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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/03/2026

Smottamenti nel governo Meloni. Saltano le prime teste ma manca il bersaglio grosso

Prima il sottosegretario Andrea Del Mastro, poi la capo di gabinetto del ministero di Giustizia Giusi Bartolozzi. Infine c’è il “benservito” per la ministra Santanchè.

Il day after del referendum sulla controriforma costituzionale vede saltare le prime teste nel governo ma non ancora quella del ministro Nordio, che pure è stato il protagonista dello scontro referendario e del suo esito negativo per la maggioranza. Mentre un velo di pudore e inibizione politica circonda ancora la richiesta di dimissioni della stessa Meloni.

La fretta con cui sono arrivate le dimissioni di Del Mastro e della Bartolozzi, si spiega però con il fatto che queste arrivano alla vigilia del question time di Nordio previsto per oggi alla Camera, dove deve rispondere proprio sulla vicenda del sottosegretario e della capo di gabinetto. A pesare sul caso ci sarebbe anche l’eventualità di nuove rivelazioni audio e intercettazioni sulla vicenda che potrebbero essere portate in commissione Antimafia.

Insomma per Nordio, con Del Mastro e Bartolozzi ancora al loro posto, oggi in Parlamento sarebbe stato un bagno di sangue che la Meloni sta cercando di evitare togliendo di mezzo due personaggi imbarazzanti per il suo governo.

Possiamo tranquillamente affermare che Del Mastro ha fatto decisamente di tutto per complicare la vita politica e la credibilità del governo Meloni, ma anche che è un pessimo personaggio di cui nessuno sentirà la mancanza.

La notorietà se l’è costruita facendo professione di sadismo sui detenuti (“Sui nostri mezzi non li facciamo respirare”), come anche col passaggio sottobanco di documenti “riservati” al suo collega nonché coinquilino Donzelli per fargli fare una provocatoria interrogazione parlamentare sui presunti rapporti tra deputati PD e l’anarchico Cospito al 41bis.

Del resto questa maggioranza aveva messo come sottosegretario alla Giustizia un tipetto vendicativo che andava in estasi di fronte alle sofferenze dei detenuti o degli arrestati. La fantasia corre veloce nell’immaginare la sua esistenza qualora dovesse finire a sua volta in galera.

A complicare le cose per la Meloni è arrivata poi la sua richiesta di farsi da parte per un altro personaggio imbarazzante e ingombrante per l’esecutivo, ossia la ministra Santanchè con i suoi guai giudiziari.

La premier ha chiesto alla ministra di mostrare “sensibilità istituzionale” (un modo felpato per dirle che se ne deve andare) ma la Santanchè – coerente con il suo stile – sta tirando i calci, con il rischio di innescare una crisi istituzionale dentro il governo simile a quella che nel 1995 fece traballare il governo Dini nello scontro con il suo ministro (della Giustizia anche in quel caso, ndr) Mancuso. Dini gli chiese di dimettersi e il ministro si rifiutò avviando un braccio di ferro devastante risoltosi con una mozione di sfiducia parlamentare.

Quest’ultimo scenario, se la Santanchè non si dimettesse di propria volontà, sarebbe decisamente pesante per il governo Meloni.

Era inevitabile che dopo il risultato del referendum ci sarebbero state un po’ di rese dei conti all’interno della maggioranza. Al momento stanno volando stracci di medio livello, ma si sono avviati degli smottamenti nell’area di governo dagli esiti imprevedibili.

Per la Meloni sembra essere finita la festa. Si era abituata troppo bene a vincere facile con una opposizione parlamentare pasticciona e inadeguata alla posta in gioco (lo scenario vede infatti guerre, recessione economica, involuzioni autoritarie, insomma mica robetta da poco), e adesso il rischio di bollire in pentola per l’anno che manca alla elezioni di fine mandato, potrebbe non essere una prospettiva allettante.

