Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/06/2019

Grazie ai miei due ultimi articoli pubblicati da Contropiano – su Berlinguer e Zeffirelli – mi hanno e ci hanno detto di tutto sui social.

Si è passati attraverso un florilegio di offese da catalogo Electa. Si è andati dal “bifolco incendiario” di libri, allo “snob intellettuale sinistroide.” Dal “rimminchionito” con annessa bruciatura delle sinapsi, all'“ignorante”, “ciuccio” e “presuntuoso”. Dal rozzo senza cultura, all’astioso, cattivo e invidioso. Dall’anticomunista al fascista rosso. Dal “revisionista” al “dogmatico”. Dal “rivoluzionario allucinato”, al “borghese delirante”. Dal “narcisista arrogante”, all'“erudito bilioso”. Dal “nemico della classe operaia”, al “relativista senza ideologia”. Dall'“ubriaco in pieno delirium tremens”, alla “comare incinghialita”. Roba che neanche l’Avvelenata di Guccini!

Mi hanno dato del “miserabile insensibile”, perché “non rispettoso della morte”. E vale per Berlinguer come per Zeffirelli. Qualcuno mi ha persino paragonato ad Hitler! E qualche altro mi ha addirittura minacciato. Naturalmente, l’ho invitato a dar seguito alle minacce, venendo a prendermi sotto casa. E in una tale collezione miseranda di accuse, chiaramente, è stato coinvolto anche il nostro giornale, Contropiano.

In questo schizofrenico delirio, però – tranne sporadici casi – nessuna argomentazione a sostegno. Solo gratuiti e grotteschi insulti. A confermare la vocazione politicamente populista, intellettualmente deviante, gnoseologicamente desertica, culturalmente degenerativa, intimamente viscerale, soggettivamente collerica, individualmente vendicativa e oggettivamente autoreferenziale dei social.

A dispetto della loro pur “democratica” potenzialità, i social si rivelano infatti, una volta di più, sovrastrutture atomizzate e atomizzanti. Tutte interne al villaggio globale dell’ideologia neoliberista e liquidamente postmodernista. Un villaggio divenuto, ormai, contrariamente a quel che la narrazione dominante vorrebbe propagandare in termini di gioioso e unificante crollo di muri e frontiere – privilegio riservato solo alle merci, al denaro e al capitale umano schiavizzato – un recinto asfittico e claustrofobico.

Una fattoria degli animali orwelliana, dentro cui azzannarsi, seppur fraternamente. O, per dirla con parole più semplici, uno strumento del Capitale, il cui interesse è relegarci a solipsismi bachechici. Politicamente innocui.

Insomma, la verità è che io sarò anche “cattivo”, insensibile e poco elegante come recensore e come “critico”. Ma, per indole e formazione, non amo le mezze misure e l’ipocrisia. Non amo chi smorza i toni o non affonda il coltello della critica stessa.

Certo, è materia delicata e non si deve giungere alla denigrazione. Principalmente, nel rispetto del lavoro altrui! Ma se le riflessioni sono sostenute da ragionamenti e dissertazioni precise e argomentate, si ha il diritto e il dovere di sostenere, fino in fondo, le proprie opinioni e le proprie tesi. Si ha il diritto e il dovere di esprimere un giudizio, anche terribilmente negativo. Può aiutare.

A me, per esempio, nel corso della vita, non hanno aiutato i complimenti quanto le stroncature.

Nell’epoca del consenso, della dittatura del like e dello spettacolo fattosi episteme del nostro tempo, tuttavia, le stroncature non esistono più. Non possono esistere. Semplicemente perché non esistono e non devono esistere spettacoli contro. E dato che siamo tutti immersi nel debordiano spettacolo dell’esistenza, ecco spiegato il motivo per cui, se ci si azzarda a proporre riflessioni minimamente fuori dal coro, il rischio è quello di venir aggrediti, anche se solo verbalmente e virtualmente. Non tolleriamo più il dissenso. E questo, dobbiamo dircelo con franchezza, succede anche tra noi compagni.

Personalmente, invece, continuo ad amare il dibattito e la dialettica. Unici strumenti per approfondire e capire. Amo anche la polemica, se condotta con le armi affilate del sapere e con educazione e rispetto reciproco, seppur scevri da perbenistiche tartuferie. Quello che non amo, invece, è il giudizio gratuito e immotivato.

