Pochi ricordano che l’istituto del Daspo, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive causa provvedimento emesso dal questore, è uno di quelli che “ha chiesto l’Europa”.
Quello che è stato introdotto in Italia come Daspo è infatti un provvedimento, raccomandato dal consiglio d’Europa a tutti i paesi membri, pensato tra gli strumenti giuridici per il contenimento del fenomeno hooligan dopo la strage dell’Heysel del 1985. Si tratta di una misura di contenimento preventivo del comportamento personale, emessa da un atto amministrativo e non da una sentenza di tribunale, che è rimasta nell’ordinamento giuridico ed è evoluta assieme al complesso delle norme sull’ordine pubblico degli stadi, alle mutazioni delle tecnologie di sorveglianza e anche ai cambiamenti dell’opinione pubblica dedicata a questi temi. Infine, il Daspo ritorna in questo periodo al centro del dibattito politico come proposta dei sindacati di polizia al governo Meloni da mettere entro un pacchetto “ordine pubblico” dedicato alle manifestazioni e non più esclusivamente allo sport.
Il Daspo è pensato come uno strumento di emergenza – velocizzare tramite atti amministrativi l’allontanamento dallo stadio di più soggetti ritenuti pericolosi – dopo un fatto gravissimo, la strage dell’Heysel. Le stragi – ricordiamo dopo Heysel, Hillsborough del 1989 – sono scomparse ma il provvedimento è rimasto nel tempo e, come vediamo, in Italia rischia nuove applicazioni oltre il campo sportivo. Fa bene ricordare come il Daspo appartenga, assieme alla precettazione per lo sciopero dei trasporti che oggi ha ridotto di molto i margini di conflitto sociale, all’ultima stagione di governo del pentapartito a guida Andreotti, quella che si trova ad affrontare, rimanendone travolta, le mutazioni che questo paese cominciava a intravedere alla fine degli anni ’80.
Fa bene anche ricordare che l’inasprimento dell’uso del Daspo fa parte del famoso pacchetto Amato – votato da Pdci, Verdi e dal Prc bertinottiano – promosso dal governo Prodi dopo la morte dell’ispettore Raciti durante gli scontri provocati per Catania-Palermo. Alcuni dei provvedimenti Amato sono rimasti storici (l’obbligo non più solo formale di tornelli allo stadio che ha cambiato panorami e uso dei territori attorno agli impianti), altri erano surreali (come il divieto di introdurre tamburi allo stadio e il controllo di striscioni e bandiere) ma soprattutto si faceva notare il fatto come quella che allora era la sinistra sceglieva non di tutelare i diritti civili ma di consegnare una parte della vita sociale alla logica dell’emergenza. Questa logica, inasprire il quadro giuridico e i provvedimenti che hanno effetto sul campo a ogni fatto collettivo trattato come emergenza, non poteva non essere ripresa dal centrodestra e infatti prima col decreto Pisanu del 2005, ripreso e rafforzato dalle leggi Amato, e con il decreto Maroni del 2010, che a sua volta poggiava sulle leggi Amato, il Daspo ha allargato il proprio raggio d'azione e con lui le forme di contenimento preventivo dei comportamenti collettivi.
Insomma, nel corso di un quarto di secolo le manifestazioni sportive sono state consegnate alla logica dell’emergenza permanente, con la naturalizzazione dell’istituto dell’allontanamento preventivo dagli stadi che si è accompagnata all’evoluzione tecnologica delle forme di controllo. Questo, nel tempo, ha allontanato gli scontri dagli stadi, grande ferita della società dello spettacolo, ed ha aperto la stagione della conflittualità, anche con risvolti drammatici, tra tifoserie in aree e zone dedicate. Altra questione è che, da tempo, si chiede al Daspo di fare il salto di specie ovvero di passare dalla emergenza sportiva a quella politica, di diventare un “semplice” atto amministrativo per il contenimento preventivo e immediato dei manifestanti.
Qui, un paio di precedenti utili a capire il problema. Il primo è che nel nostro ordinamento esiste già un Daspo non sportivo: il “Daspo urbano” introdotto dal governo Gentiloni, non propriamente di centrodestra, nel 2017 che riguarda il tema del “decoro” ovvero la possibilità di vietare determinati luoghi per atto amministrativo a soggetti che turbano, in vario modo, quella che si pensa essere la normalità della vita cittadina. Viene così allargato, almeno formalmente, l’insieme dei soggetti ai quali applicare l’emergenza senza fine e le misure di velocizzazione del comportamento collettivo: dagli hooligans si passa alla piccola fauna del traffico urbano.
Altro aspetto interessante, specie se si guarda al futuro, è toccato dalla sentenza del TAR del Lazio del 2019 che vieta, almeno fino a oggi, il cortocircuito tra Daspo sportivo e penalizzazioni ricavate durante le manifestazioni politiche. Sia durante la gestione agli interni Minniti che in quella Salvini correva infatti l’abitudine di emettere Daspo per persone che avevano ricevuto sanzioni a causa di manifestazioni politiche (es. condanna per volto travisato) ma non avevano commesso nulla sul piano delle manifestazioni sportive. Una evidente lesione dei diritti civili, come lo è quello di accedere a manifestazioni sportive, sanata dal Tar del Lazio di qualche anno fa. C’è da chiedersi cosa accadrà del complesso dell’istituto del Daspo, se le proposte dei sindacati di polizia verranno accettate, e giuridicamente adattate, dal governo Meloni. La trasformazione delle manifestazioni in stato d’emergenza permanente, come per gli stadi da oltre trent’anni, può avere grosse conseguenze su tutta la società come è stato per la legislazione sportiva nel corso di questi anni.
Bisogna quindi ricordare un altro paio di questioni:
1) gli effetti sociali diretti della stagione delle stragi legate al calcio (’85, ’89) sono esauriti da tempo. Gli effetti sociali della legislazione di emergenza contenimento preventivo dei comportamenti di parte della società, sviluppo quasi incontenibile delle tecnologie di controllo legittimate anche dai provvedimenti di emergenza – sono in piena salute e mostrano un reale futuro.
2) tutti i provvedimenti presi, in Italia, in materia di Daspo, per quando abbiano vissuto oltre la stagione della loro gestazione, sono risposte, in ottica di addomesticamento della società, a periodi di recrudescenza, anche molto violenta, della vita da stadio. L’eventuale Daspo per i manifestanti, così come è chiesto dai sindacati di polizia, avverrebbe dopo un periodo di recrudescenza, ma del comportamento delle forze dell’ordine. Se accade si tratta di un uso della legislazione di emergenza nuovo, da capire bene.
Una società in stato permanente di emergenza su questi temi, oltre a creare danni collettivi e personali, sfavorisce, e di molto, la capacità di presa sulla società di quello che è rimasto delle varie sinistre. Le cose possono cambiare se queste acquisiscono una cultura dei diritti civili che, nel nostro paese, appare o piuttosto scarsa o confinata in temi che non hanno a che vedere con il diritto di manifestare.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/09/2023
Perché opporsi all’introduzione del riconoscimento biometrico negli stadi?
