Per il prossimo 5 ottobre è stata convocata dalle associazioni palestinesi in Italia una manifestazione nazionale contro il genocidio in atto a Gaza ma anche in Cisgiordania.
Una bozza di locandina della manifestazione aveva appena cominciato a circolare sui social e già mercoledi mattina è stata presentata un’interrogazione parlamentare, a prima firma del deputato e responsabile dell’organizzazione di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, indirizzata al ministro dell’Interno riguardante la manifestazione annunciata a Roma per il prossimo 5 ottobre 2024.
Nella perversione interpretativa di Donzelli la manifestazione sarebbe stata promossa dall’organizzazione ‘Giovani Palestinesi Italia’ “per celebrare il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023”. Cosa smentita dal testo della locandina che sta circolando nelle chat e nei social.
L’interrogazione chiede al ministro dell’Interno “quali misure intenda adottare per garantire l’ordine pubblico e la sicurezza nella città di Roma in occasione dell’annunciata manifestazione, nonché per contrastare la diffusione di messaggi che incitano all’odio e alla violenza”.
A luglio lo stesso Donzelli era andato all’attacco contro una conferenza di Amnesty International nella sala stampa della Camera con il giurista palestinese Shawan Jabarin ottenendone la revoca.
Ma la destra italiana minaccia chi esprime solidarietà con il popolo palestinese non solo sul piano della politica nazionale, ma anche e soprattutto a livello locale – con particolare accanimento nelle università – dove continua a minacciare e a chiedere sanzioni contro docenti che manifestano la loro empatia con i palestinesi.
Ultimo caso in ordine di tempo – dopo la campagna pre-estiva contro il prof. Zucchetti dell’università di Torino – è quella condotta dai giornali e dagli esponenti politici di Fratelli d’Italia contro la professoressa Monica Dall’Asta docente del Dams di Bologna.
La docente dell’Università di Bologna, viene accusata di aver pubblicato una serie di tweet in cui sostiene che la notizia degli stupri di massa compiuti nell’attacco del 7 ottobre da Hamas sia una “bufala” priva di “prove schiaccianti”. “Non ho mai negato che siano state commesse atrocità. Ma la storia degli stupri di massa è una costruzione della propaganda. Come quella dei bambini decapitati”, ha scritto in un post la professoressa Dell’Asta, secondo cui si tratta di “Speculazioni che lasciano il tempo che trovano. Intifada significa rivolta contro l’oppressione di un apartheid feroce”.
Basandosi su diverse inchieste condotte in questi mesi anche da giornalisti israeliani, la professoressa Dall’Asta afferma che “Qui si tratta di uso strumentale di una notizia non verificata, su cui non ci sono nemmeno testimonianze, ma solo info di seconda o terza mano riportate da organizzazioni israeliane, per giustificare lo sterminio dei bambini di Gaza”.
“Una persona così non può insegnare nulla a nessuno – ha immediatamente attaccato il viceministro FdI Galeazzo Bignami – e non ci interessa se pensano di essere degli impuniti perché di sinistra. A casa, loro e il loro ripugnante antisemitismo. Fuori dall’Università”.
In una nota i Giovani Palestinesi di Bologna sono scesi in campo in difesa della professoressa Dall’Asta. “Il governo fascista e filosionista di questo Paese, senza vergogna, attraverso la voce di Galeazzo Bignami, che ricordiamo in divisa nazista, strumentalizza l’accusa di antisemitismo e prova a censurare le voci dei docenti che si schierano con il popolo palestinese in lotta per la liberazione dal giogo coloniale. Al rettore Molari e alla sua governante ricordiamo che l’università di Bologna è tutt’altro che imparziale, poiché schierata apertamente su posizioni collaborazioniste con l’entità sionista, che sta perpetrando il genocidio a Gaza e l’aggressione coloniale in Cisgiordania”.
La mobilitazione solidale con i palestinesi non sarà un pranzo di gala, è bene saperlo, ma è altrettanto importante sapere che diventa decisivo non cedere di un millimetro.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/09/2024
16/07/2024
La destra e gli apparati israeliani contro una conferenza su Gaza alla Camera
L’Arci, Amnesty International e l’Aoi hanno annunciato la decisione di annullare la conferenza stampa prevista per oggi sulle stragi e la crisi umanitaria a Gaza presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, che aveva suscitato diverse polemiche nei giorni scorsi.
