Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/05/2026

La Banda dell’Uno bianca tra finte rivelazioni e nuovi spiragli di verità

Giovedì, a Bologna, la redazione di Contropiano ha organizzato in Piazza Maggiore un incontro pubblico per riprendere in mano una battaglia di verità sulla famigerata Banda dell’Uno bianca che seminò di sangue quel territorio negli anni Novanta.

Il botta e risposta dei fratelli Savi (Roberto e Fabio) attraverso due interviste televisive rispettivamente a Belve Crime – andata in onda su Rai2 il 5 maggio – ed il 29 maggio a Quarto Grado su Rete4, se ha rimesso al centro del cono di luce dei media le vicende legate alla cosiddetta Banda della Uno bianca, rischia di “inquinare” il dibattito proprio nel momento in cui sono state riaperte le indagini sulla lunga scia di sangue che dal 1987 al 1994 ha letteralmente sconvolto prevalentemente Bologna e la Romagna.

Almeno 24 omicidi, più di 100 feriti, oltre 100 azioni criminali è il bilancio di una storia fatta di delitti sproporzionati rispetto all’incasso di magri bottini difficilmente spiegabili all’interno dei perimetri della criminalità comune.

La finalità delle parole dei due killer, con le ampie anticipazioni della stampa a fare una sorta di “effetto lancio”, rimangono oscure e sembrano orientate più ad una logica di scambio e lancio di messaggi ad uso interno a quegli ambienti dove vige la regola del silenzio e del ricatto, ambienti che sono l’humus in cui sono cresciuti i protagonisti della strategia della tensione: gli ultimi depositari di una verità storica che potrebbero portarsi nella tomba.

Una strategia in cui probabilmente va inserita “l’operazione Banda della Uno bianca” e che in Italia si è protratta con modus operandi differenti fino alla prima metà degli anni Novanta con il crepuscolo della Prima Repubblica, quella che la Falange Armata in uno suo comunicato affermava essere: “stato di equilibrio politico basato con demagogia di contrabbando sulla ipocrita, famelica e corrotta ricerca del consenso straccione”.

Da quando sono state riaperte le indagini, grazie all’opera meritoria in primis dei legali dell’associazione delle vittime della Banda dell’Uno bianca, al di là delle sparate dei Savi ad uso di telecamera dal carcere di Bollate in cui scontano l’ergastolo, vi sono in particolare due fatti di cronaca di una certa rilevanza.

Il primo è l’arresto a febbraio di Corrado Pizzoli, colui che aveva rilevato l’armeria di via Volturno in pieno centro di Bologna, dove il 2 maggio del 1991 si compì una vera e propria strage per opera della banda. Pizzoli, 85 anni, deteneva una vera e propria Santa Barbara con tanto di granate, tritolo e armi da guerra non registrate nel proprio appartamento in via Tinozzi, una zona residenziale a pochi passi dai giardini Margherita.

Il secondo fatto di cronaca è l’inspiegabile “suicidio” di Pietro Gugliotta che da anni aveva finito di scontare la propria pena per i fatti legati alla Banda e che, sembra per voce del suo avvocato, fosse intenzionato a parlare con urgenza pochi giorni prima di togliersi la vita.

Ciò che rende il “suicidio” di Gugliotta ancora più inquietante è che la notizia si è saputa solo qualche giorno dalla prima intervista di Savi, nonostante fosse avvenuto a gennaio e nessuno si fosse sentito in dovere di comunicarlo.

Per i legali dell’associazione dei familiari delle vittime “è incredibile che la Procura di Bologna sia stata informata dopo mesi del suicidio di Pietro Gugliotta” e l’avvocato Alessandro Gamberini non fa mistero delle sue “perplessità” su quanto avvenuto.
E aggiunge: “si sta riproponendo la storia della Uno Bianca”, e più esplicitamente “lo stesso clima di quando le polizie giudiziarie e le diverse procure non si parlavano tra di loro”. Tra il 1987 e il 1994, “questi difetti di comunicazione impedirono agli investigatori di svolgere le indagini in maniera sistematica, e fu la fortuna della banda”.
E se anche la Procura può “non avere colto la portata dell’evento”, è comunque grave che i carabinieri, che sicuramente hanno informato la loro scala gerarchica, non abbiano informato i colleghi di Bologna.

Un fatto abbastanza strano, che ricorda il periodo in cui nonostante l’alto tributo di sangue dell’Arma, con 9 morti e svariati feriti in quegli anni, a Bologna i Carabinieri non sentirono la necessità di stendere alcun rapporto da inviare a Roma.

È il secondo suicidio piuttosto “strano” dopo quello dell’agente Claudio Bravi in forza alla Questura di Bologna, avvenuto il 29 marzo del 1989, che potrebbe essere collegato alle vicende della Banda, e su cui rimandiamo alla terza puntata dell’ottima serie podcast prodotti da Paolo Soglia “Uno Bianca Reloaded”.

Se consideriamo questi eventi di cronaca e il fatto che le indagini sembra che finalmente vogliano andare più a fondo di quanto fatto finora, allora forse le parole dei Savi assumono un’altra veste: inquinano piuttosto che chiarire, elidendosi nello scontro verbale tra fratelli-coltelli.

Anche il giornalismo d’inchiesta sta svolgendo una funzione tutt’altro che secondaria.

Non possiamo non citare due recenti inchieste giornalistiche che in parte hanno trattato delle vicende della Banda.

La prima è la trasmissione in diretta di Fanpage “Confidential” di Francesco Piccinini con la presenza dell’ex-parà della Folgore Fabio Piselli, il quale fornisce una testimonianza importante in grado di far comprendere la possibile evoluzione operativa di alcuni apparati filo-atlantici ed il loro bacino di reclutamento dalla seconda metà degli anni Ottanta, e di cui consigliamo vivamente la visione.

In trasmissione, Piselli, era affiancato dal magistrato Antonio Spinosa e dal criminologo Federico Carbone.

L’altra è la prima parte della recente inchiesta di report “Le piste nere”, a cui rimandiamo e che sembra avvalorare appieno le domande di fondo poste nel dossier pubblicato dalla Rete dei Comunisti: “La Uno bianca e altre storie. Nell’Ultima fase della strategia della tensione”, insieme a fornire particolari importanti rispetto alle guerre ai vertici dell’Arma dei Carabinieri riguardo alla vicenda.

Speriamo che le inchieste giudiziarie possano colmare almeno in parte quei vuoti evidenti sulla reale composizione numerica della Banda – 6 membri di cui 5 poliziotti, o almeno “ufficialmente” poliziotti, ma almeno 3 in più sembrano confermare le indagini stando alle indiscrezioni giornalistiche – e far luce più nello specifico rispetto ad alcuni episodi su cui sarebbe stato necessario scavare ma che – una volta terminati i processi nei vari gradi di giudizio – come tutta la serie di vicende a cui è legata sono state frettolosamente archiviate come risolte, senza che ci si interrogasse a sufficienza e venisse trasmessa una memoria adeguata di quegli anni terribili.

Siamo convinti che una lettura più puntuale di quei fenomeni potrebbe contribuire a spiegare meglio quel tornante politico dalla Prima alla Seconda Repubblica, fare luce sulla funzione che ebbe quella parte di Stato profondo più incline a seguire i desiderata di Washington, che ruolo giocarono i protagonisti dell’eversione nera che da metà Anni sessanta sono protagonisti delle vicende politiche italiane, quali furono i limiti della magistratura che sposò strampalate piste investigative credendo a chi depistava serialmente le indagini anziché seguire ipotesi proposte da esponenti politici autorevoli come Libero Gualtieri.

Riportiamo le parole di Libero Gualtieri del 31 gennaio 1995 in una seduta di una Commissione parlamentare d’inchiesta, in cui spiega cosa disse ad un convegno a Bologna del giugno 1991:
“Spiegai allora che fatti analoghi erano accaduti in Belgio alcuni anni prima, quando la banda del Brabante, con una macchina simile, una specie di uno nera, rapinò e uccise una trentina di persone”, 28 omicidi e 40 feriti, per la precisione. “Si scoprì poi che erano appartenenti alle forze di polizia. Il giorno dopo la falange armata minacciò questi che avevano parlato al convegno”.
Ancora oggi la verità giudiziaria sulla Banda del Brabante, che ha agito nella prima metà degli anni Ottanta, non è giunta purtroppo ad alcunché, e si sono riaperte le indagini nel 2025.

Rimane poi da indagare come si comportarono nei confronti della Banda della Uno bianca le maggiori testate giornaliste ed i media in genere pronte a sposare la tesi del “regolamento di conti criminale” o “l’esclusione del movente razziale” quando venivano colpiti membri della comunità Romaní con due assalti ai cosiddetti “campi nomadi” o cittadini di origine straniera. Media pronti ad incriminare la malavita comune con un tocco di razzismo anti-meridionale, o a criminalizzare interi quartieri – come il Pilastro – ed i ceti popolari che li abitavano.

Lo diciamo, in maniera abbastanza provocatoria, ma alla fine l’ultima fase della strategia della tensione, almeno per quanto riguarda la Banda della Uno bianca, risultò vincitrice nella sua capacità di seminare il terrore, modificare i comportamenti di massa, e porre la questione della sicurezza e dell’ordine pubblico in maniera sempre più reazionaria, facendo sì che questa richiesta venisse capitalizzata da alcune forze politiche della destra che ereditarono i temi propugnati dalla maggioranza silenziosa degli anni Settanta.

Non ultimo, la Banda inaugurò la pratica della strage razziale nel nostro paese, sdoganando il suprematismo bianco “armato” che vedrà prodursi una serie di episodi, anche quelli presto rimossi per ciò che concerne la riflessione pubblica, come la strage di piazza Dalmazia a Firenze del 13 dicembre del 2011 da parte del neo-fascista Gianluca Casseri (2 morti ed un ferito grave) e la tentata strage di Macerata (6 feriti) da parte di Luca Trani del 3 febbraio del 2018.

Per questo come Redazione di Bologna continueremo a contribuire ad un’opera di sensibilizzazione che dopo la riuscita iniziativa in piazza Maggiore del 28 maggio vada in quei luoghi colpiti dal terrorismo della Banda della Uno bianca e per la prima volta ne parli pubblicamente, o riprenda a parlarle chiedendo verità e giustizia per una ferita che non si è mai rimarginata.

Sull’argomento vedi anche:

La banda della Uno bianca/1. È l’ora della verità – Contropiano

La banda della Uno bianca/2. Un capitolo della “guerra a bassa intensità” – Contropiano

La Uno bianca e altre storie nell’ultima fase della strategia della tensione – Contropiano

Fonte

28/04/2026

Bologna. La Repubblica ammette che la foto sul nostro redattore era modificata con l’AI

Tana. Come avevamo denunciato già da domenica sul nostro giornale, la foto pubblicata da La Repubblica e veicolata sui social da tutti i volenterosi guerrafondai filo-ucraini, era stata ritoccata con l’intelligenza artificiale per corroborare una versione distorta dei fatti e demonizzare il nostro redattore Giacomo Marchetti reo di aver tenuta a distanza e – lo ripetiamo ancora: lo ha fatto con garbo – un anziano che voleva entrare con una bandiera dell’Ucraina in una manifestazione per il 25 aprile apertamente convocata e schierata contro la Nato e il riarmo. Insomma nel corteo sbagliato.

L’edizione bolognese di La Repubblica – un quotidiano che ormai sulle guerre in Ucraina, Iran, Gaza sta dando il peggio di se stesso – ha dovuto ammettere che la foto pubblicata era stata manipolata con l’IA, una manipolazione realizzata per dimostrare che il nostro Giacomo avesse messo le mani addosso all’anziano professore sostenitore dell’Ucraina, cosa che si è ben guardato dal fare, per scelta e per indole.

La Repubblica riconosce di aver preso la foto da quelle che circolavano in rete, sulla quale i bellicosi sostenitori della Slava Ukraina da giorni stanno attaccando Giacomo Marchetti e il nostro giornale.

Particolarmente penosi sono i tentativi di mettere in evidenza l’età avanzata del professore filo-ucraino e militante renziano. Non ci pare che abbiano avuto la stessa sensibilità o premura quando i giovanottoni filo-ucraini hanno preso di petto un altro anziano professore come Angelo D’Orsi. Al contrario, venivano istigati dall’alto a farlo con convinzione.

All’elenco dei dispensatori di lezioni si è aggiunto poi un altro volenteroso che non poteva mancare: Adriano Sofri che attacca Giacomo Marchetti e Contropiano dalle pagine dell’autorevolissimo Il Foglio, ossia uno dei giornali da mazzetta mattutina più filo-sionista e filo Nato.

Le realtà politiche della sinistra alternativa bolognese hanno già fatto sapere la loro valutazione sulla manifestazione del 25 aprile e su quella riteniamo che andrebbe concentrato il dibattito e l’attenzione politica.

