Lo scudo penale nella sua versione parlamentare, a quanto pare è scattato per i politici della destra. Era dal 27 maggio che la Procura di Roma aveva chiesto alla Commissione per le autorizzazioni a procedere della Camera di acquisire la chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, non indagato, e l’ex socio Mauro Caroccia, che invece è indagato nell’inchiesta dei magistrati di piazzale Clodio sul caso del ristorante Bisteccheria d’Italia.
Caroccia è considerato dai magistrati un prestanome del clan Senese, una diramazione della Camorra con grossi interessi e influenza a Roma. Attualmente è detenuto in carcere dove sta scontando una pena definitiva a 4 anni nell’ambito di un’altra indagine del gennaio 2025, sempre sui Senese.
Di solito i tempi per la concessione o meno dell’autorizzazione da parte della commissione sono di una decina di giorni e invece sono passati due mesi.
Senza l’autorizzazione della Camera, il contenuto della chat di Del Mastro non è utilizzabile tra gli elementi d’indagine. Ma ieri, proprio alla Camera, è scattato una sorta di “scudo penale” per l’ex sottosegretario di Fratelli d’Italia, con la negazione dell’autorizzazione alla Procura di poter accedere alla chat in oggetto.
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha infatti detto no alla richiesta dei magistrati di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. Dopo il voto della giunta, la pratica è passata all’Aula di Montecitorio dove il centrodestra ha votato a favore della proposta del relatore del testo, Pietro Pittalis di Forza Italia, negando l’autorizzazione al sequestro della corrispondenza. Il centrosinistra ha votato contro.
Ma al Senato è esplosa la protesta delle opposizioni che, avendo avuto sentore di come sarebbe andata, hanno preparato dei cartelli con su scritto “Fuori le chat” mentre alcuni parlamentari hanno occupato i banchi del governo. Tensioni e qualche spintonamento tra i deputati della destra e quelli dell’opposizione, in particolare quelli del M5S.
Il caso politico-giudiziario era scoppiato a marzo dopo le rivelazioni di una inchiesta de Il Fatto Quotidiano ed aveva portato alle dimissioni di Del Mastro. Ora la pratica passa all’Aula della Camera che il 30 luglio dovrà esprimersi in maniera definitiva e salvo colpi di scena nella maggioranza, confermerà il voto della giunta negando l’accesso alle chat da parte dei magistrati che stanno conducendo le indagini.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/07/2026
È scattato lo scudo “parlamentare” ... per i politici della destra
25/03/2026
Smottamenti nel governo Meloni. Saltano le prime teste ma manca il bersaglio grosso
Prima il sottosegretario Andrea Del Mastro, poi la capo di gabinetto del ministero di Giustizia Giusi Bartolozzi. Infine c’è il “benservito” per la ministra Santanchè.
Il day after del referendum sulla controriforma costituzionale vede saltare le prime teste nel governo ma non ancora quella del ministro Nordio, che pure è stato il protagonista dello scontro referendario e del suo esito negativo per la maggioranza. Mentre un velo di pudore e inibizione politica circonda ancora la richiesta di dimissioni della stessa Meloni.
La fretta con cui sono arrivate le dimissioni di Del Mastro e della Bartolozzi, si spiega però con il fatto che queste arrivano alla vigilia del question time di Nordio previsto per oggi alla Camera, dove deve rispondere proprio sulla vicenda del sottosegretario e della capo di gabinetto. A pesare sul caso ci sarebbe anche l’eventualità di nuove rivelazioni audio e intercettazioni sulla vicenda che potrebbero essere portate in commissione Antimafia.
Insomma per Nordio, con Del Mastro e Bartolozzi ancora al loro posto, oggi in Parlamento sarebbe stato un bagno di sangue che la Meloni sta cercando di evitare togliendo di mezzo due personaggi imbarazzanti per il suo governo.
Possiamo tranquillamente affermare che Del Mastro ha fatto decisamente di tutto per complicare la vita politica e la credibilità del governo Meloni, ma anche che è un pessimo personaggio di cui nessuno sentirà la mancanza.
La notorietà se l’è costruita facendo professione di sadismo sui detenuti (“Sui nostri mezzi non li facciamo respirare”), come anche col passaggio sottobanco di documenti “riservati” al suo collega nonché coinquilino Donzelli per fargli fare una provocatoria interrogazione parlamentare sui presunti rapporti tra deputati PD e l’anarchico Cospito al 41bis.
Del resto questa maggioranza aveva messo come sottosegretario alla Giustizia un tipetto vendicativo che andava in estasi di fronte alle sofferenze dei detenuti o degli arrestati. La fantasia corre veloce nell’immaginare la sua esistenza qualora dovesse finire a sua volta in galera.
A complicare le cose per la Meloni è arrivata poi la sua richiesta di farsi da parte per un altro personaggio imbarazzante e ingombrante per l’esecutivo, ossia la ministra Santanchè con i suoi guai giudiziari.
La premier ha chiesto alla ministra di mostrare “sensibilità istituzionale” (un modo felpato per dirle che se ne deve andare) ma la Santanchè – coerente con il suo stile – sta tirando i calci, con il rischio di innescare una crisi istituzionale dentro il governo simile a quella che nel 1995 fece traballare il governo Dini nello scontro con il suo ministro (della Giustizia anche in quel caso, ndr) Mancuso. Dini gli chiese di dimettersi e il ministro si rifiutò avviando un braccio di ferro devastante risoltosi con una mozione di sfiducia parlamentare.
Quest’ultimo scenario, se la Santanchè non si dimettesse di propria volontà, sarebbe decisamente pesante per il governo Meloni.
Era inevitabile che dopo il risultato del referendum ci sarebbero state un po’ di rese dei conti all’interno della maggioranza. Al momento stanno volando stracci di medio livello, ma si sono avviati degli smottamenti nell’area di governo dagli esiti imprevedibili.
Per la Meloni sembra essere finita la festa. Si era abituata troppo bene a vincere facile con una opposizione parlamentare pasticciona e inadeguata alla posta in gioco (lo scenario vede infatti guerre, recessione economica, involuzioni autoritarie, insomma mica robetta da poco), e adesso il rischio di bollire in pentola per l’anno che manca alla elezioni di fine mandato, potrebbe non essere una prospettiva allettante.
Anche perché ha verificato che “la squadra” di cui dispone o dimostra manifesta incompetenza o ha troppi scheletri nell’armadio in una fase storica estremamente critica. E il paese se ne è accorto, soprattutto i più giovani. Per questo c’è urgenza nel pensare e dispiegare una alternativa politica e sociale “di sostanza”.
Ultim’ora. La ministra Daniela Santanchè si è dimessa. Dopo il braccio di ferro con la premier la titolare del Turismo ha ceduto alle pressioni e ha lasciato l’incarico. Non ne sentiremo la mancanza.
Fonte
Il day after del referendum sulla controriforma costituzionale vede saltare le prime teste nel governo ma non ancora quella del ministro Nordio, che pure è stato il protagonista dello scontro referendario e del suo esito negativo per la maggioranza. Mentre un velo di pudore e inibizione politica circonda ancora la richiesta di dimissioni della stessa Meloni.
La fretta con cui sono arrivate le dimissioni di Del Mastro e della Bartolozzi, si spiega però con il fatto che queste arrivano alla vigilia del question time di Nordio previsto per oggi alla Camera, dove deve rispondere proprio sulla vicenda del sottosegretario e della capo di gabinetto. A pesare sul caso ci sarebbe anche l’eventualità di nuove rivelazioni audio e intercettazioni sulla vicenda che potrebbero essere portate in commissione Antimafia.
Insomma per Nordio, con Del Mastro e Bartolozzi ancora al loro posto, oggi in Parlamento sarebbe stato un bagno di sangue che la Meloni sta cercando di evitare togliendo di mezzo due personaggi imbarazzanti per il suo governo.
Possiamo tranquillamente affermare che Del Mastro ha fatto decisamente di tutto per complicare la vita politica e la credibilità del governo Meloni, ma anche che è un pessimo personaggio di cui nessuno sentirà la mancanza.
