Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/08/2020

“Zona rossa” in Val Seriana... Il segreto di Pulcinella

La notizia di ieri è nota:
Il Comitato tecnico scientifico, nella riunione del 3 marzo nella sede della Protezione civile propose di “adottare le opportune misure restrittive già adottate nei Comuni della zona rossa anche in questi due comuni”, ovvero Alzano Lombardo e Nembro e questo “al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue”. Lo si legge nel verbale della riunione reso pubblico dal consigliere regionale della Lombardia Niccolò Carretta che lo scorso 6 aprile ha fatto una richiesta al Pirellone di accesso agli atti riguardo la zona rossa bergamasca.
Ma il governo non la decretò, facendo un’operazione diversa e completamente sbagliata.

Perché fece questa scelta?

Abbiamo detto fin dal primo momento che a “premere” per una misura più “equilibrata” era stata Confindustria, allora ancora guidata da Boccia, ma in cui era già straripante il peso della filiale regionale interessata, Assolombarda (famosa come i “nazisti dell’Illinois”, tra gli imprenditori).

Qualche giorno fa era uscito fuori l’audio del colloquio tra il ministro della Salute, Speranza, e i governatori di Veneto e Lombardia, che certificava un sottile gioco di “scarica-barile”, con Fontana & co. che manifestavano apertamente la propria contrarietà alla chiusura della Val Seriana, ma lasciando anguillescamente al governo la responsabilità di prendere la decisione definitiva.

Il governo, dal canto suo, capiva l’antifona – se i militari avessero bloccato quella ed altre zone dove il contagio era fuori controllo, i governatori e i sindaci della Lega avrebbe fatto fuoco e fiamme; Confindustria l’avrebbe accusato di voler affossare l’economia delle più importanti regioni italiane – e quindi sceglieva la famosa, sempiterna, idiota “via di mezzo”: niente “zona rossa” limitata a dove il contagio c’era, e via alla “zona arancione” per mezza Italia (tutta la Lombardia e altre 14 province).

Senza però alcuna limitazione – per alcuni giorni – alla circolazione delle persone residenti nelle zone ad alto contagio, che infatti percorrevano l’Italia avanti e indietro in cerca di regioni “covid-free”. E quindi “esportando”, in moltissimi casi, il virus in aree che fino a quel momento non erano state contagiate.

Abbiamo sempre ammesso che tra noi non ci sono virologi ed epidemiologi, solo gente che sa usare il cervello. E quindi ci permettiamo di riportare per intero quello che abbiamo detto in medias res. Era l’11 marzo, e non siamo degli indovini...

Il Pil o la vita

di Dante Barontini

Piccolo esercizio matematico: i casi positivi di Covid-19, alla sera di lunedì 10 marzo (10.149), a parità di popolazione tra Italia e Cina, sarebbero stati circa 236.500. Come dovrebbe esser noto, i dati ufficiali di Pechino riferiscono 80.735 casi. Da noi sono dunque il triplo, per ora.

Basterebbe questo per qualificare l’efficacia con cui il governo italiano ha affrontato l’epidemia fin dal suo primo manifestarsi. E naturalmente, al contrario della sua esplosione in Cina, qui il fenomeno era ormai atteso, non ignoto.

Ora si sta discutendo di misure ancora più ferree su tutto il territorio nazionale, ma alcune cose vanno dette subito.

Se tutto il territorio è “zona rossa”, allora non c’è nessuna “zona rossa”

Dal punto di vista sanitario la scelta del governo Conte è completamente inutile, o almeno ampiamente insufficiente, così come tutte quelle precedenti. Per due ordini di motivi.

Il primo, e principale, sta nell’assurda decisione di autorizzare spostamenti e permanenza in spazi chiusi, anche pieni di persone, “per motivi di lavoro”. In questo modo sicuramente il contagio continuerà ad espandersi, con oltre 20 milioni di lavoratori (e dirigenti) che in varia percentuale si infetteranno sul posto di lavoro e poi contageranno la famiglia, in teoria “messa al sicuro” a forza di messaggi “io resto a casa”.

Il secondo, altrettanto importante, era già inserito invece nel decreto di sabato notte, quello che dichiarava “zona rossa” tutta la Lombardia e altre 14 province del centro-nord. Lì, annullando il confinamento delle prime zone ritenute “focolaio” per il numero eccezionale di casi positivi al Covid-19, veniva “liberato” il virus su un’area eccezionalmente vasta.

