Siamo da sempre impegnati nei movimenti per la casa e in difesa attiva delle occupazioni degli immobili.
Nell’occuparci dunque della “minaccia di sgombero” di Casapound dal lussuoso palazzo di via Napoleone III a Roma, a 100 metri dalla stazione Termini, l’unico aspetto che vogliamo tralasciare è proprio l’”occupazione abusiva”. Sappiamo benissimo che gli sgomberi riguardano soprattutto famiglie realmente senza casa e con redditi insufficienti (quando pure ci sono), oppure gli spazi sociali che offrono servizi ai quartieri circostanti.
Non a caso, il prefetto di Roma a suo tempo nominato da Salvini, Gerarda Pantalone, ha continuato a cercare di proteggere i “fascisti del terzo millennio” obiettando a Virginia Raggi che prima di loro ci sono almeno altri 30 sgomberi da effettuare.
Il primo di quella famosa lista che gira ormai da anni è stato effettuato nel quartiere di Primavalle, a danno di famiglie davvero in “emergenza abitativa”, con scene tali da far intervenire anche il Vaticano e quindi, solo su quella scia, Pd e altre forze. Da lì in poi, la raffica di sgomberi si è fermata. E dunque che il prefetto di Roma metta CasaPound in “trentunesima posizione” equivale a dire “io non li sgombererò mai”.
Del resto, la “protezione” statale sui fascisti è cosa antica, praticamente mai cessata in tutta la storia repubblicana. I più anziani ricordano per esempio le “difficoltà” della Procura di Roma, in cui aveva una posizione dominante il giudice Alibrandi, ad indagare sui terroristi dei Nar (in cui aveva una posizione dominante il figlio Alessandro Alibrandi, poi morto in uno scontro a fuoco casuale con la polizia). Ma potremmo andare avanti all’infinito, prima e dopo Piazza Fontana...
La stessa Procura (tramite il Gip), in questi giorni, ha emesso un decreto di sequestro preventivo in relazione all’inchiesta della Procura per associazione a delinquere finalizzata all’istigazione razziale. Il che non c’entra granché con l’“occuazione abusiva” e molto, invece, con la natura dell’associazione fascista.
I cui membri risultano tutti piuttosto “messi bene” quanto a redditi, anche tra i residenti che si autodichiarano in “emergenza abitativa”. Metà di loro sono infatti dipendenti pubblici, con il normale stipendio dei dipendenti pubblici (non clamorosi, ma certo non da costringere ad occupare una casa...), mentre altri lavorano in un noto ristorante romano – “da Angelino” – di proprietà della moglie di Gianluca Iannone, uno dei capimanipolo fascisti.
Come scrive Il Fatto, “La guardia di finanza ha consegnato al procuratore generale della Corte dei Conti, Andrea Lupi, un elenco di 16 nomi. Fra questi ci sono due dipendenti del ministero Economia e Finanze, ente proprietario dell’immobile. La prima, D.D.G., è una donna di 41 anni impiegata presso la Direzione centrale sistemi informativi e innovazione, che fra il 2014 e il 2017 ha dichiarato un reddito imponibile di Latina di circa 17mila euro; la seconda S.G., invece è un’altra 41enne, che lavora alla Ragioneria territoriale dello Stato ma che nel 2017 ha dichiarato solo 11mila euro di reddito. C’è anche F.C., dipendente del Policlinico Gemelli di Roma e uno stipendio medio annuo di 20mila euro.
Poi ci sono i dipendenti di Regione Lazio e Comune di Roma. D.N., impiegato 54enne di LazioCrea Spa, con 19mila euro di imponibile, è sposato con E.C., dipendente della municipalizzata capitolina Zetema, 17mila euro di reddito. Sempre in Zetema lavora M.C., 17mila euro annui. Sabrina Properzi, invece, è una dipendente Cotral, la società dei trasporti della Regione Lazio. Nel 2016 è stata candidata al Comune di Roma nelle liste della tartaruga frecciata: dichiara in media 27mila euro l’anno, mille euro in più del marito, che lavora sempre in Cotral. Dipendente diretta del Comune di Roma è invece S.C., con uno stipendio medio annuo imponibile che si attesta sui 22mila euro.”
Due cose da notare. La prima è che stare in un’occupazione è per questa gente solo un modo di risparmiare su affitto o mutuo, senza che ci sia un “bisogno” non risolvibile altrimenti. La seconda è che le “competenze” dei “dipendenti pubblici” fascisti hanno consentito di mettere in piedi una serie di trucchi per evitare che arrivassero bollette da pagare, che diverse denunce venissero archiviate, ecc.
Protezioni politiche, “internità” a diversi uffici pubblici e quindi anche “un occhio di riguardo” da parte di certi “dirigenti”, hanno costituito per anni una solida difesa di questo gruppazzo di picchiatori ben remunerati.
Che, ricordiamo, andrebbero messi fuorilegge per rispetto della Costituzione e ai sensi della “legge Mancino”, che vietano la “ricostituzione del partito fascista” in ogni sua forma. Perché il fascismo è un crimine, non un’“opinione” tra le altre.
Ma su questo punto, le “autorità” fanno da sempre orecchia da mercante. Preferendo blandire picchiatori da utilizzare alla bisogna...
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/06/2020
24/04/2020
Prefetti della Repubblica o prefetti della Confindustria?
Nella diretta Diario dalla Zona Rossa abbiamo raccolto denunce gravissime sul comportamento dei prefetti, rispetto al compito ad essi assegnato di vigilare sulla correttezza della chiusura e dell’apertura delle fabbriche.
A La Spezia l’autorità prefettizia ha imposto il lavoro in tutte le fabbriche d’armi senza alcuna verifica sulla sicurezza del lavoro.
A Taranto alla ex Ilva la stessa autorità ha imposto la produzione con 5.000 operai, quando Arcelor si era detta disponibile a ridurre le presenze a 3.000.
Infine a Treviso, di fronte alla richiesta di Electrolux di riprendere la produzione, il prefetto ha telefonato alla Confindustria locale per dire che avrebbero dovuto decidere loro, rifiutandosi di scrivere alcunché.
