Dopo che a dicembre si era già espresso sospendendo l’ordinanza con la quale Salvini intendeva depotenziare lo sciopero del 13 dicembre, ora il Tar del Lazio ha pronunciato una sentenza di annullamento della stessa ordinanza, dichiarandone l'illegittimità. Con la stessa ordinanza il Tar ha condannato il ministro a pagare le spese legali.
A rendere illegittimo l’intervento di Salvini è stata, in sostanza, l’assenza di fattori straordinari che potessero giustificare l’azione del Ministro, soprattutto in considerazione del giudizio di regolarità dello sciopero espresso dalla Commissione di garanzia. Il potere di precettazione del Ministro può essere esercitato su segnalazione della Commissione “ovvero quando ricorrano condizioni di urgenza e necessità”, recita la sentenza, ma sono proprio queste condizioni a non essersi presentate lo scorso 13 dicembre.
Va ricordato che già nel dicembre del 2023 Salvini aveva precettato uno sciopero nel settore del solo trasporto locale e che in quell’occasione il Tar non aveva riconosciuto la sospensiva. Quando poi il 28 marzo del 2024 aveva riconosciuto l’illegittimità dell’intervento del Ministro, la sentenza era risultata priva di effetti concreti, poiché lo sciopero era stato comunque depotenziato.
È evidente che Salvini sia alla disperata ricerca di visibilità, anche se ultimamente con sempre meno successo. Invece di affrontare i mali strutturali del sistema dei trasporti, sempre più evidenti peraltro, si è lanciato in una crociata contro il diritto di sciopero per ingraziarsi i desiderata delle associazioni padronali. Poiché il lupo perde il pelo ma non il vizio, sicuramente tornerà alla carica, anche perché con i pessimi contratti che si apprestano a firmare tanto nel Tpl come nelle Ferrovie, le ragioni delle proteste aumenteranno.
Sulla sua strada troverà però con ancora più determinazione la nostra organizzazione, che ha già dimostrato di poterlo contrastare efficacemente, senza lasciarsi intimidire dall’azione di un ministro che è andato molto oltre il potere di cui dispone.
Unione Sindacale di Base
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/12/2024
Il Tar dà ragione a Usb, oggi lo sciopero sarà di 24 ore
“Se gli scioperi di un piccolo sindacato producono una grande adesione tra i lavoratori, questo vuol dire che il sindacato così piccolo non è”. (Guido Lutrario, Esecutivo Nazionale Confederale di USB ai microfoni di “Radio anch’io”)
Il TAR del Lazio ha accolto la richiesta di USB di sospendere l’ordinanza di precettazione di Salvini! Oggi lo sciopero è generale, regolare e legittimo e durerà 24 ore anche nei trasporti. Per una volta vincono i lavoratori e vince la democrazia. Smentita l’arroganza del ministro Salvini, oggi sarà una bella giornata per la democrazia.
Il 13 dicembre è giorno di sciopero “generale e generalizzato” indetto da USB con due diverse manifestazioni, una a Milano l’altra a Roma.
L’attenzione mediatica si era andato concentrando sulla precettazione firmata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini che avrebbe voluto ridurre a solo 4 ore l’astensione del lavoro nel trasporto pubblico locale, in quello ferroviario, in quello marittimo oltreché tra i taxi, mentre il trasporto aereo era già stato escluso dai comparti che scenderanno in sciopero.
Ma il Ministro è stato, per così dire, “recidivo ed incurante” rispetto un provvedimento che proprio un anno fa e nello stesso periodo aveva preso, ma a cui il TAR aveva dato torto, facendo rientrare le sanzioni pecuniarie ai lavoratori che avevano disobbedito ad una precettazione illegittima oltre che iniqua.
Ancora una volta, la Commissione di Garanzia non aveva avuto nulla da eccepire sullo sciopero del 13, ed ancora una volta il leader della Lega è voluto intervenire a gamba tesa con un’interpretazione arbitraria delle sue facoltà, non essendovi gravi motivi di pericolo all’orizzonte se non lo shopping natalizio, per chi se lo può permettere, ovviamente.
Dentro questa ennesima forzatura del Ministro possiamo intravedere due ordini di ragioni.
La prima è usare ogni occasione per rilanciare la necessità di cambiare in maniera peggiorativa il quadro giuridico già punitivo che regolamenta il diritto di sciopero, modificando la legge 146/90, di fatto in tandem con l’approvazione del DdL 1660 che fortunatamente sta conoscendo un iter più lungo e travagliato anche grazie ad una robusta opposizione nel Paese.
Bisogna ricordare che, parlando della 146/90, si tratta di una legge, che a differenza della Francia o della Germania, già depotenzia l’azione sindacale e l’impatto che questa potrebbe avere in settori importanti e che nella mente del Ministro vorrebbe fosse estesa ad altri settori e che prevedesse misure ancora più restrittive in ossequio ai nuovi “padroni del vapore”.
La seconda ragione è spostare l’attenzione dalle rivendicazioni sindacali sentite fortemente da larghi strati di lavoratori, su uno scontro tra il Ministro “con il pugno di ferro” ed un’organizzazione sindacale specifica su un settore particolare, la cui azione oggettivamente è più visibile.
Ai microfoni della RAI alla trasmissione Radio Anch’io, il 12 dicembre, è intervenuto Guido Lutrario, richiamando la realtà di una condizione dovuta agli accordi sindacali di CGIL, CISL e UIL di “lavori massacranti a salari da fame”, una situazione che produce scioperi “endemici” e che continueranno, specie con gli accordi che la Triplice più l’UGL hanno da poco firmato.
Questo comportamento di Salvini è indirizzato a “de-responsabilizzare” sé e l’esecutivo da una serie di responsabilità politiche che stanno assumendo la forma di drammatiche urgenze sociali a cui non si vuole prestare orecchio e non si è capaci di dare risposta come certificano i tagli della Legge di Bilancio.
I temi toccati nella piattaforma rivendicativa dell’USB sono tutto meno che corporativi e, tra l’altro, non interessano solo quei numerosi settori interessati ai rinnovi contrattuali (Pubblico Impiego, Metalmeccanici, TPL, Porti, ecc.) con ipotesi di accordi che non garantiscono minimamente incrementi salariali adeguati all’inflazione reale universalmente riscontrabili nel “caro spesa”, nei costi esorbitanti per potere affittare una casa o comprarla, nel conto salato che bisogna pagare per accedere a prestazioni a pagamento in ambito sanitario o più in generale per godere di quei servizi che una volta erano pubblici e gratuiti.
La verità è sotto gli occhi di tutti, i salari ristagnano mentre il costo della vita aumenta, rendendo una parte sempre più crescente di chi ha anche un lavoro a tempo un working poor, mentre condanna all’indigenza chi non riesce ad emergere dalla condizione di precarietà sociale diffusa, incentivata grazie all’abolizione del Reddito di Cittadinanza e dalla mancanza di un salario minimo orario.
L’altro tema fondamentale che vede i suoi drammatici sviluppi è la crisi industriale che riguarda il “cuore” produttivo europeo con il taglio di circa 300 mila posti di lavoro previsto in Francia e la ristrutturazione della Volkswagen in Germania, ed in generale la situazione di tutto il comparto dell’automotive che ha precisi riverberi su tutta la filiera produttiva italiana agganciata ai grandi gruppi europei.
Terzo, la questione della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro in un momento in cui è chiaro che gli infortuni mortali e le stragi non avvengono in realtà produttive di dimensioni ridotte ma all’interno di grandi gruppi che hanno macinato fior di profitti e che manifestamente non hanno investito a sufficienza nella sicurezza.
Ultimo, per così dire, ma non meno importante, la configurazione di una vera e propria economia di guerra in cui si sottraggono risorse economiche al Pubblico – anche rispetto ai rinnovi contrattuali – ed al Welfare, e li si indirizzano alle spese belliche ed al comparto della difesa, incentivando un complesso militare-industriale (a discapito della conversione a fini di pace) e a cui si sta sempre più integrando il sistema della ricerca e della formazione che comunque verrà falcidiato da altri tagli.
La giornata del 13 è un passo importante che va verso la costruzione di un’opposizione sindacale indipendente e confederale ed un passaggio fondamentale per chi intende rafforzare l’ipotesi di un’alternativa politica sia all’attuale esecutivo che al “campo largo”.
