Ora, lo so che è più divertente dire che si fanno tamponi per cercare di pompare un’epidemia che non esiste, in modo da imporre un nuovo lockdown, distruggere l’economia del paese, e incoronare Conte imperatore la notte di Natale.
Sono storie bellissime e chiunque abbia una vocazione letteraria non può che trovarle irresistibili.
Poi, però, quando avete smesso di sniffare colla, cercate di capire che:
1) fare più tamponi andando a cercare il virus non serve a farvi un dispetto, ma serve a individuare possibili diffusori non manifesti e tenere basso il numero dei contagi.
2) Scoprire che andando a cercare il virus in chi non manifesta sintomi si ottengono moltissimi asintomatici è una conclusione degna di Monsieur de La Palice, non la dimostrazione che il virus è diventato buono. (Come è stato osservato già mesi fa, finché il virus ha bassa carica virale – i.e. “ce ne hai poco dentro” – rimane nelle alte vie aeree e le sue complicanze sono minime).
3) Nei paesi dove aumentano i contagi aumentano le terapie intensive, che sono la cosa da tenere sotto controllo (ad oggi: Italia 79, Francia 387, Spagna 751).
4) Tenere alta la guardia e diffondere il terrore sono cose diverse: la prima serve a evitare che accada la seconda.
Ora, finché teniamo la diffusione sotto controllo, siamo in grado di svolgere tutte le nostre attività in condizioni di quasi normalità, con minimi oneri (mascherine, distanze, no assembramenti interni, un po’ di attività svolte in remoto).
Mantenere nel medio periodo questa situazione significherebbe consentire all’economia di funzionare in modo ordinario, con rallentamenti solo in alcuni settori.
Se invece si passa di nuovo ad una situazione emergenziale, in cui il timore di farsi un ricovero per essere uscito di casa riprende lena, beh quali che siano le iniziative del governo, i consumi crollano e l’economia tracolla (di nuovo).
5) Ultima osservazione.
Gli sniffatori di colla di cui sopra si muovono dentro una bolla di autoconferma, per cui nessuno scenario possibile è in grado di falsificare le loro convinzioni.
Se la situazione rimane sotto controllo nel medio periodo, e poi magari a primavera abbiamo un vaccino, diranno che, per una sciocchezza che non ha fatto grandi danni gli abbiamo fatto passare mesi d’inferno solo per promuovere un vaccino.
Se la situazione degenera, e ricadiamo in emergenza, diranno che tutte le misure sono state inutili (come loro hanno sempre saputo) e che si è voluto condurre proditoriamente il paese sull’orlo del baratro.
In ogni caso strilleranno di aver avuto sempre ragione e che chi non gli dava ragione era un boccalone.
Questa forma di ragionamento autoconfermantesi lo si è visto in atto costantemente finora (si pensi ai ragionamenti degni di Homer Simpson, in cui si dice che “proprio i paesi che hanno adottato misure più rigide hanno avuto più problemi“, come se l’ordine della catena causale fosse: lockdown > emergenza sanitaria e non emergenza sanitaria > lockdown.)
Dunque discutere sul tema con i soggetti di cui sopra è oramai chiaramente inutile.
La creazione di un sistema di autoconferma (infarcito di balle, ma potrebbe funzionare anche senza) è oramai consolidato.
Dunque qui le ragioni hanno un termine e, semplicemente, si devono tracciare le linee per terra e prendere posizione.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/08/2020
12/05/2020
Quei nazisti scervellati di Confindustria
Per una volta prendiamo un lancio d’agenzia – dall’Agi – che per quanto ben fatto omette molte considerazioni che potrebbero gettare luce sulla situazione dell’economia. Italiana, in questo caso, anche se ovviamente legata alla situazione mondiale.
La prima considerazione – omessa – è che la gravità del crollo della produzione (del Pil sbrigativamente) è in proporzione inversa all’efficacia del contrasto all’epidemia. Più errori sono stati fatti, insomma, più si paga.
E di errori ne sono stati fatti molti. Tutti per una sola ragione: sostenere il Pil e impedirne una caduta eccessiva.
Un paradosso? No, è la normalità, quando metti davanti l’interesse privato e sullo sfondo quello collettivo. “La madre di tutti gli errori” è stata messa in campo l’8 marzo, quando – invece di blindare alcune zone limitate delle aree industriali (a cominciare dalla Val Seriana, oggi primatista mondiale di contagiati e morti rispetto alla popolazione), dichiarandole “zona rossa” – si è fatto l’esatto opposto.
Si è infatti tolta la blindatura ai paesi di primo contagio (Codogno, Lodi, Casalpusterlengo, ecc.) e si è dichiarata “zona arancione” tutta la Lombardia e altre 14 province. Ma “zona arancione” non significa un tubo, nel contrasto a un virus. Perché non c’è alcun blocco della circolazione all’interno dell’area e nemmeno tra questa e il resto del Paese.