Ovunque, le imprese a migliaia si sono autocertificate come essenziali e sicure e hanno ripreso la produzione senza che un solo prefetto decidesse di procedere a controlli né tantomeno a divieti.
Ovunque i prefetti della Repubblica sono stati zelanti ed ossequiosi esecutori delle richieste confindustriali.
È evidente che una tale abdicazione dai propri doveri, da parte della principale autorità territoriale dello Stato, non può essere imputata solo alla viltà burocratica dei funzionari rispetto alla tutela della salute dei lavoratori e delle loro famiglie.
Sicuramente questa c’è, ma è evidentemente autorizzata dal governo ed in particolare del ministro degli Interni, Lamorgese.
Che tra tante ridicole circolari che diffonde contro i rischi di sovversione, evidentemente non ne ha mai mai spedita una per invitare i prefetti ad essere autorità della Repubblica e non della Confindustria.
Fonte
A La Spezia l’autorità prefettizia ha imposto il lavoro in tutte le fabbriche d’armi senza alcuna verifica sulla sicurezza del lavoro.
A Taranto alla ex Ilva la stessa autorità ha imposto la produzione con 5.000 operai, quando Arcelor si era detta disponibile a ridurre le presenze a 3.000.
Infine a Treviso, di fronte alla richiesta di Electrolux di riprendere la produzione, il prefetto ha telefonato alla Confindustria locale per dire che avrebbero dovuto decidere loro, rifiutandosi di scrivere alcunché.
Ovunque, le imprese a migliaia si sono autocertificate come essenziali e sicure e hanno ripreso la produzione senza che un solo prefetto decidesse di procedere a controlli né tantomeno a divieti.
Ovunque i prefetti della Repubblica sono stati zelanti ed ossequiosi esecutori delle richieste confindustriali.
È evidente che una tale abdicazione dai propri doveri, da parte della principale autorità territoriale dello Stato, non può essere imputata solo alla viltà burocratica dei funzionari rispetto alla tutela della salute dei lavoratori e delle loro famiglie.
Sicuramente questa c’è, ma è evidentemente autorizzata dal governo ed in particolare del ministro degli Interni, Lamorgese.
Che tra tante ridicole circolari che diffonde contro i rischi di sovversione, evidentemente non ne ha mai mai spedita una per invitare i prefetti ad essere autorità della Repubblica e non della Confindustria.
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18/04/2019
“Ad altri il compito di educare, a noi quello di reprimere!”. Dalla lettera di Matteo ai Prefetti
In Italia la ruota della storia continua a girare all’indietro invece che in avanti. Sul piano dell’ordine pubblico c’è ormai un esplicito ritorno al modello ottocentesco. L’ultima circolare inviata dal ministro degli Interni ai Prefetti ne è la dimostrazione più palese. Possiamo definirlo come un modello “sabaudo” o “bonapartista” , oggi declinato come Daspo urbano, ma di questo si tratta. Abbiamo provato a spiegarlo nel nostro editoriale. E nelle orecchie ci sembra di sentire la voce del superpoliziotto interpretato da Gian Maria Volontè in “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”: repressione è civiltà!!
Il pretesto è il degrado dei centri storici (le “vetrine” delle città) ma mette sullo stesso piano mendicanti e piazze di spaccio, venditori abusivi di chincaglierie e borseggiatori. Esattamente come avveniva nell’Ottocento con le leggi contro i poveri che accomunavano le condizioni di indigenza allo status di criminali.
Non è una aberrazione, è una logica, una visione della società che criminalizza non l’azione illegale ma i soggetti sociali, a prescindere. A Modena, visitando il museo nell’ex Albergo dei Poveri, potrete trovare esposto un vecchio documento delle autorità cittadine che censivano i poveri in questuanti, normali e “vergognosi”, ed erano 6.337 su una popolazione che nel primo censimento del 1861 arriverà a 50.629 abitanti. I poveri erano più o meno il 12% , lo stesso dato che viene registrato oggi, nel 2019, a livello nazionale.
Ma in questa nuova circolare ai Prefetti (in precedenza ce ne era stata una nel luglio 2018 sul trattamento a migranti e richiedenti asilo, e poi un’altra a dicembre 2018 esplicativa del Decreto Sicurezza, ndr), il ministro degli Interni Salvini spinge e pretende che i Prefetti intervengano qualora i Sindaci non adempiano adeguatamente ai diktat sull’ordine pubblico. Non solo. Si chiedono relazioni trimestrali che riferiscano se i Sindaci hanno adempiuto o meno.
Le ordinanze modello per Salvini sono quelle emanate nel 2017 dall’allora prefetto di Bologna Matteo Piantedosi (oggi capo di Gabinetto di Salvini) l’ordinanza di quest’anno emanata dal prefetto di Firenze, Laura Lega. Si tratta di misure che creano di fatto delle “zone rosse urbane” vietando lo “stazionamento a persone dedite ad attività illegali, disponendone “l’allontanamento” da alcune aree della città, soprattutto i centri storici, le zone dello shopping o a vocazione turistica. Insomma è una visione da “occhio non vede, cuore non duole”, un vero e proprio inno all’ipocrisia.
Secondo la nuova circolare, i prefetti possono “supplire” ai sindaci “distratti” se il contrasto al degrado non è efficace. Nella direttiva ai Prefetti si chiede di contrastare in modo più efficace il degrado urbano e rafforzare la sicurezza delle città, affiancando le ordinanze prefettizie agli strumenti previsti dal decreto sicurezza.
Salvini chiede a tutti i prefetti di convocare i Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica nell’ambito dei quali “dovrà essere avviata una disamina delle eventuali esigenze di tutela rafforzata di taluni luoghi del contesto urbano”. Pretende inoltre, a partire dal prossimo 31 maggio, che “Le risultanze dell’attività svolta dovranno essere tempestivamente comunicate all’Ufficio di Gabinetto, segnalando mediante una articolata relazione gli eventuali provvedimenti adottati. A partire dal prossimo 31 maggio, dovranno inoltre pervenire, con cadenza trimestrale, puntuali report sul monitoraggio condotto in relazione alle ricadute delle ordinanze adottate”.