Fonte
Il TAR del Lazio ha accolto la richiesta di USB di sospendere l’ordinanza di precettazione di Salvini! Oggi lo sciopero è generale, regolare e legittimo e durerà 24 ore anche nei trasporti. Per una volta vincono i lavoratori e vince la democrazia. Smentita l’arroganza del ministro Salvini, oggi sarà una bella giornata per la democrazia.
Il 13 dicembre è giorno di sciopero “generale e generalizzato” indetto da USB con due diverse manifestazioni, una a Milano l’altra a Roma.
L’attenzione mediatica si era andato concentrando sulla precettazione firmata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini che avrebbe voluto ridurre a solo 4 ore l’astensione del lavoro nel trasporto pubblico locale, in quello ferroviario, in quello marittimo oltreché tra i taxi, mentre il trasporto aereo era già stato escluso dai comparti che scenderanno in sciopero.
Ma il Ministro è stato, per così dire, “recidivo ed incurante” rispetto un provvedimento che proprio un anno fa e nello stesso periodo aveva preso, ma a cui il TAR aveva dato torto, facendo rientrare le sanzioni pecuniarie ai lavoratori che avevano disobbedito ad una precettazione illegittima oltre che iniqua.
Ancora una volta, la Commissione di Garanzia non aveva avuto nulla da eccepire sullo sciopero del 13, ed ancora una volta il leader della Lega è voluto intervenire a gamba tesa con un’interpretazione arbitraria delle sue facoltà, non essendovi gravi motivi di pericolo all’orizzonte se non lo shopping natalizio, per chi se lo può permettere, ovviamente.
Dentro questa ennesima forzatura del Ministro possiamo intravedere due ordini di ragioni.
La prima è usare ogni occasione per rilanciare la necessità di cambiare in maniera peggiorativa il quadro giuridico già punitivo che regolamenta il diritto di sciopero, modificando la legge 146/90, di fatto in tandem con l’approvazione del DdL 1660 che fortunatamente sta conoscendo un iter più lungo e travagliato anche grazie ad una robusta opposizione nel Paese.
Bisogna ricordare che, parlando della 146/90, si tratta di una legge, che a differenza della Francia o della Germania, già depotenzia l’azione sindacale e l’impatto che questa potrebbe avere in settori importanti e che nella mente del Ministro vorrebbe fosse estesa ad altri settori e che prevedesse misure ancora più restrittive in ossequio ai nuovi “padroni del vapore”.
La seconda ragione è spostare l’attenzione dalle rivendicazioni sindacali sentite fortemente da larghi strati di lavoratori, su uno scontro tra il Ministro “con il pugno di ferro” ed un’organizzazione sindacale specifica su un settore particolare, la cui azione oggettivamente è più visibile.
Ai microfoni della RAI alla trasmissione Radio Anch’io, il 12 dicembre, è intervenuto Guido Lutrario, richiamando la realtà di una condizione dovuta agli accordi sindacali di CGIL, CISL e UIL di “lavori massacranti a salari da fame”, una situazione che produce scioperi “endemici” e che continueranno, specie con gli accordi che la Triplice più l’UGL hanno da poco firmato.
Questo comportamento di Salvini è indirizzato a “de-responsabilizzare” sé e l’esecutivo da una serie di responsabilità politiche che stanno assumendo la forma di drammatiche urgenze sociali a cui non si vuole prestare orecchio e non si è capaci di dare risposta come certificano i tagli della Legge di Bilancio.
I temi toccati nella piattaforma rivendicativa dell’USB sono tutto meno che corporativi e, tra l’altro, non interessano solo quei numerosi settori interessati ai rinnovi contrattuali (Pubblico Impiego, Metalmeccanici, TPL, Porti, ecc.) con ipotesi di accordi che non garantiscono minimamente incrementi salariali adeguati all’inflazione reale universalmente riscontrabili nel “caro spesa”, nei costi esorbitanti per potere affittare una casa o comprarla, nel conto salato che bisogna pagare per accedere a prestazioni a pagamento in ambito sanitario o più in generale per godere di quei servizi che una volta erano pubblici e gratuiti.
La verità è sotto gli occhi di tutti, i salari ristagnano mentre il costo della vita aumenta, rendendo una parte sempre più crescente di chi ha anche un lavoro a tempo un working poor, mentre condanna all’indigenza chi non riesce ad emergere dalla condizione di precarietà sociale diffusa, incentivata grazie all’abolizione del Reddito di Cittadinanza e dalla mancanza di un salario minimo orario.
L’altro tema fondamentale che vede i suoi drammatici sviluppi è la crisi industriale che riguarda il “cuore” produttivo europeo con il taglio di circa 300 mila posti di lavoro previsto in Francia e la ristrutturazione della Volkswagen in Germania, ed in generale la situazione di tutto il comparto dell’automotive che ha precisi riverberi su tutta la filiera produttiva italiana agganciata ai grandi gruppi europei.
Terzo, la questione della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro in un momento in cui è chiaro che gli infortuni mortali e le stragi non avvengono in realtà produttive di dimensioni ridotte ma all’interno di grandi gruppi che hanno macinato fior di profitti e che manifestamente non hanno investito a sufficienza nella sicurezza.
Ultimo, per così dire, ma non meno importante, la configurazione di una vera e propria economia di guerra in cui si sottraggono risorse economiche al Pubblico – anche rispetto ai rinnovi contrattuali – ed al Welfare, e li si indirizzano alle spese belliche ed al comparto della difesa, incentivando un complesso militare-industriale (a discapito della conversione a fini di pace) e a cui si sta sempre più integrando il sistema della ricerca e della formazione che comunque verrà falcidiato da altri tagli.
La giornata del 13 è un passo importante che va verso la costruzione di un’opposizione sindacale indipendente e confederale ed un passaggio fondamentale per chi intende rafforzare l’ipotesi di un’alternativa politica sia all’attuale esecutivo che al “campo largo”.
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21/02/2023
La sanità privata ruba i pazienti a quella pubblica
Mentre i lombardi votavano (o non votavano) scegliendo la continuità con un destra-centro per l’ulteriore affossamento della sanità pubblica, Medicina Democratica è andata alla carica per difenderla e mostrare la concretezza della deriva privatistica nella sanità della Lombardia.
Medicina Democratica ha infatti presentato un ricorso al TAR: l’obiettivo è fare chiarezza sulla incredibile vicenda dell’Ospedale privato Multimedica, dove, in base a una denuncia fatta da una dipendente nel corso della trasmissione 37e2, su Radio Popolare, gli operatori del call center vengono premiati se gli utenti accettano di effettuare esami e visite in regime privatistico, anziché nel servizio sanitario pubblico.
“Di fronte al rifiuto da parte di Multimedica di fornire la documentazione richiesta con l’accesso civico agli atti, per fare chiarezza sul grottesco gioco del ‘rubapaziente’ abbiamo deciso di ricorrere al TAR. I cittadini e gli utenti lombardi hanno diritto di conoscere le modalità e gli accordi attraverso i quali il gruppo sanitario Multimedica, con il meccanismo delle premialità economiche concesse ai propri operatori, cerca di massimizzare i profitti: l’obiettivo infatti è spingere gli utenti ad abbandonare il servizio sanitario pubblico per rivolgersi alle loro strutture private”, ha dichiarato Marco Caldiroli presidente di Medicina Democratica.
“Dobbiamo per questo ringraziare – ha aggiunto – gli avvocati Francesco Trebeschi e Federico Randazzo di Brescia per il loro prezioso aiuto nella stesura del ricorso: è indispensabile fermare questa vergognosa procedura e salvaguardare il diritto alla trasparenza e il diritto alla salute!”
La vicenda, come è noto, era emersa durante la puntata del 2 dicembre dello scorso anno della trasmissione “37e2”, condotta da Vittorio Agnoletto su Radio Popolare: “Grazie a una coraggiosa lavoratrice – ha ricordato Agnoletto – abbiamo reso pubblica la decisione di Multimedica di introdurre una ‘premialità’ economica per gli addetti al call center che riescono a ‘portare’ i pazienti dall’agenda pubblica, dove si paga solo il ticket o addirittura l’accesso è gratuito, a quella privata.
Una pratica che non solo conferma l’approccio lombardo ai pazienti trattati come dei ‘clienti’ da contendersi e non come persone con diritti, ma che spiega anche perché non sia stato ancora attivato un vero centro unico di prenotazione che abbia a disposizione tutte le agende sia delle strutture pubbliche e sia di quelle private convenzionate”.
