I rapporti di forza politici sono cambiati, a quanto pare, anche in ciò che resta del governo.
E Mr. Mojito ha dovuto platealmente cedere, dopo 17 giorni, anche sull’unico argomento rimastogli: lo sbarco del migranti naufraghi raccolti dalla nave catalana Oper Arms.
Il presidente del consiglio Giuseppe Conte aveva infatti scritto una seconda lettera al ministro dell’Interno, ordinando lo sbarco immediato dei 28 minori non accompagnati presenti a bordo.
Confermata la disponibilità di Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Romania e Spagna a suddividere l’accoglienza per tutti i naufraghi, non resta naturalmente più alcuna ragione per costringere 134 persone e l’equipaggio a restare al largo di Lampedusa, in condizioni igieniche-sanitarie al di là di ogni descrizione (come documentato in più video in circolazione).
Il Truce, ormai costretto a recitare una parte che non gli si attaglia più, ha risposto con fare contrariato ma cedevole: «Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della Open Arms. Darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizioni affinché non vengano frapposti ostacoli all’esecuzione di tale tua esclusiva determinazione, non senza ribadirti che continuerò a perseguire in tutte le competenti sedi giurisdizionali l’affermazione delle ragioni di diritto che ho avuto modo di esporti».
Le “ragioni di diritto”, intanto, sono all’esame della procura di Agrigento, che ha acquisito documenti dalla Guardia costiera (alle dipendenze dal ministero dei Trasporti). Il Centro di ricerca e soccorso aveva infatti già inviato al ministero dell’Interno una comunicazione urgente che rivela l’assenza di «impedimenti di sorta» allo sbarco di tutti i migranti a bordo.
Sta per partire anche un’ispezione medica della Sanità Marittima a bordo della nave. Così le ipotesi di reato al vaglio della Procura sono diverse. Una, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, riguarda la Ong che gestisce la nave (ai sensi del “decreto sicurezza” voluto da Salvini, praticamente incostituzionale, sebbene firmato con “rilievi di criticità” dal presidente Mattarella).
L’altro ramo, al momento “contro ignoti”, è stato aperto dopo la denuncia dei legali della Ong e ipotizza il “sequestro di persona, violenza privata e abuso in atti d’ufficio”. Il nome di Mr. Mojito per ora non c’è, ma non è difficile risalire all’unico possibile “indagato”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/08/2019
15/08/2019
Open Arms. Ministri in conflitto sullo sbarco a Lampedusa
L’Ong spagnola Open Arms ferma da 13 giorni davanti a Lampedusa con 147 migranti naufragati a bordo, nei giorni scorsi aveva presentato un ricorso al Tar contro il divieto di sbarco nel porto italiano. “A seguito del ricorso presentato dai nostri legali presso il Tar del Lazio in data 13 agosto 2019 nel quale facevamo presente la violazione delle norme di Diritto Internazionale del mare in materia di soccorso presenti all’interno del Decreto Sicurezza Bis, lo stesso oggi risponde riconoscendo la suddetta violazione nonché la situazione di eccezionale gravità ed urgenza dovuta alla permanenza protratta in mare dei naufraghi a bordo della nostra nave”. A rendere nota la sentenza del Tar è la stessa la ong spagnola annunciando che si dirigerà ora verso “il porto sicuro più vicino” e che non può che essere Lampedusa.
Immediata la reazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale ha annunciato in una diretta Facebook che firmerà subito un provvedimento per impedire lo sbarco della nave. “Pensate in che Paese strano viviamo, un avvocato del Tribunale amministrativo del Lazio vuole dare il permesso di sbarcare a una nave straniera piena di immigrati".
Di avviso completamente diverso da Salvini è però il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la quale non ha firmato il divieto all’ingresso nelle acque territoriali per la Open Arms come chiesto ministro dell’Interno. Lo si apprende da fonti del Viminale, secondo cui “la scelta non sorprende, visto che la titolare della Difesa ha ordinato alle navi della Marina Militare di scortare verso il nostro Paese l’imbarcazione spagnola”.
Infatti due navi della Marina Militare stanno scortando a distanza verso le acque territoriali italiane la Open Arms, che attualmente naviga a tre nodi in direzione di Lampedusa.