Di fronte a questa pesantissima ingerenza prefettizia sulle amministrazioni locali, si sono fatte sentire le reazioni di alcuni sindaci. “Noi sindaci amministriamo ogni giorno, tra mille difficoltà e non abbiamo bisogno di essere commissariati da nessuno”, ha replicato il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, aggiungendo che: “Il ministro non perde occasione per prendersela con i sindaci che invece dovrebbe considerare come suoi alleati, perché sono gli unici a conoscere il territorio”.
Sulla circolare di Salvini si è fatto sentire anche il sindaco di Milano Sala (quello dei “pattuglioni” alla Stazione Centrale, ndr): “Nel merito, mi sembra essere tra l’inutile e l’autolesionista. Perché oggi sindaci e prefetti, come avviene per esempio a Milano, collaborano già benissimo senza bisogno di indicazioni dall’alto”. Prevedibile per ignoranza il commento del sindaco di Firenze Nardella, secondo cui “Salvini dovrebbe fare il ministro dell’Interno e mandare carabinieri e poliziotti nelle nostre città, vista la carenza”. Nardella proprio in queste settimane ha avallato il modello zone rosse nel centro storico voluta dalla Prefetta di Firenze Laura Lega (nomen omen?!), e forse ignora che l’Italia è già da tempo il paese europeo con il più alto numero di uomini in divisa procapite, più della Turchia.
Se con la stessa proporzione fossero presenti medici e infermieri, la salute pubblica ne gioverebbe molto, ma molto di più. E sarebbe anche l’indicatore di un paese con molti meno poveri di quanti ce siano adesso.
Fonte
Il pretesto è il degrado dei centri storici (le “vetrine” delle città) ma mette sullo stesso piano mendicanti e piazze di spaccio, venditori abusivi di chincaglierie e borseggiatori. Esattamente come avveniva nell’Ottocento con le leggi contro i poveri che accomunavano le condizioni di indigenza allo status di criminali.
Non è una aberrazione, è una logica, una visione della società che criminalizza non l’azione illegale ma i soggetti sociali, a prescindere. A Modena, visitando il museo nell’ex Albergo dei Poveri, potrete trovare esposto un vecchio documento delle autorità cittadine che censivano i poveri in questuanti, normali e “vergognosi”, ed erano 6.337 su una popolazione che nel primo censimento del 1861 arriverà a 50.629 abitanti. I poveri erano più o meno il 12% , lo stesso dato che viene registrato oggi, nel 2019, a livello nazionale.
Ma in questa nuova circolare ai Prefetti (in precedenza ce ne era stata una nel luglio 2018 sul trattamento a migranti e richiedenti asilo, e poi un’altra a dicembre 2018 esplicativa del Decreto Sicurezza, ndr), il ministro degli Interni Salvini spinge e pretende che i Prefetti intervengano qualora i Sindaci non adempiano adeguatamente ai diktat sull’ordine pubblico. Non solo. Si chiedono relazioni trimestrali che riferiscano se i Sindaci hanno adempiuto o meno.
Le ordinanze modello per Salvini sono quelle emanate nel 2017 dall’allora prefetto di Bologna Matteo Piantedosi (oggi capo di Gabinetto di Salvini) l’ordinanza di quest’anno emanata dal prefetto di Firenze, Laura Lega. Si tratta di misure che creano di fatto delle “zone rosse urbane” vietando lo “stazionamento a persone dedite ad attività illegali, disponendone “l’allontanamento” da alcune aree della città, soprattutto i centri storici, le zone dello shopping o a vocazione turistica. Insomma è una visione da “occhio non vede, cuore non duole”, un vero e proprio inno all’ipocrisia.
Secondo la nuova circolare, i prefetti possono “supplire” ai sindaci “distratti” se il contrasto al degrado non è efficace. Nella direttiva ai Prefetti si chiede di contrastare in modo più efficace il degrado urbano e rafforzare la sicurezza delle città, affiancando le ordinanze prefettizie agli strumenti previsti dal decreto sicurezza.
Salvini chiede a tutti i prefetti di convocare i Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica nell’ambito dei quali “dovrà essere avviata una disamina delle eventuali esigenze di tutela rafforzata di taluni luoghi del contesto urbano”. Pretende inoltre, a partire dal prossimo 31 maggio, che “Le risultanze dell’attività svolta dovranno essere tempestivamente comunicate all’Ufficio di Gabinetto, segnalando mediante una articolata relazione gli eventuali provvedimenti adottati. A partire dal prossimo 31 maggio, dovranno inoltre pervenire, con cadenza trimestrale, puntuali report sul monitoraggio condotto in relazione alle ricadute delle ordinanze adottate”.
Di fronte a questa pesantissima ingerenza prefettizia sulle amministrazioni locali, si sono fatte sentire le reazioni di alcuni sindaci. “Noi sindaci amministriamo ogni giorno, tra mille difficoltà e non abbiamo bisogno di essere commissariati da nessuno”, ha replicato il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, aggiungendo che: “Il ministro non perde occasione per prendersela con i sindaci che invece dovrebbe considerare come suoi alleati, perché sono gli unici a conoscere il territorio”.
Sulla circolare di Salvini si è fatto sentire anche il sindaco di Milano Sala (quello dei “pattuglioni” alla Stazione Centrale, ndr): “Nel merito, mi sembra essere tra l’inutile e l’autolesionista. Perché oggi sindaci e prefetti, come avviene per esempio a Milano, collaborano già benissimo senza bisogno di indicazioni dall’alto”. Prevedibile per ignoranza il commento del sindaco di Firenze Nardella, secondo cui “Salvini dovrebbe fare il ministro dell’Interno e mandare carabinieri e poliziotti nelle nostre città, vista la carenza”. Nardella proprio in queste settimane ha avallato il modello zone rosse nel centro storico voluta dalla Prefetta di Firenze Laura Lega (nomen omen?!), e forse ignora che l’Italia è già da tempo il paese europeo con il più alto numero di uomini in divisa procapite, più della Turchia.