Dopo aver appreso l’inverosimile faccenda del rubapaziente, Medicina Democratica aveva formalmente richiesto a Multimedica, attraverso un “accesso agli atti”, tutta la documentazione necessaria per valutare la situazione. Ma la società ha risposto solo parzialmente e soprattutto ha negato l’accesso proprio ai documenti relativi alle “premialità” in questione. Per questo la decisione di ricorrere al TAR .
“La sanità privata – ha proseguito Marco Caldiroli – approfitta economicamente del suo ruolo di servizio pubblico ma non vuole gli oneri e i doveri che hanno gli enti pubblici. Solo un giudice può restituire ai cittadini il diritto di conoscere le regole e gli interessi economici nascosti di tutti coloro che svolgono un servizio pubblico come la sanità convenzionata“.
Fonte
Medicina Democratica ha infatti presentato un ricorso al TAR: l’obiettivo è fare chiarezza sulla incredibile vicenda dell’Ospedale privato Multimedica, dove, in base a una denuncia fatta da una dipendente nel corso della trasmissione 37e2, su Radio Popolare, gli operatori del call center vengono premiati se gli utenti accettano di effettuare esami e visite in regime privatistico, anziché nel servizio sanitario pubblico.
“Di fronte al rifiuto da parte di Multimedica di fornire la documentazione richiesta con l’accesso civico agli atti, per fare chiarezza sul grottesco gioco del ‘rubapaziente’ abbiamo deciso di ricorrere al TAR. I cittadini e gli utenti lombardi hanno diritto di conoscere le modalità e gli accordi attraverso i quali il gruppo sanitario Multimedica, con il meccanismo delle premialità economiche concesse ai propri operatori, cerca di massimizzare i profitti: l’obiettivo infatti è spingere gli utenti ad abbandonare il servizio sanitario pubblico per rivolgersi alle loro strutture private”, ha dichiarato Marco Caldiroli presidente di Medicina Democratica.
“Dobbiamo per questo ringraziare – ha aggiunto – gli avvocati Francesco Trebeschi e Federico Randazzo di Brescia per il loro prezioso aiuto nella stesura del ricorso: è indispensabile fermare questa vergognosa procedura e salvaguardare il diritto alla trasparenza e il diritto alla salute!”
La vicenda, come è noto, era emersa durante la puntata del 2 dicembre dello scorso anno della trasmissione “37e2”, condotta da Vittorio Agnoletto su Radio Popolare: “Grazie a una coraggiosa lavoratrice – ha ricordato Agnoletto – abbiamo reso pubblica la decisione di Multimedica di introdurre una ‘premialità’ economica per gli addetti al call center che riescono a ‘portare’ i pazienti dall’agenda pubblica, dove si paga solo il ticket o addirittura l’accesso è gratuito, a quella privata.
Una pratica che non solo conferma l’approccio lombardo ai pazienti trattati come dei ‘clienti’ da contendersi e non come persone con diritti, ma che spiega anche perché non sia stato ancora attivato un vero centro unico di prenotazione che abbia a disposizione tutte le agende sia delle strutture pubbliche e sia di quelle private convenzionate”.
Dopo aver appreso l’inverosimile faccenda del rubapaziente, Medicina Democratica aveva formalmente richiesto a Multimedica, attraverso un “accesso agli atti”, tutta la documentazione necessaria per valutare la situazione. Ma la società ha risposto solo parzialmente e soprattutto ha negato l’accesso proprio ai documenti relativi alle “premialità” in questione. Per questo la decisione di ricorrere al TAR .
“La sanità privata – ha proseguito Marco Caldiroli – approfitta economicamente del suo ruolo di servizio pubblico ma non vuole gli oneri e i doveri che hanno gli enti pubblici. Solo un giudice può restituire ai cittadini il diritto di conoscere le regole e gli interessi economici nascosti di tutti coloro che svolgono un servizio pubblico come la sanità convenzionata“.
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09/06/2020
Sulla Regione Lombardia si moltiplicano le bufere
Una sentenza del TAR della Lombardia, emessa in data 8 giugno, ha annullato l’affidamento senza gara deciso dalla regione Lombardia dei test sierologici alla società Diasorin. Inoltre, il TAR ha inviato gli atti alla Corte dei Conti perché valuti l’ipotesi di danno erariale.
Si tratta di una vicenda di cui ci eravamo già occupati, poiché, per l’assegnazione dei test sierologici in Lombardia, l’amministrazione regionale aveva pubblicato l’invito alla “manifestazione d’interesse”, all’inizio di marzo, per poi ritirarla nel giro di 24 ore.
La sentenza del TAR, non a caso, accoglie il ricorso di una ditta concorrente della Diasorin che si era sentita esclusa dalla possibilità di presentare le sue proposte.
La Diasorin ha sviluppato i risultati di una ricerca condotta presso l’Ospedale San Matteo di Pavia, che avrebbe ricevuto l’1% degli introiti della commercializzazione dei test. Proprio per questa ragione il responsabile della virologia del San Matteo aveva dovuto dimettersi dalla commissione di ricerca perché in conflitto d’interessi. Il San Matteo ha annunciato ricorso al Consiglio di Stato.
La vicenda Diasorin ha un significato sanitario e non solo giuridico ed economico, poiché ha rallentato l’esecuzione dei test sierologici in Lombardia, che sono utili per stabilire un quadro epidemiologico della situazione sul territorio.
Nella stessa giornata, la Magistratura ha aperto un’inchiesta, per ora solo conoscitiva, quindi senza imputati e ipotesi di reato, sulla vicenda dei camici che sarebbero stati ordinati dalla Regione per una somma di 513.000 euro a una ditta di proprietà del cognato e della moglie del presidente lombardo Fontana.
Fontana, peraltro, ha ricevuto anche una diffida da parte di Medicina Democratica, che accoglie le proteste di cittadini e cittadine, già apparse sui social, che denunciano la loro prigionia in casa per il sospetto di essere positivi al virus anche per sette od otto settimane, senza che venga loro effettuato un liberatorio tampone.
Questa situazione può compromettere anche il successo della prossima applicazione Immuni poiché molti cittadini potrebbero omettere di segnalare al proprio medico di avere avuto contatti sospetti per evitare di trovarsi confinati in casa nei prossimi mesi di luglio e agosto o peggio.
Infine, Medicina Democratica chiede che il costo dei tamponi, che ogni cittadino lombardo, se desidera averlo, deve pagare privatamente, sia rimborsato dalla Regione e sia incluso nei Livelli Essenziali d’Assistenza.
Fonte
Si tratta di una vicenda di cui ci eravamo già occupati, poiché, per l’assegnazione dei test sierologici in Lombardia, l’amministrazione regionale aveva pubblicato l’invito alla “manifestazione d’interesse”, all’inizio di marzo, per poi ritirarla nel giro di 24 ore.
La sentenza del TAR, non a caso, accoglie il ricorso di una ditta concorrente della Diasorin che si era sentita esclusa dalla possibilità di presentare le sue proposte.
La Diasorin ha sviluppato i risultati di una ricerca condotta presso l’Ospedale San Matteo di Pavia, che avrebbe ricevuto l’1% degli introiti della commercializzazione dei test. Proprio per questa ragione il responsabile della virologia del San Matteo aveva dovuto dimettersi dalla commissione di ricerca perché in conflitto d’interessi. Il San Matteo ha annunciato ricorso al Consiglio di Stato.
La vicenda Diasorin ha un significato sanitario e non solo giuridico ed economico, poiché ha rallentato l’esecuzione dei test sierologici in Lombardia, che sono utili per stabilire un quadro epidemiologico della situazione sul territorio.
Nella stessa giornata, la Magistratura ha aperto un’inchiesta, per ora solo conoscitiva, quindi senza imputati e ipotesi di reato, sulla vicenda dei camici che sarebbero stati ordinati dalla Regione per una somma di 513.000 euro a una ditta di proprietà del cognato e della moglie del presidente lombardo Fontana.
Fontana, peraltro, ha ricevuto anche una diffida da parte di Medicina Democratica, che accoglie le proteste di cittadini e cittadine, già apparse sui social, che denunciano la loro prigionia in casa per il sospetto di essere positivi al virus anche per sette od otto settimane, senza che venga loro effettuato un liberatorio tampone.
Questa situazione può compromettere anche il successo della prossima applicazione Immuni poiché molti cittadini potrebbero omettere di segnalare al proprio medico di avere avuto contatti sospetti per evitare di trovarsi confinati in casa nei prossimi mesi di luglio e agosto o peggio.
