Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/02/2018

I mandanti morali, i razzisti, i fascisti e gli utili idioti

Chi ha inserito, nero su bianco, il binomio “migranti-sicurezza” in una legge dello Stato? E’ stato il governo Gentiloni e quella norma porta la firma del ministro degli interni, Marco Minniti (PD) e quella del ministro della giustizia, Andrea Orlando (PD). E’ la Legge “Minniti-Orlando” che, violando la Costituzione, ha introdotto una giustizia sommaria e senz’appello per i richiedenti asilo.

Una legge che ha solo cambiato nome ai CIE della Legge Bossi-Fini in CPR, ovvero, Centri Permanenti per il Rimpatrio che di rimpatri, però, ne hanno fatti solo poche decine. In realtà, orridi lager in cui vengono trattenute, per un tempo illimitato, decine di migliaia di persone in condizioni disumane e che servono soltanto a dare una simbolica soddisfazione a quella lucida follia che mette insieme “sicurezza interna” e “immigrazione”. Luoghi oscuri in cui vengono recluse persone che non hanno mai commesso un reato ma ritenute illegali solo perché esistono, perché suppostamente “clandestine”. Una legge razziale.

E chi, da qualche tempo a questa parte, sta facendo a gara per ospitare in prima serata i “fascisti del terzo millennio”? I media mainstream, sia privati che di Stato, diretti da conduttori e giornalisti vanitosi ed irresponsabili che metterebbero anche la propria madre in vendita nei loro talk pur di guadagnare qualche zerovirgola di share.

Non stupitevi, allora, se, ora, i vari Salvini e Meloni portano questo discorso alle estreme conseguenze cercando di mettere a profitto, in termini elettorali, quel devastante binomio. Qualcuno, con delle responsabilità pubbliche enormi, gli aveva già spianato la strada e questi non si sono fatti pregare fino a spingersi a spiegare la strage di Macerata con l'“immigrazione clandestina”.

Tanto, poi, lo sappiamo, è il solito cinico e squallido giochetto: quando saranno al governo abbasseranno i toni e, nella sostanza, saranno, né più né meno, continuatori delle politiche del governo Gentiloni che, in fondo, sono solo un po’ più felpate di quelle di un Macròn o di un Orbàn. Ma intanto saranno state messe in circolo altre tonnellate di veleno ed i guasti saranno, a quel punto, irreparabili.

E chi sta pagando la guardia costiera libica per impedire i soccorsi in mare dei migranti? Chi ha firmato un accordo scellerato con una banda di mafiosi che comanda a Tripoli per tenere dentro i lager libici orde di sventurati che scappano da guerre e fame? Lo dice l’ONU: “l’#UnioneEuropea e l’Italia”.

E ancora, chi sta dando miliardi di euro ad Erdogan – in queste ore in visita in Italia mentre i suoi aerei bombardano centinaia di migliaia di civili intrapolati ad #Efrin – perché tenga nei lager turchi i profughi siriani in fuga da un guerra voluta, pianificata e finanziata dalle cancellerie occidentali? La riposta non cambia ed è sempre la stessa: l’#UnioneEuropea e, dunque, anche l’Italia.

E’ stata la deriva reazionaria del PD e delle ex sinistre europee a legittimare la narrazione fascista e razzista delle nuove destre per mezzo di politiche pubbliche che hanno aumentato in modo esponenziale la vastità di quel limbo che chiamano “clandestinità”. Un limbo fatto di C.P.R.; di fogli di via; di file lunghe un giorno intero davanti le questure; di invisibilità; di lavoro nero e sfruttamento; di attese lunghe una vita per un permesso di soggiorno e di un qualsiasi altro documento che provi che quelle persone esistono.

Un limbo, insomma, in cui viene relegata una moltitudine di esseri umani in attesa di essere riconosciuti come tali mentre vengono additati al pubblico ludibrio quali “clandestini usurpatori di case e lavoro degli italiani” e dati in pasto alle folle ringhianti in cambio di una manciata di voti da vecchi e nuovi imprenditori della paura.

Si scarica così la tensione sociale in basso, dai poveri contro i più poveri, mentre i ricchi ed i potenti usano la clava della “crisi” per continuare ad aumentare a dismisura le loro ricchezze facendo strame di diritti e macelleria sociale.

Fu così nell’Europa degli anni ’30 ed è così oggi con la differenza che ora si impone il ricatto di un debito infinito a masse ormai deprivate di quasi tutto per mezzo dei diktat che da Bruxelles vengono impartiti agli stati membri della #UE, ridotti, ormai, al rango di meri esecutori. Le politiche di Stato sui flussi migratori di #UE e stati membri ed i pogrom contro i “coloured” non sono altro che due facce della stessa medaglia. Si comincia facendo delle leggi che negano i diritti e l’umanità di qualcuno su base “etnica” e si finisce per sparargli addosso.

La storia insegna ma purtroppo non ha scolari.

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24/09/2017

Stop a Minniti e amnistia sociale. Il convegno di Bologna



Ieri a Bologna si è tenuto il convegno promosso da Eurostop per confrontarsi sulle azioni da mettere in campo per difendere l’agibilità politica e democratica nel nostro paese, minacciata dal modello repressivo incarnato dall’azione delle Leggi Minniti-Orlando. Le proposte emerse ruotano intorno all’obiettivo dell’amnistia per i reati commessi durante le lotte sociali e sindacali, l’abrogazione delle Leggi Minniti-Orlando, le dimissioni di Minniti.