Di questi tempi, però, con l’avvento della comunicazione social e smart, va constatato come la dialettica si stia sempre più riducendo ad un fatto personale. Allo sciorinare una serie di insulti, senza che ce ne sia la necessità, ma solo perché bisogna dimostrare, a chi legge – cioè ai terzi onnipresenti – che il nostro interlocutore è un coglione. Non sia mai lo pensino di noi o pensino che siamo troppo cedevoli o incapaci!

Personalmente, in questi casi incresciosi, divento intrattabile e anche arrogante. Al pari di chi pretende, però, di dar lezioni senza conoscerti. Senza conoscere la tua storia. Senza conoscere la tua, pur modesta, cultura.

Mi ostino a voler dialogare su facebook, certo. Anche perché il nostro è un quotidiano online. Accetto anche le critiche, ovviamente. Ma se portate con intelligenza, vivacità di pensiero e sorrette da una valida e necessaria struttura argomentativa. D’altra parte, la libertà di critica – seria!!! – dovrebbe essere il nucleo concettuale del marxismo. Devo averlo letto da qualche parte, se non ricordo male. Dunque se critico, devo necessariamente accettare le critiche altrui.

Non sono, però, tenuto ad accettare gli insulti. O peggio, lezioni di vita da perfetti sconosciuti che, il più delle volte, francamente, rappresentano un insulto alla stessa intelligenza umana.

A costoro, andrebbe ricordato che, se si pretende di dar lezioni, bisogna stare attenti a non essere colti in fallo. Se si punta il dito, bisogna essere inespugnabili. E bisogna essere, comunque, attrezzati e pronti a reggere le altrui contro repliche. Anche con ironia, volendo. Un meraviglioso strumento demitizzante, di cui troppi sono sprovvisti, oggidì!

Quei troppi, invece, che pensano di poter prevaricare, bacchettare, addirittura denigrare e offendere, quasi si sentissero investiti da una suprema autorità divina. Bene, in questi casi, in nome del mio arcigno ateismo, posso diventare, mio malgrado, saccente e spocchioso, fino all’antipatia più estrema.

E allora, fatte queste doverose precisazioni, vorrei ringraziare tutti i miei, i nostri detrattori. Perché fin quando esisteranno loro e fin quando le reazioni ai miei, ai nostri articoli saranno queste, io continuerò a scrivere e ad esercitare, con sempre maggior vigore e con sempre più convinzione, il mio diritto alla critica. Marxista e Militante. Un diritto alla critica, garantitomi anche da un giornale, marxista, comunista e militante, come Contropiano. Sostenuto ed autofinanziato dai compagni.

Un giornale che non si richiama ad un astratto e generico concetto di libertà, liberale, borghese e funzionale all’economia di mercato. Ma ad un ben più concreto, sincero, meno ambiguo, inderogabile concetto di partigianeria gramsciana. Il che vuol dire anche intollerante con gli intolleranti, secondo l’enunciato di Karl Popper. Un diritto altresì garantito da chi quel giornale dirige, con passione, disinteressato senso del dovere e totale abnegazione alla causa.

Pertanto si prosegue, si va avanti, senza se e senza ma. Senza timori reverenziali e perseguendo un preciso e coerente concetto di Politica, di Lotta, di Cultura, di Estetica, di Arte. Un concetto che si condensa in una logica, imprescindibile, materialistica visione del mondo – weltanschauung, la chiamerebbero i tedeschi – e sorretto dai presupposti teorici della dottrina marxista. Pur senza disdegnare, comunque, frequenti e salutari digressioni eretiche.

Ci battiamo per la rinascita e la costruzione di un pensiero critico e antagonista, in un mondo omologato dalla dittatura del pensiero unico neoliberista, culturalmente appiattito, filosoficamente genuflesso al dominio della scienza borghese e polverizzato dal relativismo post ideologico del credo mercantile e dal verbo postmodernista. Anche nel nostro campo. Anche a sinistra!

Ma soprattutto continuiamo, senza arretrare di un centimetro, convinti che se s’incazzano, cogliamo nel segno.

D’altra parte, un cantautore molto amato dal popolo della sinistra – significante polisemico variamente declinato – come De André, diceva di proseguire in direzione ostinata e contraria. Fuori dai cori.

Forse, molti sedicenti compagni, invece di cercare il consenso, questo semplice eppur fondamentale concetto, per un comunista, dovrebbero riscoprirlo. Un po’ di solitudine sulle montagne, o nelle Sierre, di tanto in tanto, può solo essere salutare!