La notorietà se l’è costruita facendo professione di sadismo sui detenuti (“Sui nostri mezzi non li facciamo respirare”), come anche col passaggio sottobanco di documenti “riservati” al suo collega nonché coinquilino Donzelli per fargli fare una provocatoria interrogazione parlamentare sui presunti rapporti tra deputati PD e l’anarchico Cospito al 41bis.
Del resto questa maggioranza aveva messo come sottosegretario alla Giustizia un tipetto vendicativo che andava in estasi di fronte alle sofferenze dei detenuti o degli arrestati. La fantasia corre veloce nell’immaginare la sua esistenza qualora dovesse finire a sua volta in galera.
A complicare le cose per la Meloni è arrivata poi la sua richiesta di farsi da parte per un altro personaggio imbarazzante e ingombrante per l’esecutivo, ossia la ministra Santanchè con i suoi guai giudiziari.
La premier ha chiesto alla ministra di mostrare “sensibilità istituzionale” (un modo felpato per dirle che se ne deve andare) ma la Santanchè – coerente con il suo stile – sta tirando i calci, con il rischio di innescare una crisi istituzionale dentro il governo simile a quella che nel 1995 fece traballare il governo Dini nello scontro con il suo ministro (della Giustizia anche in quel caso, ndr) Mancuso. Dini gli chiese di dimettersi e il ministro si rifiutò avviando un braccio di ferro devastante risoltosi con una mozione di sfiducia parlamentare.
Quest’ultimo scenario, se la Santanchè non si dimettesse di propria volontà, sarebbe decisamente pesante per il governo Meloni.
Era inevitabile che dopo il risultato del referendum ci sarebbero state un po’ di rese dei conti all’interno della maggioranza. Al momento stanno volando stracci di medio livello, ma si sono avviati degli smottamenti nell’area di governo dagli esiti imprevedibili.
Per la Meloni sembra essere finita la festa. Si era abituata troppo bene a vincere facile con una opposizione parlamentare pasticciona e inadeguata alla posta in gioco (lo scenario vede infatti guerre, recessione economica, involuzioni autoritarie, insomma mica robetta da poco), e adesso il rischio di bollire in pentola per l’anno che manca alla elezioni di fine mandato, potrebbe non essere una prospettiva allettante.
Anche perché ha verificato che “la squadra” di cui dispone o dimostra manifesta incompetenza o ha troppi scheletri nell’armadio in una fase storica estremamente critica. E il paese se ne è accorto, soprattutto i più giovani. Per questo c’è urgenza nel pensare e dispiegare una alternativa politica e sociale “di sostanza”.
Ultim’ora. La ministra Daniela Santanchè si è dimessa. Dopo il braccio di ferro con la premier la titolare del Turismo ha ceduto alle pressioni e ha lasciato l’incarico. Non ne sentiremo la mancanza.
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17/11/2024
L’iperblindato ferox del sottosegretario Delmastro
Diceva il Sottosegretario Delmastro di “non avere i detenuti nella sua delega”, ma evidentemente il suo cuore batteva comunque per loro. Tanto da gioire nel proprio intimo nel pensarli dietro i vetri oscurati dei moderni blindati tecnologici messi a disposizione della polizia penitenziaria.
Se ne occupa, quindi, dei detenuti, al di là delle deleghe, e lo fa dal punto di vista del più truce dei carcerieri. Interprete della visione, al tempo stesso ridicola e brutale, di uno Stato cinico e vendicativo, che gioisce nel vedere il recluso incalzato e schiacciato senza respiro nell’acciaio feroce del suo blindato.
Eppure non era proprio il Sottosegretario Delmastro a dire “garantisti nel processo … giustizialisti nell’esecuzione”? E non sa forse che al 41-bis e all’Alta Sicurezza, al cui servizio è destinato l’iperblindato della sofferenza, sono destinati indifferentemente anche gli indagati e gli imputati presunti innocenti?
Se questa è la sua idea delle garanzie chissà cosa starà ora escogitando per il trasporto esclusivo dei condannati. Quale nuova sadica macchina restrittiva giustizialista, da mostrare con orgoglio ai giovani di questo Paese, starà progettando, è difficile immaginarlo. Ma se simili sforzi della fantasia il sottosegretario Delmastro li facesse lontano dal Ministero della Giustizia, sarebbe certo meglio per tutti, e soprattutto per l’idea della sicurezza che dovrebbe avere a cuore questo Paese, ben più sana, civile e rispettosa della dignità della persona.
Fonte
Se ne occupa, quindi, dei detenuti, al di là delle deleghe, e lo fa dal punto di vista del più truce dei carcerieri. Interprete della visione, al tempo stesso ridicola e brutale, di uno Stato cinico e vendicativo, che gioisce nel vedere il recluso incalzato e schiacciato senza respiro nell’acciaio feroce del suo blindato.
Eppure non era proprio il Sottosegretario Delmastro a dire “garantisti nel processo … giustizialisti nell’esecuzione”? E non sa forse che al 41-bis e all’Alta Sicurezza, al cui servizio è destinato l’iperblindato della sofferenza, sono destinati indifferentemente anche gli indagati e gli imputati presunti innocenti?
Se questa è la sua idea delle garanzie chissà cosa starà ora escogitando per il trasporto esclusivo dei condannati. Quale nuova sadica macchina restrittiva giustizialista, da mostrare con orgoglio ai giovani di questo Paese, starà progettando, è difficile immaginarlo. Ma se simili sforzi della fantasia il sottosegretario Delmastro li facesse lontano dal Ministero della Giustizia, sarebbe certo meglio per tutti, e soprattutto per l’idea della sicurezza che dovrebbe avere a cuore questo Paese, ben più sana, civile e rispettosa della dignità della persona.
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04/01/2024
Rivolta nel carcere di Agrigento, “arrestati i detenuti”
La galera si aggiunge alla galera. I detenuti del carcere di Agrigento si rivoltano utilizzando, secondo la ricostruzione della polizia penitenziaria, bastoni acqua e olio bollente per protestare contro il freddo (impianti di riscaldamento che non funzionano).
La rivolta viene sedata e scattano nove arresti per danneggiamento aggravato. Alla protesta hanno partecipato una cinquantina di reclusi e siccome le indagini “sono ancora in corso” è molto probabile che altri detenuti subiscano a breve la stessa sorte.
Il consiglio dei ministri nel pacchetto sicurezza aveva inserito una nuova fattispecie di reato contro le rivolte in carcere e nei centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), con pene che vanno dai due agli otto anni di reclusione.
”Basta impunità a chi mette a ferro e fuoco gli istituti penitenziari – tuonava il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, ora alla ribalta del cronaca per la vicenda dello sparo alla cena di Capodanno – Mai più rivolte eterodirette dalla criminalità organizzata senza reazioni da parte dello Stato”.
Delmastro si riferiva alle rivolte del marzo 2020 in piena era Covid, costate la vita a 13 detenuti nel carcere di Modena in circostanze mai del tutto chiarite e in un primo momento associate a una regia mafiosa in realtà mai provata.
Tanto che tale versione veniva smentita dalla commissione ispettiva del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria creata per indagare su quei fatti.
Poi erano state addirittura ipotizzate alleanze tra mafiosi e anarchici durante lo sciopero della fame di Alfredo Cospito. Tutte chiacchiere a vuoto, propaganda.
Il pacchetto sicurezza affinché entri in vigore aspetta l’approvazione del Parlamento ma in pratica è già operativo. Ci sarà anche formalmente il reato di “rivolta in carcere”. Era già accaduto con il reato anti rave party. Una legge ad hoc per punire un reato che esisteva già: l’occupazione illegittima di proprietà pubbliche.
Si tratta di mosse dettate più dalla propaganda che da necessità. E che ora si ripete. Il sindacato di polizia Sappe parla di “avvenimenti annunciati” e ribadisce “basta con l’ipergarantismo nelle carceri dove ai detenuti viene permesso di tutto di autogestirsi con provvedimenti come la vigilanza dinamica e il regime aperto”.