La logica sanitaria del confinamento è stringente: da, o in, un focolaio nessuno deve uscire o entrare. Se si alza la sbarra prima che “l’influenza” si sia esaurita, si facilita la diffusione del contagio. In un Paese di queste dimensioni, esistono certamente molte zone da “blindare” per un periodo di quarantena e altre di media rischiosità, in cui le misure di profilassi sono meno drastiche. Rendere tutto “uguale” sembra una cosa radicale, ma in realtà rende impossibile dei controlli seri. Ci si affida insomma alla “responsabilità” degli individui, piuttosto che alla gestione generale della situazione secondo un approccio scientifico.

Non è una nostra illazione da profani, ma la critica feroce mossa dal prof. Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano, giustamente considerato uno delle massime autorità tra gli infettivologi italiani. “È una sciocchezza che si apra la zona rossa iniziale. Sono 16 giorni [domenica 8, ndr] dal primo caso in quella zona, ma c’è stato almeno un mese di diffusione dell’infezione, è evidente che ci sono ancora dei problemi e non è finito il tracciare necessario dei contatti. Rimescolare le carte è una mezza follia, non ha senso”.

Con il decreto di lunedì sera, questo errore tragico è stato esteso a tutta l’Italia.

Il Pil o la vita

Se si vuole davvero fermare il contagio, imitando la Cina, bisogna prendere misure politiche di ben altro impatto.

La Cina, a Wuhan e in altre zone, ha chiuso l’attività economica e convinto la gente a restare chiusa in casa, limitando ad un minimo vitale le uscite per gli approvvigionamenti alimentari e medicinali. Laggiù, insomma, “a lavorare” è andato soltanto il personale sanitario, la quota di forze dell’ordine ritenuta necessaria, i lavoratori di alcuni supermercati (riforniti dall’esercito), farmacie e pochi altri servizi indispensabili (rete elettrica, acqua, ecc).

La Cina ha insomma rinunciato volontariamente alla quota di Pil prodotta in quelle zone in alcuni mesi – e Wuhan è la “Detroit cinese”, per la concentrazione di fabbriche automobilistiche – pur di battere in tempi rapidi il virus.

La popolazione e le imprese private hanno “capito” l’impostazione governativa senza troppi sforzi, perché a tutti i soggetti economici è stata garantita la copertura statale delle perdite, salariali o di profitto che siano. Nessun licenziamento, niente “ferie forzate”, tasse bloccate, banche che non chiedono “il rientro” dai prestiti concessi, ecc.

Qui si è invece cercato, stolidamente e fin dall’inizio, di “contemperare” le esigenze sanitarie (chiusura drastica di alcune zone) con la priorità considerata assoluta: continuare a produrre, a qualsiasi costo. Qui il governo ha promesso “aiuti”, con cifre risibili (adesso si comincia a parlare di 10 miliardi, ma si è partiti con 3,6) rispetto alla dimensione del problema. Ma nessuna garanzia per chi stava perdendo il salario o addirittura il posto di lavoro. Senza garantire alle imprese niente altro che i soliti “incentivi”, già dimostratisi inefficaci in situazioni di crisi assai meno drammatiche. La sintesi infelice è in un titolo del Corriere della Sera (“Battere la paura del caos in Borsa: soldi alle imprese, fiducia a famiglie”), dove la differenza di trattamento è esplicita.

Il risultato è facilmente prevedibile: il virus arriverà ovunque, magari un po’ più lentamente grazie allo stop alle manifestazioni pubbliche della movida (ma chi potrà mai limitare quelle private?), e anche il Pil subirà egualmente colpi durissimi.

Chi ha voluto la botte piena e la moglie ubriaca resterà quindi dolorosamente deluso dal calo del Pil. Ma il prezzo del dolore, in massima parte, sarà sulle spalle della popolazione che lavora, tra periodi di malattia, quarantene, ricoveri, morti, perdite di salario o anche del posto.

Una classe politica indecente

Nell’analisi di questa crisi, ripetiamo, occorre separare nettamente – sul piano degli obbiettivi e della logica – l’aspetto sanitario e quello economico, stabilendo una decisa priorità per la salute della popolazione. Se si continua a privilegiare invece la produzione, sarà un disastro. Anche per la produzione.

Possibile che nessuno, tra gli attuali decisori, sia in grado di capirlo?

Vista da fuori le decisioni del governo sembrano la risultante tra almeno tre ordini di mediazioni differenti, in alcuni casi tra interessi apertamente “antagonisti”.

Quella tra scienziati e politici è palese già nella citazione del prof. Galli. Si comprende che gli scienziati stanno prospettando “misure eccezionali”, ma che i politici provvedono a stemperarle, per “salvaguardare la produzione” sotto la pressione di Confindustria e non solo. Invece di aumentare il numero delle zone rosse vere e proprie, per esempio, incrementando anche i controlli per impedire “fughe”, si è preferito allargarle, fino a farle coincidere con tutto il territorio nazionale, rendendole così sanitariamente inutili.