“Reputiamo che non ci siano più le condizioni minime necessarie per tutelare Shawan Jabarin, direttore generale della ong palestinese Al-Haq, e garantire la centralità che deve avere l’attuale inaccettabile strage in corso a Gaza e la grave crisi umanitaria nella Cisgiordania occupata”, hanno dichiarato le associazioni promotrici della conferenza.
”Richiamiamo la stampa e la politica ad affrontare questioni fondamentali per la nostra democrazia fuori da polemiche strumentali. Censura e propaganda, criminalizzazione delle Ong e dei difensori dei diritti umani sono temi che meritano attenzione e adeguate misure di contrasto. Riproporremo in altra sede ed in altre forme l’evento con Shawan Jabarin”.
Gli organizzatori hanno così accettato di rinunciare all’iniziativa alla Camera dei Deputati a causa del killeraggio politico scatenato dalla destra e dagli apparati israeliani.
Il deputato e dirigente di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli ha attaccato i tre parlamentari promotori dell’evento: Laura Boldrini, Stefania Ascari e Francesco Mari. Il deputato di FdI, non soddisfatto per la rinuncia a intervenire nella conferenza da parte dell’avvocato Nicola Quatrano – già sottoposto a linciaggio da parte della destra nei giorni scorsi – ha puntato il dito sull “‘ospite d’onore”, ossia sul giurista palestinese Shawan Jabarin.
Donzelli ha ripetuto a pappagallo le veline delle autorità israeliane affermando che l’Ong Al Haq “secondo il Ministero della Difesa israeliano, è un’organizzazione terroristica perché è un’emanazione diretta del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, che per l’Unione europea è un’organizzazione terroristica a tutti gli effetti, e non è una cosa nuova”. Donzelli ha poi insistito sul disco rotto che la destra ripete ormai in tutta Europa. “Tutto questo non è sostenibile, perché l’antisemitismo è un virus pericoloso che deve essere condannato unanimemente e – ha concluso – non ci deve essere nessuna ambiguità e questa ambiguità, domani, invece, si paleserà alla Camera con questa conferenza stampa, che reputiamo indegna per questo luogo e per questa istituzione”.
Donzelli ignora – o meglio finge di ignorare – che Shawar Jabarin è un uomo che sta pagando sulla propria pelle accuse infamanti fatte circolare per screditarlo. Shawan Jabarin, è il presidente dell’Organizzazione non governativa Al-Haq ed è componente del Comitato Consultivo di Human Rights Watch per il Medio Oriente e, dal 2012, membro esecutivo della ICJ-CH di Ginevra (Commissione internazionale di Giuristi).
Da tempo Jabarin collabora con l’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Ahmad Khan.
Il suo lavoro ha avuto numerosi riconoscimenti internazionali, in particolare il Premio Alumni 2024 dell’Università di Galway per diritto, politiche pubbliche e società e il Gwynne Skinner Human Rights Award 2020, lo Human Rights and Business Award 2019, lo Human Rights Prize of the French Republic 2018.
Il 22 dicembre 2021, Shawan Jabarin viene invitato dall’allora presidente della Camera Laura Boldrini per essere audito dal Comitato per i diritti umani, ma arrivò subito una nota dell’ambasciata israeliana a tutti i media, denunciando «l’invito di un terrorista a Montecitorio».
Rinunciare a tenere la conferenza dentro la Camera dei deputati è, a nostro avviso, un errore. Di fronte agli attacchi della destra e degli apparati israeliani riteniamo che vada sempre mantenuto il punto. Negli anni scorsi aver subito le loro intimidazioni è stato estremamente dannoso nella diffusione e circolazione di iniziative di informazione e denuncia sulla questione palestinese. Finalmente, da ottobre in poi, questo meccanismo intimidatorio e politicida contro la solidarietà verso i palestinesi è stato spezzato in più punti. Ricominciare ad arretrare è un passo che non possiamo consentire.
Fonte
“Reputiamo che non ci siano più le condizioni minime necessarie per tutelare Shawan Jabarin, direttore generale della ong palestinese Al-Haq, e garantire la centralità che deve avere l’attuale inaccettabile strage in corso a Gaza e la grave crisi umanitaria nella Cisgiordania occupata”, hanno dichiarato le associazioni promotrici della conferenza.
”Richiamiamo la stampa e la politica ad affrontare questioni fondamentali per la nostra democrazia fuori da polemiche strumentali. Censura e propaganda, criminalizzazione delle Ong e dei difensori dei diritti umani sono temi che meritano attenzione e adeguate misure di contrasto. Riproporremo in altra sede ed in altre forme l’evento con Shawan Jabarin”.
