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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/06/2026

Starmer e soci, la peggiore politica possibile

Con le dimissioni di Starmer si certifica lo stato comatoso della “democrazia liberale anglosassone”, che già era uscita massacrata dall’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Il sesto premier dimissionario in soli dieci anni sta ad indicare che l’instabilità è il segno distintivo di questa lunga fase storica. Il fatto che sia il primo del cosiddetto Labour (gli altri cinque – David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Risji Sunak – erano tutti conservatori) conferma che si tratta di una “crisi di sistema”, non di una particolare visione politica. Che peraltro risulta indistinguibile tra gli uni e gli altri.

Starmer è stato forse il peggiore del mazzo, facendo passare come “progressiste” innumerevoli restrizioni delle libertà politiche e del diritto di espressione, a partire dalla criminalizzazione della solidarietà con i palestinesi e di qualsiasi critica ad Israele. Una politica criminale che sarebbe stata sorprendente per uno come lui, specializzato in “diritti umani”, ma quasi logica per l’avvocato delle organizzazioni sioniste in Gran Bretagna e che sta facendo crescere i suoi figli come ebrei praticanti.

Non parliamo poi della sua ansia guerrafondaia, che ne ha fatto il motore primo dei “volenterosi” qualsiasi sia il problema internazionale da affrontare. Sul Medio Oriente come, e forse soprattutto, sull’Ucraina.

Non riuscendo a trovare lo spazio temporale – insieme a Macron – per mandare truppe al fronte, al fianco di Kiev, ha ripiegato sul trasferimento di tecnologia e produzione bellica. L’ormai famoso missile ucraino “Flamingo FP-5”, utilizzato in questi giorni per colpire direttamente Mosca ed altre zone russe lontane dal fronte, è una variante assai poco variata dei missili britannici della stessa “classe”.

Il prossimo inquilino di Downing Street – Andy Burnham – non sarà molto differente, a parte una blanda religiosità cattolica, invece che anglican-sionista, e qualche attenzione in più per la working class (quasi paradossale che vada segnalata in un partito nato come “laburista”). Ma solo per tentare di frenare l’ascesa di Nigel Farage e altri fascisti che hanno trovato negli immigrati lo scaricabarile perfetto per ogni problema britannico.

Le similitudini tra tutti questi personaggi proiettati per una stagione o poco più al vertice politico della Gran Bretagna (proprio come i primi ministri francesi sotto Macron) indicano che si tratta appunto di “personaggi”, interpretati da attori mediocri e impotenti, non di statisti abilitati a prendere decisioni.

Come scrive Pino Cabras, con una felice intuizione, sono “fusibili” messi a protezione di un impianto di potere. Quando si verifica un sovraccarico di tensione “devono” saltare loro, per consentire che il sistema continui a funzionare una volta sostituito il pezzetto bruciato. Come nell’Italia democristiana, in fondo, quando ogni anni cadeva un governo e se ne faceva uno del tutto simile, con un minimo di valzer tra le diverse poltrone. Lo stesso “nuovo” Burnham, del resto, era già stato ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, senza lasciare tracce degne di nota.

È significativo che ciò accada in Gran Bretagna, dove il sistema elettorale non cambia mai ed è il simbolo di quel “bipolarismo fondato sul maggioritario” che è stato per tre decenni il faro della “governabilità” da imitare a qualsiasi costo.

Ma neanche lì funziona più. Così come in Francia o negli Usa.

L’illusione che un sistema di regole possa contenere l’esplosione sociale di problemi, visioni, follie che muovono milioni di persone, può sussistere finché i cambiamenti necessari per ritrovare un equilibrio sono minimi. Ossia “riformabili” con poca fantasia e ancor minore sforzo.

Ma quando i “traumi” sono di dimensioni sistemiche, quel “collare” messo alla rappresentanza politica non tiene più. E più le due forze “bipolari” si sforzano di “convergere al centro” – ossia di annullare le già poche differenze – più la domanda sociale di soluzioni “radicali” prende vie impensabili. Ma pensate da qualcuno.

È evidente che si siano sfaldati i “blocchi sociali” su cui la rappresentanza politica del dopoguerra si era fondata in tutto l’Occidente capitalistico. Blocchi tra interessi materiali diversi che dovevano trovare una compensazione attraverso la politica, le sue scelte, e quindi attraverso il funzionamento orientato dell’amministrazione statale.

In pratica, politiche economiche e fiscali che attenuavano le differenze di reddito e di status, creando filiere e una connessione – non “sentimentale”, ma programmatica – tra fasce sociali che nel loro insieme determinavano un consenso sociale piuttosto stabile.

Oltre 40 anni di neoliberismo e arretramento del “pubblico” hanno quasi azzerato quell’ambiente “ideale” della rappresentanza. Gli interessi si sono individualizzati, le categorie moltiplicate e quindi ristrette quanto a partecipanti (dalle centinaia di migliaia, o milioni, a poche migliaia). Un pulviscolo sociale che si accumula a seconda dei venti e delle piogge, ma inadatto a sostenere edifici stabili.

Fare una politica economica o industriale in grado di raccogliere consensi significativi è ormai impossibile. Anche nel resto d’Europa, perché c’è l’Unione Europea a dettare le regole che aumentano l’individualizzazione incontrollabile degli interessi privati.

Ma se la funzione dello Stato è quella di “lasciar fare” alle imprese e reprimere il malessere degli esclusi dal banchetto – non solo in Italia i “pacchetti sicurezza” sono gli unici provvedimenti concretamente presi – allora il personale politico, di vertice come locale, viene scelto sulla base di criteri di marketing. Come merci sugli scaffali del supermercato.

Si compra (votando) un prodotto, lo si prova e lo si butta via. Senza soluzioni di continuità, perché – appunto – “fusibili” costruiti per saltare al primo guasto.

La politica, in tutto l’Occidente, è ridotta a smargiassate pensate per incrementare l’impatto mediatico. Lo si fa per conquistare voti volatili, poi ci si comporta allo stesso modo nel decidere una guerra o le trattative per porvi fine (Trump). Si sposa una soluzione improvvisata per arrestare la deindustrializzazione europea e ci si butta nel riarmo, nella riconversione del civile in militare. Incrociando le dita... 

Senza visione, senza progetti, senza strategie razionali. Slogan per gli elettori, input imprenditoriali esterni per selezionare le scelte operative, zero autonomia strategica, zero sforzo intellettivo. Zero appeal.

A questo punto basta un bruto qualsiasi che indichi nell’immigrato riconoscibile – il nero, l’olivastro, il giallo – la causa di tutti i problemi. Come un secolo fa si indicavano gli ebrei, certo. Ma oggi che sono stati “riammessi tra i bianchi”, bisogna cambiare capro espiatorio... 

Perché di fronte al crollo delle prospettive, alla “scomparsa del futuro”, al blocco di un sistema di produzione basato sull’interesse individuale anziché su quello generale, bisognerebbe porsi le domande “epocali” che possono determinare risposte all’altezza. Ma che cancellerebbero la legittimità di molti di quegli interessi privatistici. Innanzitutto di quelli più potenti, macroscopici.

Molto più semplice trovare soluzioni facili. Bastano quattro cretini per picchiare un immigrato, scatenare un pogrom e gridare alla “remigrazione”. Non c’è da pensare, studiare, provare e riprovare.

Ma al “pensiero zero” corrisponde sempre uno scontro sociale ad alzo zero. Che porta al socialismo o alla barbarie. Senza vie di mezzo.

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25/03/2026

Smottamenti nel governo Meloni. Saltano le prime teste ma manca il bersaglio grosso

Prima il sottosegretario Andrea Del Mastro, poi la capo di gabinetto del ministero di Giustizia Giusi Bartolozzi. Infine c’è il “benservito” per la ministra Santanchè.

Il day after del referendum sulla controriforma costituzionale vede saltare le prime teste nel governo ma non ancora quella del ministro Nordio, che pure è stato il protagonista dello scontro referendario e del suo esito negativo per la maggioranza. Mentre un velo di pudore e inibizione politica circonda ancora la richiesta di dimissioni della stessa Meloni.

La fretta con cui sono arrivate le dimissioni di Del Mastro e della Bartolozzi, si spiega però con il fatto che queste arrivano alla vigilia del question time di Nordio previsto per oggi alla Camera, dove deve rispondere proprio sulla vicenda del sottosegretario e della capo di gabinetto. A pesare sul caso ci sarebbe anche l’eventualità di nuove rivelazioni audio e intercettazioni sulla vicenda che potrebbero essere portate in commissione Antimafia.

Insomma per Nordio, con Del Mastro e Bartolozzi ancora al loro posto, oggi in Parlamento sarebbe stato un bagno di sangue che la Meloni sta cercando di evitare togliendo di mezzo due personaggi imbarazzanti per il suo governo.

Possiamo tranquillamente affermare che Del Mastro ha fatto decisamente di tutto per complicare la vita politica e la credibilità del governo Meloni, ma anche che è un pessimo personaggio di cui nessuno sentirà la mancanza.

La notorietà se l’è costruita facendo professione di sadismo sui detenuti (“Sui nostri mezzi non li facciamo respirare”), come anche col passaggio sottobanco di documenti “riservati” al suo collega nonché coinquilino Donzelli per fargli fare una provocatoria interrogazione parlamentare sui presunti rapporti tra deputati PD e l’anarchico Cospito al 41bis.

Del resto questa maggioranza aveva messo come sottosegretario alla Giustizia un tipetto vendicativo che andava in estasi di fronte alle sofferenze dei detenuti o degli arrestati. La fantasia corre veloce nell’immaginare la sua esistenza qualora dovesse finire a sua volta in galera.

A complicare le cose per la Meloni è arrivata poi la sua richiesta di farsi da parte per un altro personaggio imbarazzante e ingombrante per l’esecutivo, ossia la ministra Santanchè con i suoi guai giudiziari.

La premier ha chiesto alla ministra di mostrare “sensibilità istituzionale” (un modo felpato per dirle che se ne deve andare) ma la Santanchè – coerente con il suo stile – sta tirando i calci, con il rischio di innescare una crisi istituzionale dentro il governo simile a quella che nel 1995 fece traballare il governo Dini nello scontro con il suo ministro (della Giustizia anche in quel caso, ndr) Mancuso. Dini gli chiese di dimettersi e il ministro si rifiutò avviando un braccio di ferro devastante risoltosi con una mozione di sfiducia parlamentare.

Quest’ultimo scenario, se la Santanchè non si dimettesse di propria volontà, sarebbe decisamente pesante per il governo Meloni.

Era inevitabile che dopo il risultato del referendum ci sarebbero state un po’ di rese dei conti all’interno della maggioranza. Al momento stanno volando stracci di medio livello, ma si sono avviati degli smottamenti nell’area di governo dagli esiti imprevedibili.