Il secondo ordine riguarda invece i rapporti tra le diverse cordate pomposamente chiamate “partiti”. Qui ormai è stata selezionata una “classetta dirigente” capace di tener d’occhio i sondaggi e gli umori popolari, sparando slogan acchiappeschi a ogni occasione; ma senza più un briciolo di visione autonoma, tantomeno di grande respiro. In questa “classetta” ognuno tiene d’occhio i gruppi di interesse che lo hanno sollevato a un ruolo visibile, e se ne fotte degli interessi generali, perché non è in grado nemmeno di comprenderli.

In questo lugubre gioco si distinguono nettamente i leghisti, vero formicaio impazzito di grida ogni giorno diverse, anzi opposte, col passare delle ore. Si ricorda giustamente il Salvini che passa in due giorni dal “chiudiamo tutto” (intendendo le frontiere, all’inizio della crisi) al “riapriamo tutto” (le attività economiche, anche nelle “zone rosse”).

E si potrebbero citare quei sindaci di paesini che “non trovavano motivo” di veder finire il proprio Comune nella lista delle “zone rosse” neanche quando i loro compaesani finivano uno dietro l’altro in ospedale oppure al cimitero.

O si potrebbero citare Fontana e Zaia, tra sceneggiate con la mascherina e proteste per tre province (venete) messe in lista “rossa”; salvo poi accettare senza fiatare l’estensione a tutto il territorio nazionale.

Ma non è sembrato più brillante, diciamo, quel sindaco piddino di Bologna che domenica “rifletteva” sull’opportunità di chiudere anche la sua città per “solidarietà” con le altre province dell’Emilia Romagna (come se le misure di profilassi sanitaria si potessero valutare col metro della “piacioneria”).

Ora molti di questi personaggetti, sotto la spinta delle notizie tragiche provenienti dagli ospedali, sotto la pressione di imprese locali che scelgono di chiudere temporaneamente i battenti per abbassare i costi vivi, cominciano a chiedere la sospensione anche delle attività produttive. Cosa che fino a qualche ora fa consideravano “una follia”. Ognuno può dunque valutarne la serietà…

A un secolo di distanza, insomma, ci ritroviamo ancora una volta in una “guerra” guidati da generali che ordinano “offensive” ad capocchiam, ognuna più catastrofica della precedente, ma prontissimi a fucilare i propri soldati se non obbediscono a ordini sconclusionati.

La preoccupazione per i conti pubblici

Ma il terzo ordine di mediazioni, altamente presente all’interno della compagine governativa, riguarda la “tenuta dei conti pubblici” alla luce dei trattati di Maastricht. Si capisce, insomma, che il freno tirato sulla chiusura di tutte le attività produttive – il gigantesco “buco” in tutti i vari decreti in materia – dipende in ogni fase dalla discussione con la Commissione Europea sul quanto si possa sforare il deficit rispetto alle prescrizioni/previsioni per l’anno in corso.

È stato fin dall’inizio questo il vero faro nella notte di un governo senza statisti, incapace di decisioni autonome e impossibilitato – per una scelta quasi trentennale che ha prodotto solo disastri – finanche a pensare di rompere alcuni vincoli scritti sulla sabbia.

Fin quando quella scelta – l’adesione all’Unione Europea e al sistema di trattati che ne è derivato – ha inciso molto negativamente sulla capacità di crescita economica del Paese, sulle condizioni di vita e di lavoro della sua popolazione, compresi la perdita di diritti pagati col sangue e salari al di sotto del livello di sopravvivenza, qualcuno poteva forse dire che questo era il prezzo da pagare per diventare liberale come gli altri. Tutti sulla stessa via dell’austerità.

Ora però un’epidemia si sta incaricando di dimostrare che quella scelta è suicida non solo sul piano economico-industriale, ma in senso stretto. Stronca la salute di una popolazione di 60 milioni, determinerà la morte di un numero per ora imprecisabile di persone, riporterà la sua economia indietro di decenni.

Rompere la gabbia, restare vivi

Se vogliamo che questo paese abbia un futuro occorre separare nettamente il momento della lotta al coronavirus da quello del rilancio economico.

Il confinamento del contagio, sull’esempio cinese, impone il fermo di tutte le attività pericolose perché facilitano la diffusione del contagio. Dunque anche le attività economiche.