Gli organizzatori hanno così accettato di rinunciare all’iniziativa alla Camera dei Deputati a causa del killeraggio politico scatenato dalla destra e dagli apparati israeliani.
Il deputato e dirigente di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli ha attaccato i tre parlamentari promotori dell’evento: Laura Boldrini, Stefania Ascari e Francesco Mari. Il deputato di FdI, non soddisfatto per la rinuncia a intervenire nella conferenza da parte dell’avvocato Nicola Quatrano – già sottoposto a linciaggio da parte della destra nei giorni scorsi – ha puntato il dito sull “‘ospite d’onore”, ossia sul giurista palestinese Shawan Jabarin.
Donzelli ha ripetuto a pappagallo le veline delle autorità israeliane affermando che l’Ong Al Haq “secondo il Ministero della Difesa israeliano, è un’organizzazione terroristica perché è un’emanazione diretta del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, che per l’Unione europea è un’organizzazione terroristica a tutti gli effetti, e non è una cosa nuova”. Donzelli ha poi insistito sul disco rotto che la destra ripete ormai in tutta Europa. “Tutto questo non è sostenibile, perché l’antisemitismo è un virus pericoloso che deve essere condannato unanimemente e – ha concluso – non ci deve essere nessuna ambiguità e questa ambiguità, domani, invece, si paleserà alla Camera con questa conferenza stampa, che reputiamo indegna per questo luogo e per questa istituzione”.
Donzelli ignora – o meglio finge di ignorare – che Shawar Jabarin è un uomo che sta pagando sulla propria pelle accuse infamanti fatte circolare per screditarlo. Shawan Jabarin, è il presidente dell’Organizzazione non governativa Al-Haq ed è componente del Comitato Consultivo di Human Rights Watch per il Medio Oriente e, dal 2012, membro esecutivo della ICJ-CH di Ginevra (Commissione internazionale di Giuristi).
Da tempo Jabarin collabora con l’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Ahmad Khan.
Il suo lavoro ha avuto numerosi riconoscimenti internazionali, in particolare il Premio Alumni 2024 dell’Università di Galway per diritto, politiche pubbliche e società e il Gwynne Skinner Human Rights Award 2020, lo Human Rights and Business Award 2019, lo Human Rights Prize of the French Republic 2018.
Il 22 dicembre 2021, Shawan Jabarin viene invitato dall’allora presidente della Camera Laura Boldrini per essere audito dal Comitato per i diritti umani, ma arrivò subito una nota dell’ambasciata israeliana a tutti i media, denunciando «l’invito di un terrorista a Montecitorio».
Rinunciare a tenere la conferenza dentro la Camera dei deputati è, a nostro avviso, un errore. Di fronte agli attacchi della destra e degli apparati israeliani riteniamo che vada sempre mantenuto il punto. Negli anni scorsi aver subito le loro intimidazioni è stato estremamente dannoso nella diffusione e circolazione di iniziative di informazione e denuncia sulla questione palestinese. Finalmente, da ottobre in poi, questo meccanismo intimidatorio e politicida contro la solidarietà verso i palestinesi è stato spezzato in più punti. Ricominciare ad arretrare è un passo che non possiamo consentire.
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30/11/2023
Delmastro a processo, ma è persino il problema minore...
La cronachetta ridicola della piccola politica italiana – questa è “la nazione” che Giorgia Meloni intende – ci consegna il rinvio a giudizio del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, per “rivelazione del segreto d’ufficio”.
La decisione è stata presa dal gip Maddalena Cipriani, accogliendo le conclusioni dell’altra gip, Emanuela Attura, che a luglio aveva imposto l’’imputazione coatta’ del sottosegretario. Si chiude così la fase dell’inchiesta partita dalla sparata suicida del suo compare di partito e di stanza, Giovanni Donzelli.
Il quale aveva trovato evidentemente “fichissimo” usare le intercettazioni delle chiacchiere in cortile tra l’anarchico Andrea Cospito e i suoi occasionali compagni di “passeggio”, nel carcere sassarese dove vige il 41bis, per attaccare l’ectoplasma dell’opposizione piddina. Rea, a suo dire, di aver ascoltato e registrato – tramite quattro parlamentari in visita istituzionale a quel carcere, dove Cospito era in sciopero della fame – le richieste dei detenuti.
La faccenda è leggermente più complessa e torbida di come la presentano oggi i media e, naturalmente, l’ultradestra al governo.
Vediamo perciò di separare le questioni per non fare confusione, e vediamo prima gli aspetti legali che hanno portato al rinvio a giudizio e poi cos’è avvenuto veramente (o molto probabilmente) quel giorno in quel carcere.