Anche perché ha verificato che “la squadra” di cui dispone o dimostra manifesta incompetenza o ha troppi scheletri nell’armadio in una fase storica estremamente critica. E il paese se ne è accorto, soprattutto i più giovani. Per questo c’è urgenza nel pensare e dispiegare una alternativa politica e sociale “di sostanza”.

Ultim’ora. La ministra Daniela Santanchè si è dimessa. Dopo il braccio di ferro con la premier la titolare del Turismo ha ceduto alle pressioni e ha lasciato l’incarico. Non ne sentiremo la mancanza.

Fonte

26/05/2024

Una “classe dirigente” di impressionante squallore

Una classe dirigente può esser tale senza avere nessuna delle caratteristiche minime per esercitare dignitosamente questo ruolo? Sicuramente ci si può trovare davanti ad una ruling class inadeguata, ma questo comporta che il Paese disgraziatamente sotto il suo potere sia condannato allo sfacelo.

La giornata di ieri ha mostrato un mosaico di avvenimenti che danno la misura effettiva della nullità – capitalistica, morale, economica, politica, culturale, ecc. – di chi controlla questa sfortunata provincia dell’Impero.

Andiamo con ordine, prendendo i titoli dal giornale che pretende di essere ancora “il salotto buono della borghesia italiana”.

Il quale, fin da ieri mattina, ci invita a spargere lacrime simpatetiche con “il povero” Luciano Benetton, che si è accorto solo ora – 89enne, al momento di ritirarsi in dolce attesa – che il suo gruppo ha registrato perdite choc: «In pochi mesi da 13 a 100 milioni, ora il rosso sarà di 230».

Il tutto preceduto da una addolorata intervista in cui Benetton viene presentato quasi come un vecchio pensionato raggirate da fanciulle disinvolte – «Sono stato tradito» La denuncia: le verità dei bilanci nascoste dai manager – con toccante foto in prima pagina mentre raggiunge forse la sua solita panchina ai giardinetti.

È appena il caso di ricordare che l’ex “re del maglioncino” è stato a capo di un piccolo impero economico multinazionale, “a gestione familiare”, che ha responsabilità dirette nella repressione dei Mapuche in Patagonia, nel crollo del Ponte Morandi a Genova per risparmiare sulla manutenzione (43 morti), accarezzando nel frattempo anche qualche giovane virgulto “democratico” in vena di arrampicate...

Il “povero pensionato” accusa naturalmente l’ultimo amministratore delegato da lui stesso scelto con toni entusiatici, e ora se la vedranno con gli avvocati in tribunale.

Secondo capitolo. “Morto nel suv con la fascetta al collo. Giallo sul marito di Francesca Donato”. L’eurodeputata un tempo leghista, quando ci istruiva in ogni talk show circa le virtù salvifiche del neoliberismo condito con privatizzazioni e taglio delle tasse a ricchi ed imprese, nonché del complottismo novax, ha immediatamente sentenziato “Me l’hanno ucciso”.

E noi stavolta – l’unica – le crediamo. Angelo Onorato, imprenditore ed ex candidato alle regionali con la DC di Totò Cuffaro (formazione cui è approdata anche l’eurodeputata) è stato infatti trovato morto strangolato alle tre del pomeriggio dentro la sua auto, sulla parallela dell’autostrada per l’aeroporto di Palermo.

Modalità e luogo dell’omicidio lasciano un portone spalancato a ogni ipotesi che riporti alla mafia (anche se i media sono molto cauti in merito, in queste prime ore).

Ma la cronaca nera politico-imprenditoriale ci continua a sottoporre i tormenti del “povero Giovanni Toti”, tuttora presidente della Regione Liguria nonostante sia agli arresti domiciliari, descritto con umana compassione dal Corrierone: “Toti, la vita ai domiciliari: l’ansia nella casa di Ameglia con la moglie convalescente e il cane Arold”.

Le accuse di corruzione, le intercettazioni, i soldi di Spinelli... Tutto nelle righe dell’articolo, ma è il titolo che deve restare nella testa dei lettori, no?

