentanti dei detenuti. Il membro del governo ha creato scalpore quando, avvicinato dalla sorella di uno dei detenuti durante un evento natalizio che chiedeva di fare qualcosa riguardo alla vicenda, ha risposto: “È davvero un peccato, non ne sapevo niente”, chiedendo persino se i fatti stessero avvenendo nel Regno Unito.
Una dichiarazione inaccettabile e ovviamente falsa. Il governo ha in sostanza confermato che vuole mandare a morire i detenuti con un utilizzo spregiudicato delle accuse di terrorismo, come varie organizzazioni per i diritti umani e la libertà di espressione hanno denunciato. È necessario mantenere alta l’attenzione a livello internazionale, e rafforzare la solidarietà con i detenuti in sciopero della fame.
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27/10/2025
Perché Starmer ora accusa pure la polizia britannica di antisemitismo
Giugno 2025: il governo di Keir Starmer sollecita la polizia a indagare sulla band punk Bob Vylan per incitamento all’odio razziale e disturbo dell’ordine pubblico, dopo che durante il festival di Glastonbury avevano gridato “Morte, morte all’IDF!”.
In quel periodo, l’IDF (le forze armate israeliane) era nota per essere responsabile dell’uccisione e del ferimento di oltre 200.000 palestinesi a Gaza, con molte migliaia di altri ancora sepolti sotto le macerie. Le Nazioni Unite, tutte le principali organizzazioni per i diritti umani (incluse quelle israeliane) e l’Associazione Internazionale degli Studiosi di Genocidio concordano sul fatto che Israele e il suo esercito stiano commettendo un genocidio a Gaza.
Lisa Nandy, ministra britannica per lo sport e la cultura, definisce il coro contro l’IDF – e la sua trasmissione accidentale da parte della BBC – “ripugnante e inaccettabile”. Keir Starmer a sua volta definisce il coro “un discorso d’odio ripugnante”.
Entrambi concordano sul fatto che Bob Vylan e un’altra band, Kneecap, non avrebbero mai dovuto ricevere “una tribuna” né da Glastonbury né dalla BBC. Nei media e a Westminster c’è un ampio consenso nel ritenere che quel coro rappresenti “antisemitismo”.
Nel frattempo, l’amministrazione Trump revoca il visto per l’esibizione dei Bob Vylan negli Stati Uniti – una decisione che il governo Starmer non fa nulla per contestare.
Ottobre 2025: la polizia del West Midlands annuncia che impedirà ai tifosi del Maccabi Tel Aviv di assistere alla partita a Birmingham contro l’Aston Villa il mese successivo, a causa del rischio di violenze. I tifosi del Tel Aviv sono noti per il loro comportamento razzista e violento, sia in Israele che all’estero.
Quasi un anno prima, ci sono stati gravi disordini nelle strade di Amsterdam provocati dai tifosi del Tel Aviv – molti dei quali hanno servito o stanno servendo nell’IDF – dopo la sconfitta della loro squadra contro l’Ajax. All’interno dello stadio e successivamente per le strade, si potevano sentire i tifosi del Tel Aviv gridare “Morte agli arabi” e “Non ci sono più scuole a Gaza perché abbiamo ucciso tutti i bambini!”.
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