Donzelli, in aula, aveva citato parola per parola parti delle intercettazioni, che sono coperte dal “segreto d’ufficio” e dunque non possono essere a disposizione di nessuno, tranne gli inquirenti.
Non rientrando in questa categoria, al capogruppo dei “fratelli di Trenitalia” alla Camera la “soffiata” – ovvero il testo delle intercettazioni – poteva essergli arrivata solo tramite il compare di stanza, superiore in grado, come vice di Nordio, del direttore del Dap e sull’intera catena di comando.
Passaggio di carte peraltro pacificamente ammesso dal diretto interessato, che si era difeso allora dichiarando di “non essere stato consapevole” che quei documenti erano “riservati” e dunque non rivelabili in pubblico (tanto meno durante una seduta parlamentare in diretta televisiva!).
Sorvoliamo sulla “non consapevolezza” in materia di legge da parte del numero 2 del ministero apposito (nonché avvocato penalista, per disgrazia dei suoi clienti), e andiamo al nocciolo legale.
Tutto ruota sulla definizione di quei documenti come «a limitata divulgazione» (la dicitura apposta sulla copertina del fascicolo), che ne indica inequivocabilmente la natura “riservata” (e una diretta televisiva certamente non lo è...).
Vedranno i giudici, nel processo che ormai si deve aprire, come stanno le cose su questo piano e quanto sarà considerato grave il reato.
Sul piano politico, invece, le cose sono già chiare. Usare “notizie riservate”, ottenute grazie alla posizione istituzionale (viceministro) di un amichetto di partito è già oltre i limiti della miseria politica. Detto altrimenti: usare i poteri dello Stato per speculare un facile guadagno politico e da... fate voi.
Ma c’è sicuramente qualcosa di più e di peggio. La ricostruzione degli avvenimenti fatta da Luigi Manconi – parlamentare di lungo corso, nonché “specializzato” nel settore giustizia, e sulle carceri in particolare – è un tantino più grave. Ma dà la misura esatta di che tipo di gente sia quella di cui stiamo parlando.
Manconi fa sapere – e rammenta anche agli “inconsapevoli” – che in regime di 41 bis la stessa “socialità”, ossia la possibilità di incontrare altri detenuti durante l’”ora d’aria”, viene regolamentata in modo tale che non sia il detenuto a scegliersi con chi parlare.
La composizione dei piccoli gruppi (tre, massimo quattro persone) che passeggiano un’oretta al giorno nello stesso quadratino di cemento armato viene decisa dal Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), ossia dai vertici del ministero della Giustizia.
E il giorno della fatidica visita dei 4 parlamentari del PD, arrivati al carcere di Bancali per verificare le condizioni di salute dell’anarchico in sciopero della fame, Cospito – fino a quel giorno accompagnato ad altri due detenuti considerati di “bassa pericolosità” (non due boss, insomma) – viene invece messo insieme a due detenuti per mafia (Francesco Di Maio e Francesco Presta).
Tutto chiaro?
La decisione di far stare insieme quelle persone è stata presa ufficialmente dalla direzione di Bancali, non da Cospito. E, per chi conosce almeno le basi del vivere in un carcere, anche se la compagnia non te la sei scelta, non puoi fare a meno di scambiare quattro parole.
Se poi – come Cospito – in quei giorni, a tutte le ore, la televisione parla di te e della tua protesta, è inevitabile che quelle “quattro chiacchiere” tocchino anche quell’argomento e non solo il tempo che fa. Ma non è né un reato, né una dimostrazione di “contiguità”.
Un “lieve sospetto” che, al direttore del carcere, l’indicazione di creare quella inedita “composizione del passeggio” sia venuta “dall’alto”, ossia dal Dap (il capo era Giovanni Russo, in quel momento), ovvero dai vertici del ministero, e quindi anche dallo staff di Delmastro... non è poi un “pensare così male” (citando Andreotti...).
Il resto va da sé. La “triangolazione” tra il povero Cospito, i due mafiosi e i parlamentari del Pd è stata creata (per sbaglio o intenzionalmente) proprio dal ministero di Giustizia. Di cui Delmastro è tuttora il ‘numero 2’.
Le conversazioni tra tutte queste persone vengono registrate, sbobinate, raccolte in documenti “a diffusione limitata” e infine amichevolmente consegnate nelle capaci mani di Donzelli per consentirgli di fare la sua figura in Parlamento.
Edificante, non trovate? Che Delmastro finisca a processo è in fondo un problema decisamente minore. Quello enorme è la “qualità” di questa classe politica.
