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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/11/2023

«La critica a Israele non è antisemitismo»

Nella lettera qui pubblicata un gruppo di intellettuali ebrei, tra i quali L, Judith Butler e Tony Kushner, denuncia la scorrettezza della risorgente affermazione secondo cui criticare Israele è un atteggiamento antisemita. La lettera, che ha raccolto in pochi giorni centinaia di adesioni, è stata pubblicata sul sito n+1 dopo che diverse testate statunitensi, su consiglio dei loro legali, ne hanno rifiutato la pubblicazione.

Nella lettera, oltre a confutare l’interessata confusione tra antisemitismo e presa di distanza dal Governo di Israele, si chiede l’immediato cessate il fuoco a Gaza. (la redazione di VolereLaLuna)

*****

Siamo scrittori, artisti e attivisti ebrei che desiderano contestare la narrazione diffusa secondo cui qualsiasi critica a Israele è intrinsecamente antisemita.

Israele e i suoi difensori hanno a lungo usato questo espediente retorico per mettere Israele al riparo dalle sue responsabilità, per dare copertura morale agli investimenti miliardari degli Stati Uniti a sostegno dell’esercito israeliano, per oscurare la realtà mortale dell’occupazione e per negare la sovranità palestinese.

Ora questo insidioso bavaglio alla libertà di parola viene utilizzato per giustificare i bombardamenti dell’esercito israeliano su Gaza e per delegittimare le critiche della comunità internazionale.

Noi condanniamo tutti i recenti attacchi contro i civili israeliani e palestinesi e piangiamo la perdita di vite umane. E siamo addolorati e inorriditi nel vedere la lotta all’antisemitismo usata come pretesto per crimini di guerra dal dichiarato intento genocida.

L’antisemitismo è una parte dolorosa del passato e del presente della nostra comunità. Le nostre famiglie sono sfuggite a guerre, molestie, pogrom e campi di concentramento. Abbiamo studiato la lunga storia di persecuzione e violenza contro gli ebrei e prendiamo sul serio l’antisemitismo attuale che mette a rischio la sicurezza degli ebrei in tutto il mondo.

Lo scorso ottobre è stato il quinto anniversario del peggior attacco antisemita mai commesso negli Stati Uniti: l’assassinio, nella sinagoga di Tree of Life – Or L’Simcha a Pittsburgh, di 11 fedeli da parte di un uomo armato che sosteneva teorie complottiste sulle colpe degli ebrei per l’arrivo dei migranti centroamericani, disumanizzando così entrambi i gruppi.

Rifiutiamo l’antisemitismo in tutte le sue forme, anche quando si maschera da critica al sionismo o alle politiche di Israele. Ma rileviamo che, come ha scritto il giornalista Peter Beinart nel 2019, «l’antisionismo non è intrinsecamente antisemita, e sostenere che lo sia sfrutta la sofferenza ebraica per cancellare l’esperienza palestinese».

Troviamo questo espediente retorico antitetico ai valori ebraici, che ci insegnano a riparare il mondo, a mettere in discussione l’autorità e a difendere gli oppressi dagli oppressori. È proprio a causa della dolorosa storia dell’antisemitismo e delle lezioni dei testi ebraici che sosteniamo la dignità e la sovranità del popolo palestinese.

Rifiutiamo la falsa alternativa tra la sicurezza degli ebrei e la libertà dei palestinesi, tra l’identità ebraica e la fine dell’oppressione dei palestinesi. Crediamo, infatti, che i diritti degli ebrei e dei palestinesi vadano di pari passo.

La sicurezza di ciascuno dei due popoli dipende dall’altro. Non siamo certamente i primi a dirlo, e ammiriamo coloro che hanno dato forma a questa linea di pensiero pur in presenza di tanta violenza.

La confusione tra l’antisemitismo e la critica di Israele o del sionismo ha delle ragioni precise. Per anni, decine di paesi hanno sostenuto la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance. La maggior parte degli 11 esempi di antisemitismo in essa contenuti riguarda giudizi sullo Stato di Israele e alcuni di essi limitano di fatto l’ambito delle critiche accettabili.

Inoltre, la Lega Anti-Defamation classifica l’antisionismo come antisemitismo, nonostante i dubbi di molti dei suoi stessi esperti. Queste definizioni hanno favorito l’intensificarsi delle relazioni del Governo israeliano con forze politiche di estrema destra e antisemite, dall’Ungheria alla Polonia agli Stati Uniti e oltre, mettendo in pericolo gli ebrei della diaspora.

Per contrastare queste definizioni generiche, un gruppo di studiosi dell’antisemitismo ha pubblicato, nel 2020, la Dichiarazione di Gerusalemme, che offre linee guida più specifiche per identificare l’antisemitismo e distinguerlo dalla critica e dal dibattito su Israele e sul sionismo.

Le accuse di antisemitismo di fronte alla minima obiezione alla politica israeliana hanno a lungo permesso a Israele di mantenere in vita un regime che organizzazioni per i diritti umani, studiosi, giuristi e associazioni palestinesi e israeliane hanno definito di apartheid.

Queste accuse hanno un effetto spaventoso sulla nostra politica. Ciò ha comportato la soppressione politica dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, dove il Governo israeliano confonde l’esistenza stessa del popolo palestinese con l’odio per gli ebrei di tutto il mondo.

Nella propaganda interna rivolta ai propri cittadini e in quella esterna rivolta all’Occidente, il Governo israeliano afferma che le rivendicazioni dei palestinesi non riguardano la terra, la mobilità, i diritti o la libertà, ma piuttosto l’antisemitismo.

Nelle ultime settimane, i leader israeliani hanno continuato a strumentalizzare la storia del trauma ebraico per disumanizzare i palestinesi. Nel frattempo, degli israeliani vengono arrestati o sospesi dal lavoro per post sui social media in difesa di Gaza e giornalisti israeliani temono conseguenze per aver criticato il loro governo.

Definire tutte le critiche a Israele come antisemite, inoltre, schiaccia, nell’immaginario collettivo, il popolo ebraico su Israele. Nelle ultime due settimane negli Stati Uniti, abbiamo visto sia democratici che repubblicani difendere l’identità ebraica sulla base del sostegno a Israele.

Una lettera molto vaga firmata da decine di personalità e pubblicata il 23 ottobre ha riproposto il Presidente Biden come sostenitore del popolo ebraico sulla base del suo appoggio a Israele. La 92NY, nel rinviare un evento con l’autore Viet Thanh Nguyen, che aveva firmato una lettera in cui chiedeva la fine degli attacchi di Israele a Gaza, ha sottolineato la propria identità di “istituzione ebraica”.

Come altri hanno osservato, i tentativi di contestualizzare gli attacchi del 7 ottobre sono visti come negazione della sofferenza ebraica piuttosto che come necessari strumenti per comprendere e porre fine alla violenza.