Al massimo, arriverà la multa a chi dovesse essere fermato fuori da quella zona. E infatti migliaia di residenti in Lombardia, quella notte sono “fuggiti” verso il Sud, in treno o in auto.
L’abbiamo scritto subito: in quel modo si permetteva al virus di girare liberamente. E il risultato sarebbe stato un crollo molto più accentuato del Pil. Virologi di grande esperienza, come il prof. Massimo Galli dell’ospedale Sacco di Milano, si sgolarono inutilmente contro quella decisione.
L’agenzia Agi, oggi, ci dice che “La produzione industriale italiana è in picchiata e peggiorerà ancora ad aprile: gli effetti sul Pil 2020 saranno devastanti, anche se si può immaginare un rimbalzo. In questo quadro è indispensabile che lo Stato italiano sostenga la domanda, che registra un inevitabile crollo, dal momento che i consumatori subiscono il taglio dei redditi o in ogni caso sono frenati nei consumi dalla mancanza di fiducia. Questa l’analisi di economisti e centri studi”.
Si potrebbe dire, più precisamente, che stando chiusi in casa i consumi si riducono per condizione oggettiva. Perché oltre ad alimentari e farmaci, prodotti per la casa e poco altro, davvero non c’è bisogno di molto. Basta guardare i consumi di carburante – e dunque le vendite di auto, le riparazioni, ecc. – per avere un’idea di un “crollo dei consumi” dovuto non tanto alla psicologica “sfiducia” quanto alla concretissima “inutilità”.
Ma andiamo avanti...
“La perdita attesa nel II trimestre del 2020 è pari al 28% e l’impatto sul Pil della sola caduta della manifattura sarà nell’ordine del 5%, cui andranno sommate le contrazioni di altri settori come quello delle costruzioni e, in particolare, dei servizi. Il rimbalzo nei mesi successivi sarà “molto deciso”, pari all’84% a maggio e al 20,6% a giugno, ma “recupererà solo parzialmente le perdite subite“.
È matematico. Ma anche fisico. La “riapertura” non può essere un immediato ritorno alla “normalità”, e non solo perché il virus è ancora felicemente qui tra noi, pronto a ricominciare a far strage.
Molta gente non ha una lira da spendere, parecchie imprese non riapriranno, o quantomeno non con la stessa quantità di personale; il turismo e tutto il suo sterminato indotto resterà fermo a lungo, e comunque non riprenderà fiato se non molto dopo la sconfitta dell’epidemia a livello planetario (mica si crederà davvero che si possano sostituire i 50 milioni di visitatori annui con il solo turismo interno, no?).
E tutto perché i pezzi forti di Confindustria, soprattutto i para-nazisti di Assolombarda (quelli che hanno imposto anche il nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi) sono riusciti a “convincere” il governicchio in carica a non bloccare nulla. Almeno fino a quando non è stato obbligatorio far chiudere la gente in casa in tutta Italia, ma non i lavoratori che dovevano far marciare comunque il Pil della grandi e piccole imprese del nord.
Se la Lombardia paga prezzo con il 50% dei morti italiani, lo deve esclusivamente al proprio ceto “imprenditoriale”, che aveva oltretutto già provveduto a smantellare la sanità pubblica, come si è visto nei momenti topici, con le terapie intensive costrette a scegliere chi provare a salvare e chi no.
Adesso quella “furbata” – strattonare il governo e continuare a cercare di produrre anche nel pieno dell’inferno – si rivela una boiata pazzesca, un suicidio (solo economico) anche per chi l’ha pretesa con toni sbrigativi, minacciosi, “dirigenziali”.
Gli stessi toni usati ora per chiedere che i (non molti) soldi da distribuire per rimettere in moto l’economia vadano... soltanto alle imprese, che “sanno cosa fare”, perché “i posti di lavoro li creano le imprese” e altre stronzate piccole e grandi che ci appestano la vita da decenni.
Neanche davanti al disastro da loro creato riescono a trovare l’attimo per tirare il fiato, riflettere e finalmente tacere.
Anzi, pretendo una dose maggiore della stessa droga che ci ha portato tutti a questo punto. Noi più poveri e malmessi, loro come prima e forse anche meglio.
La genialità dei nostri “imprenditori” si vede anche da questo: nel momento in cui il commercio internazionale si è praticamente fermato, pretendono di comprimere ancora di più i salari e i redditi. Come se potessero davvero “vivere di esportazioni” (a chi? Ma sopratutto e quanto?), invece che cercare almeno respiro nella “domanda interna”.
Per la quale, però, serve che ci siano consumatori con qualche soldo in tasca...
Nazisti liberisti che si sono bevuti il cervello.
Fonte
La prima considerazione – omessa – è che la gravità del crollo della produzione (del Pil sbrigativamente) è in proporzione inversa all’efficacia del contrasto all’epidemia. Più errori sono stati fatti, insomma, più si paga.
E di errori ne sono stati fatti molti. Tutti per una sola ragione: sostenere il Pil e impedirne una caduta eccessiva.