Ci teniamo a far sapere, sia ai nostri lettori che ai detrattori, che questi attacchi non ci impensieriscono affatto. Dalle nostre parti non si fa un passo indietro. Il nostro lavoro editoriale e quotidiano ha questioni più importanti da seguire e da resocontare.

Fonte

27/04/2026

I “volenterosi guerrafondai” isterici verso Contropiano

Non sorprendono nessuno le consuete polemiche successive alle manifestazioni del 25 Aprile. È così ormai tutti gli anni e, dopo aver raggiunto l’apice in un paio di giorni, spesso ritornano nella routine.

Dobbiamo confessare che anche noi eravamo tentati dall’adeguarci a questo ritmo già sperimentato, se non fosse che il nostro giornale è stato tirato in ballo, arbitrariamente e in modo offensivo (i nostri avvocati ci stanno lavorando sopra) da quegli ambienti di “volenterosi guerrafondai” prosperati con varie sfaccettature sulla questione dell’Ucraina.

Alcuni fatti sono noti. Un nostro redattore di Bologna, Giacomo Marchetti, ha evitato con molto garbo che un anziano signore con tanto di bandiera ucraina e della UE entrasse in un corteo che quelle bandiere non le gradiva affatto.

Consapevole che la provocazione potesse innescare tensioni durante il corteo, lo ha tenuto alla larga – con garbo e il dovuto rispetto per l’età avanzata – per evitare che magari qualcuno meno educato lo facesse in modi più spicci. Il video è talmente evidente che per piegarlo ad una visione distorta sono stati costretti a ricorrere all’intelligenza artificiale su singoli fotogrammi.

Il video che mostra il nostro Giacomo in quella delicata situazione, è stato diffuso ampiamente sui social da tutta quella rete di volenterosi sostenitori della guerra in Ucraina – e non solo – che da tempo stanno conducendo una sistematica campagna di provocazione e diffamazione contro le manifestazioni, assemblee, dibattiti, conferenze di chi si oppone alla guerre e alle aggressioni imperialiste.

Ma l’episodio di Bologna – che non intendiamo affatto lasciar cadere e che vedrà a breve un incontro pubblico convocato dal nostro giornale in quella città – consente di avanzare una dovuta riflessione su chi e come sono le forze contro cui ci dovremo battere in questo paese per contrastare le derive guerrafondaie e reazionarie. Del resto è fin troppo evidente che mentre sulla Palestina uno deve aspettarsi gli attacchi dai giornali e partiti della destra, sull’Ucraina tra questi killer politici devi aspettarti anche settori ampiamente articolati del centro-sinistra.

Il consorte dell’europarlamentare Pina Picierno, costituitosi come una sorta di commissione di censura e controllo su chi prende parola in Italia sulla guerra in Ucraina, noto per gli attacchi ad Angelo D’Orsi e altri, ha preso di petto il nostro Giacomo Marchetti e calunniato Contropiano su X, definendolo “giornalaccio online russobruno”. Sul piano legale ne dovrà rendere conto, ma sul piano politico questo ci consente di fare chiarezza.

Invece che delle stupidaggini di questi personaggi, prendiamo spunto da un più stimolante articolo comparso su Micromega a commento delle manifestazioni del 25 Aprile. Nell’articolo, l’autrice – spesso correttamente impegnata sulla questione palestinese – lamenta invece che sull’Ucraina non si assista alla medesima empatia e solidarietà con “questa causa”, addebitando il motivo al cosiddetto “campismo”.

Ma l’aspetto più grave contenuto nell’articolo è quando si lamenta che “la causa ucraina non è considerata da ampi settori dell’antifascismo italiano degna della nostra solidarietà e che la propaganda di un regime fascista è riuscita a penetrare così in profondità”. In pratica si liquidano ampi settori dell’antifascismo italiano sostanzialmente come degli inetti o, peggio ancora, delle “quinte colonne” della Russia, una sintesi niente affatto veritiera né dimostrabile, ma sicuramente offensiva.

Non solo. A proposito del campismo, sia l’autrice che coloro che ne ritengono pertinenti le tesi, devono piuttosto fare i conti con il “campismo di fatto” realizzato visivamente dai gruppi filo-ucraini insieme a quelli sionisti, ai monarchici iraniani e agli estimatori di Trump, che a Milano si sono presentati insieme in uno stesso spezzone al corteo. Che ovviamente e giustamente è stato messo fuori dalla manifestazione del 25 aprile.

Non era la prima volta che in presidi e manifestazioni sventolano insieme le bandiere ucraine, quelle israeliane e degli iraniani nostalgici dello Sciah. E se queste “cause” vengono ritenute tutte simili e “dalla stessa parte” da chi le sostiene, non si capisce perché non possa o debba fare altrettanto chi le critica o osteggia.

Ma quello che è diventato visibile a livello di supporter è ancora più visibile a livello di Stati. La collaborazione militare e la convergenza ideologica tra Ucraina e Israele è fin troppo nitida, così come lo è la funzione che la Nato e l’imperialismo hanno affidato a questi due “porcospini d'acciaio” nell’Europa dell’est e in Medio Oriente.

E la gente che va in piazza – ma anche quella che resta a casa – queste cose le nota, le collega e ne ha tratto le logiche conclusioni. Motivo per cui le bandiere israeliane e quelle ucraine non sono viste come “istanze di liberazione” da condividere nelle manifestazioni antifasciste. Diversamente, invece, le bandiere palestinesi o libanesi sono ammesse ed applaudite. Così come la presenza degli ebrei antisionisti. Del resto è difficile provare empatia per un paese che riceve miliardi di finanziamenti e armamenti da tutti i paesi Nato e i governi reazionari d’Europa contro cui ci si batte quotidianamente qui a casa nostra. I Palestinesi o i libanesi non hanno mai avuto di queste fortune.

Contropiano non deve comunque alcuna spiegazione ai volenterosi collaboratori della Nato o delle forze guerrafondaie a livello internazionale. Parlano la sua storia e la sua attività editoriale dal 1993 a oggi, sia in formato cartaceo che online.

Vogliamo dire chiaramente che sosteniamo senza se e senza ma il nostro Giacomo Marchetti e apprezzeremo sempre chi, nelle piazze o nell’informazione, fa chiarezza su chi siano i nemici principali dell’umanità.

Fonte

18/08/2021

[Contributo al dibattito] - Lettera aperta a Contropiano, su green pass e dintorni

di Roberto Sassi - Nico Maccentelli - Valerio Evangelisti

Seguiamo Contropiano, ed occasionalmente vi collaboriamo, fin dalle sue origini, lo riteniamo un prezioso strumento di controinformazione e formazione politica, per questo ci siamo presi il tempo per riflettere e confrontarci prima di scrivere questa lettera.

Riteniamo profondamente sbagliato e dannoso l’approccio con cui è stato affrontato il problema del green pass ed in generale dell’emergenza pandemica, sentiamo l’urgenza di aprire un dibattito sul tema che consenta di rettificare queste posizioni.

Il vaccino senza alternative?

I compagni che difendono o tollerano il green pass partono da un assunto mille volte ripetuto dal governo: la vaccinazione universale è l’unico modo per sconfiggere il virus. Un’affermazione totalmente infondata. Sono molti i modi per affrontare la malattia, anche prevenendo il ricovero ospedaliero: ci sono decine di farmaci, spesso a basso costo, che hanno avuto ottimi risultati, anche nella cura a domicilio. In Cina (dove la libertà di scelta terapeutica è a fondamento del sistema sanitario fin dalle sue origini) è stata utilizzata con successo anche la medicina tradizionale, bloccando le ondate epidemiche prima ancora di disporre del vaccino.

Eppure, non appena qualcuno si alza a sostenere la possibilità di guarigione per altra via che non sia il vaccino, incorre in scomuniche, minacce, insulti. Le sue proposte sono bandite (di recente, un medico mantovano si è suicidato, dopo essere stato deriso per una sua terapia rivelatasi efficace). Perché? Le ragioni sono molteplici. Si è fatto un acquisto spropositato di vaccini (ma sarebbe meglio parlare di sieri) da alcune multinazionali, e bisogna pur smaltirli (in autunno le prime partite andranno a male). L’esistenza di cure valide differenti renderebbe assai arduo fare del vaccino un obbligo.

Chi invoca i vaccini quale panacea risolutiva, quasi mai si interroga sull’efficacia di quelli correnti, in “sperimentazione” fino al 2023, sulla nostra pelle. Il vaccinato non contagia? Niente affatto, contagia eccome. Ripara se stesso dalla contaminazione? Per nulla. Lo si desume da una miriade di ricerche, e dagli stessi bugiardini che accompagnano il prodotto. Ha effetti negativi? Non ne parla nessuno, ma si contano in Europa ben 16.900 casi, tra cui 6.000 morti (e tra i sopravvissuti si trovano ciechi, paralizzati ecc.) [1].

Sono minoranza, dunque il gioco vale la candela, si ribatte. Ma il gioco quale scopo ha? Tutti vaccinati ed ecco che l’epidemia si ferma, ci dicono. Peccato che i paesi col maggior numero di vaccinazioni – Gran Bretagna, Israele, Islanda, ecc. – siano, al momento, quelli in cui la pandemia è più vivace, e si sviluppano “varianti” via via maggiormente aggressive.

Trattamento Sanitario Ricattatorio

La legislazione italiana prevede il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). I TSO possono essere non coattivi (obbligo sanzionato) oppure coattivi. I TSO coattivi sono quelli per:

1. malattie mentali (art. 34 della legge n. 833/78);

2. malattie veneree in fase contagiosa (art. 6 della legge n. 837/756 );

3. malattie infettive e diffusive (art. 253 TU leggi Sanitarie, 27 luglio 1934, n. 1265 e DM5 luglio 1975). La situazione attuale potrebbe essere fatta rientrare dal governo in quest’ultima casistica, ma una coazione implica una responsabilità che chi ci comanda evita di prendersi, preferendo ricorrere ad un’altra pratica, che potremmo definire Trattamento Sanitario Ricattatorio (TSR).

Con i TSR i lavoratori sono costretti periodicamente a confrontarsi quando si sottopongono (pena il licenziamento) alle visite mediche di controllo (art. 41 del D.Lgs 81/08) che stabiliscono la loro idoneità o meno alle mansioni svolte, ivi comprese le vaccinazioni eventualmente previste o le terapie necessarie al ristabilimento dell’idoneità, sempre pena il licenziamento.

Il green pass estende a tutta la società il TSR, consentendo allo Stato ed alle case farmaceutiche di eludere ogni responsabilità nei confronti delle reazioni avverse al vaccino, ma soprattutto amplia ed approfondisce capillarmente il comando capitalistico. L’arbitrio poliziesco, anch’esso estesosi smisuratamente sfruttando la situazione pandemica, trova la sua certificazione.

Dal punto di vista sanitario, non è altro che una buffonata burocratica: come se si potesse fermare un virus con una carta bollata. Dal punto di vista politico rappresenta invece una imposizione paternalistica, una operazione ideologica, prima ancora che poliziesca, che rende maggiormente pervasivo il potere statale di sancire i comportamenti sociali ammessi o meno.

Il terreno delle libertà è troppo importante per essere lasciato ai liberali, che lo costringono nella dimensione illusoria dell’individualità. Sono libertà collettive quelle in pericolo: riunione, manifestazione, socializzazione...

Stiamo attenti, piuttosto, a non confondere il collettivismo con il paternalismo.

Il triangolo no, non l’avevo considerato...

Nell’editoriale di Contropiano “Il delirio sul Green Pass”, leggiamo:
“... in casi come le grandi epidemie lo scontro tra noi e il potere verte sulla capacità o meno di risolvere un problema imprevisto, oggettivo, indifferente alle idee politiche e agli interessi sociali che travolge. E’ un rapporto a tre. Popoli, capitale e virus. Come per l’ambiente, peraltro... Nella “compagneria” la confusione è grande, ci sembra, proprio in virtù del fatto che si continua a ragionare come se fosse un rapporto a due (popolo e capitale/Stato) anche in questo caso.”
Quello che qui non viene considerato, è che sarebbe un rapporto a tre se la pandemia non fosse gestita da uno dei due elementi umani, ossia la borghesia e non il popolo, o meglio non certo le classi sociali subalterne. E questo vale anche per l’ambiente (di cui la pandemia è parte). Sono semmai gli ecologisti liberali, quelli che non intervengono alla base del rapporto tra capitale (ossia umanità nei rapporti di produzione e riproduzione capitalistici) e natura ad avere questa stessa logica del rapporto a tre.

Si dà il caso invece che le misure adottate dal capitalismo nella pandemia siano orientate a salvare e incrementare i profitti e non a salvare l’umanità. Quindi i tre fattori sono piuttosto zoppi. Se non capiamo questo, non comprendiamo neppure il salto autoritario che stiamo facendo, che viene imposto per non fare quello che andrebbe fatto: investire in sanità pubblica e di territorio, adottare un approccio multi-terapeutico, espropriare i brevetti rendere disponibili i vaccini per tutti i popoli.