La notizia, uscita qualche giorno fa, in merito alla proposta della Lega Calcio di inserire il riconoscimento facciale ai tornelli di ingresso negli stadi, non dovrebbe stupire. Da decenni l’ambiente dello stadio è utilizzato come banco di prova per l’introduzione e la sperimentazione di misure repressive trasferibili in altri contesti sociali.
Stiamo parlando dell’ipotesi che all’acquisto di un biglietto per una partita venga allegata una liberatoria da firmare per consentire la scannerizzazione del volto al momento dell’accesso all’impianto sportivo.
La schedatura del tifoso che si reca allo stadio viene giustificata dalle autorità con il fine di poter riconoscere senza dubbio alcuno un soggetto nel caso manifesti atteggiamenti razzisti sugli spalti.
Se si analizza questa proposta e la si scompone salta però subito all’occhio la forzatura con cui si vuole porre un nesso posticcio tra l’ulteriore schedatura dei tifosi e la finalità “antirazzista”.
È utile innanzitutto ricordare che il biglietto è già nominale dal 2003 e che dal 2009 è in vigore la “Tessera del tifoso”.
Inoltre, all’interno degli stadi esiste già un sistema di videosorveglianza, elemento che rende praticamente impossibile non ricondurre un qualsiasi comportamento sugli spalti a uno specifico soggetto o gruppo.
Pertanto, a che scopo spendere risorse finanziarie per un complesso sistema video, che appesantirebbe ulteriormente le già complesse procedure di accesso, quando invece – per esempio – si potrebbero migliorare i sempre più fatiscenti impianti sportivi?
Che siano in realtà la “volontà di repressione” di uno degli ultimi spazi aggregativi di questa società iper-individualizzata e il continuo asservimento alle grandi multinazionali “Big Tech” a muovere l’azione delle autorità?
Oltre a questo, e andando al nocciolo etico della questione, qui, ancora una volta, cade la maschera della Lega Calcio (e dello Stato) che esibisce la maschera dell’inclusività per legittimare un procedimento esclusivamente forcaiolo. Il decreto Caivano sulla violenza minorile va nella stessa direzione.
Per arginare il razzismo invece bisognerebbe lavorare sul miglioramento delle condizioni di reddito e di vita, oltre che sulla sensibilizzazione e sull’educazione nel tessuto sociale, quindi a monte del problema e non solo dentro gli stadi.
Bisognerebbe partere dai quartieri, dalle scuole e sui posti di lavoro, consci che non si tratta affatto di un problema legato al solo “popolino” (come vorrebbe la narrazione mainstream), ma riguarda innanzitutto l’atteggiamento classista e reazionario dell’intera società (padroni, Stato, burocrazia, ecc.), che ormai si riverbera in tutto il corpo sociale.
È così che, tolto via il velo di trucco alla proposta, rimane la solo volontà di far passare un metodo di riconoscimento e controllo estremamente invasivo (che ha già trovato lo sbarramento della legge sulla privacy, ma alla lunga potrebbe non essere sufficiente), in modo tale da poterlo poi riprodurre per manifestazioni, presidi, concerti o qualsivoglia momento aggregativo.
A monito di tutti, è bene ricordare che dal 2017 il Daspo – acronimo di “divieto di accedere alle manifestazioni sportive” – è stato allargato al contesto cittadino (cosiddetto ‘Daspo urbano’), ossia il potenziamento del vecchio “foglio di via” d’epoca fascista, che ha conosciuto un grande utilizzo contro senzatetto e attivisti sociali, sindacali e politici.
Per analizzare queste proposte bisogna considerare l’ampio spettro di utilizzo all’interno nella società, ossia considerarle (parafrasando le tecnologie che vengono usate a scopo sia civile che militare) come mirati a una sorta di dual use stadio-quartieri.
In definitiva, le finalità vanno ben oltre quelle che accompagnano la loro presentazione e puntano a reprimere il dissenso organizzato, limitando (a vari livelli) la libertà personale.
Come recitava uno striscione esposto negli stadi, a metà anni ‘80, “Leggi speciali, oggi per gli ultras, domani in tutta la città”.
Fonte
Stiamo parlando dell’ipotesi che all’acquisto di un biglietto per una partita venga allegata una liberatoria da firmare per consentire la scannerizzazione del volto al momento dell’accesso all’impianto sportivo.
La schedatura del tifoso che si reca allo stadio viene giustificata dalle autorità con il fine di poter riconoscere senza dubbio alcuno un soggetto nel caso manifesti atteggiamenti razzisti sugli spalti.
Se si analizza questa proposta e la si scompone salta però subito all’occhio la forzatura con cui si vuole porre un nesso posticcio tra l’ulteriore schedatura dei tifosi e la finalità “antirazzista”.
È utile innanzitutto ricordare che il biglietto è già nominale dal 2003 e che dal 2009 è in vigore la “Tessera del tifoso”.
Inoltre, all’interno degli stadi esiste già un sistema di videosorveglianza, elemento che rende praticamente impossibile non ricondurre un qualsiasi comportamento sugli spalti a uno specifico soggetto o gruppo.
Pertanto, a che scopo spendere risorse finanziarie per un complesso sistema video, che appesantirebbe ulteriormente le già complesse procedure di accesso, quando invece – per esempio – si potrebbero migliorare i sempre più fatiscenti impianti sportivi?
Che siano in realtà la “volontà di repressione” di uno degli ultimi spazi aggregativi di questa società iper-individualizzata e il continuo asservimento alle grandi multinazionali “Big Tech” a muovere l’azione delle autorità?
Oltre a questo, e andando al nocciolo etico della questione, qui, ancora una volta, cade la maschera della Lega Calcio (e dello Stato) che esibisce la maschera dell’inclusività per legittimare un procedimento esclusivamente forcaiolo. Il decreto Caivano sulla violenza minorile va nella stessa direzione.
Per arginare il razzismo invece bisognerebbe lavorare sul miglioramento delle condizioni di reddito e di vita, oltre che sulla sensibilizzazione e sull’educazione nel tessuto sociale, quindi a monte del problema e non solo dentro gli stadi.
Bisognerebbe partere dai quartieri, dalle scuole e sui posti di lavoro, consci che non si tratta affatto di un problema legato al solo “popolino” (come vorrebbe la narrazione mainstream), ma riguarda innanzitutto l’atteggiamento classista e reazionario dell’intera società (padroni, Stato, burocrazia, ecc.), che ormai si riverbera in tutto il corpo sociale.
È così che, tolto via il velo di trucco alla proposta, rimane la solo volontà di far passare un metodo di riconoscimento e controllo estremamente invasivo (che ha già trovato lo sbarramento della legge sulla privacy, ma alla lunga potrebbe non essere sufficiente), in modo tale da poterlo poi riprodurre per manifestazioni, presidi, concerti o qualsivoglia momento aggregativo.
A monito di tutti, è bene ricordare che dal 2017 il Daspo – acronimo di “divieto di accedere alle manifestazioni sportive” – è stato allargato al contesto cittadino (cosiddetto ‘Daspo urbano’), ossia il potenziamento del vecchio “foglio di via” d’epoca fascista, che ha conosciuto un grande utilizzo contro senzatetto e attivisti sociali, sindacali e politici.
Per analizzare queste proposte bisogna considerare l’ampio spettro di utilizzo all’interno nella società, ossia considerarle (parafrasando le tecnologie che vengono usate a scopo sia civile che militare) come mirati a una sorta di dual use stadio-quartieri.