Numerosi gli interventi (qui il VIDEO con tutti gli interventi, mentre la relazione introduttiva di Sergio Cararo la trovate anche nella rubrica dei documenti): gli storici Giorgio Gattei e Roberto Sassi, Italo Di Sabato (osservatorio contro la repressione), Giovanni Russo Spena (Prc), l’avv. Francesco Romeo, Giorgio Cremaschi, Ugo Boghetta, Danilo Ruggieri (Eurostop), Eugenia Tarini (Noi Restiamo), Guido Lutrario (Usb), Massimo Amore (Eurostop Napoli), Nicoletta Dosio (No Tav), Morgan (Collettivo Universitario Autonomo, Bo), l’avv. Marina Prosperi, prof. Vincenzo Ruggiero (università di Londra); Francesco Piccioni, una operaia della Verter, Dafne Anastasi.

Il comunicato finale del convegno di Bologna.

Il convegno di Bologna “Stop a Minniti. Ordine pubblico o giustizia sociale?”, intende concludere i propri lavori con alcune indicazioni di lavoro:

L’avvio di un percorso di iniziativa sull’obiettivo dell’amnistia sociale per i reati che vedono perseguiti centinaia di attivisti sociali, sindacali, politici in tutto il paese;

Attuare l’obiettivo della abrogazione delle leggi Minniti-Orlando e delle dimissioni del ministro Minniti perché oggi giustizia sociale e legalità sono diventate una contraddizione evidente e inaccettabile;

Su questi obiettivi intende lavorare ad una convergenza di forze ampia ed inclusiva, dando mandato per un incontro nel più breve tempo possibile e per dotarsi degli strumenti necessari per agire;

Il convegno di Bologna invierà una lettera di solidarietà ai cinque attivisti italiani ancora in carcere ad Amburgo per le manifestazioni contro il vertice del G7 di luglio

Infine invita tutte e tutti a discutere e convergere con la proposta di manifestazione nazionale che Eurostop intende mettere in campo per novembre sui temi prioritari del conflitto sociale e politico a livello nazionale ed europeo

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14/07/2017

Denunciato l’avvocato che criticò in piazza la Legge Minniti

A occhio sembra una pezza peggiore del buco ma nulla toglie alla gravità dell’accaduto. Il giovane avvocato romano Gianluca Di Candia, è stato denunciato in base all’articolo 290 del codice penale, che punisce il “vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate”. L’accusa è di aver criticato pubblicamente i decreti Minniti-Orlando durante una manifestazione in piazza del Pantheon a Roma. Il fatto è avvenuto lo scorso 20 giugno, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, quando l’avvocato Di Candia era intervenuto al termine di un flash-mob promosso da Amnesty International a Roma, denunciando le conseguenze della Legge Minniti sulla vita dei migranti e dei poveri. Di Candia è un avvocato ed attivista della rete ‘Resistenze Meticce’.

“È importante denunciare secondo me oggi, a due mesi dall’entrata in vigore del primo dei decreti che porta la firma di Minniti e Orlando, il fatto che i rifugiati, i richiedenti asilo, sono destinatari di norme allucinanti, norme che eliminano qualunque tutela e qualunque possibilità per i migranti di stare nel nostro paese in un modo degno” aveva detto in piazza.

Guarda il video con l’intervento incriminato

Parliamo di pezza peggiore del buco perché l’enormità del caso è stata determinata dall’intervento della polizia al termine dell’intervento di Di Candia in piazza del Pantheon.

Gli agenti gli avevano chiesto i documenti per identificarlo proprio sulla base di quello che aveva detto. Di fronte alle proteste degli altri manifestanti gli agenti avevano chiesto i documenti a tutti. Insomma un intervento molto al di sopra delle righe che la denuncia per vilipendio intende in qualche modo formalizzare per lasciare la patata bollente ai magistrati.

Non sappiamo se ci sarà o come andrà un eventuale processo – e lo seguiremo con attenzione, curiosità e solidarietà – quello che è certo è che quanto avvenuto è di una gravità inaccettabile in una Repubblica Costituzionale. In uno Stato di polizia sarebbe la norma. Ma è questo il discrimine sul quale verificare come stanno effettivamente le cose nel nostro paese.

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09/06/2017

Torino. A un passo dal pogrom

Porrajmos, il grande divoramento, lo sterminio degli zingari: una parola che non dovremmo mai dimenticare, ma che non abbiamo mai voluto ricordare.

Al grido di “vi uccidiamo”, “siete animali”, “vi cacceremo via”, due giorni fa, il 6 giugno, i comitati anti-rom hanno manifestato a ridosso del campo nomadi di Strada dell’Aeroporto a Torino. Improvvisamente e senza preavviso una colonna di persone, animate da isteria collettiva e odio razziale e munite di torce accese, è spuntata minacciosa dall’oscurità: rituali che, purtroppo, si ripetono sempre più frequentemente in una “ordinarietà” che li sta progressivamente svuotando della loro essenza criminosa. Nel cielo notturno le fiaccole erano puntate come dei riflettori. Poi sono state lanciate nel campo, provocando il panico generale.

“Nessuno aveva preavvisato le famiglie del campo a proposito della manifestazione – racconta Vesna Baxtali Vuletic, presidente di Idea Rom Onlus – con il risultato che alcune donne erano sole al campo con i bambini. Nessun veicolo delle forze dell’ordine era presente all’ingresso del campo nomadi per presidiare eventuali situazioni di emergenza.”

Alcune frange del corteo si sono poi staccate, dirigendosi verso le abitazioni più isolate e costringendo molte persone alla fuga in mezzo ai rovi e in direzione del fiume. I bambini sono fuggiti a piedi lungo la tangenziale, tra le macchine che sfrecciavano ad altissima velocità. Molti di loro si sono persi e sono stati poi ritrovati dopo alcune ore, pieni di graffi causati, durante la fuga, dagli arbusti.