Essere fautori della libertà di scelta terapeutica, significa anche essere fautori della disponibilità per tutti, gratuitamente, di tutti i tipi di vaccini. In mancanza di tale disponibilità, non vi è reale possibilità di scelta. Non solo, quindi, battersi per la disponibilità dei vaccini e per la libertà di scelta terapeutica non è in contraddizione, ma complementare. Anche chi è favorevole all’obbligo vaccinale, dovrebbe convenire che è legittimo voler scegliere fra i vaccini disponibili, siano essi di tecnologia RNA o tradizionale, prodotti da multinazionali e venduti agli stati in base ad accordi zeppi di omissis o prodotti da laboratori pubblici, estranei al profitto.

Dunque, le discriminazioni vanno rifiutate, l’autoritarismo va combattuto e va rivendicato un cambio di passo epocale verso una modalità di riprodurre la società non più dominata da interessi privati ma dai bisogni della collettività umana. La lotta contro questa forma inedita di fascismo è parte di questa soluzione.

In realtà la lotta di classe, seguendo l’editoriale di Contropiano, si attenua nell’eccesso di fiducia verso un sistema capitalista che invece sta utilizzando la pandemia per avvantaggiare le classi dominanti e i loro apparati di comando sul terreno dei profitti e del controllo sociale, scaricando gli effetti della malattia sui settori popolari, evidenziando che non la pandemia, ma la sua gestione (quindi rapporto a due) è classista.

E infatti se andiamo a vedere dove ci sono state tante vittime lo si capisce subito: in quella massa che è passata da “Tachipirina e vigile attesa” direttamente nelle terapie intensive (se andava bene…) o a crepare a casa, in solitudine. Non certo come Trump, Berlusconi o Briatore.

Ovviamente, con questo non vogliamo dire che tutto quello che fa un governo sia sbagliato perché capitalista. Ma una sana diffidenza di classe è d’obbligo, perché la scienza non è neutra ma può essere usata per uno scopo o per un altro, così come la tecnologia. Occorre valutare caso per caso le misure prese da un dato governo, ponendosi sempre le domande: a chi giova? Perché?

Il green pass in fatti specie non ha nulla di sanitario. E di evidenze scientifiche, di posizioni contraddittorie tra loro ce ne sono e non poche. Quindi quanto meno individuare soluzioni diverse significherebbe spendere finalmente in buona sanità pubblica e in un controllo non sulla popolazione ma sul virus, con l’utilizzo massiccio, capillare e gratuito dei tamponi (anche qui, come in Cina).

Ecco perché abdicare alla lotta contro il green pass significa rinunciare a un terreno fondamentale oggi dello scontro politico e sociale. L’estate porta licenziamenti di massa, il green pass costituisce anche una strategia di raffreddamento dei conflitti in previsione di un autunno carico di tensioni. L’USB sta facendo i conti con questa situazione con assai più senso pratico, fortunatamente.

Nella singolare teoria del rapporto a tre si sente puzza di interclassismo, quasi esistesse una zona neutra, franca nello scontro di classe tra proletariato e borghesie, tra capitalismo e masse popolari.

È stato scelto di bollare le manifestazioni contro il green pass come “reazionarie, borghesi, fasciste”, mentre in Francia le organizzazioni di classe con cui siamo in rapporto si sono mobilitate, hanno contrastato i fascisti in piazza, ottenendo risultati assai significativi, crescenti, in piena estate. A queste manifestazioni, Contropiano ha deciso di dedicare poche righe, dopo un mese… Sotto c’è un equivoco grande come una casa sul come rapportarsi al ceto medio trascinato verso il basso.

Lenin, perdonaci, abbiamo una certa età.

Bologna, 10 Agosto 2021

Note

[1] Fonte dei dati qui.

Fonte

30/12/2019

Fare pubblicità all’alternativa? Su Facebook nemmeno pagando...

Com’è noto, non siamo un giornale “normale”. E di sicuro non abbiamo i soldi della “Bestia” salviniana, né le “entrature” nei media mainstream che possono vantare i Santori...

Però facciamo politica anche noi, come possiamo, producendo idee e qualche interpretazione autentica della realtà, che può tornare utile a chi – negli attuali rapporti di forza sociali – tocca la parte della vittima sacrificale.

Quindi è capitato qualche volta di “sponsorizzare” un articolo pagando l’obolo minimo che Facebook chiede a chi vuole “promuovere” la propria produzione. Roba di poco – 10 euro ogni due o tre mesi – e forse anche questo non deve esser piaciuto al team italiano di mr. Zuckerberg.

Sta di fatto che, tra “oscuramenti” della pagina o “sospensione delle condivisioni su gruppi non gestiti direttamente”, da qualche tempo feisbuk si sta rivelando un ambiente ostile per i comunisti.

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato un articolo che ha riscosso una discreta attenzione sul Truce capo della Lega (Salvini mi ricorda qualcuno… Ah, ecco chi!). Niente di truculento o “carico d’odio” – e dire che scapperebbe facilmente un insulto spontaneo. Solo un be po’ di sfottò sulla somiglianza del personaggio Salvini con alcune delle maschere messe in scena da... Alberto Sordi.


Visto che “andava”, ci siamo detti “puntiamoci 10 euro sopra…”. Facebook ci ha pensato un po’. Poi l’ha “rifiutata” (vedi foto).

Vabbeh, ci siamo detti: si vede che gli sta simpatico Salvini e temono anche loro che possa tornare al governo e “vendicarsi”…

Passa qualche giorno e pubblichiamo l’editoriale che ancora campeggia in pagine (“Contro la peste del voto utile”). Qui il ragionamento è totalmente svincolato da tizio o caio, riguarda il sistema politico-elettorale attuale e il ricatto implicito di un modo di “pensare” (se si può usare un termine così impegnativo...) che ha distrutto la sinistra in questo paese.

Discreto successo, attenzione, commenti... “Puntiamoci sopra 10 euro”, in fondo non li avevamo spesi la settimana prima!


Anche stavolta Facebook ci pensa sopra e poi la “rifiuta”.

A questo punto è chiaro tutto. La società di Zuckerberg difende l’assetto politico dominante in modo esplicito, rifiutandosi di veicolare qualsiasi contenuto appena un po’ critico. Specie se antifascista e anche un po’ anticapitalista.

Basta saperlo, Zuck! In fondo lo avevamo intuito che alle multinazionali non va mai dato neanche un centesimo.

Fonte

06/11/2019

Carceri - Botta e risposta con il Sindacato degli Agenti Penitenziari

L’articolo sulla situazione nelle carceri che abbiamo pubblicato ieri ha innescato una reazione da parte del Segretario del SAPPE, il Sindacato Autonomo degli Agenti di Polizia Penitenziaria che ci ha inviato una lettera alla quale replica Michele Franco autore dell’articolo pubblicato da Contropiano.

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Spettabile Redazione,

abbiamo letto con stupore l’articolo di Michele Franco “Un ulteriore giro di vite nelle carceri. Nuova catena di comando” con la quale si contesta la riforma del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che toglierebbe poteri ai direttori d’istituto per trasferirli al comandante.

Cosa lamentino i dirigenti penitenziari – direttori penitenziari che non vestono l’uniforme della Polizia Penitenziaria, non hanno alcuna preparazione e/o attitudine di polizia e né hanno superato alcuna selezione per entrare a farne parte – non è davvero dato comprendere. C’è chi parla di possibile “deriva securitaria” quando nel sistema penitenziario italiano – finora gestito dai direttori penitenziari – oggi si registrano gravi episodi di violenza ed aggressione ai nostri agenti; i detenuti arrivano a chiamare il 112 dalla camera detentiva con telefonini di cui illegittimamente sono in possesso; le situazioni strutturali sono al collasso; la gestione delle relazioni sindacali e del benessere del personale è ai minimi storici con elevatissima conflittualità sindacale; i reclusi saltano i muri di cinta con le lenzuola annodate come nei film, e la lista potrebbe proseguire.

Esaltano la terzietà, l’equilibrio e l’imparzialità dei vertici degli istituti penitenziari a vantaggio di una “conduzione rispondente a princìpi di equità ed umanità”, però al contempo ed incoerentemente i dirigenti penitenziari vogliono continuare a stare a capo di un Corpo di polizia a cui non appartengono e che hanno condotto allo sbando, spesso anche a causa di una fuorviante deriva ideologica.

Vogliono soprattutto continuare ad edificare le loro carriere sulle spalle della Polizia Penitenziaria, agganciandosi però agli istituti normativi della Polizia di Stato nelle more dell’adozione del loro primo contratto, senza però richiamare il trattamento giuridico ed economico della Polizia Penitenziaria, di cui chiedono di continuare a restare superiori gerarchici.

Molti dei firmatari della missiva sono ex collaboratori dei direttori di istituto, spesso impiegati in mansioni di segreteria, i quali, grazie alla legge Meduri, sono diventati dirigenti e oggi godono dei benefici delle Forze di Polizia, senza essere poliziotti.

L’ordinamento riconosce loro la responsabilità della sicurezza degli istituti, senza possedere alcuna qualifica che ne legittimi l’attribuzione ma, soprattutto, senza alcuna formazione specifica.

Non si comprende, dunque, quali siano le peculiarità dei dirigenti penitenziari rispetto ai dirigenti della Polizia penitenziaria, considerato che questi ultimi sono tutti portatori di una elevata cultura giuridica, visto che sono laureati in giurisprudenza e hanno tutti almeno un master, alcuni hanno anche più di una laurea.

Più che essere noi “parte di una deriva securitaria” sono loro parte di una deriva ideologica che vorrebbe eliminare le carceri e la polizia, lasciando i delinquenti in giro per le strade.

Noi auspichiamo che il Ministro della Giustizia Bonafede continui a porre attenzione alla crescita del Corpo di Polizia Penitenziaria e condivida con noi l’esigenza, ormai avvertita da tutti, di addivenire al più presto all’unificazione della dirigenza, con possibilità di transito dei dirigenti penitenziari in altre amministrazioni, qualora non volessero entrare a far parte del Corpo; tale modifica ordinamentale dovrebbe prevedere anche l’istituzione dei ruoli tecnici dei medici, degli psicologi, dell’area socio pedagogica e amministrativo contabile.

È giunto il momento che i Vertici dell’Amministrazione provengano dal Corpo di Polizia Penitenziaria.

Colgo l’occasione per porgere un cordiale saluto

Dott. Donato CAPECE

Segretario generale Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE

Roma, 5 novembre 2019

*****

La risposta di Michele Franco alla lettera del segretario del SAPPE

Egregio Dottor Capece,

ho letto la sua missiva e la prima sensazione è stata di stupore per quanto affermato.

Nell’articolo, pubblicato su Contropiano.org, è stata riportata la denuncia del garante dei detenuti della Campania, dottor Samuele Ciambriello, il quale ha interpretato (a giudizio del sottoscritto in maniera corretta) la Nota trasmessa dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – numero 0318577 del 22/10/2019 – come un ulteriore involuzione, verso una modalità di gestione puramente militare, della governance degli istituti di pena.

Se Lei, Dottor Capace, nell’ambito della sua funzione di “sindacalista” rileva delle criticità a proposito delle condizioni di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria ha sbagliato interlocutore e dovrebbe rivolgersi al Governo ed alle sue controparti datoriali.

In ogni caso, a parere di chi scrive, qualsivoglia carenza di personale ed eventuali criticità strutturali nell’ambito dell’amministrazione della giustizia non giustificano, in alcun modo, un mutamento di indirizzo culturale e normativo che possa ledere i diritti dei cittadini/detenuti i quali – come dovrebbe essere noto a tutti – sono certificati e garantiti dalla Costituzione della Repubblica e non da evanescenti, quanto mutevoli, “Note amministrative”.

Più preoccupanti, comunque, le sue parole riguardo la pretesa di “militarizzare” integralmente la gestione delle carceri, esautorando e allontanando i dirigenti civili (Direttori e collaboratori). Che lei addirittura accusa di esser portatori di una “deriva ideologica”, riferendosi probabilmente a ciò che resta del dettato Costituzionale in materia di espiazione della pena (art. 27).

Quanto alle “lauree” conseguite dal personale delle diverse polizie, stando alle denunce che ci provengono da diverse università, spesso sono “facilitate” facendo valere come esami sostenuti gli anni di servizio. Il che non deporrebbe certo a favore della qualità giuridica di quei titoli...

Michele Franco

Fonte

17/10/2019

La censura aiuta la guerra di Erdoğan

Comunicato di: Contropiano, Dinamopress, Globalproject.info, Infoaut, milanoinmovimento.com, Radiondadurto

Tra ieri sera e questa mattina, Facebook ha chiuso le pagine di alcune testate indipendenti e legate ai movimenti sociali. Altre sono state raggiunte da messaggi ufficiali della piattaforma in cui si comunica il rischio della chiusura.