Per la Meloni sembra essere finita la festa. Si era abituata troppo bene a vincere facile con una opposizione parlamentare pasticciona e inadeguata alla posta in gioco (lo scenario vede infatti guerre, recessione economica, involuzioni autoritarie, insomma mica robetta da poco), e adesso il rischio di bollire in pentola per l’anno che manca alla elezioni di fine mandato, potrebbe non essere una prospettiva allettante.

Anche perché ha verificato che “la squadra” di cui dispone o dimostra manifesta incompetenza o ha troppi scheletri nell’armadio in una fase storica estremamente critica. E il paese se ne è accorto, soprattutto i più giovani. Per questo c’è urgenza nel pensare e dispiegare una alternativa politica e sociale “di sostanza”.

Ultim’ora. La ministra Daniela Santanchè si è dimessa. Dopo il braccio di ferro con la premier la titolare del Turismo ha ceduto alle pressioni e ha lasciato l’incarico. Non ne sentiremo la mancanza.

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06/10/2025

Francia - Si dimette Lecornu, premier per una notte

Il governo più breve della storia europea (forse anche mondiale) nel paese col sistema elettorale – ci assicuravano – che garantisce la “governabilità” grazie al sistema elettorale maggioritario, che obbliga al “bipolarismo”. “ Insediatosi formalmente solo ieri sera, dopo quasi un mese di trattative, con la presentazione di una lista di soli 18 ministri, Sebastien Lecornu ha rassegnato le dimissioni al presidente francese Emmanuel Macron, che le ha accettate. Secondo il protocollo domani avrebbe dovuto pronunciare il discorso programmatico davanti all’Assemblea Nazionale (il Parlamento)”.

“Non c’erano le condizioni per restare primo ministro”: ha detto Lecornu dopo aver rassegnato le dimissioni.

La squadra di governo presentata da Lecornu era praticamente la fotocopia sbiadita del governo Bayrou, che si era dimesso un mese fa. Erano stati confermati ben 12 dei 18 ministri precedenti, come Bruno Retailleau (Interno), Jean-Noel Barrot (Esteri) e Gerald Darmanin (Giustizia). A far rumore era stato però soprattutto il ritorno, alla Difesa, di Bruno Le Maire, che fu ministro dell’Economia dal 2017 al 2024.

Chiaramente il problema fondamentale è il programma: secondo le regole imposte dalla Commissione Europea – e volute in passato anche dalla Francia, in combinazione diretta con Berlino – si dovrebbe tagliare la spesa sociale per quasi 40 miliardi, smontando in un colpo solo tutto lo “stato sociale” d’Oltralpe. Qualcosa di impensabile in tempi brevi senza mettere in conto una fortissima rivolta sociale, visto che lo stesso programma è stato realizzato in Italia nell’arco di quasi 30 anni.

Le voci riferiscono che sia Edouard Philippe che Gabriel Attal avrebbero rifiutato di entrare nel governo. Ma ancora più espliciti erano stati i vertici di forze politiche che hanno fin qui sostenuto i governi voluti da Macron.

Bruno Retailleau, presidente dei conservatori Republicains, ieri notte aveva protestato contro una squadra che “non rispecchia la rottura promessa” pur essendo stato lui stesso confermato.

Il presidente dell’Alta Francia, Xavier Bertrand, alle prime ore del mattino avevano chiesto il ritiro dei gaullisti dall’esecutivo affinchè “questo caos possa finire. Se vogliamo ritrovare la fiducia, se vogliamo impedire al nostro Paese di affondare giorno dopo giorno, dobbiamo dire molto chiaramente che da ora in poi non parteciperemo più a questo caos, non parteciperemo più a questa farsa”.

La crisi politica ed economica francese è diventata ormai esplosiva. Neanche i neofascisti di Le Pen stavolta sembrano essere disposti a fare da “stampella”, come avvenuto fin qui.

Mentre La France Insoumise, con Mélénchon, chiede di mettere immediatamente ai voti la mozione di destituzione di Macron. “Dopo le dimissioni di Sébastien Lecornu, chiediamo l’esame immediato della mozione depositata da 104 deputati per la destituzione di Emmanuel Macron”.

Difficile pensare che il “presidente dei ricchi” possa trovare qualche altro kamikaze disposto ad immolarsi per lui. Dal punto di vista costituzionale, oltretutto, ha ancora la possibilità di sciogliere le Camere e convocare nuove elezioni. Ma avendolo già fatto nel 2022, è praticamente certo che si troverebbe un Parlamento ancora più ostile nei suoi confronti, maggiormente divaricato tra destra fascista e sinistra radicale, con “il centro” ridotto alle dimensione dei nostri Renzi e Calenda.

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10/09/2025

Nepal - La rivolta della Gen-Z riguarda lavoro, dignità. E un modello di sviluppo fallito

Kathmandu è sull’orlo della crisi non a causa di “app”, ma perché una generazione cresciuta con la promessa di democrazia e mobilità sociale si è scontrata con un sistema economico e politico che continua a chiudere ogni porta.

Il grilletto immediato è stato normativo: il governo ha ordinato a 26 grandi piattaforme social di registrarsi localmente e ha iniziato a bloccare quelle ritenute non conformi, inclusi Facebook, YouTube, Instagram, WhatsApp, X e altri. La folla si è riversata verso il Parlamento; la polizia ha impiegato gas lacrimogeni, proiettili di gomma e, in diversi luoghi, fuoco reale.

Entro la tarda sera del 9 settembre, almeno 19 persone erano state uccise e ben più di 300 ferite. Sotto pressione, il governo ha revocato il blocco dei social media e il Primo Ministro K. P. Sharma Oli si è dimesso.

La scintilla è stato il blocco. Il combustibile era l’economia politica

È allettante – specialmente da lontano – raccontare questo scontro come una “battaglia per le libertà digitali”. Sarebbe un’analisi superficiale.

Per i nepalesi della Gen-Z, le piattaforme non sono solo intrattenimento; sono bacheche di lavoro, agenzie di stampa, strumenti di organizzazione e linee sociali vitali. Spegnerle – dopo anni di deriva economica – è sembrato una punizione collettiva.

Ma la storia più profonda è strutturale: la crescita del Nepal è stata stabilizzata dalle rimesse piuttosto che trasformata da investimenti interni capaci di produrre lavoro dignitoso. Nell’anno fiscale 2024/25, il Dipartimento per l’Impiego Estero ha rilasciato 839.266 permessi di lavoro – un’emigrazione sbalorditiva per un paese di circa 30 milioni di abitanti.

Le rimesse si sono attestate attorno al 33% del PIL nel 2024, uno dei più alti al mondo. Questi numeri parlano di sopravvivenza, non di progresso sociale; sono un referendum su un modello che esporta la sua gioventù verso contratti a basso salario mentre importa beni di prima necessità, e che dipende dal clientelismo piuttosto che dalla produttività.

Ecco perché il blocco è esploso così rapidamente. Con un tasso di sotto-occupazione e disoccupazione giovanile già alto – al 20,82% nel 2024 – un ricambio ministeriale alla norma e scandali di corruzione all’ordine del giorno, i tentativi di controllare lo spazio digitale sono sembrati meno “ordine” e più umiliazione.

La forma del movimento – rapida, orizzontale, interclassista – riecheggiava le mobilitazioni studentesche del Bangladesh e l’Aragalaya dello Sri Lanka: studenti delle scuole e università in uniforme, laureati disoccupati, lavoratori occasionali e del settore informale, e un più ampio pubblico disilluso si sono uniti attorno a un verdetto condiviso sul malgoverno.

Fatti sul campo: vittime, coprifuoco e marcia indietro

La sequenza degli eventi è inequivocabile. Un ampio ordine di registrazione e la decisione di bloccare le piattaforme hanno acceso le proteste; le forze di sicurezza hanno risposto con una repressione crescente; entro lunedì sera 19 persone erano morte e centinaia ferite; coprifuoco e divieti di assembramento si sono diffusi; il Ministro degli Interni si è dimesso; un vertice di gabinetto d’emergenza ha ritirato il blocco; entro la giornata di martedì Oli si è dimesso.

È importante notare che il malcontento non è mai stato solo digitale. Striscioni e cori si sono concentrati sulla corruzione, l’impunità delle élite e l’assenza di un orizzonte di sviluppo credibile. Amnesty International ha chiesto un’indagine indipendente su un possibile uso illegale della forza letale – un altro motivo per cui la rivolta si è trasformata da una disputa sulle piattaforme a una crisi di legittimità.

La migrazione come plebiscito silenzioso

Se una metrica spiega lo stato d’animo generazionale, è quella delle Uscite. 839.266 permessi di lavoro rilasciati nell’anno fiscale 2024/25 (in netto aumento rispetto all’anno precedente) si traducono in migliaia di persone che partono ogni giorno.

Questi non sono turisti; sono la stessa coorte che ora è in strada. Le loro rimesse – ~33% del PIL – mantengono a galla le famiglie e pagano le importazioni, ma mascherano anche una mancanza di trasformazione strutturale nell’economia domestica.

In un sistema che non può assorbire i suoi giovani istruiti in un lavoro stabile e che aggiunga valore, la piazza pubblica – online e offline – diventa l’unico luogo in cui la dignità può essere affermata. Tentare di chiudere quella piazza in mezzo alla crisi economica era destinato a provocare un’esplosione.

Una ferita auto-inflitta per la sinistra nepalese

A seguito del programma quadriennale di Credito Esteso (ECF) del FMI in Nepal, il governo ha affrontato pressioni per aumentare le entrate domestiche. Ciò ha portato a una nuova Tassa sui Servizi Digitali e a regole IVA più severe per i fornitori stranieri di servizi digitali, ma quando le principali piattaforme si sono rifiutate di registrarsi, lo Stato ha fatto un salto di qualità, bloccandole.

Questa mossa, iniziata come uno sforzo di applicazione fiscale, è diventata rapidamente uno strumento di controllo digitale, ed è avvenuta mentre il pubblico stava già affrontando l’aumento dei costi del carburante e difficoltà economiche determinate dalla spinta del programma per il consolidamento fiscale.

Il blocco governativo delle piattaforme è diventato il grilletto finale per diffuse proteste contro la corruzione, la disoccupazione e la mancanza di opportunità, evidenziando che l’instabilità era meno una “rivoluzione colorata” e più un malcontento materiale alimentato da misure di austerità.

Il fatto che la repressione e la sua resa dei conti politica si siano svolte sotto un primo ministro del CPN (UML) rende questa una calamità strategica per la sinistra nepalese. Anni di scissioni fazionistiche, coalizioni opportunistiche e deriva politica avevano già eroso la credibilità tra i giovani.

Quando un governo ufficialmente di sinistra restringe lo spazio civico invece di ampliare le opportunità materiali, cede il terreno morale ad attori che prosperano sul cinismo anti-partitico – politiche di culto della personalità e una destra monarchica riemergente.