Per rassicurare tutti – lavoratori ed imprese – che il “fermo” non diventerà l’impossibilità di sopravvivere, lo Stato deve garantire l’erogazione dei salari e il ripiano delle perdite d’impresa per il periodo strettamente necessario a combattere l’epidemia.

Ciò comporta ovviamente una spesa in deficit di dimensioni al momento non precisabili, al livello di un Piano Marshall, ma assolutamente necessaria per restare in vita come Paese, popolo e singoli individui. Si deve fare quel che serve, non quello che ci viene consentito da regole scritte per altre epoche e altri interessi.

Un sistema di alleanze diseguali, di trattati pensati per aumentare la competizione interna anziché la “solidarietà continentale”, non consente questa decisione vitale?

E allora quel sistema va rotto, prima che ci finiamo di rompere tutti noi.

Tra i “meriti” dell’epidemia c’è infatti anche quello di dimostrare che o un sistema economico serve per far star meglio le popolazioni che ci vivono dentro, oppure è bene che venga definitivamente rotto.

È nelle emergenze vere che il vecchio muore e il nuovo prende vita. Il sistema neoliberista sta tirando le cuoia, dall’Europa agli Stati Uniti. È ora di aiutarlo nel trapasso, altrimenti ci trascina tutti a fondo.
Poi, siccome non ci contentiamo di “dire la nostra”, ma vogliamo documentare uno dei momenti più disgraziati della storia recente di questo Paese, vi proponiamo qui di seguito alcuni degli articoli che hanno “colto nel segno”, venendo anche letti da decine di migliaia di persone.

In definitiva: queste “rivelazioni” ci sembrano decisamente la scoperta dell’acqua calda...

Il disastro italiano è un mix tra nazismo imprenditoriale che non ha voluto chiudere nessuna attività fin quando la realtà dei fatti non li ha costretti, servilismo leghista-forzitaliota e paura fottuta del governo Pd-M5S.

Un coacervo di infamia e vigliaccheria che ha prodotto più di 35.000 morti...

E non è affatto finita, come dimostra la curva dei contagi di questi giorni.

P.s. Per aggiornare l'”esercizio aritmetico” dell’11 marzo, oggi in Italia siamo arrivati a contare 250.00 contagiati. In proporzione alla popolazione (tra 22 e 23 volte quella italiana), è come se in Cina ce ne fossero stati 5 milioni e mezzo. Ci sembra un confronto interessante, sull'”efficacia” del “modello italiano” (ed europeo, e occidentale) di contrasto della pandemia. E anche sul piano strettamente economico, il confronto è impietoso...

I link:

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/07/il-privato-e-un-inutile-spreco-che-non-funziona-0124898

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/08/ormai-si-ragiona-come-medici-di-guerra-interventi-solo-su-chi-ha-speranza-di-sopravvivere-0124916

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/09/diretta-dalla-zona-rossa-pardon-arancione-1-0124988

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/09/la-sanita-cattolica-al-tempo-del-convid-19-0124981

https://contropiano.org/interventi/2020/03/09/il-coronavirus-e-noi-0124951

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/10/litalia-diventa-zona-rossa-ma-in-gioco-non-ce-solo-il-contrasto-al-coronavirus-0125044

https://contropiano.org/documenti/2020/03/10/requisire-si-puo-requisire-si-deve-0125008

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/10/coronavirus-la-testimonianza-di-un-medico-di-bergamo-0125011

https://contropiano.org/regionali/lombardia/2020/03/10/fermiamo-gli-sciacalli-le-farmacie-della-lombardia-vendono-mascherine-chirurgiche-a-5-euro-luna-0125019

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/12/scioperi-spontanei-nelle-fabbriche-gli-operai-non-sono-carne-da-macello-0125165

https://contropiano.org/news/lavoro-conflitto-news/2020/03/12/coronavirus-e-sanita-privata-i-comportamenti-inaccettabili-della-fondazione-don-gnocchi-0125135

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/12/pil-vita-governo-conte-sceglie-pil-0125120

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/13/genesi-contagio-e-repressione-delle-rivolte-carcerarie-0125178

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/13/parchi-chiusi-e-fabbriche-aperte-la-sacrosanta-rivolta-operaia-0125189

https://contropiano.org/fattore-k/2020/03/13/coronavirus-e-crisi-di-sistema-0125181

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/14/protocollo-sulla-sicurezza-nei-luoghi-di-lavoro-il-governo-cede-ancora-a-confindustria-0125816

https://contropiano.org/news/lavoro-conflitto-news/2020/03/14/produci-consuma-crepa-la-confindustria-detta-la-linea-0125236

https://contropiano.org/interventi/2020/03/14/coronavirus-limportanza-di-estendere-subito-i-test-0125226

https://contropiano.org/interventi/2020/03/14/coronavirus-limportanza-di-estendere-subito-i-test-0125226

https://contropiano.org/news/politica-news/2020/03/16/in-arrivo-il-decreto-cura-italia-sempre-dalla-stessa-parte-0125340

ecc.