Un paradosso? No, è la normalità, quando metti davanti l’interesse privato e sullo sfondo quello collettivo. “La madre di tutti gli errori” è stata messa in campo l’8 marzo, quando – invece di blindare alcune zone limitate delle aree industriali (a cominciare dalla Val Seriana, oggi primatista mondiale di contagiati e morti rispetto alla popolazione), dichiarandole “zona rossa” – si è fatto l’esatto opposto.
Si è infatti tolta la blindatura ai paesi di primo contagio (Codogno, Lodi, Casalpusterlengo, ecc.) e si è dichiarata “zona arancione” tutta la Lombardia e altre 14 province. Ma “zona arancione” non significa un tubo, nel contrasto a un virus. Perché non c’è alcun blocco della circolazione all’interno dell’area e nemmeno tra questa e il resto del Paese.
Al massimo, arriverà la multa a chi dovesse essere fermato fuori da quella zona. E infatti migliaia di residenti in Lombardia, quella notte sono “fuggiti” verso il Sud, in treno o in auto.
L’abbiamo scritto subito: in quel modo si permetteva al virus di girare liberamente. E il risultato sarebbe stato un crollo molto più accentuato del Pil. Virologi di grande esperienza, come il prof. Massimo Galli dell’ospedale Sacco di Milano, si sgolarono inutilmente contro quella decisione.
L’agenzia Agi, oggi, ci dice che “La produzione industriale italiana è in picchiata e peggiorerà ancora ad aprile: gli effetti sul Pil 2020 saranno devastanti, anche se si può immaginare un rimbalzo. In questo quadro è indispensabile che lo Stato italiano sostenga la domanda, che registra un inevitabile crollo, dal momento che i consumatori subiscono il taglio dei redditi o in ogni caso sono frenati nei consumi dalla mancanza di fiducia. Questa l’analisi di economisti e centri studi”.
Si potrebbe dire, più precisamente, che stando chiusi in casa i consumi si riducono per condizione oggettiva. Perché oltre ad alimentari e farmaci, prodotti per la casa e poco altro, davvero non c’è bisogno di molto. Basta guardare i consumi di carburante – e dunque le vendite di auto, le riparazioni, ecc. – per avere un’idea di un “crollo dei consumi” dovuto non tanto alla psicologica “sfiducia” quanto alla concretissima “inutilità”.
Ma andiamo avanti...
“La perdita attesa nel II trimestre del 2020 è pari al 28% e l’impatto sul Pil della sola caduta della manifattura sarà nell’ordine del 5%, cui andranno sommate le contrazioni di altri settori come quello delle costruzioni e, in particolare, dei servizi. Il rimbalzo nei mesi successivi sarà “molto deciso”, pari all’84% a maggio e al 20,6% a giugno, ma “recupererà solo parzialmente le perdite subite“.
È matematico. Ma anche fisico. La “riapertura” non può essere un immediato ritorno alla “normalità”, e non solo perché il virus è ancora felicemente qui tra noi, pronto a ricominciare a far strage.
Molta gente non ha una lira da spendere, parecchie imprese non riapriranno, o quantomeno non con la stessa quantità di personale; il turismo e tutto il suo sterminato indotto resterà fermo a lungo, e comunque non riprenderà fiato se non molto dopo la sconfitta dell’epidemia a livello planetario (mica si crederà davvero che si possano sostituire i 50 milioni di visitatori annui con il solo turismo interno, no?).
E tutto perché i pezzi forti di Confindustria, soprattutto i para-nazisti di Assolombarda (quelli che hanno imposto anche il nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi) sono riusciti a “convincere” il governicchio in carica a non bloccare nulla. Almeno fino a quando non è stato obbligatorio far chiudere la gente in casa in tutta Italia, ma non i lavoratori che dovevano far marciare comunque il Pil della grandi e piccole imprese del nord.
Se la Lombardia paga prezzo con il 50% dei morti italiani, lo deve esclusivamente al proprio ceto “imprenditoriale”, che aveva oltretutto già provveduto a smantellare la sanità pubblica, come si è visto nei momenti topici, con le terapie intensive costrette a scegliere chi provare a salvare e chi no.
Adesso quella “furbata” – strattonare il governo e continuare a cercare di produrre anche nel pieno dell’inferno – si rivela una boiata pazzesca, un suicidio (solo economico) anche per chi l’ha pretesa con toni sbrigativi, minacciosi, “dirigenziali”.
Gli stessi toni usati ora per chiedere che i (non molti) soldi da distribuire per rimettere in moto l’economia vadano... soltanto alle imprese, che “sanno cosa fare”, perché “i posti di lavoro li creano le imprese” e altre stronzate piccole e grandi che ci appestano la vita da decenni.
Neanche davanti al disastro da loro creato riescono a trovare l’attimo per tirare il fiato, riflettere e finalmente tacere.