Infine, Medicina Democratica chiede che il costo dei tamponi, che ogni cittadino lombardo, se desidera averlo, deve pagare privatamente, sia rimborsato dalla Regione e sia incluso nei Livelli Essenziali d’Assistenza.
Fonte
15/08/2019
Open Arms. Ministri in conflitto sullo sbarco a Lampedusa
L’Ong spagnola Open Arms ferma da 13 giorni davanti a Lampedusa con 147 migranti naufragati a bordo, nei giorni scorsi aveva presentato un ricorso al Tar contro il divieto di sbarco nel porto italiano. “A seguito del ricorso presentato dai nostri legali presso il Tar del Lazio in data 13 agosto 2019 nel quale facevamo presente la violazione delle norme di Diritto Internazionale del mare in materia di soccorso presenti all’interno del Decreto Sicurezza Bis, lo stesso oggi risponde riconoscendo la suddetta violazione nonché la situazione di eccezionale gravità ed urgenza dovuta alla permanenza protratta in mare dei naufraghi a bordo della nostra nave”. A rendere nota la sentenza del Tar è la stessa la ong spagnola annunciando che si dirigerà ora verso “il porto sicuro più vicino” e che non può che essere Lampedusa.
Immediata la reazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale ha annunciato in una diretta Facebook che firmerà subito un provvedimento per impedire lo sbarco della nave. “Pensate in che Paese strano viviamo, un avvocato del Tribunale amministrativo del Lazio vuole dare il permesso di sbarcare a una nave straniera piena di immigrati".
Di avviso completamente diverso da Salvini è però il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la quale non ha firmato il divieto all’ingresso nelle acque territoriali per la Open Arms come chiesto ministro dell’Interno. Lo si apprende da fonti del Viminale, secondo cui “la scelta non sorprende, visto che la titolare della Difesa ha ordinato alle navi della Marina Militare di scortare verso il nostro Paese l’imbarcazione spagnola”.
Infatti due navi della Marina Militare stanno scortando a distanza verso le acque territoriali italiane la Open Arms, che attualmente naviga a tre nodi in direzione di Lampedusa.
Fonte
Immediata la reazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale ha annunciato in una diretta Facebook che firmerà subito un provvedimento per impedire lo sbarco della nave. “Pensate in che Paese strano viviamo, un avvocato del Tribunale amministrativo del Lazio vuole dare il permesso di sbarcare a una nave straniera piena di immigrati".
Di avviso completamente diverso da Salvini è però il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la quale non ha firmato il divieto all’ingresso nelle acque territoriali per la Open Arms come chiesto ministro dell’Interno. Lo si apprende da fonti del Viminale, secondo cui “la scelta non sorprende, visto che la titolare della Difesa ha ordinato alle navi della Marina Militare di scortare verso il nostro Paese l’imbarcazione spagnola”.
Infatti due navi della Marina Militare stanno scortando a distanza verso le acque territoriali italiane la Open Arms, che attualmente naviga a tre nodi in direzione di Lampedusa.
Fonte
30/05/2017
Concorso Beni Culturali: ecco i rilievi del Tar che non avete ancora letto
Non si tratta di un errore burocratico. I rilievi fatti dal Tar del Lazio, in merito al concorso espletato dal Ministero dei Beni Culturali per la nomina dei Direttori dei 20 super musei italiani, non riguardano solo la nazionalità dei concorrenti (all’epoca del bando la legge italiana prevedeva che i dirigenti di Stato fossero di nazionalità italiana e il Ministro Franceschini era tenuto o a rispettare tale legge, oppure a promuoverne la modifica, ma non poteva ignorarla, come ha fatto). Essi fanno emergere almeno altre due questioni di ben altro peso e altra natura.
La prima concerne il fatto che i colloqui orali si sono svolti a porte chiuse e alcuni addirittura via skype, impedendo così la dovuta possibilità di controllo su come si siano realmente svolti tali esami e infrangendo una basilare legge a tutela della trasparenza in democrazia, secondo la quale tutti gli atti di un concorso pubblico devono essere pubblici.
La seconda questione denuncia gravi irregolarità riguardo ai criteri di assegnazione del punteggio. Si legge infatti: “Tali riflessioni, accompagnate dall’oscura circostanza che l’accorpamento con suddivisione in tre sottoclassi del punteggio previsto per il colloquio dei candidati ammessi alla decina è avvenuto ben dopo la individuazione, da parte della commissione di valutazione, dei criteri di assegnazione dei punteggi per le singole voci valutative nelle quali ripartire i 100 punti a disposizione: infatti, mentre (come si è già più volte ricordato) il meccanismo di assegnazione dei punteggi ai titoli presentati dai candidati è stato definito nella seduta della commissione tenutasi il 5 maggio 2015, i criteri di distribuzione dei venti punti (al massimo), da assegnare nel corso dei colloqui a coloro che erano stati selezionati per avere ingresso nella decina sono stati definiti nella seduta dell’11 luglio quando erano già noti i nomi dei candidati scrutinandi”.
In poche parole, quindi, si sono stabilite le regole del gioco a gioco già iniziato e dopo aver saputo quali carte ogni giocatore aveva in mano. Si potrebbe anche dire che se il candidato che si desiderava sostenere avesse inserito in curriculum di aver seguito un corso di danza cubana, sarebbe bastato stabilire che nel colloquio orale le competenze sulla danza cubana valevano il massimo assegnabile, cioè venti punti, per dargli un vantaggio che chiunque altro concorrente difficilmente avrebbe potuto colmare.
Per assurdo, ovvio. Ma qualcosa di non troppo dissimile deve essere pur accaduto, se colui che ha Diretto gli Uffizi per tanti anni senza generale scandalo e senza che mai il Ministero stesso gli avesse rivolto alcuna ammonizione non ha ricevuto nemmeno il punteggio necessario a entrare nella terna da proporre al Ministro e se alcune persone del tutto ignote e con curricula esilissimi o poco pertinenti siano state messe a dirigere istituti di grande peso. Del resto in tutta la lunga e circostanziata sentenza del Tar (che invitiamo a leggere per intero) si palesa lo sconcerto dei giudici di fronte alle modalità non certo chiare con cui si è svolto il concorso in ogni sua fase, ad esempio quando si parla di “...magmatica riconduzione dei 20 punti di massima assegnazione ai candidati della decina ammessi al colloquio...” o di “...illegittimità derivata dalle conclamate patologie che hanno corroso le frazionate procedure selettive...”.
Rimane infine da chiederci come è stato presentato tutto questo dalla stampa. Pressoché all’unanimità con titoli incentrati sullo scandalo che il Tar non permette direttori stranieri per i musei italiani. A parte che il Ministro Franceschini dovrebbe imparare a fare o a farsi fare leggi che non vadano contro quelle già (a torto o a ragione) esistenti, giudichi ognuno dove sta il vero scandalo di questa storia: nella sentenza del Tar, nelle modalità del concorso o nella manipolazione della notizia?
da http://www.perunaltracitta.org
Franca Falletti è nata e vissuta a Firenze. Laureata in Storia dell’Arte medioevale e moderna presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze con Roberto Salvini e Ugo Procacci e perfezionata nella stessa materia e presso la medesima facoltà, ha inizialmente svolto attività di libera professione collaborando con studiosi e Istituzioni nel campo della ricerca, della catalogazione e della didattica. Dal giugno 1980 funzionario direttivo della Soprintendenza per i beni artistici e storici delle province di Firenze, Pistoia e Prato, dal dicembre del 1981 è stata vicedirettrice della Galleria dell’Accademia e dal marzo 1992 Direttrice del medesimo museo fino al 28 febbraio 2013.
Fonte
La prima concerne il fatto che i colloqui orali si sono svolti a porte chiuse e alcuni addirittura via skype, impedendo così la dovuta possibilità di controllo su come si siano realmente svolti tali esami e infrangendo una basilare legge a tutela della trasparenza in democrazia, secondo la quale tutti gli atti di un concorso pubblico devono essere pubblici.