In definitiva, le finalità vanno ben oltre quelle che accompagnano la loro presentazione e puntano a reprimere il dissenso organizzato, limitando (a vari livelli) la libertà personale.
Come recitava uno striscione esposto negli stadi, a metà anni ‘80, “Leggi speciali, oggi per gli ultras, domani in tutta la città”.
Fonte
08/09/2023
La repressione ottusa applicata ai minori
Analizziamo il cosiddetto “decreto contenente misure contro la criminalità giovanile” provando ad evitare lo sciocchezzaio di luoghi comuni abitualmente caratterizzanti “la sinistra”, come suggerisce con sofferta intuizione Giovanni Iozzoli.
Intanto i contenuti, tutti molto in linea con un governo parecchio fascista-liberista e senza alcun “pentimento”.
Si abbassa da 9 a 6 anni la soglia della pena che consente di applicare la misura della custodia cautelare in carcere anche ai minori di diciotto anni e sopra i quattordici.
Il ‘Daspo urbano’ diventa applicabile anche in questa fascia di età.
Seguono misure definite “preventive”, come l’avviso orale del questore che convoca il minore sopra i dodici anni “unitamente ad almeno un genitore o ad altra persona esercente la responsabilità genitoriale“.
Oppure l’applicazione di una sorta di “divieto social” proposto sempre dal questore e disposto dal magistrato, in caso di recidiva su reati di droga (esteso l’arresto in flagranza in caso di spaccio).
O ancora: il carcere fino a due anni per i genitori che non mandano i figli a scuola, togliendo loro anche la patria potestà, e il parental control obbligatorio gratuito in tutti i device contro il porno on line.
Da segnalare che, su quest’ultimo punto, è saltata la norma proposta dal ministro Roccella per vietare tout court l’accesso ai siti porno ai minori (cosa peraltro richiesta dalla quasi totalità delle famiglie).
Una misura certamente complicata da realizzare e facile da aggirare, ma rimandata con tutt’altra motivazione: “diamo tempo ai produttori di inserirla” nei device. In fondo anche questo è Pil, “crescita economica”, e – com’è noto – questo è un governo che “non vuole disturbare gli imprenditori”.
Come del resto fa per la vendita di alcolici ai minori, teoricamente vietata, ma totalmente lasciata al buon cuore del commerciante di turno...
In conferenza stampa, per spiegare la logica generale del decreto, si è fatto riferimento alla volontà di “sollecitare e sostenere la responsabilità educativa della famiglia”. Come se non facesse differenza vivere a Caivano o ai Parioli.
E qui si arriva al dunque di tutta la logica repressiva: non esiste la società, ma solo gli individui. Il vecchio slogan thatcheriano che ha fornito la spiegazione universale della “politica” occidentale degli ultimi 40 anni.
Come pretende la teoria del “libero mercato” tutti i soggetti singoli vengono immaginati come totalmente razionali, spinti unicamente dal proprio interesse individuale, e perfettamente a conoscenza di tutte le informazioni disponibili per cercare di realizzare i propri obiettivi senza violare le regole.
Lo stesso pseudo-ragionamento è stato fatto, soprattutto a destra ma non solo, nel caso dei migranti. Come se una persona costretta a fuggire dallo Zambia o dal Mali, prima di partire, consultasse giornali e tg italiani, ricavandone un quadro preciso sulle tendenze del governo in carica, e quindi nella piena libertà di decidere se partire o no a seconda della presenza di un governo “buonista” oppure manganellatore.
Fatto sta che il governo più anti-immigrati che ci sia mai stato è costretto a registrare il raddoppio degli sbarchi rispetto al passato. Prova provata che quel “ragionamento” è da dementi.
Ma viene riproposto pari pari anche nel caso della “criminalità giovanile”, categoria tutto-fare dove finiscono lo spaccio di droga (affidato a minori, in alcune piazze, proprio per evitare condanne agli “adulti”), come lo sballo del sabato sera dove può accadere – e accade – di tutto: dallo stupro alla bici gettata dai Murazzi, dal vandalismo sulle auto parcheggiate al massacro di una capretta da parte di “ragazzi-bene”.
È fin troppo facile dimostrare che in tutti questi casi la teoria degli “individui perfettamente razionali”, e dunque spaventabili con una aumento mostruoso delle pene, non sta in piedi.
Un ubriaco o in preda a qualunque sostanza sta forse lì a calcolare i mesi o gli anni di una ipotetica condanna futura? I bastardi infoiati di un branco di stupratori stanno forse lì col pallottoliere a fare gli stessi calcoli?
Quel comportamento – non paradossalmente – è abituale solo nei “professionisti del crimine”. Un rapinatore esperto, per esempio, può benissimo pianificare i suoi colpi dandosi come limite assoluto il non provocare morti o feriti, che farebbero aumentare la sua condanna (che dà per certa, ad un certo punto della sua “carriera”) fino all’ergastolo.
Chiaro che un minorenne, addirittura al limite dei quattordici anni (quelli della terza media, insomma...), non appartiene a questo genere. Anche se metti l’ergastolo come pena, neanche verrà a saperlo...
Che tutti questi fenomeni vadano combattuti, vinti, superati definitivamente, è certo. Anzi, è urgente.
Che nel farlo occorra un qualche grado di “repressione”, anche. Ma solo un imbecille – o un fascista schierato in difesa del “libero mercato” – può credere che la repressione, e queste misure in particolare, servano a qualcosa.
Una famiglia così malridotta da rinunciare a mandare un figlio – o più – a scuola tornerà a portarcelo solo “grazie” alla minaccia di una condanna penale? Una famiglia senza reddito che vede il figlio portare soldi a casa, si chiederà come li ha fatti e correrà al commissariato a denunciarlo oppure si darà da fare perché finisca in galera il più tardi possibile?
Come si ricostruisce un “senso comune sociale” entro cui tutti – dai genitori ai figli, dai governanti agli “imprenditori”, ecc. – avvertono la responsabilità di vivere in una collettività, anche quando si confligge aspramente su tutto l’arco delle diseguaglianze sociali?
Come si fa a ricostruire una percezione quasi istintiva di cosa è giusto e cosa è sbagliato, anche a prescindere dalla “legge che c’è”?
Silenzio...
È inutile, insomma, anche se giusto, limitarsi a gridare al “governo fascista” leggendo questo elenco di “misure” liberticide. È proprio quella roba lì, certo. I soliti vecchi fascisti con la ghigna da sbirro...
Ma quel che fanno è soprattutto inutile. Queste misure non correggono nessun fenomeno o comportamento ‘socialmente pericoloso’. Al massimo mettono in galera qualche ragazzino neet in più. E lasciano tutto com’è.
Lasciano insomma una società in cui tutti – ‘finalmente’, dal loro punto di vista – si sentono e si comportano come individui. Ossia come singoli senza alcuna responsabilità verso gli altri e verso l’intera collettività.
Singoli che vedono negli altri solo ostacoli al raggiungimento dei propri obiettivi oppure come materia per raggiungerli. Materia in senso tecnico-strumentale, da sfruttare, spremere e gettare via. Come insegnano gli imprenditori, no?