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18/06/2019

Zeffirelli: una fanfara mediatica da basso impero per un regista mediocre

Da alcuni giorni, ormai, le televisioni e la stampa ci ammorbano con la morte e i funerali di Franco Zeffirelli.

Una fanfara mediatica da basso impero, che sta letteralmente martoriando coscienze e intelligenze, ormai assuefatte a qualunque merce culturale, o pseudo tale, gli venga propinata.

Mi chiedo, infatti, cosa mai abbia fatto Zeffirelli di grande, nel cinema e per il cinema, italiano e internazionale, che possa giustificare una tale commozione nazionale, un tale afflato memorialistico e un così vasto piagnisteo luttuoso, se non frequentare i salotti buoni della politica, di destra principalmente; ma anche della nostra odierna sinistra liberal. Sempre meno radical e sempre più chic.

D’altronde, non ha mai avuto, il regista toscano, il tocco vellutato, profondo, poetico del grande autore. O, di converso, lo spirito abrasivo, urticante, critico e iconoclastico dell’intellettuale impegnato.

Non possedeva la lucida oggettività dello sguardo, propria del cinema d‘inchiesta, sociale e politico. Non aveva la pietas necessaria per dipingere affreschi esistenziali, con la tavolozza dei colori della tragica commedia umana. Non era dotato della necessaria freddezza, utile a maneggiare quel bisturi che gli avrebbe permesso di vivisezionare l’animo dei suoi personaggi, al fine di indagarne sentimenti, passioni, meschinità, psicologie.

Neanche la brillantezza caleidoscopica e la freschezza inventiva e semiologica del cinema postmodernista – e fieramente liberista – gli apparteneva.

Non possedeva l’ ampiezza di respiro e la stratificazione narrativa del primo Bertolucci. Non la magnificenza visionaria di un Fellini. Non aveva il talento, nel cogliere il dinamismo della realtà, di un Bellocchio. Gli mancavano l’arguzia ironica e la cultura sociale di un Germi, per scandagliare, tra le pieghe, il sentimento piccolo-borghese dell’italiano medio. E anche sul terreno di quel melodramma, che tanto amava, non era in grado di toccare le vette del pathos umano, vibranti sullo sfondo della Storia, cui sapeva giungere Visconti.

Gli mancava la sensibilità lirica del cantore neorealista, che invece apparteneva a De Sica. Non era provvisto di quella cultura materialista, che gli permettesse di coniugare i processi storici con la vicende singolari e soggettive, di cui era, invece, superbamente dotato Rossellini. Mancava di quelle capacità documentaristiche e inchiestistiche, in cui eccelleva Rosi.

Il suo animo e la sua intelligenza artistica non riuscirono mai a toccare le corde di quell’intimo sentire cristiano, popolare e borghese, che, da par suo, viceversa, riusciva a far risuonare, senza retorica, un autore come Olmi. Era sprovvisto dell’incanto realistico e magico dei fratelli Taviani. Furono assenti, nel suo percorso, il grido della solitudine umana, l’incomunicabilità, la seduzione corruttrice della società dei consumi e la conseguente critica borghese che appartennero, contrariamente, ad Antonioni.

Non possedeva lo sguardo d’insieme, politico, corrosivo, grottesco, espressionista, che caratterizzava un regista come Petri. E men che meno gli si potrebbe ascrivere la genialità eretica di quel grandissimo maestro che fu Marco Ferreri. Nulla di tutto ciò, rientrava nel cinema di Zeffirelli.

Era invece, il regista fiorentino, un conservatore. Un sincero reazionario, in materia di scelte artistiche. Sia per quanto concernesse i codici espressivi, sia sul piano della sua cifra stilistica. Ma anche e soprattutto, Franco Zeffirelli fu reazionario, lui omosessuale, in tema di diritti omosessuali.

Fu, infatti, decisamente contrario ai matrimoni gay e alle adozioni da parte di coppie omogenitoriali. Chiariamoci, giusto per non creare equivoci. Noi non siamo, per nostra cultura, a favore della cosiddetta famiglia borghese. Tutt’altro. Ma in una società, di fatto, incentrata sui valori borghesi della famiglia tradizionale, e intrisa di morale cristiana, il matrimonio tra persone dello stesso sesso ci sembra che vada a scardinare quel moralismo cattolico e benpensante che avversiamo e condanniamo, perché esso stesso all’origine del detestabile modello di famiglia patriarcale, eterosessuale e socialmente “normalizzata”.

