Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/04/2022

“Rinnovare i contratti? mai!”, ulula Assolombarda

Una volta gli “imprenditori” cercavano di nascondere la propria natura di grassatori sotto un velo di parole accomodanti, mentre provvedevano – se necessario – a “ungere” gli ingranaggi della decisione politica per volgerla a proprio favore.

Poi, con la lunga stagione neoliberista, i freni inibitori sono venuti meno. E anche le movenze della “buona creanza”. I governi passano loro ormai apertamente valanghe di “ristori”, oltre a incentivi e finanziamenti agevolati di ogni tipo, e non basta loro mai.

Quando poi qualche ministro – preoccupato dalla ancora silenziosa ma montante insofferenza sociale – chiede loro di lasciar cadere qualche spicciole di questi finanziamenti anche nelle tasche dei lavoratori dipendenti. Apriti cielo!

Il ministro del lavoro più accomodante che potessero trovare, il piddino Andrea Orlando, ha proposto l’ennesima valanga di aiuti alle imprese per aiutarle a far fronte alle difficoltà create dalla guerra in Ucraina (aumento dei prezzi delle materie prime, ecc).

Ma ha osato anche proporre che tali finanziamenti a fondo perduto fossero almeno vincolati al rinnovo e al rispetto dei contratti da parte delle aziende, e a qualche sia pur timido aumento salariale. Del resto, con il tasso di inflazione ormai al 7,5%, una misura del genere – fosse anche inferiore a quel limite – sarebbe il minimo per cercare di placare il malessere.

“Non se ne parla proprio!”, ha subito tuonato Assolombarda, la frazione regionale di Confindustria che ha espresso recentemente il nuovo presidente nazionale – Carlo Bonomi – ed è simpaticamente nota nell’ambiente come il ridotto dei “nazisti dell’Illinois”.

«In una fase estremamente critica per l’industria lombarda e italiana generata dall’aumento dei costi delle materie prime, dalle speculazioni sui prezzi dell’energia, dalle sanzioni che indirettamente impongono sacrifici e difficoltà nell’approvvigionamento anche alle nostre imprese e da un contesto internazionale di instabilità, vincolare gli aiuti economici al rinnovo dei contratti è per Confindustria Lombardia irricevibile».

Il nuovo presidente di Confindustria Lombardia, Francesco Buzzella, non si è però fermato alla condanna della timidissima proposta di Orlando. Ha subito pure sfoderato una richiesta supplementare.

«Questa impostazione da “premialità sociale” [orrore!!!], oltre a non considerare che le criticità colpiscono trasversalmente tutte le imprese, ignora completamente la realtà del mondo produttivo che vede a rischio chiusura il 30% delle imprese a causa dell’insostenibilità dei costi di produzione.

Le imprese, ovviamente, condividono la necessità di un aumento dei salari per sostenere le famiglie e i lavoratori in questo momento di forte difficoltà, oltre che per far fronte alla crescente inflazione; la via per l’aumento dei salari, come ribadito più volte da Confindustria, è il taglio delle tasse attraverso un intervento strutturale finalmente incisivo sul cuneo fiscale»
.

Una traduzione per i non esperti di busta paga è necessaria. Il taglio del “cuneo fiscale” porterebbe in effetti (a seconda della dimensione) qualche soldo in più nelle tasche dei lavoratori. L’unico “problemino” è che, tagliando tasse e contributi, quei soldi dovrebbe metterceli lo Stato, sottraendoli ad altre voci della già risicata spesa sociale (pensioni, assistenza sociale, ecc.).

Insomma: gli “imprenditori non devono mai scucire un centesimo“. O li paga lo Stato, oppure che i lavoratori crepino pure di fame.

Domanda ingenua: ma ci prendono davvero tutti per scemi? Mica siamo tutti dirigenti di CgilCislUil.

Constatazione seria: questi sono rapinatori senza limiti. Si può stopparli solo facendosi sentire con forza immensa nelle piazze. Il 22 aprile abbiamo cominciato. Non basta, ovviamente. Ma ogni grande viaggio comincia con un passo.

Fonte

08/08/2020

“Zona rossa” in Val Seriana... Il segreto di Pulcinella

La notizia di ieri è nota:
Il Comitato tecnico scientifico, nella riunione del 3 marzo nella sede della Protezione civile propose di “adottare le opportune misure restrittive già adottate nei Comuni della zona rossa anche in questi due comuni”, ovvero Alzano Lombardo e Nembro e questo “al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue”. Lo si legge nel verbale della riunione reso pubblico dal consigliere regionale della Lombardia Niccolò Carretta che lo scorso 6 aprile ha fatto una richiesta al Pirellone di accesso agli atti riguardo la zona rossa bergamasca.
Ma il governo non la decretò, facendo un’operazione diversa e completamente sbagliata.

Perché fece questa scelta?

Abbiamo detto fin dal primo momento che a “premere” per una misura più “equilibrata” era stata Confindustria, allora ancora guidata da Boccia, ma in cui era già straripante il peso della filiale regionale interessata, Assolombarda (famosa come i “nazisti dell’Illinois”, tra gli imprenditori).

Qualche giorno fa era uscito fuori l’audio del colloquio tra il ministro della Salute, Speranza, e i governatori di Veneto e Lombardia, che certificava un sottile gioco di “scarica-barile”, con Fontana & co. che manifestavano apertamente la propria contrarietà alla chiusura della Val Seriana, ma lasciando anguillescamente al governo la responsabilità di prendere la decisione definitiva.

Il governo, dal canto suo, capiva l’antifona – se i militari avessero bloccato quella ed altre zone dove il contagio era fuori controllo, i governatori e i sindaci della Lega avrebbe fatto fuoco e fiamme; Confindustria l’avrebbe accusato di voler affossare l’economia delle più importanti regioni italiane – e quindi sceglieva la famosa, sempiterna, idiota “via di mezzo”: niente “zona rossa” limitata a dove il contagio c’era, e via alla “zona arancione” per mezza Italia (tutta la Lombardia e altre 14 province).