Ai detenuti è garantito intanto il diritto di morire di freddo perché nessun pacchetto sicurezza consente ai termosifoni di funzionare come dovrebbero. E chi protesta ha la certezza di avere altri processi e la carcerazione allungata.
Per la gioia del Sappe e del sottosegretario Delmastro.
Fonte
La rivolta viene sedata e scattano nove arresti per danneggiamento aggravato. Alla protesta hanno partecipato una cinquantina di reclusi e siccome le indagini “sono ancora in corso” è molto probabile che altri detenuti subiscano a breve la stessa sorte.
Il consiglio dei ministri nel pacchetto sicurezza aveva inserito una nuova fattispecie di reato contro le rivolte in carcere e nei centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), con pene che vanno dai due agli otto anni di reclusione.
”Basta impunità a chi mette a ferro e fuoco gli istituti penitenziari – tuonava il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, ora alla ribalta del cronaca per la vicenda dello sparo alla cena di Capodanno – Mai più rivolte eterodirette dalla criminalità organizzata senza reazioni da parte dello Stato”.
Delmastro si riferiva alle rivolte del marzo 2020 in piena era Covid, costate la vita a 13 detenuti nel carcere di Modena in circostanze mai del tutto chiarite e in un primo momento associate a una regia mafiosa in realtà mai provata.
Tanto che tale versione veniva smentita dalla commissione ispettiva del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria creata per indagare su quei fatti.
Poi erano state addirittura ipotizzate alleanze tra mafiosi e anarchici durante lo sciopero della fame di Alfredo Cospito. Tutte chiacchiere a vuoto, propaganda.
Il pacchetto sicurezza affinché entri in vigore aspetta l’approvazione del Parlamento ma in pratica è già operativo. Ci sarà anche formalmente il reato di “rivolta in carcere”. Era già accaduto con il reato anti rave party. Una legge ad hoc per punire un reato che esisteva già: l’occupazione illegittima di proprietà pubbliche.
Si tratta di mosse dettate più dalla propaganda che da necessità. E che ora si ripete. Il sindacato di polizia Sappe parla di “avvenimenti annunciati” e ribadisce “basta con l’ipergarantismo nelle carceri dove ai detenuti viene permesso di tutto di autogestirsi con provvedimenti come la vigilanza dinamica e il regime aperto”.
Ai detenuti è garantito intanto il diritto di morire di freddo perché nessun pacchetto sicurezza consente ai termosifoni di funzionare come dovrebbero. E chi protesta ha la certezza di avere altri processi e la carcerazione allungata.
Per la gioia del Sappe e del sottosegretario Delmastro.
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02/01/2024
Le pistole sparano da sole, nel capodanno fascista
Il potere dà alla testa, si dice, anche quando la testa contiene una mente considerevole. Non c’è una proporzione ideale tra la grandezza della mente e il senso di onnipotenza che deriva da cariche importanti, ma certo è sempre molto preferibile affidare ruoli di rilievo a menti dotate, piuttosto che al primo che passa...
Se poi c’è anche la recidiva il dubbio che siano stati affidati ruoli che pesano sulla vita del paese a gente – diciamo così – “inadeguata” – diventa una certezza.
Il sottosegretario alla giustizia Delmastro – protagonista insieme a Giovanni “Minnie” Donzelli della provocazione parlamentare contro quattro colleghi del Pd che erano andati a visitare il carcere di Bancali, dove Alfredo Cospito stava facendo lo sciopero della fame – aveva scelto di passare il capodanno nella sede della Pro Loco di Rosazza, un paese della provincia di Biella dove è sindaca la sorella, Francesca Delmastro.
Naturalmente, essendo un quasi ministro ormai famoso, era anche lì protetto da una scorta, anche se alla festa erano stati invitati – pare – numerosi agenti di polizia penitenziaria, ossia uomini sottoposti alla sua direzione.
Non aveva però previsto che Emanuele Pozzolo, deputato 38enne vercellese di Fratelli d’Italia, già segretario locale di Azione Giovani, un “delmastriano della prima ora”, anche lui invitato alla festa, avrebbe tirato fuori la pistola, come un qualsiasi guagliuncello dei quartieri abituati a sparare botti e pistolettate per salutare l’anno nuovo.
Il problema è che quella pistola ha sparato, colpendo ad una gamba il giovane genero di uno degli agenti della sua scorta.
Doppia fortuna, perché la pistola era anche di piccolo calibro – un revolver miniaturizzato North American Arms, una 22 che si può portare in tasca apparendo disarmati – e quindi meno devastante di quelle di ordinanza.
Fin qui si poteva chiuderla con le classiche scuse (dovute), sopportando pazientemente l’ironia (dovuta) per una coppia di parlamentari neofascisti che si comportano a casa loro – anzi, in un locale pubblico – proprio come quei deficienti che il governo, ogni anno e qualunque sia il governo, indica al pubblico ludibrio per inciviltà e irresponsabilità. Contro cui, immancabilmente, si chiede un aumento delle pene una lunga carcerazione... sotto la supervisione dei Delmastro & friends.
Una pessima figura, certo, ma non sarebbero mancate né le giustificazioni di rito (le libagioni eccessive, ecc.), né i giornali pronti ad accoglierle.
E invece no. I due parlamentari neofascisti hanno deciso di superare di slancio le colonne d’ercole del ridicolo.
Pozzolo ha diramato una nota per la stampa in cui dichiara “Confermo che il colpo di pistola, da me detenuta regolarmente, che ha ferito uno dei partecipanti alla festa è partito accidentalmente, ma non sono stato io a sparare”.
Da un forzuto difensore della legalità ci si attenderebbe che a questa dichiarazione seguisse immediatamente anche l’indicazione dell’autore dello sfortunato sparo, sicuramente involontario ma non per questo meno grave (c’è un ferito, poteva andare peggio).
E invece niente. I carabinieri lo hanno interrogato a lungo, hanno provato ad applicargli lo stub (il vecchio “guanto di paraffina” per individuare le tracce della polvere da sparo), ma si sono visti opporre il diritto all’immunità parlamentare, anche di fronte alla richiesta di eseguire la stessa prova anche sui vestiti.
Ai malpensanti qualche illazione verrebbe...
Delmastro, dal canto suo, si è calato nella parte del “non c’ero, non so, non ho visto”: “Mi trovavo fuori nel piazzale quando è avvenuto il fatto. Stavo ritirando alcune borse con generi alimentari che ci eravamo divisi. Quando sono tornato mi hanno raccontato. Mi sono sincerato che fossero stati chiamati i soccorsi, la mia scorta mi ha consigliato di andare, ma non correvo alcun pericolo e sono rimasto”.
Subito dopo, però, riflettendoci sopra, ha imboccato la via dello scaricabarile: «Io sono basito. Gli ho detto di venire, ma mai avrei immaginato che portasse una pistola. E poi poteva andare in ventimila posti e invece è venuto proprio lì... Se l’avessi immaginato gli avrei detto di non venire».
Al momento, dunque, abbiamo il “mistero” di una pistola che spara da sola nel bel mezzo di una festa animata da difensori “della legge e dell’ordine”, sia in veste politica che per professione (la scorta e i secondini invitati). Senza che nessuno abbia visto ufficialmente niente...
E siccome l’ironia della storia ci vede benissimo, la rete ha subito restituito un vecchio tweet del parlamentare Pozzolo: “Per Obama è sempre colpa delle armi, eppure io non ho mai visto una pistola sparare da sola”.
Un malpensante chioserebbe: “e allora la prima è la tua?”
Il silenzio assoluto di tutti i presenti – imposto o consigliato dalla Procura – aumenta la sensazione che molte menti siano al lavoro per “trovare una quadra” tra tutti i pezzi del puzzle, partorendo infine una versione per salvare capra e cavoli (oltre a garantire un congruo risarcimento, non solo morale, al ferito).
L’episodio è in sé minore, ma – appunto – dimostra la minorità di una classe politica di imbarazzante pochezza e straripante senso di impunità, che fa il contrario di quel che predica contando sulla forza del potere per raccontare cazzate.