Singoli irresponsabili e disinteressati alle regole o al pagamento delle tasse, ma convinti di poter pretendere dallo Stato la... repressione degli altri.
Avete ottenuto la società che volevate. Quella dell’indifferenza e della guerra di tutti contro tutti. Ora vi spaventa. E non sapete cosa fare, se non chiamare la polizia. Che è fatta, ovviamente, di quella stessa materia lì. O anche peggio...
Fonte
Intanto i contenuti, tutti molto in linea con un governo parecchio fascista-liberista e senza alcun “pentimento”.
Si abbassa da 9 a 6 anni la soglia della pena che consente di applicare la misura della custodia cautelare in carcere anche ai minori di diciotto anni e sopra i quattordici.
Il ‘Daspo urbano’ diventa applicabile anche in questa fascia di età.
Seguono misure definite “preventive”, come l’avviso orale del questore che convoca il minore sopra i dodici anni “unitamente ad almeno un genitore o ad altra persona esercente la responsabilità genitoriale“.
Oppure l’applicazione di una sorta di “divieto social” proposto sempre dal questore e disposto dal magistrato, in caso di recidiva su reati di droga (esteso l’arresto in flagranza in caso di spaccio).
O ancora: il carcere fino a due anni per i genitori che non mandano i figli a scuola, togliendo loro anche la patria potestà, e il parental control obbligatorio gratuito in tutti i device contro il porno on line.
Da segnalare che, su quest’ultimo punto, è saltata la norma proposta dal ministro Roccella per vietare tout court l’accesso ai siti porno ai minori (cosa peraltro richiesta dalla quasi totalità delle famiglie).
Una misura certamente complicata da realizzare e facile da aggirare, ma rimandata con tutt’altra motivazione: “diamo tempo ai produttori di inserirla” nei device. In fondo anche questo è Pil, “crescita economica”, e – com’è noto – questo è un governo che “non vuole disturbare gli imprenditori”.
Come del resto fa per la vendita di alcolici ai minori, teoricamente vietata, ma totalmente lasciata al buon cuore del commerciante di turno...
In conferenza stampa, per spiegare la logica generale del decreto, si è fatto riferimento alla volontà di “sollecitare e sostenere la responsabilità educativa della famiglia”. Come se non facesse differenza vivere a Caivano o ai Parioli.
E qui si arriva al dunque di tutta la logica repressiva: non esiste la società, ma solo gli individui. Il vecchio slogan thatcheriano che ha fornito la spiegazione universale della “politica” occidentale degli ultimi 40 anni.
Come pretende la teoria del “libero mercato” tutti i soggetti singoli vengono immaginati come totalmente razionali, spinti unicamente dal proprio interesse individuale, e perfettamente a conoscenza di tutte le informazioni disponibili per cercare di realizzare i propri obiettivi senza violare le regole.
Lo stesso pseudo-ragionamento è stato fatto, soprattutto a destra ma non solo, nel caso dei migranti. Come se una persona costretta a fuggire dallo Zambia o dal Mali, prima di partire, consultasse giornali e tg italiani, ricavandone un quadro preciso sulle tendenze del governo in carica, e quindi nella piena libertà di decidere se partire o no a seconda della presenza di un governo “buonista” oppure manganellatore.
Fatto sta che il governo più anti-immigrati che ci sia mai stato è costretto a registrare il raddoppio degli sbarchi rispetto al passato. Prova provata che quel “ragionamento” è da dementi.
Ma viene riproposto pari pari anche nel caso della “criminalità giovanile”, categoria tutto-fare dove finiscono lo spaccio di droga (affidato a minori, in alcune piazze, proprio per evitare condanne agli “adulti”), come lo sballo del sabato sera dove può accadere – e accade – di tutto: dallo stupro alla bici gettata dai Murazzi, dal vandalismo sulle auto parcheggiate al massacro di una capretta da parte di “ragazzi-bene”.
È fin troppo facile dimostrare che in tutti questi casi la teoria degli “individui perfettamente razionali”, e dunque spaventabili con una aumento mostruoso delle pene, non sta in piedi.
Un ubriaco o in preda a qualunque sostanza sta forse lì a calcolare i mesi o gli anni di una ipotetica condanna futura? I bastardi infoiati di un branco di stupratori stanno forse lì col pallottoliere a fare gli stessi calcoli?
Quel comportamento – non paradossalmente – è abituale solo nei “professionisti del crimine”. Un rapinatore esperto, per esempio, può benissimo pianificare i suoi colpi dandosi come limite assoluto il non provocare morti o feriti, che farebbero aumentare la sua condanna (che dà per certa, ad un certo punto della sua “carriera”) fino all’ergastolo.
Chiaro che un minorenne, addirittura al limite dei quattordici anni (quelli della terza media, insomma...), non appartiene a questo genere. Anche se metti l’ergastolo come pena, neanche verrà a saperlo...
Che tutti questi fenomeni vadano combattuti, vinti, superati definitivamente, è certo. Anzi, è urgente.
Che nel farlo occorra un qualche grado di “repressione”, anche. Ma solo un imbecille – o un fascista schierato in difesa del “libero mercato” – può credere che la repressione, e queste misure in particolare, servano a qualcosa.
Una famiglia così malridotta da rinunciare a mandare un figlio – o più – a scuola tornerà a portarcelo solo “grazie” alla minaccia di una condanna penale? Una famiglia senza reddito che vede il figlio portare soldi a casa, si chiederà come li ha fatti e correrà al commissariato a denunciarlo oppure si darà da fare perché finisca in galera il più tardi possibile?
Come si ricostruisce un “senso comune sociale” entro cui tutti – dai genitori ai figli, dai governanti agli “imprenditori”, ecc. – avvertono la responsabilità di vivere in una collettività, anche quando si confligge aspramente su tutto l’arco delle diseguaglianze sociali?
Come si fa a ricostruire una percezione quasi istintiva di cosa è giusto e cosa è sbagliato, anche a prescindere dalla “legge che c’è”?
Silenzio...
È inutile, insomma, anche se giusto, limitarsi a gridare al “governo fascista” leggendo questo elenco di “misure” liberticide. È proprio quella roba lì, certo. I soliti vecchi fascisti con la ghigna da sbirro...
Ma quel che fanno è soprattutto inutile. Queste misure non correggono nessun fenomeno o comportamento ‘socialmente pericoloso’. Al massimo mettono in galera qualche ragazzino neet in più. E lasciano tutto com’è.
Lasciano insomma una società in cui tutti – ‘finalmente’, dal loro punto di vista – si sentono e si comportano come individui. Ossia come singoli senza alcuna responsabilità verso gli altri e verso l’intera collettività.
Singoli che vedono negli altri solo ostacoli al raggiungimento dei propri obiettivi oppure come materia per raggiungerli. Materia in senso tecnico-strumentale, da sfruttare, spremere e gettare via. Come insegnano gli imprenditori, no?
Singoli irresponsabili e disinteressati alle regole o al pagamento delle tasse, ma convinti di poter pretendere dallo Stato la... repressione degli altri.
Avete ottenuto la società che volevate. Quella dell’indifferenza e della guerra di tutti contro tutti. Ora vi spaventa. E non sapete cosa fare, se non chiamare la polizia. Che è fatta, ovviamente, di quella stessa materia lì. O anche peggio...