Anzi, pretendo una dose maggiore della stessa droga che ci ha portato tutti a questo punto. Noi più poveri e malmessi, loro come prima e forse anche meglio.
La genialità dei nostri “imprenditori” si vede anche da questo: nel momento in cui il commercio internazionale si è praticamente fermato, pretendono di comprimere ancora di più i salari e i redditi. Come se potessero davvero “vivere di esportazioni” (a chi? Ma sopratutto e quanto?), invece che cercare almeno respiro nella “domanda interna”.
Per la quale, però, serve che ci siano consumatori con qualche soldo in tasca...
Nazisti liberisti che si sono bevuti il cervello.
Fonte
29/02/2020
Zaia, lo “scienziato” razzista, spiega la “svolta” verso la minimizzazione
Quali sono le basi scientifiche della svolta repentina dal panico alla minimizzazione che è stata impressa dai politici e dai mass-media sulla questione coronavirus?
Il governatore del Veneto, Zaia, ha una spiegazione. Il problema dei cinesi è che mangiano i topi vivi e per questo lì il virus ha colpito forte, noi veneti invece ci laviamo le mani e per questo il virus ha colpito meno forte.
No, non state leggendo Lercio: lo ha detto davvero!
Ecco il testo dell’intervista rilasciata da Zaia alla televisione Antenna 3 Veneto la sera di giovedì 27 febbraio.
«Sa perché noi dopo una settimana abbiamo 116 positivi di cui 63 non hanno sintomi, stanno bene, e ne abbiamo solo 28 in ospedale, sa perché? Perché l’igiene che ha il nostro popolo, i Veneti, i cittadini italiani, la formazione culturale che abbiamo che è quella di farsi la doccia, di lavarsi, di lavarsi spesso le mani, di un regime di pulizia personale che è particolare, anche l’alimentazione, la pulizia, le norme igieniche, il frigorifero, le scadenza degli alimenti. Lei dice “Ma cosa c’entra?” C’entra perché è un fatto culturale. Io penso che la Cina abbia pagato un grande conto di questa epidemia che ha avuto, perché comunque li abbiamo visti tutti MANGIARE TOPI VIVI o altre robe del genere. Sa, è anche un fatto di corredo [sic!], perché il virus non deve trovare un ambiente che diventa un substrato [sic!], il virus deve trovare pulizia, quasi un ospedale. E noi siamo un po’ maniaci per questo, infatti i bambini ormai non mangiano più le cose che cascano per terra.”»
Aldo Romaro, Padova
*****
Penso che il presidente del Veneto ZAIA sia un politicante spregevole, disgustoso persino per gli standard del partito di Salvini.
Nella crisi #coronavirus ha mostrato tutta la sua vergognosa bassezza prima reclamando di bloccare tutto, poi lamentandosi di come i veneti, sì solo i veneti, venivano trattati all’estero, infine chiedendo di riaprire tutto.
Zaia ha dato colpa ai prefetti e allo Stato per ogni problema e si è preso il merito per ogni risultato. Infine la battuta razzista sui cinesi che farebbe schifo in qualsiasi consesso di persone civili, anzi di persone. Non sapevo molto del presidente leghista del Veneto prima d’ora, ma adesso so tutto di lui: è umanamente da vomito e politicamente rappresenta il degrado morale e civile del paese. Ogni veneto ogni italiano dovrebbe vergognarsi di lui.
Amici cinesi scusateci, purtroppo trent’anni di selezione a rovescio nella politica hanno prodotto da noi questi mostri, ma alla fine ci libereremo da questa infezione.
Giorgio Cremaschi, portavoce nazionale di Potere al Popolo!
*****
Cari imprenditori veneti che certamente esportate qualcosa verso la Cina. Se per caso non venderete mai più nulla da quelle parti, saprete certamente con chi prendervela.
Soltanto un dettaglio, che peraltro conoscete benissimo: economicamente parlando, tutto il Veneto, rispetto alla Cina, vale quando una piccola città da quelle parti.
E nessuno che abbia quelle dimensioni si fa insultare impunemente da una formica.
Come minimo – ed è davvero il minimo, in tempi così tecnologici – chiederanno a Zaia, e a voi imprenditori veneti, almeno qualche video che comprovi quanto blaterato dal vostro “governatore”.
Se “tutti hanno visto”, insomma, qualcuno avrà anche filmato!
A meno che il vostro governatore non sia abituato ad aprire impunemente bocca e dargli fiato...
Ma nelle relazioni internazionali non funziona come nelle campagne elettorali italiche. Stronzate, falsità e insulti si pagano. E molto caro.
Naturalmente il conto arriverà quanto prima a voi, cari imprenditori veneti.
In fondo Zaia mica deve vendere niente da quelle parti. Gli basta coglionare ancora un po’ chi lo elegge dalle vostre parti...