C’è una sola parola che restituisce efficacemente quanto accaduto: pogrom, metastasi di un sistema che criminalizza rom, migranti, senza casa, poveri, disoccupati e che esercita il potere in modo sadico, al punto da modificare anche la percezione che i più deboli hanno di sé e della realtà, riducendoli a un sentimento d’impotenza, di fragilità, di solitudine, la condizione dei “sottouomini”.

Il razzismo e la xenofobia possono dare impulso ad accessi di violenza collettiva, a vere e proprie “liturgie” di massa scandite sulla dialettica amico/nemico, a scenari sinistri di cui, purtroppo, la nostra storia è costellata. Gli psicologi delle masse spesso hanno spiegato l’adesione a rituali xenofobi collettivi, riconducendoli alla ricerca di un rifugio di fronte al senso di smarrimento. “Il cerimoniale permette a un gruppo di comportarsi in un modo simbolicamente ordinato così da dare l’impressione di rivelare un universo ordinato; ogni particella acquista la sua identità mediante la semplice interdipendenza con le altre” (Erik Erikson).

Eppure varrebbe la pena interrogarsi non solo sul “perché” le cose accadono ma anche sul “come”.

Quel “come” non è riconducibile solo agli aspetti irrazionali. Sono i dispositivi politici, le strutture giuridiche e le macchine amministrative che fanno apparire accettabile, “ordinario”, se non addirittura socialmente giustificabile, il volto della persecuzione. È quanto si sta verificando col nuovo decreto Minniti – Orlando che rappresenta la “normalizzazione” di una politica che criminalizza i deboli e gli antagonisti e rivela, senza grattare troppo il fondo del barile, un processo in atto di fascistizzazione della società.

Peraltro, l’inasprimento dei dispositivi repressivi da un lato aggrava le spinte xenofobe presenti nel nostro paese, dall’altro indebolisce ulteriormente la manodopera extracomunitaria, fiaccandola e rendendola sempre più flessibile, mentre il rafforzamento delle politiche securitarie si sta traducendo in una guerra, sempre più violenta, dichiarata dall’alto a tutti i marginali, trasformati in detenuti senza processo, senza ragioni, senza sentenze, senza condanne, rinchiusi in luoghi di eccezione e di sospensione del diritto. I continui episodi di vera e propria caccia all’uomo e di rastrellamenti ci riportano a scenari non diversi da quelli sudafricani che videro la discriminazione razziale diventare norma e tradursi nelle “leggi dell’apartheid”: una società dunque declinata attraverso la logica del doppio binario, sempre più armata di razionalità scientifica nelle operazioni di contabilizzazione e di divisione degli esclusi dagli inclusi.

Nei prossimi mesi e nei prossimi anni le rigide politiche della UE si faranno sempre più antipopolari e di conseguenza aumenterà inevitabilmente la conflittualità sociale. Di qui la necessità da parte del governo di anticiparne l’esplosione, aumentando la stretta repressiva.

Combattere il decreto Minniti – Orlando è oggi un compito a cui non ci si può sottrarre.

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26/05/2017

Il PD e l’ordine dei manganelli, a Pisa e nel paese

Piena solidarietà alla Mala Servanen Jin – Casa delle donne che combattono. Dura condanna del blitz poliziesco contro la legittima occupazione di Via Garibaldi. Guarda il video delle cariche

Ennesimo episodio di repressione poliziesca a Pisa, dove l’amministrazione comunale, fiancheggiata e sostenuta da questore e prefetto, ha ordinato lo sgombero dell’ex centro di accoglienza di Via Garibaldi, occupato lo scorso 8 marzo al termine della manifestazione “Non una di meno”.

Il comportamento delle forze dell’“ordine” chiarisce gli obiettivi di questo ennesimo blitz repressivo in città: il fatto che sia stato effettuato alle 8, in coincidenza con l’ingresso degli studenti nell’attigua scuola alberghiera, imprigionati durante il blitz sino alle 13 nel plesso scolastico e poi scortati all’uscita, le offese maschiliste al gruppo di donne che resistevano allo sgombero, le cariche a freddo su un gruppo che per numero e atteggiamento non poteva in alcun modo suscitare allarme, le ferite riportate da una decina di manifestanti indica che l’obiettivo è stato quello di intimidire, provocare, dividere, ammonire, escludere ogni interlocuzione con la piazza.

Un comportamento coerente con gli accadimenti degli ultimi mesi, che ha visto una recrudescenza di atti repressivi contro manifestazioni nazionali, come nel caso dei pullman e dei manifestanti bloccati il 25 marzo in occasione della manifestazione contro il vertice UE a Roma, di cortei di lavoratori – come avvenuto il 30 marzo, quando la polizia ha bloccato 15 pullman di lavoratori provenienti da Napoli e Bari per lo sciopero nazionale dei precari pubblici al casello di Roma sud – di atti amministrativi contro centinaia di militanti sindacali e politici, con processi, condanne e multe per centinaia di migliaia di euro a Bologna, Roma, Livorno e in altre città.

La tremenda sconfitta subita dall’establishment italiano ed europeo il 4 dicembre 2016, con il sonoro NO alla distruzione della Costituzione, non ha evidentemente fermato i progetti reazionari dell’esecutivo Renzi, che continua a governare attraverso il prestanome Gentiloni.

Come per il referendum sull’acqua del 2011, nel quale la maggioranza dei votanti sconfisse il tentativo di privatizzare questo bene primario, anche in questo caso il governo in carica – il quarto eletto da nessuno – fa carta straccia della volontà popolare, procedendo a marcia forzata nell’affossamento del dettato costituzionale.