Viene alla mente il caso del capogruppo al Parlamento europeo del partito di Orbàn (allora gemello di Fratelli d’Italia), feroce fustigatore del femminismo e dell’omosessualità in pubblico, sorpreso a fuggire nudo da una festino gay, in quel di Bruxelles, lungo una canna fumaria.
Insomma, vien da chiedersi: ma dove li avete trovati, personaggi così? Ci sono diversi slogan sui fascisti che potrebbero aiutare a rispondere...
Fonte
Se poi c’è anche la recidiva il dubbio che siano stati affidati ruoli che pesano sulla vita del paese a gente – diciamo così – “inadeguata” – diventa una certezza.
Il sottosegretario alla giustizia Delmastro – protagonista insieme a Giovanni “Minnie” Donzelli della provocazione parlamentare contro quattro colleghi del Pd che erano andati a visitare il carcere di Bancali, dove Alfredo Cospito stava facendo lo sciopero della fame – aveva scelto di passare il capodanno nella sede della Pro Loco di Rosazza, un paese della provincia di Biella dove è sindaca la sorella, Francesca Delmastro.
Naturalmente, essendo un quasi ministro ormai famoso, era anche lì protetto da una scorta, anche se alla festa erano stati invitati – pare – numerosi agenti di polizia penitenziaria, ossia uomini sottoposti alla sua direzione.
Non aveva però previsto che Emanuele Pozzolo, deputato 38enne vercellese di Fratelli d’Italia, già segretario locale di Azione Giovani, un “delmastriano della prima ora”, anche lui invitato alla festa, avrebbe tirato fuori la pistola, come un qualsiasi guagliuncello dei quartieri abituati a sparare botti e pistolettate per salutare l’anno nuovo.
Il problema è che quella pistola ha sparato, colpendo ad una gamba il giovane genero di uno degli agenti della sua scorta.
Doppia fortuna, perché la pistola era anche di piccolo calibro – un revolver miniaturizzato North American Arms, una 22 che si può portare in tasca apparendo disarmati – e quindi meno devastante di quelle di ordinanza.
Fin qui si poteva chiuderla con le classiche scuse (dovute), sopportando pazientemente l’ironia (dovuta) per una coppia di parlamentari neofascisti che si comportano a casa loro – anzi, in un locale pubblico – proprio come quei deficienti che il governo, ogni anno e qualunque sia il governo, indica al pubblico ludibrio per inciviltà e irresponsabilità. Contro cui, immancabilmente, si chiede un aumento delle pene una lunga carcerazione... sotto la supervisione dei Delmastro & friends.
Una pessima figura, certo, ma non sarebbero mancate né le giustificazioni di rito (le libagioni eccessive, ecc.), né i giornali pronti ad accoglierle.
E invece no. I due parlamentari neofascisti hanno deciso di superare di slancio le colonne d’ercole del ridicolo.
Pozzolo ha diramato una nota per la stampa in cui dichiara “Confermo che il colpo di pistola, da me detenuta regolarmente, che ha ferito uno dei partecipanti alla festa è partito accidentalmente, ma non sono stato io a sparare”.
Da un forzuto difensore della legalità ci si attenderebbe che a questa dichiarazione seguisse immediatamente anche l’indicazione dell’autore dello sfortunato sparo, sicuramente involontario ma non per questo meno grave (c’è un ferito, poteva andare peggio).
E invece niente. I carabinieri lo hanno interrogato a lungo, hanno provato ad applicargli lo stub (il vecchio “guanto di paraffina” per individuare le tracce della polvere da sparo), ma si sono visti opporre il diritto all’immunità parlamentare, anche di fronte alla richiesta di eseguire la stessa prova anche sui vestiti.
Ai malpensanti qualche illazione verrebbe...
Delmastro, dal canto suo, si è calato nella parte del “non c’ero, non so, non ho visto”: “Mi trovavo fuori nel piazzale quando è avvenuto il fatto. Stavo ritirando alcune borse con generi alimentari che ci eravamo divisi. Quando sono tornato mi hanno raccontato. Mi sono sincerato che fossero stati chiamati i soccorsi, la mia scorta mi ha consigliato di andare, ma non correvo alcun pericolo e sono rimasto”.
Subito dopo, però, riflettendoci sopra, ha imboccato la via dello scaricabarile: «Io sono basito. Gli ho detto di venire, ma mai avrei immaginato che portasse una pistola. E poi poteva andare in ventimila posti e invece è venuto proprio lì... Se l’avessi immaginato gli avrei detto di non venire».
Al momento, dunque, abbiamo il “mistero” di una pistola che spara da sola nel bel mezzo di una festa animata da difensori “della legge e dell’ordine”, sia in veste politica che per professione (la scorta e i secondini invitati). Senza che nessuno abbia visto ufficialmente niente...
E siccome l’ironia della storia ci vede benissimo, la rete ha subito restituito un vecchio tweet del parlamentare Pozzolo: “Per Obama è sempre colpa delle armi, eppure io non ho mai visto una pistola sparare da sola”.
Un malpensante chioserebbe: “e allora la prima è la tua?”
Il silenzio assoluto di tutti i presenti – imposto o consigliato dalla Procura – aumenta la sensazione che molte menti siano al lavoro per “trovare una quadra” tra tutti i pezzi del puzzle, partorendo infine una versione per salvare capra e cavoli (oltre a garantire un congruo risarcimento, non solo morale, al ferito).
L’episodio è in sé minore, ma – appunto – dimostra la minorità di una classe politica di imbarazzante pochezza e straripante senso di impunità, che fa il contrario di quel che predica contando sulla forza del potere per raccontare cazzate.
Viene alla mente il caso del capogruppo al Parlamento europeo del partito di Orbàn (allora gemello di Fratelli d’Italia), feroce fustigatore del femminismo e dell’omosessualità in pubblico, sorpreso a fuggire nudo da una festino gay, in quel di Bruxelles, lungo una canna fumaria.
Insomma, vien da chiedersi: ma dove li avete trovati, personaggi così? Ci sono diversi slogan sui fascisti che potrebbero aiutare a rispondere...
Fonte
30/11/2023
Delmastro a processo, ma è persino il problema minore...
La cronachetta ridicola della piccola politica italiana – questa è “la nazione” che Giorgia Meloni intende – ci consegna il rinvio a giudizio del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, per “rivelazione del segreto d’ufficio”.
La decisione è stata presa dal gip Maddalena Cipriani, accogliendo le conclusioni dell’altra gip, Emanuela Attura, che a luglio aveva imposto l’’imputazione coatta’ del sottosegretario. Si chiude così la fase dell’inchiesta partita dalla sparata suicida del suo compare di partito e di stanza, Giovanni Donzelli.
Il quale aveva trovato evidentemente “fichissimo” usare le intercettazioni delle chiacchiere in cortile tra l’anarchico Andrea Cospito e i suoi occasionali compagni di “passeggio”, nel carcere sassarese dove vige il 41bis, per attaccare l’ectoplasma dell’opposizione piddina. Rea, a suo dire, di aver ascoltato e registrato – tramite quattro parlamentari in visita istituzionale a quel carcere, dove Cospito era in sciopero della fame – le richieste dei detenuti.
La faccenda è leggermente più complessa e torbida di come la presentano oggi i media e, naturalmente, l’ultradestra al governo.
Vediamo perciò di separare le questioni per non fare confusione, e vediamo prima gli aspetti legali che hanno portato al rinvio a giudizio e poi cos’è avvenuto veramente (o molto probabilmente) quel giorno in quel carcere.
Donzelli, in aula, aveva citato parola per parola parti delle intercettazioni, che sono coperte dal “segreto d’ufficio” e dunque non possono essere a disposizione di nessuno, tranne gli inquirenti.
Non rientrando in questa categoria, al capogruppo dei “fratelli di Trenitalia” alla Camera la “soffiata” – ovvero il testo delle intercettazioni – poteva essergli arrivata solo tramite il compare di stanza, superiore in grado, come vice di Nordio, del direttore del Dap e sull’intera catena di comando.