Fonte
07/09/2023
La repressione che comincia a quattordici anni
La repressione comincia a 14 anni? Oggi arriva in consiglio dei ministri un provvedimento sul “disagio giovanile”, che intende introdurre nuove disposizioni per contrastare il fenomeno delle baby gang e nuovi provvedimenti in materia di accesso ai siti pornografici.
L’esecutivo vorrebbe unire in un unico testo, che si vorrebbe dedicato alle problematiche dei ragazzi, le misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, e un provvedimento ad hoc per mettere un freno all’abuso del porno online da parte dei minori.
Da quanto si apprende, le modifiche che si vogliono introdurre sarebbero tutte nel senso di aggravamenti – anche molto pesanti – di pena per alcuni reati e di misure restrittive, quali il Daspo urbano anche per i minorenni di 14 anni di età.
Le proposte, gravide di minaccia, erano state sia pure confusamente anticipate in interviste ed interventi di vari esponenti del Governo e della maggioranza nei quali si è anche proposto di portare il limite della imputabilità penale sotto i 14 anni. Un limite questo previsto sin dal Codice penale Rocco del 1930 e che si rifà ad un principio minimo di civiltà giuridica.
Tutta l’evoluzione del diritto minorile in Italia, dagli anni Sessanta in poi, è caratterizzato dal tentativo di dare ai minori che commettono reati la possibilità di uscire dal circuito repressivo, nel senso di risocializzazione indicato dall’art. 27 della Costituzione. Quella che ora si manifesta appare invece una decisa inversione di rotta in senso marcatamente repressivo.
In particolare l’introduzione di un Daspo specifico per i minori quattordicenni appare misura amministrativa ma di chiara impronta punitiva e senza che le esigenze del minore, di ogni minore, specie se deprivato dei minimi diritti, vengano prese in considerazione.
Già la disciplina del Daspo vigente per i maggiorenni, pur se “salvata” dalla Corte costituzionale, dà adito a molti dubbi di legittimità, stante l’affidamento ad autorità amministrative di penetranti poteri limitativi di libertà costituzionali.
Ma prevedere tali poteri anche nei confronti dei minorenni quattordicenni, soggetti alla potestà dei genitori, privi di capacità di agire per la legge civile ed amministrativa, sembra davvero troppo.
Modificare tanto radicalmente un ordinamento, quale quello penale minorile, sulla sola base della emozione creata da delitti certamente gravissimi, ma senza alcun dibattito e confronto sui dati reali della delinquenza giovanile, appare operazione di facciata e pericolosa.
Vogliamo sperare che queste proposte tali rimangano e non si traducano in nuove disposizioni legislative. Inasprire le pene non serve a nulla così come a nulla servirebbe diminuire l’età della imputabilità penale.
La violenza oggi in prima pagina è il frutto di decenni di abbandono della scuola, del sostegno sociosanitario, della vivibilità dei quartieri. Questi sono i problemi e qui occorre iniziare a lavorare, senza tintinnio di manette.
Invece contro l’abbandono scolastico si pensa ad un ridicolo aumento delle pene per i genitori, per lo sport a Caivano si pensa ad un centro sportivo gestito dalle Fiamme Oro, cioè dalla Polizia.
Salvo errore, il Ministro della giustizia che si definiva un garantista per ora tace su queste misure liberticide e disumane e il suo interesse sembra concentrarsi sulla abolizione dell’abuso di ufficio e sulla separazione delle carriere dei magistrati.
I casi allora sono due: o garantista Nordio non è mai stato, o il suo peso nel Governo è ben poca cosa.
Fonte
L’esecutivo vorrebbe unire in un unico testo, che si vorrebbe dedicato alle problematiche dei ragazzi, le misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, e un provvedimento ad hoc per mettere un freno all’abuso del porno online da parte dei minori.
Da quanto si apprende, le modifiche che si vogliono introdurre sarebbero tutte nel senso di aggravamenti – anche molto pesanti – di pena per alcuni reati e di misure restrittive, quali il Daspo urbano anche per i minorenni di 14 anni di età.
Le proposte, gravide di minaccia, erano state sia pure confusamente anticipate in interviste ed interventi di vari esponenti del Governo e della maggioranza nei quali si è anche proposto di portare il limite della imputabilità penale sotto i 14 anni. Un limite questo previsto sin dal Codice penale Rocco del 1930 e che si rifà ad un principio minimo di civiltà giuridica.
Tutta l’evoluzione del diritto minorile in Italia, dagli anni Sessanta in poi, è caratterizzato dal tentativo di dare ai minori che commettono reati la possibilità di uscire dal circuito repressivo, nel senso di risocializzazione indicato dall’art. 27 della Costituzione. Quella che ora si manifesta appare invece una decisa inversione di rotta in senso marcatamente repressivo.
In particolare l’introduzione di un Daspo specifico per i minori quattordicenni appare misura amministrativa ma di chiara impronta punitiva e senza che le esigenze del minore, di ogni minore, specie se deprivato dei minimi diritti, vengano prese in considerazione.
Già la disciplina del Daspo vigente per i maggiorenni, pur se “salvata” dalla Corte costituzionale, dà adito a molti dubbi di legittimità, stante l’affidamento ad autorità amministrative di penetranti poteri limitativi di libertà costituzionali.
Ma prevedere tali poteri anche nei confronti dei minorenni quattordicenni, soggetti alla potestà dei genitori, privi di capacità di agire per la legge civile ed amministrativa, sembra davvero troppo.
Modificare tanto radicalmente un ordinamento, quale quello penale minorile, sulla sola base della emozione creata da delitti certamente gravissimi, ma senza alcun dibattito e confronto sui dati reali della delinquenza giovanile, appare operazione di facciata e pericolosa.
Vogliamo sperare che queste proposte tali rimangano e non si traducano in nuove disposizioni legislative. Inasprire le pene non serve a nulla così come a nulla servirebbe diminuire l’età della imputabilità penale.
La violenza oggi in prima pagina è il frutto di decenni di abbandono della scuola, del sostegno sociosanitario, della vivibilità dei quartieri. Questi sono i problemi e qui occorre iniziare a lavorare, senza tintinnio di manette.
Invece contro l’abbandono scolastico si pensa ad un ridicolo aumento delle pene per i genitori, per lo sport a Caivano si pensa ad un centro sportivo gestito dalle Fiamme Oro, cioè dalla Polizia.
Salvo errore, il Ministro della giustizia che si definiva un garantista per ora tace su queste misure liberticide e disumane e il suo interesse sembra concentrarsi sulla abolizione dell’abuso di ufficio e sulla separazione delle carriere dei magistrati.
I casi allora sono due: o garantista Nordio non è mai stato, o il suo peso nel Governo è ben poca cosa.
Fonte
12/05/2017
Decreto Minniti, gli effetti collaterali
A settembre dello scorso anno il vicesindaco leghista di Trieste firma un’ordinanza “antibarboni”. A dicembre il TAR del Friuli Venezia Giulia annulla l’ordinanza: l’amministrazione locale può vararle solo per “fronteggiare eventi e pericoli eccezionali ed emergenziali” che minaccino “l’incolumità pubblica”.