Fonte
Immediata la reazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale ha annunciato in una diretta Facebook che firmerà subito un provvedimento per impedire lo sbarco della nave. “Pensate in che Paese strano viviamo, un avvocato del Tribunale amministrativo del Lazio vuole dare il permesso di sbarcare a una nave straniera piena di immigrati".
Di avviso completamente diverso da Salvini è però il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la quale non ha firmato il divieto all’ingresso nelle acque territoriali per la Open Arms come chiesto ministro dell’Interno. Lo si apprende da fonti del Viminale, secondo cui “la scelta non sorprende, visto che la titolare della Difesa ha ordinato alle navi della Marina Militare di scortare verso il nostro Paese l’imbarcazione spagnola”.
Infatti due navi della Marina Militare stanno scortando a distanza verso le acque territoriali italiane la Open Arms, che attualmente naviga a tre nodi in direzione di Lampedusa.
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25/07/2018
I killer prezzolati sulle “unghie rosse di Josephine”
Come tutte le storie di merda, gratti appena un poco ed escono i topi dalle fogne.
Nei giorni scorsi un post fetecchioso pubblicato sul foglio fascista “Il primato nazionale” (ci sono primati da stabilire anche nel peggio, pare...) provava a spiegare che Josephine, la donna sopravvissuta al naufragio del barcone e salvata da una nave dell’ong catalana Open Arms, era stata solo attrice di una recita. L’indizio-chiave? Aveva le unghie laccate di rosso, dunque non poteva essere stata in mare tutto quel tempo. Ergo, tutta una montatura “buonista” per criticare il governo e Salvini...
Post che diventa subito virale, come accade con la peste. Inutilmente i volontari sulla nave spiegano che quello smalto – che appare solo nelle foto scattate qualche ora dopo il salvataggio, non quando la tirano fuori dall’acqua con gli occhi sbarrati dall’orrore – lo avevano messo le donne presenti a bordo, tra i tanti gesti tentati per risollevare un po’ il morale di Josephine. Niente da fare, se aveva lo smalto sulle unghie, quel naufragio non c’è mai stato (e neanche l’altra donna e il bambino ritrovati morti, con tanto di foto e video che inchiodano la verità dei fatti anche nelle menti più ottuse)...
Uno dei migliori giornalisti italiani, ovviamente free lance e precario, si prende la briga di andare a vedere chi è l’autore di quel falso schifoso e lo intervista.
Prima sorpresa, è una donna, più o meno dell’età di Josephine, ma con tutt’altra carriera alle spalle. “Si definisce «ricercatrice indipendente», mai stata giornalista. Studi di economia e un passato nel modo della moda”.
Francesca Totolo – così si chiama questa primatista della bufala razzista – ci tiene persino a “chiarire” che per lei “i migranti sono vittime”, ma siccome su di loro si gioca una guerra di propaganda lei, che si definisce una “patriota”, ha scelto di stare dalla parte schifosa della barricata: quella che mente per professione.
Naturalmente non lo fa gratis, visto che il “Primato nazionale” è uno degli organetti di Casapound. Il cerchio si chiude.
Ci deve essere un motivo se la verità è rivoluzionaria e la menzogna è fascista...
Fonte
Nei giorni scorsi un post fetecchioso pubblicato sul foglio fascista “Il primato nazionale” (ci sono primati da stabilire anche nel peggio, pare...) provava a spiegare che Josephine, la donna sopravvissuta al naufragio del barcone e salvata da una nave dell’ong catalana Open Arms, era stata solo attrice di una recita. L’indizio-chiave? Aveva le unghie laccate di rosso, dunque non poteva essere stata in mare tutto quel tempo. Ergo, tutta una montatura “buonista” per criticare il governo e Salvini...
Post che diventa subito virale, come accade con la peste. Inutilmente i volontari sulla nave spiegano che quello smalto – che appare solo nelle foto scattate qualche ora dopo il salvataggio, non quando la tirano fuori dall’acqua con gli occhi sbarrati dall’orrore – lo avevano messo le donne presenti a bordo, tra i tanti gesti tentati per risollevare un po’ il morale di Josephine. Niente da fare, se aveva lo smalto sulle unghie, quel naufragio non c’è mai stato (e neanche l’altra donna e il bambino ritrovati morti, con tanto di foto e video che inchiodano la verità dei fatti anche nelle menti più ottuse)...