Quest’ultima si è mobilitata visibilmente quest’anno; con le dimissioni di Oli, cercherà di proporsi come garante dell'“ordine”, anche se la sua visione economica rimane superficiale e regressiva. Questo è il pericolo: le stesse forze più ostili a una trasformazione egualitaria possono capitalizzare il malgoverno della sinistra per espandere la loro presenza.

Da un punto di vista anti-imperialista – che si oppone al privilegio del Nord, ma insiste su un’analisi non sentimentale – la crisi è da manuale: dipendenza senza sviluppo.

Le rimesse levigano i consumi ma consolidano la dipendenza esterna; gli aggiustamenti di governance guidati dai donatori raramente diventano politiche industriali prioritarie per l’occupazione; e la spesa pubblica pesante negli appalti alimenta circuiti di rendita più che la capacità produttiva.

In un simile ordine, lo Stato è tentato di controllare la visibilità piuttosto che trasformare le condizioni. Ecco perché un tentativo di regolamentare le piattaforme spegnendole – piuttosto che assicurando il giusto processo e un intervento mirato – è stato letto come uno sforzo per gestire il dissenso, non per risolvere i problemi.

Cosa ci dicono i segnali dell’opposizione (e cosa non dicono)

Le dichiarazioni dell’opposizione hanno riconosciuto il quadro più ampio prima del governo. Pushpa Kamal Dahal (Prachanda) ha espresso le condoglianze, ha esortato ad agire sulle richieste anti-corruzione e ha chiesto di rimuovere “le sanzioni sulle reti sociali”.

Le dichiarazioni del CPN (Socialista Unificato) e del CPN (Centro Maoista) hanno condannato la repressione, richiesto un’indagine imparziale e collegato le restrizioni digitali ai fallimenti su lavoro e governance.

Queste reazioni contano analiticamente perché mostrano che anche all’interno della politica mainstream c’è il riconoscimento che la crisi riguarda i mezzi di sussistenza e la legittimità, non solo l’ordine pubblico.

Ma questi segnali rivelano anche la “narrazione” della sinistra: se le sue figure di spicco possono solo reagire a una rivolta giovanile piuttosto che prefigurare l’orizzonte di sviluppo che l’avrebbe prevenuta, allora l’arena sarà dominata da correnti anti-establishment e realiste, che rivendicano di portare l’ordine più rapidamente – anche a costo dello spazio democratico.

In sintesi

Queste proteste in Nepal sono iniziate perché un governo ha tentato di regolamentare le piattaforme digitali spegnendo la piazza pubblica. Sono esplose perché quella piazza è il luogo in cui una generazione precaria cerca lavoro, comunità e voce in assenza di opportunità in patria.

Un resoconto completo deve quindi registrare sia il costo umano – 19 morti e centinaia di feriti – che il costo strutturale: centinaia di migliaia di persone costrette a partire ogni anno e rimesse che sostengono i consumi mentre posticipano la trasformazione.

Con le dimissioni di Oli e il blocco revocato, lo scontro immediato potrebbe scemare, ma il verdetto emesso dalla Gen-Z non lo farà.

Fino a quando il Nepal non sostituirà la compiacenza delle rimesse e l’aritmetica delle coalizioni con un modello di sviluppo prioritario per l’occupazione, le strade rimarranno l’arena più credibile di responsabilità.

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09/09/2025

Giappone - Il premier Ishiba si dimette

Il Giappone sprofonda nel caos politico: il primo ministro Shigeru Ishiba, esponente del Partito Liberaldemocratico, ha deciso di dimettersi e di lasciare la guida del governo secondo quanto riportato dai media nipponici. Il Pld ha perso la maggioranza alla Camera Alta del parlamento giapponese trovandosi per la prima volta dal 1955 privo contemporaneamente della maggioranza in entrambi i rami dell’assemblea legislativa.

Meno di un anno fa, Ishiba si era scontrato, un mese dopo l’ascesa al governo, con uno scacco politico alle elezioni generali, dove il Pld era uscito ridimensionato perdendo dieci punti e 68 seggi, ottenendo il 38,46% e 191 deputati su 465, non abbastanza per ricevere un mandato pieno. I progressisti del Partito Costituzionale Democratico (Cdp) non riuscirono a sorpassare il Pld ma si manifestò già allora l’ascesa dell’estrema destra del Sanseito, formazione xenofoba e ultranazionalista che sfidava la compagine che fu di Shinzo Abe sul tema dei valori nazionali e del futuro di Tokyo.

Dalla sua formazione nel 1955 il partito conservatore e nazionalista che ha costruito con la sua leadership il modello economico, sociale e industriale del Giappone post-bellico, ha perso la guida del governo solo per brevi periodi, dal 1993 al 1996 e dal 2009 al 2012, e si trova ora in una fase estremamente critica.

Ishiba è il quarto premier a lasciare il governo in cinque anni. Dall’uscita di scena di Abe nel 2020, due anni prima del suo assassinio, si sono alternati Yoshihide Suga (2020-2021), Fumio Kishida (2021-2024) e, dall’ottobre scorso, il 68enne ex ministro della Difesa che si è trovato a guidare Tokyo per meno di un anno. Molte le sfide che restano aperte nel partito e nel Paese.

Sul fronte interno, il Pld non deve solo affrontare l’ascesa della destra ma anche un crescente effetto di ripulsa nell’elettorato a causa degli imponenti scandali legati ai rimborsi e ai finanziamenti delle sue correnti, in cui sono stati registrati ammanchi e zone d’ombra, che ha mostrato in tutta la sua problematicità l’ingessamento di un partito identificatosi per decenni con il potere e lo Stato e di un’osmosi divenuta critica. Neanche la nomina di Ishiba, uomo con fame di “incorruttibile”, ha invertito la rotta.

Sul versante internazionale, invece, il Giappone deve capire il futuro della sua relazione con gli Stati Uniti dopo aver firmato un accordo che acconsente a dazi del 15% sui beni nipponici diretti oltre Pacifico e a un accordo d’investimento delle imprese del Paese asiatico negli States; si confronta con uno scacchiere internazionale caotico nella regione dell’Asia e con incerte prospettive nel rapporto con la Cina e la Corea del Nord, rivali strategici, e verso i partner occidentali, Usa esclusi, con cui cercare nuove sinergie. Nel frattempo, in materia di economia, prosegue la partita della gestione di una complessa fase di declino demografico, stagnazione economica e alto debito in cui anche i rendimenti dei titoli del Sol Levante si sono mossi al rialzo negli ultimi tempi. L’idea che il Giappone necessiti di un rodaggio è dominante in più sfere del sistema-Paese nipponico. Ora l’iter verso nuove elezioni sembra essere aperto, e il successore del premier dovrà sostenere una fase di crisi acuta inedita per il partito e il Paese.

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24/08/2025

Sanzioni a Israele? Si dimette il ministro degli esteri dei Paesi Bassi

Fare qualcosa per “pressare” Israele è complicato, specie per governi complici come quelli europei.

Uno dei rarissimi tentativi di superare il fossato delle parole inconcludenti è costato la poltrona al ministro del esteri olandese, Caspar Veldkamp, ma ha portato con sé una nuova crisi del governo Schoof a due mesi dal voto (l’esecutivo era già dimissionario, in carica solo per gestire l’ordinaria amministrazione fino alle nuove elezioni).

Veldkamp si è dimesso per non essere riuscito a ottenere l’ok dell’esecutivo a ulteriori sanzioni contro Israele. Tra le sue proposte c’era l’imposizione di divieti di ingresso ai ministri israeliani di estrema destra, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, citando il loro ruolo nell’incitamento alla violenza dei coloni contro i palestinesi.

Discorsi che contengono esplicitamente la rivendicazione del genocidio in atto nonché la pulizia etnica integrale della Cisgiordania, la deportazione dei palestinesi e la consegna ai coloni delle terre.

Veldkamp, prima di dimettersi, aveva anche revocato tre permessi di esportazione per componenti di navi militari, mettendo in guardia dal «deterioramento delle condizioni» a Gaza e dal «rischio di un utilizzo finale indesiderato». Ovvero l’uso delle armi olandesi per massimizzare l’“efficacia” del genocidio.

Andandosene, Veldkamp ha dichiarato: “Vedo di non essere sufficientemente in grado di adottare misure aggiuntive significative per aumentare la pressione su Israele”.

Il ministro ha aggiunto che le misure da lui proposte sono state “discusse seriamente” ma hanno incontrato resistenze nelle successive riunioni di gabinetto. “Mi sento limitato nel tracciare la rotta che considero necessaria come ministro degli Esteri”. E quindi, al contrario di tanti ministri italici, se n’è andato.

Nel giro di poche ore l’intero suo partito, il Nuovo Contratto Sociale (NSC), compresi altri quattro ministri, ha rassegnato le dimissioni.

I Paesi Bassi sono tra i 21 paesi che hanno firmato giovedì una dichiarazione congiunta in cui condannano l’approvazione da parte di Israele del progetto di insediamento in Cisgiordania E1 che spaccherebbe in modo definitivo la continuità territoriale palestinese, nell’intento dichiarato di rendere impossibile fisicamente qualsiasi futuro Stato di Palestina.

Il governo olandese è formato da una colazione di centrodestra, molto simile a quella italiana, con all’interno anche il populista Geert Wilders, che però finge di essere “antifascista” solo perché si dichiara “filosemita” (ignorando che sono “semiti” anche gli arabi e non solo).

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21/05/2025

USA - 260 mila dipendenti pubblici lasciano il lavoro a causa di Trump e Musk

Negli Stati Uniti è in corso una silenziosa ma profonda epurazione della pubblica amministrazione. Decine di migliaia di dipendenti federali hanno scelto di dimettersi nel corso degli ultimi mesi, molti dei quali non per volontà propria ma perché spinti ai limiti della resistenza psicologica dalle politiche intimidatorie dell’amministrazione Trump. Una strategia che ha permesso all’ex presidente, tornato alla Casa Bianca, e al miliardario Elon Musk — a capo del Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE) — di ridurre del 12% il personale civile federale senza formalmente licenziare nessuno.

Dal giorno del suo reinsediamento, Trump ha firmato un ordine esecutivo per “snellire” la burocrazia federale, annunciando tagli drastici ai costi e al numero dei dipendenti pubblici. Tuttavia, dopo quattro mesi, i licenziamenti di massa promessi non si sono concretizzati, frenati da numerosi ricorsi legali. Nel frattempo, però, un’altra strategia ha iniziato a produrre effetti: migliaia di lavoratori hanno accettato dimissioni incentivanti, i cosiddetti buyout, o hanno scelto il pensionamento anticipato per sfuggire a un clima di crescente tensione e incertezza.

“Molti di questi dipendenti ritengono di essere stati costretti ad andarsene”, spiega Don Moynihan, professore alla Ford School of Public Policy dell’Università del Michigan. “Non si può parlare di dimissioni volontarie quando ogni giorno ricevi email che ti ricordano che potresti perdere il lavoro e che c’è un incentivo solo se te ne vai subito”. Una pressione psicologica costante, spesso accompagnata da pratiche vessatorie come il ritorno obbligatorio in uffici sovraffollati e la richiesta di svolgere mansioni per cui non si era stati formati.