La seconda questione denuncia gravi irregolarità riguardo ai criteri di assegnazione del punteggio. Si legge infatti: “Tali riflessioni, accompagnate dall’oscura circostanza che l’accorpamento con suddivisione in tre sottoclassi del punteggio previsto per il colloquio dei candidati ammessi alla decina è avvenuto ben dopo la individuazione, da parte della commissione di valutazione, dei criteri di assegnazione dei punteggi per le singole voci valutative nelle quali ripartire i 100 punti a disposizione: infatti, mentre (come si è già più volte ricordato) il meccanismo di assegnazione dei punteggi ai titoli presentati dai candidati è stato definito nella seduta della commissione tenutasi il 5 maggio 2015, i criteri di distribuzione dei venti punti (al massimo), da assegnare nel corso dei colloqui a coloro che erano stati selezionati per avere ingresso nella decina sono stati definiti nella seduta dell’11 luglio quando erano già noti i nomi dei candidati scrutinandi”.
In poche parole, quindi, si sono stabilite le regole del gioco a gioco già iniziato e dopo aver saputo quali carte ogni giocatore aveva in mano. Si potrebbe anche dire che se il candidato che si desiderava sostenere avesse inserito in curriculum di aver seguito un corso di danza cubana, sarebbe bastato stabilire che nel colloquio orale le competenze sulla danza cubana valevano il massimo assegnabile, cioè venti punti, per dargli un vantaggio che chiunque altro concorrente difficilmente avrebbe potuto colmare.
Per assurdo, ovvio. Ma qualcosa di non troppo dissimile deve essere pur accaduto, se colui che ha Diretto gli Uffizi per tanti anni senza generale scandalo e senza che mai il Ministero stesso gli avesse rivolto alcuna ammonizione non ha ricevuto nemmeno il punteggio necessario a entrare nella terna da proporre al Ministro e se alcune persone del tutto ignote e con curricula esilissimi o poco pertinenti siano state messe a dirigere istituti di grande peso. Del resto in tutta la lunga e circostanziata sentenza del Tar (che invitiamo a leggere per intero) si palesa lo sconcerto dei giudici di fronte alle modalità non certo chiare con cui si è svolto il concorso in ogni sua fase, ad esempio quando si parla di “...magmatica riconduzione dei 20 punti di massima assegnazione ai candidati della decina ammessi al colloquio...” o di “...illegittimità derivata dalle conclamate patologie che hanno corroso le frazionate procedure selettive...”.
Rimane infine da chiederci come è stato presentato tutto questo dalla stampa. Pressoché all’unanimità con titoli incentrati sullo scandalo che il Tar non permette direttori stranieri per i musei italiani. A parte che il Ministro Franceschini dovrebbe imparare a fare o a farsi fare leggi che non vadano contro quelle già (a torto o a ragione) esistenti, giudichi ognuno dove sta il vero scandalo di questa storia: nella sentenza del Tar, nelle modalità del concorso o nella manipolazione della notizia?
da http://www.perunaltracitta.org
Franca Falletti è nata e vissuta a Firenze. Laureata in Storia dell’Arte medioevale e moderna presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze con Roberto Salvini e Ugo Procacci e perfezionata nella stessa materia e presso la medesima facoltà, ha inizialmente svolto attività di libera professione collaborando con studiosi e Istituzioni nel campo della ricerca, della catalogazione e della didattica. Dal giugno 1980 funzionario direttivo della Soprintendenza per i beni artistici e storici delle province di Firenze, Pistoia e Prato, dal dicembre del 1981 è stata vicedirettrice della Galleria dell’Accademia e dal marzo 1992 Direttrice del medesimo museo fino al 28 febbraio 2013.
Fonte
26/05/2017
Montanari: “Sui musei il pasticcio non è il Tar ma la fretta di Franceschini”
Uno storico dell’arte, Tomaso Montanari, prende parola sul vespaio sollevato da una sentenza del Tar relativa alla nomina di dirigenti stranieri in alcuni importanti musei italiani. Il Tar afferma che quella decisione ha violato la legge esistente e che si è agito con fretta sospetta. L’autore della decisione il ministro Franceschini, insieme al suo sponsor Renzi, evocano l’idea che a questo punto vadano sciolti i Tar e violata la legge piuttosto che “fare brutta figura”. Un rovesciamento di responsabilità che la dice lunga sulla coerenza costituzionale di ministri e dirigenti nel nostro paese. L’unica vera critica al Tar, semmai, è quella di essere stato tardivo nel pronunciarsi. Lo storico dell’arte Tommaso Montanari è sempre stato piuttosto severo con il Ministro dei Beni Culturali. Ma ha ragioni da vendere. E’ sufficiente rammentare il doppio pasticcio sul Colosseo (sia con la generosa concessione ai privati che incassano l’80% degli introiti dei biglietti, sia con lo scippo contro il Comune di Roma), oppure lo scandalo degli “scontrinisti” alla Biblioteca Nazionale, o ancora il generosissimo regime di concessioni ai privati nella gestione dell’immenso, prezioso e pubblico patrimonio museale del nostro paese.
E’ dalla famigerata Legge Ronchey, varata durante il furore privatizzatore e ultraliberista dei governi di metà anni Novanta, che il patrimonio pubblico in materia archeologica, museale e culturale nel nostro paese è stato prima lasciato degradare per poterlo poi privatizzare nei fatti. I benefici che trae il paese si limitano a quelli dei grandi eventi e magari dell’immagine, ma sul piano delle risorse, queste prendono sempre più la strada degli interessi privati piuttosto che distribuirsi nella società.
Sulla questione delle nomine dei direttori dei musei, lasciamo parlare Tommaso Montanari che nel suo blog sull’Huffington Post ha scritto “cose che noi umani dovremmo conoscere”, a fondo.
di Tomaso Montanari
“Vorrei ringraziare sinceramente Dario Franceschini, Matteo Renzi e Andrea Orlando. Le loro dichiarazioni di oggi mi hanno ringiovanito, riportandomi come per incanto all’Italia di vent’anni fa. Quando un pugnace Silvio Berlusconi attaccava frontalmente ogni giudice che gli desse torto, minacciando sfracelli e facendo rivoltare nella tomba il povero Montesquieu, che aveva ben spiegato perché il potere giudiziario, quello legislativo e quello esecutivo dovessero stare ben divisi.
E ora siamo daccapo. Il Tar del Lazio boccia impietosamente la “riforma” dei musei di Franceschini? Renzi tuona su facebook: “Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar!”.
Gli fa eco l’alternativa, cioè Orlando: “I Tar andrebbero cambiati“. E Franceschini si scaglia contro i giudici:“Sono preoccupato per la figura che l’Italia fa nel resto del mondo, e per le conseguenze pratiche perché da oggi alcuni musei sono senza direttore”.
Ma possibile che nessuno di costoro senta invece il bisogno di scusarsi? Di dimostrare un po’ di umiltà, invece di sfoderare una simile arroganza?
Il punto è molto semplice: una legge (non fascista: novellata nel 2001) dice che i posti della dirigenza pubblica sono riservati a chi ha la cittadinanza italiana. Si potrà discutere sulla sua bontà. Io non la trovo insensata: dai dirigenti dipendono molti posti di lavoro, sistemi complessi. In molti casi ci sono in gioco settori strategici. Ed è così in tutti i paesi. Franceschini grida che la National Gallery è diretta da un italiano: ma si dimentica di dire che quell’italiano è cittadino britannico.
E in ogni caso: se a un ministro una legge non piace, può chiedere al Parlamento di cambiarla. E Franceschini aveva i numeri per farlo. Se invece firma un atto che la aggira o peggio la vìola, può capitare che un giudice amministrativo annulli quell’atto. È la democrazia, bellezza! E io me ne sento garantito.
Non sarà il caso di cominciare a dire che non basta fare le cose, ma bisogna anche farle bene? La riforma Madia è stata massacrata dal Consiglio di Stato e dalla Corte Costituzionale, la riforma costituzionale è stata respinta dal popolo italiano: ma non sarebbe stato meglio farle bene, quelle riforme, invece che gridare contro chi ha dovuto constatarne il fallimento? Non è che la figuraccia dell’Italia l’ha causata un ministro incompetente circondato da incapaci?
E poi c’è un punto di merito. Il Tar dice che i colloqui per selezionare i direttori sono stati troppo frettolosi, e sono stati celebrati a porte chiuse. E che dunque i diritti dei concorrenti non sono stati rispettati. Se è vero è una cosa grave. E io so che è vero.
Quel concorso è stato condotto malissimo, ai limiti della farsa, per la stessa ragione per cui Franceschini non ha cambiato la legge: per la maledetta fretta mediatica di poter dire che aveva fatto qualcosa.