Senza però alcuna limitazione – per alcuni giorni – alla circolazione delle persone residenti nelle zone ad alto contagio, che infatti percorrevano l’Italia avanti e indietro in cerca di regioni “covid-free”. E quindi “esportando”, in moltissimi casi, il virus in aree che fino a quel momento non erano state contagiate.

Abbiamo sempre ammesso che tra noi non ci sono virologi ed epidemiologi, solo gente che sa usare il cervello. E quindi ci permettiamo di riportare per intero quello che abbiamo detto in medias res. Era l’11 marzo, e non siamo degli indovini...

Il Pil o la vita

di Dante Barontini

Piccolo esercizio matematico: i casi positivi di Covid-19, alla sera di lunedì 10 marzo (10.149), a parità di popolazione tra Italia e Cina, sarebbero stati circa 236.500. Come dovrebbe esser noto, i dati ufficiali di Pechino riferiscono 80.735 casi. Da noi sono dunque il triplo, per ora.

Basterebbe questo per qualificare l’efficacia con cui il governo italiano ha affrontato l’epidemia fin dal suo primo manifestarsi. E naturalmente, al contrario della sua esplosione in Cina, qui il fenomeno era ormai atteso, non ignoto.

Ora si sta discutendo di misure ancora più ferree su tutto il territorio nazionale, ma alcune cose vanno dette subito.

Se tutto il territorio è “zona rossa”, allora non c’è nessuna “zona rossa”

Dal punto di vista sanitario la scelta del governo Conte è completamente inutile, o almeno ampiamente insufficiente, così come tutte quelle precedenti. Per due ordini di motivi.

Il primo, e principale, sta nell’assurda decisione di autorizzare spostamenti e permanenza in spazi chiusi, anche pieni di persone, “per motivi di lavoro”. In questo modo sicuramente il contagio continuerà ad espandersi, con oltre 20 milioni di lavoratori (e dirigenti) che in varia percentuale si infetteranno sul posto di lavoro e poi contageranno la famiglia, in teoria “messa al sicuro” a forza di messaggi “io resto a casa”.

Il secondo, altrettanto importante, era già inserito invece nel decreto di sabato notte, quello che dichiarava “zona rossa” tutta la Lombardia e altre 14 province del centro-nord. Lì, annullando il confinamento delle prime zone ritenute “focolaio” per il numero eccezionale di casi positivi al Covid-19, veniva “liberato” il virus su un’area eccezionalmente vasta.

La logica sanitaria del confinamento è stringente: da, o in, un focolaio nessuno deve uscire o entrare. Se si alza la sbarra prima che “l’influenza” si sia esaurita, si facilita la diffusione del contagio. In un Paese di queste dimensioni, esistono certamente molte zone da “blindare” per un periodo di quarantena e altre di media rischiosità, in cui le misure di profilassi sono meno drastiche. Rendere tutto “uguale” sembra una cosa radicale, ma in realtà rende impossibile dei controlli seri. Ci si affida insomma alla “responsabilità” degli individui, piuttosto che alla gestione generale della situazione secondo un approccio scientifico.

Non è una nostra illazione da profani, ma la critica feroce mossa dal prof. Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano, giustamente considerato uno delle massime autorità tra gli infettivologi italiani. “È una sciocchezza che si apra la zona rossa iniziale. Sono 16 giorni [domenica 8, ndr] dal primo caso in quella zona, ma c’è stato almeno un mese di diffusione dell’infezione, è evidente che ci sono ancora dei problemi e non è finito il tracciare necessario dei contatti. Rimescolare le carte è una mezza follia, non ha senso”.

Con il decreto di lunedì sera, questo errore tragico è stato esteso a tutta l’Italia.

Il Pil o la vita

Se si vuole davvero fermare il contagio, imitando la Cina, bisogna prendere misure politiche di ben altro impatto.

La Cina, a Wuhan e in altre zone, ha chiuso l’attività economica e convinto la gente a restare chiusa in casa, limitando ad un minimo vitale le uscite per gli approvvigionamenti alimentari e medicinali. Laggiù, insomma, “a lavorare” è andato soltanto il personale sanitario, la quota di forze dell’ordine ritenuta necessaria, i lavoratori di alcuni supermercati (riforniti dall’esercito), farmacie e pochi altri servizi indispensabili (rete elettrica, acqua, ecc).

La Cina ha insomma rinunciato volontariamente alla quota di Pil prodotta in quelle zone in alcuni mesi – e Wuhan è la “Detroit cinese”, per la concentrazione di fabbriche automobilistiche – pur di battere in tempi rapidi il virus.

La popolazione e le imprese private hanno “capito” l’impostazione governativa senza troppi sforzi, perché a tutti i soggetti economici è stata garantita la copertura statale delle perdite, salariali o di profitto che siano. Nessun licenziamento, niente “ferie forzate”, tasse bloccate, banche che non chiedono “il rientro” dai prestiti concessi, ecc.

Qui si è invece cercato, stolidamente e fin dall’inizio, di “contemperare” le esigenze sanitarie (chiusura drastica di alcune zone) con la priorità considerata assoluta: continuare a produrre, a qualsiasi costo. Qui il governo ha promesso “aiuti”, con cifre risibili (adesso si comincia a parlare di 10 miliardi, ma si è partiti con 3,6) rispetto alla dimensione del problema. Ma nessuna garanzia per chi stava perdendo il salario o addirittura il posto di lavoro. Senza garantire alle imprese niente altro che i soliti “incentivi”, già dimostratisi inefficaci in situazioni di crisi assai meno drammatiche. La sintesi infelice è in un titolo del Corriere della Sera (“Battere la paura del caos in Borsa: soldi alle imprese, fiducia a famiglie”), dove la differenza di trattamento è esplicita.

Il risultato è facilmente prevedibile: il virus arriverà ovunque, magari un po’ più lentamente grazie allo stop alle manifestazioni pubbliche della movida (ma chi potrà mai limitare quelle private?), e anche il Pil subirà egualmente colpi durissimi.