Uno dei migliori giornalisti italiani, ovviamente free lance e precario, si prende la briga di andare a vedere chi è l’autore di quel falso schifoso e lo intervista.
Prima sorpresa, è una donna, più o meno dell’età di Josephine, ma con tutt’altra carriera alle spalle. “Si definisce «ricercatrice indipendente», mai stata giornalista. Studi di economia e un passato nel modo della moda”.
Francesca Totolo – così si chiama questa primatista della bufala razzista – ci tiene persino a “chiarire” che per lei “i migranti sono vittime”, ma siccome su di loro si gioca una guerra di propaganda lei, che si definisce una “patriota”, ha scelto di stare dalla parte schifosa della barricata: quella che mente per professione.
Naturalmente non lo fa gratis, visto che il “Primato nazionale” è uno degli organetti di Casapound. Il cerchio si chiude.
Ci deve essere un motivo se la verità è rivoluzionaria e la menzogna è fascista...
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18/07/2018
Mandanti irresponsabili di bande di assassini travestiti da “marina libica”
Quando il gioco si fa duro, i “guappi di cartone” si sciolgono sotto l’acqua...
Era solo questione di tempo, si sapeva... ma il guaio è successo subito.
Aver delegato alla “guardia costiera libica” il compito di “soccorrere” i gommoni alla deriva diretti verso l’Italia era la classica idea sbagliata che ritorna in faccia come un boomerang.
La “guardia costiera libica” è, nella realtà vera, una milizia teoricamente obbediente al “primo ministro riconosciuto dall’Onu”, Al Serraj. Il quale, di fatto, controlla poco più della città di Tripoli grazie alle truppe e alle navi dell’Occidente. Questa milizia tribale – la struttura sociale libica è fatta di tribù – è stata dotata di qualche guardiacosta di seconda mano regalato dall’Italia per svolgere quella funzione. Considerare questa roba alla stregua di un “esercito regolare” – che pure non è fatto di stinchi di santo – è un insulto all’intelligenza che solo la stampa di regime riesce ad avallare.
E’ successo quindi che una nave della Ong catalana Open Arms (“braccia aperte”) ha ripescato in mare una donna – Josephine – aggrappata a un relitto da due giorni. Insieme a lei due cadaveri, una donna e un bambino. Il racconto dell’unica superstite ha portato Oscar Camps, fondatore di Open Arms, a dire: “La Guardia Costiera libica ha detto di aver intercettato una barca con 158 persone fornendo assistenza medica e umanitaria, ma non hanno detto che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e hanno affondato la nave perché non volevano salire sulle motovedette”. Non volevano tornare in Libia, insomma, ossia dal posto da cui stavano fuggendo; e quindi tre esseri umani sono stati lasciati sui resti di un gommone distrutto deliberatamente, nella convinzione che nessuno mai avrebbe saputo di questo triplice omicidio.
Davanti all’enormità della cosa, il rodomonte che dovrebbe ogni tanto fare il ministro dell’interno non è riuscito a trovare difesa migliore che chiamarla “fake news”. Indifferente al fatto che i testimoni sono numerosi, altamente qualificati, più che attendibili in qualsiasi processo verranno chiamati. Incapace, soprattutto, di affrontare con serietà le conseguenze tragiche delle proprie decisioni (in buona parte ereditate da Marco Minniti e dai governi Pd, peraltro).
Non pago di questa fesseria, il ministro ha voluto far capire senza ombra di dubbio la sua idea di “responsabilità politica”, che non passerebbe al vaglio dell’esame del primo anno di università: “Sfido chiunque a trovare tweet dove invito a lasciar annegare qualcuno a mare, il mio obiettivo è salvare tutti, soccorrere tutti, nutrire tutti, ma evitare che tutti arrivino in Italia”. Come se davvero un ministro di polizia fosse solito dare ordini via tweet invece che per le normali linee di comando ministeriali; o come se davvero un ministro fosse così stupido dal diramare per iscritto un ordine del genere, con la certezza che – prima o poi – quel foglio sarebbe uscito dagli archivi o diventato normalmente consultabile.