I contenuti oggetto dell’operazione sono strettamente legati a post in cui si evidenziava il sostegno alla causa curda e si esprimeva il legittimo dissenso a quanto sta succedendo in Siria del Nord a opera della Turchia. Una guerra che aggiunge anche la questione dell’informazione e della comunicazione nel novero dei terreni di contesa, che si sommano ai più evidenti aspetti economici, politici e militari. Evidentemente, l’espansionismo di Recep Erdoğan non è solo territoriale, ma si propaga anche nell’intelligence digitale.

Gli attacchi che stanno subendo queste pagine non hanno nulla di casuale. È chiaro a tutti che sono ben organizzati e coordinati. Erdoğan ha il problema di ricostruire consenso intorno alla sua figura per questo vuole mettere a tacere tutte le voci critiche.

Riteniamo che il sostegno di Facebook all’offensiva comunicativa del regime turco violi i più basilari dettami della libertà di stampa. Anche per il social network vale la Costituzione, che all’articolo XXI stabilisce: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

Inoltre Facebook – agendo da piattaforma proprietaria – confonde scientemente la “neutralità” dei suoi contenuti con una vera e propria censura nei confronti di chi sta denunciando il massacro militare di civili, il rafforzamento di Daesh – che era stato sconfitto grazie alla resistenza curda – e la produzione di una nuova emergenza migratoria forzata.

Mr Zuckerberg vuole sostenere questa campagna propagandistica? Fare da sponda alla censura e a un regime che ha scatenato una guerra d’invasione da parte degli standard della community del social più utilizzato al mondo?

Come testate che hanno da sempre sostenuto istanze di libertà e democrazia reale, ribadiamo che continueremo a essere in prima linea nel documentare e sostenere le lotte per la giustizia, l’uguaglianza e i diritti in ogni angolo del mondo. Allo stesso tempo ci appelliamo a chiunque creda nei valori e nell’azione di una informazione libera e indipendente di denunciare questo grave atto di censura attraverso tutti gli strumenti a sua disposizione.

Fonte

La politica estera dei social network? È pro-Erdogan


Un algoritmo ammazza l’intelligenza. O, se volete, l’intelligenza artificiale è politicamente un potente idiota. Che lavora per chi dice di voler combattere.

La pagina Facebook di Contropiano è stata nascosta, al pari di decine di altre che in questi giorni ha scritto o postato contenuti filo-curdi e contro Erdogan.

La motivazione, come sempre, non c’è. La frase che “giustificherebbe” questa decisione è di singolare stupidità: “Sembra che un’attività recente sulla tua Pagina non rispetti le Condizioni delle Pagine Facebook”. In pratica avrebbero dovuto scrivere: “non sappiamo neanche noi perché la tua pagina sia stata bloccata, perché abbiamo creato degli algoritmi ciechi che scattano automaticamente quando incontrano certe parole o foto”. Ma avrebbero fatto una pessima figura...

L’intenzione dichiarata di Facebook è combattere “l’odio”, che naturalmente è come dire che vuoi combattere l’aria. Non è infatti possibile alcuna definizione universalmente condivisa dell’“odio”, così come non lo è del “terrorismo”, perché in un mondo pieno di conflitti chiunque combatta – per ragioni sacrosante oppure ignobili – ha (e dà) un’idea ottima di sé e totalmente negativa dell’avversario. Per combattere, insomma, bisogna amare sé stessi (la propria parte, il proprio popolo, la propria causa) e odiare il nemico.

Chi è estraneo da un particolare conflitto può giudicare assurdo o disdicevole che quel conflitto ci sia, e che si manifesti in forme aspre come una guerra, una guerriglia, ecc. Ma non può mai, sul piano logico e “ontologico”, dare di quel conflitto una definizione accettabile per tutti.

Per questo, qualsiasi cosa si faccia dentro un conflitto, non si è mai “al di sopra delle parti” ma sempre al fianco di una delle parti. Come nella Resistenza, l’“area grigia” della popolazione è stata di fatto al fianco ai nazifscisti finché questi sono stati dominanti, per poi riversarsi in un’istante dal lato degli americani una volta finita la guerra.

Ma Facebook, Instagram e gli altri social che in questi giorni stanno oscurando migliaia di pagine solidali con il popolo curdo sotto attacco da Erdogan sono qualcosa di molto peggio. Costituiscono infatti il tentativo di creare un campo delle opinioni ammissibili a livello mondiale che prescinde dalle ragioni dei conflitti in atto.

Per somma vergogna, questo tentativo non è fatto attraverso la definizione di scelte politiche ufficialmente rivendicate – e dunque contestabili come ogni altra – ma sulla base di un politically correct arbitrariamente definito dai vertici delle varie società e affidato alla gestione di algoritmi. I quali, per loro natura, rispondono a seconda di come sono stati scritti.

E una “morale universale”, oltre a non esistere in un mondo conflittuale, è anche impossibile da tradurre in linee di codice. È come scrivere le istruzioni di un navigatore e non prevedere che un viadotto possa crollare o una strada sparire per frane o terremoto.

Facebook aveva ricevuto diversi consensi quando aveva deciso la chiusura delle pagine di CasaPound e Forza Nuova. Noi, da antifascisti militanti, avevamo visto l’assurdità di un “antifascismo” affidato ad una società informatica di dimensione globale. Quegli stessi algoritmi, infatti, “punivano” sia i siti fascisti che quanti scrivono per condannare e combattere il fascismo.

L’algoritmo cieco, paradossalmente, è incapace di distinguere tra like e unlike (e infatti Zuckerberg aveva dovuto mettere il famoso “bottone”, che ogni umano clicca o no, secondo criteri umani e non algoritmici).

La strage di pagine filo-curde è ovviamente un appoggio esplicito a Erdogan. Vogliano o non vogliano Facebook, Instagram e simili.

Probabilmente, in qualche riga dell’algoritmo, scatta l’allarme rosso alla parola “curdi” che, secondo la logica politica di Erdogan, è sinonimo di “terrorismo”.

In queste ore hanno subito la nostra stessa sorte persone e collettivi ampiamente conosciuti per il loro impegno umano e/o politico. Ad esempio Instagram ha bloccato il reporter Michele Lapini, per una foto scattata durante il corteo in solidarietà con il popolo curdo svoltosi a Bologna mercoledì 9 ottobre. Nell’immagine, si vedeva infatti uno striscione con su scritto «Erdogan assassino». Alla protesta del reporter il social ha risposto nel solito modo: «viola gli standard in materia di persone e organizzazioni pericolose».

Nelle stesse ore e con identica motivazione, Facebook ha oscurato la pagina Binxet – Sotto il Confine, con un documentario di Luigi D’Alife che racconta la resistenza del Rojava e le responsabilità dell’Europa nelle atrocità sul confine turco-siriano. Con la voce narrante di Elio Germano, il video aveva già superato il mezzo milione di visualizzazioni.

Chiuse anche molte pagine della Rete Kurdistan, del centro culturale Ararat. Nei mesi scorsi erano inciampati nella censura “articialmente intelligente” anche la campagna Rojava Calling. Facebook, qualche giorno dopo, bloccò una vignetta di Zerocalcare con la scritta Cizira-Botan Resiste, per denunciare il massacro di Cizre dell’esercito turco contro uomini, donne e bambini (28 morti ed oltre 100 feriti).

Stessa sorte per il profilo di Davide Grasso, autore di Hevalen, di ritorno dal fronte in Rojava contro l’Isis.

Ma anche nel resto del mondo non si contano le censure a pagine di supporto alla lotta dei curdi contro l’Isis (nel 2015 il sito francese Streetpress denunciò la censura della campagna Fuck Daesh, support PKK).

La stupidità degli “algoritmi intelligenti” è nota anche ai vertici dei social network, che hanno reclutato nel mondo centinaia di “pulitori umani” delle pagine dubbie. Il problema è che si tratta di precari che lavorano dieci ore al giorno, pagati spesso a cottimo (più pagine “pulisci”, più guadagni), reclutati senza alcuna selezione politically correct. E che dunque rispondono da un lato alle assurde “condizioni delle pagine” (Facebook o Instagram, ecc), dall’altra ai propri convincimenti.

E quindi ti puoi tranquillamente trovare una “squadretta turca” che fa tabula rasa dei filo-curdi (molto più difficile assumere una “squadretta curda” che operi in senso contrario, vista la situazione), così come fanno le “squadrette israeliane” con chi appoggio la lotta dei palestinesi...

P.s.

Come accaduto ad altre pagine che stanno denunciando quello che sta accadendo in Siria del Nord, ieri sera Facebook ha nascosto la pagina di Ya Basta Êdî Bese e ha fatto la stessa con Globalproject.info questa mattina.

Su quest’ultima, prima dell’oscuramento, sono stati cancellati contenuti relativi a manifestazioni di sostegno alla causa curda, cosa che Globalproject.info ha sempre documentato, anche prima della rivoluzione del Rojava. I contenuti – a detta di Facebook – violerebbero gli “standard di comunità”. Facebook ha chiuso anche la pagina di “Milano in Movimento”, alle 10.39 di mercoledì mattina.

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20/06/2019

Grazie ai miei due ultimi articoli pubblicati da Contropiano – su Berlinguer e Zeffirelli – mi hanno e ci hanno detto di tutto sui social.

Si è passati attraverso un florilegio di offese da catalogo Electa. Si è andati dal “bifolco incendiario” di libri, allo “snob intellettuale sinistroide.” Dal “rimminchionito” con annessa bruciatura delle sinapsi, all'“ignorante”, “ciuccio” e “presuntuoso”. Dal rozzo senza cultura, all’astioso, cattivo e invidioso. Dall’anticomunista al fascista rosso. Dal “revisionista” al “dogmatico”. Dal “rivoluzionario allucinato”, al “borghese delirante”. Dal “narcisista arrogante”, all'“erudito bilioso”. Dal “nemico della classe operaia”, al “relativista senza ideologia”. Dall'“ubriaco in pieno delirium tremens”, alla “comare incinghialita”. Roba che neanche l’Avvelenata di Guccini!

Mi hanno dato del “miserabile insensibile”, perché “non rispettoso della morte”. E vale per Berlinguer come per Zeffirelli. Qualcuno mi ha persino paragonato ad Hitler! E qualche altro mi ha addirittura minacciato. Naturalmente, l’ho invitato a dar seguito alle minacce, venendo a prendermi sotto casa. E in una tale collezione miseranda di accuse, chiaramente, è stato coinvolto anche il nostro giornale, Contropiano.

In questo schizofrenico delirio, però – tranne sporadici casi – nessuna argomentazione a sostegno. Solo gratuiti e grotteschi insulti. A confermare la vocazione politicamente populista, intellettualmente deviante, gnoseologicamente desertica, culturalmente degenerativa, intimamente viscerale, soggettivamente collerica, individualmente vendicativa e oggettivamente autoreferenziale dei social.

A dispetto della loro pur “democratica” potenzialità, i social si rivelano infatti, una volta di più, sovrastrutture atomizzate e atomizzanti. Tutte interne al villaggio globale dell’ideologia neoliberista e liquidamente postmodernista. Un villaggio divenuto, ormai, contrariamente a quel che la narrazione dominante vorrebbe propagandare in termini di gioioso e unificante crollo di muri e frontiere – privilegio riservato solo alle merci, al denaro e al capitale umano schiavizzato – un recinto asfittico e claustrofobico.

Una fattoria degli animali orwelliana, dentro cui azzannarsi, seppur fraternamente. O, per dirla con parole più semplici, uno strumento del Capitale, il cui interesse è relegarci a solipsismi bachechici. Politicamente innocui.

Insomma, la verità è che io sarò anche “cattivo”, insensibile e poco elegante come recensore e come “critico”. Ma, per indole e formazione, non amo le mezze misure e l’ipocrisia. Non amo chi smorza i toni o non affonda il coltello della critica stessa.

Certo, è materia delicata e non si deve giungere alla denigrazione. Principalmente, nel rispetto del lavoro altrui! Ma se le riflessioni sono sostenute da ragionamenti e dissertazioni precise e argomentate, si ha il diritto e il dovere di sostenere, fino in fondo, le proprie opinioni e le proprie tesi. Si ha il diritto e il dovere di esprimere un giudizio, anche terribilmente negativo. Può aiutare.

A me, per esempio, nel corso della vita, non hanno aiutato i complimenti quanto le stroncature.

Nell’epoca del consenso, della dittatura del like e dello spettacolo fattosi episteme del nostro tempo, tuttavia, le stroncature non esistono più. Non possono esistere. Semplicemente perché non esistono e non devono esistere spettacoli contro. E dato che siamo tutti immersi nel debordiano spettacolo dell’esistenza, ecco spiegato il motivo per cui, se ci si azzarda a proporre riflessioni minimamente fuori dal coro, il rischio è quello di venir aggrediti, anche se solo verbalmente e virtualmente. Non tolleriamo più il dissenso. E questo, dobbiamo dircelo con franchezza, succede anche tra noi compagni.