Roba da commuoversi ed arruolarsi subito... tra i monaci del monte Athos.
Fonte
La decisione è stata presa dal gip Maddalena Cipriani, accogliendo le conclusioni dell’altra gip, Emanuela Attura, che a luglio aveva imposto l’’imputazione coatta’ del sottosegretario. Si chiude così la fase dell’inchiesta partita dalla sparata suicida del suo compare di partito e di stanza, Giovanni Donzelli.
Il quale aveva trovato evidentemente “fichissimo” usare le intercettazioni delle chiacchiere in cortile tra l’anarchico Andrea Cospito e i suoi occasionali compagni di “passeggio”, nel carcere sassarese dove vige il 41bis, per attaccare l’ectoplasma dell’opposizione piddina. Rea, a suo dire, di aver ascoltato e registrato – tramite quattro parlamentari in visita istituzionale a quel carcere, dove Cospito era in sciopero della fame – le richieste dei detenuti.
La faccenda è leggermente più complessa e torbida di come la presentano oggi i media e, naturalmente, l’ultradestra al governo.
Vediamo perciò di separare le questioni per non fare confusione, e vediamo prima gli aspetti legali che hanno portato al rinvio a giudizio e poi cos’è avvenuto veramente (o molto probabilmente) quel giorno in quel carcere.
Donzelli, in aula, aveva citato parola per parola parti delle intercettazioni, che sono coperte dal “segreto d’ufficio” e dunque non possono essere a disposizione di nessuno, tranne gli inquirenti.
Non rientrando in questa categoria, al capogruppo dei “fratelli di Trenitalia” alla Camera la “soffiata” – ovvero il testo delle intercettazioni – poteva essergli arrivata solo tramite il compare di stanza, superiore in grado, come vice di Nordio, del direttore del Dap e sull’intera catena di comando.
Passaggio di carte peraltro pacificamente ammesso dal diretto interessato, che si era difeso allora dichiarando di “non essere stato consapevole” che quei documenti erano “riservati” e dunque non rivelabili in pubblico (tanto meno durante una seduta parlamentare in diretta televisiva!).
Sorvoliamo sulla “non consapevolezza” in materia di legge da parte del numero 2 del ministero apposito (nonché avvocato penalista, per disgrazia dei suoi clienti), e andiamo al nocciolo legale.
Tutto ruota sulla definizione di quei documenti come «a limitata divulgazione» (la dicitura apposta sulla copertina del fascicolo), che ne indica inequivocabilmente la natura “riservata” (e una diretta televisiva certamente non lo è...).
Vedranno i giudici, nel processo che ormai si deve aprire, come stanno le cose su questo piano e quanto sarà considerato grave il reato.
Sul piano politico, invece, le cose sono già chiare. Usare “notizie riservate”, ottenute grazie alla posizione istituzionale (viceministro) di un amichetto di partito è già oltre i limiti della miseria politica. Detto altrimenti: usare i poteri dello Stato per speculare un facile guadagno politico e da... fate voi.
Ma c’è sicuramente qualcosa di più e di peggio. La ricostruzione degli avvenimenti fatta da Luigi Manconi – parlamentare di lungo corso, nonché “specializzato” nel settore giustizia, e sulle carceri in particolare – è un tantino più grave. Ma dà la misura esatta di che tipo di gente sia quella di cui stiamo parlando.
Manconi fa sapere – e rammenta anche agli “inconsapevoli” – che in regime di 41 bis la stessa “socialità”, ossia la possibilità di incontrare altri detenuti durante l’”ora d’aria”, viene regolamentata in modo tale che non sia il detenuto a scegliersi con chi parlare.
La composizione dei piccoli gruppi (tre, massimo quattro persone) che passeggiano un’oretta al giorno nello stesso quadratino di cemento armato viene decisa dal Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), ossia dai vertici del ministero della Giustizia.
E il giorno della fatidica visita dei 4 parlamentari del PD, arrivati al carcere di Bancali per verificare le condizioni di salute dell’anarchico in sciopero della fame, Cospito – fino a quel giorno accompagnato ad altri due detenuti considerati di “bassa pericolosità” (non due boss, insomma) – viene invece messo insieme a due detenuti per mafia (Francesco Di Maio e Francesco Presta).
Tutto chiaro?
La decisione di far stare insieme quelle persone è stata presa ufficialmente dalla direzione di Bancali, non da Cospito. E, per chi conosce almeno le basi del vivere in un carcere, anche se la compagnia non te la sei scelta, non puoi fare a meno di scambiare quattro parole.