Chi ha voluto la botte piena e la moglie ubriaca resterà quindi dolorosamente deluso dal calo del Pil. Ma il prezzo del dolore, in massima parte, sarà sulle spalle della popolazione che lavora, tra periodi di malattia, quarantene, ricoveri, morti, perdite di salario o anche del posto.

Una classe politica indecente

Nell’analisi di questa crisi, ripetiamo, occorre separare nettamente – sul piano degli obbiettivi e della logica – l’aspetto sanitario e quello economico, stabilendo una decisa priorità per la salute della popolazione. Se si continua a privilegiare invece la produzione, sarà un disastro. Anche per la produzione.

Possibile che nessuno, tra gli attuali decisori, sia in grado di capirlo?

Vista da fuori le decisioni del governo sembrano la risultante tra almeno tre ordini di mediazioni differenti, in alcuni casi tra interessi apertamente “antagonisti”.

Quella tra scienziati e politici è palese già nella citazione del prof. Galli. Si comprende che gli scienziati stanno prospettando “misure eccezionali”, ma che i politici provvedono a stemperarle, per “salvaguardare la produzione” sotto la pressione di Confindustria e non solo. Invece di aumentare il numero delle zone rosse vere e proprie, per esempio, incrementando anche i controlli per impedire “fughe”, si è preferito allargarle, fino a farle coincidere con tutto il territorio nazionale, rendendole così sanitariamente inutili.

Il secondo ordine riguarda invece i rapporti tra le diverse cordate pomposamente chiamate “partiti”. Qui ormai è stata selezionata una “classetta dirigente” capace di tener d’occhio i sondaggi e gli umori popolari, sparando slogan acchiappeschi a ogni occasione; ma senza più un briciolo di visione autonoma, tantomeno di grande respiro. In questa “classetta” ognuno tiene d’occhio i gruppi di interesse che lo hanno sollevato a un ruolo visibile, e se ne fotte degli interessi generali, perché non è in grado nemmeno di comprenderli.

In questo lugubre gioco si distinguono nettamente i leghisti, vero formicaio impazzito di grida ogni giorno diverse, anzi opposte, col passare delle ore. Si ricorda giustamente il Salvini che passa in due giorni dal “chiudiamo tutto” (intendendo le frontiere, all’inizio della crisi) al “riapriamo tutto” (le attività economiche, anche nelle “zone rosse”).

E si potrebbero citare quei sindaci di paesini che “non trovavano motivo” di veder finire il proprio Comune nella lista delle “zone rosse” neanche quando i loro compaesani finivano uno dietro l’altro in ospedale oppure al cimitero.

O si potrebbero citare Fontana e Zaia, tra sceneggiate con la mascherina e proteste per tre province (venete) messe in lista “rossa”; salvo poi accettare senza fiatare l’estensione a tutto il territorio nazionale.

Ma non è sembrato più brillante, diciamo, quel sindaco piddino di Bologna che domenica “rifletteva” sull’opportunità di chiudere anche la sua città per “solidarietà” con le altre province dell’Emilia Romagna (come se le misure di profilassi sanitaria si potessero valutare col metro della “piacioneria”).

Ora molti di questi personaggetti, sotto la spinta delle notizie tragiche provenienti dagli ospedali, sotto la pressione di imprese locali che scelgono di chiudere temporaneamente i battenti per abbassare i costi vivi, cominciano a chiedere la sospensione anche delle attività produttive. Cosa che fino a qualche ora fa consideravano “una follia”. Ognuno può dunque valutarne la serietà…

A un secolo di distanza, insomma, ci ritroviamo ancora una volta in una “guerra” guidati da generali che ordinano “offensive” ad capocchiam, ognuna più catastrofica della precedente, ma prontissimi a fucilare i propri soldati se non obbediscono a ordini sconclusionati.

La preoccupazione per i conti pubblici

Ma il terzo ordine di mediazioni, altamente presente all’interno della compagine governativa, riguarda la “tenuta dei conti pubblici” alla luce dei trattati di Maastricht. Si capisce, insomma, che il freno tirato sulla chiusura di tutte le attività produttive – il gigantesco “buco” in tutti i vari decreti in materia – dipende in ogni fase dalla discussione con la Commissione Europea sul quanto si possa sforare il deficit rispetto alle prescrizioni/previsioni per l’anno in corso.

È stato fin dall’inizio questo il vero faro nella notte di un governo senza statisti, incapace di decisioni autonome e impossibilitato – per una scelta quasi trentennale che ha prodotto solo disastri – finanche a pensare di rompere alcuni vincoli scritti sulla sabbia.

Fin quando quella scelta – l’adesione all’Unione Europea e al sistema di trattati che ne è derivato – ha inciso molto negativamente sulla capacità di crescita economica del Paese, sulle condizioni di vita e di lavoro della sua popolazione, compresi la perdita di diritti pagati col sangue e salari al di sotto del livello di sopravvivenza, qualcuno poteva forse dire che questo era il prezzo da pagare per diventare liberale come gli altri. Tutti sulla stessa via dell’austerità.

Ora però un’epidemia si sta incaricando di dimostrare che quella scelta è suicida non solo sul piano economico-industriale, ma in senso stretto. Stronca la salute di una popolazione di 60 milioni, determinerà la morte di un numero per ora imprecisabile di persone, riporterà la sua economia indietro di decenni.

Rompere la gabbia, restare vivi

Se vogliamo che questo paese abbia un futuro occorre separare nettamente il momento della lotta al coronavirus da quello del rilancio economico.

Il confinamento del contagio, sull’esempio cinese, impone il fermo di tutte le attività pericolose perché facilitano la diffusione del contagio. Dunque anche le attività economiche.

Per rassicurare tutti – lavoratori ed imprese – che il “fermo” non diventerà l’impossibilità di sopravvivere, lo Stato deve garantire l’erogazione dei salari e il ripiano delle perdite d’impresa per il periodo strettamente necessario a combattere l’epidemia.