Passaggio di carte peraltro pacificamente ammesso dal diretto interessato, che si era difeso allora dichiarando di “non essere stato consapevole” che quei documenti erano “riservati” e dunque non rivelabili in pubblico (tanto meno durante una seduta parlamentare in diretta televisiva!).
Sorvoliamo sulla “non consapevolezza” in materia di legge da parte del numero 2 del ministero apposito (nonché avvocato penalista, per disgrazia dei suoi clienti), e andiamo al nocciolo legale.
Tutto ruota sulla definizione di quei documenti come «a limitata divulgazione» (la dicitura apposta sulla copertina del fascicolo), che ne indica inequivocabilmente la natura “riservata” (e una diretta televisiva certamente non lo è...).
Vedranno i giudici, nel processo che ormai si deve aprire, come stanno le cose su questo piano e quanto sarà considerato grave il reato.
Sul piano politico, invece, le cose sono già chiare. Usare “notizie riservate”, ottenute grazie alla posizione istituzionale (viceministro) di un amichetto di partito è già oltre i limiti della miseria politica. Detto altrimenti: usare i poteri dello Stato per speculare un facile guadagno politico e da... fate voi.
Ma c’è sicuramente qualcosa di più e di peggio. La ricostruzione degli avvenimenti fatta da Luigi Manconi – parlamentare di lungo corso, nonché “specializzato” nel settore giustizia, e sulle carceri in particolare – è un tantino più grave. Ma dà la misura esatta di che tipo di gente sia quella di cui stiamo parlando.
Manconi fa sapere – e rammenta anche agli “inconsapevoli” – che in regime di 41 bis la stessa “socialità”, ossia la possibilità di incontrare altri detenuti durante l’”ora d’aria”, viene regolamentata in modo tale che non sia il detenuto a scegliersi con chi parlare.
La composizione dei piccoli gruppi (tre, massimo quattro persone) che passeggiano un’oretta al giorno nello stesso quadratino di cemento armato viene decisa dal Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), ossia dai vertici del ministero della Giustizia.
E il giorno della fatidica visita dei 4 parlamentari del PD, arrivati al carcere di Bancali per verificare le condizioni di salute dell’anarchico in sciopero della fame, Cospito – fino a quel giorno accompagnato ad altri due detenuti considerati di “bassa pericolosità” (non due boss, insomma) – viene invece messo insieme a due detenuti per mafia (Francesco Di Maio e Francesco Presta).
Tutto chiaro?
La decisione di far stare insieme quelle persone è stata presa ufficialmente dalla direzione di Bancali, non da Cospito. E, per chi conosce almeno le basi del vivere in un carcere, anche se la compagnia non te la sei scelta, non puoi fare a meno di scambiare quattro parole.
Se poi – come Cospito – in quei giorni, a tutte le ore, la televisione parla di te e della tua protesta, è inevitabile che quelle “quattro chiacchiere” tocchino anche quell’argomento e non solo il tempo che fa. Ma non è né un reato, né una dimostrazione di “contiguità”.
Un “lieve sospetto” che, al direttore del carcere, l’indicazione di creare quella inedita “composizione del passeggio” sia venuta “dall’alto”, ossia dal Dap (il capo era Giovanni Russo, in quel momento), ovvero dai vertici del ministero, e quindi anche dallo staff di Delmastro... non è poi un “pensare così male” (citando Andreotti...).
Il resto va da sé. La “triangolazione” tra il povero Cospito, i due mafiosi e i parlamentari del Pd è stata creata (per sbaglio o intenzionalmente) proprio dal ministero di Giustizia. Di cui Delmastro è tuttora il ‘numero 2’.
Le conversazioni tra tutte queste persone vengono registrate, sbobinate, raccolte in documenti “a diffusione limitata” e infine amichevolmente consegnate nelle capaci mani di Donzelli per consentirgli di fare la sua figura in Parlamento.
Edificante, non trovate? Che Delmastro finisca a processo è in fondo un problema decisamente minore. Quello enorme è la “qualità” di questa classe politica.
Roba da commuoversi ed arruolarsi subito... tra i monaci del monte Athos.
Fonte
La decisione è stata presa dal gip Maddalena Cipriani, accogliendo le conclusioni dell’altra gip, Emanuela Attura, che a luglio aveva imposto l’’imputazione coatta’ del sottosegretario. Si chiude così la fase dell’inchiesta partita dalla sparata suicida del suo compare di partito e di stanza, Giovanni Donzelli.
Il quale aveva trovato evidentemente “fichissimo” usare le intercettazioni delle chiacchiere in cortile tra l’anarchico Andrea Cospito e i suoi occasionali compagni di “passeggio”, nel carcere sassarese dove vige il 41bis, per attaccare l’ectoplasma dell’opposizione piddina. Rea, a suo dire, di aver ascoltato e registrato – tramite quattro parlamentari in visita istituzionale a quel carcere, dove Cospito era in sciopero della fame – le richieste dei detenuti.
La faccenda è leggermente più complessa e torbida di come la presentano oggi i media e, naturalmente, l’ultradestra al governo.
Vediamo perciò di separare le questioni per non fare confusione, e vediamo prima gli aspetti legali che hanno portato al rinvio a giudizio e poi cos’è avvenuto veramente (o molto probabilmente) quel giorno in quel carcere.
Donzelli, in aula, aveva citato parola per parola parti delle intercettazioni, che sono coperte dal “segreto d’ufficio” e dunque non possono essere a disposizione di nessuno, tranne gli inquirenti.
Non rientrando in questa categoria, al capogruppo dei “fratelli di Trenitalia” alla Camera la “soffiata” – ovvero il testo delle intercettazioni – poteva essergli arrivata solo tramite il compare di stanza, superiore in grado, come vice di Nordio, del direttore del Dap e sull’intera catena di comando.
Passaggio di carte peraltro pacificamente ammesso dal diretto interessato, che si era difeso allora dichiarando di “non essere stato consapevole” che quei documenti erano “riservati” e dunque non rivelabili in pubblico (tanto meno durante una seduta parlamentare in diretta televisiva!).
Sorvoliamo sulla “non consapevolezza” in materia di legge da parte del numero 2 del ministero apposito (nonché avvocato penalista, per disgrazia dei suoi clienti), e andiamo al nocciolo legale.
Tutto ruota sulla definizione di quei documenti come «a limitata divulgazione» (la dicitura apposta sulla copertina del fascicolo), che ne indica inequivocabilmente la natura “riservata” (e una diretta televisiva certamente non lo è...).
Vedranno i giudici, nel processo che ormai si deve aprire, come stanno le cose su questo piano e quanto sarà considerato grave il reato.
Sul piano politico, invece, le cose sono già chiare. Usare “notizie riservate”, ottenute grazie alla posizione istituzionale (viceministro) di un amichetto di partito è già oltre i limiti della miseria politica. Detto altrimenti: usare i poteri dello Stato per speculare un facile guadagno politico e da... fate voi.
Ma c’è sicuramente qualcosa di più e di peggio. La ricostruzione degli avvenimenti fatta da Luigi Manconi – parlamentare di lungo corso, nonché “specializzato” nel settore giustizia, e sulle carceri in particolare – è un tantino più grave. Ma dà la misura esatta di che tipo di gente sia quella di cui stiamo parlando.
Manconi fa sapere – e rammenta anche agli “inconsapevoli” – che in regime di 41 bis la stessa “socialità”, ossia la possibilità di incontrare altri detenuti durante l’”ora d’aria”, viene regolamentata in modo tale che non sia il detenuto a scegliersi con chi parlare.
La composizione dei piccoli gruppi (tre, massimo quattro persone) che passeggiano un’oretta al giorno nello stesso quadratino di cemento armato viene decisa dal Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), ossia dai vertici del ministero della Giustizia.
E il giorno della fatidica visita dei 4 parlamentari del PD, arrivati al carcere di Bancali per verificare le condizioni di salute dell’anarchico in sciopero della fame, Cospito – fino a quel giorno accompagnato ad altri due detenuti considerati di “bassa pericolosità” (non due boss, insomma) – viene invece messo insieme a due detenuti per mafia (Francesco Di Maio e Francesco Presta).