Tra le agenzie più colpite figurano il Dipartimento per gli Affari dei Veterani, con oltre 80.000 posti a rischio, e il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, che ne perderà almeno 10.000. Il personale, sempre più ridotto, ha assistito impotente alla fuga di colleghi esperti, aggravando ulteriormente le disfunzioni interne e alimentando un clima di frustrazione e impotenza. “Ti ha capovolto il mondo”, ha detto un lavoratore della Social Security Administration, che ha accettato il secondo buyout. “Mi svegliavo nel cuore della notte, bevevo di più, non riuscivo più ad allenarmi. Era come vivere in un limbo”.

Secondo un’analisi della Reuters, il numero complessivo dei dipendenti civili che hanno lasciato o lasceranno il lavoro entro settembre supera quota 260.000. Di questi, 75.000 hanno accettato il primo round di buyout, mentre non è ancora chiaro quanti abbiano aderito al secondo. In ogni caso, la maggior parte continuerà a ricevere stipendio e benefit fino alla fine dell’anno fiscale, senza obbligo di presentarsi in ufficio.

Per Everett Kelley, presidente dell’American Federation of Government Employees (AFGE), il più grande sindacato del settore con 800.000 iscritti, l’intera operazione rappresenta una forma di “molestia sistematica”. “Il presidente ha autorizzato Musk e il suo team DOGE a insultare e umiliare i lavoratori pubblici. L’obiettivo dichiarato era farli sentire traumatizzati, spingerli a mollare tutto”, ha denunciato. Parole che trovano conferma in dichiarazioni passate di Russ Vought, responsabile del bilancio di Trump, che nel 2023 aveva affermato: “Vogliamo che si sveglino la mattina e non abbiano voglia di andare a lavorare”.

La reazione non si è fatta attendere anche sul piano giudiziario. Il 9 maggio, un giudice federale della California ha sospeso i licenziamenti in 20 agenzie e ordinato il reintegro di numerosi dipendenti. La sentenza ha stabilito che qualsiasi ristrutturazione dell’amministrazione federale deve passare per il Congresso, bloccando temporaneamente i piani dell’esecutivo. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha già presentato ricorso, e osservatori temono che, se le corti d’appello dovessero rimuovere gli ostacoli legali, i licenziamenti di massa possano riprendere a ritmo serrato nei prossimi mesi.

A oggi, la Casa Bianca non ha fornito dati ufficiali sulle partenze, né ha risposto alle richieste di commento. Trump e Musk continuano a difendere la loro politica come necessaria per “liberare il governo da inefficienze, sprechi e frodi”.

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08/01/2025

Servizi segreti nel “tritacarne”. Cosa raccontano le dimissioni della Belloni

Le dimissioni della “capa” dei servizi segreti nel bel mezzo di una crisi diplomatico/giudiziaria come quella con l’Iran intorno al caso di Cecilia Sala, non è un fatto di ordinaria amministrazione. Al contrario, è un indicatore di rapporti estremamente tesi – fino a diventare ingestibili – nel torbido mondo dei servizi di intelligence ed in particolare tra “l’uomo nero” a Palazzo Chigi – il Sottosegretario Mantovano – e i vertici dei servizi.

L’ambasciatrice Elisabetta Belloni ha infatti annunciato ufficialmente le proprie dimissioni dalla guida del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, a decorrere dal 15 gennaio.

“Il tritacarne in cui sono finita in questi giorni mi impone di chiarire quanto è successo e soprattutto di sgomberare il campo da illazioni che fanno male non tanto a me quanto al Paese, soprattutto in un momento così delicato” ha dichiarato la Belloni.

Le dimissioni, secondo quanto riferito ad “Agenzia Nova” da fonti informate, hanno colto di sorpresa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – visto che l’incarico di Belloni sarebbe comunque finito a maggio – ma anche i dirigenti dei servizi d’intelligence. Secondo quanto riferito dalle fonti interpellate, la decisione di dare le dimissioni sarebbe stata presa dopo l’ennesimo scontro con il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, nato attorno alla vicenda di Cecilia Sala, la giornalista italiana detenuta in Iran.

Secondo indiscrezioni raccolte da “Il Fatto quotidiano” il 4 gennaio scorso, alcuni ritardi iniziali da parte dell’intelligence nelle comunicazioni relative all’arresto della giornalista italiana avrebbero infatti complicato la situazione della reporter. Il ministero degli Esteri e i Servizi segreti sarebbero stati informati della sua sparizione sin dal pomeriggio del 19 dicembre, ricevendo poi conferma la mattina del 20 dicembre in seguito a una telefonata di Sala dal carcere di Evin, ma non avrebbero informato il titolare del ministero della Giustizia, Carlo Nordio, che il 20 dicembre ha sottoscritto la richiesta di mantenere in carcere l’ingegnere iraniano Mohammad Abedini senza sapere dunque nulla di quanto accaduto alla giornalista italiana.

Non è da escludere che tra i motivi di divaricazione tra la Belloni e Mantovano ci sia anche l’ipotesi di affidare le comunicazioni sensibili degli apparati dello Stato al sistema Starlink di Elon Musk emersa in questi ultimi giorni.

È bene ricordare però che una operazione simile fu tentata anche da Renzi nel 2016 quando era Primo Ministro. Il suo progetto era di affidare la cybersicurezza del paese e dei suoi apparati al suo “consigliere” Marco Carrai in stretti rapporti con il Mossad israeliano. Contro Carrai insorsero praticamente tutti gli apparati dello Stato, metà Palazzo Chigi e lo stesso Marco Minniti, il sottosegretario che allora aveva la delega ai servizi segreti.

L’ambasciatrice Belloni, altissima funzionaria della Farnesina, era stata nominata direttore generale Dipartimento delle informazioni per la sicurezza il 12 maggio del 2021 dal governo guidato da Mario Draghi, quindi una nomina non gestita dall’uomo nero di Palazzo Chigi. Una “dissonanza” in un ambito strategico per il governo della destra sul quale sono noti da tempo le ossessioni e i progetti per avere un mondo dell’intelligence di stretta fedeltà al governo e ai suoi referenti politici.

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21/12/2024

Da Londra un sommesso “vade retro” a Zelenskij?

Bill Emmott, ex direttore del britannico The Economist e ospite frequente di ogni omelia guerrafondaia di svariati media italici, inneggia oggi su La Stampa a un presunto «eroismo» di Vladimir Zelenskij che, dice, avrebbe addirittura fatto «un passo indietro per arrivare alla pace», proprio nel momento in cui «entrambe le parti stanno perdendo».

Perché “entrambe” starebbero perdendo? Ce lo spiega Emmott, fondandosi su dati del Ministero della difesa britannico relativi a kmq di territorio – russo e ucraino – conquistati dal nemico, a perdite quotidiane di soldati e agli immancabili «12.000 mercenari nordcoreani»: proprio come ai tempi di Missione Goldfinger.

Insomma, afferma l’erede del terroristico “Bomber” Harris: «Né la Russia né l’Ucraina hanno il sopravvento», anche se «Putin potrebbe guardare con favore al ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti», mentre Zelenskij potrebbe contare sulla pronosticata vittoria di Friedrich Merz in Germania.

Di fatto, ci racconta Emmott, un possibile “compromesso” Mosca-Kiev nel 2025 partirebbe comunque dalle pretese ultimative di Putin per «l’accettazione totale delle rivendicazioni territoriali della Russia» da parte ucraina; mentre “l’eroico” Zelenskij non chiede, in fondo, che una «eventuale adesione dell’Ucraina all’Alleanza atlantica»: cosa c’è di più pacifico? In fondo, non è proprio ciò che da sempre chiede Mosca? O, no.

E se poi, arguisce lo “Jan Fleming” de La Stampa, da qui all’insediamento di Trump «le agenzie di intelligence e le forze militari ucraine» – che poi non sarebbero altro che le filiali est-europee del MI6 – «riusciranno a portare a termine altre sorprese come gli assassinii a Mosca» (chiamiamo finalmente le cose col loro nome! Omicidi! D’altronde del tutto legittimi, per carità: contro la “Spectre” annidata nei sotterranei del Cremlino, questo e altro), ecco che «la Russia apparirà ancora più debole. Trump saprà che può usare l’autorizzazione per gli attacchi a lunga gittata dell’Ucraina come strumento di negoziazione contro Putin». E Putin la smetterà con gli “Orešnik”: sembra vero.

Un piano perfetto, quello londinese. Del resto, la storia conosce innumerevoli esempi di operazioni militari britanniche che rifulgono per lungimiranza, perfetta pianificazione e garanzia di successo; basti pensare a Gallipoli, nella Prima guerra mondiale, oppure a Dieppe, Tobruk, Singapore, nella Seconda.

Mentre invece, ecco, azioni in cui il genio militar-spionistico britannico si è mostrato in tutta la sua potenza, che dire, il massacro dei pacifici dimostranti indiani a Amristar nel 1919?

Oppure la “Direttiva sui bombardamenti d’area” nel 1942, per cui la RAF avrebbe dovuto colpire a scopo dichiaratamente terroristico «le aree residenziali e non i cantieri navali o le fabbriche di aerei» (Sir Charles Portal, comandante dell’aeronautica britannica) tedesche e che portò alle carneficine su Colonia, Amburgo, Bingen, Dessau, Chemnitz, Stoccarda, Magdeburgo, e poi Sofia, Dresda, Praga... e ancora Belgrado, il 1 aprile 1944.

Ma, ci mancherebbe: operazioni di guerra, dunque “legittime”, al pari delle bombe avvolte nei regali o piazzate sotto le auto, o recapitate sotto il portone di casa, come era stato per i comandanti militari delle Repubbliche del Donbass… “Motorola”, “Givi”, Zakharchenko…

“Legittime” come le migliaia di vittime dell’operazione “Jock Scott”, contro il movimento di liberazione dei Mau Mau, a Nairobi nel 1952: epopea “militar-gloriosa” delle armi britanniche.

Tuttavia, continua a battersi il petto avvilito Emmott, «permettere all’Ucraina di aderire, o anche solo aspirare ad aderire, alla NATO, sarà un passo troppo lungo per Trump». Mentre, par di capire, potrebbe essere alla portata di altri membri dell’Alleanza; tanto più che la Russia, l’altra delle due parti che «stanno entrambe perdendo», non avrebbe la forza di opporsi, perché ridotta allo stremo da sanzioni, guerra, profonde crisi «tra i suoi stessi alleati», che alla fine «hanno indebolito il presidente Putin».

Par di vederlo, Vladimir Vladimirovic, che non sa più a che santo votarsi!

