La galera si aggiunge alla galera. I detenuti del carcere di Agrigento si rivoltano utilizzando, secondo la ricostruzione della polizia penitenziaria, bastoni acqua e olio bollente per protestare contro il freddo (impianti di riscaldamento che non funzionano).
La rivolta viene sedata e scattano nove arresti per danneggiamento aggravato. Alla protesta hanno partecipato una cinquantina di reclusi e siccome le indagini “sono ancora in corso” è molto probabile che altri detenuti subiscano a breve la stessa sorte.
Il consiglio dei ministri nel pacchetto sicurezza aveva inserito una nuova fattispecie di reato contro le rivolte in carcere e nei centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), con pene che vanno dai due agli otto anni di reclusione.
”Basta impunità a chi mette a ferro e fuoco gli istituti penitenziari – tuonava il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, ora alla ribalta del cronaca per la vicenda dello sparo alla cena di Capodanno – Mai più rivolte eterodirette dalla criminalità organizzata senza reazioni da parte dello Stato”.
Delmastro si riferiva alle rivolte del marzo 2020 in piena era Covid, costate la vita a 13 detenuti nel carcere di Modena in circostanze mai del tutto chiarite e in un primo momento associate a una regia mafiosa in realtà mai provata.
Tanto che tale versione veniva smentita dalla commissione ispettiva del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria creata per indagare su quei fatti.
Poi erano state addirittura ipotizzate alleanze tra mafiosi e anarchici durante lo sciopero della fame di Alfredo Cospito. Tutte chiacchiere a vuoto, propaganda.
Il pacchetto sicurezza affinché entri in vigore aspetta l’approvazione del Parlamento ma in pratica è già operativo. Ci sarà anche formalmente il reato di “rivolta in carcere”. Era già accaduto con il reato anti rave party. Una legge ad hoc per punire un reato che esisteva già: l’occupazione illegittima di proprietà pubbliche.
Si tratta di mosse dettate più dalla propaganda che da necessità. E che ora si ripete. Il sindacato di polizia Sappe parla di “avvenimenti annunciati” e ribadisce “basta con l’ipergarantismo nelle carceri dove ai detenuti viene permesso di tutto di autogestirsi con provvedimenti come la vigilanza dinamica e il regime aperto”.
Ai detenuti è garantito intanto il diritto di morire di freddo perché nessun pacchetto sicurezza consente ai termosifoni di funzionare come dovrebbero. E chi protesta ha la certezza di avere altri processi e la carcerazione allungata.
Per la gioia del Sappe e del sottosegretario Delmastro.
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04/01/2024
28/06/2021
Misure cautelari per le guardie del pestaggio a S. Maria Capua Vetere
Nonostante la vergognosa archiviazione del procedimento penale per i nove omicidi commessi nei confronti dei detenuti nel carcere di Modena (una delle maggiori stragi commesse nelle carceri italiane), poco più di un anno fa, un’altra inchiesta sulle violenze sistematiche della Polizia penitenziaria va invece avanti a Santa Maria Capua Vetere.
52 appartenenti al Corpo sono stati sottoposti all’esecuzione di misure cautelari disposte dal gip nell’ambito dell’inchiesta della Procura sammaritana sui presunti pestaggi avvenuti nel carcere casertano ad aprile 2020.
Tra i destinatari figura anche Antonio Fullone, provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Campania.
L’inchiesta era stata avviata a seguito delle denunce, da parte di alcuni detenuti, di violenze avvenute nei loro confronti come “punizione” per la rivolta scoppiata il 6 aprile 2020, a seguito di alcuni casi di positività al Covid in carcere.
A giugno 2020, 44 agenti della polizia penitenziaria sono stati raggiunti da avvisi di garanzia in quanto indagati dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere per reati di tortura, violenza privata e abuso di autorità ai danni dei detenuti.
Come sempre in questi casi si fa avanti la peggiore destra per pretendere impunità assoluta per le molto cosiddette “forze dell’ordine”.