Tutto chiaro?
La decisione di far stare insieme quelle persone è stata presa ufficialmente dalla direzione di Bancali, non da Cospito. E, per chi conosce almeno le basi del vivere in un carcere, anche se la compagnia non te la sei scelta, non puoi fare a meno di scambiare quattro parole.
Se poi – come Cospito – in quei giorni, a tutte le ore, la televisione parla di te e della tua protesta, è inevitabile che quelle “quattro chiacchiere” tocchino anche quell’argomento e non solo il tempo che fa. Ma non è né un reato, né una dimostrazione di “contiguità”.
Un “lieve sospetto” che, al direttore del carcere, l’indicazione di creare quella inedita “composizione del passeggio” sia venuta “dall’alto”, ossia dal Dap (il capo era Giovanni Russo, in quel momento), ovvero dai vertici del ministero, e quindi anche dallo staff di Delmastro... non è poi un “pensare così male” (citando Andreotti...).
Il resto va da sé. La “triangolazione” tra il povero Cospito, i due mafiosi e i parlamentari del Pd è stata creata (per sbaglio o intenzionalmente) proprio dal ministero di Giustizia. Di cui Delmastro è tuttora il ‘numero 2’.
Le conversazioni tra tutte queste persone vengono registrate, sbobinate, raccolte in documenti “a diffusione limitata” e infine amichevolmente consegnate nelle capaci mani di Donzelli per consentirgli di fare la sua figura in Parlamento.
Edificante, non trovate? Che Delmastro finisca a processo è in fondo un problema decisamente minore. Quello enorme è la “qualità” di questa classe politica.
Roba da commuoversi ed arruolarsi subito... tra i monaci del monte Athos.
Fonte
08/07/2023
Il degrado istituzionale si specchia nella vicenda La Russa
C’è qualcosa di commovente – si fa per dire, sia chiaro... – nel modo in cui i fascisti inciampano ad ogni minuto nelle regole della democrazia borghese-parlamentare di stampo liberale.
Si vede ad ogni passo che si muovono in un ambiente per loro ignoto, rifiutato, estraneo. Di cui conoscono solo gli – infiniti – sotterfugi che consentono “ai potenti” di evitare i danni peggiori.
Neanche il tempo di mettere in cantiere la “controffensiva d’estate” contro la magistratura, che aveva osato imputare per ragioni molto diverse sia la ministra-affarista Santanché che il “creativo” sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, ed ecco scoppiare la terza grana devastante.
Stavolta, oltretutto, la magistratura non ha fatto davvero nulla, se non ricevere – come dovere d’ufficio – la denuncia di una ragazza per esser stata violentata a casa La Russa dal di lui figlio e da un suo amico.
Dopo due giorni di “tritacarne mediatico” tra evasione fiscale, rivelazione di segreto d’ufficio, interesse politico di parte nell’esercizio delle funzioni governative, “imputazione coatta”, ecc., l’affanno dei “fratellini d’Italia” era evidente.
Così al ministro della Giustizia, l’ex magistrato Carlo Nordio – mai compassionevole con i suoi ex colleghi – era venuto in mente che fosse arrivato il momento giusto per contrattaccare promettendo una “riforma complessiva” del codice penale per eliminare (guarda caso) il reato di “abuso d’ufficio”, l’”imputazione coatta”, il meccanismo che regola l’iscrizione al registro degli indagati e quant’altro renda possibile il travaso di informazioni dai procedimenti giudiziari alla stampa.
Non era una sortita sorprendente, anche se irritualmente affidata ad una nota proveniente da “fonti di via Arenula” invece che direttamente a nome del ministro.
È il classico metodo eversivo dell’ultradestra: invece di mostrarsi ferita, ma “rispettosa delle leggi”, parte all’attacco ululando e promettendo sfracelli peggiori. Con gli occhi di fuori e la voce da “esorcista”...
Purtroppo per loro, proprio nel giorno – “il terzo giorno...” – scelto per il contrattacco è esplosa tra i loro piedi la mina Ignazio La Russa, “seconda carica dello Stato” in quanto presidente del Senato, oltretutto in un momento in cui “la prima carica” è dall’altra parte del mondo e quindi è teoricamente “presidente della Repubblica facente funzioni”.
Sulla denuncia che ha raggiunto il figlio – battezzato Leonardo Apache, forse in onore di Tex Willer – il prode Ignazio si è lanciato nella più prevedibile (e ignobile) delle difese d’ufficio.
Anzi, essendo un avvocato di lungo corso (agli esordi difese Maurizio Murelli e Vittorio Loi, i due fascisti che a Milano nel 1973, a margine di un comizio che lo vedeva tra gli oratori-organizzatori, uccisero un agente di polizia tirando bombe a mano in mezzo alla strada), si può ben dire che come “legale di fiducia” ha condotto un “lungo interrogatorio” del figlio arrivando a pronunciare la più scontata delle sentenze: “non ha commesso nulla di penalmente rilevante”.
Non pago della rapidissima assoluzione da lui stesso pronunciata, si è lanciato poi nelle solite insinuazioni sulla “moralità” della ragazza, trovata positiva alla cocaina durante le analisi ospedaliere successive alla violenza sessuale. Come si dice a Roma e non solo, “è andato fuori come un balcone”...
Avvertito da tutto il suo entourage che stavolta l’aveva fatto immensa, più che grossa, il resistibile ammiratore del Duce operava l’ancor più consueta marcia indietro professandosi “frainteso”. Ma ormai era fatta.
Non può sfuggire a nessuno che, anche dal punto di vista della normale democrazia liberale, la massima carica dello Stato (Presidente a parte) non può sostituirsi alla magistratura ordinaria nel caso di denuncia circostanziata contro un proprio congiunto.
Né che – se lo fa – questa è una pressione esplicita sui magistrati che dovranno esaminare la denuncia, preventivamente indicati come potenziali “toghe rosse” nel caso dovessero arrivare alla conclusione che – sì – effettivamente c’è stata una violenza sessuale di gruppo a casa La Russa, condita dall’uso di stupefacenti (quando la vittima “non ricorda nulla” al risveglio, quasi sempre c’è stato l’utilizzo di una “droga dello stupro”).
Basterebbe fare l’esempio di Boris Johnson – premier britannico imputato e poi costretto alle dimissioni per qualcosa di assai meno grave (feste in casa, in violazione delle misure anti-Covid da lui stesso decise per il resto della popolazione) – per chiarire che in una democrazia liberale ci sono limiti che anche “i potenti” devono almeno far finta di rispettare.
Ma i fascisti si sentono al di sopra della legge. Come quei poliziotti che torturano o uccidono e poi magari trovano un sindacato fascista che organizza collette a loro beneficio (è accaduto per gli agenti che a Milano hanno pestato in strada una donna, qualche settimana fa).
È più forte di loro. Non sopportano limiti o regole che devono valere per tutti. Quindi è bene che si riesca a farli sloggiare il prima possibile.
A prescindere...
Fonte
Si vede ad ogni passo che si muovono in un ambiente per loro ignoto, rifiutato, estraneo. Di cui conoscono solo gli – infiniti – sotterfugi che consentono “ai potenti” di evitare i danni peggiori.
Neanche il tempo di mettere in cantiere la “controffensiva d’estate” contro la magistratura, che aveva osato imputare per ragioni molto diverse sia la ministra-affarista Santanché che il “creativo” sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, ed ecco scoppiare la terza grana devastante.
Stavolta, oltretutto, la magistratura non ha fatto davvero nulla, se non ricevere – come dovere d’ufficio – la denuncia di una ragazza per esser stata violentata a casa La Russa dal di lui figlio e da un suo amico.
Dopo due giorni di “tritacarne mediatico” tra evasione fiscale, rivelazione di segreto d’ufficio, interesse politico di parte nell’esercizio delle funzioni governative, “imputazione coatta”, ecc., l’affanno dei “fratellini d’Italia” era evidente.