Se con la stessa proporzione fossero presenti medici e infermieri, la salute pubblica ne gioverebbe molto, ma molto di più. E sarebbe anche l’indicatore di un paese con molti meno poveri di quanti ce siano adesso.
Fonte
12/05/2017
Decreto Minniti, gli effetti collaterali
A settembre dello scorso anno il vicesindaco leghista di Trieste firma un’ordinanza “antibarboni”. A dicembre il TAR del Friuli Venezia Giulia annulla l’ordinanza: l’amministrazione locale può vararle solo per “fronteggiare eventi e pericoli eccezionali ed emergenziali” che minaccino “l’incolumità pubblica”.
A fine dicembre la presidente della regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani scrive al Ministro dell’Interno Minniti: «Ti chiedo di porre allo studio, ove possibile e contemplato, l’avvio di rimpatri che potrebbero avere un significato simbolico e deterrente soprattutto nei confronti degli elementi meno integrati».
A febbraio, il Ministro dell’Interno Minniti e quello della Giustizia Orlando varano due decreti-legge, su immigrazione e sicurezza urbana, li portano alle Camere e con voto di fiducia ne ottengono la conversione in legge.
Molto è stato detto sulla pericolosità insita nei due provvedimenti: compressione del diritto d’asilo per i richiedenti protezione internazionale; parificazione a pubblico ufficiale dell’operatore sociale per alcune fattispecie procedurali; “innovativi” strumenti in mano ai sindaci come il mini Daspo, un confino urbano in cui costringere le persone che “minano il decoro urbano”. Sono solo alcune delle novità che portano ad un effettivo diritto differenziato. Ad ogni categoria sociale corrisponde un diritto diverso e minore. Una legge non uguale per tutti decide della libertà di movimento e delle possibilità di vita. Viene resuscitato anche un articolo già dichiarato incostituzionale, l’ex 75 bis della legge quadro sulle droghe, recuperando in questo modo una parte della legge Fini-Giovanardi di cui francamente nessuno sentiva particolare nostalgia. In questo modo si potrà sanzionare amministrativamente anche chi, pur avendo subito una condanna, non ha ancora ricevuto una sentenza definitiva.
In soli pochi giorni si scatenano gli amministratori locali del nostro Paese. Effetto triste, ma prevedibile.
Daspo a Firenze: il questore intima a un paio di spacciatori il divieto di stazionare nella zona di Santo Spirito per 2 anni. A Milano Daspo urbano di 48 ore a 3 writer spagnoli. A Bari il Daspo colpisce 4 giovani che hanno occupato abusivamente Villa Roth. A Benevento il sindaco Mastella partecipa al Comitato provinciale e l’intero centro storico diventa area tutelata. A Roma si parla di un’ordinanza estesa a tutto il centro storico oltre a Pigneto, Testaccio e Trastevere; a Sassuolo un Daspo a madre, figlio e a un altra persona che dormivano in strada e ricaricavano il telefonino a una presa elettrica comunale. Essendo le tre persone di un altro comune, viene contestualmente notificato Daspo e allontanamento. Un confino a casa loro.
Di questi giorni il rastrellamento etnico a Milano e la caccia all’uomo a Roma in cui è morta una persona: la colpa? Essere un venditore abusivo.
La primogenitura dell’applicazione della legge è rivendicata dal sindaco di Gallarate, che vanta già un piccolo record: 10 le persone sottoposte a Daspo, sette dei quali, di allontanamento dalla stazione ferroviaria, sono destinati a profughi e mendicanti.
Il sindaco di Arezzo, oltre a due ordinanze che vietano la vendita di alcolici dalle 13 alle 8 per evitare bivacchi, afferma: «Una delle piaghe che affligge la nostra realtà è quella degli accattoni. Ce ne sono ovunque. Invito la popolazione a non sovvenzionarli».
Tutti uniti nella convinzione che il consenso si costruisca sulla paura e sul pugno di ferro.
La guerra ai poveri è stata dichiarata, adesso bisogna colpire anche i solidali.
E’ davvero in gioco il senso di umanità che ancora ci rimane.
Fonte
A fine dicembre la presidente della regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani scrive al Ministro dell’Interno Minniti: «Ti chiedo di porre allo studio, ove possibile e contemplato, l’avvio di rimpatri che potrebbero avere un significato simbolico e deterrente soprattutto nei confronti degli elementi meno integrati».
A febbraio, il Ministro dell’Interno Minniti e quello della Giustizia Orlando varano due decreti-legge, su immigrazione e sicurezza urbana, li portano alle Camere e con voto di fiducia ne ottengono la conversione in legge.
Molto è stato detto sulla pericolosità insita nei due provvedimenti: compressione del diritto d’asilo per i richiedenti protezione internazionale; parificazione a pubblico ufficiale dell’operatore sociale per alcune fattispecie procedurali; “innovativi” strumenti in mano ai sindaci come il mini Daspo, un confino urbano in cui costringere le persone che “minano il decoro urbano”. Sono solo alcune delle novità che portano ad un effettivo diritto differenziato. Ad ogni categoria sociale corrisponde un diritto diverso e minore. Una legge non uguale per tutti decide della libertà di movimento e delle possibilità di vita. Viene resuscitato anche un articolo già dichiarato incostituzionale, l’ex 75 bis della legge quadro sulle droghe, recuperando in questo modo una parte della legge Fini-Giovanardi di cui francamente nessuno sentiva particolare nostalgia. In questo modo si potrà sanzionare amministrativamente anche chi, pur avendo subito una condanna, non ha ancora ricevuto una sentenza definitiva.
In soli pochi giorni si scatenano gli amministratori locali del nostro Paese. Effetto triste, ma prevedibile.