Personalmente, invece, continuo ad amare il dibattito e la dialettica. Unici strumenti per approfondire e capire. Amo anche la polemica, se condotta con le armi affilate del sapere e con educazione e rispetto reciproco, seppur scevri da perbenistiche tartuferie. Quello che non amo, invece, è il giudizio gratuito e immotivato.

Di questi tempi, però, con l’avvento della comunicazione social e smart, va constatato come la dialettica si stia sempre più riducendo ad un fatto personale. Allo sciorinare una serie di insulti, senza che ce ne sia la necessità, ma solo perché bisogna dimostrare, a chi legge – cioè ai terzi onnipresenti – che il nostro interlocutore è un coglione. Non sia mai lo pensino di noi o pensino che siamo troppo cedevoli o incapaci!

Personalmente, in questi casi incresciosi, divento intrattabile e anche arrogante. Al pari di chi pretende, però, di dar lezioni senza conoscerti. Senza conoscere la tua storia. Senza conoscere la tua, pur modesta, cultura.

Mi ostino a voler dialogare su facebook, certo. Anche perché il nostro è un quotidiano online. Accetto anche le critiche, ovviamente. Ma se portate con intelligenza, vivacità di pensiero e sorrette da una valida e necessaria struttura argomentativa. D’altra parte, la libertà di critica – seria!!! – dovrebbe essere il nucleo concettuale del marxismo. Devo averlo letto da qualche parte, se non ricordo male. Dunque se critico, devo necessariamente accettare le critiche altrui.

Non sono, però, tenuto ad accettare gli insulti. O peggio, lezioni di vita da perfetti sconosciuti che, il più delle volte, francamente, rappresentano un insulto alla stessa intelligenza umana.

A costoro, andrebbe ricordato che, se si pretende di dar lezioni, bisogna stare attenti a non essere colti in fallo. Se si punta il dito, bisogna essere inespugnabili. E bisogna essere, comunque, attrezzati e pronti a reggere le altrui contro repliche. Anche con ironia, volendo. Un meraviglioso strumento demitizzante, di cui troppi sono sprovvisti, oggidì!

Quei troppi, invece, che pensano di poter prevaricare, bacchettare, addirittura denigrare e offendere, quasi si sentissero investiti da una suprema autorità divina. Bene, in questi casi, in nome del mio arcigno ateismo, posso diventare, mio malgrado, saccente e spocchioso, fino all’antipatia più estrema.

E allora, fatte queste doverose precisazioni, vorrei ringraziare tutti i miei, i nostri detrattori. Perché fin quando esisteranno loro e fin quando le reazioni ai miei, ai nostri articoli saranno queste, io continuerò a scrivere e ad esercitare, con sempre maggior vigore e con sempre più convinzione, il mio diritto alla critica. Marxista e Militante. Un diritto alla critica, garantitomi anche da un giornale, marxista, comunista e militante, come Contropiano. Sostenuto ed autofinanziato dai compagni.

Un giornale che non si richiama ad un astratto e generico concetto di libertà, liberale, borghese e funzionale all’economia di mercato. Ma ad un ben più concreto, sincero, meno ambiguo, inderogabile concetto di partigianeria gramsciana. Il che vuol dire anche intollerante con gli intolleranti, secondo l’enunciato di Karl Popper. Un diritto altresì garantito da chi quel giornale dirige, con passione, disinteressato senso del dovere e totale abnegazione alla causa.

Pertanto si prosegue, si va avanti, senza se e senza ma. Senza timori reverenziali e perseguendo un preciso e coerente concetto di Politica, di Lotta, di Cultura, di Estetica, di Arte. Un concetto che si condensa in una logica, imprescindibile, materialistica visione del mondo – weltanschauung, la chiamerebbero i tedeschi – e sorretto dai presupposti teorici della dottrina marxista. Pur senza disdegnare, comunque, frequenti e salutari digressioni eretiche.

Ci battiamo per la rinascita e la costruzione di un pensiero critico e antagonista, in un mondo omologato dalla dittatura del pensiero unico neoliberista, culturalmente appiattito, filosoficamente genuflesso al dominio della scienza borghese e polverizzato dal relativismo post ideologico del credo mercantile e dal verbo postmodernista. Anche nel nostro campo. Anche a sinistra!

Ma soprattutto continuiamo, senza arretrare di un centimetro, convinti che se s’incazzano, cogliamo nel segno.

D’altra parte, un cantautore molto amato dal popolo della sinistra – significante polisemico variamente declinato – come De André, diceva di proseguire in direzione ostinata e contraria. Fuori dai cori.

Forse, molti sedicenti compagni, invece di cercare il consenso, questo semplice eppur fondamentale concetto, per un comunista, dovrebbero riscoprirlo. Un po’ di solitudine sulle montagne, o nelle Sierre, di tanto in tanto, può solo essere salutare!

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01/06/2019

Federico Borgonuovo, professionista o banale “trecartista”?

Giovedì sera qualcuno di noi è saltato sulla sedia. Nel corso della trasmissione Piazza Pulita del 30 maggio, nella parte dedicata ai fatti di Casalbruciato, uno degli ospiti in studio, il “giornalista” Federico Borgonuovo, oggi caporedattore de La Verità e ieri di Libero – ultradestra salviniana pura, insomma – nella discussione tira fuori Contropiano, definito come giornale online di Potere al Popolo.

E qui c’è la prima manipolazione. Potere al Popolo dispone dei suoi organi di comunicazione (sito e pagina fb), e non è un mistero che Contropiano ha sostenuto e sostiene convintamente il progetto di Potere al Popolo, ma di certo non ne è “il giornale”.

Forse tra i giornalisti come Borgonuovo è totalizzante l’idea che un giornale debba essere proprietà di qualcuno, azienda o partito che sia. L’idea di testate giornalistiche indipendenti, con giornalisti e redattori altrettanto liberi, proprio non gli entra nello schema.

E anche la citazione dell’articolo, ovviamente, è di quelle tirate parecchio per i capelli, fino a rasentare la manipolazione. Il pezzo potete sentirlo su questo link, all’ora 3.02.

Borgonuovo, polemizzando con gli altri ospiti (Vauro, Alessandra Moretti, Michela Marzano), afferma di aver letto su Contropiano un pezzo sui rom che se lo avesse firmato lui gli avrebbero dato del razzista.

Possibile che ci sia scappata di penna una scemenza così enorme? E quando l’avremmo scritto? Ormai abbiamo più di 60.000 “pezzi” in archivio, ricordarsi tutto è impossibile.

Da lì una rapida rassegna dei numerosi articoli usciti su Casalbruciato come su Torre Maura ed altri casi di conflitto “provocato” nelle periferie e di scontro con i fascisti. Niente.

Sappiamo per esperienza che “i destri” sono capaci di qualsiasi menzogna, ovviamente a livelli di capacità diverse (basta vedere la tranvata presa dall’accoppiata Casapound-Forza Nuova nello squallido tentativo di sciacallare un incidente stradale in chiave xenofoba).

Ma un giornalista “professionista” come Borgonuovo dovrebbe saper tirar fuori qualcosa di meglio, visto lo stipendio che gli viene corrisposto dal suo padrone. Pardon, editore.

In fondo a sparar menzogne son buoni tutti, non c’è necessità di erogare stipendi eccessivi...

Il problema è che i giornalisti di destra, messi alle strette – e succede spesso, nei talk show, se costretti a dialogare con persone normali o addirittura con compagni come Vauro – vanno facilmente in crisi di argomenti e ricorrono alla manipolazione di qualcosa di impossibile da verificare, nell’immediato, presentandola come paradosso. Una mossa svelta, in stile “gioco delle tre carte”...

Nella stessa trasmissione, Borgonuovo si era prodotto in qualcosa di molto simile, poco prima, con Fubini del Corriere della Sera. Ma in quel caso i “paradossi” piovevano numerosi, e non solo da parte di Borgonuovo.

E’ che il giornalismo “pulito o obiettivo” non esiste, non è mai esistito. Al massimo, come diceva Stefano Chiarini, se scegli di non operare nell’informazione apertamente alternativa e militante, si può cercare di fare almeno un giornalismo onesto. Ma questa è un’altra storia...

Quindi ci sembra il caso di “sfidare” mr. Borgonuovo a citare quale sia mai l’articolo che dice di aver letto. Siamo certi di poterlo sbugiardare in ogni sede, visto che un “professionista” dovrebbe quantomeno conoscere – se non lo spirito della deontologia – almeno quella parte del codice penale che punisce la diffamazione a mezzo stampa.

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17/04/2018

Tempi di guerra, bufale e “appelli” ambigui

Tempi di guerra, tempi di disinformazione, tempi di “appelli”...

Si dice, ed è vero, che in guerra la prima vittima è sempre la verità. Di fatto, le fonti di informazione “attendibili” si riducono a ben poco; arruolate (“embedded”) quelle mainstream, sia pubbliche sia private, fantasiose (a dir poco) quelle secondarie, spesso evanescenti quanto a durata nel tempo, nel nome, nella funzione.

A queste due sciagure si aggiunge una pratica facile-facile, come un selfie davanti al disastro: l’appello. Non potendo individualmente far molto, nella pratica, per fermare una guerra, ci si limita a una forma distratta, in base a una telefonata o una mail. Pratica peraltro assai antica, ma in altri tempi abbastanza controllata. Chi ti chiedeva una firma sotto un appello lo conoscevi, ne condividevi storia, posizioni, frequentazioni quotidiane. Stavi insomma nello “stesso giro” (partito-sindacato-associazione) e potevi avere assoluta fiducia nel fatto che la tua firma sarebbe finita in un bel mucchio, tutte di persone altamente rispettabili o comunque non troppo distanti da te.

Finite le grandi organizzazioni, spappolate le formazioni e soprattutto la memoria collettiva/individuale, da qualche decennio una firma sotto un appello diventa un rischio politico. Ben che ti vada ti trovi in compagnia di perfetti sconosciuti (e va pure bene); mal che ti vada ti viene da vomitare.

Figuriamoci poi come ti devi sentire quando la firma nemmeno te la chiedono, ma la mettono e basta.

Solo stamattina alcuni compagni ci hanno segnalato che la firma di Contropiano appare in un appello di non meglio qualificati “blogger italiani”, addirittura riuniti in un “Comunicato Congiunto”; che, se la nostra lingua ha ancora un significato condiviso, è qualcosa di decisamente più impegnativo di un semplice “appello”.

Il testo, contro l’intervento statunitense in Siria, non dice nulla di originale o “strano”, come avviene del resto quando si debbono evitare – come si dice – “questioni divisive”. Anzi, non contiene quasi nulla.

La stranezza – a voler essere gentili – è proprio nell’elenco delle firme. Insieme a personaggi o siti noti e assolutamente “vicini” al nostro mondo (Vauro, Sabina Guzzanti, Marx XXI, Manlio Dinucci, ecc.), o giornalisti molto indipendenti (Fulvio Scaglione, per esempio), il nostro piccolo nome viene accostato a gente come Diego Fusaro, Maurizio Blondet o il sito ComeDonChisciotte. Tutta gente di destra, ma “terzaposizionista”, “per il superamento della differenza tra destra e sinistra”, contro cui abbiamo scritto più volte e con cui, come si dice, non condivideremmo neppure lo scompartimento sul treno.

Anche il sito si atteggia a “luogo di incontro”, fin dal nome (Luogo comune), e risulta gestito da Massimo Mazzucco, che non solo non avevamo mai sentito nominare, ma che risulta personaggio quantomeno singolare (per esempio, vedi qui).

Abbiamo quindi provveduto a scrivere a questo “blogger”, quantomeno per far togliere Contropiano dall’elenco. Senza però ricevere alcun riscontro.

E’ una piccola cosa, lo sappiamo. Ma indicativa di tempi, stili e rischi. Fare politica, in tempi calamitosi come questi, è un’attività che richiede attenzione e discernimento. In fondo, nei manuali, ti spiegano che la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi. E viceversa...

Qui di seguito la nostra lettera:
Sul vostro sito leggiamo un appello intitolato “Fermare ogni decisione di bombardamento in nome della sicurezza di tutti” (https://www.luogocomune.net/LC/16-geopolitica/4903-fermare-ogni-decisione-di-bombardamento-in-nome-della-sicurezza-di-tutti), sotto cui compare tra gli altri anche il nostro giornale.

Non abbiamo mai aderito a questo specifico appello, mentre siamo chiaramente impegnati nell’organizzazione di iniziative di piazza contro l’aggressione alla Siria.

Abbiamo sempre considerato una pratica ambigua quella di chiedere firme per appelli senza specificare a chi altro la si chiederà; ovvero a non dar conto della compagnia in cui si verrà a trovare ogni singolo firmatario.

In particolare, non firmeremo mai nessun testo insieme a Diego Fusaro, Come Don Chisciotte e Maurizio Blondet.

Chiediamo pertanto con la massima determinazione che il nome della nostra testata sia tolto immediatamente dall’elenco delle firme.

In assenza di una risposta positiva e rapida, saremo obbligati a difendere l’immagine della nostra testata in tutte le forme che riterremo opportune.