Se poi – come Cospito – in quei giorni, a tutte le ore, la televisione parla di te e della tua protesta, è inevitabile che quelle “quattro chiacchiere” tocchino anche quell’argomento e non solo il tempo che fa. Ma non è né un reato, né una dimostrazione di “contiguità”.
Un “lieve sospetto” che, al direttore del carcere, l’indicazione di creare quella inedita “composizione del passeggio” sia venuta “dall’alto”, ossia dal Dap (il capo era Giovanni Russo, in quel momento), ovvero dai vertici del ministero, e quindi anche dallo staff di Delmastro... non è poi un “pensare così male” (citando Andreotti...).
Il resto va da sé. La “triangolazione” tra il povero Cospito, i due mafiosi e i parlamentari del Pd è stata creata (per sbaglio o intenzionalmente) proprio dal ministero di Giustizia. Di cui Delmastro è tuttora il ‘numero 2’.
Le conversazioni tra tutte queste persone vengono registrate, sbobinate, raccolte in documenti “a diffusione limitata” e infine amichevolmente consegnate nelle capaci mani di Donzelli per consentirgli di fare la sua figura in Parlamento.
Edificante, non trovate? Che Delmastro finisca a processo è in fondo un problema decisamente minore. Quello enorme è la “qualità” di questa classe politica.
Roba da commuoversi ed arruolarsi subito... tra i monaci del monte Athos.
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07/07/2023
Fascisti sotto botta per come abusano del potere
È più forte di loro, non ci possono fare niente. Non sono serviti decenni di bagni a Fiuggi (la città dove Gianfranco Fini aprì il processo di trasformazione del Movimento Sociale in un partito “costituzionale”) per cambiare la natura dei fascisti italiani.
Semplicemente, non riescono ad accettare alcuna differenza o contrasto. Non reggono il confronto, dunque lo eliminano...
Già in difficoltà per la penosa esibizione di Daniela Santanché sui banchi del Senato – impegnata a spergiurare di “non essere indagata” per le altrettanto penose vicende delle sue “imprese”, proprio mentre tutti i giornali erano obbligati a parlare della sua “iscrizione al registro” fin da novembre 2022 (desecretata perciò da febbraio, tre mesi dopo, come da codice di procedura) – i “fratellini nazionali” guidati da Giorgia Meloni hanno dovuto affrontare l’“imputazione coatta” per il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro.
Immediata è partita da “ambienti di Palazzo Chigi” una nota avvelenata che si chiedeva retoricamente se «una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee».
Sembra Berlusconi fin dai primi giorni, certo, ma è “Giorgia” proprio ora.
Come i nostri lettori sanno, non amiamo fatto la magistratura italiana. A parte pochi casi di persone davvero “indipendenti”, questo corpo dello Stato è composto da personaggi disponibili a molti e diversi compromessi, sia con “la politica” che con “le imprese” o “i servizi”.
I casi più recenti – quello di Luca Palamara o quello che ha avuto per protagonista l’avvocato Amara – hanno illuminato un mondo di relazioni quantomeno “non istituzionali”, dove si decidono le carriere e le fortune in base ad appartenenze più massoniche che partitiche, e dove quindi si contratta di tutto. Meno che la Giustizia.
Ovviamente questo significa che molte inchieste contro “la politica” possono essere “sospette” quanto a tempistica o settore preso di mira, ma – per la natura stessa dell’azione giudiziaria contro “personaggi di potere” – praticamente sempre incentrate su una quantità di prove assolutamente superiore a quelle prodotte in un procedimento contro persone “normali”.
Lasciamo perdere le miserie della Santanché e occupiamoci invece della vicenda Delmastro, che già altre volte abbiamo trattato.
Intanto la notizia: indagato per rivelazione di segreto d’ufficio (i colloqui in carcere tra parlamentari del PD e Alfredo Cospito, in 41bis) il Gip di Roma non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, ed ha quindi disposto l’“imputazione coatta”. Ossia obbligatoria per chi dovrà, in caso di processo, rappresentare la pubblica accusa.
Tanto per chiarire come nella stessa magistratura si possa ragionare in termini “politicamente amichevoli”, la Procura aveva – sì – riconosciuto “l’esistenza oggettiva della violazione del segreto amministrativo” da parte del sottosegretario alla Giustizia, ma aveva eccepito “l’assenza dell’elemento soggettivo del reato, determinata da errore su legge extrapenale”.
In parole povere: la violazione c’è stata ma Delmastro non se n’è reso conto... E meno male che l’hanno fatto sottosegretario alla Giustizia per i suoi “meriti”!