Fonte
27/02/2020
La prevalenza del cretinovirus
Sarà bene sgomberare il cervello – di tutti, compreso il nostro – dalle scorie accumulate in 40 anni di neoliberismo trionfante e di pentimenti progressivi della cosiddetta “sinistra”. Il punto comune tra le due derive è stato infatti l’individualismo, ovvero la teorizzazione thatcheriana per cui “la società non esiste, esistono i singoli” e l’accettazione piena di questo mantra come “fondante i valori progressisti” (basti ricordare il bertinottiano “ognuno dice la sua”).
Nulla come un’emergenza dimostra che si tratta di cazzate sparse a piene mani (il povero Calenda era già stato costretto a fare ammenda sui temi più strettamente economici), in un ambiente in cui, si diceva, nulla deve essere più “progettato” perché il sistema funziona da solo, col “pilota automatico”; e dunque ogni sciocchezza individuale è di fatto irrilevante.
Nulla come un’epidemia – esagerata o no negli effetti pratici – dimostra che è invece indispensabile avere un comando centralizzato e nutrito di informazioni scientifiche incontrovertibili. Che occorre programmazione in base ad obbiettivi, pianificazione degli interventi operativi e degli investimenti, conoscenza scientifica di alto livello e solo quel tanto di improvvisazione utile a garantire la “reattività” a situazioni imprevedibili.
In questi casi, insomma, non è ammesso il fai-da-te, la promulgazione di “delibere” e “protocolli” redatti orecchiando soluzioni improvvisate, diverse da territorio a territorio, tra appelli a chiudersi in casa e minimizzazione “perché altrimenti si ferma l’economia”.
Eppure è quello che è successo in meno di tre giorni un po’ in tutta Italia. Ogni amministrazione Regionale, Provinciale o Comunale è stata attraversata da una frenesia regolamentare priva spesso di qualsiasi consulenza scientifica seria. E accade perciò che le scuole debbano restare chiuse, e siano vietate le gite scolastiche, mentre treni, autobus e navi possono girare tranquillamente.
Accade anche che un capostazione abbia un malore al lavoro, a Casalpusterlengo, e che perciò i treni ad alta velocità diretti o partenti da Milano vengano dirottati a Verona e di lì per il sud. Come se un virus viaggiasse nell’aria, con dei rampini pronti all’arrembaggio e la capacità di entrare nelle carrozze ermeticamente chiuse.
Accade che si chiudano gli uffici pubblici e una Regione – la Lombardia – ordini la chiusura degli esercizi commerciali dalle 18 in poi. Come se un virus dormisse tutto il giorno, ma con la sveglia puntata sull’ora dell’aperitivo.
Accade che ogni negozio, ufficio, capannone, condominio, “decida” di “emanare regole” ad capocchiam sulla base delle informazioni diramate da un sistema mediatico impazzito, dove ogni testata “compete” con le altre solo nell’alzare l’urlo. Sport in cui brillano i giornali della famiglia Angelucci (Libero, Il Tempo, ecc), “re” di quella sanità privata che prende cospicui finanziamenti dalle Regioni e dallo Stato senza fornire, nella lotta al coronavirus, alcun contributo.
Ognun per sé, e ognuno a lamentarsi che non funziona niente. Chissà perché...
Gli amministratori pubblici, o più volgarmente “i politici”, sono ormai piccoli individui senza alcun progetto in testa che non sia quello di essere rieletti, magari in un “ente” di livello – e stipendio – superiore. In balìa dei sondaggi e quindi della “necessità” di “fare qualcosa che colpisca gli elettori”. Indipendentemente dal partito di appartenenza.
Accade perciò che un presidente di Regione – quello delle Marche, Luca Ceriscioli, casualmente del Pd, ma che neanche il suo partito vuole ricandidare alle elezioni di maggio – scavalchi la decisione del governo nazionale (“non prendere iniziative autonome”) e chiuda le scuole anche se su quel territorio non c’era stato neanche un caso di infezione.
C’è anche chi si comincia a spaventare della follia localistica crescente. Il presidente dell’Associazione dei Comuni Italiani (Anci), Antonio Decaro, ha innestato la marcia indietro tutta. «Ho chiesto di affidarci tutti, in modo responsabile, alle decisioni della cabina di regia, istituita presso la presidenza del consiglio dei ministri sterilizzando, limitatamente all’emergenza, i poteri dei sindaci previsti dall’art.50 del Tuel e quelli dei governatori stabiliti dall’art.32 della legge 833 del 1978 o, comunque, utilizzare schemi tipo di ordinanze regionali uguali per le aree territoriali che si trovano nelle stesse condizioni. L’emanazione di provvedimenti da parte di alcuni presidenti di regione e di alcuni sindaci, in controtendenza rispetto a quello che le competenze scientifiche di questo Paese richiedono a noi amministratori, crea solo confusione».
Potremmo andare avanti a lungo. La crisi di un sistema si esprime in centinaia di modi diversi. L’Italia contemporanea si distingue per quelli più ridicoli, pur in presenza di personalità scientifiche di ottimo livello che appaiono come marziani incompresi sul palcoscenico del maratonavirus quotidiano.