La commissione ha avuto (nella migliore delle ipotesi) nove minuti per leggere e valutare ogni curriculum e quindici minuti (questo è un dato ufficiale) per il colloquio che ha deciso la sorte degli Uffizi, o di Capodimonte.
Un elemento di comparazione: per scegliere l’ex direttore della Galleria Estense Davide Gasparotto come curatore della collezione di dipinti, il Getty Museum di Los Angeles ha ritenuto necessari un’intervista preliminare di 2 ore, un colloquio privato col direttore di 2 ore, due visite di tre giorni durante le quali il candidato ha trascorso molto tempo col direttore e il vicedirettore, e poi un lungo colloquio col presidente dei Trustee.
E in questo caso era un direttore di museo che diventava curatore di sezione: mentre noi abbiamo fatto il contrario (abbiamo preso direttori che in quasi tutti i casi non erano mai stati tali, ma al massimo conservatori di sezioni di musei secondari) in un quarto d’ora. La commissione contava solo due tecnici (un archeologo e uno storico dell’arte, entrambi professionalmente non italiani), accanto a una manager museale, a un rappresentante diretto del ministro stesso (l’autore materiale della riforma e consigliere giuridico principale del ministro) e a un presidente non proprio terzo rispetto alle volontà ministeriali (perché contestualmente confermato alla guida della Biennale di Venezia con una deroga alla legislazione vigente decisa dal governo).
Franceschini si trincera dietro i dati dell’affluenza ai musei: che però non dipendono certo dalla sua riforma (o pensiamo che gli australiani vadano gli Uffizi per la riforma Franceschini?), ma dalla congiuntura internazionale legata al terrorismo che vede crollare il turismo in Francia e nel Mediterraneo, e lo spinge nel nostro Paese, ritenuto più sicuro.
E poi: siamo sicuri che i musei si misurino solo con i numeri? A Brera moltissime tavole del Rinascimento hanno subito gravi danni a causa della noncuranza del nuovo direttore. Palazzo Pitti è diventato una cava di opere di pregio concesse in prestito per ragioni politiche, e un set da addii al celibato privati di lusso. Al Palazzo Ducale di Mantova si fa la fiera del mobile. E da nessuna parte si fa più ricerca, cioè non si produce più conoscenza. I musei assomigliano ormai a luna park pregiati: e a rimetterci sono i cittadini comuni, che non hanno molte altre occasioni di crescere culturalmente.
Il prossimo ministro per i Beni culturali dovrà smontare la “riforma” Franceschini pietra per pietra, errore per errore. Questa sentenza del Tar può essere un buon inizio.
Fonte
E’ dalla famigerata Legge Ronchey, varata durante il furore privatizzatore e ultraliberista dei governi di metà anni Novanta, che il patrimonio pubblico in materia archeologica, museale e culturale nel nostro paese è stato prima lasciato degradare per poterlo poi privatizzare nei fatti. I benefici che trae il paese si limitano a quelli dei grandi eventi e magari dell’immagine, ma sul piano delle risorse, queste prendono sempre più la strada degli interessi privati piuttosto che distribuirsi nella società.
Sulla questione delle nomine dei direttori dei musei, lasciamo parlare Tommaso Montanari che nel suo blog sull’Huffington Post ha scritto “cose che noi umani dovremmo conoscere”, a fondo.
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di Tomaso Montanari
“Vorrei ringraziare sinceramente Dario Franceschini, Matteo Renzi e Andrea Orlando. Le loro dichiarazioni di oggi mi hanno ringiovanito, riportandomi come per incanto all’Italia di vent’anni fa. Quando un pugnace Silvio Berlusconi attaccava frontalmente ogni giudice che gli desse torto, minacciando sfracelli e facendo rivoltare nella tomba il povero Montesquieu, che aveva ben spiegato perché il potere giudiziario, quello legislativo e quello esecutivo dovessero stare ben divisi.
E ora siamo daccapo. Il Tar del Lazio boccia impietosamente la “riforma” dei musei di Franceschini? Renzi tuona su facebook: “Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar!”.
Gli fa eco l’alternativa, cioè Orlando: “I Tar andrebbero cambiati“. E Franceschini si scaglia contro i giudici:“Sono preoccupato per la figura che l’Italia fa nel resto del mondo, e per le conseguenze pratiche perché da oggi alcuni musei sono senza direttore”.
Ma possibile che nessuno di costoro senta invece il bisogno di scusarsi? Di dimostrare un po’ di umiltà, invece di sfoderare una simile arroganza?
Il punto è molto semplice: una legge (non fascista: novellata nel 2001) dice che i posti della dirigenza pubblica sono riservati a chi ha la cittadinanza italiana. Si potrà discutere sulla sua bontà. Io non la trovo insensata: dai dirigenti dipendono molti posti di lavoro, sistemi complessi. In molti casi ci sono in gioco settori strategici. Ed è così in tutti i paesi. Franceschini grida che la National Gallery è diretta da un italiano: ma si dimentica di dire che quell’italiano è cittadino britannico.
E in ogni caso: se a un ministro una legge non piace, può chiedere al Parlamento di cambiarla. E Franceschini aveva i numeri per farlo. Se invece firma un atto che la aggira o peggio la vìola, può capitare che un giudice amministrativo annulli quell’atto. È la democrazia, bellezza! E io me ne sento garantito.
Non sarà il caso di cominciare a dire che non basta fare le cose, ma bisogna anche farle bene? La riforma Madia è stata massacrata dal Consiglio di Stato e dalla Corte Costituzionale, la riforma costituzionale è stata respinta dal popolo italiano: ma non sarebbe stato meglio farle bene, quelle riforme, invece che gridare contro chi ha dovuto constatarne il fallimento? Non è che la figuraccia dell’Italia l’ha causata un ministro incompetente circondato da incapaci?
E poi c’è un punto di merito. Il Tar dice che i colloqui per selezionare i direttori sono stati troppo frettolosi, e sono stati celebrati a porte chiuse. E che dunque i diritti dei concorrenti non sono stati rispettati. Se è vero è una cosa grave. E io so che è vero.
Quel concorso è stato condotto malissimo, ai limiti della farsa, per la stessa ragione per cui Franceschini non ha cambiato la legge: per la maledetta fretta mediatica di poter dire che aveva fatto qualcosa.
La commissione ha avuto (nella migliore delle ipotesi) nove minuti per leggere e valutare ogni curriculum e quindici minuti (questo è un dato ufficiale) per il colloquio che ha deciso la sorte degli Uffizi, o di Capodimonte.
Un elemento di comparazione: per scegliere l’ex direttore della Galleria Estense Davide Gasparotto come curatore della collezione di dipinti, il Getty Museum di Los Angeles ha ritenuto necessari un’intervista preliminare di 2 ore, un colloquio privato col direttore di 2 ore, due visite di tre giorni durante le quali il candidato ha trascorso molto tempo col direttore e il vicedirettore, e poi un lungo colloquio col presidente dei Trustee.
E in questo caso era un direttore di museo che diventava curatore di sezione: mentre noi abbiamo fatto il contrario (abbiamo preso direttori che in quasi tutti i casi non erano mai stati tali, ma al massimo conservatori di sezioni di musei secondari) in un quarto d’ora. La commissione contava solo due tecnici (un archeologo e uno storico dell’arte, entrambi professionalmente non italiani), accanto a una manager museale, a un rappresentante diretto del ministro stesso (l’autore materiale della riforma e consigliere giuridico principale del ministro) e a un presidente non proprio terzo rispetto alle volontà ministeriali (perché contestualmente confermato alla guida della Biennale di Venezia con una deroga alla legislazione vigente decisa dal governo).
Franceschini si trincera dietro i dati dell’affluenza ai musei: che però non dipendono certo dalla sua riforma (o pensiamo che gli australiani vadano gli Uffizi per la riforma Franceschini?), ma dalla congiuntura internazionale legata al terrorismo che vede crollare il turismo in Francia e nel Mediterraneo, e lo spinge nel nostro Paese, ritenuto più sicuro.
E poi: siamo sicuri che i musei si misurino solo con i numeri? A Brera moltissime tavole del Rinascimento hanno subito gravi danni a causa della noncuranza del nuovo direttore. Palazzo Pitti è diventato una cava di opere di pregio concesse in prestito per ragioni politiche, e un set da addii al celibato privati di lusso. Al Palazzo Ducale di Mantova si fa la fiera del mobile. E da nessuna parte si fa più ricerca, cioè non si produce più conoscenza. I musei assomigliano ormai a luna park pregiati: e a rimetterci sono i cittadini comuni, che non hanno molte altre occasioni di crescere culturalmente.