Fonte

26/05/2020

Assassini in uniforme, una piaga che accomuna Giamaica e Brasile

Se gli omicidi extragiudiziali sono più che dimezzati negli ultimi anni in Giamaica, rispetto ai picchi record del passato – circa mille persone uccise durante operazioni di polizia dal 2011 al 2013 – il merito va ripartito tra il nuovo capo della JCF (Jamaica Constabulary Force), ex generale dell’esercito che ha smesso di coprire i giustizieri in divisa, e la Indecom, l’agenzia indipendente che indaga sui “police killings” dal 2010.

La svolta avvenne l’anno scorso, quando per la prima volta una Corte giamaicana emise una sentenza di tre ergastoli contro un agente che aveva freddato 3 persone di fila. E da allora, le condanne sono fioccate, mentre prima i poliziotti sotto inchiesta rimanevano pure in servizio, a volte uccidendo di nuovo.

Eppure tutto ciò rischia di essere vanificato da una Corte inglese, che ha l’ultima parola sulle contese giudiziarie dell’isola, come in epoca coloniale.

Brasile e Giamaica, affinità elettive

Terrence Williams, a capo di Indecom fin dalla nascita dell’agenzia, ha dichiarato che i police killings sono stati soprattutto una tara culturale che affliggeva parte della popolazione, la quale giustificava gli omicidi extragiudiziali come misura necessaria per combattere la delinquenza dilagante. E proprio nel ceto medio-basso, si registrarono i maggiori consensi agli abusi della polizia.

Solo dopo l’assedio di Tivoli Gardens nel 2010, che rase al suolo a colpi di mortaio un’intera comunità senza fare distinzioni tra criminali e popolazione civile, e le successive irruzioni nei ghetti di Kingston – nel 2012 e 2013 furono uccise una media di 30 persone al mese – la tendenza popolare cominciò a cambiare, alla luce dei lutti civili che funestarono l’isola in quel fosco periodo.

Le affinità tra le death squads della JCF e le tropas de elite brasiliane, ricorrono frequenti a livello di metodi e scenografia, se analizziamo le stragi passate.

La caratteristica principale che le accomuna, è quella di giustiziare i sospetti sul posto, magari scambiando rubagalline per soldati dei boss, a volte ammazzando anche civili innocenti che hanno la sventura di trovarsi sulla linea di fuoco, o peggio, confusi con pericolosi ricercati.

Le azioni punitive sono poi la specialità della casa: per vendicare un collega ucciso, si compiono raid nei ghetti e nelle favelas, massacrando a casaccio.

Alcuni “esempi” giamaicani: Braeton Hill, colline di Kingston, anno 2001.

7 teenager schedati, individuati di notte, vennero trucidati uno per uno execution style. Fu freddato anche un reporter che aveva pedinato la squadra, al comando di uno dei truci storici della polizia, Reneto Adams, ex sovrintendente.

Amnesty International contó 38 proiettili, di cui 10 estratti dalla testa dei ragazzi.

Successivamente, durante lo scontro a fuoco con una gang, la squadra di Reneto uccise 21 civili presenti sul posto, mentre i criminali la scamparono.

Marzo 2012, ghetti di Denham Town e Cassava Piece a Kingston: in una settimana le incursioni della JCF stroncarono le vite di due scolarette di 12 e 15 anni, Nicketa Cameron e Vanessa Kirkland. Il taxi che trasportava la seconda, scambiato per l’auto di un ricercato, venne crivellato di colpi.

Solo lo scorso anno, grazie alla nuova tendenza delle Corti, i due agenti che spararono sono stati condannati a 15 anni ciascuno. In quella maledetta settimana, vennero trucidati pure due anziani e una madre di famiglia, e per non farsi mancare niente, una donna incinta che aveva risposto male a un poliziotto.

In Brasile, oltre alle truppe speciali della Polizia Militare – nello stato di Rio denominate Bope (Batalhão de Operações Policiais Especiais) il cui logo Faca na Caveira raffigura un pugnale conficcato in un teschio – allietano il quadro le milizie di vigilantes che in genere provengono dagli stessi reparti, a cui i politici ricorrono per fini personali.