La rivelazione o meno del “segreto”, però, non è a nostro avviso il problema principale. È un problema, naturalmente, ma quasi “minore” rispetto all’altro che è venuto fuori dai protagonisti di questa vicenda, perché illumina sul modo in cui questa leva di fascisti promossi incautamente “statisti” gestisce il potere dello Stato.
Si ricorderà che il suo “compagno di stanza” – Giovanni Donzelli, altro “meloniano” senza se e senza ma – aveva denunciato in un discorso alla Camera la visita fatta a Cospito da alcuni parlamentari del PD (le visite in carcere per verificare le condizioni dei detenuti sono una prerogativa esclusiva, normale, di parlamentari e consiglieri regionali), cui l’anarchico aveva esposto una ovvia e lunga serie di critiche al regime di 41bis in cui lui e altri detenuti comuni sono sottoposti nel carcere Bancali di Sassari.
La stessa mattina, però, prima della visita dei parlamentari, Cospito era stato messo nello stesso cortile per “l’aria” insieme a detenuti diversi da quelli solitamente scelti dalla Direzione del carcere (al 41bis, in isolamento totale, non è concessa alcuna libertà di scelta neanche per questa unica occasione di scambiare quattro chiacchiere con altri esseri umani).
E quella volta, contrariamente al solito, Alfredo si era ritrovato con Francesco Di Maio dei Casalesi, il ‘ndranghetista Francesco Presta, il mafioso e neofascista Pietro Rampulla.
Chiacchiere ovviamente registrate dai microfoni piazzati nei cortili, e incentrate – che stranezza! – sull’invivibilità di quelle condizioni, sul 41bis e sullo sciopero della fame condotto da Cospito.
Tutto scontato e banale se non ci fosse stata subito dopo la visita dei parlamentari, cui Cospito – altrettanto ovviamente – denuncia quelle condizioni di vita e detenzione, esponendo le ragioni del suo sciopero della fame.
Dov’è la stranezza, invece?
Proprio nel fatto che quella mattina Alfredo, invece di essere messo con i soliti colleghi di passeggio (a “minore pericolosità”), ha trovato almeno due “boss”. Per decisione del Direttore, non sua.
Ed essendo Delmastro sottosegretario alla Giustizia, non è per nulla difficile “sospettare” che l’ordine di “cambiare le formazioni” nei passeggi proprio quella mattina sia venuto “dall’alto”. Creando così volontariamente la situazione che poi il “compagno di stanza” Donzelli ha potuto denunciare come “scandalosa” nel suo delirio in aula.
Lo stesso Cospito, lucidamente, ha poi denunciato la “strumentalizzazione” di quei colloqui, così come fatto da Luigi Manconi ed altri giuristi che sanno bene come funziona il carcere... e la politichetta italica di più infimo profilo.
Resta invece completo il silenzio – istituzionale e non – sul regime del 41 bis. Cui Cospito è ancora sottoposto nonostante la Corte d’Appello di Torino abbia cancellato la condanna all’ergastolo ostativo (che secondo i forcaioli di ogni colore lo “giustificava”).
Fonte
Semplicemente, non riescono ad accettare alcuna differenza o contrasto. Non reggono il confronto, dunque lo eliminano...
Già in difficoltà per la penosa esibizione di Daniela Santanché sui banchi del Senato – impegnata a spergiurare di “non essere indagata” per le altrettanto penose vicende delle sue “imprese”, proprio mentre tutti i giornali erano obbligati a parlare della sua “iscrizione al registro” fin da novembre 2022 (desecretata perciò da febbraio, tre mesi dopo, come da codice di procedura) – i “fratellini nazionali” guidati da Giorgia Meloni hanno dovuto affrontare l’“imputazione coatta” per il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro.
Immediata è partita da “ambienti di Palazzo Chigi” una nota avvelenata che si chiedeva retoricamente se «una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee».
Sembra Berlusconi fin dai primi giorni, certo, ma è “Giorgia” proprio ora.
Come i nostri lettori sanno, non amiamo fatto la magistratura italiana. A parte pochi casi di persone davvero “indipendenti”, questo corpo dello Stato è composto da personaggi disponibili a molti e diversi compromessi, sia con “la politica” che con “le imprese” o “i servizi”.
I casi più recenti – quello di Luca Palamara o quello che ha avuto per protagonista l’avvocato Amara – hanno illuminato un mondo di relazioni quantomeno “non istituzionali”, dove si decidono le carriere e le fortune in base ad appartenenze più massoniche che partitiche, e dove quindi si contratta di tutto. Meno che la Giustizia.
