Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/01/2025

La “tecno-destra” l’ha creata chi ora piange

Non so se i lettori più avveduti si siano accorti che c’è una nuova parola d’ordine sui giornali mainstream. I cosiddetti “public opinion makers” rispondono efficacemente a misteriose direttive. Le liberal-democrazie vanno difese e presentate come un’alternativa alla “tecno-destra” di Elon Musk e Donald Trump.

Duole osservare che anche analisti seri si pieghino al diktat di Repubblica per far credere al lettore che gli Stati Uniti sarebbero oggi di fronte alla catastrofe a causa dell’influenza di miliardari come Musk sulla politica.

Di fatto, sappiamo bene che dai remoti anni ’80 di Reagan e Thatcher, del trionfo della deregulation e del monetarismo, la politica ha ceduto il passo ai grandi interessi delle corporation in una fase del capitalismo, quella finanziaria, nella quale il lavoro ha perso potere negoziale e la grande evasione dalle tasse della “società dell’1%” è stata la base della trappola del debito in cui siamo immersi.

Decenni di prevalenza degli interessi del capitale nelle società affluenti, di distruzione dei corpi intermedi, di riduzione della politica a spettacolo e populismo.

Le liberal-democrazie non sono una alternativa a Trump e ad altre destre impresentabili: ne sono la necessaria preparazione. Come negli anni '30 del '900: il lavoro sporco fu eseguito dai nazisti, ma gli artefici erano i grandi gruppi industriali che hanno permesso e finanziato l’ascesa di Hitler.

Con le dovute proporzioni, anche oggi il nazionalismo, la libertà sfrenata della belva capitalistica e l’uso brutale della forza contro le parvenze dello Stato di diritto, sono lo sbocco naturale di decenni di arretramento della politica e della democrazia, a cui i moderati di destra e di centrosinistra ci hanno preparato.

Lo conferma il triste spettacolo di questa Europa neoliberista, che ha dimenticato l’aggettivo “sociale”, pur declinato in tutte le sue forme nei documenti europei; esercita la censura; e ha dimenticato Montesquieu nella sua architettura costituzionale snaturando la funzione legislativa e dando alla Commissione, organo esecutivo senza responsabilità davanti agli elettori, il compito di tradurre il volere della finanza per gli Stati nazionali, alla larga dalle noie dello scontro sociale e del gioco democratico. di Elena Basile

L’Europa che stringe le mani sanguinanti di Netanyahu, balbettando senza pudore melense e retoriche parole di dispiacere per la strage di palestinesi, l’Europa che ha approvato la carneficina degli ucraini per una guerra per procura contro la Russia, l’Europa militarista e bellicista che smantella lo Stato sociale per costruire il braccio armato europeo della Nato, per interessi non europei ma statunitensi, questa Europa ha causato la nascita del movimenti della destra attuale, neofascista e neonazista, populista, isolazionista e razzista.

Se siamo ritornati ai discorsi del colonialismo e del suprematismo bianco non è colpa di Trump o di Le Pen, ma dei cosiddetti “progressisti”, dei finti difensori dei diritti umani che praticano doppi standard come respirano.

Sul Fatto ho difeso la modernità occidentale, la tradizione politica e culturale che a partire dalla rivoluzione illuministica, grazie a Locke e a Voltaire, ha modellato la società dei diritti individuali contro la ragion di Stato, la democrazia delle minoranze.

Oggi tuttavia chi è incapace di comprendere la grandezza e la legittimità di culture e storie differenti come quella russa, cinese o persiana, poco ha a che vedere con la più alta espressione dell’Occidente.

Rappresenta la barbarie dell’impero bullo e apolitico, a-culturale, orwelliano a cui ci stiamo assuefacendo. Il populismo oggi, come rammentai a Paolo Mieli in un programma di La7 che raggiunse un’audience senza precedenti, è di coloro che condannano la violenza terroristica senza vedere e denunciare il terrorismo di Stato.