L’idea che tutte le critiche a Israele siano antisemite diffonde la visione che palestinesi, arabi e musulmani siano intrinsecamente sospetti, agenti dell’antisemitismo finché non affermano esplicitamente il contrario. Dal 7 ottobre, i giornalisti palestinesi hanno dovuto affrontare una repressione senza precedenti. Un cittadino palestinese di Israele è stato licenziato dal lavoro in un ospedale israeliano per un post su Facebook del 2022 che citava il primo pilastro dell’Islam.

I leader europei hanno vietato proteste a favore della Palestina e criminalizzato l’esposizione della bandiera palestinese. A Londra, un ospedale ha tolto dei disegni realizzati da bambini di Gaza dopo che un gruppo pro-Israele ha affermato che essi facevano sentire i pazienti ebrei «vulnerabili, molestati e vittimizzati». Persino dei disegni di bambini palestinesi vengono associati a un’allucinazione di violenza.

I leader statunitensi alimentano ulteriormente la confusione schiacciando la tutela della sicurezza degli ebrei sul finanziamento militare incondizionato e costante di Israele, senza alcuna intenzione di fare la pace. Il 13 ottobre, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha diffuso una nota interna per esortare i funzionari a non utilizzare espressioni come “de-escalation/cessate il fuoco”, “fine della violenza/spargimento di sangue” o “ripristino della calma”.

Il 25 ottobre, Biden ha messo in dubbio il numero di morti palestinesi e lo ha definito il “prezzo” della guerra di Israele. Questa logica crudele continuerà a favorire l’antisemitismo e l’islamofobia. Il Dipartimento di Sicurezza Nazionale si sta preparando a fronteggiare un aumento dei crimini d’odio contro ebrei e musulmani, che è già iniziato.

Per ciascuno di noi, l’identità ebraica non è un’arma da brandire nella lotta per il potere dello Stato, ma una fonte di saggezza che dice: “Giustizia, giustizia, perseguirai” (Tzedek, tzedek, tirdof). Ci opponiamo allo sfruttamento del nostro dolore e al silenzio dei nostri alleati.

Chiediamo un cessate il fuoco a Gaza, una soluzione per il ritorno sicuro degli ostaggi trattenuti a Gaza e dei prigionieri palestinesi in Israele e la fine dell’occupazione israeliana.

Chiediamo inoltre ai governi e alla società civile degli Stati Uniti e dell’Occidente di opporsi alla repressione del sostegno alla Palestina. E ci rifiutiamo di permettere che tale sostegno, urgente e necessario, venga represso in nostro nome.

Quando diciamo “mai più”, lo diciamo sul serio.

2 novembre 2023

Leah Abrams, scrittore
Tavi Gevinson, scrittore e attore
Rebecca Zweig, scrittrice e regista
Nan Goldin, artista e attivista
Naomi Klein
Tony Kushner, scrittore
Deborah Eisenberg, scrittrice
Sarah Schulman, scrittrice
Vivian Gornick
Annie Baker, drammaturgo e regista
Hari NeIf, attore e scrittore
Judith Butler, scrittrice
seguono centinaia di altre firme.

Fonte

20/06/2019

Grazie ai miei due ultimi articoli pubblicati da Contropiano – su Berlinguer e Zeffirelli – mi hanno e ci hanno detto di tutto sui social.

Si è passati attraverso un florilegio di offese da catalogo Electa. Si è andati dal “bifolco incendiario” di libri, allo “snob intellettuale sinistroide.” Dal “rimminchionito” con annessa bruciatura delle sinapsi, all'“ignorante”, “ciuccio” e “presuntuoso”. Dal rozzo senza cultura, all’astioso, cattivo e invidioso. Dall’anticomunista al fascista rosso. Dal “revisionista” al “dogmatico”. Dal “rivoluzionario allucinato”, al “borghese delirante”. Dal “narcisista arrogante”, all'“erudito bilioso”. Dal “nemico della classe operaia”, al “relativista senza ideologia”. Dall'“ubriaco in pieno delirium tremens”, alla “comare incinghialita”. Roba che neanche l’Avvelenata di Guccini!

Mi hanno dato del “miserabile insensibile”, perché “non rispettoso della morte”. E vale per Berlinguer come per Zeffirelli. Qualcuno mi ha persino paragonato ad Hitler! E qualche altro mi ha addirittura minacciato. Naturalmente, l’ho invitato a dar seguito alle minacce, venendo a prendermi sotto casa. E in una tale collezione miseranda di accuse, chiaramente, è stato coinvolto anche il nostro giornale, Contropiano.

In questo schizofrenico delirio, però – tranne sporadici casi – nessuna argomentazione a sostegno. Solo gratuiti e grotteschi insulti. A confermare la vocazione politicamente populista, intellettualmente deviante, gnoseologicamente desertica, culturalmente degenerativa, intimamente viscerale, soggettivamente collerica, individualmente vendicativa e oggettivamente autoreferenziale dei social.

A dispetto della loro pur “democratica” potenzialità, i social si rivelano infatti, una volta di più, sovrastrutture atomizzate e atomizzanti. Tutte interne al villaggio globale dell’ideologia neoliberista e liquidamente postmodernista. Un villaggio divenuto, ormai, contrariamente a quel che la narrazione dominante vorrebbe propagandare in termini di gioioso e unificante crollo di muri e frontiere – privilegio riservato solo alle merci, al denaro e al capitale umano schiavizzato – un recinto asfittico e claustrofobico.

Una fattoria degli animali orwelliana, dentro cui azzannarsi, seppur fraternamente. O, per dirla con parole più semplici, uno strumento del Capitale, il cui interesse è relegarci a solipsismi bachechici. Politicamente innocui.

Insomma, la verità è che io sarò anche “cattivo”, insensibile e poco elegante come recensore e come “critico”. Ma, per indole e formazione, non amo le mezze misure e l’ipocrisia. Non amo chi smorza i toni o non affonda il coltello della critica stessa.

Certo, è materia delicata e non si deve giungere alla denigrazione. Principalmente, nel rispetto del lavoro altrui! Ma se le riflessioni sono sostenute da ragionamenti e dissertazioni precise e argomentate, si ha il diritto e il dovere di sostenere, fino in fondo, le proprie opinioni e le proprie tesi. Si ha il diritto e il dovere di esprimere un giudizio, anche terribilmente negativo. Può aiutare.

A me, per esempio, nel corso della vita, non hanno aiutato i complimenti quanto le stroncature.

Nell’epoca del consenso, della dittatura del like e dello spettacolo fattosi episteme del nostro tempo, tuttavia, le stroncature non esistono più. Non possono esistere. Semplicemente perché non esistono e non devono esistere spettacoli contro. E dato che siamo tutti immersi nel debordiano spettacolo dell’esistenza, ecco spiegato il motivo per cui, se ci si azzarda a proporre riflessioni minimamente fuori dal coro, il rischio è quello di venir aggrediti, anche se solo verbalmente e virtualmente. Non tolleriamo più il dissenso. E questo, dobbiamo dircelo con franchezza, succede anche tra noi compagni.