Ma la crisi è sistemica, non nazionale. E possiamo certamente sorridere al pensiero che i “focolai” di questa infezione si siano manifestati nelle Regioni (Lombardia e Veneto) gestite per decenni dai leghisti, quelle dove l’”autonomia differenziata” è già prassi amministrativa consolidata, quelle in cui la sanità pubblica è stata più devastata per favorire le cliniche private; ossia in casa degli apprendisti stregoni cresciuti surfando sulle paure, che gridano “prima gli italiani” di fronte a ogni problema che non sanno come affrontare. La Storia sa essere ironica, sempre... e le paure collettive sfuggono sempre di mano a chi si illude di padroneggiarle.
Ma non c’è da ridere. Il collasso potenziale si nota ad ogni passo. Oggi è il coronavirus, domani sarà un altro problema globale e inaffrontabile su base “locale” (nazionale, regionale, provinciale, comunale, condominiale, ecc).
Un esempio? Qualcuno crede davvero che il “libero mercato” – quel sistema dove ogni impresa pensa per sé, competendo con tutte le altre – abbia la benché minima possibilità di affrontare e risolvere davvero il “mutamento climatico e ambientale”? Non diciamo “l’intenzione” (che ovviamente non esiste, fin quando non sarà un’occasione di business), ma proprio la possibilità, ossia l’efficacia.
Problemi collettivi, e a maggior ragione quelli sistemici, richiedono una visione radicalmente opposta, chiamatela, se volete “pianificazione”.
Ma vaglielo a spiegare, in un mondo dove la “concorrenza” spinge ossessivamente verso la prevalenza del cretino.
Fonte
Nulla come un’emergenza dimostra che si tratta di cazzate sparse a piene mani (il povero Calenda era già stato costretto a fare ammenda sui temi più strettamente economici), in un ambiente in cui, si diceva, nulla deve essere più “progettato” perché il sistema funziona da solo, col “pilota automatico”; e dunque ogni sciocchezza individuale è di fatto irrilevante.
Nulla come un’epidemia – esagerata o no negli effetti pratici – dimostra che è invece indispensabile avere un comando centralizzato e nutrito di informazioni scientifiche incontrovertibili. Che occorre programmazione in base ad obbiettivi, pianificazione degli interventi operativi e degli investimenti, conoscenza scientifica di alto livello e solo quel tanto di improvvisazione utile a garantire la “reattività” a situazioni imprevedibili.
In questi casi, insomma, non è ammesso il fai-da-te, la promulgazione di “delibere” e “protocolli” redatti orecchiando soluzioni improvvisate, diverse da territorio a territorio, tra appelli a chiudersi in casa e minimizzazione “perché altrimenti si ferma l’economia”.
Eppure è quello che è successo in meno di tre giorni un po’ in tutta Italia. Ogni amministrazione Regionale, Provinciale o Comunale è stata attraversata da una frenesia regolamentare priva spesso di qualsiasi consulenza scientifica seria. E accade perciò che le scuole debbano restare chiuse, e siano vietate le gite scolastiche, mentre treni, autobus e navi possono girare tranquillamente.
Accade anche che un capostazione abbia un malore al lavoro, a Casalpusterlengo, e che perciò i treni ad alta velocità diretti o partenti da Milano vengano dirottati a Verona e di lì per il sud. Come se un virus viaggiasse nell’aria, con dei rampini pronti all’arrembaggio e la capacità di entrare nelle carrozze ermeticamente chiuse.
Accade che si chiudano gli uffici pubblici e una Regione – la Lombardia – ordini la chiusura degli esercizi commerciali dalle 18 in poi. Come se un virus dormisse tutto il giorno, ma con la sveglia puntata sull’ora dell’aperitivo.
Accade che ogni negozio, ufficio, capannone, condominio, “decida” di “emanare regole” ad capocchiam sulla base delle informazioni diramate da un sistema mediatico impazzito, dove ogni testata “compete” con le altre solo nell’alzare l’urlo. Sport in cui brillano i giornali della famiglia Angelucci (Libero, Il Tempo, ecc), “re” di quella sanità privata che prende cospicui finanziamenti dalle Regioni e dallo Stato senza fornire, nella lotta al coronavirus, alcun contributo.
Ognun per sé, e ognuno a lamentarsi che non funziona niente. Chissà perché...
Gli amministratori pubblici, o più volgarmente “i politici”, sono ormai piccoli individui senza alcun progetto in testa che non sia quello di essere rieletti, magari in un “ente” di livello – e stipendio – superiore. In balìa dei sondaggi e quindi della “necessità” di “fare qualcosa che colpisca gli elettori”. Indipendentemente dal partito di appartenenza.
Accade perciò che un presidente di Regione – quello delle Marche, Luca Ceriscioli, casualmente del Pd, ma che neanche il suo partito vuole ricandidare alle elezioni di maggio – scavalchi la decisione del governo nazionale (“non prendere iniziative autonome”) e chiuda le scuole anche se su quel territorio non c’era stato neanche un caso di infezione.