Purtroppo, passo dopo passo, i valori alla base delle democrazie occidentali sono stati calpestati, sepolti dietro retoriche imperialistiche e vergognosi doppi pesi.

Ora, in prima pagina su Repubblica, il “partito Belloni” riemerge. Non so se sia formato solo da pietose connivenze giornalistiche, da una rete di relazioni pubbliche.

L’ex diplomatica, mai stata ambasciatrice all’estero, cooptata dalla politica in una rapida carriera interna, ha incarnato (a differenza del commis d’Etat, funzionario che oppone i valori costituzionali alle contingenze politiche) il compromesso quotidiano con tutti gli esponenti di partito: Salvini, Renzi, Gentiloni, Di Maio, Meloni.

È stata candidata a tutto, senza che nessuno ne abbia mai conosciuto il pensiero.

È un altro piccolo indizio della morte della democrazia. Se il pluralismo democratico esistesse, voci come la mia o di altri diplomatici verrebbero chiamate in tv a dibattere con Belloni, beniamina del provinciale potere nostrano.

In fondo, come diplomatiche, abbiamo interpretato il nostro ruolo in modo opposto.

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08/01/2025

Servizi segreti nel “tritacarne”. Cosa raccontano le dimissioni della Belloni

Le dimissioni della “capa” dei servizi segreti nel bel mezzo di una crisi diplomatico/giudiziaria come quella con l’Iran intorno al caso di Cecilia Sala, non è un fatto di ordinaria amministrazione. Al contrario, è un indicatore di rapporti estremamente tesi – fino a diventare ingestibili – nel torbido mondo dei servizi di intelligence ed in particolare tra “l’uomo nero” a Palazzo Chigi – il Sottosegretario Mantovano – e i vertici dei servizi.

L’ambasciatrice Elisabetta Belloni ha infatti annunciato ufficialmente le proprie dimissioni dalla guida del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, a decorrere dal 15 gennaio.

“Il tritacarne in cui sono finita in questi giorni mi impone di chiarire quanto è successo e soprattutto di sgomberare il campo da illazioni che fanno male non tanto a me quanto al Paese, soprattutto in un momento così delicato” ha dichiarato la Belloni.

Le dimissioni, secondo quanto riferito ad “Agenzia Nova” da fonti informate, hanno colto di sorpresa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – visto che l’incarico di Belloni sarebbe comunque finito a maggio – ma anche i dirigenti dei servizi d’intelligence. Secondo quanto riferito dalle fonti interpellate, la decisione di dare le dimissioni sarebbe stata presa dopo l’ennesimo scontro con il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, nato attorno alla vicenda di Cecilia Sala, la giornalista italiana detenuta in Iran.

Secondo indiscrezioni raccolte da “Il Fatto quotidiano” il 4 gennaio scorso, alcuni ritardi iniziali da parte dell’intelligence nelle comunicazioni relative all’arresto della giornalista italiana avrebbero infatti complicato la situazione della reporter. Il ministero degli Esteri e i Servizi segreti sarebbero stati informati della sua sparizione sin dal pomeriggio del 19 dicembre, ricevendo poi conferma la mattina del 20 dicembre in seguito a una telefonata di Sala dal carcere di Evin, ma non avrebbero informato il titolare del ministero della Giustizia, Carlo Nordio, che il 20 dicembre ha sottoscritto la richiesta di mantenere in carcere l’ingegnere iraniano Mohammad Abedini senza sapere dunque nulla di quanto accaduto alla giornalista italiana.

Non è da escludere che tra i motivi di divaricazione tra la Belloni e Mantovano ci sia anche l’ipotesi di affidare le comunicazioni sensibili degli apparati dello Stato al sistema Starlink di Elon Musk emersa in questi ultimi giorni.

È bene ricordare però che una operazione simile fu tentata anche da Renzi nel 2016 quando era Primo Ministro. Il suo progetto era di affidare la cybersicurezza del paese e dei suoi apparati al suo “consigliere” Marco Carrai in stretti rapporti con il Mossad israeliano. Contro Carrai insorsero praticamente tutti gli apparati dello Stato, metà Palazzo Chigi e lo stesso Marco Minniti, il sottosegretario che allora aveva la delega ai servizi segreti.