Ciò comporta ovviamente una spesa in deficit di dimensioni al momento non precisabili, al livello di un Piano Marshall, ma assolutamente necessaria per restare in vita come Paese, popolo e singoli individui. Si deve fare quel che serve, non quello che ci viene consentito da regole scritte per altre epoche e altri interessi.

Un sistema di alleanze diseguali, di trattati pensati per aumentare la competizione interna anziché la “solidarietà continentale”, non consente questa decisione vitale?

E allora quel sistema va rotto, prima che ci finiamo di rompere tutti noi.

Tra i “meriti” dell’epidemia c’è infatti anche quello di dimostrare che o un sistema economico serve per far star meglio le popolazioni che ci vivono dentro, oppure è bene che venga definitivamente rotto.

È nelle emergenze vere che il vecchio muore e il nuovo prende vita. Il sistema neoliberista sta tirando le cuoia, dall’Europa agli Stati Uniti. È ora di aiutarlo nel trapasso, altrimenti ci trascina tutti a fondo.
Poi, siccome non ci contentiamo di “dire la nostra”, ma vogliamo documentare uno dei momenti più disgraziati della storia recente di questo Paese, vi proponiamo qui di seguito alcuni degli articoli che hanno “colto nel segno”, venendo anche letti da decine di migliaia di persone.

In definitiva: queste “rivelazioni” ci sembrano decisamente la scoperta dell’acqua calda...

Il disastro italiano è un mix tra nazismo imprenditoriale che non ha voluto chiudere nessuna attività fin quando la realtà dei fatti non li ha costretti, servilismo leghista-forzitaliota e paura fottuta del governo Pd-M5S.

Un coacervo di infamia e vigliaccheria che ha prodotto più di 35.000 morti...

E non è affatto finita, come dimostra la curva dei contagi di questi giorni.

P.s. Per aggiornare l'”esercizio aritmetico” dell’11 marzo, oggi in Italia siamo arrivati a contare 250.00 contagiati. In proporzione alla popolazione (tra 22 e 23 volte quella italiana), è come se in Cina ce ne fossero stati 5 milioni e mezzo. Ci sembra un confronto interessante, sull'”efficacia” del “modello italiano” (ed europeo, e occidentale) di contrasto della pandemia. E anche sul piano strettamente economico, il confronto è impietoso...

I link:

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/07/il-privato-e-un-inutile-spreco-che-non-funziona-0124898

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/08/ormai-si-ragiona-come-medici-di-guerra-interventi-solo-su-chi-ha-speranza-di-sopravvivere-0124916

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/09/diretta-dalla-zona-rossa-pardon-arancione-1-0124988

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/09/la-sanita-cattolica-al-tempo-del-convid-19-0124981

https://contropiano.org/interventi/2020/03/09/il-coronavirus-e-noi-0124951

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/10/litalia-diventa-zona-rossa-ma-in-gioco-non-ce-solo-il-contrasto-al-coronavirus-0125044

https://contropiano.org/documenti/2020/03/10/requisire-si-puo-requisire-si-deve-0125008

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/10/coronavirus-la-testimonianza-di-un-medico-di-bergamo-0125011

https://contropiano.org/regionali/lombardia/2020/03/10/fermiamo-gli-sciacalli-le-farmacie-della-lombardia-vendono-mascherine-chirurgiche-a-5-euro-luna-0125019

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/12/scioperi-spontanei-nelle-fabbriche-gli-operai-non-sono-carne-da-macello-0125165

https://contropiano.org/news/lavoro-conflitto-news/2020/03/12/coronavirus-e-sanita-privata-i-comportamenti-inaccettabili-della-fondazione-don-gnocchi-0125135

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/12/pil-vita-governo-conte-sceglie-pil-0125120

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/13/genesi-contagio-e-repressione-delle-rivolte-carcerarie-0125178

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/13/parchi-chiusi-e-fabbriche-aperte-la-sacrosanta-rivolta-operaia-0125189

https://contropiano.org/fattore-k/2020/03/13/coronavirus-e-crisi-di-sistema-0125181

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/14/protocollo-sulla-sicurezza-nei-luoghi-di-lavoro-il-governo-cede-ancora-a-confindustria-0125816

https://contropiano.org/news/lavoro-conflitto-news/2020/03/14/produci-consuma-crepa-la-confindustria-detta-la-linea-0125236

https://contropiano.org/interventi/2020/03/14/coronavirus-limportanza-di-estendere-subito-i-test-0125226

https://contropiano.org/interventi/2020/03/14/coronavirus-limportanza-di-estendere-subito-i-test-0125226

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/16/in-arrivo-il-decreto-cura-italia-sempre-dalla-stessa-parte-0125340

ecc.

Fonte

12/05/2020

Quei nazisti scervellati di Confindustria

Per una volta prendiamo un lancio d’agenzia – dall’Agi – che per quanto ben fatto omette molte considerazioni che potrebbero gettare luce sulla situazione dell’economia. Italiana, in questo caso, anche se ovviamente legata alla situazione mondiale.

La prima considerazione – omessa – è che la gravità del crollo della produzione (del Pil sbrigativamente) è in proporzione inversa all’efficacia del contrasto all’epidemia. Più errori sono stati fatti, insomma, più si paga.

E di errori ne sono stati fatti molti. Tutti per una sola ragione: sostenere il Pil e impedirne una caduta eccessiva.

Un paradosso? No, è la normalità, quando metti davanti l’interesse privato e sullo sfondo quello collettivo. “La madre di tutti gli errori” è stata messa in campo l’8 marzo, quando – invece di blindare alcune zone limitate delle aree industriali (a cominciare dalla Val Seriana, oggi primatista mondiale di contagiati e morti rispetto alla popolazione), dichiarandole “zona rossa” – si è fatto l’esatto opposto.