Conclusione: diamoci ancora sotto con le bombe fin sotto le mura del Cremlino; ancora per qualche altra settimana; perché, se «entrambe stanno perdendo» – e, perdio, deve essere senz’altro così: lo dice il Ministero della guerra britannico, secondo cui «a novembre la Russia stava perdendo 1.500 soldati ogni giorno» – ecco che il tritolo deve per forza essere vincente e va senz’altro incrementato.

E, però, alla fine, pur se «entrambe stanno perdendo» e tornando a bomba – tanto per rimanere in tema – Londra vedrebbe volentieri «un atto finale di eroismo» da parte del nazigolpista-capo.

E in cosa consisterebbe tale atto di eroismo di Zelenskij? Manco a dirlo, anche lo sconsolato Emmott gli chiede di farsi da parte. Anche lui glielo chiede: chissà se Zelenskij gli darà ascolto.

Non c’è dubbio, scrive l’ex direttore di The Economist, che l’ormai illegittimo (dal marzo scorso) presidente putschista, abbia «svolto un ruolo eroico nella lotta dell’Ucraina per la sopravvivenza»: stanno lì a dimostrarlo, tale “ruolo eroico”, le sinecure concesse ai monopoli agro-industrial-bellicistici occidentali, l’affamamento del popolo ucraino, l’emigrazione in massa, le mobilitazioni militari di carne da macello anche di anziani, giovanissimi, invalidi, la messa fuori legge di media e partiti indipendenti.

Un ruolo che «rimane molto popolare»: basta chiederlo alle centinaia di migliaia di giovani e meno giovani che hanno riposto in massa, dai vari paesi europei in cui sono fuggiti, al bando per l’arruolamento della famigerata “Legione ucraina”; una risposta univoca che sarebbe maleducazione riproporre qui per iscritto.

Dunque, sospira Emmott, dato che il maligno Putin continua a sostenere che «nessun accordo di pace potrebbe essere firmato con Zelenskij, poiché la sua posizione non è legittima», avendo egli annullato le elezioni presidenziali nove mesi fa, ecco che ora si «apre una possibilità per un atto finale di eroismo: per concludere un accordo di pace, Zelenskij potrebbe scegliere di annunciare il suo ritiro, permettendo all’Ucraina di dimostrare quanto sia davvero una democrazia resiliente. Nessuno può dubitare che Zelenskij e la sua famiglia meritino una vacanza e di ritirarsi con onore».

Noi ne dubitiamo con tutte le forze, che se la meritino, quella “vacanza”; ma, comunque: sia lode al signore nell’alto dei cieli, per tale diretta e inequivocabile ammissione di voler dare il benservito al nazi-golpista capo e alla sua banda.

E soprattutto, al diavolo la vostra “resilienza” nazi-europeista, fatta di “democrazia” bellicista e di glorificazione del nazismo travestito da “resistenza al dispotismo russo”.

E, se un onore deve essere tributato, che vada ai milioni di ucraini che da troppi decenni resistono all’aggressione ideologica del revisionismo semi-banderista di khrushcheviana memoria, alla penetrazione imperialistica dei monopoli militar-industriali occidentali e alle razzie terroristiche delle squadracce nazi-nazionalistiche ucraine.

«Entrambe stanno perdendo», assicura il “Bomber Harris” del XXI secolo; e, però, ci rendiamo conto che è meglio che Zelenskij si faccia da parte.

Alla fine, tocca correggere – solo minimamente, dio ce ne guardi e soprattutto, si parva licet – il compagno Mao, osservando sommessamente che, ogni tanto, non proprio tutti, ma “quasi tutti” i reazionari sono degli stupidi...

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16/09/2024

Si dimette Thierry Breton, la “von der Leyen 2” torna in alto mare

L’Unione Europea non sta più tanto bene. E la nuova Commissione (il “governo”), la cui presentazione ufficiale era già slittata di una settimana, difficilmente vedrà la luce domani, come era stato promesso.

Il nuovo stop non dipenderà però dal motivo che già aveva provocato il primo intoppo, rappresentato dal ruolo da attribuire a Raffaele Fitto, proposto dal governo Meloni e per il quale si pretendeva anche una “vicepresidenza operativa” oltre ad un portafoglio estremamente ricco ed importante (la gestione degli affari economici).

In quel caso il problema era stato sollevato da diversi governi che fanno parte della “maggioranza Ursula” (socialdemocratici, verdi, liberali, popolari) e trovavano (trovano ancora) troppo “premiante” un ruolo così importante per un paese che ha votato contro la nomina di von der Leyen a capo della Commissione.

Per fare un paragone, sia pure un po’ stiracchiato, con la situazione italiana è come se al posto di Giorgetti al Mef venisse indicato qualcuno del Pd o dei Cinque Stelle.

Ma la novità di oggi viene dalla Francia, paese ancora più “pesante” nell’architettura europea. Thierry Breton, indicato dal governo Macron per un secondo mandato, si è dimesso da Commissario europeo ancor prima di entrare in carica ufficialmente.

Ma la notizia bomba, si fa per dire, è che accusa apertamente la stessa von der Leyen di essere sostanzialmente una vipera incapace di mettere al centro della sua azione “l’interesse comune europeo”.

Scrive infatti su X: «Negli ultimi cinque anni mi sono impegnato senza sosta per sostenere e promuovere il bene comune europeo, al di sopra degli interessi nazionali e di partito. È stato un onore. Tuttavia, alla luce di questi ultimi sviluppi, ulteriore testimonianza di una governance discutibile, devo concludere che non posso più esercitare i miei doveri nel Collegio».

Poi, rivolgendosi direttamente a von der Leyen, «il 24 luglio, avete scritto agli Stati membri chiedendo loro di nominare candidati per il Collegio dei Commissari 2024-2029, specificando che gli Stati membri che intendono suggerire il membro in carica della Commissione non sono tenuti a suggerire due candidati. Il 25 luglio, il presidente Emmanuel Macron mi ha designato come candidato ufficiale della Francia per un secondo mandato nel Collegio dei Commissari, come aveva già annunciato pubblicamente a margine del Consiglio europeo del 28 giugno».

Fin qui tutto normale, ma... «Pochi giorni fa, nella fase finale dei negoziati sulla composizione del futuro Collegio, avete chiesto alla Francia di ritirare il mio nome per motivi personali, di cui non avete mai discusso direttamente con me, e avete offerto, come compromesso politico, un portafoglio presumibilmente più influente per la Francia nel futuro Collegio. Ora vi verrà proposto un candidato diverso. Pertanto, mi dimetto dalla mia posizione di Commissario europeo, con effetto immediato».

Sarebbe però fuorviante credere che a questo livello si rischi di mandare all’aria molto soltanto per “questioni personali” o di etichetta. Sembra chiaro che la quadratura del cerchio a livello continentale – dovendo tener conto del diverso colore politico di quasi tutti i governi nazionali, pur in gran parte costretti dentro la camicia di forza dei trattati europei, di chi è dentro la maggioranza e chi è fuori, della rappresentanza di genere, ecc. – si sta rivelando più complicata che mai per ragioni decisamente più serie.

Ci sono due guerre alle porte d’Europa, una crisi sottotraccia che in Germania si sta mostrando anche come “recessione tecnica” (sei mesi di crescita negativa del Pil), una necessità di “riforme” – vedi il “rapporto Draghi” – che comunque verranno declinate romperanno molti equilibri, rapporti di forza, posizioni privilegiate (a livello di “sistemi paese”).

I Commissari da nominare dovranno essere comunque i driver di un processo complicato e “doloroso”. E la ex cavallerizza “scesa in politica” dopo i 40 anni in virtù della sua posizione aristocratica e altolocata non sembra proprio la “stratega” più adeguata alla bisogna.

Il che apre uno scenario ancora più complesso e potenzialmente negativo per quello che veniva descritto come un “pilota automatico” in grado di attraversare qualsiasi tempesta.

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04/09/2024

Guerra in Ucraina - Pessime notizie dal fronte, 4 ministri si dimettono. Se ne va pure Kuleba

Sia nei vertici politici e militari che nell’opinione pubblica ucraina, sono in molti ormai a domandarsi quale sia stata l’utilità dei raid ucraini sul territorio russo a Kursk mentre le truppe di Mosca stanno avanzando assai più rapidamente nel Donbass. Se l’obiettivo era quello di vendere capacità di iniziativa militare e un pò di propaganda ai fornitori di armi della Nato, la realtà descritta dalle stesse fonti ucraine appare assai diversa.

“Mentre il mondo osservava la straordinaria offensiva transfrontaliera dell’Ucraina nell’oblast di Kursk, che celebrava un colpo inaspettato a Mosca, le forze russe avanzavano con una velocità allarmante nell’est dell’Ucraina” – scrive il giornale ucraino Kyev Indipendent“Un mese dopo, in cui le nuove linee del fronte nella regione di confine russa formate sulla scia dell'incursione di Kursk hanno iniziato a stabilizzarsi, nell’oblast di Donetsk la Russia ha continuato ad avanzare sulla città chiave di Pokrovsk”.

Secondo quanto riporta lo stesso Kyev Indipendent, il 27 agosto scorso, Oleksander Syrskyi, comandante in capo delle forze armate ucraine, ha fatto un’ammissione sorprendentemente candida: “Costringere la Russia a ritirare le sue forze dalle offensive lungo la linea del fronte nell’Ucraina orientale è stato infatti uno degli obiettivi principali dell’offensiva a sorpresa dell’Ucraina a Kursk” – ha detto Syrskyi – “ma proprio dove contava di più, il piano è fallito”.

Sirskyi ha affermato che Mosca ha rischierato circa 30.000 delle sue truppe da altri settori nella direzione di Kursk, “e questo numero è in crescita”. Allo stesso tempo, la Russia ha schierato le sue unità più pronte al combattimento nel settore di Pokrovsk.

Ancora più esplicito è un analista militare ucraino con buone entrature nelle intelligence occidentali, citato dal sito specializzato Analisi Difesa. Con lo pseudonimo di Tatarigami, questo analista scrive su Euromaidanpress che “nonostante i tentativi ucraini di dirottare le forze russe da Pokrovsk con l’incursione di Kursk, la leadership russa rimane riluttante a distogliere un numero significativo di forze da questo fronte, anche a scapito dei costi reputazionali e politici”.

L’analista ucraino spiega poi l’importanza di Pokrovsk, una città con una popolazione prebellica di 60.000 abitanti, a ovest di Avdiivka, in un crocevia fondamentale di più linee ferroviarie, diventato un hub chiave per le consegne e la distribuzione ferroviaria, facilitando l’approvvigionamento delle forze ucraine su un’ampia linea del fronte, da Vuhledar al nord di Donetsk e oltre.

Secondo quanto scrive su Euromaidanpress “Attualmente, solo due luoghi nel Donbass svolgono questa funzione vitale: Pokrovsk e Kramatorsk. Nel valutare la situazione, dovremmo ricordare che la Russia non ha bisogno di catturare Pokrovsk per ottenere il controllo della ferrovia. La semplice vicinanza alla città consente alle forze russe di prendere di mira treni e veicoli con artiglieria, mortai e droni, rendendo di fatto inutilizzabile lo snodo ferroviario. È molto probabile che le operazioni ferroviarie in città siano già state sospese a causa di questi rischi”.