Personalmente, invece, continuo ad amare il dibattito e la dialettica. Unici strumenti per approfondire e capire. Amo anche la polemica, se condotta con le armi affilate del sapere e con educazione e rispetto reciproco, seppur scevri da perbenistiche tartuferie. Quello che non amo, invece, è il giudizio gratuito e immotivato.

Di questi tempi, però, con l’avvento della comunicazione social e smart, va constatato come la dialettica si stia sempre più riducendo ad un fatto personale. Allo sciorinare una serie di insulti, senza che ce ne sia la necessità, ma solo perché bisogna dimostrare, a chi legge – cioè ai terzi onnipresenti – che il nostro interlocutore è un coglione. Non sia mai lo pensino di noi o pensino che siamo troppo cedevoli o incapaci!

Personalmente, in questi casi incresciosi, divento intrattabile e anche arrogante. Al pari di chi pretende, però, di dar lezioni senza conoscerti. Senza conoscere la tua storia. Senza conoscere la tua, pur modesta, cultura.

Mi ostino a voler dialogare su facebook, certo. Anche perché il nostro è un quotidiano online. Accetto anche le critiche, ovviamente. Ma se portate con intelligenza, vivacità di pensiero e sorrette da una valida e necessaria struttura argomentativa. D’altra parte, la libertà di critica – seria!!! – dovrebbe essere il nucleo concettuale del marxismo. Devo averlo letto da qualche parte, se non ricordo male. Dunque se critico, devo necessariamente accettare le critiche altrui.

Non sono, però, tenuto ad accettare gli insulti. O peggio, lezioni di vita da perfetti sconosciuti che, il più delle volte, francamente, rappresentano un insulto alla stessa intelligenza umana.

A costoro, andrebbe ricordato che, se si pretende di dar lezioni, bisogna stare attenti a non essere colti in fallo. Se si punta il dito, bisogna essere inespugnabili. E bisogna essere, comunque, attrezzati e pronti a reggere le altrui contro repliche. Anche con ironia, volendo. Un meraviglioso strumento demitizzante, di cui troppi sono sprovvisti, oggidì!

Quei troppi, invece, che pensano di poter prevaricare, bacchettare, addirittura denigrare e offendere, quasi si sentissero investiti da una suprema autorità divina. Bene, in questi casi, in nome del mio arcigno ateismo, posso diventare, mio malgrado, saccente e spocchioso, fino all’antipatia più estrema.

E allora, fatte queste doverose precisazioni, vorrei ringraziare tutti i miei, i nostri detrattori. Perché fin quando esisteranno loro e fin quando le reazioni ai miei, ai nostri articoli saranno queste, io continuerò a scrivere e ad esercitare, con sempre maggior vigore e con sempre più convinzione, il mio diritto alla critica. Marxista e Militante. Un diritto alla critica, garantitomi anche da un giornale, marxista, comunista e militante, come Contropiano. Sostenuto ed autofinanziato dai compagni.

Un giornale che non si richiama ad un astratto e generico concetto di libertà, liberale, borghese e funzionale all’economia di mercato. Ma ad un ben più concreto, sincero, meno ambiguo, inderogabile concetto di partigianeria gramsciana. Il che vuol dire anche intollerante con gli intolleranti, secondo l’enunciato di Karl Popper. Un diritto altresì garantito da chi quel giornale dirige, con passione, disinteressato senso del dovere e totale abnegazione alla causa.

Pertanto si prosegue, si va avanti, senza se e senza ma. Senza timori reverenziali e perseguendo un preciso e coerente concetto di Politica, di Lotta, di Cultura, di Estetica, di Arte. Un concetto che si condensa in una logica, imprescindibile, materialistica visione del mondo – weltanschauung, la chiamerebbero i tedeschi – e sorretto dai presupposti teorici della dottrina marxista. Pur senza disdegnare, comunque, frequenti e salutari digressioni eretiche.

Ci battiamo per la rinascita e la costruzione di un pensiero critico e antagonista, in un mondo omologato dalla dittatura del pensiero unico neoliberista, culturalmente appiattito, filosoficamente genuflesso al dominio della scienza borghese e polverizzato dal relativismo post ideologico del credo mercantile e dal verbo postmodernista. Anche nel nostro campo. Anche a sinistra!

Ma soprattutto continuiamo, senza arretrare di un centimetro, convinti che se s’incazzano, cogliamo nel segno.

D’altra parte, un cantautore molto amato dal popolo della sinistra – significante polisemico variamente declinato – come De André, diceva di proseguire in direzione ostinata e contraria. Fuori dai cori.

Forse, molti sedicenti compagni, invece di cercare il consenso, questo semplice eppur fondamentale concetto, per un comunista, dovrebbero riscoprirlo. Un po’ di solitudine sulle montagne, o nelle Sierre, di tanto in tanto, può solo essere salutare!

Fonte

21/03/2017

Anche il M5s ha i suoi cretini da cui deve imparare a difendersi

Alcune mie uscite televisive o alcuni articoli su questo blog hanno suscitato reazioni più o meno indignate di alcuni sostenitori del M5s: i più moderati hanno trovato le mie critiche troppo severe, si va da quello che esclama “Ma anche lei professore!” a quello che mi accusa di nascondere, sotto un atteggiamento falsamente benevolo, una sostanziale intenzione di nuocere al movimento; poi una cretina dice che io non devo permettermi di parlare a nome del M5s (come se lo avessi mai fatto e non avessi sempre precisato di parlare a titolo personale) e che non sono nessuno (bontà sua che parla dall’alto dei suoi numerosi titoli politici e culturali); qualche altro non ha capito assolutamente nulla e pensa che io neghi l’onestà dei 5stelle, infine qualche imbecille è convinto che io sia un infiltrato del Pd (sic!). 

Però, per par condicio, ci sono anche cerebrolesi, di opposta parrocchia, che pensano invece che le mie critiche sono bonarie e troppo blande perché spero di rimediare qualche poltroncina dal prossimo governo M5s.

Poco male: per il principio per cui la madre dei cretini è sempre incinta ed ogni partito, chiesa, sindacato, bocciofila o condominio è composta per almeno il 25% di cretini, anche il M5s ha la porzione che gli spetta (per la verità, un po’ più della media, anche se meno del Pd che fa gli straordinari in materia). Solo che dei cretini ci si sbarazza non rispondendogli e lasciando cadere la cosa: tanto se uno non capisce è inutile perderci tempo.

Poi c’è la clacque della Raggi che non mi perdona di aver detto esplicitamente che la loro beniamina deve dimettersi per aver dato prova di totale inadeguatezza, cosa che è proibito dire. Infine ci sono i “mufloni”, quelli del gregge che detestano dubbi e sfumature perché gli fanno venire il mal di testa, chiedono solo di avere un capo ed una bandiera in cui credere, cui obbedire e per i quali combattere. Non si identificano esattamente con gli imbecilli ma sono loro parenti stretti.