Per esempio il Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), che attraverso il suo segretario generale, Donato Capece, esprime “amarezza”. “Prendiamo atto dell’iniziativa adottata dai magistrati. La presunzione di innocenza è uno dei capisaldi della nostra Carta costituzionale (un principio che sembra non valere per i detenuti che vengono pestati su autonoma decisione delle guardie... ndr) e quindi credo si debbano evitare illazioni e gogne mediatiche. A noi sembrano provvedimenti abnormi considerato che dopo un anno di indagini mancano i presupposti per tali provvedimenti, ossia l’inquinamento delle prove, la reiterazione del reato ed il pericolo di fuga. Confidiamo nella magistratura perché la polizia penitenziaria, a S. Maria Capua Vetere come in ogni altro carcere italiano, non ha nulla da nascondere“.
Non poteva naturalmente mancare all’appuntamento Salvini, che blatera minaccioso ripetendo a pappagallo gli “argomenti” del Sappe: “Mi sto informando sugli arresti degli agenti della Polizia penitenziaria a Santa Maria Capua Vetere che repressero una delle troppe rivolte nelle carceri italiane. Che a essere arrestati siano i poliziotti che hanno difeso se stessi e il proprio lavoro è bizzarro. Poi si è innocenti fino a prova contraria, però a me piacerebbe che ci fosse più rispetto per il lavoro delle forze dell’ordine“.
Ricordiamo che le indagini partirono da articoli di stampa nati da racconti e foto dei detenuti picchiati, raccolti tra i loro parenti dall’associazione Antigone e dal garante dei detenuti della Campania.
La protesta tra i detenuti era montata dopo che, il 5 aprile, divenne noto che uno di loro, addetto alla distribuzione della spesa del reparto Nilo, si era ammalato di Covid.
Una notizia che, alimentata dal malumore per l’interruzione dei colloqui, generò la reazione di almeno 150 detenuti che si barricarono in cella. Alla notifica degli avvisi di garanzia agli agenti seguì un’altra rivolta di una cinquantina di detenuti del padiglione Danubio il 13 giugno.
Si spera che questa volta non ci siano archiviazioni...
P.s. Da leggere, per capire la gravità dei reati commessi dagli “agenti”, la nota della Procura.
Fonte
52 appartenenti al Corpo sono stati sottoposti all’esecuzione di misure cautelari disposte dal gip nell’ambito dell’inchiesta della Procura sammaritana sui presunti pestaggi avvenuti nel carcere casertano ad aprile 2020.
Tra i destinatari figura anche Antonio Fullone, provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Campania.
L’inchiesta era stata avviata a seguito delle denunce, da parte di alcuni detenuti, di violenze avvenute nei loro confronti come “punizione” per la rivolta scoppiata il 6 aprile 2020, a seguito di alcuni casi di positività al Covid in carcere.
A giugno 2020, 44 agenti della polizia penitenziaria sono stati raggiunti da avvisi di garanzia in quanto indagati dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere per reati di tortura, violenza privata e abuso di autorità ai danni dei detenuti.
Come sempre in questi casi si fa avanti la peggiore destra per pretendere impunità assoluta per le molto cosiddette “forze dell’ordine”.
Per esempio il Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), che attraverso il suo segretario generale, Donato Capece, esprime “amarezza”. “Prendiamo atto dell’iniziativa adottata dai magistrati. La presunzione di innocenza è uno dei capisaldi della nostra Carta costituzionale (un principio che sembra non valere per i detenuti che vengono pestati su autonoma decisione delle guardie... ndr) e quindi credo si debbano evitare illazioni e gogne mediatiche. A noi sembrano provvedimenti abnormi considerato che dopo un anno di indagini mancano i presupposti per tali provvedimenti, ossia l’inquinamento delle prove, la reiterazione del reato ed il pericolo di fuga. Confidiamo nella magistratura perché la polizia penitenziaria, a S. Maria Capua Vetere come in ogni altro carcere italiano, non ha nulla da nascondere“.
Non poteva naturalmente mancare all’appuntamento Salvini, che blatera minaccioso ripetendo a pappagallo gli “argomenti” del Sappe: “Mi sto informando sugli arresti degli agenti della Polizia penitenziaria a Santa Maria Capua Vetere che repressero una delle troppe rivolte nelle carceri italiane. Che a essere arrestati siano i poliziotti che hanno difeso se stessi e il proprio lavoro è bizzarro. Poi si è innocenti fino a prova contraria, però a me piacerebbe che ci fosse più rispetto per il lavoro delle forze dell’ordine“.