Dunque, si diceva, regista mediocre, il toscano. Autore estetizzante, manierista, melenso, melodrammatico, ideologicamente borghese, lezioso e privo di qualunque tratto di originalità, Zeffirelli aveva – ci sembra di poterlo affermare con animo sereno – una concezione ottocentesca, nel senso più deteriore, del teatro e del cinema. Retrograda e inquadrabile nell’ottica di una cultura formalistica, descrittiva, erudita, arcadica.

Amante, com’è noto, dell’Opera Lirica, il suo cinema era giustappunto paragonabile alla retorica ampollosità di certe opere di Verdi. Le sue erano regie essenzialmente artificiose, inautentiche e conformi al gusto dominante.

Insomma, con un azzardo polemico e un accento ironico, avvalendoci di un’arbitraria estensione semantica, potremmo definire il cinema estetico ed estetizzante di Zeffirelli uno pseudo cinema kantiano. Con riferimento, ovviamente, al concetto di Bello espresso dal gigante di Königsberg nella sua Critica del giudizio.

Un cinema, pertanto, intellettualmente disimpegnato, disinteressato, a-finalistico, incarnazione di quella pulchritudo vaga che ben sembra attagliarsi all’arte dei nostri tempi. Tempi di merce, di mercato, di svago. Un’idea dell’arte inaccettabile per chi si professa seguace di teorie estetiche riconducibili a Benjamin, Adorno, Lukàcs. E di un’idea di cultura marxiana, sganciata dall’autovalorizzazione del Capitale.

I suoi film sembrano puri esercizi di stile e di maniera. Il suo Fratello sole sorella luna è un ritrattino agiografico privo di qualunque pathos, di qualunque sofferenza intima e dunque di qualunque tensione alla trascendenza, che pure fecero della vita del santo di Assisi quella parabola tanto complessa ed eretica all’interno della storia stessa del cattolicesimo.

A Shakespeare Zeffirelli tolse poesia, sangue, nervi, conflitto, emozione, tragedia, vis comica e, soprattutto, quell’inattualità propria dei classici, che li rendono nostri contemporanei. Per citare proprio un saggio dedicato al Bardo di Stratford, da Jan Kott, dal titolo Shakespeare nostro contemporaneo.

Ne relegò, invece, contenuti, tematiche, poetica, all’interno di una cornice illustrativa, mielosa e neo-romantica: il suo Romeo e Giulietta risulta irritante, in tal senso; un quadro di barocca spettacolarità hollywoodiana, scenograficamente sontuoso, infarcito di puro accademismo formale e svuotato, pertanto, di qualunque densità emotiva e psicologica, come nel caso dell’Amleto.

Mentre il suo biondissimo Gesù di Nazareth, era un condensato di infantile ingenuità favolistica, di arrogante iconografia ariana e pervaso da un grottesco stupore messianico e miracolistico. Il pur bravo Robert Powell, in poche parole, sembrava la copia dell’immenso Robert Plant che, in preda a un acido, camminava sulle acque.

Anche se, devo ammetterlo con malcelato fastidio, ne rivedo sempre con piacere alcune scene, quando lo trasmettono, perché mi riporta indietro nel tempo. Ai miei dieci anni.

Degli altri film che ho visto non parlo, per risparmiare a me e a chi legge il tedio di ulteriori giudizi negativi. Storia di una Capinera mi dicono sia un buon film ma, sinceramente, mi sono rifiutato di visionarlo. Forse lo farò.

Dunque, per concludere. La morte di Zeffirelli non lascia, a nostro modesto avviso, nessun vuoto nella storia del cinema, del teatro e della cultura di questo paese.

Un paese già abbondantemente immiserito, nel suo patrimonio intellettuale e artistico, da un’ondata reazionaria che lo sta trascinando nelle secche di un convenzionalismo ripugnante e pericoloso, su cui estende la sua longa manus il verbo assoluto del mercato. Un convenzionalismo che qui da noi si declina con tutti i crismi della Kultura catto-fascista, maschilista, patriarcale e sciovinista.

Una cultura, dobbiamo dirlo, alla cui persistenza ha contribuito anche Franco Zeffirelli!

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