Ci sarebbe da fare qualche domanda anche sulla morte del rettore dell’università Cattolica di Milano, suicida (ma non viene quasi mai ricordato, tanto meno nei titoli) e senza alcuna spiegazione apparente. Riserbo massimo, nessuna ipotesi, parce sepulto…

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma ci sembra più interessante l’unica notizia di critica sociale verso uno degli esponenti peggiori di questa classe dirigente. A Marina di Pietrasanta, titola sempre il Corsera, “Irruzione degli attivisti al Twiga, ombrelloni piantati fra le tende dei vip: «La spiaggia è di tutti»”.

Ma chi sono questi attivisti? Di chi è il Twiga?

Bisogna andare a spiluccare nelle pagine interne... e allora si viene a sapere che i primi fanno parte del coordinamento ‘Mare Libero’, che dal 2019 si batte contro la privatizzazione delle spiagge e per “restituire il mare alla collettività”. Hanno montato ombrelloni e sdraio, steso gli asciugamani tra i lettini dello stabilimento, solitamente meta di vip, calciatori e politici. E lì sono rimasti, tra le proteste di alcuni clienti che hanno rivendicato la “proprietà privata” della spiaggia.

Mal gliene è incolto, però, visto che come spiegano i ragazzi “Piantiamo i nostri ombrelloni in questa spiaggia tornata libera perché le concessioni sono tutte scadute il 31 dicembre 2023. Lo ha deciso il Consiglio di Stato in attesa, come stabilito anche dall’Unione Europea, delle gare”.

Quanto ai proprietari del Twiga, beh, sono storicamente gli stranoti Flavio Briatore e Daniela Santanché, ora ministro del turismo. Che è poi la ragione per cui ha venduto le sue quote al socio, anche se un’inchiesta de Il Domani ha verificato che continua a incassare profitti dal Twiga tramite una società creata ad hoc, la Ldd Sas, ditta creata ad aprile 2023 e controllata al 90% da Immobiliare Dani, a sua volta al 95% di Daniela Santanché.

Scatole cinesi, azzeccagarbugli da commercialisti, rapporto osè – mortiferi – con la grande criminalità organizzata, truffe pure e semplici, amministratori pubblici a busta paga...

In mano a questi stanno le nostre vite. È proprio il caso di scendere in piazza a migliaia subito, già sabato prossimo a Roma...

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08/07/2023

Il degrado istituzionale si specchia nella vicenda La Russa

C’è qualcosa di commovente – si fa per dire, sia chiaro... – nel modo in cui i fascisti inciampano ad ogni minuto nelle regole della democrazia borghese-parlamentare di stampo liberale.

Si vede ad ogni passo che si muovono in un ambiente per loro ignoto, rifiutato, estraneo. Di cui conoscono solo gli – infiniti – sotterfugi che consentono “ai potenti” di evitare i danni peggiori.

Neanche il tempo di mettere in cantiere la “controffensiva d’estate” contro la magistratura, che aveva osato imputare per ragioni molto diverse sia la ministra-affarista Santanché che il “creativo” sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, ed ecco scoppiare la terza grana devastante.

Stavolta, oltretutto, la magistratura non ha fatto davvero nulla, se non ricevere – come dovere d’ufficio – la denuncia di una ragazza per esser stata violentata a casa La Russa dal di lui figlio e da un suo amico.

Dopo due giorni di “tritacarne mediatico” tra evasione fiscale, rivelazione di segreto d’ufficio, interesse politico di parte nell’esercizio delle funzioni governative, “imputazione coatta”, ecc., l’affanno dei “fratellini d’Italia” era evidente.

Così al ministro della Giustizia, l’ex magistrato Carlo Nordio – mai compassionevole con i suoi ex colleghi – era venuto in mente che fosse arrivato il momento giusto per contrattaccare promettendo una “riforma complessiva” del codice penale per eliminare (guarda caso) il reato di “abuso d’ufficio”, l’”imputazione coatta”, il meccanismo che regola l’iscrizione al registro degli indagati e quant’altro renda possibile il travaso di informazioni dai procedimenti giudiziari alla stampa.