Tutta gente che ho imparato a disprezzare in quasi mezzo secolo di militanza politica: i più scatenati che cercano di negare il diritto di parola a chi critica (poco importa se dall’interno o dall’esterno del movimento) poi saranno i primi a tradire e nel frattempo sabotano ogni tentativo di migliorare il movimento cui intanto appartengono. Ne ho visti tanti così nella sinistra extraparlamentare, nel Pci, nel Psi, in Rifondazione. Hanno sempre tradito. E poi, cosa volete che me ne faccia dello sfogo di qualche mentecatto sedicente 5 stelle, quando ho goduto la stima di Roberto Casaleggio.

Ma altri non sono affatto imbecilli, mufloni o galoppini e meritano qualche chiarimento.
Intanto, sarebbe il caso che chi contesta entrasse nel merito della questione: in fondo potrei anche essere uno esagerato, o una spia del Pd, ma avere ragione. Capita che anche un avversario possa avere ragione, o no?!

Così come può benissimo darsi che un amico o alleato faccia critiche sproporzionatamente dure e sbagli. Può capitare anche a me: perché, voi non fate mai sbagli?! Il giudizio deve sempre essere nel merito, senza cercare alibi o girarci intorno, anche perché c’è un obbligo morale di riconoscere i propri errori, le proprie insufficienze, ed anche le proprie colpe.

Vi piace gridare “Onestà Onestà”? Ebbene l’onestà non è solo non rubare, è anche quella intellettuale per cui non puoi usare criteri diversi per te e per gli altri: un metro deve sempre essere di 100 centimetri e non può essere a piacimento più corto o più lungo. Bisogna essere laici anche e soprattutto quando costa, perché i furti di verità sono peggiori di quelli di denaro.

Il fatto è che queste reazioni sono sempre ispirate al principio per il quale, se sei un sostenitore o amico di un movimento politico, non devi mai fare critiche, che sono concessioni al nemico, perché questo è un tradimento (o quasi). E devi difendere qualsiasi bestialità del tuo partito anche a costo di arrampicarti sugli specchi cosparsi di vetril. Questo accade quando il patriottismo di partito (che è giusto avere) si trasforma in qualcosa di mezzo fra il tifo da stadio ed il culto bigotto della propria “divinità”. E questo è il danno peggiore che si possa fare alla “squadra” per cui si tiene.

Per capirlo bisogna rendersi conto di quanto sia pericolosa l’arma della propaganda che è a doppio taglio. Ci sono due modi di fare propaganda: quello “attivo” con le cose che si dicono per attaccare gli avversari e difendere sé stessi, e quello “negativo” o “passivo” che è fatto dai silenzi su quanto non si ritiene inopportuno discutere. Ovviamente, anche gli avversari fanno lo stesso, per cui ciascuno cerca di colpire il punto debole dell’altro e di sviare l’attenzione dal proprio. Ma, a questo punto, occorre capire che la propaganda è uno strumento molto pericoloso, perché rischia di “intossicare” chi la fa più di quanto non faccia su chi la riceve.

In qualche modo, chi fa propaganda è portato a credere alle stesse cose che dice o rimuove le cose scomode con i suoi silenzi, ma questo finisce per occultare errori, lacune e deficienze, e, di conseguenza impedisce di correggerli o di colmarli. Quindi la tattica del “silenzio il nemico ti ascolta” è la più sbagliata ed autolesionistica. Anche perché se ammetti per primo una tua falla, togli questo argomento dalle mani dell’avversario o quantomeno lo riduci.

Peraltro ammettere onestamente le proprie insufficienze aumenta la propria credibilità e, di conseguenza, rende meno efficaci gli attacchi degli avversari.

Come si vede, una opportuna e dosata quantità di autocritica (dosata rispetto alla realtà: sia chiaro, non rispetto a quel che farebbe comodo) è una medicina un po’ amara ma assolutamente conveniente.

D’altro canto, volete un esempio di come possa ridursi un partito con una base acritica di militanti-tifosi? Guardate il Pd e capite perché bisogna assolutamente evitare certe cose.

Io non voglio fare il parlamentare o il consigliere regionale, non ho prebende o nomine cui ambire, non cerco compensi, per cui continuerò a fare quello che faccio in totale libertà.

Per cui, cari amici: se questo blog non vi piace, non frequentatelo, se i miei pezzi ripresi da altri non vi piacciono saltateli, se non vi piaccio in Tv cambiate canale, se cercate qualcuno che vi consoli, cercatevi qualche altro. Io continuerò come sempre perché non ho nulla da rimetterci.

05/10/2016

Ma se fai queste critiche, perché stai con il Movimento 5 Stelle?

A volte mi sento dire (mi è capitato anche in una trasmissione su La7) “Ma visto che fai queste analisi critiche nei confronti del M5s, perché poi stai dalla loro parte?

In effetti è vero che spesso sono molto esplicito nelle mie critiche perché non ho né la vocazione dell’avvocato di ufficio né quella del diplomatico, non mi piacciono né le difese di ruolo né i contorti giri di parole e se qualcosa non mi convince preferisco dirlo nel modo più chiaro e diretto.

Detto questo, le ragioni per cui sto dalla parte del m5s sono molto più numerose ed importanti dei dissensi che, il più delle volte, dipendono dalla pasticcioneria un po’ arruffona con cui spesso procedono. Vorrei spiegare perchè indicare tre ordini di motivi strettamente correlati fra loro.

In primo luogo, il successo elettorale del M5s è il riflesso della rivolta popolare che si sta manifestando in tutta Europa contro i partiti tradizionali che, ormai, rappresentano una casta omogenea incapace di affrontare la crisi ed interessata solo al mantenimento dell’ordine neo liberista che non vuol rimettere in discussione per nessun motivo. Per ora la rivolta sta assumendo questi toni e queste forme, per fortuna in Italia non si esprime attraverso movimenti di destra o propriamente fascistoidi, ma attraverso il M5s che, magari, su diversi punti ha idee non chiarissime (del tipo “né di destra né di sinistra”) e spesso sovrappone idee e posizioni non del tutto coerenti, ma resta pur sempre nel campo della democrazia.

La mia estrazione politica è molto precisa e nota, io penso in termini di conflitto di classe e potete capire che su diversi punti dissento, ma se c’è una rivolta popolare che si muove sul terreno della democrazia (e non delle nostalgie fascistoidi, razziste e xenofobe), io sto dalla parte della rivolta popolare, anche se non è esattamente come la vorrei. Le rivolte non si scelgono, capitano e ti obbligano a scegliere se stare con loro o con il sistema di potere. La mia cultura politica mi ha sempre chiesto di schierarmi contro il sistema.

Piaccia o no, il M5s è l’unico strumento a disposizione, per quanto imperfetto, per la lotta al sistema. Ditemi cosa altro c’è e discutiamone, io per ora non vedo niente altro.