Ricordiamo che le indagini partirono da articoli di stampa nati da racconti e foto dei detenuti picchiati, raccolti tra i loro parenti dall’associazione Antigone e dal garante dei detenuti della Campania.
La protesta tra i detenuti era montata dopo che, il 5 aprile, divenne noto che uno di loro, addetto alla distribuzione della spesa del reparto Nilo, si era ammalato di Covid.
Una notizia che, alimentata dal malumore per l’interruzione dei colloqui, generò la reazione di almeno 150 detenuti che si barricarono in cella. Alla notifica degli avvisi di garanzia agli agenti seguì un’altra rivolta di una cinquantina di detenuti del padiglione Danubio il 13 giugno.
Si spera che questa volta non ci siano archiviazioni...
P.s. Da leggere, per capire la gravità dei reati commessi dagli “agenti”, la nota della Procura.
Fonte
06/11/2019
Carceri - Botta e risposta con il Sindacato degli Agenti Penitenziari
L’articolo sulla situazione nelle carceri che abbiamo pubblicato ieri ha innescato una reazione da parte del Segretario del SAPPE, il Sindacato Autonomo degli Agenti di Polizia Penitenziaria che ci ha inviato una lettera alla quale replica Michele Franco autore dell’articolo pubblicato da Contropiano.
Spettabile Redazione,
abbiamo letto con stupore l’articolo di Michele Franco “Un ulteriore giro di vite nelle carceri. Nuova catena di comando” con la quale si contesta la riforma del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che toglierebbe poteri ai direttori d’istituto per trasferirli al comandante.
Cosa lamentino i dirigenti penitenziari – direttori penitenziari che non vestono l’uniforme della Polizia Penitenziaria, non hanno alcuna preparazione e/o attitudine di polizia e né hanno superato alcuna selezione per entrare a farne parte – non è davvero dato comprendere. C’è chi parla di possibile “deriva securitaria” quando nel sistema penitenziario italiano – finora gestito dai direttori penitenziari – oggi si registrano gravi episodi di violenza ed aggressione ai nostri agenti; i detenuti arrivano a chiamare il 112 dalla camera detentiva con telefonini di cui illegittimamente sono in possesso; le situazioni strutturali sono al collasso; la gestione delle relazioni sindacali e del benessere del personale è ai minimi storici con elevatissima conflittualità sindacale; i reclusi saltano i muri di cinta con le lenzuola annodate come nei film, e la lista potrebbe proseguire.
Esaltano la terzietà, l’equilibrio e l’imparzialità dei vertici degli istituti penitenziari a vantaggio di una “conduzione rispondente a princìpi di equità ed umanità”, però al contempo ed incoerentemente i dirigenti penitenziari vogliono continuare a stare a capo di un Corpo di polizia a cui non appartengono e che hanno condotto allo sbando, spesso anche a causa di una fuorviante deriva ideologica.
Vogliono soprattutto continuare ad edificare le loro carriere sulle spalle della Polizia Penitenziaria, agganciandosi però agli istituti normativi della Polizia di Stato nelle more dell’adozione del loro primo contratto, senza però richiamare il trattamento giuridico ed economico della Polizia Penitenziaria, di cui chiedono di continuare a restare superiori gerarchici.
Molti dei firmatari della missiva sono ex collaboratori dei direttori di istituto, spesso impiegati in mansioni di segreteria, i quali, grazie alla legge Meduri, sono diventati dirigenti e oggi godono dei benefici delle Forze di Polizia, senza essere poliziotti.
L’ordinamento riconosce loro la responsabilità della sicurezza degli istituti, senza possedere alcuna qualifica che ne legittimi l’attribuzione ma, soprattutto, senza alcuna formazione specifica.
Non si comprende, dunque, quali siano le peculiarità dei dirigenti penitenziari rispetto ai dirigenti della Polizia penitenziaria, considerato che questi ultimi sono tutti portatori di una elevata cultura giuridica, visto che sono laureati in giurisprudenza e hanno tutti almeno un master, alcuni hanno anche più di una laurea.
Più che essere noi “parte di una deriva securitaria” sono loro parte di una deriva ideologica che vorrebbe eliminare le carceri e la polizia, lasciando i delinquenti in giro per le strade.