Daspo a Firenze: il questore intima a un paio di spacciatori il divieto di stazionare nella zona di Santo Spirito per 2 anni. A Milano Daspo urbano di 48 ore a 3 writer spagnoli. A Bari il Daspo colpisce 4 giovani che hanno occupato abusivamente Villa Roth. A Benevento il sindaco Mastella partecipa al Comitato provinciale e l’intero centro storico diventa area tutelata. A Roma si parla di un’ordinanza estesa a tutto il centro storico oltre a Pigneto, Testaccio e Trastevere; a Sassuolo un Daspo a madre, figlio e a un altra persona che dormivano in strada e ricaricavano il telefonino a una presa elettrica comunale. Essendo le tre persone di un altro comune, viene contestualmente notificato Daspo e allontanamento. Un confino a casa loro.
Di questi giorni il rastrellamento etnico a Milano e la caccia all’uomo a Roma in cui è morta una persona: la colpa? Essere un venditore abusivo.
La primogenitura dell’applicazione della legge è rivendicata dal sindaco di Gallarate, che vanta già un piccolo record: 10 le persone sottoposte a Daspo, sette dei quali, di allontanamento dalla stazione ferroviaria, sono destinati a profughi e mendicanti.
Il sindaco di Arezzo, oltre a due ordinanze che vietano la vendita di alcolici dalle 13 alle 8 per evitare bivacchi, afferma: «Una delle piaghe che affligge la nostra realtà è quella degli accattoni. Ce ne sono ovunque. Invito la popolazione a non sovvenzionarli».
Tutti uniti nella convinzione che il consenso si costruisca sulla paura e sul pugno di ferro.
La guerra ai poveri è stata dichiarata, adesso bisogna colpire anche i solidali.
E’ davvero in gioco il senso di umanità che ancora ci rimane.
Fonte
11/03/2017
“A Napoli Salvini non ha spazio, nonostante la prefettura”
Napoli rifiuta Salvini, con la mobilitazione. Intervista realizzata da Radio Città Aperta.
Abbiamo in collegamento Ivan perché domani a Napoli è previsto un comizio con Matteo Salvini e la città si sta preparando a dire la sua, a respingere la calata del leghista a Napoli. Allora Ivan come è l'atmosfera in città?
Innanzitutto subito un notizione, perché in questo momento è stato occupato il Palacongressi dove domani si dovrebbe svolgere il comizio di Salvini... Tra un po' andrò lì a Fuorigrotta, alla mostra d'Oltremare, nel complesso fieristico che contiene, appunto, il teatro che domani dovrebbe ospitare il comizio di Salvini. Sono circa 2000 posti, abbastanza grande come teatro, ma in questo momento è occupato dai ragazzi... Stavo seguendo i social network, mi sono arrivate un po' di comunicazioni, si stava facendo un appello tramite i social di raggiungere numerosi il posto per cercare di non farsi sgomberare. Penso che l'idea sia quella di non permettere lo svolgimento del comizio di domani. Vedremo un po' ora la polizia come avrà intenzione di gestire questa faccenda. Devo dire che fino adesso il prefetto, da quando si è saputo che Salvini viene giù, ha dimostrato una ferrea determinazione a non concedere nulla agli oppositori della Lega.
Nessuno spazio di dissenso...
E’ così. L'altro ieri sono andati in giro per Il Mattino, Salvini sembrava fosse considerato un presidente in visita ufficiale. Un dispositivo di controllo della situazione da parte della prefettura veramente molto netto. Tra l'altro per quella che è una vera e propria provocazione politica. C'è il Leader di un partito che si chiama Lega Nord, che è diventato famoso proprio grazie all'antimeridionalismo, ma viene qui a cercare voti... Anche da parte della prefettura ci sarebbe dovuto essere un atteggiamento diverso, mentre invece è stato molto netto, molto deciso e schierato assolutamente dalla sua parte.
Un atteggiamento diverso anche perché la posizione della città credo che sia stata manifestata in maniera nettissima, a partire dal primo cittadino, Luigi De Magistris; che non ci ha girato tanto intorno per dire Napoli non vuole la visita di Matteo Salvini.
No, anzi devo dire De Magistris ha scavalcato tutti nei termini da utilizzare per definire Salvini... Anche se devo dire mi trova molto d'accordo, perché per definire la Lega “nazifascista”, De Magistris ha preso spunto dalle parole di Salvini che diceva di andare casa per casa a rastrellare gli extracomunitari. In effetti è proprio una frase di tipico stampo nazifascista e il sindaco ha fatto bene a sottolineare questa cosa. Salvini dice che denuncerà... Vedremo se trova un giudice disposto a dire che non sono atteggiamenti nazifascisti, questi della Lega. Vedremo.
Vedremo...
Sicuramente Napoli non vuole la Lega, nessuno ha dimenticato le canzoni cantate da Salvini alle feste “padane”...
Napoli non vuole la Lega, ed è scontato per la storica avversità nei confronti del sud Italia. Però credo che anche per altre posizioni che la Lega esprime. Penso ad esempio alla questione dei migranti, sulla quale Napoli ha sempre dato una risposta di segno opposto...
Devo dire che fortunatamente, in questo momento, la reazione di Napoli è sempre stata molto diversa da quello che succede nel resto d'Italia; bene o male, non è considerato normale parlare contro gli stranieri. Devo dire una grande mano l'ha data anche l'amministrazione comunale, e il sindaco che ha fatto campagna elettorale facendosi fotografare mentre abbracciava profughi... Che non è proprio una cosa che andava molto di moda, al tempo. Però effettivamente la crisi continua a mordere, continua ad essere forte e quindi Salvini vorrebbe venir qui a scatenare qualche follia, perché comunque a volte si trova purtroppo qualcuno disposte a seguire un progetto folle. Per questo è importante che Salvini, questa metastasi leghista, non faccia meta in città, di modo che non possa infettare anche altri corpi in questo momento non troppo sani, ecco.
E' chiaro. Ti chiedo, in chiusura, di ricordare l'appuntamento per domani, sempre ammesso che poi non arrivino invece belle novità dall'occupazione del teatro.