Non era una sortita sorprendente, anche se irritualmente affidata ad una nota proveniente da “fonti di via Arenula” invece che direttamente a nome del ministro.

È il classico metodo eversivo dell’ultradestra: invece di mostrarsi ferita, ma “rispettosa delle leggi”, parte all’attacco ululando e promettendo sfracelli peggiori. Con gli occhi di fuori e la voce da “esorcista”...

Purtroppo per loro, proprio nel giorno – “il terzo giorno...” – scelto per il contrattacco è esplosa tra i loro piedi la mina Ignazio La Russa, “seconda carica dello Stato” in quanto presidente del Senato, oltretutto in un momento in cui “la prima carica” è dall’altra parte del mondo e quindi è teoricamente “presidente della Repubblica facente funzioni”.

Sulla denuncia che ha raggiunto il figlio – battezzato Leonardo Apache, forse in onore di Tex Willer – il prode Ignazio si è lanciato nella più prevedibile (e ignobile) delle difese d’ufficio.

Anzi, essendo un avvocato di lungo corso (agli esordi difese Maurizio Murelli e Vittorio Loi, i due fascisti che a Milano nel 1973, a margine di un comizio che lo vedeva tra gli oratori-organizzatori, uccisero un agente di polizia tirando bombe a mano in mezzo alla strada), si può ben dire che come “legale di fiducia” ha condotto un “lungo interrogatorio” del figlio arrivando a pronunciare la più scontata delle sentenze: “non ha commesso nulla di penalmente rilevante”.

Non pago della rapidissima assoluzione da lui stesso pronunciata, si è lanciato poi nelle solite insinuazioni sulla “moralità” della ragazza, trovata positiva alla cocaina durante le analisi ospedaliere successive alla violenza sessuale. Come si dice a Roma e non solo, “è andato fuori come un balcone”...

Avvertito da tutto il suo entourage che stavolta l’aveva fatto immensa, più che grossa, il resistibile ammiratore del Duce operava l’ancor più consueta marcia indietro professandosi “frainteso”. Ma ormai era fatta.

Non può sfuggire a nessuno che, anche dal punto di vista della normale democrazia liberale, la massima carica dello Stato (Presidente a parte) non può sostituirsi alla magistratura ordinaria nel caso di denuncia circostanziata contro un proprio congiunto.

Né che – se lo fa – questa è una pressione esplicita sui magistrati che dovranno esaminare la denuncia, preventivamente indicati come potenziali “toghe rosse” nel caso dovessero arrivare alla conclusione che – sì – effettivamente c’è stata una violenza sessuale di gruppo a casa La Russa, condita dall’uso di stupefacenti (quando la vittima “non ricorda nulla” al risveglio, quasi sempre c’è stato l’utilizzo di una “droga dello stupro”).

Basterebbe fare l’esempio di Boris Johnson – premier britannico imputato e poi costretto alle dimissioni per qualcosa di assai meno grave (feste in casa, in violazione delle misure anti-Covid da lui stesso decise per il resto della popolazione) – per chiarire che in una democrazia liberale ci sono limiti che anche “i potenti” devono almeno far finta di rispettare.

Ma i fascisti si sentono al di sopra della legge. Come quei poliziotti che torturano o uccidono e poi magari trovano un sindacato fascista che organizza collette a loro beneficio (è accaduto per gli agenti che a Milano hanno pestato in strada una donna, qualche settimana fa).

È più forte di loro. Non sopportano limiti o regole che devono valere per tutti. Quindi è bene che si riesca a farli sloggiare il prima possibile.

A prescindere...

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07/07/2023

Fascisti sotto botta per come abusano del potere

È più forte di loro, non ci possono fare niente. Non sono serviti decenni di bagni a Fiuggi (la città dove Gianfranco Fini aprì il processo di trasformazione del Movimento Sociale in un partito “costituzionale”) per cambiare la natura dei fascisti italiani.