La conseguenza è che nella maggior parte dei casi mi trovo nel M5s chi si oppone alle stesse cose cui mi oppongo io: dalla riforma costituzionale al “riassetto di Bankitalia, dall’uscita dall’Euro alla questione della lotta alla legge truffa elettorale, dallo scontro sul jobs act e dell’abolizione dell’art 18 a quello sulla “buona scuola”, dalla lotta al Muos e agli F35 al rifiuto delle Olimpiadi. Non conosco altre forze politiche con cui registro tante convergenze su temi così importanti.

Dunque, diciamo che una volta su 10 mi capita di essere in dissenso (ad esempio sulla questione dell’immigrazione, nel qual caso devo però ricordare che l’unica consultazione on line svolta sul tema, ha mostrato un orientamento molto diverso da quello della dirigenza) e quando capita lo dico lealmente a viso aperto, che credo sia il modo più onorevole di osservare l’obbligo di lealtà verso una forza politica con cui si collabora. Magari alcuni del M5s non gradiscono e preferirebbero solo lodi, ma forse anche loro un giorno capiranno che le critiche non indeboliscono ma rafforzano una parte politica che sappia usarle opportunamente.

26/02/2014

Spagna, al falso scoop sul golpe fascista abboccano in 5 milioni


E’ incredibile il ruolo dei grandi mezzi di comunicazione di massa nel costruire il senso comune, nel diffondere false informazioni e falsi miti, nel veicolare una visione della realtà artefatta, politicamente e ideologicamente orientata da chi detiene il potere di manovrare la diffusione delle informazioni. Lo sapeva bene Orson Welles, che narrò ai radioascoltatori statunitensi, ‘in diretta’, una invasione marziana che scatenò il panico tra la popolazione. Ed era soltanto il 1938.

Poi è arrivata la tv, col suo potere affabulatorio infinitamente superiore, da qualche anno supportata dal web, una rete che dà la sensazione di avere ogni informazione a portata di mano in tempo reale ma che ha enormemente amplificato la possibilità di orientare la coscienza di massa verso modelli stereotipati. Modelli spesso costruiti a tavolino, che sedimentano un senso comune costruito a forza di input, di scoop, di notizie ‘gridate’ in maniera tale che sembrino svergognare, smascherare la fabbrica del falso quando in realtà contribuiscono a cementarla, a rafforzarla, a renderla credibile. Di complottismo vivono tv, giornali e siti web, per motivi commerciali – la pubblicità, potremmo dire, è l’anima dei media – oltre che per motivi ideologici. L’estrema destra ci sguazza nel complottismo.

La verifica di quanto il meccanismo in questione funzioni e di quanto basse e insufficienti siano le difese immunitarie a livello sociale e culturale di massa l’abbiamo avuto l’altro ieri sera in Spagna.


Un giovane regista, Jordi Évole, e il suo team si sono letteralmente inventati un documentario scoop, per vedere – potremmo dire – “l’effetto che fa”. L’effetto c’è stato, ed è al tempo stesso inquietante e disarmante, visto che mostra l’incapacità di un largo pezzo di società di discernere il vero dal falso.
Il falso scoop, intitolato ‘Operazione Palazzo’, spiegava che il tentativo di colpo di stato fascista e militare del 23 febbraio del 1981 in Spagna – che enormi effetti ebbe nell’orientare verso destra le ‘nuove’ istituzioni spagnole appena nate dall’autoriforma del regime franchista – in realtà fu tutta una messa in scena, una montatura.
Un falso – un fake, come si direbbe ora. Dopo pochi minuti dalla messa in onda da parte della rete televisiva La Sexta di ‘Operazione Palazzo’ i social network hanno cominciato ad essere letteralmente inondati da commenti attoniti, scioccati, basiti. Mentre quasi 5 milioni e 300 mila persone assistevano al documentario – il 24% di share, il record storico per la spregiudicata tv commerciale – non in molti hanno colto il carattere provocatorio dell’opera di Evole. Basta guardare i post che hanno intasato facebook e twitter per capire che in massa, gli spettatori, hanno abboccato, convinti che l’assurda e bizzarra tesi difesa da ‘Operazione Palazzo’ stesse finalmente gettando uno squarcio di verità su un evento – il tentato golpe – che per gli spagnoli rimane un’antipatica pagina della propria storia recente. La cosa grave è che non sono stati solo gli ingenui spettatori de La Sexta ad abboccare, ma anche alcuni siti web, giornali locali, commentatori che hanno migliaia di followers sui social network.
Basta vedere cosa ha scritto il giorno seguente la normalmente seria agenzia di stampa italiana TMNews per capire quanto ‘la fabbrica del falso’ (per dirla alla Vladimiro Giacché) operi in una condizione di assoluto monopolio. Riportiamo il lancio dell’agenzia di stampa per intero (errori e refusi compresi):
“Spagna, documentario rilancia i dubbi sul golpe del 1981
Madrid, 24 feb. (TMNews) - Polemiche furenti in Spagna dopo la trasmissione du una catena televisiva privata di un documentario - "Operazione palazzo" - secondo cui il tentato colpo di stato del 1981 sarebbe stato una montatura recitata in presa diretta davanti a un regista complice per rafforzare l'immagine del Re Juan Carlos. Il documentario 'complottista', firmato dal giornalista televisivo Jordi Evole, è stata trasmesso dalla catena televisa La Sexta raggiungendo altissimi ascolti.
Il documentario, che ricostruisce l'apparizione di Juan Carlos in televisione nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 1981 dopo l'incurione armata in parlamento del capitano Tejero appggiato da 200 uomini della Guardia Civil , sostiene che si sarebbe trattato appunto di una montatura organizzata con la complicità dei dirigenti politici del paese - di governo e di opposizione - e messa in scena sotto le telecamere del regista José Luis Garci. L'obbiettivo del 'finto' golpe sarebbe stato quello di "proteggere la democrazia dalle minacce dei militari e rafforzare l'immagine del re".
Immediate le polemiche nel paese dopo la trasmissione del filmato. E lo stesso filmato si chiude su una nota polemica. Una voce off legge queste ultime parole: "avrebbe voluto raccontarvi tutta la vera storia del 23 febbraio ma non è stato possibile. Il tribunale supremo non autorizza a consultare gli archivi del processo...".

Non c’è che dire, l’esperimento di Jordi Évole ha ottenuto un risultato straordinario. Dimostrando che la tv può affermare qualsiasi cosa e viene creduta. Succede di continuo, solo che non c’è ne accorgiamo, il più delle volte. Certo, il regista è stato molto bravo, professionale, furbo. Ha corredato la sua assurda ricostruzione – il golpe non ci fu, fu inventato e raccontato grazie a false scene girate dal cineasta José Luis Garci – con interviste di diversi esponenti politici e giornalisti dell’epoca, che si sono prestati a reggere il gioco a Évole. Ma il giovane regista ha potuto contare su un abbassamento generale della capacità critica del pubblico, su una esigenza di ‘verità’ alla quale, a livello sociale, non corrispondono né capacità critica né la voglia di acquisirla.
Naturalmente la provocazione di Jordi Évole ha scatenato un vespaio di polemiche, e per lo più l’autore del mockumentary (dalla fusione delle parole mock, "fare il verso" e documentary) è stato accusato di voler approfittare della ‘credulità popolare’ per farsi pubblicità.
Dopo qualche ora, è stato lo stesso regista a spiegare in un video i motivi che hanno portato lui e la sua equipe a realizzare 'Operación Palace'.