C’è anche chi si comincia a spaventare della follia localistica crescente. Il presidente dell’Associazione dei Comuni Italiani (Anci), Antonio Decaro, ha innestato la marcia indietro tutta. «Ho chiesto di affidarci tutti, in modo responsabile, alle decisioni della cabina di regia, istituita presso la presidenza del consiglio dei ministri sterilizzando, limitatamente all’emergenza, i poteri dei sindaci previsti dall’art.50 del Tuel e quelli dei governatori stabiliti dall’art.32 della legge 833 del 1978 o, comunque, utilizzare schemi tipo di ordinanze regionali uguali per le aree territoriali che si trovano nelle stesse condizioni. L’emanazione di provvedimenti da parte di alcuni presidenti di regione e di alcuni sindaci, in controtendenza rispetto a quello che le competenze scientifiche di questo Paese richiedono a noi amministratori, crea solo confusione».
Potremmo andare avanti a lungo. La crisi di un sistema si esprime in centinaia di modi diversi. L’Italia contemporanea si distingue per quelli più ridicoli, pur in presenza di personalità scientifiche di ottimo livello che appaiono come marziani incompresi sul palcoscenico del maratonavirus quotidiano.
Ma la crisi è sistemica, non nazionale. E possiamo certamente sorridere al pensiero che i “focolai” di questa infezione si siano manifestati nelle Regioni (Lombardia e Veneto) gestite per decenni dai leghisti, quelle dove l’”autonomia differenziata” è già prassi amministrativa consolidata, quelle in cui la sanità pubblica è stata più devastata per favorire le cliniche private; ossia in casa degli apprendisti stregoni cresciuti surfando sulle paure, che gridano “prima gli italiani” di fronte a ogni problema che non sanno come affrontare. La Storia sa essere ironica, sempre... e le paure collettive sfuggono sempre di mano a chi si illude di padroneggiarle.
Ma non c’è da ridere. Il collasso potenziale si nota ad ogni passo. Oggi è il coronavirus, domani sarà un altro problema globale e inaffrontabile su base “locale” (nazionale, regionale, provinciale, comunale, condominiale, ecc).
Un esempio? Qualcuno crede davvero che il “libero mercato” – quel sistema dove ogni impresa pensa per sé, competendo con tutte le altre – abbia la benché minima possibilità di affrontare e risolvere davvero il “mutamento climatico e ambientale”? Non diciamo “l’intenzione” (che ovviamente non esiste, fin quando non sarà un’occasione di business), ma proprio la possibilità, ossia l’efficacia.
Problemi collettivi, e a maggior ragione quelli sistemici, richiedono una visione radicalmente opposta, chiamatela, se volete “pianificazione”.
Ma vaglielo a spiegare, in un mondo dove la “concorrenza” spinge ossessivamente verso la prevalenza del cretino.
Fonte
21/03/2017
Anche il M5s ha i suoi cretini da cui deve imparare a difendersi
Alcune mie uscite televisive o alcuni articoli su questo blog
hanno suscitato reazioni più o meno indignate di alcuni sostenitori del
M5s: i più moderati hanno trovato le mie critiche troppo severe, si va
da quello che esclama “Ma anche lei professore!” a quello che mi accusa
di nascondere, sotto un atteggiamento falsamente benevolo, una
sostanziale intenzione di nuocere al movimento; poi una cretina dice che
io non devo permettermi di parlare a nome del M5s (come se lo avessi
mai fatto e non avessi sempre precisato di parlare a titolo personale) e
che non sono nessuno (bontà sua che parla dall’alto dei suoi numerosi
titoli politici e culturali); qualche altro non ha capito assolutamente
nulla e pensa che io neghi l’onestà dei 5stelle, infine qualche
imbecille è convinto che io sia un infiltrato del Pd (sic!).
Però, per par condicio, ci sono anche cerebrolesi, di opposta
parrocchia, che pensano invece che le mie critiche sono bonarie e
troppo blande perché spero di rimediare qualche poltroncina dal prossimo
governo M5s.
Poco male: per il principio per cui la madre dei cretini è sempre incinta
ed ogni partito, chiesa, sindacato, bocciofila o condominio è composta
per almeno il 25% di cretini, anche il M5s ha la porzione che gli spetta
(per la verità, un po’ più della media, anche se meno del Pd che fa gli
straordinari in materia). Solo che dei cretini ci si sbarazza non
rispondendogli e lasciando cadere la cosa: tanto se uno non capisce è
inutile perderci tempo.
Poi c’è la clacque della Raggi che non mi perdona di
aver detto esplicitamente che la loro beniamina deve dimettersi per
aver dato prova di totale inadeguatezza, cosa che è proibito dire.