A fine dicembre la presidente della regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani scrive al Ministro dell’Interno Minniti: «Ti chiedo di porre allo studio, ove possibile e contemplato, l’avvio di rimpatri che potrebbero avere un significato simbolico e deterrente soprattutto nei confronti degli elementi meno integrati».
A febbraio, il Ministro dell’Interno Minniti e quello della Giustizia Orlando varano due decreti-legge, su immigrazione e sicurezza urbana, li portano alle Camere e con voto di fiducia ne ottengono la conversione in legge.
Molto è stato detto sulla pericolosità insita nei due provvedimenti: compressione del diritto d’asilo per i richiedenti protezione internazionale; parificazione a pubblico ufficiale dell’operatore sociale per alcune fattispecie procedurali; “innovativi” strumenti in mano ai sindaci come il mini Daspo, un confino urbano in cui costringere le persone che “minano il decoro urbano”. Sono solo alcune delle novità che portano ad un effettivo diritto differenziato. Ad ogni categoria sociale corrisponde un diritto diverso e minore. Una legge non uguale per tutti decide della libertà di movimento e delle possibilità di vita. Viene resuscitato anche un articolo già dichiarato incostituzionale, l’ex 75 bis della legge quadro sulle droghe, recuperando in questo modo una parte della legge Fini-Giovanardi di cui francamente nessuno sentiva particolare nostalgia. In questo modo si potrà sanzionare amministrativamente anche chi, pur avendo subito una condanna, non ha ancora ricevuto una sentenza definitiva.
In soli pochi giorni si scatenano gli amministratori locali del nostro Paese. Effetto triste, ma prevedibile.
Daspo a Firenze: il questore intima a un paio di spacciatori il divieto di stazionare nella zona di Santo Spirito per 2 anni. A Milano Daspo urbano di 48 ore a 3 writer spagnoli. A Bari il Daspo colpisce 4 giovani che hanno occupato abusivamente Villa Roth. A Benevento il sindaco Mastella partecipa al Comitato provinciale e l’intero centro storico diventa area tutelata. A Roma si parla di un’ordinanza estesa a tutto il centro storico oltre a Pigneto, Testaccio e Trastevere; a Sassuolo un Daspo a madre, figlio e a un altra persona che dormivano in strada e ricaricavano il telefonino a una presa elettrica comunale. Essendo le tre persone di un altro comune, viene contestualmente notificato Daspo e allontanamento. Un confino a casa loro.
Di questi giorni il rastrellamento etnico a Milano e la caccia all’uomo a Roma in cui è morta una persona: la colpa? Essere un venditore abusivo.
La primogenitura dell’applicazione della legge è rivendicata dal sindaco di Gallarate, che vanta già un piccolo record: 10 le persone sottoposte a Daspo, sette dei quali, di allontanamento dalla stazione ferroviaria, sono destinati a profughi e mendicanti.
Il sindaco di Arezzo, oltre a due ordinanze che vietano la vendita di alcolici dalle 13 alle 8 per evitare bivacchi, afferma: «Una delle piaghe che affligge la nostra realtà è quella degli accattoni. Ce ne sono ovunque. Invito la popolazione a non sovvenzionarli».
Tutti uniti nella convinzione che il consenso si costruisca sulla paura e sul pugno di ferro.
La guerra ai poveri è stata dichiarata, adesso bisogna colpire anche i solidali.
E’ davvero in gioco il senso di umanità che ancora ci rimane.
Fonte
A fine dicembre la presidente della regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani scrive al Ministro dell’Interno Minniti: «Ti chiedo di porre allo studio, ove possibile e contemplato, l’avvio di rimpatri che potrebbero avere un significato simbolico e deterrente soprattutto nei confronti degli elementi meno integrati».
A febbraio, il Ministro dell’Interno Minniti e quello della Giustizia Orlando varano due decreti-legge, su immigrazione e sicurezza urbana, li portano alle Camere e con voto di fiducia ne ottengono la conversione in legge.
Molto è stato detto sulla pericolosità insita nei due provvedimenti: compressione del diritto d’asilo per i richiedenti protezione internazionale; parificazione a pubblico ufficiale dell’operatore sociale per alcune fattispecie procedurali; “innovativi” strumenti in mano ai sindaci come il mini Daspo, un confino urbano in cui costringere le persone che “minano il decoro urbano”. Sono solo alcune delle novità che portano ad un effettivo diritto differenziato. Ad ogni categoria sociale corrisponde un diritto diverso e minore. Una legge non uguale per tutti decide della libertà di movimento e delle possibilità di vita. Viene resuscitato anche un articolo già dichiarato incostituzionale, l’ex 75 bis della legge quadro sulle droghe, recuperando in questo modo una parte della legge Fini-Giovanardi di cui francamente nessuno sentiva particolare nostalgia. In questo modo si potrà sanzionare amministrativamente anche chi, pur avendo subito una condanna, non ha ancora ricevuto una sentenza definitiva.
In soli pochi giorni si scatenano gli amministratori locali del nostro Paese. Effetto triste, ma prevedibile.
Daspo a Firenze: il questore intima a un paio di spacciatori il divieto di stazionare nella zona di Santo Spirito per 2 anni. A Milano Daspo urbano di 48 ore a 3 writer spagnoli. A Bari il Daspo colpisce 4 giovani che hanno occupato abusivamente Villa Roth. A Benevento il sindaco Mastella partecipa al Comitato provinciale e l’intero centro storico diventa area tutelata. A Roma si parla di un’ordinanza estesa a tutto il centro storico oltre a Pigneto, Testaccio e Trastevere; a Sassuolo un Daspo a madre, figlio e a un altra persona che dormivano in strada e ricaricavano il telefonino a una presa elettrica comunale. Essendo le tre persone di un altro comune, viene contestualmente notificato Daspo e allontanamento. Un confino a casa loro.
Di questi giorni il rastrellamento etnico a Milano e la caccia all’uomo a Roma in cui è morta una persona: la colpa? Essere un venditore abusivo.
La primogenitura dell’applicazione della legge è rivendicata dal sindaco di Gallarate, che vanta già un piccolo record: 10 le persone sottoposte a Daspo, sette dei quali, di allontanamento dalla stazione ferroviaria, sono destinati a profughi e mendicanti.
Il sindaco di Arezzo, oltre a due ordinanze che vietano la vendita di alcolici dalle 13 alle 8 per evitare bivacchi, afferma: «Una delle piaghe che affligge la nostra realtà è quella degli accattoni. Ce ne sono ovunque. Invito la popolazione a non sovvenzionarli».
Tutti uniti nella convinzione che il consenso si costruisca sulla paura e sul pugno di ferro.
La guerra ai poveri è stata dichiarata, adesso bisogna colpire anche i solidali.
E’ davvero in gioco il senso di umanità che ancora ci rimane.
Fonte
04/05/2017
A Roma il primo morto della guerra contro i poveri del PD
Ieri, la guerra contro i poveri inaugurata dal governo PD col decreto
Minniti, ha fatto la sua prima vittima. Nian Maguette, un lavoratore
ambulante senegalese di 54 anni, è morto mentre veniva inseguito dagli
agenti in borghese dell’”Unità Operativa Sicurezza Pubblica ed
Emergenziale”, una squadraccia messa in piedi dall’attuale
vicecomandante dei Vigili Urbani, Antonio Di Maggio, e che da alcuni
mesi viene impiegata per fare il “lavoro sporco” in città.