Saluti

La Redazione di Contropiano
Fonte

11/01/2018

La competizione è globale. Il “clash” tra imperialismi e la questione nazionale

Questo numero di Contropiano/rivista è sostanzialmente monotematico.

I due contributi che presentiamo in questo numero, sono un documento politico della Rete dei Comunisti sulla situazione internazionale – “L’antimperialismo nell’epoca della competizione inter/imperialistica” – ed un lavoro del compagno Antonio Allegra su “Lenin e la Questione Nazionale” scritto durante le settimane della crisi catalana dell’autunno scorso.

Da circa un anno la RdC ha avviato un piano di ricerca teorica e sta sollecitando una riflessione collettiva sulla nuova fase strategica per meglio adeguare e dare organicità alla propria azione politica.

Nel dicembre 2016 con il Forum “Il vecchio muore ed il nuovo non può nascere” (i cui atti sono stati pubblicati nello scorso numero di Contropiano/rivista) ci siamo interrogati sulle analogie e le differenze tra l’attuale congiuntura del corso della crisi capitalistica e il periodo storico in cui Antonio Gramsci formulò questa riflessione ancora oggi utile.

Il documento della RdC che pubblichiamo puntualizza alcune tendenze in merito all’attuale stadio della competizione globale. Tale dinamica sta producendo una condizione di sostanziale equilibrio delle forze all’interno della quale i diversi soggetti in campo operano ognuno “pro domo sua” e in cui il confine tra competizione e collaborazione è in continuo movimento. Questi processi riguardano il piano finanziario ed economico ma anche quello militare.

A rendere ulteriormente indeterminato questo equilibrio sono le diverse faglie conflittuali locali che vanno dal Medio Oriente al Nord Africa, passano per l’Ucraina e i Paesi Baltici, arrivando fino all’Asia e alla Corea del Nord e spingendosi verso l’America Latina dove i focolai di tensione non si limitano al solo Venezuela ma si estendono all’intero subcontinente.

Per oggettivare questa condizione occorre operare un confronto con gli scenari internazionali precedenti, sia quello del periodo bipolare tra USA ed URSS dove la competizione era strategicamente alternativa e di carattere anche ideologico oltre che militare, sia quello ad egemonia statunitense (apparente, in quanto rimessa in poco tempo gradualmente in discussione) all’interno del quale il consesso globale era orientato e diretto da Washington.

Il testo del compagno Antonio Allegra che pubblichiamo analizza l’approccio di Lenin alla questione nazionale attraverso una efficace periodizzazione storica e contestuale che bene rende l’idea di un metodo di lavoro (quello leninista) dinamico, mai dogmatico ed attento, invece, alle molteplici contraddizioni con cui si manifestava tale questione.

Proprio in questo autunno – a ridosso del moto sociale indipendentista e repubblicano che sta scuotendo la Catalogna e che riverbera non solo in Spagna ma nell’intera Unione Europea – nell’area comunista si sono espresse posizioni politiche che, senza alcun tipo di approfondimento e di attualizzazione, hanno riproposto un approccio che ripete stancamente la difesa dello stato unitario e l’assoluta indifferenza verso il maturare di moti sociali alternativi i quali, al di là delle numerose ed evidenti contraddizioni, producono importanti crepe politiche nel quadro di comando della monarchia spagnola, nel complesso delle compatibilità della borghesia europea e nell’insieme degli interessi dei poteri forti del capitale.

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05/08/2017

Il fascismo nel troll...

Scriviamo di molti argomenti, com’è logico per un giornale. E riceviamo molti commenti. Spesso dialoganti, alcune volte insultanti, il più delle volte semplice spam...

Abbiamo notato un picco veramente mostruoso quando scriviamo di militari, spioni e fascisti. Ovviamente indistinguibili gli uni dagli altri il più delle volte...

La vicenda della nave Juventa, criminalizzata anche o soprattutto grazie all’azione di un gruppo di mercenari privatizzati a onte della rete fascista continentale Defend Europe, in Italia nota come Generazione Identitaria, ha attirato qualche idiota solidale con i mercenari e antipatizzante con gli “estremisti umanitari”. Oltre che, ovviamente, con i migranti che si vorrebbero volentieri abbandonare al freddo abbraccio delle onde.

Il tono di alcuni di questi commenti ci ha colpito per l’evidente tentativo di far sembrare “normali” alcune bestialità indegne di un essere umano. Vi portiamo ad esempio l’unico commento che non abbiamo eliminato, proprio perché restasse ad esempio imperituro.
“ma al netto dell’essere mercenari, è vero o non è vero che le ONG collaborano con gli scafisti? Perchè se è vero, vanno messi in condizione di non nuocere per associazione a delinquere a finalità neoschiaviste, punto”.
Come si sa, è impossibile, dunque inutile, tentare di imbastire ragionamenti argomentati nel breve spazio familiare all’utente Internet. Dunque speriamo che vi possa sembrare adeguata la risposta che abbiamo consegnato all’anonimo commentatore:
”Caro anonimo, tu ti dichiari contro gli “estremisti umanitari”, ovvero quelli che salvano gente fregandosene di molte regole (a volte può essere un bene, altre un male).
Mentre invece non trovi niente di strano nell’ammazzare gente per denaro (questo fanno i mercenari).
Dal nostro punto di vista non c’è partita...
Il giorno della tua dipartita nessuno verserà una lacrima, ok?”

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22/06/2017

Contropiano finisce sulla lista nera dei sionisti “de noantri”

Un lettore ci segnala che il nostro giornale è finito nella black list dei siti web messi all’indice dal Rapporto sull’antisemitismo in Italia 2016. Il rapporto viene stilato periodicamente e da diversi anni, come esso stesso ammette, è in difficoltà per “mancanza di materia”. In Italia non ci sono episodi riconducibili all’antiebraismo che giustifichino allarmi o liste nere. Al contrario si potrebbe scrivere, come è stato fatto ma ignorato da investigatori e magistratura, un ampio dossier sulle aggressioni dei gruppi squadristi-sionisti, espressione di una minoranza della comunità ebraica romana, contro attivisti solidali con i palestinesi. Non solo. Si potrebbe scrivere un ampio dossier sulle ripetute ingerenze e minacce dell’ambasciata israeliana e di alcune associazioni ebraiche contro università e istituzioni pubbliche tese ad impedire lo svolgimento di assemblee, convegni, dibattiti sulla questione palestinese.

Ma non è nostra abitudine rigirare la frittata ed evitare di entrare nel merito della questione. Il Rapporto sull’antisemitismo in Italia è stato costretto a riempire 70 pagine per giustificare la sua esistenza. Ma, come già detto, in assenza di episodi seri, documentabili e reali, è costretto a segnalare questioni marginali (passaggi in spettacoli teatrali, foto sui profili personali su facebook etc.) piuttosto che fatti rilevanti.

Eppure nel rapporto sull’antisemitismo c’è qualcosa che merita di essere segnalato. E’ l’introduzione che va letta, segnalata e sottolineata come pericolosa. Infatti il rapporto si apre con una lunga analisi sull’immigrazione in Italia e la connette con il terrorismo, facendo cioè la stessa operazione ideologica della destra fascista e dei gruppi dirigenti filo-israeliani. Questo approccio, ad esempio, spiega anche l’assordante silenzio delle organizzazioni ebraiche italiane contro le scritte, le intimidazioni e i raid fascisti contro i negozi degli immigrati. Per una comunità che, giustamente rifacendosi a episodi che hanno anticipato il buio del nazifascismo in Europa, suona l’allarme quando i fascisti danneggiano o prendono di mira negozi di esercenti della comunità ebraica, sarebbe stato apprezzabile e auspicabile che lo stesso allarme e indignazione fosse stato lanciato quando vengono presi di mira negozi di bengalesi, magrebini etc.

Una denuncia che non solo avrebbe avuto un grande valore, ma avrebbe anche smantellato ogni pregiudizio nella società sulla “separazione” delle comunità ebraiche dagli altri soggetti che questa società la animano e la rappresentano, e che non possono essere intimiditi o minacciati per la loro religione, cultura, origine. Quello che all'introduzione del Rapporto sull’antisemitismo in Italia sfugge consapevolmente, è che in Italia nel 2016 nei confronti dei cittadini di origine ebraica non c’è alcuna segregazione razziale, alcun razzismo ma al massimo un residuo di pregiudizio razziale a livello sociale. Nei confronti degli immigrati si sta invece andando nella direzione opposta con leggi dello Stato (vedi la Legge Minniti-Orlando sul doppio standard giuridico) e con un razzismo alimentato e incentivato dalle stesse istituzioni. Non può non venire a mente la parabola di Brecht su chi sono venuti a prendere prima.

Il problema è che settori crescenti delle comunità ebraiche nel nostro paese, esattamente come avvenne con la fase anticomunista dei primi passi del nazismo e del fascismo, condivide questo approccio, sentendosi, per ora e ancora, parte dell’establishment e non comunità a rischio.

Infine veniamo al nostro giornale. Siamo finiti nel Rapporto sull’antisemitismo per aver pubblicato il 17 aprile del 2016 un articolo dello studioso marxista statunitense James Petras. Siamo orgogliosi di averlo fatto e lo ripubblichiamo (cliccate questo link per leggerlo).

James Petras è un ex docente universitario che ha analizzato, scritto, documentato per decenni la lotta antimperialista in America Latina. In patria, per le sue posizioni che coerentemente erano a sostegno della lotta dei palestinesi per l’autodeterminazione, si è dovuto scontrare con i potentissimi apparati ideologici di Stato con cui le autorità israeliane influenzano anche la politica Usa. Lo ha documentato in un libro, lo ha scritto nel saggio che abbiamo pubblicato e che rivendichiamo di aver fatto.

Ci colpisce piuttosto il dato che spesso sul nostro giornale siamo stati anche più severi di James Petras contro il sionismo e il progetto coloniale che rappresenta. Curioso che sia andato all’occhio solo il saggio dello studioso statunitense. La nostra lotta contro gli apparati ideologici dello Stato israeliano è frontale e aperta,

Qui sotto potete leggere il passaggio del Rapporto sull’antisemitismo che riguarda Contropiano. In fondo il pdf per chi volesse leggerselo integralmente. Antisionisti sempre, razzisti mai!!
“Articolo antisemita pubblicato da “Contropiano giornale comunista online. Pubblicazione diretta da Sergio Cararo con sede a Roma, che edita articoli ispirati all’ideologia antisemita e antisionista. Un esempio di questo approccio è costituito da: “La dottrina della “razza superiore”: il legame fra Israele ed il mondo del Sionismo” di James Petras, pubblicato il 17 aprile 2016. L’autore è un attivo e prolifico polemista antisemita che utilizza canali digitali e cartacei per diffondere le sue analisi sui “pluto-sionisti” e il “suprematismo ebraico”. In Italia la casa editrice Zambon ha pubblicato nel 2007 il suo “USA: padroni o servi del sionismo? I meccanismi di controllo del potere israeliano sulla politica degli USA”. L’articolo “La dottrina della “razza superiore”: il legame fra Israele ed il mondo del Sionismo” è stato rilanciato da altri network digitali, come “Forum Palestina”, e da profili sui social networks. Il breve saggio che mescola antisionismo e cospirativismo” 
Il rapporto integrale

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19/04/2017

Monopoli mediatici e fake news. Due volti della stessa guerra

Un sito finanziato – tra gli altri – dalla famigerata Ned (Nationl Endowment for Democracy), la “fondazione statunitense” che ha sostenuto tutte le organizzazioni anticomuniste e filo Usa nel mondo, ha attaccato Contropiano e Lantidiplomatico per alcuni articoli sulla situazione in Ucraina. Fin qui niente di strano, ci mancherebbe, anzi ci preoccuperemmo del contrario. La questione rilevante sono la modalità, le motivazioni e gli autori.

Il sito ucraino, con una sua filiale in Italia, si definisce pomposamente Stopfake. Siamo dunque ben dentro la nuova perimetrazione maccartista che con il pretesto di criminalizzare e colpire le notizie false o esagerate, sta operando concretamente per imbrigliare lo spazio che è riuscito a rompere il monopolio sui mass media tradizionali (giornali e televisioni) solidamente nelle mani degli “amici”.

L’attività di de/bunking, cioè quella tesa a smantellare le notizie o le foto taroccate, usate sulla rete impropriamente per manipolare la realtà, ha come tutte le cause una patina nobile. Ma sono le mani e le intenzioni di chi intende ripulire il web a fare la differenza.

L’obiettivo dichiarato non è quello di promuovere la libertà di informazione ma quello di ingabbiarla dentro i format che compaiono contemporaneamente e in modo omogeneo su televisioni, agenzie, giornali creando un “effetto verità” manipolato e manipolante. Lo abbiamo sperimentato sull’Ucraina, sulla Siria, sulla Libia e prima ancora sulla Jugoslavia o l’Iraq.