Infatti. Come ho detto, io adesso lascio subito l'ufficio e vado lì a Fuorigrotta. Nel caso se ci dovesse essere novità...
...ci sentiamo, assolutamente...
Ci sentiamo, esattamente.
Fonte
Abbiamo in collegamento Ivan perché domani a Napoli è previsto un comizio con Matteo Salvini e la città si sta preparando a dire la sua, a respingere la calata del leghista a Napoli. Allora Ivan come è l'atmosfera in città?
Innanzitutto subito un notizione, perché in questo momento è stato occupato il Palacongressi dove domani si dovrebbe svolgere il comizio di Salvini... Tra un po' andrò lì a Fuorigrotta, alla mostra d'Oltremare, nel complesso fieristico che contiene, appunto, il teatro che domani dovrebbe ospitare il comizio di Salvini. Sono circa 2000 posti, abbastanza grande come teatro, ma in questo momento è occupato dai ragazzi... Stavo seguendo i social network, mi sono arrivate un po' di comunicazioni, si stava facendo un appello tramite i social di raggiungere numerosi il posto per cercare di non farsi sgomberare. Penso che l'idea sia quella di non permettere lo svolgimento del comizio di domani. Vedremo un po' ora la polizia come avrà intenzione di gestire questa faccenda. Devo dire che fino adesso il prefetto, da quando si è saputo che Salvini viene giù, ha dimostrato una ferrea determinazione a non concedere nulla agli oppositori della Lega.
Nessuno spazio di dissenso...
E’ così. L'altro ieri sono andati in giro per Il Mattino, Salvini sembrava fosse considerato un presidente in visita ufficiale. Un dispositivo di controllo della situazione da parte della prefettura veramente molto netto. Tra l'altro per quella che è una vera e propria provocazione politica. C'è il Leader di un partito che si chiama Lega Nord, che è diventato famoso proprio grazie all'antimeridionalismo, ma viene qui a cercare voti... Anche da parte della prefettura ci sarebbe dovuto essere un atteggiamento diverso, mentre invece è stato molto netto, molto deciso e schierato assolutamente dalla sua parte.
Un atteggiamento diverso anche perché la posizione della città credo che sia stata manifestata in maniera nettissima, a partire dal primo cittadino, Luigi De Magistris; che non ci ha girato tanto intorno per dire Napoli non vuole la visita di Matteo Salvini.
No, anzi devo dire De Magistris ha scavalcato tutti nei termini da utilizzare per definire Salvini... Anche se devo dire mi trova molto d'accordo, perché per definire la Lega “nazifascista”, De Magistris ha preso spunto dalle parole di Salvini che diceva di andare casa per casa a rastrellare gli extracomunitari. In effetti è proprio una frase di tipico stampo nazifascista e il sindaco ha fatto bene a sottolineare questa cosa. Salvini dice che denuncerà... Vedremo se trova un giudice disposto a dire che non sono atteggiamenti nazifascisti, questi della Lega. Vedremo.
Vedremo...
Sicuramente Napoli non vuole la Lega, nessuno ha dimenticato le canzoni cantate da Salvini alle feste “padane”...
Napoli non vuole la Lega, ed è scontato per la storica avversità nei confronti del sud Italia. Però credo che anche per altre posizioni che la Lega esprime. Penso ad esempio alla questione dei migranti, sulla quale Napoli ha sempre dato una risposta di segno opposto...
Devo dire che fortunatamente, in questo momento, la reazione di Napoli è sempre stata molto diversa da quello che succede nel resto d'Italia; bene o male, non è considerato normale parlare contro gli stranieri. Devo dire una grande mano l'ha data anche l'amministrazione comunale, e il sindaco che ha fatto campagna elettorale facendosi fotografare mentre abbracciava profughi... Che non è proprio una cosa che andava molto di moda, al tempo. Però effettivamente la crisi continua a mordere, continua ad essere forte e quindi Salvini vorrebbe venir qui a scatenare qualche follia, perché comunque a volte si trova purtroppo qualcuno disposte a seguire un progetto folle. Per questo è importante che Salvini, questa metastasi leghista, non faccia meta in città, di modo che non possa infettare anche altri corpi in questo momento non troppo sani, ecco.
E' chiaro. Ti chiedo, in chiusura, di ricordare l'appuntamento per domani, sempre ammesso che poi non arrivino invece belle novità dall'occupazione del teatro.
Infatti. Come ho detto, io adesso lascio subito l'ufficio e vado lì a Fuorigrotta. Nel caso se ci dovesse essere novità...
...ci sentiamo, assolutamente...
Ci sentiamo, esattamente.
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01/03/2017
Diritto di sciopero. Il Tar ligure annulla l’ordinanza del Prefetto
Il Tar della Liguria ha accolto il ricorso di lavoratori Amt precettati che si erano astenuti dal lavoro fuori dalle regole previste dalla legge sullo sciopero del trasporto pubblico nel novembre 2013. Il Tar ha annullato le ordinanze con cui il Prefetto di Genova li aveva obbligati a garantire l'uscita dei bus pubblici in orari stabiliti, durante 4 giornate di astensione dal lavoro proclamate dai sindacati. "Il Prefetto non può imporre lo svolgimento integrale della prestazione lavorativa, dando così prevalenza assoluta al diritto alla circolazione del servizio e determinando il sostanziale svuotamento del diritto di sciopero. L'omesso preavviso di sciopero sortisce effetti esclusivamente in ambito disciplinare e non si presta a legittimare una compressione totale del diritto allo sciopero". Così il Tar motiva il suo pronunciamento. "Il potere riconosciuto al Prefetto deve essere sempre esercitato nell'ottica di garantire un bilanciamento tra il diritto allo sciopero e i diritti della persona, escludendosi pertanto la legittimità di un provvedimento che neghi l'esercizio del diritto sancito dall'articolo 40 Costituzione".
I lavoratori avevano scioperato egualmente, ed erano stati perciò multati – con le organizzazioni sindacali promotrici – dalla Commissione di garanzia.