Lo fa attraverso Leggi come la Minniti Orlando, incubata non a caso in città come la nostra, dove le due Giunte a guida Filippeschi (sostenute sino a poco tempo fa da coalizioni che vedevano partecipi SEL ed esponenti della “sinistra” interna al PD, recentemente smarcatisi perché “rottamati” e ora in affannoso recupero, nel tentativo di rifarsi una verginità in vista delle prossime elezioni politiche ed amministrative), hanno indicato la strada a suon di ordinanze e provvedimenti razzisti e antipopolari, chiudendo ermeticamente le porte a qualsiasi interlocuzione sociale.

Il Partito Democratico incarna un progetto reazionario che deve veicolare politiche lacrime e sangue dettate dall’Unione Europea, per garantire margini di profitto a imprese e banche piegate da una concorrenza internazionale sempre più feroce, che assume i connotati di una vera e propria guerra, interna contro le popolazioni, esterna contro i paesi che circondano l’Unione Europea.

Alla base di queste politiche sta quindi la crisi sistemica internazionale, che dal 2008 attanaglia soprattutto i paesi occidentali e che non trova soluzioni, costringendo gli esecutivi ad adottare provvedimenti sempre più antipopolari. Da qui la stretta repressiva che stiamo subendo.

Le organizzazioni che nel nostro paese si misurano sul terreno del conflitto politico e sociale devono prendere atto di questa nuova condizione, adeguando il proprio agire: in ogni luogo dove si determineranno conflitti troveremo il personale politico del PD – e chi lo sosterrà in coalizioni elettorali, giunte locali e regionali – alla guida di polizia, carabinieri, esercito, polizia municipale, sguinzagliati per reprimere ogni tipo di insorgenza sindacale e politica.

Il blocco sociale potenzialmente interessato a intraprendere la strada del conflitto è enorme, per numeri e composizione, dato che la crisi unisce oggettivamente figure una volta divise dalla propria posizione nella società.

Parliamo dei “soliti noti”: lavoratori dipendenti, precari giovani e adulti, immigrati, pensionati, ai quali la crisi unisce partire IVA, piccoli imprenditori, tecnici e dirigenti ridotti a mano d’opera precarizzata e pauperizzata.

Settori sociali diversi, che ad oggi si esprimono a livello di massa attraverso il voto o specifiche vertenze, evidenziando un malessere e una rabbia sociale che aumenta, ma che non trova ancora sintesi politica in un progetto generale di opposizione, in grado di porsi l’obiettivo della rottura dell’ordine di cose esistenti e della costruzione di una società emancipata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura.

Per avviarci su questa strada e vincere la pesante sfida che oggi le politiche repressive impongono a tutti noi, di cui il blitz di mercoledì 25 maggio a Pisa è una plastica espressione, occorre colmare il gap esistente tra la rabbia sociale montante e la capacità di organizzarla in un progetto razionale e indipendente, che per noi significa individuare il mandante principale nell’Unione Europea, di cui gli esecutivi nazionali e locali sono gli interpreti ed esecutori materiali.

Solo mettendo solide radici nella nostra classe di riferimento e nella società possiamo ipotizzare un rovesciamento dei rapporti di forza a nostro favore, forza in grado di stoppare queste politiche di guerra sociale e militare.

La Rete dei Comunisti lavora quotidianamente fianco a fianco al sindacalismo indipendente e per la costruzione della Piattaforma Sociale Eurostop, realtà organizzate che possono – insieme a tutti gli ambiti sociali e politici che ancora si muovono sul terreno del conflitto – contribuire al mutamento di rapporti di forza, oggi fortemente squilibrati a favore dei nostri comuni nemici di classe.

Nell’esprimere piena solidarietà agli occupanti dell’ex centro di accoglienza di Via Garibaldi e dura condanna dell’operazione poliziesca ordinata dalla locale giunta PD, indichiamo in questi percorsi un contributo per rispondere alla presente e futura stretta repressiva implementata degli esecutivi continentali, nazionali e locali.

La Rete dei Comunisti – Pisa
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12/05/2017

Decreto Minniti, gli effetti collaterali

A settembre dello scorso anno il vicesindaco leghista di Trieste firma un’ordinanza “antibarboni”. A dicembre il TAR del Friuli Venezia Giulia annulla l’ordinanza: l’amministrazione locale può vararle solo per “fronteggiare eventi e pericoli eccezionali ed emergenziali” che minaccino “l’incolumità pubblica”.

A fine dicembre la presidente della regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani scrive al Ministro dell’Interno Minniti: «Ti chiedo di porre allo studio, ove possibile e contemplato, l’avvio di rimpatri che potrebbero avere un significato simbolico e deterrente soprattutto nei confronti degli elementi meno integrati».

A febbraio, il Ministro dell’Interno Minniti e quello della Giustizia Orlando varano due decreti-legge, su immigrazione e sicurezza urbana, li portano alle Camere e con voto di fiducia ne ottengono la conversione in legge.

Molto è stato detto sulla pericolosità insita nei due provvedimenti: compressione del diritto d’asilo per i richiedenti protezione internazionale; parificazione a pubblico ufficiale dell’operatore sociale per alcune fattispecie procedurali; “innovativi” strumenti in mano ai sindaci come il mini Daspo, un confino urbano in cui costringere le persone che “minano il decoro urbano”. Sono solo alcune delle novità che portano ad un effettivo diritto differenziato. Ad ogni categoria sociale corrisponde un diritto diverso e minore. Una legge non uguale per tutti decide della libertà di movimento e delle possibilità di vita. Viene resuscitato anche un articolo già dichiarato incostituzionale, l’ex 75 bis della legge quadro sulle droghe, recuperando in questo modo una parte della legge Fini-Giovanardi di cui francamente nessuno sentiva particolare nostalgia. In questo modo si potrà sanzionare amministrativamente anche chi, pur avendo subito una condanna, non ha ancora ricevuto una sentenza definitiva.