Si tratta di un apparato mediatico (apparati ideologici di stato, li avrebbe definiti Althusser) che precede e affianca i bombardieri, le portaerei, i missili e talvolta gli scarponi sul campo degli eserciti statunitense ed europei.

L’avvento del web e il fatto che le nuove generazioni non ricavino più le loro informazioni da giornali e televisioni ma dalla rete, ha fatto saltare questo meccanismo costringendo le agenzie imperialiste a correre ai ripari. Dunque tutto quello che si sottrae al monopolio dei media mainstream deve essere demonizzato in nome di una informazione corretta, del tutto subalterna però alle versioni delle classi dominanti. E' una sorta di psicostoria orwelliana nell'epoca del web.

Il sito ucraino-italiano Stopfake, si dichiara sito non governativo, e in effetti non può essere ritenuto un sito del governo ucraino, quanto di altri governi che usano da anni, e con estrema spregiudicatezza, le organizzazioni non governative per praticare il “regime change” e instaurare nuovi governi lì dove quelli esistenti non coincidono con gli interessi dell’imperialismo statunitense o europeo. Il sito poi è ancora più di destra rispetto al contraddittorio governo di Kiev.

L’accusa mossa al nostro giornale e all'Antiplomatico è quella di veicolare in Italia il punto di vista delle autorità russe. Non vale neanche la pena di smentirli, colpisce solo il dato che ormai la russofobia sta sostituendo – del tutto impropriamente e istericamente a nostro avviso – il vecchio e solito anticomunismo, fin dentro le cronache quotidiane.

Gli articoli segnalati dal sito sono quelli del nostro collaboratore Fabrizio Poggi che da tempo monitora con grande attenzione quanto accade in Ucraina, nell’Europa dell’Est e in Russia. Più sotto troverete la replica di Fabrizio Poggi ai mediakiller di Stopfake.

Per completezza di informazione, trovate qui un video della conferenza stampa (praticamente deserta) organizzata da un deputato del Pd in Parlamento con due esponenti di questo sito.

Come redazione riteniamo che l’informazione sia un fattore integrato degli scenari di guerra, ben oltre i meccanismi di propaganda e contropropaganda fisiologici. Ci siamo vaccinati dentro le manipolazioni mediatiche nelle guerre di questi ultimi venticinque anni, ricavandone lezioni preziose. Affrontiamo il nostro lavoro quotidiano di informazione consapevoli di essere di parte. Come diceva Stefano Chiarini non esiste un giornalismo imparziale, può esistere un giornalismo onesto. E’ intorno a questo che occorre costruire coscienza sociale, anticorpi, approcci dirimenti, esperienze.

La replica di Fabrizio Poggi

C'è un sito web – di cui non indichiamo il nome per non fargli réclame gratuita, ma facilmente individuabile – che afferma di porre tra i propri obiettivi quello di Lottare (con la L maiuscola) “contro i fake riguardanti gli eventi in Ucraina”. Le ultime pallottole spuntate di quella Lotta le ha esplose contro L'Antidiplomatico e Contropiano, accusato il primo di essere “il megafono del Movimento 5 stelle per la propaganda di Putin in Italia” e il secondo di costituire un “progetto Comunista online in cui spesso si leggono le più interessanti panzanate complottiste in circolazione”.

E' il caso di spender solo due parole sui due colpi a polveri bagnate fatti detonare dai Lottatori (che non fanno mistero di ricevere “il sostegno finanziario al progetto” da parte di “Fondo internazionale “Vidrodzhennya”, “National Endowment for Democracy”, il Ministero degli Esteri ceco e l’Ambasciata Britannica in Ucraina, The Sigrid Rausing Trust”).

Per quanto riguarda L'Antiplomatico e la presunta fake sull'arsenale chimico ucraino è appena il caso di notare come tra i carichi di armi al porto ucraino di Mariupol, l'intelligence della DNR ipotizzi la presenza anche di armi chimiche dirette in Medio Oriente e il presunto smascheramento della fake si basi sulla qualifica di “terrorista” che il sito in questione attribuisce al comandante di corpo delle milizie della DNR Eduard Basurin, “reo” di aver divulgato l'informazione. Una qualifica, quella addossata a Basurin, che del resto è attribuita a tutti comandanti delle milizie delle Repubbliche popolari del Donbass, soprattutto a quelli assassinati dai sabotatori inviati da Kiev. Tale sito non si disturba a negare il fatto, ad esempio, che in più occasioni le ferite riscontrate su civili del Donbass in seguito ai bombardamenti ucraini recassero segni di proiettili al cloro: se usate contro “i separatisti”, le armi chimiche sono ammesse!

Per quanto riguarda Contropiano e il monumento inaugurato a Kiev alla poetessa Olena Teliha, i Lottatori “omettono” il semplice particolare del rientro in Ucraina dalla Polonia della “eroina” proprio nel 1941, in coincidenza con l'arrivo dei nazisti; “dimenticano” la sua appartenenza all'OUN, l'organizzazione dei neonazisti ucraini; “scordano” le lodi da quella elevate sulla rivista “Novoe ukrainskoe slovo” al nuovo capo della Germania, Adolf Hitler. E' sufficiente per essi ripetere gli sproloqui dell'ex primo ministro ucraino Arsenij Jatsenjuk, a proposito dell'invasione, nel 1941, “di Germania e Ucraina da parte dell'Urss”...

D'altronde, è sufficiente scorrere qualche perla di tale sito per rendersi conto della matrice “oggettiva” dei suoi intenti.

Per parte nostra, vorremmo limitarci a chiedere, non ai Lottatori, ma ai democratici, agli antifascisti, se considerino fake la strage della casa dei sindacati di Odessa del 2 maggio 2014, gli oltre cento bambini (insieme alle migliaia di adulti civili) morti sotto le artiglierie e i razzi ucraini nelle città del Donbass, i bambini ucraini ospitati nelle colonie estive organizzate dal battaglione Azov per insegnar loro a tenere in mano un fucile, le grida di esultanza che si levano alla Rada ucraina ogni qualvolta un terrorista abbatte un aereo (civile o militare) russo o uccide un rappresentante diplomatico russo. Vorremmo chiedere se sia una fake l'istituzione a festa nazionale, decisa da Petro Porošenko, della data di nascita di Stepan Bandera, capo riconosciuto dei collaborazionisti filonazisti ucraini; tra parentesi, anche lui, come Olena Teliha, conobbe le prigioni naziste, ma, a differenza di quella, ne uscì vivo: le SS non amavano i collaborazionisti OUN troppo indipendenti. Vorremmo chiedere se sia una fake che nell'Ucraina golpista del post febbraio 2014 (guarda caso, il sito in questione è attivo “dal marzo 2014”, cioè dai giorni immediatamente successivi al golpe majdanista) non solo si siano uccisi ex deputati dell'opposizione, ma si continuino ad arrestare e si tengano segregati esponenti comunisti, si sia messo fuorilegge il partito comunista e si dichiari proibita (nel colmo della stupidità non solo politica, ma semplicemente intellettuale) l'ideologia comunista...

Alla domanda di rito in situazioni simili “Chi vi paga?”, essi stessi rispondono apertamente. Che altro aggiungere?

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30/11/2016

Il “furto di cervelli” è solo la punta di un iceberg

E' cominciato con un incontro a Roma il giro di presentazioni dell'ultimo numero della rivista Contropiano. Questo numero è dedicato ad una questione che riteniamo strategica: la destrutturazione e riorganizzazione dell'istruzione e ricerca pubblica in funzione della logica di impresa e del furto di cervelli. I contenuti sono le relazioni del convegno tenutosi a Bologna nell'aprile scorso, un lavoro che possiamo definire di qualità e utile anche per chi interviene nelle scuole o nelle università come studente, docente, ricercatore che sia. Alla libreria Odradek la Rete dei Comunisti ha invitato a discutere su questo numero della rivista Contropiano Patrizia Serafini (Usb scuola), Stefano D'Errico (Unicobas), Alvise Tassel (Noi Restiamo), Giacomo (Militant) e Marina Boscaino (campagna LIP contro la Buona Scuola). La discussione è stata introdotta da Massimiliano Piccolo (RdC), autore di uno dei saggi contenuti nella rivista.

Inevitabilmente il dibattito si è incrociato con il contesto determinato dalla madre di tutte le controrifome: quella sulla Costituzione su cui domenica siamo chiamati a esprimerci nel referendum/plebiscito voluto dal governo Renzi. Un contesto richiamato esplicitamente sia nella presentazione che anticipato nelle relazioni pubblicate sulla rivista. Ma il contesto strategico al quale è stato reso subalterno tutto il sistema dell'istruzione pubblica, della formazione e della ricerca, è stato individuato in più interventi (Piccolo, Serafini, D'Errico,Tossel, Boscaino) nelle direttive elaborate e imposte dall'Unione Europea. Marina Boscaino le fa risalire proprio a due articoli del Trattato di Maastricht del 1992, Patrizia Serafini ha sottolineato la famigerata Dichiarazione di Bologna del 1999 dei ministri europei che introduceva il concetto di "impiegabilità" e di "competitività internazionale" del sistema di istruzione europeo, mentre Stefano D'Errico vede il male originario nel documento della European Round Table del 1984 dove si introduceva il concetto di "mente d'opera" e rifiuto del sapere critico. Tutti concordi nel definire la "Buona Scuola" del governo Renzi come la quadratura del cerchio di un progetto avviato da tempo teso a destrutturare l'istruzione pubblica e renderla del tutto subalterna alla logica di impresa. In tal senso nel sistema di istruzione sono stati introdotti concetti che vengono dal mondo delle imprese come competenze, valutazione con criteri quantitativi, competitività, logiche che nulla a che vedere con la funzione universale dell'istruzione.

Una parentesi importante è stata quella sulla dimensione universitaria aperta da Tossel (Noi restiamo) e dal collettivo Militant. Il nesso tra crescente selezione sociale nell'accesso e nella conclusione degli studi universitari, un mercato del lavoro ormai deregolamentato e fondato su precarietà, lavoro gratuito, basse e bassissime retribuzioni ed infine il boom dell'emigrazione italiana all'estero (soprattutto nei paesi forti del centro e nord Europa), fanno dire che siamo in presenza di un "furto di cervelli" e non una fuga come viene semplicisticamente detto. Le migliori risorse umane se ne vanno dal paese e convergono in quei paesi in cui la divisione europea del lavoro concentra industrie, tecnologie, ricerche. Ne deriva l'impoverimento sociale, intellettuale e scientifico dei paesi più deboli ed in cui gli standard dell'istruzione e della ricerca pubblica sono stati brutalmente abbassati. Nelle università la ricerca è ormai completamente orientata e dominata dagli interessi privati e dalle esigenze delle aziende. Con una struttura piramidale dei team di ricerca al cui apice c'è un docente ammanicato con le aziende che reperisce e distribuisce finanziamenti. Finiti i finanziamenti privati, finisce la ricerca perchè lo Stato ormai se ne è completamente deresponsabilizzato.

Insomma quella sull'ultimo numero di Contropiano si è rivelata una discussione estremamente interessante, e non solo per il valore aggiunto rappresentato dalla passione che ci mette chi ancora lavora e crede in una scuola alla quale la Costituzione affida il compito di rimuovere gli ostacoli all'emancipazione delle persone. Un motivo di più per votare No domenica 4 dicembre, ma anche per rimettere in campo una controffensiva generale sui temi dell'istruzione, formazione e ricerca che fanno la "differenza di sistema" in qualsiasi paese e in qualsiasi società. Un problema questo che non può darsi solo nella dimensione sindacale ma che comporta quasi naturalmente un ragionamento sulla politica e la lotta ideologica tra classi dominanti e classi subalterne, per ora.

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14/11/2016

“Il sogno di Fausto e Iaio”. Un film noioso e poco altro


Sabato sera a Roma è stato proiettato il film “Il sogno di Fausto e Iaio” di Daniele Biacchessi. Nei giorni scorsi su Carmilla e su Contropiano è stato pubblicato un articolo di commento piuttosto severo verso il film firmato da Alexik, una compagna seria e ponderata nelle sue valutazioni di cui spesso ospitiamo contributi. L’autore e regista Daniele Biacchessi ha inviato anche a noi una replica piuttosto pesante che troverete in fondo a questo articolo. Ci eravamo ripromessi di non dare giudizi a priori prima di aver visto il film e quindi lo siamo andati a vedere. La “location” era il Laboratorio Sociale Centocelle, uno spazio sociale molto attivo in quel territorio intorno al quale girano molte compagne e compagni con i quali abbiamo condiviso a Roma molta storia di strada, di vita, talvolta di patrie galere. Insomma non proprio un paludato cinema d’essai ma un luogo culturalmente e politicamente attivo con un forte senso della memoria vissuta.