La strage di Osasco e Barueri del 2015 nello Stato di São Paulo, dove furono assassinati 19 pregiudicati prelevati dai bar, fu la classica rappresaglia per vendicare due poliziotti uccisi, perpetrata congiuntamente da miliziani e soldati.

Tre anni dopo, 4 di loro vennero condannati a 600 anni in totale.

L’anno prima a Belém, capitale di Pará, le favelas di Terra Firme, Guamà, e Sideral erano state oggetto di un raid della PM, che ne aveva ammazzati 30, tra cui diversi minorenni.

Dulcis in fundo, stato di Rio de Janeiro: a Itaboraí, lo scorso anno, membri del 35° Battaglione istruirono i miliziani che poi uccisero a sangue freddo 10 persone.

Le videocamere filmarono i partecipanti, e la polizia civile confermò le riprese.

Circa il 77% dei civili ammazzati a Rio sono di colore, sovente minorenni, a volte bambini.

Un’altra affinità tra Giamaica e Brasile è il trucco delle planted weapon: armi lasciate appositamente sul luogo delle stragi, attribuite alle vittime. Indecom riconobbe una pistola ritrovata sul luogo del crimine, come la stessa già usata per una messa in scena precedente.

In Brasile armi e munizioni dei vigilantes provengono spesso dagli stocks della Polizia Federale, che dovrebbe fornirle solo alla PM. Così non fu per la mitraglietta HK MP5 in dotazione del Bope, che venne invece utilizzata per falciare Marielle Franco e il suo autista dai miliziani di Escritório do Crime.

The Privy Council

Il sistema giudiziario in Giamaica è basato sul modello britannico: le Corti sono divise su 4 livelli, partendo dalla Parish Court distrettuale patrocinante cause penali e civili, la Circuit Court che giudica crimini su scala nazionale, la Supreme Court, massimo tribunale, ed infine Court of Appeal, la Corte d’Appello.

Sebbene in Giamaica questa sia l’ultimo grado di giudizio, la sua sentenza può essere ribaltata dal Privy Council, un tribunale con sede a Londra che tuttora rappresenta la Regina in tutte le isole caraibiche del Commonwealth di cui fanno parte anche Belize, Bahamas, Trinidad&Tobago, Grenada, St.Vincent, Antigua, Barbados, Cayman ect.

Nel 2013, un alto ufficiale della JCF aveva presentato ricorso vincente in Corte d’Appello contro il suo arresto da parte di Indecom per ostruzione alle indagini; codesta stabilì che l’agenzia non poteva arrestare un membro della JCF senza avvisare prima il capo della polizia.

Indecom si è rivolta al Privy Council che ha annullato la sentenza, aggiungendo però quanto segue: se pur l’agenzia ha diritto di indagare sui crimini dei poliziotti – omicidi compresi – senza l’obbligo di notifica al Comando, non può più arrestarli, compito che da ora in poi torna in esclusiva alla DPP, l’ufficio del Procuratore Generale, il quale in passato spesso e volentieri ha coperto gli indagati.

È la prima volta in 40 anni che una Corte inglese ribalta una sentenza emessa in Giamaica.

Guarda caso, lo ha fatto adesso che i poliziotti stavano cominciando a pagare per i propri crimini.

Depotenziando in tal modo coloro che hanno sconfitto il terrore in uniforme, Londra decide sul destino della sua ex colonia, in barba all’indipendenza concessa all’isola nel 1962.

Fonte

21/01/2019

Gli assassini sono tra noi

Cosa direste di una persona che, vedendo un criminale gettare un bambino in mare, invece che salvare quel bimbo si metta a litigare sulle responsabilità di chi ha commesso quel gesto, guardandosi bene però dal soccorrere chi affoga.

Direste che è un assassino, altrettanto criminale di colui che ha gettato il bambino in mare.

Questi criminali, questi assassini oggi si chiamano Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Essi hanno deciso che quel bambino debba morire, perché altrimenti tutti si metterebbero a gettare bambini in mare, sicuri che qualcuno li salverà.

Questo folle ragionamento è alla base della decisione di Salvini e Di Maio di lasciar affogare i migranti. È come non soccorrere le vittime di un ponte crollato, perché ci sono state responsabilità della impresa che lo gestiva. Come non fare nulla per i morti sul lavoro, perché vittime del mercato.

Salvini e Di Maio scaricano sulla vittima le colpe di chi la rende tale. E la vittima deve pagare con la vita. È il rifiuto della solidarietà umana nel nome dell’esercizio del potere.