"So che in questo momento ci saranno spettatori contenti di quello che hanno visto perché si sono divertiti e altri che invece si sentiranno ingannati e mi vogliono uccidere. Ai primi voglio dire grazie per aver giocato, scherzato con noi, e ai secondi che la prossima volta cercheremo di fare ancora meglio. Questa volta almeno ve lo abbiamo detto che ciò che avevamo appena raccontato era una menzogna mentre ci sono state sicuramente altre volte in cui vi hanno raccontato delle bugie senza farvelo sapere”.
Non sapremmo dire meglio…

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Imbarazzante, infatti, si vede dove ci ha portato una coscienza condivisa del tutto incapace di discernere il falso dal vero.

09/08/2013

"Protestare contro Israele non è antisemitismo"

Roger Waters spiega perché ha boicottato Israele. Il grande ex dei Pink Floyd, reduce da una serie di straordinari concerti (anche Roma tra le date) replica con una precisa lettera aperta agli ambienti filosionisti che lo accusano per il suo impegno verso i palestinesi e per aver boicottato Israele nella sua tournée.

Ecco il testo della Lettera aperta di Roger Waters

C'è stato qualche commento su internet, a proposito di The Wall in Belgio, al quale sento di dover dare risposta.

Un certo Alon Onfus Asif, israeliano residente in Belgio, è venuto a vedere The Wall in Belgio la scorsa settimana e, essendo un tipo dotato di acuto spirito di osservazione, ha notato una stella di David sul maiale che viene distrutto dal pubblico alla fine dello spettacolo. Dopodiché Alon ha doverosamente filmato il nostro maiale con il proprio telefonino, ha postato il video e ha avvertito il quotidiano israeliano Yediot Ahronot. Questa storia è stata prontamente ripresa dal sempre vigile Rabbino Abraham Cooper, decano del Simon Wiesenthal Center, e lo sproloquio che ne è seguito, del tutto prevedibile, si può leggere qui in inglese ed in italiano.

Spesso ignoro tranquillamente simili attacchi, ma le accuse del rabbino Cooper sono talmente feroci e bigotte da esigere risposta.

Caro rabbino Cooper, ritengo il Suo sfogo provocatorio e inutile e mi permetto di far notare che può solo ostacolare ogni passo avanti verso la pace e la comprensione tra i popoli. È anche estremamente offensivo per me personalmente, dal momento che mi accusa di essere "antisemita", di "odiare gli ebrei" e di essere un "filonazista".

Ho tre cose da specificare al riguardo:

1. L'uso che Lei fa dell'aggettivo "antisemita"

Per prima cosa, Le segnalo una dichiarazione della "Lega Anti Diffamazione", organizzazione americana il cui scopo dichiarato è quello di difendere dagli attacchi il popolo ebraico e l'Ebrasimo tutto. Recentemente hanno dichiarato: "Pur essendoci augurati che il sig. Waters avrebbe evitato di utilizzare la Stella di David, crediamo di non ravvisarvi alcun intento antisemita."

Ci tengo a precisare che, durante lo spettacolo, utilizzo anche il crocifisso, la mezzaluna con la stella, falce e martello, il logo della Shell, il simbolo di McDonald's, quello del dollaro e quello della Mercedes.

2. Uno che odia gli ebrei?

Ho molti cari amici ebrei, uno dei quali - aspetto piuttosto interessante - è il nipote del compianto Simon Wiesenthal. Sono orgoglioso di questo legame; Simon Wiesenthal era un grande uomo. Ho anche due nipoti, che amo più della mia vita, la cui madre - mia nuora - è ebrea e di conseguenza, così mi dicono, lo sono anche loro.

3. Nazista?

Non solo mio padre, il secondo tenente Eric Fletcher Waters, è morto in Italia il 18 febbraio 1944 combattendo contro i nazisti, ma io stesso sono cresciuto nell'Inghilterra del dopoguerra, luogo in cui ho ricevuto i più meticolosi insegnamenti sul nazismo e dove non mi è stato risparmiato alcun dettaglio degli orrendi crimini commessi in nome della più folle delle ideologie. Ricordo le amiche di mia madre, Claudette e Maria, ricordo i loro tatuaggi, erano due sopravvissute, due delle fortunate.

Mia madre ha passato tutto il resto della sua vita impegnandosi in politica, per assicurarsi che nessuno dei suoi figli e i suoi nipoti, che nessun figlio e nessun nipote di chiunque, nero, bianco, gentile, ebreo, latino, asiatico, musulmano, hindu, buddista, ecc. avesse in futuro una spada di Damocle, nella forma del tanto disprezzato credo nazista, sospesa sulla testa.

Da parte mia ho fatto del mio meglio per seguire le orme dei miei genitori. All'età di quasi 70 anni, sull'esempio di mio padre e di mia madre e di tutto ciò che hanno fatto, ho resistito, come meglio ho potuto, in difesa di Signora Libertà.

Lo spettacolo The Wall, da lei attaccato con argomentazioni così deboli, è molte cose: è una riflessione, è un inno alla vita, è ecumenico, umano, amorevole, contro la guerra, anticolonialista, per l'accesso universale al diritto, per la libertà, la cooperazione, il dialogo e la pace, è contro l'autoritarismo, antifascista, antiapartheid, antidogmatico, internazionale nello spirito, musicale e satirico.

Quello che non è: NON E' ANTISEMITA né FILONAZISTA.

Sono stato spesso oggetto di attacchi da parte della lobby filoisraeliana a causa del mio sostegno al movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), cosa che non voglio approfondire in questa sede, chiunque sia interessato può avere accesso al discorso che ho fatto alle Nazioni Unite il 29 novembre dell'anno scorso.

Tuttavia devo dire questo: in una teocrazia effettiva è quasi inevitabile che il simbolo della religione finisca per confondersi con il simbolo dello Stato, in questo caso lo Stato di Israele, uno stato che pratica l'apartheid sia all'interno dei propri confini che nei territori che ha occupato e colonizzato dal 1967.

Piaccia o no, la stella di David rappresenta Israele e le sue politiche ed è legittimamente soggetta a qualsiasi forma di protesta non violenta. Protestare pacificamente contro la politica razzista, interna ed estera, di Israele non è anti-semita. Il suo ragionamento secondo cui, visto che io critico la politica del governo israeliano, dovrei essere associato ai Fratelli musulmani, fa ridere ed è, nuovamente, un'offesa personale. Ho passato tutta la mia vita adulta sostenendo la separazione tra chiesa e stato.