La sentenza dunque interrompe bruscamente una tendenza ormai trentennale – da quando è stata costituita la cosiddetta “Commissione di garanzia” sugli scioperi nel settore pubblico – a limitare sempre più drasticamente il diritto di sciopero.
Un tempo infinito che ha fatto sviluppare un senso comune un po’ (molto) reazionario, per cui gli scioperi sono un capriccio che andrebbe limitato al massimo sul piano pratico, fermo restando il “diritto teorico” previsto dalla Costituzione. Il modo di aggirare il dettato costituzionale, infatti, è stato rappresentato proprio dalla “Commissione di garanzia”, che di volta in volta è andata estendendo il numero dei servizi considerati “essenziali”, fin quasi a farli coincidere il servizio “normale”. Insomma: i lavoratori venivano obbligati a lavorare – con tanto di ordinanza prefettizia, come sotto il fascismo – anche nel giorno o nelle ore di sciopero.
Importantissima, in questo senso, la motivazione offerta dal Tar: un diritto (quello degli utenti a muoversi e viaggiare) non può essere stiracchiato dal governo (il Prefetto è il rappresentante dell’esecutivo, sul territorio provinciale) fino ad annullarne un altro (quello di sostenere le proprie ragioni e diritti con l’unico mezzo utilizzabile: lo sciopero).
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I lavoratori avevano scioperato egualmente, ed erano stati perciò multati – con le organizzazioni sindacali promotrici – dalla Commissione di garanzia.
La sentenza dunque interrompe bruscamente una tendenza ormai trentennale – da quando è stata costituita la cosiddetta “Commissione di garanzia” sugli scioperi nel settore pubblico – a limitare sempre più drasticamente il diritto di sciopero.
Un tempo infinito che ha fatto sviluppare un senso comune un po’ (molto) reazionario, per cui gli scioperi sono un capriccio che andrebbe limitato al massimo sul piano pratico, fermo restando il “diritto teorico” previsto dalla Costituzione. Il modo di aggirare il dettato costituzionale, infatti, è stato rappresentato proprio dalla “Commissione di garanzia”, che di volta in volta è andata estendendo il numero dei servizi considerati “essenziali”, fin quasi a farli coincidere il servizio “normale”. Insomma: i lavoratori venivano obbligati a lavorare – con tanto di ordinanza prefettizia, come sotto il fascismo – anche nel giorno o nelle ore di sciopero.
Importantissima, in questo senso, la motivazione offerta dal Tar: un diritto (quello degli utenti a muoversi e viaggiare) non può essere stiracchiato dal governo (il Prefetto è il rappresentante dell’esecutivo, sul territorio provinciale) fino ad annullarne un altro (quello di sostenere le proprie ragioni e diritti con l’unico mezzo utilizzabile: lo sciopero).
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13/11/2015
Roma. Il corteo del 20 novembre si farà. Sciopero generale nei servizi pubblici e tre manifestazioni
Grazie ad una lunga discussione con la Questura di Roma, si è finalmente sbloccata la complicata situazione che aveva portato al divieto di svolgere il corteo per le vie della Capitale il prossimo venerdì 20 novembre, durante lo sciopero generale del lavoro pubblico proclamato dalla USB, con manifestazioni interregionali indette anche a Milano e Napoli. “Non è il percorso che avevamo richiesto – riferisce Pierpaolo Leonardi, dell’Esecutivo Nazionale USB – ma abbiamo deciso che si poteva trovare una soluzione che garantisse il diritto a manifestare anche a Roma e non turbasse eccessivamente il delicato equilibrio della capitale”.
Leonardi sottolinea che “Il corteo romano partirà quindi alle 9.30 dal Colosseo, via di San Gregorio, anche per marcare la totale contrarietà al decreto che inasprisce la regolamentazione del diritto di sciopero varato dopo il ‘caso Colosseo’, e raggiungerà il Senato dopo essere passato sotto le finestre del Campidoglio”. I lavoratori del Colosseo, ricordiamo, avevano indetto una regolare e legittima assemblea sindacale per affrontare il mancato pagamento del lavoro straordinario da moltissimi mesi. Il Governo Renzi intanto non ha ottemperato all’ordine della Corte Costituzionale di rimuovere il blocco della contrattazione nel pubblico impiego ed anzi ha lanciato una campagna di intimidazione approvando per decreto legge la restrizione del diritto di astensione collettiva dal lavoro nei beni culturali e preannunciando per tutti l’introduzione a breve di pesanti limitazioni del diritto di sciopero e alla contrattazione collettiva.
I lavoratori pubblici non rinnovano i contratti da 6 anni e quelli del lavoro privato combattono ogni giorno contro licenziamenti, disoccupazione, mentre per tutti aumenta la precarietà e salari e pensioni sono sempre più da fame. Renzi, attraverso le proposte parlamentari dei suoi fedeli Ichino e Sacconi, tenta in questi giorni di dare un colpo mortale al Diritto di Sciopero trasformando un diritto soggettivo del lavoratore costituzionalmente garantito in una prerogativa sindacale e in alcuni settori limitandolo al punto da renderlo inesigibile. Leonardi sottolinea che: “La USB, nell’esprimere soddisfazione per la soluzione trovata, mantiene un giudizio profondamente negativo sulla Direttiva Prefettizia che intenderebbe regolare lo svolgimento delle manifestazioni a Roma e che rischia di essere ulteriormente inasprita con l’inizio del Giubileo”. “Ora che il corteo c’è, sarà riempito da lavoratrici e lavoratori pubblici, che faranno arrivare forte la protesta contro la Legge di stabilità del governo Renzi fin sotto il Senato”, conclude Leonardi.