Certo questo rifiuto è di tutti governi della UE, aperti ai ricchi e ai capitali e chiusi alle persone povere. Certo Salvini e Di Maio proseguono e aggravano le leggi del PD e di Minniti, che aveva dato dignità ai tagliagole libici trasformandoli in interlocutori politici. Con il compito di uccidere e schiavizzare i migranti.

Sì il crimine assassino contro i migranti è bipartisan ed europeista. Ma questo non toglie nulla alle responsabilità individuali.

Se aiuti i poveri ti dicono santo, se ti chiedi perché ci siano i poveri ti dicono comunista. Così disse Helder Camara, vescovo brasiliano. A questo possiamo oggi aggiungere che chi afferma di voler combattere la povertà e in realtà combatte ed uccide i poveri, è un criminale assassino. E chi lo sostiene è suo complice, come i bravi cittadini che segnalavano gli ebrei alle SS.

Salvini e Di Maio hanno legittimato la ferocia omicida verso i poveri nel nome della loro politica, hanno coperto questa ferocia con la legalità e hanno autorizzato le persone normali a comportarsi serenamente da mostri.

Gli assassini sono tra noi e non ce ne libereremo se non rovesciando le coscienze e il potere.

Fonte

18/07/2018

Mandanti irresponsabili di bande di assassini travestiti da “marina libica”

Quando il gioco si fa duro, i “guappi di cartone” si sciolgono sotto l’acqua...

Era solo questione di tempo, si sapeva... ma il guaio è successo subito.

Aver delegato alla “guardia costiera libica” il compito di “soccorrere” i gommoni alla deriva diretti verso l’Italia era la classica idea sbagliata che ritorna in faccia come un boomerang.

La “guardia costiera libica” è, nella realtà vera, una milizia teoricamente obbediente al “primo ministro riconosciuto dall’Onu”, Al Serraj. Il quale, di fatto, controlla poco più della città di Tripoli grazie alle truppe e alle navi dell’Occidente. Questa milizia tribale – la struttura sociale libica è fatta di tribù – è stata dotata di qualche guardiacosta di seconda mano regalato dall’Italia per svolgere quella funzione. Considerare questa roba alla stregua di un “esercito regolare” – che pure non è fatto di stinchi di santo – è un insulto all’intelligenza che solo la stampa di regime riesce ad avallare.

E’ successo quindi che una nave della Ong catalana Open Arms (“braccia aperte”) ha ripescato in mare una donna – Josephine – aggrappata a un relitto da due giorni. Insieme a lei due cadaveri, una donna e un bambino. Il racconto dell’unica superstite ha portato Oscar Camps, fondatore di Open Arms, a dire: “La Guardia Costiera libica ha detto di aver intercettato una barca con 158 persone fornendo assistenza medica e umanitaria, ma non hanno detto che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e hanno affondato la nave perché non volevano salire sulle motovedette”. Non volevano tornare in Libia, insomma, ossia dal posto da cui stavano fuggendo; e quindi tre esseri umani sono stati lasciati sui resti di un gommone distrutto deliberatamente, nella convinzione che nessuno mai avrebbe saputo di questo triplice omicidio.

Davanti all’enormità della cosa, il rodomonte che dovrebbe ogni tanto fare il ministro dell’interno non è riuscito a trovare difesa migliore che chiamarla “fake news”. Indifferente al fatto che i testimoni sono numerosi, altamente qualificati, più che attendibili in qualsiasi processo verranno chiamati. Incapace, soprattutto, di affrontare con serietà le conseguenze tragiche delle proprie decisioni (in buona parte ereditate da Marco Minniti e dai governi Pd, peraltro).

Non pago di questa fesseria, il ministro ha voluto far capire senza ombra di dubbio la sua idea di “responsabilità politica”, che non passerebbe al vaglio dell’esame del primo anno di università: “Sfido chiunque a trovare tweet dove invito a lasciar annegare qualcuno a mare, il mio obiettivo è salvare tutti, soccorrere tutti, nutrire tutti, ma evitare che tutti arrivino in Italia”. Come se davvero un ministro di polizia fosse solito dare ordini via tweet invece che per le normali linee di comando ministeriali; o come se davvero un ministro fosse così stupido dal diramare per iscritto un ordine del genere, con la certezza che – prima o poi – quel foglio sarebbe uscito dagli archivi o diventato normalmente consultabile.

Come se, insomma, l’aver delegato una banda tribale ad occuparsi del traffico di esseri umani gestito da un’altra banda tribale – o magari dalla stessa – esentasse il mandante dalle conseguenze tragiche che ne possono derivare. Di esempi potremmo farne a decine (nominare sceriffo il capo di una banda di rapinatori, ecc), ma preferiamo lasciare la parola ad Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale, che era a bordo della nave di Open Arms.