Ovviamente questo significa che molte inchieste contro “la politica” possono essere “sospette” quanto a tempistica o settore preso di mira, ma – per la natura stessa dell’azione giudiziaria contro “personaggi di potere” – praticamente sempre incentrate su una quantità di prove assolutamente superiore a quelle prodotte in un procedimento contro persone “normali”.
Lasciamo perdere le miserie della Santanché e occupiamoci invece della vicenda Delmastro, che già altre volte abbiamo trattato.
Intanto la notizia: indagato per rivelazione di segreto d’ufficio (i colloqui in carcere tra parlamentari del PD e Alfredo Cospito, in 41bis) il Gip di Roma non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, ed ha quindi disposto l’“imputazione coatta”. Ossia obbligatoria per chi dovrà, in caso di processo, rappresentare la pubblica accusa.
Tanto per chiarire come nella stessa magistratura si possa ragionare in termini “politicamente amichevoli”, la Procura aveva – sì – riconosciuto “l’esistenza oggettiva della violazione del segreto amministrativo” da parte del sottosegretario alla Giustizia, ma aveva eccepito “l’assenza dell’elemento soggettivo del reato, determinata da errore su legge extrapenale”.
In parole povere: la violazione c’è stata ma Delmastro non se n’è reso conto... E meno male che l’hanno fatto sottosegretario alla Giustizia per i suoi “meriti”!
La rivelazione o meno del “segreto”, però, non è a nostro avviso il problema principale. È un problema, naturalmente, ma quasi “minore” rispetto all’altro che è venuto fuori dai protagonisti di questa vicenda, perché illumina sul modo in cui questa leva di fascisti promossi incautamente “statisti” gestisce il potere dello Stato.
Si ricorderà che il suo “compagno di stanza” – Giovanni Donzelli, altro “meloniano” senza se e senza ma – aveva denunciato in un discorso alla Camera la visita fatta a Cospito da alcuni parlamentari del PD (le visite in carcere per verificare le condizioni dei detenuti sono una prerogativa esclusiva, normale, di parlamentari e consiglieri regionali), cui l’anarchico aveva esposto una ovvia e lunga serie di critiche al regime di 41bis in cui lui e altri detenuti comuni sono sottoposti nel carcere Bancali di Sassari.
La stessa mattina, però, prima della visita dei parlamentari, Cospito era stato messo nello stesso cortile per “l’aria” insieme a detenuti diversi da quelli solitamente scelti dalla Direzione del carcere (al 41bis, in isolamento totale, non è concessa alcuna libertà di scelta neanche per questa unica occasione di scambiare quattro chiacchiere con altri esseri umani).
E quella volta, contrariamente al solito, Alfredo si era ritrovato con Francesco Di Maio dei Casalesi, il ‘ndranghetista Francesco Presta, il mafioso e neofascista Pietro Rampulla.
Chiacchiere ovviamente registrate dai microfoni piazzati nei cortili, e incentrate – che stranezza! – sull’invivibilità di quelle condizioni, sul 41bis e sullo sciopero della fame condotto da Cospito.
Tutto scontato e banale se non ci fosse stata subito dopo la visita dei parlamentari, cui Cospito – altrettanto ovviamente – denuncia quelle condizioni di vita e detenzione, esponendo le ragioni del suo sciopero della fame.
Dov’è la stranezza, invece?
Proprio nel fatto che quella mattina Alfredo, invece di essere messo con i soliti colleghi di passeggio (a “minore pericolosità”), ha trovato almeno due “boss”. Per decisione del Direttore, non sua.
Ed essendo Delmastro sottosegretario alla Giustizia, non è per nulla difficile “sospettare” che l’ordine di “cambiare le formazioni” nei passeggi proprio quella mattina sia venuto “dall’alto”. Creando così volontariamente la situazione che poi il “compagno di stanza” Donzelli ha potuto denunciare come “scandalosa” nel suo delirio in aula.
Lo stesso Cospito, lucidamente, ha poi denunciato la “strumentalizzazione” di quei colloqui, così come fatto da Luigi Manconi ed altri giuristi che sanno bene come funziona il carcere... e la politichetta italica di più infimo profilo.
Resta invece completo il silenzio – istituzionale e non – sul regime del 41 bis. Cui Cospito è ancora sottoposto nonostante la Corte d’Appello di Torino abbia cancellato la condanna all’ergastolo ostativo (che secondo i forcaioli di ogni colore lo “giustificava”).
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