Semplicemente, non riescono ad accettare alcuna differenza o contrasto. Non reggono il confronto, dunque lo eliminano...

Già in difficoltà per la penosa esibizione di Daniela Santanché sui banchi del Senato – impegnata a spergiurare di “non essere indagata” per le altrettanto penose vicende delle sue “imprese”, proprio mentre tutti i giornali erano obbligati a parlare della sua “iscrizione al registro” fin da novembre 2022 (desecretata perciò da febbraio, tre mesi dopo, come da codice di procedura) – i “fratellini nazionali” guidati da Giorgia Meloni hanno dovuto affrontare l’“imputazione coatta” per il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro.

Immediata è partita da “ambienti di Palazzo Chigi” una nota avvelenata che si chiedeva retoricamente se «una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee».

Sembra Berlusconi fin dai primi giorni, certo, ma è “Giorgia” proprio ora.

Come i nostri lettori sanno, non amiamo fatto la magistratura italiana. A parte pochi casi di persone davvero “indipendenti”, questo corpo dello Stato è composto da personaggi disponibili a molti e diversi compromessi, sia con “la politica” che con “le imprese” o “i servizi”.

I casi più recenti – quello di Luca Palamara o quello che ha avuto per protagonista l’avvocato Amara – hanno illuminato un mondo di relazioni quantomeno “non istituzionali”, dove si decidono le carriere e le fortune in base ad appartenenze più massoniche che partitiche, e dove quindi si contratta di tutto. Meno che la Giustizia.

Ovviamente questo significa che molte inchieste contro “la politica” possono essere “sospette” quanto a tempistica o settore preso di mira, ma – per la natura stessa dell’azione giudiziaria contro “personaggi di potere” – praticamente sempre incentrate su una quantità di prove assolutamente superiore a quelle prodotte in un procedimento contro persone “normali”.

Lasciamo perdere le miserie della Santanché e occupiamoci invece della vicenda Delmastro, che già altre volte abbiamo trattato.

Intanto la notizia: indagato per rivelazione di segreto d’ufficio (i colloqui in carcere tra parlamentari del PD e Alfredo Cospito, in 41bis) il Gip di Roma non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, ed ha quindi disposto l’“imputazione coatta”. Ossia obbligatoria per chi dovrà, in caso di processo, rappresentare la pubblica accusa.

Tanto per chiarire come nella stessa magistratura si possa ragionare in termini “politicamente amichevoli”, la Procura aveva – sì – riconosciuto “l’esistenza oggettiva della violazione del segreto amministrativo” da parte del sottosegretario alla Giustizia, ma aveva eccepito “l’assenza dell’elemento soggettivo del reato, determinata da errore su legge extrapenale”.

In parole povere: la violazione c’è stata ma Delmastro non se n’è reso conto... E meno male che l’hanno fatto sottosegretario alla Giustizia per i suoi “meriti”!

La rivelazione o meno del “segreto”, però, non è a nostro avviso il problema principale. È un problema, naturalmente, ma quasi “minore” rispetto all’altro che è venuto fuori dai protagonisti di questa vicenda, perché illumina sul modo in cui questa leva di fascisti promossi incautamente “statisti” gestisce il potere dello Stato.

Si ricorderà che il suo “compagno di stanza” – Giovanni Donzelli, altro “meloniano” senza se e senza ma – aveva denunciato in un discorso alla Camera la visita fatta a Cospito da alcuni parlamentari del PD (le visite in carcere per verificare le condizioni dei detenuti sono una prerogativa esclusiva, normale, di parlamentari e consiglieri regionali), cui l’anarchico aveva esposto una ovvia e lunga serie di critiche al regime di 41bis in cui lui e altri detenuti comuni sono sottoposti nel carcere Bancali di Sassari.