Come i nostri lettori sanno il terreno della memoria storica, della controinformazione e dell’inchiesta è nel dna e un punto di sensibilità e di forza del nostro giornale. L’omicidio di Fausto e Iaio, o quello quasi contemporaneo di Roberto Scialabba a Roma (meno di un mese prima), con una prima versione dell’omicidio da parte della polizia praticamente in fotocopia (regolamento di conti nel mondo della droga), così come le stragi di Stato o l’omicidio di altri compagni, sono date, volti, circostanze che per noi non saranno mai delle date come altre su un calendario.

La presenza dell’autore era un motivo in più per non saltare l’appuntamento. Nonostante il freddo che ha attanagliato Roma, ci siamo seduti in sala cercando di tenere alla larga ogni pregiudizio e declinando ogni valutazione prima di aver visto la proiezione. Verifichiamo sul posto però che l’articolo su Contropiano ha già messo in allarme diversi dei presenti e tenuto lontano altri che hanno declinato l’invito a partecipare alla serata, condividendo le critiche espresse nell’articolo.

Visto il film ci sentiamo liberi di poter dare una nostra valutazione. Tecnicamente è innovativo grazie ad una grafica sperimentata negli Stati Uniti. Ma il film – articolato tra animazione grafica, brevi spezzoni di filmati e foto d’epoca in bianco in nero – scorre intorno alla vicenda di Fausto e Iaio come una lunghissima premessa a qualcosa che alla fine non è arrivato. Scorrono i titoli di coda e ti chiedi: ma il contenuto del film dov’è? Comprensibile il dato emozionale (l’autore è milanese come Fausto e Iaio e loro coetaneo) ma tutto ciò che poteva servire a dare rilievo e attualità alla verità sull’omicidio di due giovanissimi compagni milanesi manca completamente o è appena accennato.

La pista della controinchiesta sul traffico di eroina (esclusa dal giudice Salvini), la pista sui tre fascisti – di cui Carminati e Corsi venuti da Roma (archiviata dal giudice Forleo) – e infine l’ennesima boutade sulla pista del covo BR a Monte Nevoso (esclusa dal giudice Spataro), messa lì a fine film senza commenti né approfondimenti, come le altre due.

Insomma finito il film Il sogno di Fausto e Iaio ti resta la sensazione di un prodotto che può essere liquidato solo come noioso e inutile. Qualcuno, come Alexik, ha ritenuto che potesse essere anche dannoso, caricandolo di un significato che a nostro avviso va anche oltre quello che abbiamo visto.

Ma il film è stato anticipato e seguito dal monologo del suo autore Daniele Biacchessi. E qui il giudizio si sposta dal film al suo autore. Già dalla letteraccia scritta in risposta all’articolo di Alexik ne avevamo intuito il carattere un po’ egocentrico, una caratteristica confermata pienamente dal dibattito sviluppatosi in sala. Questa visione degli eroi civili che "da soli" combattono l'ingiustizia, che "da soli" cercano la verità, la troviamo francamente deleteria. In un sala piena di gente che ha vissuto politicamente e intensamente la storia di questo paese, spesso pagandone prezzi anche pesanti, l'atteggiamento da "ho visto cose che voi umani neanche immaginate" ha suscitato reazioni piuttosto brusche.

Dobbiamo però spezzare una lancia a favore di Biacchessi quando ha convenuto – come sosteniamo da tempo – che la verità giudiziaria sull’omicidio di Fausto e Iaio come sulle stragi di Piazza Fontana, Brescia, Italicus, Bologna non ce la diranno mai i tribunali. Possiamo e dobbiamo batterci dunque per la verità storica e politica che non ha bisogno dell’avallo di una cancelleria o di una procura per essere affermata.

Ma la ricerca e l’inchiesta per la verità politica e storica – se non intende accontentarsi delle potenti parole di Pasolini, ovviamente recitate anche nel film – deve necessariamente evitare di assecondare i depistaggi. E qui ci sono quelli degli apparati dello Stato ma anche quelli degli apparati dell’allora PCI, che hanno alimentato spesso mille piste diverse confondendo così quella che andava seguita.

Il lavoro di Biacchessi non si sottrae a questa trappola ed alla fine l’alimenta con quel passaggio del tutto immotivato sul covo BR di via Montenevoso, giustificandolo a posteriori solo attraverso la versione della madre di Iaio. Ma questa versione non trova spazio nel film che abbiamo visto, e alla fine dei conti serve solo a mettere in ombra, o relativizzare, la pista dei killer fascisti accusati d'aver ucciso i due compagni, e poi assolti.

Il fatto che uno di questi sia Carminati e che i legami tra Carminati, criminalità organizzata e servizi segreti siano noti, anzi evidenti, non emerge dal film ed ha faticato moltissimo ad emergere dal dibattito che ne è seguito.

Insomma un film che non è di inchiesta, non è di denuncia e che è solo un tributo emozionale a due giovanissimi compagni milanese uccisi nell’inverno del 1978 a Milano, due giorni dopo il sequestro di Aldo Moro. Per il secondo Cgil Cisl Uil convocarono una fermata generale, per i primi due solo un’ora di assemblea nei luoghi di lavoro. Anche questo è bene che rimanga impresso nella memoria.

Qui sotto la replica di Daniele Biacchessi all’articolo di Alexik pubblicato anche da Contropiano. Che i lettori si facciano la propria opinione.

*****

Dopo gli applausi, i complimenti, lo straordinario successo del film in ogni parte d'Italia, su Carmilla compare un articolo diffamante e denigratorio sul nostro film “Il sogno di Fausto e Iaio” realizzato da me e Giulio Peranzoni in crowdfunding grazie al contributo determinante sul piano produttivo di centinaia e centinaia tra narratori, attori, registi, musicisti, fotografi, associazioni e cittadini.

L'autrice si firma Alexik, ma in realtà si chiama Alessandra Cecchi e del caso di Fausto e Iaio, sul piano della controinformazione, in questi 38 anni non si è mai neanche lontanamente occupata.

Però scrive, scrive e sostiene che Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci sono stati uccisi perché collaboravano alla realizzazione di un dossier sullo spaccio dell'eroina a Milano.

Viene ancora a galla questa panzana.

Purtroppo per la signora Cecchi, tutti i magistrati e gli investigatori che si sono occupati del caso (Armando Spataro, Guido Salvini, il poliziotto Carmine Scotti, il perito Aldo Giannuli, e molti altri), hanno escluso categoricamente e da molti anni che i due ragazzi siano stati uccisi perché avevano scoperto qualcosa dietro lo spaccio di eroina a Milano.

Il giudice Guido Salvini, nella sua ordinanza sentenza del 1997, con cui chiede il rinvio a giudizio di Massimo Carminati, Claudio Bracci e Mario Corsi, descrive con la massima attenzione il ruolo di neofascisti legati alla Banda della Magliana in trasferta a Milano, e di un tentativo successivo da parte dello stesso gruppo, di uccidere, l'anno dopo, uno dei leader dell'Autonomia milanese (Andrea Bellini).

Sono le identiche conclusioni a cui era arrivato il giornalista dell'Unità Mauro Brutto, e successivamente contenute nel dossier di Umberto Gay e Fabio Poletti di Radio Popolare.

Non contenta della enorme panzana, la signora Cecchi mi accusa di essere un "dietrologo" perché rilevo la strana coincidenza tra l'appartamento brigatista di via Montenevoso, esattamente davanti all'abitazione di Fausto Tinelli, e la presenza di uomini dei servizi in una mansarda al terzo piano del palazzo in cui abitava la famiglia Tinelli.

Se fosse stata informata di questa vicenda, la signora Cecchi avrebbe anche letto le dichiarazioni di Danila Tinelli, madre di Fausto.

E che per sua e vostra conoscenza qui pubblico.

«Dopo l’omicidio di mio figlio ognuno offriva la sua versione. Chi parlò di regolamento di conti tra spacciatori di droga, oppure una faida tra gruppi della sinistra extraparlamentare. Negli anni ho riannodato i fili della memoria, i pezzi di un piccolo mosaico che mi ha permesso di raggiungere la vera verità che io conosco. Mio figlio è stato vittima di un commando di killer giunti da Roma a Milano, nel pieno del rapimento di Aldo Moro, in una città blindata da forze dell’ordine. Un omicidio su commissione di uomini dei servizi segreti. Gli apparati dello Stato avevano affittato un appartamento al terzo piano del mio palazzo, in via Monte Nevoso 9, esattamente davanti all’appartamento in cui risiedevano appartenenti alle Brigate Rosse, responsabili del rapimento Moro, dove vennero rinvenuti i memoriali del presidente della Democrazia cristiana. Prima del rapimento Moro e dell’omicidio di mio figlio, tra la fine del ’77 e l’inizio del ’78, la famiglia che occupava l’appartamento al terzo piano del mio palazzo venne mandata via d’urgenza con uno sfratto esecutivo. La casa era rimasta vuota per qualche settimana. A un certo punto la portinaia dello stabile, mentre puliva al terzo piano, vide alcune persone entrare nell’appartamento, si agitò e me ne parlò. E da allora ho cominciato a sentire rumori sulle scale specie di notte, fino a vedere attraverso lo spioncino persone che andavano al terzo piano con strani congegni, apparecchi fotografici. Nessuno, oltre a me, si è domandato cosa stessero facendo quelle persone. Ho messo in relazione la presenza di quelle persone con alcuni fatti strani avvenuti prima dell’omicidio. Una ragazza venne a cercare mio figlio a casa mia. Quando la descrissi, mio figlio non la riconobbe come un’amica. Eravamo spiati, controllati, almeno due mesi prima. Nessuno mi ha mai interrogata. Fausto e Iaio sono come un segreto di Stato, un depistaggio. Hanno scelto mio figlio perché abitava in via Monte Nevoso dove era in corso un’operazione coperta dei servizi, qualcosa che non doveva emergere.»

Di una cosa sono certo, cara signora Cecchi.

Tra le sue vergognose panzane, diffamatorie e oltraggiose rispetto al lavoro di centinaia e centinaia di persone, e la ricerca della verità della signora Tinelli, non abbiamo dubbi chi scegliamo.

Daniele Biacchessi

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La risposta di Alexik

Ho notato anch'io la scelta di Contropiano di mantenere la pubblicità dell'appuntamento anche dopo la pubblicazione della mia recensione del video.

Dopo una prima perplessità ho ritenuto che la scelta fosse quella più corretta.

Sarà perché alla censura preferisco la discussione, e l'appuntamento del 12 potrebbe offrire ai compagni romani l'occasione di dibattere in merito alla 'correttezza metodologica ed alla rigorosità contenutistica' del video in questione dopo averlo visto, senza la mediazione della mia opinione.

L'occasione, oltre che di farsi un proprio punto di vista, di comunicarlo all'autore, visto che sarà presente.

Per spirito anticensorio e per amor di completezza, segnalo che la risposta dell'autore al mio articolo è sul suo profilo facebook: https://it-it.facebook.com/danielebiacchessi/posts/10154261725627830

Aggiungo per chi la leggerà solo alcuni brevi chiarimenti:

Non ho mai sostenuto (detto, scritto o pensato) che l'omicidio di Fausto e Iaio non abbia matrice neofascista, matrice del tutto compatibile con la 'pista dell'eroina', non in contraddizione. Del tutto plausibile che i tre NAR romani siano andati in trasferta per ‘fare un favore’ ai camerati milanesi, infastiditi nei loro traffici dall'inchiesta dei compagni.

Conoscevo, e rispetto, le convinzioni della mamma di Fausto, che non ha nessun interesse dietrologico, ma ciò non cambia nulla nel mio giudizio: la cd 'pista di via Monte Nevoso' non ha nessun movente, non ha nessuna logica, né dei riscontri.

Ho l'impressione, leggendo la controinchiesta del movimento e di Radio Popolare – consultabile sul sito faustoeiaio.org – e l'intervista ad Umberto Gay di due anni fa (http://glianni70.it/fausto-e-iaio-un-dossier-sulleroina-pagato-a-caro-prezzo/) di essere in buona compagnia nel sostenere 'una vergognosa panzana'.

La controinchiesta conclude indicando i mandanti dell'esecuzione fra “coloro che nella zona Lambrate – Casoretto – Padova dirigevano lo spaccio della droga ed erano collegati a settori della destra terroristica”. E' esattamente il mio pensiero.

Dal momento che è stato tirato in ballo anche Armando Spataro (che – tengo a precisare – non è un "amico mio", visto che come procuratore della Repubblica di Torino continua a perseguitare i No Tav), riporto la sua posizione in merito alla 'pista di via Monte Nevoso':

"Secondo qualcuno l'omicidio dei due ragazzi sarebbe stato commesso dalle Br o, addirittura, dai Servizi, per mandare un segnale alle Br del tipo "noi sappiamo dov'è la vostra principale base a Milano". Spiegazioni così fantasiose sono difficili da immaginare, eppure sono state addirittura scritte!" (In: Armando Spataro, Ne valeva la pena. Storie di terrorismi e mafie, di segreti di Stato e di giustizia offesa, https://books.google.it/books?id=KReODAAAQBAJ&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=false )

Insomma, della dietrologia si sono stufati pure i giudici. Figurati gli altri!

Alexik

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