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Leonardi sottolinea che “Il corteo romano partirà quindi alle 9.30 dal Colosseo, via di San Gregorio, anche per marcare la totale contrarietà al decreto che inasprisce la regolamentazione del diritto di sciopero varato dopo il ‘caso Colosseo’, e raggiungerà il Senato dopo essere passato sotto le finestre del Campidoglio”. I lavoratori del Colosseo, ricordiamo, avevano indetto una regolare e legittima assemblea sindacale per affrontare il mancato pagamento del lavoro straordinario da moltissimi mesi. Il Governo Renzi intanto non ha ottemperato all’ordine della Corte Costituzionale di rimuovere il blocco della contrattazione nel pubblico impiego ed anzi ha lanciato una campagna di intimidazione approvando per decreto legge la restrizione del diritto di astensione collettiva dal lavoro nei beni culturali e preannunciando per tutti l’introduzione a breve di pesanti limitazioni del diritto di sciopero e alla contrattazione collettiva.
I lavoratori pubblici non rinnovano i contratti da 6 anni e quelli del lavoro privato combattono ogni giorno contro licenziamenti, disoccupazione, mentre per tutti aumenta la precarietà e salari e pensioni sono sempre più da fame. Renzi, attraverso le proposte parlamentari dei suoi fedeli Ichino e Sacconi, tenta in questi giorni di dare un colpo mortale al Diritto di Sciopero trasformando un diritto soggettivo del lavoratore costituzionalmente garantito in una prerogativa sindacale e in alcuni settori limitandolo al punto da renderlo inesigibile. Leonardi sottolinea che: “La USB, nell’esprimere soddisfazione per la soluzione trovata, mantiene un giudizio profondamente negativo sulla Direttiva Prefettizia che intenderebbe regolare lo svolgimento delle manifestazioni a Roma e che rischia di essere ulteriormente inasprita con l’inizio del Giubileo”. “Ora che il corteo c’è, sarà riempito da lavoratrici e lavoratori pubblici, che faranno arrivare forte la protesta contro la Legge di stabilità del governo Renzi fin sotto il Senato”, conclude Leonardi.
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06/11/2015
L'aria che tira a Roma. Vietato il corteo del pubblico impiego
Sarà un caso, ma non può esserlo. A Roma, governata da una diarchia prefettizia, la questura ha vietato il corteo in occasione dello sciopero generale del pubblico impiego, indetto dall'Unione sindacale di Base per venerdì 20 novembre.
Ridicole o provocatorie le motivazioni: “gravi ripercussioni sull’ordine e la sicurezza pubblica”. Stiamo parlando di un corteo di padri e madri di famiglia, lavoratori dello Stato e/o degli enti locali, impiegati del catasto e quant'altro.
Ma c'è un'"ordinanza prefettizia" – quindi direttamente governativa – che vieta qualsiasi manifestazione durante il giubileo. A meno che non avvenga di sabato o domenica. Ma uno sciopero del genere non può avvenire nel weekend, né ha senso convocare una manifestazione in un giorno diverso dallo sciopero.
Il "modello Expo" è questa roba qui. Il governo decide che in occasione dei "grandi eventi" – siamo in attesa che vengano dichiarati tali anche gli internazionali di tennis, le partite del Sei Nazioni e la sagra della porchetta – i diritti costituzionali a esprimere il proprio dissenso rispetto alle scelte del governo sono sospesi. Che il lavoro possa essere non retribuito. Che soltanto gli affari – anche quelli sporchi – non debbano subire intralci.
Decisioni come questa non sono l'ordinaria amministrazione, ma esibizioni pratiche di un golpe costituzionale continuo. Con l'affidamento alla polizia degli incarichi politico-amministrativi viene reciso il legame tra amministrazione e cittadinanza organizzata (in sindacati, partiti, organismi sociali collettivi, ecc). Viene insomma soppressa la mediazione politica tra interessi diversi. Vigono solo le decisioni governative, trasmesse attraverso una catena militare.
Nessuno più potrà parlare di istituzioni democratiche, in queste condizioni. Un governo non eletto, nominato d'autorità e privo di una maggioranza parlamentare stabile, peraltro espressa da un parlamento di nominati attraverso una legge elettorale dichiarata con sentenza incostituzionale, impone militarmente le sue decisioni e cerca di renderle "costituenti" di un altro, eversivo, ordine.
Questa è la realtà. Se la capitale è corrotta, la nazione è infetta, si diceva una volta. Dunque, se la capitale è militarizzata, il paese è avviato alla dittatura.
Segue il comunicato dell'Usb.
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USB, ATTO GRAVISSIMO RICORREREMO IN TUTTE LE SEDI
La Questura di Roma ha negato l’autorizzazione al corteo indetto per il prossimo 20 novembre a Roma, in occasione dello sciopero generale nazionale dei lavoratori pubblici, proclamato per la stessa giornata dall’USB Pubblico Impiego contro la Legge di Stabilità 2016.
A motivo della mancata autorizzazione, si sostiene che la manifestazione “si sarebbe dovuta svolgere in giorno lavorativo in difformità dall’ordinanza prefettizia che prevede lo svolgimento dei cortei nelle giornate di sabato e domenica” e che la centralità del percorso prescelto comporterebbe “gravi ripercussioni sull’ordine e la sicurezza pubblica”.
La Confederazione USB, considera la decisione assunta dalla Questura di Roma un gravissimo atto lesivo delle libertà sindacali e democratiche, che reprime un corteo di lavoratrici e lavoratori pubblici indetto in occasione di uno sciopero generale nazionale per il quale sono previste altre due manifestazioni, a Milano e Napoli.
Sottolinea che non è stato possibile conoscere il testo della direttiva prefettizia a cui si fa riferimento nel divieto (la 182692 del 26 giugno 2015) e che l’USB ne sta richiedendo accesso agli atti, ai sensi della legge 241 del 1990.
La Confederazione USB evidenzia inoltre che nell’ordinanza viene surrettiziamente introdotto il motivo delle ripercussioni sull’ordine e la sicurezza pubblica, unica ragione per cui la Costituzione italiana contempla il divieto a manifestare.
La Confederazione USB annuncia infine che si opporrà contro tale divieto in tutte le sedi, a cominciare dal Tar del Lazio, presso il quale depositerà ricorso nelle prossime ore.
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