Dal canto loro le fonti russe (agenzia Tass) riportano i dati delle perdite di soldati e mezzi militari ucraini nell’incursione su Kursk e affermano di aver colpito le loro riserve nelle retrovie in 15 località della regione di Sumy.

L’agenzia Ria-Novosti riporta inoltre che le truppe russe hanno pesantemente bombardato l’Istituto Militare delle Comunicazioni di Poltava, una delle città ucraine più lontane dal fronte. Secondo le fonti russe l’istituzione è specializzata nella formazione del personale nei settori del radar e della guerra elettronica.

Nella giornata di ieri ben quattro ministri ucraini si sono dimessi anche se non è ancora chiaro il motivo. A riportarlo è Rbc Ukraine. Il presidente del parlamento ucraino ha dichiarato che il ministro responsabile della supervisione della produzione di armi durante la guerra Oleksandr Kamyshin, in carica dal marzo 2023 e anche consigliere di Zelensky, il ministro della Giustizia Denys Maliuska e il ministro dell’Ambiente Ruslan Strilets hanno presentato la lettera di dimissioni. Una lettera di dimissioni è stata consegnata anche dal presidente del Fondo demaniale dell’Ucraina Vitalii Koval.

Ma il più importante, e internazionalmente noto, è il ministro degli Affari esteri, Dmitro Kuleba, che ha presentato le sue dimissioni in una lettera indirizzata alla Verkhovna Rada (il Parlamento), come annunciato dal capo della Camera, Ruslan Stefanchuk, sul suo account Facebook: “La Verkhovna Rada ha ricevuto una dichiarazione dal Ministro degli Affari Esteri dell’Ucraina sulle sue dimissioni”, ha scritto Stefanchuk, il quale ha anche annunciato che le dimissioni saranno discusse in una delle prossime sessioni plenarie del Parlamento.

Kuleba, insieme al “consigliere” Podolyak, costituiva il gotha del gruppo dirigente intorno a Zelenskij. Sembra evidente che le pessime notizie dal fronte, le difficoltà della Nato (direttamente colpita nei suoi istruttori nella base di addestramento di Poltava), le divisioni interne ai guerrafondai europei su un più esplicito coinvolgimento militare nella guerra (come chiesto tutti i giorni dall’inner circle zelenskijano), stiano provocando smottamenti sostanziali della junta golpista ucraina.

Mettere altri fantocci al loro posto non sarà complicato, me è chiaro che la “prima linea” del ponte di comando non regge più.

E come al solito, in casi come questo, c’è chi viene dimissionato per trovare un capro espiatorio, chi per migliorare l’efficienza e chi se ne va per godersi quanto accumulato nel frattempo in qualche paese più sicuro. Tutti segni di un tracollo che potrebbe avvenire molto prima di quanto “analizzato” dall’Occidente collettivo...

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19/08/2024

Liguria - Tolto un Toti se ne fa un altro

Venerdì 26 luglio Toti si è dimesso dalla carica di governatore della Liguria dopo 80 giorni agli arresti domiciliari. Una decisione inevitabile che apre la strada alle elezioni anticipate; queste dimissioni, però, non portano solo alla fine dei nove anni dell’era Toti in regione, ma anche del “modello Liguria” tanto sostenuto dallo stesso Toti e dal sindaco di Genova Marco Bucci.

Le elezioni regionali liguri, insieme a quelle in Umbria ed Emilia-Romagna previste per l’autunno, saranno un banco di prova sia per la tenuta della coalizione di centro-destra, sia per il campo largo del centro-sinistra, che ha aperto le danze con la cosiddetta “via maestra”.

Risulta pertanto doveroso interrogarsi sul modello Liguria, gli interessi che difende, così da costruire un’alternativa reale che ribadisca una discontinuità verso un sistema che di certo non cambierà da solo: del resto, come diciamo dall’inizio, “tolto un Toti se ne fa un altro”.

L’inchiesta che ha portato alle dimissioni di Toti ha rivelato la corruzione di un sistema basato su interessi personali e privatistici di una classe politica e imprenditoriale marcia fino al midollo: sarebbe tuttavia sbagliato pensare che questa rete di scambi di favori e corruzione riguardi solamente il centro-destra, infatti, sarebbe ingenuo pensare che il centro-sinistra e il campo largo possano costituire una vera opzione di discontinuità con la gestione precedente, dal momento che sono anch’essi legati a doppio filo con il mondo imprenditoriale.

Non è un caso che sia stata proprio l’amministrazione Burlando (centro-sinistra) a spianare la strada alle politiche di privatizzazione e speculazione in Regione: pensiamo alla sanità, alla deindustrializzazione e alla turistificazione selvaggia subita dal territorio ligure. Inoltre, non dobbiamo assolutamente dimenticare il coinvolgimento dell’uomo ombra del PD, Vianello, nella maxi-inchiesta sulla corruzione ne’ gli incontri di Burlando e Sanna sullo yacht di Spinelli, o i sostegni economici sempre elargiti da quest’ultimo al PD.

Su questa scia si è mosso anche il Movimento 5stelle, che ha consolidato il centro-destra in Regione, nominando Bucci commissario straordinario dopo il crollo del Ponte Morandi e con il Decreto Genova, preso a modello dalla destra e diventato sinonimo di deroghe, nomine dirette, pochi controlli in nome di un’emergenza in realtà quotidiana, ormai usato in tutte le inutili infrastrutture.

Proprio per questi motivi, l’idea di appoggiare da sinistra il campo largo rende complici di un’operazione di maquillage e di legittimazione dei corresponsabili della situazione regionale e nazionale vigente; serve, invece, un progetto radicale di rottura con il ventennio Burlando-Toti, rimettendo finalmente al centro gli interessi della collettività, finora sacrificati sull’altare del profitto e del clientelismo.

Chiusura delle opportunità di profitto per la sanità privata, più aiuti ai giovani su stipendi (introducendo il salario minimo a 10€ in tutti gli affidamenti o bandi regionali) più soldi all’istruzione con un profondo riordino dei fondi sulla “formazione professionale” e misure che garantiscano la fine dell’invasione di turisti mentre prevedano iniziative culturali e musicali per chi è residente. La regione Liguria spende milioni in enti inutili come Alisa o l’ente regionale dei rifiuti e decine di milioni di euro in propaganda per Toti.

Le risorse da investire per i liguri ci sono, serve una proposta politica che le investa in modo strutturale e duraturo in beni e servizi per il benessere della regione.

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27/07/2024

Toti si dimette, Liguria al voto anticipato

Venerdì 26 luglio, con una lettera vergata a mano indirizzata al presidente ad interim Alessandro Piana e al presidente del consiglio regionale Gianmarco Medusei, Toti si è dimesso dalla carica di governatore della Liguria.

Dopo 80 giorni agli arresti domiciliari, con la lettera affidata all’assessore Giacomo Giampedrone, finiscono i nove anni dell’era Toti in regione e del tanto sbandierato “modello Liguria” del fino ad ora inseparabile tandem Toti-Bucci.

Si apre la strada delle elezioni anticipate che dovranno svolgersi entro 90 giorni, che con ogni probabilità andranno a coincidere con quelle in Emilia-Romagna, fissate al 17-18 novembre, dopo le dimissioni di Bonaccini che ora siede nei banchi dell’Europarlamento.

Insieme all’Umbria, questa triplice elezione regionale potrebbe costituire un importante test per la tenuta della coalizione di centro-destra e soprattutto di lancio del “campo largo”, e dei rapporti di forza al suo interno.

A pesare sulla scelta di Toti, probabilmente, è stata la volontà di avere maggiori chance per ottenere una revoca degli arresti domiciliari, che il proprio legale richiederà già questo lunedì.

Così come una situazione politica alquanto anomala che avrebbe potuto portare ad un ulteriore logoramento del centro-destra, uscito a livello d’immagine con le ossa rotte dalle inchieste in corso.

Già dalla prossima settimana potrebbe essere chiesto il giudizio immediato, con un processo che potrebbe tenersi in piena campagna elettorale già a settembre o ad ottobre.

È chiaro che nei prossimi giorni si definiranno gli equilibri all’interno del centro-destra ed il ruolo che assumerà la Lista Toti. Essa era stata una componente rilevante nella coalizione che aveva portato alla rielezione del governatore, e non ha intenzione di essere marginalizzata.

La Lista Toti è però anche arrivata ai ferri corti con la maggioranza, in specie con la Lega, che aspira non proprio velatamente a candidare Edoardo Rixi per il centro-destra, rilanciando il suo progetto politico piuttosto in crisi.

Se il centro-destra rischia di avere le convulsioni, il “campo largo” è ai blocchi di partenza per le elezioni anticipate che ha chiesto sin da subito. La sua credibilità è minata però, per quanto riguarda il PD, dalle pesanti responsabilità in regione rispetto a vari processi politici, poi ulteriormente sviluppati dal centro-destra.

Stiamo parlando della privatizzazione della sanità pubblica, della speculazione edilizia che ha permesso di ampliare ulteriormente la funzione economica della malavita organizzata in regione, di una politica di de-industrializzazione a beneficio del settore turistico ed infine, ma non ultimo, dell’avvio di un processo di svendita alle “multinazionali del mare” degli scali liguri a discapito della forza lavoro portuale.

Il Movimento 5 Stelle, che ha espresso due governi con a capo Conte di cui uno in tandem con Salvini, ha precise responsabilità rispetto al consolidamento del “modello Liguria”.

Ad esempio, la nomina di Bucci a commissario straordinario per la costruzione del ponte sulla Polcevera dopo il crollo del Ponte Morandi il 14 agosto 2018. Ed anche la promulgazione del cosiddetto Decreto Genova, scelte che hanno consolidato il centro-destra e spianato la strada prima alla rielezione di Bucci, poi di Toti.

Chi poi appoggia ‘da sinistra’ l’ipotesi del campo largo in regione, rimuove le storture di quel modello neoliberista che ha caratterizzato la doppia presidenza Burlando, che per un decennio – dal 2005 al 2015 – ha governato la regione.

Particolare non irrilevante. Italia Viva a Genova è dentro la giunta di centro-destra di Bucci e nel 2020 aveva espresso un proprio candidato – Aristide Massando – che non era riuscito a sedere in Consiglio in regione.

Oggi starà insieme al centro-sinistra, spostando ancora più a destra il baricentro politico del campo largo, in questo caso larghissimo, e non è detto che il “killeraggio” politico di cui è campione Renzi non sortisca i suoi effetti sugli equilibri della coalizione.