Noi auspichiamo che il Ministro della Giustizia Bonafede continui a porre attenzione alla crescita del Corpo di Polizia Penitenziaria e condivida con noi l’esigenza, ormai avvertita da tutti, di addivenire al più presto all’unificazione della dirigenza, con possibilità di transito dei dirigenti penitenziari in altre amministrazioni, qualora non volessero entrare a far parte del Corpo; tale modifica ordinamentale dovrebbe prevedere anche l’istituzione dei ruoli tecnici dei medici, degli psicologi, dell’area socio pedagogica e amministrativo contabile.
È giunto il momento che i Vertici dell’Amministrazione provengano dal Corpo di Polizia Penitenziaria.
Colgo l’occasione per porgere un cordiale saluto
Dott. Donato CAPECE
Segretario generale Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE
Roma, 5 novembre 2019
Egregio Dottor Capece,
ho letto la sua missiva e la prima sensazione è stata di stupore per quanto affermato.
Nell’articolo, pubblicato su Contropiano.org, è stata riportata la denuncia del garante dei detenuti della Campania, dottor Samuele Ciambriello, il quale ha interpretato (a giudizio del sottoscritto in maniera corretta) la Nota trasmessa dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – numero 0318577 del 22/10/2019 – come un ulteriore involuzione, verso una modalità di gestione puramente militare, della governance degli istituti di pena.
Se Lei, Dottor Capace, nell’ambito della sua funzione di “sindacalista” rileva delle criticità a proposito delle condizioni di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria ha sbagliato interlocutore e dovrebbe rivolgersi al Governo ed alle sue controparti datoriali.
In ogni caso, a parere di chi scrive, qualsivoglia carenza di personale ed eventuali criticità strutturali nell’ambito dell’amministrazione della giustizia non giustificano, in alcun modo, un mutamento di indirizzo culturale e normativo che possa ledere i diritti dei cittadini/detenuti i quali – come dovrebbe essere noto a tutti – sono certificati e garantiti dalla Costituzione della Repubblica e non da evanescenti, quanto mutevoli, “Note amministrative”.
Più preoccupanti, comunque, le sue parole riguardo la pretesa di “militarizzare” integralmente la gestione delle carceri, esautorando e allontanando i dirigenti civili (Direttori e collaboratori). Che lei addirittura accusa di esser portatori di una “deriva ideologica”, riferendosi probabilmente a ciò che resta del dettato Costituzionale in materia di espiazione della pena (art. 27).
Quanto alle “lauree” conseguite dal personale delle diverse polizie, stando alle denunce che ci provengono da diverse università, spesso sono “facilitate” facendo valere come esami sostenuti gli anni di servizio. Il che non deporrebbe certo a favore della qualità giuridica di quei titoli...
Michele Franco
Fonte
*****
Spettabile Redazione,
abbiamo letto con stupore l’articolo di Michele Franco “Un ulteriore giro di vite nelle carceri. Nuova catena di comando” con la quale si contesta la riforma del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che toglierebbe poteri ai direttori d’istituto per trasferirli al comandante.
Cosa lamentino i dirigenti penitenziari – direttori penitenziari che non vestono l’uniforme della Polizia Penitenziaria, non hanno alcuna preparazione e/o attitudine di polizia e né hanno superato alcuna selezione per entrare a farne parte – non è davvero dato comprendere. C’è chi parla di possibile “deriva securitaria” quando nel sistema penitenziario italiano – finora gestito dai direttori penitenziari – oggi si registrano gravi episodi di violenza ed aggressione ai nostri agenti; i detenuti arrivano a chiamare il 112 dalla camera detentiva con telefonini di cui illegittimamente sono in possesso; le situazioni strutturali sono al collasso; la gestione delle relazioni sindacali e del benessere del personale è ai minimi storici con elevatissima conflittualità sindacale; i reclusi saltano i muri di cinta con le lenzuola annodate come nei film, e la lista potrebbe proseguire.
Esaltano la terzietà, l’equilibrio e l’imparzialità dei vertici degli istituti penitenziari a vantaggio di una “conduzione rispondente a princìpi di equità ed umanità”, però al contempo ed incoerentemente i dirigenti penitenziari vogliono continuare a stare a capo di un Corpo di polizia a cui non appartengono e che hanno condotto allo sbando, spesso anche a causa di una fuorviante deriva ideologica.