Il prossimo ministro per i Beni culturali dovrà smontare la “riforma” Franceschini pietra per pietra, errore per errore. Questa sentenza del Tar può essere un buon inizio.
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06/04/2017
Gasdotto Tap. Il Tar blocca i lavori
Il presidente del Tar del Lazio ha accolto con decreto l'istanza della Regione Puglia per l'annullamento, previa sospensione, delle note del Ministero dell'Ambiente con le quali veniva dichiarata pienamente ottemperata la prescrizione A.44 riferita alla cosiddetta fase 0 dei lavori, autorizzando TAP all'espianto degli ulivi nell'area del cantiere di Melendugno. Il Tar ha sospeso l'efficacia dei provvedimenti in attesa della discussione dell'istanza cautelare fissata per il 19 aprile. Lo comunica la Regione Puglia.
La notizia è stata diffusa dal sindaco di Melendugno, Marco Potì, dietro comunicazione della stessa Regione. Secondo l'interpretazione delle due amministrazioni (regionale e comunale), tale pronuncia significa che i lavori sono sospesi fino all'udienza di merito, fissata per il 18 aprile.
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01/03/2017
Diritto di sciopero. Il Tar ligure annulla l’ordinanza del Prefetto
Il Tar della Liguria ha accolto il ricorso di lavoratori Amt precettati che si erano astenuti dal lavoro fuori dalle regole previste dalla legge sullo sciopero del trasporto pubblico nel novembre 2013. Il Tar ha annullato le ordinanze con cui il Prefetto di Genova li aveva obbligati a garantire l'uscita dei bus pubblici in orari stabiliti, durante 4 giornate di astensione dal lavoro proclamate dai sindacati. "Il Prefetto non può imporre lo svolgimento integrale della prestazione lavorativa, dando così prevalenza assoluta al diritto alla circolazione del servizio e determinando il sostanziale svuotamento del diritto di sciopero. L'omesso preavviso di sciopero sortisce effetti esclusivamente in ambito disciplinare e non si presta a legittimare una compressione totale del diritto allo sciopero". Così il Tar motiva il suo pronunciamento. "Il potere riconosciuto al Prefetto deve essere sempre esercitato nell'ottica di garantire un bilanciamento tra il diritto allo sciopero e i diritti della persona, escludendosi pertanto la legittimità di un provvedimento che neghi l'esercizio del diritto sancito dall'articolo 40 Costituzione".
I lavoratori avevano scioperato egualmente, ed erano stati perciò multati – con le organizzazioni sindacali promotrici – dalla Commissione di garanzia.
La sentenza dunque interrompe bruscamente una tendenza ormai trentennale – da quando è stata costituita la cosiddetta “Commissione di garanzia” sugli scioperi nel settore pubblico – a limitare sempre più drasticamente il diritto di sciopero.
Un tempo infinito che ha fatto sviluppare un senso comune un po’ (molto) reazionario, per cui gli scioperi sono un capriccio che andrebbe limitato al massimo sul piano pratico, fermo restando il “diritto teorico” previsto dalla Costituzione. Il modo di aggirare il dettato costituzionale, infatti, è stato rappresentato proprio dalla “Commissione di garanzia”, che di volta in volta è andata estendendo il numero dei servizi considerati “essenziali”, fin quasi a farli coincidere il servizio “normale”. Insomma: i lavoratori venivano obbligati a lavorare – con tanto di ordinanza prefettizia, come sotto il fascismo – anche nel giorno o nelle ore di sciopero.
Importantissima, in questo senso, la motivazione offerta dal Tar: un diritto (quello degli utenti a muoversi e viaggiare) non può essere stiracchiato dal governo (il Prefetto è il rappresentante dell’esecutivo, sul territorio provinciale) fino ad annullarne un altro (quello di sostenere le proprie ragioni e diritti con l’unico mezzo utilizzabile: lo sciopero).
Fonte
I lavoratori avevano scioperato egualmente, ed erano stati perciò multati – con le organizzazioni sindacali promotrici – dalla Commissione di garanzia.
La sentenza dunque interrompe bruscamente una tendenza ormai trentennale – da quando è stata costituita la cosiddetta “Commissione di garanzia” sugli scioperi nel settore pubblico – a limitare sempre più drasticamente il diritto di sciopero.
Un tempo infinito che ha fatto sviluppare un senso comune un po’ (molto) reazionario, per cui gli scioperi sono un capriccio che andrebbe limitato al massimo sul piano pratico, fermo restando il “diritto teorico” previsto dalla Costituzione. Il modo di aggirare il dettato costituzionale, infatti, è stato rappresentato proprio dalla “Commissione di garanzia”, che di volta in volta è andata estendendo il numero dei servizi considerati “essenziali”, fin quasi a farli coincidere il servizio “normale”. Insomma: i lavoratori venivano obbligati a lavorare – con tanto di ordinanza prefettizia, come sotto il fascismo – anche nel giorno o nelle ore di sciopero.
Importantissima, in questo senso, la motivazione offerta dal Tar: un diritto (quello degli utenti a muoversi e viaggiare) non può essere stiracchiato dal governo (il Prefetto è il rappresentante dell’esecutivo, sul territorio provinciale) fino ad annullarne un altro (quello di sostenere le proprie ragioni e diritti con l’unico mezzo utilizzabile: lo sciopero).
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13/02/2015
Il Tar della Sicilia blocca il Muos
Finalmente una buona notizia, per quanto parziale e momentanea, da uno dei tanti fronti di lotta contro le devastazioni ambientali e la militarizzazione dei territori.
Questa mattina i giudici della prima sezione del Tar di Palermo hanno informato di aver accolto i ricorsi presentati dal comitato regionale di Legambiente e del comitato No Muos contro la realizzazione del Muos, il sistema di comunicazioni satellitari della marina statunitense ormai a buon punto nel territorio di Niscemi, in Sicilia. I magistrati del tribunale regionale hanno accolto i ricorsi ritenendo il sistema pericoloso per la salute dei cittadini che vivono intorno alle mastodontiche installazioni. La sezione del Tar siciliano presieduta da Caterina Criscenti ha pubblicato oggi il dispositivo che origina dall’esame congiunto di cinque diversi ricorsi, presentati nel corso degli ultimi cinque anni. Si tratta dei ricorsi con cui il Comune di Niscemi aveva chiesto l'azzeramento delle autorizzazioni rilasciate oltre tre anni fa dalla Regione per la costruzione dell'impianto satellitare (dichiarato improcedibile), quello del ministero della Difesa contro la revoca delle autorizzazioni e la sospensione dei lavori voluta dalla Regione lo scorso 29 marzo 2013 e il conseguente risarcimento (rigettati dal Tar), quelli di Legambiente e dell'associazione No Muos Sicilia, in cui si chiedeva l'annullamento del provvedimento del 24 luglio 2013, con il quale la Regione revocava i provvedimenti di revoca (la contestatissima retromarcia del governatore Crocetta) delle autorizzazioni ambientali del 29 marzo 2013, e che sono stati invece accolti. Il tribunale ritiene che le installazioni statunitensi siano pericolose per la salute pubblica perché superano la soglia di attenzione fissata per legge delle emissioni elettromagnetiche.
Nella sentenza si legge che lo "studio dell'Istituto Superiore di Sanità costituisce un documento non condiviso da tutti i professionisti che hanno composto il gruppo di lavoro e - fatto ancor più significativo - risulta non condiviso proprio dai componenti designati dalla Regione siciliana, Mario Palermo e Massimo Zucchetti". I due esperti, con una loro autonoma relazione allegata allo studio Iss, evidenziavano che rimangono aperte le valutazioni predittive in campo vicino, per le quali la stessa relazione principale dell'Iss dà atto trattarsi di un campo molto esteso vista la dimensione delle antenne e di non avere a riguardo informazioni specifiche. Inoltre, non sarebbe stata ben indagata nello studio Iss neppure la reale dimensione del rischio alla salute".