Sfratti, sgomberi, caccia all’ambulante... a Roma chiunque vive nel
“mondo di sotto” sa bene come lavora questo “corpo d’elite” della
municipale composto da mancati poliziotti frustrati. Non fatichiamo
quindi a credere ai racconti degli altri lavoratori sugli inseguimenti
per le vie di Trastevere. Sono scene abituali, così come i pestaggi o le
minacce o le “scoattate” davanti ai picchetti antisfratto. Dunque,
mentre i media già provano a ridimensionare tutto, a parlare di “tragica
fatalità”, una cosa deve essere chiara: che Nian sia morto perché
investito da una moto guidata dagli agenti in borghese, come raccontano
alcuni ambulanti, o perché colpito da un infarto, come invece sostiene
la Questura, cambierà forse l’aspetto penale della vicenda, ma non certo
quello politico e sociale. Senza la retata per il decoro urbano, senza
la caccia all’uomo delle squadracce di Di Maggio, Nian sarebbe ancora
vivo e potrebbe tornare a casa dalle sue due figlie. Crediamo sia
arrivato il momento per una campagna cittadina unitaria che chieda alla
Sindaca Raggia la rimozione di Di Maggio e lo scioglimento del GSSU e
dello SPE. I vigili devono tornare ad occuparsi di multe, traffico e
viabilità e smettere di giocare a fare i pistoleri.
Il filo insanguinato delle responsabilità va però srotolato fino in fondo e seguendolo si arriva dritti nelle stanze dell’attuale governo a guida PD. L’operazione messa in campo ieri mattina per le vie del centro fa il paio con il rastrellamento su base razziale messo in piedi a Milano il giorno prima, ed è figlia dei due decreti Minniti-Orlando (recentemente convertiti in legge) e della filosofia classista e razzista che li ispira. Una vera e propria “legge contro i poveri”, degna dell’Inghilterra vittoriana, che individua nella marginalità e nell’esclusione sociale, e non nelle sue cause strutturali, un elemento deturpatore del decoro e della quiete pubblica, assegnando ai sindaci poteri d’intervento straordinari per contrastarla. Nel tentativo di aggirare per via amministrativa i vincoli imposti dal diritto penale, considerato evidentemente troppo “garantista”.
Vale la pena ricordare a chi vorrà ripulirsi la coscienza con qualche frase di cordoglio che ad entrambe i provvedimenti il Governo Gentiloni ha assegnato la massima priorità invocando per essi il “carattere d’urgenza”, assolutamente ingiustificato stando alle statistiche sui reati, e ponendo la fiducia. Di fatto blindando l’iter legislativo ed esautorando il Parlamento da ogni possibilità di discuterli ed emendarli. Così come vale la pena di sottolineare che in tema di sicurezza urbana la legge Minniti si è posta in assoluta continuità con il decreto Maroni (il leghista Maroni!) del 2008 estendendone i dispositivi di controllo e repressione sociale. Nello specifico sempre grazie al PD è stata introdotta una sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 300 euro per chi “pone in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione delle infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, in violazione dei divieti di stazionamento o di occupazione di spazi ivi previsti” ovvero per gli ambulanti, per chi è colpevole di essere senza fissa dimora, di dormire per strada o di essere costretto a mendicare per sopravvivere. E “al trasgressore è fatto ordine di allontanamento dal luogo in cui è stato commesso il fatto” per 48 ore (mini Daspo). Il sindaco, a tutela della città vetrina, potrà d’ora in poi individuare “aree urbane su cui insistono musei, aree e parchi archeologici, complessi monumentali o altri istituti e luoghi della cultura interessati da consistenti flussi turistici, ovvero adibite a verde pubblico, alle quali si applicano le disposizioni precedenti”. La trasgressione dell’ordine di allontanamento comporterà il raddoppio della pena pecuniaria e la segnalazione ai servizi socio-sanitari. In caso di reiterazione, il questore, potrà disporre, con provvedimento motivato e per un periodo che va dai 6 mesi ai 2 anni, il divieto di accesso ad una o più delle aree di cui sopra (Daspo Urbano). Sul piano della repressione delle lotte sociali sono poi state estese alla “piazza” misure securitarie che in queste anni avevano visto la loro sperimentazione nelle curve e negli stadi. Tra gli emendamenti al testo approvati c’è infatti quello che prevede la possibilità dell’arresto in flagranza differita (48 ore) “se il reato con violenze alla persone o alle cose avvenga durante o in occasione di manifestazioni pubbliche e sia ripreso da telecamere e in immagini fotografiche”.
Contestualmente vengono messe fuori dai vincoli dal patto di stabilità le spese sostenute per la videosorveglianza. Ai comuni viene dunque permesso di spendere 7 milioni in telecamere nel 2017, 15 nel 2018 e altrettanti nel 2019, mentre per assumere lavoratori e internalizzare i servizi ovviamente i soldi non ci sono mai. Si va così sempre più imponendo un’idea di città duale, classista e razzista. Da una parte la “citta-vetrina”, quella interessata dalla rendita, dai flussi finanziari e abitata dai ceti abbienti, a cui dev’essere assicurata la sicurezza e il decoro anche a costo di ammazzare qualche miserabile, dall’altra una “città-discarica” in cui riversare le contraddizioni sociali, una città sempre più abbandonata a se stessa e in cui lo Stato entra esclusivamente per reprimere e mantenere l’ordine pubblico. Non stiamo dicendo che sia già così, ma ci pare evidente che sia questo l’orizzonte a cui guardano le classi dominanti con la crisi irreversibile del welfare-state.
Fonte
Il filo insanguinato delle responsabilità va però srotolato fino in fondo e seguendolo si arriva dritti nelle stanze dell’attuale governo a guida PD. L’operazione messa in campo ieri mattina per le vie del centro fa il paio con il rastrellamento su base razziale messo in piedi a Milano il giorno prima, ed è figlia dei due decreti Minniti-Orlando (recentemente convertiti in legge) e della filosofia classista e razzista che li ispira. Una vera e propria “legge contro i poveri”, degna dell’Inghilterra vittoriana, che individua nella marginalità e nell’esclusione sociale, e non nelle sue cause strutturali, un elemento deturpatore del decoro e della quiete pubblica, assegnando ai sindaci poteri d’intervento straordinari per contrastarla. Nel tentativo di aggirare per via amministrativa i vincoli imposti dal diritto penale, considerato evidentemente troppo “garantista”.