Vogliono soprattutto continuare ad edificare le loro carriere sulle spalle della Polizia Penitenziaria, agganciandosi però agli istituti normativi della Polizia di Stato nelle more dell’adozione del loro primo contratto, senza però richiamare il trattamento giuridico ed economico della Polizia Penitenziaria, di cui chiedono di continuare a restare superiori gerarchici.
Molti dei firmatari della missiva sono ex collaboratori dei direttori di istituto, spesso impiegati in mansioni di segreteria, i quali, grazie alla legge Meduri, sono diventati dirigenti e oggi godono dei benefici delle Forze di Polizia, senza essere poliziotti.
L’ordinamento riconosce loro la responsabilità della sicurezza degli istituti, senza possedere alcuna qualifica che ne legittimi l’attribuzione ma, soprattutto, senza alcuna formazione specifica.
Non si comprende, dunque, quali siano le peculiarità dei dirigenti penitenziari rispetto ai dirigenti della Polizia penitenziaria, considerato che questi ultimi sono tutti portatori di una elevata cultura giuridica, visto che sono laureati in giurisprudenza e hanno tutti almeno un master, alcuni hanno anche più di una laurea.
Più che essere noi “parte di una deriva securitaria” sono loro parte di una deriva ideologica che vorrebbe eliminare le carceri e la polizia, lasciando i delinquenti in giro per le strade.
Noi auspichiamo che il Ministro della Giustizia Bonafede continui a porre attenzione alla crescita del Corpo di Polizia Penitenziaria e condivida con noi l’esigenza, ormai avvertita da tutti, di addivenire al più presto all’unificazione della dirigenza, con possibilità di transito dei dirigenti penitenziari in altre amministrazioni, qualora non volessero entrare a far parte del Corpo; tale modifica ordinamentale dovrebbe prevedere anche l’istituzione dei ruoli tecnici dei medici, degli psicologi, dell’area socio pedagogica e amministrativo contabile.
È giunto il momento che i Vertici dell’Amministrazione provengano dal Corpo di Polizia Penitenziaria.
Colgo l’occasione per porgere un cordiale saluto
Dott. Donato CAPECE
Segretario generale Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE
Roma, 5 novembre 2019
*****
La risposta di Michele Franco alla lettera del segretario del SAPPE
Egregio Dottor Capece,
ho letto la sua missiva e la prima sensazione è stata di stupore per quanto affermato.
Nell’articolo, pubblicato su Contropiano.org, è stata riportata la denuncia del garante dei detenuti della Campania, dottor Samuele Ciambriello, il quale ha interpretato (a giudizio del sottoscritto in maniera corretta) la Nota trasmessa dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – numero 0318577 del 22/10/2019 – come un ulteriore involuzione, verso una modalità di gestione puramente militare, della governance degli istituti di pena.
Se Lei, Dottor Capace, nell’ambito della sua funzione di “sindacalista” rileva delle criticità a proposito delle condizioni di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria ha sbagliato interlocutore e dovrebbe rivolgersi al Governo ed alle sue controparti datoriali.
In ogni caso, a parere di chi scrive, qualsivoglia carenza di personale ed eventuali criticità strutturali nell’ambito dell’amministrazione della giustizia non giustificano, in alcun modo, un mutamento di indirizzo culturale e normativo che possa ledere i diritti dei cittadini/detenuti i quali – come dovrebbe essere noto a tutti – sono certificati e garantiti dalla Costituzione della Repubblica e non da evanescenti, quanto mutevoli, “Note amministrative”.
Più preoccupanti, comunque, le sue parole riguardo la pretesa di “militarizzare” integralmente la gestione delle carceri, esautorando e allontanando i dirigenti civili (Direttori e collaboratori). Che lei addirittura accusa di esser portatori di una “deriva ideologica”, riferendosi probabilmente a ciò che resta del dettato Costituzionale in materia di espiazione della pena (art. 27).
Quanto alle “lauree” conseguite dal personale delle diverse polizie, stando alle denunce che ci provengono da diverse università, spesso sono “facilitate” facendo valere come esami sostenuti gli anni di servizio. Il che non deporrebbe certo a favore della qualità giuridica di quei titoli...
Michele Franco
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