In soli pochi giorni si scatenano gli amministratori locali del nostro Paese. Effetto triste, ma prevedibile.

Daspo a Firenze: il questore intima a un paio di spacciatori il divieto di stazionare nella zona di Santo Spirito per 2 anni. A Milano Daspo urbano di 48 ore a 3 writer spagnoli. A Bari il Daspo colpisce 4 giovani che hanno occupato abusivamente Villa Roth. A Benevento il sindaco Mastella partecipa al Comitato provinciale e l’intero centro storico diventa area tutelata. A Roma si parla di un’ordinanza estesa a tutto il centro storico oltre a Pigneto, Testaccio e Trastevere; a Sassuolo un Daspo a madre, figlio e a un altra persona che dormivano in strada e ricaricavano il telefonino a una presa elettrica comunale. Essendo le tre persone di un altro comune, viene contestualmente notificato Daspo e allontanamento. Un confino a casa loro.

Di questi giorni il rastrellamento etnico a Milano e la caccia all’uomo a Roma in cui è morta una persona: la colpa? Essere un venditore abusivo.

La primogenitura dell’applicazione della legge è rivendicata dal sindaco di Gallarate, che vanta già un piccolo record: 10 le persone sottoposte a Daspo, sette dei quali, di allontanamento dalla stazione ferroviaria, sono destinati a profughi e mendicanti.

Il sindaco di Arezzo, oltre a due ordinanze che vietano la vendita di alcolici dalle 13 alle 8 per evitare bivacchi, afferma: «Una delle piaghe che affligge la nostra realtà è quella degli accattoni. Ce ne sono ovunque. Invito la popolazione a non sovvenzionarli».

Tutti uniti nella convinzione che il consenso si costruisca sulla paura e sul pugno di ferro.

La guerra ai poveri è stata dichiarata, adesso bisogna colpire anche i solidali.

E’ davvero in gioco il senso di umanità che ancora ci rimane.

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05/05/2017

“La caccia agli ambulanti dura da anni. Poi il decreto Minniti...”

Un ambulante muore a Roma, inseguito dai vigili urbani. La polizia manganella i suoi amici che protestavano in lacrime. Cronaca a parte, cosa sta succedendo? Intervista realizzata da Radio Città Aperta.
Ne parliamo con Aboubakar Soumahoro, esecutivo Usb. Ciao Abou

Buongiorno a voi e a tutti gli ascoltatori...

Ieri hai raggiunto in fretta il luogo dove è morto – o è stato ucciso – aspettiamo la verifica, Niang Maquette. Un commento politico su quello che è avvenuto, in relazione naturalmente anche agli effetti del decreto Minniti... è questa forse la questione rilevante di queste tragedia, no?

E’ chiaro che quanto è accaduto si verifica all’interno di questo clima generale di caccia alle streghe: quindi il decreto Minniti, ma anche certe dichiarazioni da parte di chi, pur di raccattare qualche manciata di voti, è pronto a dare l’assalto al corpo dei migranti. In questo caso abbiamo qui una persona che andava a cercarsi il pane quotidiano... Come dicevi prima, sarà la magistratura a stabilire, però Niang non c’è più.

No, purtroppo no. Questo è la conseguenza tragica, e tra l’altro immediata, perché in una delle prime applicazioni di questo decreto già ci scappa il morto. Questo vuol dire che è un decreto pericoloso, perché lascia grandi spazi – a nostra impressione – a interventi assolutamente anche violenti da parte di forze che non dovrebbero farlo... Perché – ricordiamo – ad intervenire è stata la polizia locale, quella che un tempo faceva le multe e gestiva il traffico. Anche questo Abou è un aspetto importante da sottolineare.

Quello che vogliamo sottolineare è che – dalle testimonianze che abbiamo raccolto tra i venditori ambulanti – queste squadre di vigili, le loro modalità di intervento, esistevano ancora prima dell’entrata in vigore del decreto Minniti; con l’entrata in vigore del decreto Minniti, si muovono probabilmente all’interno di un quadro di una legittimazione generale e generalizzata... Questo è quello che stiamo denunciando. I lavoratori stanno cercando di attirare l’attenzione su questo aspetto. Le squadre organizzate dei vigili che vanno alla caccia dei venditori ambulanti sono una situazione nota, quotidiana. Con il clima creatosi attorno al decreto Minniti, e che il decreto è andato a legittimare, è chiaro che tutto diventa lecito. Tutto diventa normale...

Molto chiaro... Per la cronaca tu ieri ti sei recato poi al comando dei vigili urbani, giusto? Che tipo di impressione hai raccolto lì, che tipo di reazione hai intercettato da parte di coloro che in qualche modo sono accusati – da una parte di testimoni – di aver contribuito alla morte di Niang?

Loro dicono che stanno cercando di raccogliere informazioni al fine di... Non ho capito bene che finalità abbia questa raccolta di informazioni. E’ chiaro che poi dopo la nostra versione dei fatti, sarà comunque portata avanti da parte dei familiari, degli amici di Niang che erano al lavoro con lui... I vigili sicuramente, come si è visto anche in queste ore, dai comunicati che hanno diramato, sostengono che non c’è stato nessun inseguimento... E’ una cosa comunque strana. Uno va a lavorare, un venditore ambulante, si alza, si mette a correre, poi cade e muore da solo... Ma dove stiamo?