Come se, insomma, l’aver delegato una banda tribale ad occuparsi del traffico di esseri umani gestito da un’altra banda tribale – o magari dalla stessa – esentasse il mandante dalle conseguenze tragiche che ne possono derivare. Di esempi potremmo farne a decine (nominare sceriffo il capo di una banda di rapinatori, ecc), ma preferiamo lasciare la parola ad Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale, che era a bordo della nave di Open Arms.
Annalisa Camilli
Questo articolo fa parte della serie Cronache dal Mediterraneo, il diario di Annalisa Camilli sulla nave impegnata nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo.
È una donna, si chiama Josephine, è originaria del Camerun. È stata trovata a pancia in giù attaccata a una tavola, quello che resta del fondo del gommone su cui viaggiava insieme ad altre decine di persone. Ha aspettato per due giorni che arrivassero i soccorsi, con i vestiti bagnati attaccati alla pelle, poi alle 7.30 di mattina del 17 luglio, dal ponte della nave Open Arms, a 80 miglia dalla Libia, qualcuno ha visto i resti del gommone.
Un soccorritore spagnolo di 25 anni, Javier Filgueira, si è buttato in acqua dalla lancia di soccorso quando ha visto che Josephine poteva essere ancora viva. L’ha raggiunta a nuoto tra i detriti sperando che non fosse uno sforzo inutile. “Quando le ho preso le spalle per girarla speravo con tutto il mio cuore che fosse ancora viva”, racconta Filgueira, un volontario di Madrid, ancora scosso.
“Dopo avermi preso il braccio, non smetteva di toccarmi, di aggrapparsi a me”, racconta il ragazzo. Era viva Josephine e lo ha guardato negli occhi come per supplicarlo, poi gli ha preso il braccio, lo ha stretto. Altri soccorritori sono arrivati a prenderla per trasportarla sul gommone di soccorso. L’hanno sollevata e portata sulla lancia, al sicuro. Almeno lei ce l’ha fatta. Gli occhi di Josephine guardavano nel vuoto, mentre una volontaria le teneva la testa e provava a riscaldarla. È stata portata a bordo della nave spagnola con la diagnosi di ipotermia.
La temperatura del corpo stava scendendo così tanto che se i soccorsi avessero tardato ancora non ce l’avrebbe fatta. Come non ce l’ha fatta un bambino di circa cinque anni che è morto per ipotermia a fianco di una donna, presumibilmente sua madre. Anche lei è stata trovata morta ricurva su una tavola, la pelle delle braccia bruciata dal gasolio fuoriuscito dalle taniche del gommone su cui viaggiavano. Per loro non c’è stato niente da fare. Il corpo del bambino senza vita e quello della donna che gli è stata trovata affianco sono stati portati a bordo della Open Arms e giacciono sulla prua della nave avvolti in due sacchi bianchi. Per la dottoressa di bordo Giovanna Scaccabarozzi la donna era morta da diverse ore mentre il bimbo era deceduto da poco. Nessun dettaglio per il momento su cosa sia successo agli altri passeggeri del gommone.
Omissione di soccorso?
Riccardo Gatti, portavoce dell’organizzazione Proactiva Open Arms, ricorda che il 16 luglio, mentre era al timone del veliero Astral, navigando nel canale di Sicilia, per tutto il giorno ha ascoltato alla radio una conversazione tra un mercantile e la guardia costiera libica, parlavano di due gommoni in difficoltà a circa 80/84 miglia dalle coste libiche.
Il mercantile Triades diceva di essere stato allertato dalla guardia costiera italiana e chiamava la guardia costiera libica per intervenire in soccorso dei gommoni. Le imbarcazioni con i migranti a bordo sembravano partite da Khoms, una città a est di Tripoli. La conversazione tra il mercantile Triades, diretto a Misurata, e la guardia costiera libica è andata avanti per molte ore. I volontari della Open Arms hanno ascoltato la conversazione alla radio.
Poi in serata la guardia costiera libica ha detto al mercantile di ripartire perché sarebbero intervenute le motovedette libiche. “Quello che ipotizziamo è che i libici siano intervenuti, ma non riusciamo a spiegarci cosa sia successo perché abbiamo trovato i resti di un gommone affondato, due morti e solo un sopravvissuto”, dice Gatti. “Non sappiamo che pensare: chi ha distrutto i gommoni in questo modo? E perché queste persone sono state lasciate morire di freddo attaccate a una tavola?”.