Ad ogni replica di The Wall, in qualunque Paese ci troviamo, invito 20 veterani nel backstage durante l'intervallo per incontrarci, scambiare strette di mano, auguri e ricordi. Durante uno spettacolo, circa un anno fa, un vecchio veterano, del tempo del Vietnam a occhio e croce, mi ha fissato, mi ha bloccato mentre uscivo, mi ha porto la mano, che ho afferrato, e non mi lasciava andare, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto "Tuo padre sarebbe fiero di te".

Le lacrime mi bruciano gli occhi. The Wall sta raggiungendo anche Lei e tutti gli altri rabbini Cooper che ci sono là fuori. Venga a vedere lo spettacolo! Con amore

Roger

p.s. Per mettere tutto nella giusta prospettiva: il maiale gonfiabile che ha tanto offeso il giovane Alon è apparso in ogni replica di The Wall a partire da settembre 2010, parliamo di circa 193 spettacoli, e la Sua è la prima lamentela. Inoltre, il maiale in questione rappresenta il Male, e più precisamente il male del governo che sbaglia. Regaliamo al pubblico questo simbolo di repressione alla fine di ogni spettacolo e la gente fa sempre la cosa giusta. Lo distrugge.

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22/05/2013

Ci criticano sul web? Mettiamoli in galera o in mutande

Il potere logora chi non ce l'ha, ed anche chi non ha la statura intellettuale per occupare determinate posizioni. Fioccano le proposte di "controllo della rete", con pene sempre più gravi.

L'impopolarità fa paura a una classe dirigente mai come oggi screditata in blocco. Lo si vede da come reagisce alle critiche (che in Rete diventano facilmente insulti, perché il solipsismo da tastiera sembra allentare i freni inibitori) che le piovono addosso da ogni parte: censurare, criminalizzare, vietare.

La Rete copre tutto il mondo, è noto, ma ben pochi governi adottano norme stringenti di controllo. Che peraltro si rivelano poco efficaci nel “prevenire” le critiche ai relativi regimi, mentre una qualche utilità la conservano solo a fini repressivi. A costo però di sfidare il ridicolo.

Una classe dirigente con la levatura da “statista” troverebbe soluzioni molto più soft, eserciterebbe una “moral suasion” assai discreta, promuoverebbe una reazione civile di segno contrario. Quella che ci ritroviamo, dopo venti anni di irruzione della “società civile” nella sfera della “politica” è invece una congrega di incapaci, a digiuno di cultura istituzionale, estranea a movenze e procedure della democrazia. Pensate a dei frequentatori del bar dello sport che si improvvisano “legislatori” e avrete una fotografia abbastanza precisa della situazione.

Non c'è però da ridere. Un potere ignorante è più pericoloso di uno “sapiente”, perché pretende di fregarti, ma senza fare lo sforzo di pensare. Quindi il suo primo istinto è il ricorso alla forza repressiva, all'uso del potere per conservare l'intangibilità del proprio potere. E basta.

Vediamo cosa sta accadendo.

Resoconta oggi Il Fatto: “Commenti lasciati sulle bacheche online che spingono i politici a riesumare emendamenti ammazza-blog e piazze digitali equiparate più ad articoli di stampa che a una “piazza” virtuale. Responsabili di spazi web ritenuti colpevoli per commenti lasciati da altri. E se la persona offesa ricopre una carica pubblica cresce l’allarme e si ipotizzano anche norme più stringenti. Eppure in Europa come negli Stati Uniti c’è maggiore tolleranza sui contenuti online specie da parte dei politici e di chi è esposto mediaticamente, come dimostra anche una recente sentenza della Corte europea”.

Ha iniziato la vendoliana Laura Boldrini, miracolata con la presidenza della Camera, irritata da un fotomontaggio e da alcuni insulti (o minacce) contenuti nei commenti a post che la nominavano. Si è aggregato il pari grado al Senato, Piero Grasso, ex capo dell'Antimafia e quindi abituato a veder reati sotto ogni cavolfiore, secondo cui bisognerebbe “avere delle leggi che colpiscano i reati commessi attraverso il web, di qualsiasi tipo: dall’insulto alla minaccia, dall’ingiuria alle cose anche più gravi”.

Qualche blogger è già stato condannato, anche se a questi non è arrivata la solidarietà da parte di Yoani Sanchez (si sa, l'unico blogger buono è quello filo-occidentale, gli altri possono crepare).

Breve riassunto delle azioni giudiziarie già intraprese, sempre da Il Fatto: “Alcuni giorni fa è arrivata la condanna per diffamazione della blogger Lucia Rando, a causa dei commenti lasciati sul forum del suo blog dagli utenti, e le motivazioni della sentenza di Massimiliano Tonelli che sul suo blog “Cartellopoli” aveva accolto dimostrazioni di protesta contro la cartellonistica abusiva di Roma. Tonelli è stato condannato in primo grado per istigazione a delinquere a 9 mesi di reclusione e al risarcimento di 20mila euro perché responsabile, scrive ilTribunale di Roma, “anche per il contenuto dei messaggi in esso pubblicati”. Infine, il ministro della Giustizia Cancellieri ha concesso pochi giorni fa alla procura di Nocera Inferiore l’autorizzazione a procedere nei confronti di 22 utenti del blog di Beppe Grillo accusati di vilipendio nei confronti del Capo dello Stato”.

E naturalmente è già pronto lo strumento legislativo, affinato in anni di proposte di legge avanzate dalla destra e ora finalmente rispolverate con spirito bipartisan. Lo stesso ddl intercettazioni – che pure è stato pensato per aiutare delinquenti abituali prestati alla politica – contiene un codicillo che “vuole introdurre l’obbligo di rettifica entro 48 ore dalla richiesta per tutti 'i siti informatici', senza distinguere tra un blog amatoriale e un sito gestito in maniera professionale. Se l’obbligo non viene rispettato si rischia di pagare fino a 12.500 euro di multa”. Della serie: non scrivete più nulla, sennò vi togliamo anche le mutande.

Un esempio? “L’attuale ministro della Pubblica amministrazione Gianpiero D’Alia aveva proposto una norma – poi abrogata – che introduceva la 'repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet' e prevedeva l’oscuramento dei siti, inclusi dunque anche Twitter e Facebook, qualora i contenuti segnalati non venissero rimossi dal gestore”.

Quale cultura politico-istituzionale si nasconde dietro questa reattività isterica e poliziottesca? Lo spiega un avvocato specializzato sulle tematiche di rete, come Guido Scorza: “La nostra è una classe politica abituata a confrontarsi in rete come faceva Berlusconi, che pubblicava un video o un contenuto sul web senza cercare nessuna comunicazione bidirezionale. E che, probabilmente, non vuole neanche mettersi in discussione”.

Appunto: fascisti nel cervello, per carenza.


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14/05/2013

Saviano perde la causa con Persichetti. Il diritto di critica vince sul moralismo

Qualche volta la ragione vince anche in tribunale. E Saviano ha perso la causa con Paolo Persichetti, autore di un articolo su Liberazione che proprio non era piaciuto all'"Autore anticamorra": infatti diceva la verità.