Infine ci sono i “mufloni”, quelli del gregge che detestano dubbi e
sfumature perché gli fanno venire il mal di testa, chiedono solo di
avere un capo ed una bandiera in cui credere, cui obbedire e per i
quali combattere. Non si identificano esattamente con gli imbecilli ma
sono loro parenti stretti.
Tutta gente che ho imparato a disprezzare in quasi mezzo secolo di militanza politica:
i più scatenati che cercano di negare il diritto di parola a chi
critica (poco importa se dall’interno o dall’esterno del movimento) poi
saranno i primi a tradire e nel frattempo sabotano ogni tentativo di
migliorare il movimento cui intanto appartengono. Ne ho visti tanti così
nella sinistra extraparlamentare, nel Pci, nel Psi, in Rifondazione.
Hanno sempre tradito. E poi, cosa volete che me ne faccia dello sfogo di
qualche mentecatto sedicente 5 stelle, quando ho goduto la stima di
Roberto Casaleggio.
Ma altri non sono affatto imbecilli, mufloni o galoppini e meritano qualche chiarimento.
Intanto, sarebbe il caso che chi contesta entrasse nel merito della
questione: in fondo potrei anche essere uno esagerato, o una spia del
Pd, ma avere ragione. Capita che anche un avversario possa avere
ragione, o no?!
Così come può benissimo darsi che un amico o alleato faccia critiche
sproporzionatamente dure e sbagli. Può capitare anche a me: perché, voi
non fate mai sbagli?! Il giudizio deve sempre essere nel merito, senza
cercare alibi o girarci intorno, anche perché c’è un obbligo morale di
riconoscere i propri errori, le proprie insufficienze, ed anche le
proprie colpe.
Vi piace gridare “Onestà Onestà”? Ebbene l’onestà
non è solo non rubare, è anche quella intellettuale per cui non puoi
usare criteri diversi per te e per gli altri: un metro deve sempre
essere di 100 centimetri e non può essere a piacimento più corto o più
lungo. Bisogna essere laici anche e soprattutto quando costa, perché i
furti di verità sono peggiori di quelli di denaro.
Il fatto è che queste reazioni sono sempre ispirate
al principio per il quale, se sei un sostenitore o amico di un movimento
politico, non devi mai fare critiche, che sono concessioni al nemico,
perché questo è un tradimento (o quasi). E devi difendere qualsiasi
bestialità del tuo partito anche a costo di arrampicarti sugli specchi
cosparsi di vetril. Questo accade quando il patriottismo di partito (che
è giusto avere) si trasforma in qualcosa di mezzo fra il tifo da stadio
ed il culto bigotto della propria “divinità”. E questo è il danno
peggiore che si possa fare alla “squadra” per cui si tiene.
Per capirlo bisogna rendersi conto di quanto sia pericolosa l’arma della propaganda che è a doppio taglio.
Ci sono due modi di fare propaganda: quello “attivo” con le cose che si
dicono per attaccare gli avversari e difendere sé stessi, e quello
“negativo” o “passivo” che è fatto dai silenzi su quanto non si ritiene
inopportuno discutere. Ovviamente, anche gli avversari fanno lo stesso,
per cui ciascuno cerca di colpire il punto debole dell’altro e di sviare
l’attenzione dal proprio. Ma, a questo punto, occorre capire che la
propaganda è uno strumento molto pericoloso, perché rischia di
“intossicare” chi la fa più di quanto non faccia su chi la riceve.
In qualche modo, chi fa propaganda è portato a credere alle stesse
cose che dice o rimuove le cose scomode con i suoi silenzi, ma questo
finisce per occultare errori, lacune e deficienze, e, di conseguenza
impedisce di correggerli o di colmarli. Quindi la tattica del “silenzio
il nemico ti ascolta” è la più sbagliata ed autolesionistica. Anche
perché se ammetti per primo una tua falla, togli questo argomento dalle
mani dell’avversario o quantomeno lo riduci.
Peraltro ammettere onestamente le proprie insufficienze aumenta la
propria credibilità e, di conseguenza, rende meno efficaci gli attacchi
degli avversari.
Come si vede, una opportuna e dosata quantità di autocritica
(dosata rispetto alla realtà: sia chiaro, non rispetto a quel che
farebbe comodo) è una medicina un po’ amara ma assolutamente
conveniente.
D’altro canto, volete un esempio di come possa ridursi un partito con
una base acritica di militanti-tifosi? Guardate il Pd e capite perché
bisogna assolutamente evitare certe cose.
Io non voglio fare il parlamentare o il consigliere
regionale, non ho prebende o nomine cui ambire, non cerco compensi, per
cui continuerò a fare quello che faccio in totale libertà.
Per cui, cari amici: se questo blog non vi piace, non frequentatelo,
se i miei pezzi ripresi da altri non vi piacciono saltateli, se non vi
piaccio in Tv cambiate canale, se cercate qualcuno che vi consoli,
cercatevi qualche altro. Io continuerò come sempre perché non ho nulla
da rimetterci.
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