Oscar Camps, fondatore dell’organizzazione umanitaria, non ha dubbi: si è trattato di omissione di soccorso, la responsabilità della morte della donna con il bambino è dei libici che hanno rivendicato nelle stesse ore di aver compiuto un salvataggio nella stessa zona e di aver soccorso 158 persone. La guardia costiera libica in un comunicato ha detto di aver intercettato un gommone con 158 persone a bordo più o meno nella stessa zona in cui sono stati trovati i morti e la donna sopravvissuta.
Fonte
Era solo questione di tempo, si sapeva... ma il guaio è successo subito.
Aver delegato alla “guardia costiera libica” il compito di “soccorrere” i gommoni alla deriva diretti verso l’Italia era la classica idea sbagliata che ritorna in faccia come un boomerang.
La “guardia costiera libica” è, nella realtà vera, una milizia teoricamente obbediente al “primo ministro riconosciuto dall’Onu”, Al Serraj. Il quale, di fatto, controlla poco più della città di Tripoli grazie alle truppe e alle navi dell’Occidente. Questa milizia tribale – la struttura sociale libica è fatta di tribù – è stata dotata di qualche guardiacosta di seconda mano regalato dall’Italia per svolgere quella funzione. Considerare questa roba alla stregua di un “esercito regolare” – che pure non è fatto di stinchi di santo – è un insulto all’intelligenza che solo la stampa di regime riesce ad avallare.
E’ successo quindi che una nave della Ong catalana Open Arms (“braccia aperte”) ha ripescato in mare una donna – Josephine – aggrappata a un relitto da due giorni. Insieme a lei due cadaveri, una donna e un bambino. Il racconto dell’unica superstite ha portato Oscar Camps, fondatore di Open Arms, a dire: “La Guardia Costiera libica ha detto di aver intercettato una barca con 158 persone fornendo assistenza medica e umanitaria, ma non hanno detto che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e hanno affondato la nave perché non volevano salire sulle motovedette”. Non volevano tornare in Libia, insomma, ossia dal posto da cui stavano fuggendo; e quindi tre esseri umani sono stati lasciati sui resti di un gommone distrutto deliberatamente, nella convinzione che nessuno mai avrebbe saputo di questo triplice omicidio.
Davanti all’enormità della cosa, il rodomonte che dovrebbe ogni tanto fare il ministro dell’interno non è riuscito a trovare difesa migliore che chiamarla “fake news”. Indifferente al fatto che i testimoni sono numerosi, altamente qualificati, più che attendibili in qualsiasi processo verranno chiamati. Incapace, soprattutto, di affrontare con serietà le conseguenze tragiche delle proprie decisioni (in buona parte ereditate da Marco Minniti e dai governi Pd, peraltro).
Non pago di questa fesseria, il ministro ha voluto far capire senza ombra di dubbio la sua idea di “responsabilità politica”, che non passerebbe al vaglio dell’esame del primo anno di università: “Sfido chiunque a trovare tweet dove invito a lasciar annegare qualcuno a mare, il mio obiettivo è salvare tutti, soccorrere tutti, nutrire tutti, ma evitare che tutti arrivino in Italia”. Come se davvero un ministro di polizia fosse solito dare ordini via tweet invece che per le normali linee di comando ministeriali; o come se davvero un ministro fosse così stupido dal diramare per iscritto un ordine del genere, con la certezza che – prima o poi – quel foglio sarebbe uscito dagli archivi o diventato normalmente consultabile.
Come se, insomma, l’aver delegato una banda tribale ad occuparsi del traffico di esseri umani gestito da un’altra banda tribale – o magari dalla stessa – esentasse il mandante dalle conseguenze tragiche che ne possono derivare. Di esempi potremmo farne a decine (nominare sceriffo il capo di una banda di rapinatori, ecc), ma preferiamo lasciare la parola ad Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale, che era a bordo della nave di Open Arms.
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Omissione di soccorso o naufragio? Sopravvive solo una donna
Annalisa Camilli
Questo articolo fa parte della serie Cronache dal Mediterraneo, il diario di Annalisa Camilli sulla nave impegnata nel soccorso dei migranti nel Mediterraneo.