Una verità certamente sgradita a chi della "verità del potere" ha fatto un mestiere molto redditizio. Cosa diceva quell'articolo? Quasi nulla, se non che a Saviano (quante volte, figliolo?) capita di inventarsi fatti, aneddoti, episodi purché siano utili a ingigantire la propria "credibilità missionaria". Ma un crociato delle polizie del mondo beccato a raccontare balle non ci fa mai una buona figura...
Ma Saviano non agisce così (solo) per vanagloria personale. Il suo ruolo è abbastanza evidente ormai: la sua "narrazione" deve inglobare tutto il positivo possibile (come la battaglia antimafia di Peppino Impastato, appunto, condotta però in tutt'altro modo e su tutt'altre basi ideali e politiche) in un unico impasto di legittimazione assoluta dell'ordine esistente. Un vero e proprio ideologo del potere per cui tutto ciò che resta fuori, se non proprio "il male", è comunque "complicità con il male".
Uno spaventare il pubblico per farlo accorrere tra le braccia dell'"autorità"...


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Inviavo a Felicia gli articoli sulla camorra che scrivevo, così, come per una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato. Un pomeriggio, in pieno agosto mi arrivò una telefonata: “Robberto? Sono la signora Impastato!” 
A stento risposi ero imbarazzatissimo, ma lei continuò: “Non dobbiamo dirci niente, dico solo due cose una da madre ed una da donna. Quella da madre è stai attento, quella da donna è stai attento e continua.

Quello che riportiamo sopra è un passo di un articolo, successivamente pubblicato nel libro La bellezza e l’inferno, scritto da Roberto Saviano in occasione della morte della mamma di Peppino Impastato, Felicia. Tuttavia la telefonata, di cui Saviano riporta la conversazione, per Felicia Vitale, moglie di Giovanni, fratello di Peppino, e nuora di Felicia Impastato, non è mai avvenuta.
Proprio ieri, in occasione dell’anniversario della morte del militante di Democrazia proletaria, il sito baruda.net ha pubblicato una dichiarazione, datata 14 novembre 2012, depositata agli atti del procedimento penale scaturito dalla querela di Saviano contro Paolo Persichetti, nel quale si legge:

La madre di Peppino non aveva il telefono e faceva le telefonate tramite me. Non mi risulta che abbia telefonato a Roberto Saviano. Faccio notare che mia suocera è morta nel 2004 e il libro Gomorra è uscito nel 2006.

Questa dichiarazione va contestualizzata in una vicenda singolare.
Paolo Persichetti, giornalista ed ex br, scrisse due articoli su Liberazione, pubblicati tre anni fa, che non furono graditi all’autore di Gomorra.
Dagli articoli di Persichetti emergono due fatti di rilevanza giornalistica.
Il primo è inerente alla notizia della diffida inviata all’editore Einaudi da parte di Umberto Santino, Presidente del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”. In essa si lamentavano gravi inesattezze storiche e superficialità presenti nel volume di Saviano, La parola contro la camorra, riguardanti la ricostruzione della vicenda della riapertura delle indagini sull’assassinio di Impastato avvenuto su ordine del boss Tano Badalamenti. In alcuni passaggi del libro, infatti, si avvalora l’idea che il merito di aver fatto cadere il muro dell’omertà sulla tragica vicenda di Peppino debba essere interamente attribuito al film I cento passi di Marco Tullio Giordana, omettendo così il ruolo giocato dai familiari e dal Centro Impastato.

Il secondo fatto di rilievo, riportato da Persichetti, è stato il parere di Santino proprio sulla vicenda della telefonata, che, dopo delle verifiche, ha dichiarato non essere mai avvenuta.

Saviano ha giudicato gli articoli usciti su Liberazione diffamatori, e non ha nemmeno gradito i commenti del giornalista alla sua performance nella trasmissione Vieni Via Con Me. Per questo ha scelto di querelare Persichetti il 12 gennaio 2011.

Dopo la richiesta di archiviazione, il 15 gennaio 2013, lo scrittore napoletano ha deciso di presentarsi in tribunale e di rilasciare una dichiarazione spontanea nella quale descrive gli articoli di Persichetti come:

un attacco teso a svilire il mio stesso impegno sociale e civile

Ma queste parole non sono bastate affinché la vicenda avesse un buon esito per Saviano. Il Gip, Barbara Càllari gli ha dato torto, stabilendo nell’ordinanza che:
a)”La polemica tra Saviano e il Centro Peppino Impastato, relativamente all’attività che avrebbe determinato la riapertura delle indagini sull’omicidio Impastato è stata documentalmente provata“.
b) Sulla vicenda della telefonata “Persichetti si è limitato a riferire una diversa ricostruzione della vicenda fondata su fonti attendibili, ovvero le dichiarazioni rese dalla nuora di Felicia Impastato, anch’essa di nome Felicia, e da Giovanni Impastato, fratello di Peppino, documentate in atti“.
c) I giudizi critici espressi nei confronti degli interventi di Saviano nel corso della trasmissione Vieni via con menon trasmodano nell’attacco personale ma sono configurabili nel legittimo esercizio del diritto di critica“.

Ci abbiamo tenuto a presentare questa vicenda perché non ha avuto la giusta rilevanza nel circuito dell’informazione, mentre gli articoli e perfino i tweet e gli aggiornamenti su Facebook di Saviano ne hanno quotidianamente.

Non vogliamo, infine, proporre una riflessione sul “savianesimo” connesso a logiche mediatiche e spettacolari. Piuttosto ci teniamo a rimarcare un aspetto legato anche alla vicenda della querela a Persichetti.
Saviano si avvale sempre di argomentazioni che si rifanno alla legalità, al rispetto delle regole democratiche e ai buoni sentimenti. Il suo tarlo, come ha più volte dichiarato, è quello di trovare le giuste modalità di comunicazione per promuvere questi temi nei confronti dell’ “altra parte, degli elettori di Berlusconi“. In sintesi, per lo scrittore, il fenomeno mafioso si batte con i buoni argomenti della “cultura” del rispetto delle leggi sempre e comunque, anche se corrono il rischio di essere liberticide. Forse all’autore sfugge che per molti altri non è questo il punto.

Altrettanto legittimamente si può pensare che l’illegalità sia legata, attraverso un processo osmotico, al neoliberismo. Altrettanto legittimamente si può pensare che la mafia si batte principalmente con risposte sociali prima che “culturali”, per non dire di bon ton. Altrettanto legittimamente si può pensare che il mondo non si divida tra centro sinistra e centro destra, ma tra chi vuole questo modello di sviluppo e chi ne preferirebbe un altro, tra chi si trova benissimo in questa democrazia rappresentativa e chi ne immagina un’altra. Se Saviano considerasse legittime anche queste distinzioni, e non solo le sue, avrebbe certamente risposto a Persichetti su Liberazione, invece lo ha querelato, dando prova di quanto sia sterile il suo moralismo.

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