La stessa mattina, però, prima della visita dei parlamentari, Cospito era stato messo nello stesso cortile per “l’aria” insieme a detenuti diversi da quelli solitamente scelti dalla Direzione del carcere (al 41bis, in isolamento totale, non è concessa alcuna libertà di scelta neanche per questa unica occasione di scambiare quattro chiacchiere con altri esseri umani).

E quella volta, contrariamente al solito, Alfredo si era ritrovato con Francesco Di Maio dei Casalesi, il ‘ndranghetista Francesco Presta, il mafioso e neofascista Pietro Rampulla.

Chiacchiere ovviamente registrate dai microfoni piazzati nei cortili, e incentrate – che stranezza! – sull’invivibilità di quelle condizioni, sul 41bis e sullo sciopero della fame condotto da Cospito.

Tutto scontato e banale se non ci fosse stata subito dopo la visita dei parlamentari, cui Cospito – altrettanto ovviamente – denuncia quelle condizioni di vita e detenzione, esponendo le ragioni del suo sciopero della fame.

Dov’è la stranezza, invece?

Proprio nel fatto che quella mattina Alfredo, invece di essere messo con i soliti colleghi di passeggio (a “minore pericolosità”), ha trovato almeno due “boss”. Per decisione del Direttore, non sua.

Ed essendo Delmastro sottosegretario alla Giustizia, non è per nulla difficile “sospettare” che l’ordine di “cambiare le formazioni” nei passeggi proprio quella mattina sia venuto “dall’alto”. Creando così volontariamente la situazione che poi il “compagno di stanza” Donzelli ha potuto denunciare come “scandalosa” nel suo delirio in aula.

Lo stesso Cospito, lucidamente, ha poi denunciato la “strumentalizzazione” di quei colloqui, così come fatto da Luigi Manconi ed altri giuristi che sanno bene come funziona il carcere... e la politichetta italica di più infimo profilo.

Resta invece completo il silenzio – istituzionale e non – sul regime del 41 bis. Cui Cospito è ancora sottoposto nonostante la Corte d’Appello di Torino abbia cancellato la condanna all’ergastolo ostativo (che secondo i forcaioli di ogni colore lo “giustificava”).

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06/07/2023

Il vittimismo non si addice alla ministra Santanchè

L’odiosa Santanchè si è lamentata della campagna d’odio contro di lei. Ma il vittimismo aggressivo non le si addice.

Con una informativa di una quarantina di minuti, la ministra del Turismo, Daniela Santanchè, ha risposto nell’Aula del Senato alle notizie comparse sulla stampa relative alle vicende delle società Visibilia e Ki group.

Prima un servizio di “Report”, poi alcuni articoli de “Il Fatto” ed infine le indiscrezioni del quotidiano “Domani”, secondo cui la Santanchè sarebbe già iscritta al registro degli indagati per una indagine dei magistrati su queste società, in queste settimane avevano impallinato la ministra costringendola ad andare in aula a rendere conto.

Al Senato la Santanchè, ha tenuto a precisare di non aver ancora ricevuto alcun avviso di garanzia. “Non sono qui per rispondere a trasmissioni televisive o ad inchieste giornalistiche, ma per bloccare la strumentalizzazione politica che da settimane si sta facendo.
Ho preferito non fare passare al governo, ed alla maggioranza di cui faccio parte, le conseguenze di una campagna di vero e proprio odio nei miei confronti. Sono qui perché voglio difendere il mio onore e, se consentite, anche quello di mio figlio, trascinato in questa polemica”
, ha affermato in Aula.

Al Senato i banchi del governo erano al completo e in grande spolvero a manifestare sostegno ad una “grande raccoglitrice di voti e relazioni milanesi per la Meloni” che l’hanno portata al sorpasso sulla Lega. In Aula, erano presenti i due vicepresidenti del Consiglio, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Assente Giorgia Meloni in quanto impegnata in Polonia

Ma la ministra Daniela Santanché, nonostante lo abbia negato al Senato, risulta iscritta a modello 21 del registro delle notizie di reato. La chiusura dell’indagine è prevista per l’autunno. I magistrati milanesi, per esigenze d’indagine, avevano secretato l’iscrizione della senatrice di Fratelli d’Italia e ministra del governo Meloni, tra gli indagati.