È una donna, si chiama Josephine, è originaria del Camerun. È stata trovata a pancia in giù attaccata a una tavola, quello che resta del fondo del gommone su cui viaggiava insieme ad altre decine di persone. Ha aspettato per due giorni che arrivassero i soccorsi, con i vestiti bagnati attaccati alla pelle, poi alle 7.30 di mattina del 17 luglio, dal ponte della nave Open Arms, a 80 miglia dalla Libia, qualcuno ha visto i resti del gommone.
Un soccorritore spagnolo di 25 anni, Javier Filgueira, si è buttato in acqua dalla lancia di soccorso quando ha visto che Josephine poteva essere ancora viva. L’ha raggiunta a nuoto tra i detriti sperando che non fosse uno sforzo inutile. “Quando le ho preso le spalle per girarla speravo con tutto il mio cuore che fosse ancora viva”, racconta Filgueira, un volontario di Madrid, ancora scosso.
“Dopo avermi preso il braccio, non smetteva di toccarmi, di aggrapparsi a me”, racconta il ragazzo. Era viva Josephine e lo ha guardato negli occhi come per supplicarlo, poi gli ha preso il braccio, lo ha stretto. Altri soccorritori sono arrivati a prenderla per trasportarla sul gommone di soccorso. L’hanno sollevata e portata sulla lancia, al sicuro. Almeno lei ce l’ha fatta. Gli occhi di Josephine guardavano nel vuoto, mentre una volontaria le teneva la testa e provava a riscaldarla. È stata portata a bordo della nave spagnola con la diagnosi di ipotermia.
La temperatura del corpo stava scendendo così tanto che se i soccorsi avessero tardato ancora non ce l’avrebbe fatta. Come non ce l’ha fatta un bambino di circa cinque anni che è morto per ipotermia a fianco di una donna, presumibilmente sua madre. Anche lei è stata trovata morta ricurva su una tavola, la pelle delle braccia bruciata dal gasolio fuoriuscito dalle taniche del gommone su cui viaggiavano. Per loro non c’è stato niente da fare. Il corpo del bambino senza vita e quello della donna che gli è stata trovata affianco sono stati portati a bordo della Open Arms e giacciono sulla prua della nave avvolti in due sacchi bianchi. Per la dottoressa di bordo Giovanna Scaccabarozzi la donna era morta da diverse ore mentre il bimbo era deceduto da poco. Nessun dettaglio per il momento su cosa sia successo agli altri passeggeri del gommone.
Omissione di soccorso?
Riccardo Gatti, portavoce dell’organizzazione Proactiva Open Arms, ricorda che il 16 luglio, mentre era al timone del veliero Astral, navigando nel canale di Sicilia, per tutto il giorno ha ascoltato alla radio una conversazione tra un mercantile e la guardia costiera libica, parlavano di due gommoni in difficoltà a circa 80/84 miglia dalle coste libiche.
Il mercantile Triades diceva di essere stato allertato dalla guardia costiera italiana e chiamava la guardia costiera libica per intervenire in soccorso dei gommoni. Le imbarcazioni con i migranti a bordo sembravano partite da Khoms, una città a est di Tripoli. La conversazione tra il mercantile Triades, diretto a Misurata, e la guardia costiera libica è andata avanti per molte ore. I volontari della Open Arms hanno ascoltato la conversazione alla radio.
Poi in serata la guardia costiera libica ha detto al mercantile di ripartire perché sarebbero intervenute le motovedette libiche. “Quello che ipotizziamo è che i libici siano intervenuti, ma non riusciamo a spiegarci cosa sia successo perché abbiamo trovato i resti di un gommone affondato, due morti e solo un sopravvissuto”, dice Gatti. “Non sappiamo che pensare: chi ha distrutto i gommoni in questo modo? E perché queste persone sono state lasciate morire di freddo attaccate a una tavola?”.
Oscar Camps, fondatore dell’organizzazione umanitaria, non ha dubbi: si è trattato di omissione di soccorso, la responsabilità della morte della donna con il bambino è dei libici che hanno rivendicato nelle stesse ore di aver compiuto un salvataggio nella stessa zona e di aver soccorso 158 persone. La guardia costiera libica in un comunicato ha detto di aver intercettato un gommone con 158 persone a bordo più o meno nella stessa zona in cui sono stati trovati i morti e la donna sopravvissuta.
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