E’ molto strano...

Anche alle Olimpiadi c’è qualcuno che dà comunque il via libera.

Certo...

E pure qui non stiamo parlando di Olimpiadi, perché qui si sta cercando di banalizzare quanto è accaduto.

Noi lo conosciamo questo sistema, Abou... Ci è capitato tante volte, in casi anche mediaticamente rilevanti, di sentir parlare di morti che poi diventano omicidi. Che ne so, Stefano Cucchi che muore di fame e di inedia, per esempio. Detto questo... Avrai sicuramente parlato con i colleghi di Niang, i familiari, gli amici... Che tipo di risposta ci sarà dalla comunità, in questi giorni? Ieri c’è stata una protesta, che tra l’altro è stata anche repressa...

C’è molta indignazione, c’è molta rabbia, e allo stesso momento saranno messe in campo le dovute iniziative. Noi come Usb abbiamo da subito non solo espresso la nostra solidarietà e vicinanza ai familiari, agli amici; abbiamo da subito messo a disposizione il nostro ufficio legale, per qualsiasi tipo di sostegno. Dall’altra parte, le decisioni rispetto ad una iniziativa di piazza sarà presa dai lavoratori stessi, dai familiari, e troveranno nell’Usb e anche nelle altre associazioni che si stanno muovendo, come la Coalizione Internazionale dei Sans Papiers... Troveranno comunque la massima disponibilità a sostenere, ad accompagnare le loro scelte, le loro decisioni. Comunque la piazza si farà sentire. Quando e a che ora è decisione che spetta ai familiari e agli amici.

Un’ultima battuta, poi ti lasciamo al tuo lavoro. Secondo te il decreto Minniti introduce un po’ di confusione rispetto al ruolo del Comune, in questi casi? La polizia locale è un corpo che dipende dal comune di Roma, in fondo... Secondo te, anche come impressione personale, quanto erano informati di questa operazione il Comune di Roma, il sindaco, la giunta, il consiglio? Nel caso di Milano, della stazione centrale, abbiamo visto come il sindaco si sia dichiarato perplesso, almeno a parole, sulla paternità dell’operazione che il decreto Minniti attribuisce anche al Comune...

Vogliamo dire... Ma non è sotto questa stessa amministrazione che, mesi fa, c’era un assessore del Comune di Roma che faceva da capobanda ad una squadra di vigili dando la caccia agli ambulanti? O magari ci siamo dimenticati? E’ successo mesi fa. E’ lo stesso assessore che è ancora in carica. E la stessa amministrazione, non è cambiata. E’ una cosa nota, che esiste... Gli ambulanti ci dicono che queste squadre gli danno la caccia ormai da mesi, da anni. E poi dopo abbiamo il decreto Minniti. Mettendo insieme questi due dispositivi, o modalità di azione o, comunque, questa condivisione dell’impianto della “caccia al diverso”, della stigmatizzazione del lavoratore, o comunque andare a stigmatizzare il colore della pelle, la provenienza geografica... è una modalità che noi denunciamo. Ed è quello che gli ambulanti dicono di vivere ogni giorno.

Molto chiaro. Grazie Abou, magari ci sentiamo nei prossimi giorni per commentare gli sviluppi della vicenda. Grazie per la tua disponibilità.
Anche nelle prossime ore...

Anche nelle prossime ore. Magari ti disturberemo anche nel pomeriggio per capire un attimo quello che sta succedendo. Grazie...

Grazie a voi.

Fonte

04/05/2017

A Roma il primo morto della guerra contro i poveri del PD

Ieri, la guerra contro i poveri inaugurata dal governo PD col decreto Minniti, ha fatto la sua prima vittima. Nian Maguette, un lavoratore ambulante senegalese di 54 anni, è morto mentre veniva inseguito dagli agenti in borghese dell’”Unità Operativa Sicurezza Pubblica ed Emergenziale”, una squadraccia messa in piedi dall’attuale vicecomandante dei Vigili Urbani, Antonio Di Maggio, e che da alcuni mesi viene impiegata per fare il “lavoro sporco” in città. Sfratti, sgomberi, caccia all’ambulante... a Roma chiunque vive nel “mondo di sotto” sa bene come lavora questo “corpo d’elite” della municipale composto da mancati poliziotti frustrati. Non fatichiamo quindi a credere ai racconti degli altri lavoratori sugli inseguimenti per le vie di Trastevere. Sono scene abituali, così come i pestaggi o le minacce o le “scoattate” davanti ai picchetti antisfratto. Dunque, mentre i media già provano a ridimensionare tutto, a parlare di “tragica fatalità”, una cosa deve essere chiara: che Nian sia morto perché investito da una moto guidata dagli agenti in borghese, come raccontano alcuni ambulanti, o perché colpito da un infarto, come invece sostiene la Questura, cambierà forse l’aspetto penale della vicenda, ma non certo quello politico e sociale. Senza la retata per il decoro urbano, senza la caccia all’uomo delle squadracce di Di Maggio, Nian sarebbe ancora vivo e potrebbe tornare a casa dalle sue due figlie. Crediamo sia arrivato il momento per una campagna cittadina unitaria che chieda alla Sindaca Raggia la rimozione di Di Maggio e lo scioglimento del GSSU e dello SPE. I vigili devono tornare ad occuparsi di multe, traffico e viabilità e smettere di giocare a fare i pistoleri.