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Omissione di soccorso o naufragio? Sopravvive solo una donna

Annalisa Camilli

Questo articolo fa parte della serie Cronache dal Mediterraneo, il diario di Annalisa Camilli sulla nave impegnata nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo.

È una donna, si chiama Josephine, è originaria del Camerun. È stata trovata a pancia in giù attaccata a una tavola, quello che resta del fondo del gommone su cui viaggiava insieme ad altre decine di persone. Ha aspettato per due giorni che arrivassero i soccorsi, con i vestiti bagnati attaccati alla pelle, poi alle 7.30 di mattina del 17 luglio, dal ponte della nave Open Arms, a 80 miglia dalla Libia, qualcuno ha visto i resti del gommone.

Un soccorritore spagnolo di 25 anni, Javier Filgueira, si è buttato in acqua dalla lancia di soccorso quando ha visto che Josephine poteva essere ancora viva. L’ha raggiunta a nuoto tra i detriti sperando che non fosse uno sforzo inutile. “Quando le ho preso le spalle per girarla speravo con tutto il mio cuore che fosse ancora viva”, racconta Filgueira, un volontario di Madrid, ancora scosso.

“Dopo avermi preso il braccio, non smetteva di toccarmi, di aggrapparsi a me”, racconta il ragazzo. Era viva Josephine e lo ha guardato negli occhi come per supplicarlo, poi gli ha preso il braccio, lo ha stretto. Altri soccorritori sono arrivati a prenderla per trasportarla sul gommone di soccorso. L’hanno sollevata e portata sulla lancia, al sicuro. Almeno lei ce l’ha fatta. Gli occhi di Josephine guardavano nel vuoto, mentre una volontaria le teneva la testa e provava a riscaldarla. È stata portata a bordo della nave spagnola con la diagnosi di ipotermia.

La temperatura del corpo stava scendendo così tanto che se i soccorsi avessero tardato ancora non ce l’avrebbe fatta. Come non ce l’ha fatta un bambino di circa cinque anni che è morto per ipotermia a fianco di una donna, presumibilmente sua madre. Anche lei è stata trovata morta ricurva su una tavola, la pelle delle braccia bruciata dal gasolio fuoriuscito dalle taniche del gommone su cui viaggiavano. Per loro non c’è stato niente da fare. Il corpo del bambino senza vita e quello della donna che gli è stata trovata affianco sono stati portati a bordo della Open Arms e giacciono sulla prua della nave avvolti in due sacchi bianchi. Per la dottoressa di bordo Giovanna Scaccabarozzi la donna era morta da diverse ore mentre il bimbo era deceduto da poco. Nessun dettaglio per il momento su cosa sia successo agli altri passeggeri del gommone.

Omissione di soccorso?

Riccardo Gatti, portavoce dell’organizzazione Proactiva Open Arms, ricorda che il 16 luglio, mentre era al timone del veliero Astral, navigando nel canale di Sicilia, per tutto il giorno ha ascoltato alla radio una conversazione tra un mercantile e la guardia costiera libica, parlavano di due gommoni in difficoltà a circa 80/84 miglia dalle coste libiche.

Il mercantile Triades diceva di essere stato allertato dalla guardia costiera italiana e chiamava la guardia costiera libica per intervenire in soccorso dei gommoni. Le imbarcazioni con i migranti a bordo sembravano partite da Khoms, una città a est di Tripoli. La conversazione tra il mercantile Triades, diretto a Misurata, e la guardia costiera libica è andata avanti per molte ore. I volontari della Open Arms hanno ascoltato la conversazione alla radio.

Poi in serata la guardia costiera libica ha detto al mercantile di ripartire perché sarebbero intervenute le motovedette libiche. “Quello che ipotizziamo è che i libici siano intervenuti, ma non riusciamo a spiegarci cosa sia successo perché abbiamo trovato i resti di un gommone affondato, due morti e solo un sopravvissuto”, dice Gatti. “Non sappiamo che pensare: chi ha distrutto i gommoni in questo modo? E perché queste persone sono state lasciate morire di freddo attaccate a una tavola?”.

Oscar Camps, fondatore dell’organizzazione umanitaria, non ha dubbi: si è trattato di omissione di soccorso, la responsabilità della morte della donna con il bambino è dei libici che hanno rivendicato nelle stesse ore di aver compiuto un salvataggio nella stessa zona e di aver soccorso 158 persone. La guardia costiera libica in un comunicato ha detto di aver intercettato un gommone con 158 persone a bordo più o meno nella stessa zona in cui sono stati trovati i morti e la donna sopravvissuta.

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