Si è infatti tolta la blindatura ai paesi di primo contagio (Codogno, Lodi, Casalpusterlengo, ecc.) e si è dichiarata “zona arancione” tutta la Lombardia e altre 14 province. Ma “zona arancione” non significa un tubo, nel contrasto a un virus. Perché non c’è alcun blocco della circolazione all’interno dell’area e nemmeno tra questa e il resto del Paese.

Al massimo, arriverà la multa a chi dovesse essere fermato fuori da quella zona. E infatti migliaia di residenti in Lombardia, quella notte sono “fuggiti” verso il Sud, in treno o in auto.

L’abbiamo scritto subito: in quel modo si permetteva al virus di girare liberamente. E il risultato sarebbe stato un crollo molto più accentuato del Pil. Virologi di grande esperienza, come il prof. Massimo Galli dell’ospedale Sacco di Milano, si sgolarono inutilmente contro quella decisione.

L’agenzia Agi, oggi, ci dice che “La produzione industriale italiana è in picchiata e peggiorerà ancora ad aprile: gli effetti sul Pil 2020 saranno devastanti, anche se si può immaginare un rimbalzo. In questo quadro è indispensabile che lo Stato italiano sostenga la domanda, che registra un inevitabile crollo, dal momento che i consumatori subiscono il taglio dei redditi o in ogni caso sono frenati nei consumi dalla mancanza di fiducia. Questa l’analisi di economisti e centri studi”.

Si potrebbe dire, più precisamente, che stando chiusi in casa i consumi si riducono per condizione oggettiva. Perché oltre ad alimentari e farmaci, prodotti per la casa e poco altro, davvero non c’è bisogno di molto. Basta guardare i consumi di carburante – e dunque le vendite di auto, le riparazioni, ecc. – per avere un’idea di un “crollo dei consumi” dovuto non tanto alla psicologica “sfiducia” quanto alla concretissima “inutilità”.

Ma andiamo avanti...

“La perdita attesa nel II trimestre del 2020 è pari al 28% e l’impatto sul Pil della sola caduta della manifattura sarà nell’ordine del 5%, cui andranno sommate le contrazioni di altri settori come quello delle costruzioni e, in particolare, dei servizi. Il rimbalzo nei mesi successivi sarà “molto deciso”, pari all’84% a maggio e al 20,6% a giugno, ma “recupererà solo parzialmente le perdite subite“.

È matematico. Ma anche fisico. La “riapertura” non può essere un immediato ritorno alla “normalità”, e non solo perché il virus è ancora felicemente qui tra noi, pronto a ricominciare a far strage.

Molta gente non ha una lira da spendere, parecchie imprese non riapriranno, o quantomeno non con la stessa quantità di personale; il turismo e tutto il suo sterminato indotto resterà fermo a lungo, e comunque non riprenderà fiato se non molto dopo la sconfitta dell’epidemia a livello planetario (mica si crederà davvero che si possano sostituire i 50 milioni di visitatori annui con il solo turismo interno, no?).

E tutto perché i pezzi forti di Confindustria, soprattutto i para-nazisti di Assolombarda (quelli che hanno imposto anche il nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi) sono riusciti a “convincere” il governicchio in carica a non bloccare nulla. Almeno fino a quando non è stato obbligatorio far chiudere la gente in casa in tutta Italia, ma non i lavoratori che dovevano far marciare comunque il Pil della grandi e piccole imprese del nord.

Se la Lombardia paga prezzo con il 50% dei morti italiani, lo deve esclusivamente al proprio ceto “imprenditoriale”, che aveva oltretutto già provveduto a smantellare la sanità pubblica, come si è visto nei momenti topici, con le terapie intensive costrette a scegliere chi provare a salvare e chi no.

Adesso quella “furbata” – strattonare il governo e continuare a cercare di produrre anche nel pieno dell’inferno – si rivela una boiata pazzesca, un suicidio (solo economico) anche per chi l’ha pretesa con toni sbrigativi, minacciosi, “dirigenziali”.

Gli stessi toni usati ora per chiedere che i (non molti) soldi da distribuire per rimettere in moto l’economia vadano... soltanto alle imprese, che “sanno cosa fare”, perché “i posti di lavoro li creano le imprese” e altre stronzate piccole e grandi che ci appestano la vita da decenni.

Neanche davanti al disastro da loro creato riescono a trovare l’attimo per tirare il fiato, riflettere e finalmente tacere.

Anzi, pretendo una dose maggiore della stessa droga che ci ha portato tutti a questo punto. Noi più poveri e malmessi, loro come prima e forse anche meglio.

La genialità dei nostri “imprenditori” si vede anche da questo: nel momento in cui il commercio internazionale si è praticamente fermato, pretendono di comprimere ancora di più i salari e i redditi. Come se potessero davvero “vivere di esportazioni” (a chi? Ma sopratutto e quanto?), invece che cercare almeno respiro nella “domanda interna”.

Per la quale, però, serve che ci siano consumatori con qualche soldo in tasca...

Nazisti liberisti che si sono bevuti il cervello.

Fonte

17/04/2020

Carlo Bonomi, “il duce” conto terzi di Confindustria

Confindustria ha scelto il suo nuovo presidente e, in qualche misura – ma molto ironicamente – si potrebbe dire che è “l’uomo giusto al momento giusto”. La sua carriera “imprenditoriale” ruota intorno al suo ruolo dirigente in Synopo, marchio sconosciuto ai più perché – letteralmente – non produce praticamente nulla.

Synopo, come spiega il sito aziendale, “commercializza apparecchiature elettromedicali, servizi di assistenza ed accessori per Aziende Ospedaliere, Istituti di Cura privati, Istituti a carattere scientifico e Studi Medici”. Compra e rivende, insomma, in particolare dispositivi monouso e apparecchiature elettromedicali per la terapia intensiva e la radiologia (dopo aver acquisito il marchio Sidam), oltre a dispositivi per la neurologia, neurochirurgia e riabilitazione prodotti dalla Natus, multinazionale Usa di cui aveva rilevato nel 2013 la filiale italiana.