L’ambasciatrice Belloni, altissima funzionaria della Farnesina, era stata nominata direttore generale Dipartimento delle informazioni per la sicurezza il 12 maggio del 2021 dal governo guidato da Mario Draghi, quindi una nomina non gestita dall’uomo nero di Palazzo Chigi. Una “dissonanza” in un ambito strategico per il governo della destra sul quale sono noti da tempo le ossessioni e i progetti per avere un mondo dell’intelligence di stretta fedeltà al governo e ai suoi referenti politici.

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29/01/2022

Il forno del Quirinale brucia anche “i servizi”

La maionese è impazzita. Ogni tentativo della “classe politica” di piazzare al Quirinale qualcuno che sembri – almeno sembri – espressione della propria esistenza in vita si infrange sulla sua stessa inconsistenza.

In poche ore viene spiegazzata e accantonata “la seconda carica dello Stato”, regalata quattro anni fa a una avvocata di Berlusconi senza altre qualità politiche conosciute.

Il vortice di telefonate e incontri fa scaturire “una donna in gamba”, che tutti identificano in Elisabetta Belloni, attualmente capa dei servizi segreti. Gli intrattenitori televisivi e cartacei si arrampicano sugli specchi per minimizzare lo sfregio devastante alla democrazia parlamentare borghese.

Una Gruber più querula del solito arriva a dire che “è capo dei servizi da soli sette mesi”, come se stesse facendo l’apprendistato e quindi non fosse davvero una delle personalità più preoccupanti e temibili in ambito “democratico”.

Per sommo paradosso si scopre in pochi minuti che la proposta arriva dai “sovranisti” Salvini e Conte (ma non da Di Maio). E uno si ritrova a chiedersi che cazzo di “sovranista” (ossia nazionalista) possa mai essere chi candida il capo dei servizi segreti italiani: una succursale purulenta della Cia, fin dal 1945; al centro di ogni tentativo di golpe, stragi (da Portella delle Ginestre a Piazza Fontana, da quelle sui treni alla Stazione di Bologna), depistaggi e rapimenti.

Praticamente sarebbe l’ufficializzazione che lo Stato italiano è una dependance della Casa Bianca. Uno sbilanciamento un po’ eccessivo, anche per chi ribadisce ogni giorno che serve una personalità “euro-atlantica” per mantenere l’equilibrio tra le due servitù.

A sbraitare contro si alza nientepopodimeno che Matteo Renzi – terminale recente della più antica massoneria, detto anche “l’uomo che sussurrava ai servizi” (Marco Mancini) nel retro di un autogrill – tirando fuori tutti gli argomenti istituzionali che renderebbero uno scandalo una simile elezione. Argomenti giusti per il motivo sbagliato, probabilmente. L’ala dei “servizi” rappresentata dalla Belloni dev’essere diversa da quella che piace all’altro Matteo.

Si agita sulla stessa onda anche la truppa berlusconiana, rompendo la sbandierata “unità del centrodestra”. E in sintonia si muove quell’ameba servile chiamata PD, che in aula si era data da fare per riproporre Mattarella (segno certo che non si possono neanche immaginare soluzioni diverse dalla diarchia “Draghi o un suo avatar”).

La soluzione immaginata da qualche “creativo della comunicazione” (“nominiamo una donna per la prima volta”), in modo da superare tutti i veti e dare l’impressione di una “novità positiva” (a gestirla avrebbero poi pensato i queruli e le querule della redazioni) si sgonfia, lasciando più macerie di prima.

Lo spappolamento delle istituzioni e del ceto politico avanza di un altro grado. Mentre le polizie manganellano tutti i giorni gli studenti, cercando di convincerli che il loro destino è da schiavi sui posti di lavoro, senza nulla a pretendere.

Sullo sfondo, paziente, attende il Drago del Britannia.

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