Così al ministro della Giustizia, l’ex magistrato Carlo Nordio – mai compassionevole con i suoi ex colleghi – era venuto in mente che fosse arrivato il momento giusto per contrattaccare promettendo una “riforma complessiva” del codice penale per eliminare (guarda caso) il reato di “abuso d’ufficio”, l’”imputazione coatta”, il meccanismo che regola l’iscrizione al registro degli indagati e quant’altro renda possibile il travaso di informazioni dai procedimenti giudiziari alla stampa.
Non era una sortita sorprendente, anche se irritualmente affidata ad una nota proveniente da “fonti di via Arenula” invece che direttamente a nome del ministro.
È il classico metodo eversivo dell’ultradestra: invece di mostrarsi ferita, ma “rispettosa delle leggi”, parte all’attacco ululando e promettendo sfracelli peggiori. Con gli occhi di fuori e la voce da “esorcista”...
Purtroppo per loro, proprio nel giorno – “il terzo giorno...” – scelto per il contrattacco è esplosa tra i loro piedi la mina Ignazio La Russa, “seconda carica dello Stato” in quanto presidente del Senato, oltretutto in un momento in cui “la prima carica” è dall’altra parte del mondo e quindi è teoricamente “presidente della Repubblica facente funzioni”.
Sulla denuncia che ha raggiunto il figlio – battezzato Leonardo Apache, forse in onore di Tex Willer – il prode Ignazio si è lanciato nella più prevedibile (e ignobile) delle difese d’ufficio.
Anzi, essendo un avvocato di lungo corso (agli esordi difese Maurizio Murelli e Vittorio Loi, i due fascisti che a Milano nel 1973, a margine di un comizio che lo vedeva tra gli oratori-organizzatori, uccisero un agente di polizia tirando bombe a mano in mezzo alla strada), si può ben dire che come “legale di fiducia” ha condotto un “lungo interrogatorio” del figlio arrivando a pronunciare la più scontata delle sentenze: “non ha commesso nulla di penalmente rilevante”.
Non pago della rapidissima assoluzione da lui stesso pronunciata, si è lanciato poi nelle solite insinuazioni sulla “moralità” della ragazza, trovata positiva alla cocaina durante le analisi ospedaliere successive alla violenza sessuale. Come si dice a Roma e non solo, “è andato fuori come un balcone”...
Avvertito da tutto il suo entourage che stavolta l’aveva fatto immensa, più che grossa, il resistibile ammiratore del Duce operava l’ancor più consueta marcia indietro professandosi “frainteso”. Ma ormai era fatta.
Non può sfuggire a nessuno che, anche dal punto di vista della normale democrazia liberale, la massima carica dello Stato (Presidente a parte) non può sostituirsi alla magistratura ordinaria nel caso di denuncia circostanziata contro un proprio congiunto.
Né che – se lo fa – questa è una pressione esplicita sui magistrati che dovranno esaminare la denuncia, preventivamente indicati come potenziali “toghe rosse” nel caso dovessero arrivare alla conclusione che – sì – effettivamente c’è stata una violenza sessuale di gruppo a casa La Russa, condita dall’uso di stupefacenti (quando la vittima “non ricorda nulla” al risveglio, quasi sempre c’è stato l’utilizzo di una “droga dello stupro”).
Basterebbe fare l’esempio di Boris Johnson – premier britannico imputato e poi costretto alle dimissioni per qualcosa di assai meno grave (feste in casa, in violazione delle misure anti-Covid da lui stesso decise per il resto della popolazione) – per chiarire che in una democrazia liberale ci sono limiti che anche “i potenti” devono almeno far finta di rispettare.
Ma i fascisti si sentono al di sopra della legge. Come quei poliziotti che torturano o uccidono e poi magari trovano un sindacato fascista che organizza collette a loro beneficio (è accaduto per gli agenti che a Milano hanno pestato in strada una donna, qualche settimana fa).
È più forte di loro. Non sopportano limiti o regole che devono valere per tutti. Quindi è bene che si riesca a farli sloggiare il prima possibile.
A prescindere...
Fonte
07/07/2023
Fascisti sotto botta per come abusano del potere
È più forte di loro, non ci possono fare niente. Non sono serviti decenni di bagni a Fiuggi (la città dove Gianfranco Fini aprì il processo di trasformazione del Movimento Sociale in un partito “costituzionale”) per cambiare la natura dei fascisti italiani.
Semplicemente, non riescono ad accettare alcuna differenza o contrasto. Non reggono il confronto, dunque lo eliminano...
Già in difficoltà per la penosa esibizione di Daniela Santanché sui banchi del Senato – impegnata a spergiurare di “non essere indagata” per le altrettanto penose vicende delle sue “imprese”, proprio mentre tutti i giornali erano obbligati a parlare della sua “iscrizione al registro” fin da novembre 2022 (desecretata perciò da febbraio, tre mesi dopo, come da codice di procedura) – i “fratellini nazionali” guidati da Giorgia Meloni hanno dovuto affrontare l’“imputazione coatta” per il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro.
Immediata è partita da “ambienti di Palazzo Chigi” una nota avvelenata che si chiedeva retoricamente se «una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee».
Sembra Berlusconi fin dai primi giorni, certo, ma è “Giorgia” proprio ora.
Come i nostri lettori sanno, non amiamo fatto la magistratura italiana. A parte pochi casi di persone davvero “indipendenti”, questo corpo dello Stato è composto da personaggi disponibili a molti e diversi compromessi, sia con “la politica” che con “le imprese” o “i servizi”.
I casi più recenti – quello di Luca Palamara o quello che ha avuto per protagonista l’avvocato Amara – hanno illuminato un mondo di relazioni quantomeno “non istituzionali”, dove si decidono le carriere e le fortune in base ad appartenenze più massoniche che partitiche, e dove quindi si contratta di tutto. Meno che la Giustizia.
Ovviamente questo significa che molte inchieste contro “la politica” possono essere “sospette” quanto a tempistica o settore preso di mira, ma – per la natura stessa dell’azione giudiziaria contro “personaggi di potere” – praticamente sempre incentrate su una quantità di prove assolutamente superiore a quelle prodotte in un procedimento contro persone “normali”.
Lasciamo perdere le miserie della Santanché e occupiamoci invece della vicenda Delmastro, che già altre volte abbiamo trattato.
Intanto la notizia: indagato per rivelazione di segreto d’ufficio (i colloqui in carcere tra parlamentari del PD e Alfredo Cospito, in 41bis) il Gip di Roma non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, ed ha quindi disposto l’“imputazione coatta”. Ossia obbligatoria per chi dovrà, in caso di processo, rappresentare la pubblica accusa.
Tanto per chiarire come nella stessa magistratura si possa ragionare in termini “politicamente amichevoli”, la Procura aveva – sì – riconosciuto “l’esistenza oggettiva della violazione del segreto amministrativo” da parte del sottosegretario alla Giustizia, ma aveva eccepito “l’assenza dell’elemento soggettivo del reato, determinata da errore su legge extrapenale”.
In parole povere: la violazione c’è stata ma Delmastro non se n’è reso conto... E meno male che l’hanno fatto sottosegretario alla Giustizia per i suoi “meriti”!
La rivelazione o meno del “segreto”, però, non è a nostro avviso il problema principale. È un problema, naturalmente, ma quasi “minore” rispetto all’altro che è venuto fuori dai protagonisti di questa vicenda, perché illumina sul modo in cui questa leva di fascisti promossi incautamente “statisti” gestisce il potere dello Stato.
Si ricorderà che il suo “compagno di stanza” – Giovanni Donzelli, altro “meloniano” senza se e senza ma – aveva denunciato in un discorso alla Camera la visita fatta a Cospito da alcuni parlamentari del PD (le visite in carcere per verificare le condizioni dei detenuti sono una prerogativa esclusiva, normale, di parlamentari e consiglieri regionali), cui l’anarchico aveva esposto una ovvia e lunga serie di critiche al regime di 41bis in cui lui e altri detenuti comuni sono sottoposti nel carcere Bancali di Sassari.