Non è un segreto che il nome su cui puntare sembra essere quello dell’ex ministro Andrea Orlando, ma nel toto-nomi ci sono l’attuale sindaco di Savona, Marco Russo (simbolo della riconquista della città da parte del centro-sinistra, e che si è esposto nella battaglia contro il rigassificatore), come quello del senatore Lorenzo Basso, meno accreditato.

 Dopo l’uscita di scena dell’ormai ex governatore, dal 7 maggio ai domiciliari con l’accusa di corruzione e recentemente (il 18 luglio) di finanziamento illecito, la domanda che in questo scenario si pone è: potrebbe aprirsi la strada per una vera ipotesi di discontinuità politica con il ventennio Burlando-Toti e di rappresentanza dei ceti subalterni in grado di rompere con la finta alternanza del bipolarismo imperfetto fino a qui sperimentata?

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25/01/2023

Guerra in Ucraina - Dimissioni a raffica nell'amministrazione Zelenski

Kyryl Tymoshenko, il numero due dello staff presidenziale di Zelensky, ha presentato le dimissioni dall’incarico. Tymoshenko ha confermato le indiscrezioni che nelle scorse ore erano circolate sulla stampa ucraina con un messaggio su Telegram. Secondo i giornali, nelle prossime ore ci potrebbero essere altri cambiamenti nel governo di Kiev, dopo che nei giorni scorsi erano emersi fatti di corruzione nell’ambito dei rifornimenti alimentari per l’esercito.

Sette giorni fa si era dimesso Oleksiy Arestovych, consigliere del presidente ucraino Zelensky, dopo le polemiche suscitate dalle sue parole sull’attacco a Dnipro.

Ieri invece, secondo quanto riferiscono fonti ucraine, il ministro della Difesa ucraino Oleksiy Reznikov ha accettato le dimissioni di Viacheslav Shapovalov dalla carica di viceministro della difesa.

Interfax Ukraina ha intanto reso noto che la Direzione generale dell’intelligence del Ministero della Difesa dell’Ucraina e il Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SBU) hanno rilasciato una dichiarazione per smentire le ripetute voci di contrasti interni: “Le voci su presunti malintesi tra i capi della direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino e la SBU sono narrazioni nemiche, che vengono smentite quotidianamente dalle operazioni congiunte per neutralizzare il nemico”, ha affermato la direzione dell’intelligence sul canale Telegram.

Infine ieri sera l’Alta corte anticorruzione ha rifiutato al pubblico ministero di arrestare l’ex capo della Naftogaz Ukrainy Andriy Kobolev indicando come alternativa una cauzione di 365 milioni di grivnia. Il pubblico ministero considera la decisione del tribunale irragionevole e illegale. “La mancata applicazione di una misura preventiva può influire negativamente su ulteriori indagini. Inoltre, vi sono rischi che il sospettato possa lasciare il Paese o interferire con le indagini”, afferma la nota diffusa ieri.

Il fronte militare

Anche sul fronte militare le cose non vanno affatto bene per le forze armate ucraine. Gli ossessivi appelli ai paesi della Nato per avere rifornimenti massicci di carri armati e missili, rivelano che sul campo sia le risorse militari distrutte dai russi sia le scelte tattiche si sono rivelate pesanti.

Qui di seguito un aggiornamento del prof. Francesco Dell’Aglio che da mesi monitora quotidianamente lo sviluppo della situazione militare sul campo.
“La situazione intorno a Bahmut è “dinamica”, come si suol dire. L’obiettivo russo non è quello di entrare in città combattendo (una Mariupol basta e avanza) ma di tagliare le linee di rifornimento della città (che ho segnato in giallo) e mettere i difensori in una situazione ancora più insostenibile, ipotizzando che una volta privi di rifornimenti saranno costretti a ritirarsi – e non sarà una ritirata facile, se le vie di comunicazione saranno tagliate. Coerentemente con questo disegno, gli attacchi russi si stanno concentrando a nord su Krasna Gora, la cui caduta taglierebbe l’autostrada E40. Ancora più complessa per chi difende la situazione a sud, dove la caduta di Kliščiivka ha aperto una voragine che la fanteria russa sta sfruttando per dirigersi verso la statale T0504 che collega Bahmut a Kostantiniivka e su cui si innesta il nodo logistico di Časiv Jar, i cui abitanti sono stati invitati stamattina a lasciare la città. Al momento il fronte si trova grosso modo nella zona boscosa tra Stupočki e Ivanivske, mentre è segnalata attività di DRG russi (gruppi di sabotaggio e ricognizione) tra Ivanivske e la periferia sud di Bahmut. Se, o forse meglio quando, la E40 e la T0504 saranno tagliate, alla guarnigione di Bahmut resterà solo la strada diretta tra Časiv Jar e Bahmut che però è una semplice provinciale a corsia singola per senso di marcia, la O0506, del tutto insufficiente a rifornirli.

In tutto questo, la caduta di Soledar ha interrotto le comunicazioni tra Bahmut e Sivers’k. Continuo a credere che la zona da tenere maggiormente d’occhio sia quella, anche se al momento attacchi diretti verso la città non se ne segnalano”.
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17/01/2023

Germania - Governo nella bufera, si dimette la ministra della Difesa

La ministra tedesca della Difesa Christine Lambrecht, socialdemocratica, dopo lunghi mesi di polemiche e critiche, non solo da parte dell’opposizione, si è dimessa dal suo incarico estremamente delicato in questa fase di guerra.

Lo scoppio della guerra in Ucraina, ha posto la questione della Difesa in primo piano nelle priorità della Germania, facendo emergere via via l’inadeguatezza di Lambrecht, che in passato si dichiarava come una pacifista.

Il cancelliere Olaf Scholz a febbraio dello scorso anno, ha annunciato la grande svolta della politica della Difesa aumentando vertiginosamente le spese militari e la  Lambrecht è stata subito messa sotto attacco per una gestione troppo poco entusiasta della svolta.

Il gossip politico parla di incidenti per favoritismi verso il figlio e per dichiarazioni informali durante Capodanno, ma il fatto più grave e significativo è un altro.

Il 21 dicembre, il ministro della Guerra Christine Lambrecht aveva risposto alla domanda se l’Ucraina potesse sperare nella consegna di veicoli da combattimento della fanteria tedesca del tipo “Marder” dalle scorte industriali affermando che: “Non forniremo alcun Marder della Bundeswehr. Ne abbiamo bisogno.”

Ma quindici giorni dopo, il l6 gennaio, il suo ministero l’ha smentita annunciando che “l’iniziativa tedesco-americana per la consegna di veicoli corazzati per il trasporto di personale di tipo occidentale prevede che La Germania metterà Marder a disposizione dell’Ucraina come donazione da scorte industriali o della Bundeswehr”.

Era evidente che le pressioni Usa e Nato avevano prevalso e che per la ministra della Difesa tedesca, in tempi di guerra in Europa non c’era più futuro.

L’annuncio del nome del suo successore (uomo o donna) è atteso domani 17 gennaio, secondo Frankfurter Allgemeine Zeitung, che cita fonti governative. Tra i candidati a sostituirla ci sono il leader dell’Spd Lars Klingbeil, l’attuale ministro del Lavoro Hubertus Heil (Spd), Siemtje Möller, la 39enne socialdemocratica sottosegretario di Stato al ministero della Difesa.

Le dimissioni della ministra Lambert rivelano l’ulteriore tassello della profonda crisi delle classi dirigenti tedesche e della fragile coalizione di governo tra Spd, Liberali e Verdi che hanno messo in piedi.

Dopo i Verdi in piena bufera per la proteste ecologiste alla miniera di Lutzerath adesso anche la SPD naviga in acque agitate. La linea guerrafondaia fin qui seguita sta logorando l’esecutivo della Germania.

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08/07/2022

Johnson: da guerrafondaio ad “anatra zoppa”

Aver “scoattato” per mesi sulla guerra in Ucraina e contro la Russia, non gli ha portato fortuna. Il primo ministro britannico Boris Johnson si dimetterà oggi da leader dei Conservatori, anche se intende continuare a guidare il governo britannico fino all’autunno. Lo rende noto l’emittente BBC, secondo cui il Partito conservatore sceglierà in estate il successore di Johnson. Anche il nuovo primo ministro britannico dovrebbe venire nominato entro il congresso dei Conservatori, previsto a ottobre.

Con le dimissioni dal governo di una cinquantina fra ministri, sottosegretari e altri funzionari, la pressione per Johnson è diventata insostenibile. Il primo ministro questa mattina si riunirà con i suoi consiglieri più fidati e redigerà una dichiarazione in cui annuncerà le sue dimissioni, in primis da leader del Partito conservatore. In autunno ci sarà il congresso della forza politica e, a quel punto, Johnson dovrebbe lasciare anche l’incarico di primo ministro.

Per trovare un precedente simile in Gran Bretagna occorre tornare al 1932 quando si dimisero 11 ministri in un solo giorno. I Conservatori ora dovranno trovarsi un nuovo leader. Nell’attesa Johnon resterà a Downing Street nonostante il caos in cui si trova il partito di maggioranza e, di conseguenza, il Paese. La crisi che stava scivolando dal piano politico a quello costituzionale potrebbe essersi fermata.

Sul paese e la gestione di Johnson pesano non solo il superbellicismo nella guerra in corso – che piace molto al presidente ucraino Zelenski  ma che non deve aver convinto molto all’interno del paese – ma anche il più grande sciopero dei ferrovieri degli ultimi quaranta anni, la questione irlandese che ha ripreso forza dopo la vittoria elettorale del Sinn Fein e il referendum sull’indipendenza della Scozia annunciato per il 2023.

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11/08/2020

Libano - È caos politico. Si dimette il governo dopo solo sei mesi di attività

Il primo ministro libanese, Hassan Diab, ha annunciato con un discorso alla televisione le dimissioni del suo governo. Dopo la duplice esplosione di martedì 4 agosto nel porto di Beirut, costata la vita a 158 persone e le violente proteste popolari contro l’intera classe politica, la vita del governo sembrava segnata.

Anche oggi i manifestanti hanno protestato davanti alla sede del parlamento e potrebbero non essere soddisfatti dei due possibili scenari che fin qui sembrano delinearsi: un nuovo governo tecnico oppure nuove elezioni.

L’esecutivo tecnico di Diab conclude così il mandato a poco più di sei mesi dall’assunzione dell’incarico avvenuta il 21 gennaio scorso.

Durante la riunione dell’esecutivo di oggi altri ministri avevano già rassegnato le loro dimissioni. Tra questi la vice premier e ministro della Difesa, Zeina Acar. Nel corso della giornata si erano già dimessi quattro ministri (Finanze, Giustizia, Ambiente, Informazione), mentre il giorno successivo all’esplosione nel porto si era dimesso il ministro degli Esteri.

Appare piuttosto evidente il nesso tra le dimissioni del governo con le condizioni imposte dalla conferenza internazionale sugli “aiuti” al Libano. Così come per gli 11,6 miliardi di dollari promessi nel 2018 – e non pagati fino ad oggi – gli aiuti saranno vincolati all’attuazione di “riforme profonde”.