La biografia stilata da IlSole24Ore (organo di Confindustria) è ovviamente più empatica, e parla dei ruoli già ricoperti nel “sindacato delle imprese”: “da giugno 2017 è presidente di Assolombarda, l’associazione delle imprese che operano nella città metropolitana di Milano e nelle province di Lodi, Monza e Brianza”. Per chi conosce la storia italiana del dopoguerra, Assolombarda è come “i nazisti dell’Illinois”, per quanto riguarda le relazioni industriali e le pretese nei confronti dei lavoratori dipendenti...

Al contrario dei predecessori (Squinzi e Boccia), è stato “designato” dal Consiglio generale con una maggioranza dei due terzi (120 a 67), segno che i vertici delle imprese italiane confidano molto nella sua “linea politica”, specie di fronte alla catastrofe che si è aperta con la pandemia.

Già come presidente di Assolombarda, infatti, si era distinto per fustigare imparzialmente tutti i governi – quello “giallo-verde” come l’attuale – a botte di “meno burocrazia”, “lasciate fare a noi”, “dateci di più”, “tagliateci le tasse” e altri luoghi comuni della retorica padronale.

Le sue prime dichiarazione da Grande Capo sono in continuità esplicita con il suo stile.

«Dobbiamo metterci immediatamente in condizioni operative tali per affrontare con massima chiarezza ed energia la sfida tremenda che è davanti a noi: continuare a portare la posizione di Confindustria su tutti i tavolo necessari rispetto ad una classe politica che mi sembra molto smarrita in questo momento, che non ha idea della strada che deve percorrere il nostro Paese. Non pensavo di sentire più l’ingiuria che le imprese sono indifferenti alla vita dei propri collaboratori. La politica ci ha esposto ad un pregiudizio fortemente anti-industriale che sta tornando in maniera importante in questo Paese», sull’emergenza lockdown. «Sentire certe affermazioni da parte del sindacato mi ha colpito profondamente. Credo che dobbiamo rispondere con assoluta fermezza».

Come? Incarcerando persino Landini e la Furlan?

Le imprese, al contrario, sanno benissimo dove andare... e lo dicono con esemplare brutalità.

Bisogna riaprire tutte le aziende subito, anche se non è per nulla finita la tremenda “fase 1” dell’epidemia. Il massimo della concessione è puramente verbale (“evitare una seconda ondata di contagio”), ma contraddetta dalla richiesta di riapertura senza limitazione.

Se altri milioni di lavoratori, oltre a quel 55% registrato dall’Istat nel momento di “massimo blocco”, ricominciano a circolare tutti i giorni, prima che il contagio sia stato ridotto entro limiti “controllabili”, è inevitabile che la salute dell’intera popolazione verrà pesantemente compromessa.

Ma chissenefrega, hanno sempre detto dalle parti di Confindustria e a maggior ragione di Assolombarda. Non può essere certo un caso che nessuna area industriale della Lombardia – “feudo” sui cui insiste questo ramo dell’Associazione – sia mai stata dichiarata “zona rossa”. Nemmeno in quelle aree dove il “massacro” è stato particolarmente pesante (la Val Seriana, nella bergamasca, la provincia di Brescia, il cremonese, ecc).

Non che i predecessori al vertice di Via dell’Astronomia siano mai stati “buoni” o particolarmente inclini a mediare (a meno di non esservi costretti da un movimento dei lavoratori molto forte), ma tanta iattanza veniva quantomeno mascherata sotto “buone maniere”.

Con Bonomi, invece, si fa largo un modo di intendere il rapporto tra imprese e “politica” (tutta intera, senza particolari distinzioni, anche se è palese uno strettissimo rapporto di dominanza sulla destra leghista) di assoluto comando.

Qui, forse, diventa necessario sapere chi è Carlo Bonomi e quale storia “imprenditoriale” abbia. Non è impossibile trovare notizie – per lui – sgradevoli, perché la sua resistibile ascesa ai vertici confindustriali non è mai stata accolta con favore da tutto l’ambiente.

Diciamo che fino al 2013 non se ne aveva notizia, secondo un’inchiesta de Gli stati Generali (non un organo “bolscevico”, ma “Un laboratorio innovativo per la comunicazione dove le aziende possano interagire in modo trasparente e governato con i potenziali consumatori e l’opinione pubblica”).

E infatti lo presentano in questo modo quando emerge, nel 2017, come candidato alla presidenza di Assolmbarda: “la storia di Bonomi è invece recentissima e trova la sua cifra nell’audacia finanziaria del private equity applicato al settore biomedicale”.

Segue la ricostruzione delle su “partecipazioni e acquisizioni” per chiarire cosa vada inteso per “audacia finanziaria applicata a...”.

Nel 2013 acquisisce per l’appunto Synopo, filiale italiana di Natus. Due anni dopo “la svolta”, con l’acquisto dell’emiliana Sidam (specializzata proprio in dispositivi monouso o per terapia intensiva). Non lo fa con soldi suoi, ma “grazie ai capitali apportati da Caravaggio Tre srl, che fa capo a Berrier Capital, società di private equity di Vincenzo Alberto Craici”.

Bonomi, nella partecipazione azionaria di Synopo, neanche compare. Per capire il suo ruolo, spiegano, “bisogna risalire di due piani e incrociare due scatole vuote”: Marsupium e Ocean. Solo in quest’ultima, nel 2017, Bonomi risulta essere socio con il 33,3%.

Tradotto dunque in quote della “controllata Synopo”, a quella data, “secondo gli ultimi dati della Camera di Commercio di Milano, il candidato alla presidenza di Assolombarda ha in trasparenza appena il 4,5% dell’azienda che espone sul suo biglietto da visita, la Synopo. Una quota che a monte della piramide societaria corrisponde a un impegno di capitale di soli 31mila euro”.

Con un po’ di buona volontà, la troviamo anche noi, una cifra del genere...

Ocean è una scatola vuotissima. Nel 2014 dichiara ricavi per 1.300 euro, zero l’anno dopo 9.700 nel 2016. Però riesce a finanziare Marsupium con 60.000 euro (54.000 dei quali presi a prestito da ignoti).