Il Movimento 5 Stelle ha depositato una mozione di sfiducia individuale nei confronti di Santanchè.

“Può una ministra della Repubblica essere in debito di quasi tre milioni di euro con lo Stato? Può un governo che il primo maggio ha sbandierato l’approvazione di un decreto lavoro avere al suo interno una ministra proprietaria di un’azienda che i lavoratori non li ha pagati o li ha messi in Cassa integrazione facendoli lavorare lo stesso?
Può un ministro che ha giurato di adempiere la funzione pubblica che gli è stata affidata con disciplina ed onore rimanere al suo posto di fronte a questa sequenza di fatti? Secondo noi, no. Non può rimanere al suo posto”
, ha detto nel suo intervento in Aula il senatore del Partito democratico, Antonio Misiani.

Anche da parte dell’Alleanza verdi e Sinistra è giunta la richiesta di dimissioni nei riguardi di Santanchè.

La Santanchè risulta aver fondato alcune società finite a vario titolo nel mirino della magistratura. Una di queste, Visibilia Editore, la società fondata dalla ministra del Turismo Daniela Santanchè, ha saldato i debiti con il fisco, pari a circa 1,4 milioni di euro.

Di conseguenza, la Procura di Milano ha rinunciato all’istanza di fallimento dell’azienda, da cui Santanchè si è dimessa dalla carica di presidente in seguito alle indagini per bancarotta e falso in bilancio.

Sono quattro le società del gruppo che fa capo alla senatrice di Fratelli d’Italia. Si tratta appunto di Visibilia Editore, e poi di Visibilia Concessionaria, Visibilia holding e Visibilia srl in liquidazione.

Per la prima, a novembre è arrivata la rinuncia all’istanza di fallimento. Per le altre tre, invece, i giudici milanesi hanno rinviato i procedimenti in attesa di un loro riassetto economico.

La Santanchè è stata presidente del gruppo Visibilia fino al 13 gennaio scorso, ma i primi accertamenti sembrano risalire al 2016.

E poi c’è stato un esposto presentato da nove soci di minoranza di Visibilia, i quali avevano denunciato “il più che fondato sospetto che gli amministratori, in violazione dei loro doveri, abbiano compiuto gravi irregolarità nella gestione, arrecando danno alla società, al corretto funzionamento del mercato, nonché agli azionisti”.

Se sul piano della condizione fallimentare delle società è stata messa una pezza, sul fronte penale rimangono aperte le indagini sul falso in bilancio (quello che Berlusconi voleva abolire, ndr), reato contestato dai magistrati alla Santanchè e ad altre persone che hanno ricoperto il ruolo di amministratori.

Ma c’è anche un’altra società ad attraversare la traiettoria della Santanchè. Si tratta della Ki Group. Ovvero l’azienda di cibo biologico che la ministra del Turismo ha gestito fino al 2022. E nella quale attualmente detiene una partecipazione indiretta.

E qui i problemi sono con Invitalia, la società pubblica che gestisce i finanziamenti alle imprese. Nel mirino ci sono i 2,7 milioni di contributi pubblici ottenuti da Ki Group come prestito Covid da Invitalia. Soldi che servivano per pagare fornitori e dipendenti.

La Ki Group che la Santanchè gestiva insieme all’ex compagno Canio Mazzaro ha infatti avanzato al Tribunale di Milano una proposta di concordato semplificato. Ma si è reso necessario il ricorso perché la via della procedura negoziata iniziata nello scorso marzo “non ha prodotto i risultati sperati”, secondo gli amministratori e le procedure concorsuali sono sospese.

La proposta di concordato prevede il pagamento del 100% degli emolumenti dovuti ai lavoratori, i quali denunciano proprio i mancati emolumenti dovuti, in particolare il TFR.

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