I giudici amministrativi prendono in considerazione l’analisi sulla pericolosità del Muos condotta dal professor Marcello D’Amore, verificatore nominato dal Tar dopo il ricorso del Comune di Niscemi, e riconvocato il 16 aprile 2014 «con lo specifico compito - spiegano i magistrati - di integrare la precedente verificazione, estendendola allo studio dell’Istituto superiore di Sanità e alle osservazioni critiche dei due esperti Mario Palermo e Massimo Zucchetti». Secondo i magistrati, «l’Iss si è basato su procedure di calcolo semplificate che non forniscono accettabili indicazioni nell’ottica del caso peggiore. Il verificatore afferma che le problematiche riguardanti la mappa del campo elettromagnetico irradiato dalle parabole satellitari del Muos in asse, fuori asse e in particolare in prossimità del terreno, il livello del campo elettromagnetico irradiato dalle antenne della base Nrtf nel breve e nel lungo periodo, i possibili effetti causati dall’interazione di aeromobili con il fascio del Muos sono trattate rispettivamente dall’Iss, dall’Ispra e dall’Enav in maniera non esaustiva e come tale suscettibile di ulteriori doverosi approfondimenti».
L'impianto, in corso di realizzazione da parte della Marina militare statunitense, inizialmente è stato avversato anche dal presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta, che aveva inizialmente sospeso i lavori, in attesa di un'analisi da parte dell'Iss. Quando l’Iss ha dato parere favorevole all’opera la Regione aveva concesso di nuovo l'autorizzazione all'impianto fra le proteste dei comitati No Muos e di molti elettori dello stesso Crocetta e del Pd.
Fonte
Questa mattina i giudici della prima sezione del Tar di Palermo hanno informato di aver accolto i ricorsi presentati dal comitato regionale di Legambiente e del comitato No Muos contro la realizzazione del Muos, il sistema di comunicazioni satellitari della marina statunitense ormai a buon punto nel territorio di Niscemi, in Sicilia. I magistrati del tribunale regionale hanno accolto i ricorsi ritenendo il sistema pericoloso per la salute dei cittadini che vivono intorno alle mastodontiche installazioni. La sezione del Tar siciliano presieduta da Caterina Criscenti ha pubblicato oggi il dispositivo che origina dall’esame congiunto di cinque diversi ricorsi, presentati nel corso degli ultimi cinque anni. Si tratta dei ricorsi con cui il Comune di Niscemi aveva chiesto l'azzeramento delle autorizzazioni rilasciate oltre tre anni fa dalla Regione per la costruzione dell'impianto satellitare (dichiarato improcedibile), quello del ministero della Difesa contro la revoca delle autorizzazioni e la sospensione dei lavori voluta dalla Regione lo scorso 29 marzo 2013 e il conseguente risarcimento (rigettati dal Tar), quelli di Legambiente e dell'associazione No Muos Sicilia, in cui si chiedeva l'annullamento del provvedimento del 24 luglio 2013, con il quale la Regione revocava i provvedimenti di revoca (la contestatissima retromarcia del governatore Crocetta) delle autorizzazioni ambientali del 29 marzo 2013, e che sono stati invece accolti. Il tribunale ritiene che le installazioni statunitensi siano pericolose per la salute pubblica perché superano la soglia di attenzione fissata per legge delle emissioni elettromagnetiche.
Nella sentenza si legge che lo "studio dell'Istituto Superiore di Sanità costituisce un documento non condiviso da tutti i professionisti che hanno composto il gruppo di lavoro e - fatto ancor più significativo - risulta non condiviso proprio dai componenti designati dalla Regione siciliana, Mario Palermo e Massimo Zucchetti". I due esperti, con una loro autonoma relazione allegata allo studio Iss, evidenziavano che rimangono aperte le valutazioni predittive in campo vicino, per le quali la stessa relazione principale dell'Iss dà atto trattarsi di un campo molto esteso vista la dimensione delle antenne e di non avere a riguardo informazioni specifiche. Inoltre, non sarebbe stata ben indagata nello studio Iss neppure la reale dimensione del rischio alla salute".
I giudici amministrativi prendono in considerazione l’analisi sulla pericolosità del Muos condotta dal professor Marcello D’Amore, verificatore nominato dal Tar dopo il ricorso del Comune di Niscemi, e riconvocato il 16 aprile 2014 «con lo specifico compito - spiegano i magistrati - di integrare la precedente verificazione, estendendola allo studio dell’Istituto superiore di Sanità e alle osservazioni critiche dei due esperti Mario Palermo e Massimo Zucchetti». Secondo i magistrati, «l’Iss si è basato su procedure di calcolo semplificate che non forniscono accettabili indicazioni nell’ottica del caso peggiore. Il verificatore afferma che le problematiche riguardanti la mappa del campo elettromagnetico irradiato dalle parabole satellitari del Muos in asse, fuori asse e in particolare in prossimità del terreno, il livello del campo elettromagnetico irradiato dalle antenne della base Nrtf nel breve e nel lungo periodo, i possibili effetti causati dall’interazione di aeromobili con il fascio del Muos sono trattate rispettivamente dall’Iss, dall’Ispra e dall’Enav in maniera non esaustiva e come tale suscettibile di ulteriori doverosi approfondimenti».
L'impianto, in corso di realizzazione da parte della Marina militare statunitense, inizialmente è stato avversato anche dal presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta, che aveva inizialmente sospeso i lavori, in attesa di un'analisi da parte dell'Iss. Quando l’Iss ha dato parere favorevole all’opera la Regione aveva concesso di nuovo l'autorizzazione all'impianto fra le proteste dei comitati No Muos e di molti elettori dello stesso Crocetta e del Pd.
Fonte
30/10/2014
Napoli. Il Tar reintegra De Magistris
Il Tar, sul ricorso presentato da Luigi de Magistris, ha deciso di inviare gli atti alla Consulta per non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli articoli 10 e 11 del decreto legislativo 235 (la cosiddetta "legge Severino") e ha sospeso l'efficacia del provvedimento che sospendeva il sindaco di Napoli dalle sue funzioni fino alla Camera di Consiglio successiva alla decisione della Consulta.
Di fatto la sentenza appena emessa dal Tar annulla la sospensione scattata il primo ottobre scorso dopo la condanna in primo grado nel caso Why Not e reintegra Luigi De Magistris nella carica di sindaco del capoluogo partenopeo.
Mentre scriviamo il sindaco ha già ripreso possesso dei suoi uffici e sta incontrando gli assessori.
Leggi: Contropiano intervista De Magistris
La sentenza, tra l'altro, sconvolge i piani per l’elezione del Consiglio metropolitano, in programma domenica prossima nel capoluogo partenopeo. A questo punto parteciperà anche De Magistris, che era stato escluso in precedenza - dall'Ufficio elettorale provinciale - dalla lista dei 156 "grandi elettori" in seguito alla sospensione dalle funzioni di primo cittadino. E' immaginabile che molti equilibri possano a questo punto venir destabilizzati.
I giornali di destra, infatti, sono subito partiti all'attacco sfoderando - loro, stavolta - tutto l'armamentario "manettaro".
Ma in ogni caso il provvedimento del Tar non si estende quindi ai commi 19 e 20 della legge, i quali prevedono che "il sindaco metropolitano è di diritto il sindaco del Comune capoluogo". In pratica, De Magistris non potrà ricoprire automaticamente quella carica.
Fonte
Di fatto la sentenza appena emessa dal Tar annulla la sospensione scattata il primo ottobre scorso dopo la condanna in primo grado nel caso Why Not e reintegra Luigi De Magistris nella carica di sindaco del capoluogo partenopeo.
Mentre scriviamo il sindaco ha già ripreso possesso dei suoi uffici e sta incontrando gli assessori.
Leggi: Contropiano intervista De Magistris
La sentenza, tra l'altro, sconvolge i piani per l’elezione del Consiglio metropolitano, in programma domenica prossima nel capoluogo partenopeo. A questo punto parteciperà anche De Magistris, che era stato escluso in precedenza - dall'Ufficio elettorale provinciale - dalla lista dei 156 "grandi elettori" in seguito alla sospensione dalle funzioni di primo cittadino. E' immaginabile che molti equilibri possano a questo punto venir destabilizzati.
I giornali di destra, infatti, sono subito partiti all'attacco sfoderando - loro, stavolta - tutto l'armamentario "manettaro".
Ma in ogni caso il provvedimento del Tar non si estende quindi ai commi 19 e 20 della legge, i quali prevedono che "il sindaco metropolitano è di diritto il sindaco del Comune capoluogo". In pratica, De Magistris non potrà ricoprire automaticamente quella carica.
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