Il filo insanguinato delle responsabilità va però srotolato fino in fondo e seguendolo si arriva dritti nelle stanze dell’attuale governo a guida PD. L’operazione messa in campo ieri mattina per le vie del centro fa il paio con il rastrellamento su base razziale messo in piedi a Milano il giorno prima, ed è figlia dei due decreti Minniti-Orlando (recentemente convertiti in legge) e della filosofia classista e razzista che li ispira. Una vera e propria “legge contro i poveri”, degna dell’Inghilterra vittoriana, che individua nella marginalità e nell’esclusione sociale, e non nelle sue cause strutturali, un elemento deturpatore del decoro e della quiete pubblica, assegnando ai sindaci poteri d’intervento straordinari per contrastarla. Nel tentativo di aggirare per via amministrativa i vincoli imposti dal diritto penale, considerato evidentemente troppo “garantista”.

Vale la pena ricordare a chi vorrà ripulirsi la coscienza con qualche frase di cordoglio che ad entrambe i provvedimenti il Governo Gentiloni ha assegnato la massima priorità invocando per essi il “carattere d’urgenza”, assolutamente ingiustificato stando alle statistiche sui reati, e ponendo la fiducia. Di fatto blindando l’iter legislativo ed esautorando il Parlamento da ogni possibilità di discuterli ed emendarli. Così come vale la pena di sottolineare che in tema di sicurezza urbana la legge Minniti si è posta in assoluta continuità con il decreto Maroni (il leghista Maroni!) del 2008 estendendone i dispositivi di controllo e repressione sociale. Nello specifico sempre grazie al PD è stata introdotta una sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 300 euro per chi “pone in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione delle infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, in violazione dei divieti di stazionamento o di occupazione di spazi ivi previsti” ovvero per gli ambulanti, per chi è colpevole di essere senza fissa dimora, di dormire per strada o di essere costretto a mendicare per sopravvivere. E “al trasgressore è fatto ordine di allontanamento dal luogo in cui è stato commesso il fatto” per 48 ore (mini Daspo). Il sindaco, a tutela della città vetrina, potrà d’ora in poi individuare “aree urbane su cui insistono musei, aree e parchi archeologici, complessi monumentali o altri istituti e luoghi della cultura interessati da consistenti flussi turistici, ovvero adibite a verde pubblico, alle quali si applicano le disposizioni precedenti”. La trasgressione dell’ordine di allontanamento comporterà il raddoppio della pena pecuniaria e la segnalazione ai servizi socio-sanitari. In caso di reiterazione, il questore, potrà disporre, con provvedimento motivato e per un periodo che va dai 6 mesi ai 2 anni, il divieto di accesso ad una o più delle aree di cui sopra (Daspo Urbano). Sul piano della repressione delle lotte sociali sono poi state estese alla “piazza” misure securitarie che in queste anni avevano visto la loro sperimentazione nelle curve e negli stadi. Tra gli emendamenti al testo approvati c’è infatti quello che prevede la possibilità dell’arresto in flagranza differita (48 ore) “se il reato con violenze alla persone o alle cose avvenga durante o in occasione di manifestazioni pubbliche e sia ripreso da telecamere e in immagini fotografiche”.

Contestualmente vengono messe fuori dai vincoli dal patto di stabilità le spese sostenute per la videosorveglianza. Ai comuni viene dunque permesso di spendere 7 milioni in telecamere nel 2017, 15 nel 2018 e altrettanti nel 2019, mentre per assumere lavoratori e internalizzare i servizi ovviamente i soldi non ci sono mai. Si va così sempre più imponendo un’idea di città duale, classista e razzista. Da una parte la “citta-vetrina”, quella interessata dalla rendita, dai flussi finanziari e abitata dai ceti abbienti, a cui dev’essere assicurata la sicurezza e il decoro anche a costo di ammazzare qualche miserabile, dall’altra una “città-discarica” in cui riversare le contraddizioni sociali, una città sempre più abbandonata a se stessa e in cui lo Stato entra esclusivamente per reprimere e mantenere l’ordine pubblico. Non stiamo dicendo che sia già così, ma ci pare evidente che sia questo l’orizzonte a cui guardano le classi dominanti con la crisi irreversibile del welfare-state.