Le controllate, invece, sfornano utili interessanti (Sidam nel 2015 presenta utili per 850.000 euro), ma non da “grande impresa”. Anche l’acquisto di Sidam da parte di Synopo, comunque, avviene solo in parte con “mezzi propri” e per la gran parte con il ricorso alla “leva finanziaria”, tanto che fino al 2018 il pacchetto di controllo di Sidam (il 90%) rimane “in pegno” alla Banca popolare di Milano.

Nonostante questo fuoco di sbarramento, che lo dipinge com un “imprenditore anomalo” soprattutto rispetto alla tradizione lombarda, Carlo Bonomi viene eletto alla guida di Assolombarda ed ora dell’associazione nazionale.

Com’è possibile?

Grazie agli sponsor, naturalmente. Che – spiegano sempre Gli stati Generali – sono concentrati intorno alla famiglia Rocca. Ma sì, proprio quella del presidente uscente (di Assolombarda) Gianfelice Rocca, il patron della Tenaris e del gruppo ospedaliero Humanitas.

In altre parole il “clan” di Bergamo, quel blocco di potere che ha opposto feroce resistenza a qualsiasi istituzione di una “zona rossa” nel proprio regno mentre dipendenti, pensionati e cittadini della zona cadevano a centinaia vittime del coronavirus. Tanto loro guadagnavano anche su questa tragedia, controllando l’ospedale privato Humanitas, in cui decine di componenti del personale medico si ammazzavano – non metaforicamente – di lavoro e di Covid-19.

Ecco, personaggi del genere pretendono da oggi anche il comando politico del Paese, come contoterzisti degli “imprenditori veri”, al di sopra e al di là di una “classe politica” perché, tanto, quella che c’è “non ha idea della strada che deve percorrere il nostro Paese”.

Quella per l’inferno.

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08/04/2020

La Regione Lombardia va commissariata

Sono diventati troppi i danni e le responsabilità accumulate in meno di cinquanta giorni dalle autorità della Regione Lombardia per non arrivare alla dovute conseguenze: la cabina di comando della regione focolaio della pandemia di Covid-19 va messa da parte e commissariata.

Il j’accuse dei medici lombardi è stato il documento definitivo, così come lo è il dossier elaborato dalla Usb sulla strage nelle RSA, le case di cura dove gli anziani sono stati lasciati morire come mosche.

Abbiamo assistito ad una vera e propria escalation di deliberazioni prese autonomamente dalla Regione Lombardia, spesso – troppo spesso – in pura competizione mediatica con il governo centrale, che hanno portato alla situazione che tutti conosciamo. E che il “cauto ottimismo” diffuso a piene mani ogni sera, prima dalla Protezione Civile e poi dai telegiornali, non può più occultare.

Non è possibile passare sotto silenzio il fatto che, in Lombardia, le scelte sono state fatte secondo un ordine inversamente proporzionale tra affari e salute: privilegiando i primi a danno della seconda.

Per salvaguardare questa logica, la Giunta regionale lombarda ha usato tutte le possibilità offertegli dalla sciagurata legge costituzionale introdotta nel 2001, che ha consegnato alle regioni ampi poteri; una jattura che gli stessi ambiti politici (Lega e Confindustria del nord) avrebbero voluto ampliare enormemente con l’autonomia differenziata.

Aver preteso di trasformare l’indispensabile “zona rossa”, nei primi e accertati focolai in Lombardia, in una “zona arancione” estesa a tutta la regione, ha reso vano l’obiettivo di circoscrivere subito l’epidemia.

A quel punto, piuttosto che fermare tutto in una zona ristretta, sono state create le condizioni per ritardare ovunque il fermo delle attività produttive non essenziali e per cercare di limitarne al massimo il numero.

Gli strali di Assolombarda e Confindustria contro il blocco delle attività hanno trovato nella Regione Lombardia il loro punto di forza istituzionale, anche nella trattativa con il governo, che alla fine ha colpevolmente capitolato per “rispetto” dei vertici confindustriali.

Ha ceduto sull’elenco delle attività da fermare limitandolo, di fatto, al 36% del totale delle imprese.

Si è trattata di una vergognosa capitolazione dell’esecutivo ai diktat dei “prenditori” italiani, che adesso sono già pronti a battere cassa sui fondi pubblici messi a disposizione dal governo o dalle banche, ma con la copertura pubblica sui prestiti che verranno erogati. Sono già passati da “prima gli italiani” a “prima gli imprenditori”, e senza tanti controlli (“senza burocrazia”, dicono).

Operai, lavoratrici e lavoratori in Lombardia, ma a quel punto anche altrove, hanno continuato ad andare avanti e indietro, con i propri mezzi o i trasporti pubblici, mentre l’emergenza diceva che proprio questo andava evitato.

Ma c’è un altro buco nero che ha svelato il perverso intreccio tra interessi privati, istituzioni lombarde e strutture sanitarie.

Ci riferiamo a quella delibera regionale – la numero XI/2906, dell’8 marzo – che ha “chiesto” lo spostamento di malati di coronavirus nelle Rsa per anziani, contando sul fatto che un eventuale diniego avrebbe potuto magari mettere in discussione i finanziamenti regionali a quegli istituti privati. Le Rsa in Lombardia sono un enorme fattore di business privato.

I fatti sono lì a dimostrare che invece di contenere il virus si sono create le condizioni per un boom di mortalità e contaminazioni.

Infine, è venuta a galla la modalità di azione di un’altra istituzione di quella famigerata sanità privata lombarda – l’Humanitas – principale struttura sanitaria di Bergamo, che ha gli stessi proprietari dell’acciaieria Teneris di Dalmine, nella stessa provincia.

La proprietà – la famiglia Rocca – è stata tra le più intransigenti nel voler tenere aperta la produzione anche nel cuore della Pandemia (il bergamasco).