La stessa mattina, però, prima della visita dei parlamentari, Cospito era stato messo nello stesso cortile per “l’aria” insieme a detenuti diversi da quelli solitamente scelti dalla Direzione del carcere (al 41bis, in isolamento totale, non è concessa alcuna libertà di scelta neanche per questa unica occasione di scambiare quattro chiacchiere con altri esseri umani).
E quella volta, contrariamente al solito, Alfredo si era ritrovato con Francesco Di Maio dei Casalesi, il ‘ndranghetista Francesco Presta, il mafioso e neofascista Pietro Rampulla.
Chiacchiere ovviamente registrate dai microfoni piazzati nei cortili, e incentrate – che stranezza! – sull’invivibilità di quelle condizioni, sul 41bis e sullo sciopero della fame condotto da Cospito.
Tutto scontato e banale se non ci fosse stata subito dopo la visita dei parlamentari, cui Cospito – altrettanto ovviamente – denuncia quelle condizioni di vita e detenzione, esponendo le ragioni del suo sciopero della fame.
Dov’è la stranezza, invece?
Proprio nel fatto che quella mattina Alfredo, invece di essere messo con i soliti colleghi di passeggio (a “minore pericolosità”), ha trovato almeno due “boss”. Per decisione del Direttore, non sua.
Ed essendo Delmastro sottosegretario alla Giustizia, non è per nulla difficile “sospettare” che l’ordine di “cambiare le formazioni” nei passeggi proprio quella mattina sia venuto “dall’alto”. Creando così volontariamente la situazione che poi il “compagno di stanza” Donzelli ha potuto denunciare come “scandalosa” nel suo delirio in aula.
Lo stesso Cospito, lucidamente, ha poi denunciato la “strumentalizzazione” di quei colloqui, così come fatto da Luigi Manconi ed altri giuristi che sanno bene come funziona il carcere... e la politichetta italica di più infimo profilo.
Resta invece completo il silenzio – istituzionale e non – sul regime del 41 bis. Cui Cospito è ancora sottoposto nonostante la Corte d’Appello di Torino abbia cancellato la condanna all’ergastolo ostativo (che secondo i forcaioli di ogni colore lo “giustificava”).
Fonte
Semplicemente, non riescono ad accettare alcuna differenza o contrasto. Non reggono il confronto, dunque lo eliminano...
Già in difficoltà per la penosa esibizione di Daniela Santanché sui banchi del Senato – impegnata a spergiurare di “non essere indagata” per le altrettanto penose vicende delle sue “imprese”, proprio mentre tutti i giornali erano obbligati a parlare della sua “iscrizione al registro” fin da novembre 2022 (desecretata perciò da febbraio, tre mesi dopo, come da codice di procedura) – i “fratellini nazionali” guidati da Giorgia Meloni hanno dovuto affrontare l’“imputazione coatta” per il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro.
Immediata è partita da “ambienti di Palazzo Chigi” una nota avvelenata che si chiedeva retoricamente se «una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee».
Sembra Berlusconi fin dai primi giorni, certo, ma è “Giorgia” proprio ora.
Come i nostri lettori sanno, non amiamo fatto la magistratura italiana. A parte pochi casi di persone davvero “indipendenti”, questo corpo dello Stato è composto da personaggi disponibili a molti e diversi compromessi, sia con “la politica” che con “le imprese” o “i servizi”.
I casi più recenti – quello di Luca Palamara o quello che ha avuto per protagonista l’avvocato Amara – hanno illuminato un mondo di relazioni quantomeno “non istituzionali”, dove si decidono le carriere e le fortune in base ad appartenenze più massoniche che partitiche, e dove quindi si contratta di tutto. Meno che la Giustizia.
Ovviamente questo significa che molte inchieste contro “la politica” possono essere “sospette” quanto a tempistica o settore preso di mira, ma – per la natura stessa dell’azione giudiziaria contro “personaggi di potere” – praticamente sempre incentrate su una quantità di prove assolutamente superiore a quelle prodotte in un procedimento contro persone “normali”.
Lasciamo perdere le miserie della Santanché e occupiamoci invece della vicenda Delmastro, che già altre volte abbiamo trattato.
Intanto la notizia: indagato per rivelazione di segreto d’ufficio (i colloqui in carcere tra parlamentari del PD e Alfredo Cospito, in 41bis) il Gip di Roma non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, ed ha quindi disposto l’“imputazione coatta”. Ossia obbligatoria per chi dovrà, in caso di processo, rappresentare la pubblica accusa.
Tanto per chiarire come nella stessa magistratura si possa ragionare in termini “politicamente amichevoli”, la Procura aveva – sì – riconosciuto “l’esistenza oggettiva della violazione del segreto amministrativo” da parte del sottosegretario alla Giustizia, ma aveva eccepito “l’assenza dell’elemento soggettivo del reato, determinata da errore su legge extrapenale”.
In parole povere: la violazione c’è stata ma Delmastro non se n’è reso conto... E meno male che l’hanno fatto sottosegretario alla Giustizia per i suoi “meriti”!
La rivelazione o meno del “segreto”, però, non è a nostro avviso il problema principale. È un problema, naturalmente, ma quasi “minore” rispetto all’altro che è venuto fuori dai protagonisti di questa vicenda, perché illumina sul modo in cui questa leva di fascisti promossi incautamente “statisti” gestisce il potere dello Stato.
Si ricorderà che il suo “compagno di stanza” – Giovanni Donzelli, altro “meloniano” senza se e senza ma – aveva denunciato in un discorso alla Camera la visita fatta a Cospito da alcuni parlamentari del PD (le visite in carcere per verificare le condizioni dei detenuti sono una prerogativa esclusiva, normale, di parlamentari e consiglieri regionali), cui l’anarchico aveva esposto una ovvia e lunga serie di critiche al regime di 41bis in cui lui e altri detenuti comuni sono sottoposti nel carcere Bancali di Sassari.
La stessa mattina, però, prima della visita dei parlamentari, Cospito era stato messo nello stesso cortile per “l’aria” insieme a detenuti diversi da quelli solitamente scelti dalla Direzione del carcere (al 41bis, in isolamento totale, non è concessa alcuna libertà di scelta neanche per questa unica occasione di scambiare quattro chiacchiere con altri esseri umani).
E quella volta, contrariamente al solito, Alfredo si era ritrovato con Francesco Di Maio dei Casalesi, il ‘ndranghetista Francesco Presta, il mafioso e neofascista Pietro Rampulla.
Chiacchiere ovviamente registrate dai microfoni piazzati nei cortili, e incentrate – che stranezza! – sull’invivibilità di quelle condizioni, sul 41bis e sullo sciopero della fame condotto da Cospito.
Tutto scontato e banale se non ci fosse stata subito dopo la visita dei parlamentari, cui Cospito – altrettanto ovviamente – denuncia quelle condizioni di vita e detenzione, esponendo le ragioni del suo sciopero della fame.
Dov’è la stranezza, invece?
Proprio nel fatto che quella mattina Alfredo, invece di essere messo con i soliti colleghi di passeggio (a “minore pericolosità”), ha trovato almeno due “boss”. Per decisione del Direttore, non sua.
Ed essendo Delmastro sottosegretario alla Giustizia, non è per nulla difficile “sospettare” che l’ordine di “cambiare le formazioni” nei passeggi proprio quella mattina sia venuto “dall’alto”. Creando così volontariamente la situazione che poi il “compagno di stanza” Donzelli ha potuto denunciare come “scandalosa” nel suo delirio in aula.
Lo stesso Cospito, lucidamente, ha poi denunciato la “strumentalizzazione” di quei colloqui, così come fatto da Luigi Manconi ed altri giuristi che sanno bene come funziona il carcere... e la politichetta italica di più infimo profilo.
Resta invece completo il silenzio – istituzionale e non – sul regime del 41 bis. Cui Cospito è ancora sottoposto nonostante la Corte d’Appello di Torino abbia cancellato la condanna all’ergastolo ostativo (che secondo i forcaioli di ogni colore lo “giustificava”).
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