Fonte

20/04/2017

Dei delitti, delle pene e del controllo sociale

“Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di introdurre strumenti volti a rafforzare la sicurezza delle città e la vivibilità dei territori e di promuovere interventi volti al mantenimento del decoro urbano”: così si apre uno dei due decreti Minniti, quello riguardante la sicurezza urbana, che ha sollevato voci di protesta per lo più incentrate su una critica “dirittocivilista” alle misure ivi contenute, piuttosto che una più prettamente politica che guarda a tutto il parterre di decreti che stanno producendo i Ministri dell’Interno e della Giustizia (col decreto Orlando). Il decreto Minniti sulla sicurezza urbana viene giustificato con “l’urgente e straordinaria necessità” di introdurre misure atte a contrastare l’illegalità e a garantire la sicurezza e il decoro nelle città, nonché la “vivibilità” dei territori, attraverso strumenti deterrenti della maggior parte degli abusi e dei reati che andrebbero a persistere nelle principali aree urbane. Non si può evitare di sottolineare quanto sia strategicamente utile per il Governo, nell’attuale fase politica, economica e sociale, identificare la totalità delle problematiche dei territori non già nella grave carenza di servizi, nella disoccupazione o nelle precarie condizioni in cui versano gli abitanti nel loro complesso e in particolar modo i residenti delle periferie metropolitane, bensì nell’accattonaggio, nell’attività dei writers, nell’occupazione abusiva di immobili, nella movida e nel consumo di alcolici, nello spaccio. Una serie di reati “economici” legati direttamente alle precarie condizioni di vita delle persone in questione, ma che vorrebbero essere “risolti” colpendo il sintomo e non la causa del problema, scaricando l’ansia di sicurezza fomentata mediaticamente sul povero invece che sulla povertà, aggredendo il disoccupato invece che la disoccupazione. La perorazione della causa “antidegrado”, esasperata verso il securitarismo fino a divenire strumento di sfogo xenofobo e classista, ha rappresentato l’altare sul quale sacrificare libertà e diritti fondamentali in nome di maggior sicurezza e controllo sociale nei quartieri; ed è proprio in questa direzione che continuano ad insistere i due decreti Minniti e il decreto Orlando, inasprendo le pene e le misure di prevenzione per alcuni tipi di reati, sacrificando le già esigue garanzie giudiziarie in nome di una maggiore sicurezza sociale o di uno snellimento di una giustizia che ad oggi è opinione diffusa che non garantisca una reale certezza della pena. Ad essere colpiti ovviamente sono i soggetti appartenenti alle classi più disagiate, i migranti illegali, gli abitanti dei quartieri maggiormente abbandonati al degrado e alla precarietà e i cittadini o militanti politici che manifesteranno il loro dissenso. Ciò che il Decreto Minniti sulla sicurezza si “limita” a fare è tradurre in legge prassi ormai consolidate dal punto di vista della prevenzione e della pena rispetto ad alcuni reati. Non ci risultano affatto nuove misure quali: l’arresto in flagranza differita a seguito di manifestazioni; il Daspo urbano; il divieto di accesso e il foglio di via; le multe per l’interruzione di un pubblico servizio; eccetera. La continua tensione repressiva attuata dalle forze di polizia trova col decreto Minniti una sua formalizzazione legale, restringendo ulteriormente gli spazi di garanzia e libertà previsti (un tempo) persino nella stessa legislazione ufficiale (non a caso in corso di profonda revisione securitaria). Il problema di agibilità politica che stiamo riscontrando ormai da alcuni anni sta divenendo prassi consolidata e legislativamente sostenuta, e questo impone un cambiamento di scenario per nulla secondario o legato esclusivamente alla mera sovrastruttura legislativa in cui trova disposizione formale.

Il testo di convocazione dell’iniziativa di domani a Fisica (La Sapienza):

DECRETO MINNITI:
DEI DELITTI, DELLE PENE E DEL CONTROLLO SOCIALE

Non si era certo fatto mistero del fatto che le recenti vicende politiche e migratorie, la frequenza degli attentati che stanno colpendo diverse zone del mondo, nonché la tendenza alla guerra che sta concretizzando le proprie malcelate intenzioni in quest’ultimo periodo, avrebbero portato ad un prolungamento del cosiddetto “stato d’emergenza” e all’inasprimento delle misure securitarie e repressive solo formalmente atte a garantire la sicurezza dei confini e dei cittadini europei.

Per questi motivi non si è rimasti eccessivamente basiti dell’atteggiamento e dell’operato che stanno portando agli onori delle cronache il neoministro dell’Interno Minniti, operato che si sta concretizzando in ultimo proprio nel decreto a cui ha dato il nome e che va a toccare una serie di “tasti dolenti” a causa dei quali parrebbe che l’intera società percepisca seri e concreti rischi per la propria sicurezza e il proprio quieto vivere. All’interno di una narrazione che tende sempre più a fornire una lettura quanto più conciliante e meno conflittuale possibile verso le politiche europee, l’escamotage è l’istigazione xenofoba alla guerra intestina tra soggetti che vivono la medesima condizione di disagio economico e occupazionale, il fomento della lotta al degrado urbano la cui rappresentazione è concentrata nelle scritte dei writer e negli adesivi che spadroneggiano sui muri delle città, il terrorismo mediatico messo in atto in occasione delle manifestazioni nazionali utile a rendere invisa qualsiasi istanza, sia pur condivisibile, in nome di un imminente pericolo di devastazione da parte dei violenti (la macchina repressiva messa in campo in vista della manifestazione del 25 marzo è ormai storia nota).

Ed è proprio in questi ambiti che agisce il Decreto Minniti, con cui fa il paio il Decreto Orlando per la riforma della giustizia penale, con le parole d’ordine della “prevenzione” delle illegalità e “promozione” della legalità: questo avviene attraverso espulsioni per gli immigrati clandestini, arresti differiti per manifestanti, inasprimento delle misure repressive per i reati contro il decoro (imbrattamento, accattonaggio, occupazione abusiva di spazi ed immobili etc) e per alcuni reati economici, nonché maggiori poteri e dispositivi di prevenzione o repressione per le autorità (dagli obblighi di allontanamento al divieto d’accesso). E’ sotto gli occhi di tutti il fatto che queste misure vengono qui legificate a seguito di una prassi sicuramente non di tendenza opposta, ma che vede da sempre un sistema giudiziario che si pone, spesso preventivamente (si tenga presente che nelle carceri italiane vi è un’altissima percentuale di detenuti che non hanno subito alcuna condanna ma sono invece sottoposti a misure cautelari), in funzione vessatoria nei confronti delle classi meno agiate, nonché beneficiario di discrezionalità nell’operato di diversi organi giudiziari ed evidentemente politici che è volta a colpire pedissequamente nella stessa direzione e con le stesse finalità.

La comprensione e il confronto sulle conseguenze, come dicevamo non solo giudiziarie ma più prettamente politiche, a cui questo Decreto spalancherà le porte, sono utili a sviluppare una riflessione non solo inerente ad una più ampia analisi di fase quanto anche ad una più immediata questione di agibilità politica.

Interverranno:
Marco Lucentini (Avvocato)
Simonetta Crisci (Avvocato)
Francesco Romeo (Avvocato)
Italo Di Sabato (Osservatorio Repressione)
Maurizia Russo Spena (Resistenze Meticce)

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