“Queste riforme sbloccheranno miliardi di dollari per il popolo libanese. È ora che i leader libanesi agiscano con decisione “, ha affermato Kristalina Georgieva, amministratore delegato del Fondo Monetario Internazionale.

Dal canto suo Trump continua ad insistere affinché il governo libanese conduca un’indagine “completa e trasparente” sulle cause dell’esplosione a Beirut. I paesi partecipanti alla conferenza hanno “offerto” la loro assistenza per “un’indagine imparziale, credibile e indipendente”.

Ma proprio il governo libanese dimissionario aveva rifiutato un’internazionalizzazione delle indagini, affermando che queste rientrano nella sua sovranità.

Prima di dare le dimissioni, il governo libanese ha trasferito il fascicolo sulla duplice esplosione avvenuta martedì scorso nel porto di Beirut dalla Sicurezza dello Stato alla Corte di giustizia. Questa Corte è un tribunale penale eccezionale equivalente all’Alta corte di Giustizia. La Corte di giustizia “è competente per giudicare i crimini commessi contro la sicurezza interna ed esterna dello Stato, oltre che alcuni crimini contro la sicurezza pubblica". I verdetti della Corte di giustizia riguardano sia personale militare che civile e “non sono suscettibili di alcuna forma di ricorso ordinario o straordinario, eccetto che un’opposizione o un nuovo processo”.

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30/07/2020

Quel pericoloso disinteresse per i conflitti di interesse

Mi pare che non fosse il caso di candidare a presidente di una regione un uomo politico che aveva portato all’estero soldi per evadere il fisco.

Li ha “scudati” è vero, ma poi ha usato un conto in Svizzera per dare soldi all’impresa di cui la moglie detiene una quota azionaria, in una vicenda della quale tutto si può dire tranne che sia stata trasparente.

Il che dimostra che lui non è uno che si comporta secondo le regole che la carica che ha assunto gli impone di rispettare e far rispettare.

Diciamo che ha sviluppato un’attitudine a una certa disinvoltura nei comportamenti che poi è venuta alla luce nell’affaire dei camici.

La magistratura sta indagando, per il momento i reati sono ipotesi, ma il conflitto tra ruoli istituzionali e comportamenti individuali è acclarato.

Il sistema politico deve agire e reagire: il presidente Fontana rassegni le sue dimissioni.

Il portavoce del capo del Governo è incappato in un grave incidente di percorso personale: il suo compagno ha contratto un ingente debito bancario attraverso attività di trading online. Quando uno è fortemente indebitato è altrettanto fortemente ricattabile.

Dal momento che convive con il portavoce del capo del governo può venire a conoscenza di notizie sensibili per la sicurezza economica e militare del paese.

C’è forte il rischio che dal trading online si scivoli nell’inside trading?

Al momento non c’è una ipotesi investigativa, ma emerge una questione di opportunità istituzionale: Rocco Casalino deve rassegnare le sue dimissioni da portavoce, perché il suo ruolo è entrato in conflitto con la sua vita privata.

Quelli che qui sono stati sommariamente descritti sono fatti di natura diversa, ma hanno in comune due elementi: il denaro e il ruolo pubblico. Quando questi due elementi entrano in conflitto tra loro, la correttezza istituzionale impone il passo indietro dei politici coinvolti.

Non ci sono alternative in una democrazia compiuta. Che vieta il disinteresse per i conflitti di interesse, di qualsivoglia natura siano.

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20/08/2019

Conte la dice tutta e si dimette. I due Mattei straparlano

L’unica cosa chiara, esposta anche in modo onorevole, sono le dimissioni di Giuseppe Conte, e quindi del governo. Il resto è nella mani del signore delle tenebre.

L’attesa per le “comunicazioni del presidente del consiglio” era probabilmente anche esagerata, ma in qualche modo incentivata da un percorso istituzionale fuori da ogni precedente ed esperienza, anche per un paese che è passato per impicci immondi (l’asse Dc-Pci, il Craxi-Forlani-Andreotti, gli anni di Berlusconi, le miserie dell’Ulivo, l’invasione della Ue con il governo Monti, la staffetta Letta-Renzi e infine il pastrocchio gialloverde).

E invece abbiamo visto un professore che ha provato a fare lo statista senza averne probabilmente la statura e sicuramente non “la gavetta” necessaria. Giuseppe Conte ha però giganteggiato rispetto a Salvini e Renzi – almeno agli occhi di chi comprende la complessità e le responsabilità dei meccanismi istituzionali – interpretando onestamente la parte che la Storia gli aveva affidato.

L’attacco a Salvini è stato perciò serio, puntuale documentato, articolato, senza dimenticare quasi nulla di rilevante nelle cazzate commesse da Mr. Mojito in veste di ministro dell’inferno. Gli ha rimproverato tutto, dal Russiagate allo sventolamento del rosario, dalle invasioni di campo in altri ministeri, fino al tentativo di “capitalizzare” il consenso a fini personali e di partito. Un discorso senza sconti.

Appena sporcato – è il caso di notarlo – dalla lunga seconda parte di discorso dedicata a “quel che si dovrebbe fare per l’Italia” che è suonato come un “se volete, posso restare premier di un altro governo...”

Definitivo, si sarebbe potuto dire, se questo paese avesse un’opinione pubblica costruita secondo gli standard della democrazia liberale.

Sappiamo tutti che così non è e dunque la partita che si è aperta anche formalmente in queste ore può avere qualsiasi esito.

Salvini e Renzi, parlando uno dopo l’altro, hanno messo in evidenza che nella classe politica “emergente” o emersa nell’ultimo decennio non esiste alcuna considerazione per la cornice costituzionale. Espressioni identiche degli stessi gruppi di interesse – più massonico-bancari quelli dietro il guitto di Rignano, più piccola-media impresa contoterzista alle spalle del Truce – hanno recitato esattamente la parte che è stata da tempo assegnata loro.

Salvini nelle vesti del tribuno di una parte di popolo corrotto ed egoista, ansioso contemporaneamente di avere un “capo forte” e di poter fare i propri affari senza rispettare alcuna regola, razzista e bigotto (con le scelte di vita altrui), confuso e voglioso di non sapere nulla per poter restare chiuso nel proprio orto.

Un discorso identico a quello che gli abbiamo sentito fare sulle spiagge estive, ma imbolsito, vuoto di contenuti (“tutto chiacchiere e distintivo”...), spesso confusionario, fatto manifestamente a favore delle telecamere e non dell’aula. In certi momenti era quasi palese che si rende conto di aver sbagliato parecchi calcoli.

E l’altro Matteo, specularmente, a recitare la finta parte del “progressismo”, limitato quasi soltanto alle modalità di gestione dell’immigrazione (dimenticando gli orrori di Minniti, con lui premier) e alla doppia fedeltà, verso la Nato e l’Unione Europea.

Fin troppo evidente questo “offrire” l’un l’altro esattamente l’immagine che serve per proseguire nella “comunicazione” stantia delle rispettive sponde.

Una nota di ridicolo, però, Salvini ha voluto lasciarla in sovrappiù, quando – andando verso le conclusioni – ha provato a riaprire la porta ad un proseguimento impensabile di questo governo_ “votiamo la riduzione dei parlamentari”, addirittura “facciamo una manovra finanziaria coraggiosa”, restando ovviamente ministro...

In generale, e in attesa delle mosse successive – terminato il dibattito in Senato, Conte salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni e far partire le consultazioni del Presidente della Repubblica – abbiamo avuto la fotografia della contrapposizione tra un modo di interpretare “classicamente” la funzione istituzionale e un magma incomposto che di quell’architettura se ne frega e non vede l’ora di distruggerla. Renzi, è bene ricordarlo sempre, aveva fatto scrivere una “riforma costituzionale” – poi bocciata con il referendum del 4 dicembre 2016 – che seguiva passo passo il “piano di rinascita nazionale” del piduista Licio Gelli.

Non è più il tempo delle certezze sull’immediato futuro istituzionale. L’unica certezza viene non a caso dai “vincoli esterni” – Nato ed Unione Europea – e ne vedremo gli effetti nelle mosse che Sergio Mattarella sarà costretto a fare.

P.s. A completare il quadro essenziale, c’è da segnalare la sortita extraparlamentare di Nicola Zingaretti, segretario del Pd ma soltanto presidente della Regione Lazio, che ha provato a indebolire la conquista della scena televisiva da parte di Matteo Renzi (che spinge quasi apertamente per un Conte-bis...) diramando una nota che suona come uno stop per tenere in mano (almeno) le redini del Pd.

“Tutto quanto detto sul ministro Salvini questo pomeriggio dal presidente Conte non può che essere condiviso. Ma attenzione anche ai rischi di autoassoluzione. In questi 15 mesi è stato il presidente del Consiglio, anche del ministro Salvini, e se tante cose denunciate sono vere perché ha atteso la sfiducia per denunciarle?”.

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17/07/2019

Francia - Il ministro François De Rugy si è dimesso


Travolto da uno scandalo, l’ennesimo dell’era Macron, il ministro della transizione ecologica francese è stato costretto alle dimissioni.

Un’inchiesta di Mediapart ha rivelato pranzi luculliani con la sua cerchia di amici e spese di ristrutturazione dell’appartamento ministeriale che occupava piuttosto esose, tutto a spese dei contribuenti.

Dopo le dimissioni “a sorpresa” del precedente ministro Hulot – che aveva giustificato la sua decisione il settembre scorso dichiarando che di fatto le lobby impedivano qualsiasi passo in avanti nei diversi dossier ecologici aperti – il ministero, che dovrebbe essere al centro delle strategie del “secondo tempo” del quinquennio presidenziale macroniano, è ora coperto da Elisabeth Borne, che ha guidato finora il ministero dei Trasporti.

E anche quest’anno il “presidente dei ricchi” ci regala un altro bel feuilleton dopo “l’affare Benalla” – ex guardia del corpo di Macron, picchiatore di manifestanti il primo maggio scorso e poi, una volta rimosso, faccendiere della più losca cricca della “Francia-africana”, con tanto di passaporto diplomatico non ritirato.

Un anonimo commentatore del partito di maggioranza – LREM – ha ragione quando dice che tale comportamento è ciò che esattamente i gilets jaunes criticano della “casta politica” dal 17 novembre.

Chi sarà il prossimo? Ancora non si sa. La Macronie sta da tempo portando la Francia verso un baratro di austerity e repressione, cui si coniuga una rinnovata ferocia neo-coloniale ed un più marcato protagonismo nel ruolo di pivot delle future avventure belliche della UE. Intanto, però, i suoi esponenti sembrano uscire da un quadro di Grosz...

Come dice l’adagio popolare: il più pulito c’ha la rogna, il più onesto è una carogna.

P.s. E pensare che il 14 luglio se la rideva con la first lady, alla parata fanta-militare. Sic transit gloria mundi...

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