Non solo. Ha preteso un sovrapprezzo dalla Regione Lombardia, per mettere a disposizione la struttura ospedaliera e sottoponendo a stress inverosimili tutto il personale sanitario.

Infine, ma non per importanza, ci sarebbe da sottolineare l’operazione tentata con l’ospedale d’emergenza alla Fiera di Milano. Nato come esempio di efficienza dell’iniziativa privata lombarda (i grandi donatori come Berlusconi e Caprotti junior) e, con la nomina di un Bertolaso finito rapidamente fuori uso, in aperta competizione con la Protezione Civile nazionale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Insomma le autorità della Regione Lombardia hanno agito in modo apertamente irresponsabile di fronte alla pandemia, ma perfettamente “responsabile” per salvaguardare gli interessi privati dei loro clientes, siano essi industriali o prenditori della sanità privata.

E lo hanno fatto anche a detrimento della salute pubblica. Se fossimo un paese normale, costoro andrebbero immediatamente espropriati dei loro poteri istituzionali, commissariati dal governo centrale e messi in custodia in attesa di un processo.

Nel Codice Penale, c’è un reato per questo. Si tratta dell’art. 438: “Chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni è punito con l’ergastolo”. Il secondo capoverso, che riguarda gli stati d’eccezione (come quello in corso!) prevede addirittura “la pena di morte”.

Diciamo che il commissariamento della Regione Lombardia sarebbe proprio il “minimo sindacale”.

Non pretendiamo neanche che vadano in galera. Basterebbe rinchiuderli alla “Baggina”...

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22/05/2018

Il “Mein Kampf” della borghesia lombarda sul futuro del lavoro


A scorrere le pagine del libro bianco dell’Assolombarda, l’organizzazione dei “prenditori” lombardi, c’è da rabbrividire. E’ fin troppo evidente come ormai le classi dominanti, soprattutto quelle che si sentono integrate nel “nucleo duro” dell’Unione Europea, abbiano perso del tutto ogni freno inibitorio. Il testo integrale del libro titolato “Il futuro del lavoro” potete trovarlo qui: http://www.assolombarda.it/servizi/assistenza-sindacale/documenti/il-futuro-del-lavoro

Su questo testo e sullo spirito che esprime ed incarna vogliamo tornarci sopra perché dà la cifra di come i padroni intendano il futuro del (nostro) lavoro e dei lavoratori. Nel frattempo pubblichiamo un primo commento curato dall’Unione Sindacale di Base che ne ha visionato il testo.

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Con un “libro bianco” di una settantina di pagine Assolombarda, l’associazione dei padroni che si sentono in Europa diretta da Carlo Bonomi, ha descritto quello che dovrà essere il futuro del lavoro, ma non solo.

L’idea, in sé molto semplice, è quella di individuare gli accorgimenti da prendere per poter indirizzare a proprio vantaggio, a vantaggio delle imprese della punta meridionale del triangolo produttivo europeo, le trasformazioni che la tecnologia sforna in continuazione provvedendo a cambiare la realtà e i meccanismi di produzione.

Non è un libro dei sogni, né tantomeno un elenco di desiderata irrealizzabili quello che si propone Assolombarda con il suo libro bianco. Piuttosto, anche per la tempistica con cui è stato editato, fa pensare ad un interessato e un po’ ordinatorio promemoria al prossimo governo che ha, tra i suoi maggiori attori, quella Lega ex nord ma pur sempre molto vicina ai produttori del settentrione.

L’orizzonte è la partecipazione alla competizione internazionale all’interno del polo europeo, e fin qui lo sapevamo tutti, ma anche una lettura della nuova fase di globalizzazione che, esaurito ad esempio l’esperimento della delocalizzazione oggi punta ad un mercato del lavoro interno talmente deregolato da far impallidire i benefici di quella scelta ormai da abbandonare.

Non ci sono più orari di lavoro, non serve più il luogo di lavoro e pertanto non esiste nemmeno più il salario rapportato allo spazio e al tempo in cui il lavoro si dipana. Tutto è legato alla performance, a quanto si produce senza i lacci del tempo e dello spazio. Senza minimamente attardarsi a definire le forme del lavoro, la loro intensità e il loro valore. La discrezionalità di impresa è l’unico parametro possibile.

Ma nel ponderoso studio di Assolombarda e di Adap c’è molto di più, c’è un’idea di società completamente soggetta all’interesse di impresa, dalla scuola delle competenze in cui addirittura si ipotizza che l’alternanza scuola lavoro abbia inizio dalle scuole elementari portando i bambini a visitare le fabbriche o in cui i dirigenti d’azienda debbano avere possibilità di docenza con pari dignità rispetto agli insegnanti fino ad una semplificazione e razionalizzazione del diritto del lavoro “che non sia pregiudizialmente ostile all’impresa”, così seppellendo per sempre la dovuta propensione alla salvaguardia del soggetto debole nelle controversie di lavoro.

Ma ce n’è per il welfare, che viene declinato in tutte le sue forme, da quello aziendale a quello contrattuale, in un’apoteosi destinata a seppellire per sempre il welfare universale; ce n’è per la contrattazione, che non può che essere principalmente, quasi esclusivamente si legge tra le righe, a carattere aziendale; ce n’è per gli ammalati, i cronici, i diversamente abili per i quali bisogna trovare il modo di renderli produttivi; ce n’è per le donne a cui viene proposta la sostituzione della maternità facoltativa con voucher per il pagamento di baby-sitter e asili nido; ce n’è per la rappresentanza dei lavoratori e delle imprese per la cui regolazione serve certamente una legge “...che può essere utile nella misura in cui non sostituisce le parti ma recepisce i loro accordi...”.

Insomma ce n’è per tutti, in un mondo disegnato da loro per conquistare finalmente quello spazio di manovra indispensabile nelle nuove forme del lavoro e nelle pieghe in cui si dipana la fabbrica 4.0 ad accrescere enormemente i loro profitti basati sullo sfruttamento degli uomini e delle risorse del pianeta. C’è da stare attenti. Unione Sindacale di Base

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