Vale la pena ricordare a chi vorrà ripulirsi la coscienza con qualche frase di cordoglio che ad entrambe i provvedimenti il Governo Gentiloni ha assegnato la massima priorità invocando per essi il “carattere d’urgenza”, assolutamente ingiustificato stando alle statistiche sui reati, e ponendo la fiducia. Di fatto blindando l’iter legislativo ed esautorando il Parlamento da ogni possibilità di discuterli ed emendarli. Così come vale la pena di sottolineare che in tema di sicurezza urbana la legge Minniti si è posta in assoluta continuità con il decreto Maroni (il leghista Maroni!) del 2008 estendendone i dispositivi di controllo e repressione sociale. Nello specifico sempre grazie al PD è stata introdotta una sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 300 euro per chi “pone in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione delle infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, in violazione dei divieti di stazionamento o di occupazione di spazi ivi previsti” ovvero per gli ambulanti, per chi è colpevole di essere senza fissa dimora, di dormire per strada o di essere costretto a mendicare per sopravvivere. E “al trasgressore è fatto ordine di allontanamento dal luogo in cui è stato commesso il fatto” per 48 ore (mini Daspo). Il sindaco, a tutela della città vetrina, potrà d’ora in poi individuare “aree urbane su cui insistono musei, aree e parchi archeologici, complessi monumentali o altri istituti e luoghi della cultura interessati da consistenti flussi turistici, ovvero adibite a verde pubblico, alle quali si applicano le disposizioni precedenti”. La trasgressione dell’ordine di allontanamento comporterà il raddoppio della pena pecuniaria e la segnalazione ai servizi socio-sanitari. In caso di reiterazione, il questore, potrà disporre, con provvedimento motivato e per un periodo che va dai 6 mesi ai 2 anni, il divieto di accesso ad una o più delle aree di cui sopra (Daspo Urbano). Sul piano della repressione delle lotte sociali sono poi state estese alla “piazza” misure securitarie che in queste anni avevano visto la loro sperimentazione nelle curve e negli stadi. Tra gli emendamenti al testo approvati c’è infatti quello che prevede la possibilità dell’arresto in flagranza differita (48 ore) “se il reato con violenze alla persone o alle cose avvenga durante o in occasione di manifestazioni pubbliche e sia ripreso da telecamere e in immagini fotografiche”.
Contestualmente vengono messe fuori dai vincoli dal patto di stabilità le spese sostenute per la videosorveglianza. Ai comuni viene dunque permesso di spendere 7 milioni in telecamere nel 2017, 15 nel 2018 e altrettanti nel 2019, mentre per assumere lavoratori e internalizzare i servizi ovviamente i soldi non ci sono mai. Si va così sempre più imponendo un’idea di città duale, classista e razzista. Da una parte la “citta-vetrina”, quella interessata dalla rendita, dai flussi finanziari e abitata dai ceti abbienti, a cui dev’essere assicurata la sicurezza e il decoro anche a costo di ammazzare qualche miserabile, dall’altra una “città-discarica” in cui riversare le contraddizioni sociali, una città sempre più abbandonata a se stessa e in cui lo Stato entra esclusivamente per reprimere e mantenere l’ordine pubblico. Non stiamo dicendo che sia già così, ma ci pare evidente che sia questo l’orizzonte a cui guardano le classi dominanti con la crisi irreversibile del welfare-state.
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Il paese del “pattuglione”
Le scene che sfilano davanti ai nostri occhi da alcuni giorni sono un pessimo scenario, presente e futuro per il nostro paese.
Proviamo a mettere in fila il pattuglione “scelbiano” della polizia alla stazione di Milano, il rastrellamento del “ghetto” nelle campagne di Foggia, la caccia ai venditori di strada a Roma – con il drammatico esito della morte di un immigrato senegalese padre di due bambini – , la valanga di misure restrittive, le condanne e sanzioni economiche arrivate ad attivisti sociali e sindacali, il Daspo applicato a Roma addirittura ai lavoratori di una società partecipata per le proteste al Campidoglio, la “trappola” e le manganellate contro i manifestanti del 1 Maggio a Torino.
Che immagine ci restituiscono del clima politico del paese? L’eccitazione di Salvini che si fa i selfie omaggiando il pattuglione ne è solo l’aspetto più ributtante. Il pesce, come noto, puzza dalla testa e oggi la testa è quella del ministro degli Interni Minniti e dei decreti che portano il suo nome.
E’ importante cogliere l’obiettivo di queste misure repressive, apparentemente preventive e momentaneamente più leggere di quelle adottate negli anni passati, ossia delle leggi d’emergenza introdotte nel paese tra gli anni ‘70 e ‘80.
A nessuno infatti può sfuggire il nesso tra l’estensione dei provvedimenti repressivi e le conseguenze della crisi economica che stanno producendo disoccupazione di massa, sfratti, chiusure di aziende, brusche precipitazioni in condizioni di povertà per milioni di persone, aumento vertiginoso delle disuguaglianze sociali.
Tutti gli indicatori di disagio sociale sono in crescita, ma è venuta completamente meno la funzione della politica: trovare soluzioni, cercare di mantenere la coesione sociale, opporsi alla crescita delle disuguaglianze sociali. In nome della governance e della sicurezza, ma anche del rispetto dei vincoli di bilancio, dei Trattati Europei, della de/responsabilizzazione del soggetto pubblico dalla gestione del welfare, le esigenze sociali si trovano di fronte sempre più spesso solo le forze dell’ordine.
Il Decreto Minniti recentemente approvato, corrisponde pienamente a questo scenario. Il governo attuale e quelli che seguiranno, sanno benissimo che per rispettare i parametri imposti da Bruxelles dovranno aumentare le misure “lacrime e sangue” andando a colpire ancora più pesantemente lavoratori, pensionati, famiglie. Insomma è stata apertamente dichiarata una guerra contro i poveri attraverso l'istituzionalizzazione di uno "Stato penale" funzionale ad essa.
Consapevole del lavoro sporco che dovrà fare, con il decreto Minniti il governo ha creato un sistema di deterrenza che deve scoraggiare ogni protesta sociale o comunque neutralizzare i soggetti sociali, sindacali, politici più attivi. Sanzioni per migliaia di euro o restrizioni di polizia (fogli di via, obblighi di dimora, divieti di accesso ad alcune zone o città), che effetto producono su un lavoratore Lsu, un operaio di una fabbrica in via di chiusura, la lavoratrice di un supermercato, un giovane disoccupato? Infine, ma non certo per importanza, il Decreto Minniti ha introdotto un doppio standard giuridico, uno per gli “italiani”, l’altro per gli immigrati. Viene così a crearsi una legittimità “dall’alto” che copre e incentiva ogni intervento pesante sul piano dell’ordine pubblico contro gli immigrati.
E’ evidente come il dogma della legalità stia entrando apertamente in contraddizione con ogni criterio o richiesta di giustizia sociale. Il 4 dicembre un referendum popolare ha difeso la Costituzione e il suo impianto democratico da un attacco ispirato dalla filosofia della governance autoritaria.
Ma questo stillicidio ormai quotidiano di denunce, provvedimenti restrittivi, sanzioni economiche, pattuglioni di strada, Daspo etc. sta configurando uno Stato di polizia, per il momento meno clamoroso di quello di Erdogan, ma animato dalla medesima filosofia.
E’ urgente mettere in campo una vasta reazione democratica nel paese contro questo clima politico e le leggi di polizia adottate. Si impone, e rapidamente un cambio di passo. Il paese dei “pattuglioni” è un pessimo paese.
Fonte
Proviamo a mettere in fila il pattuglione “scelbiano” della polizia alla stazione di Milano, il rastrellamento del “ghetto” nelle campagne di Foggia, la caccia ai venditori di strada a Roma – con il drammatico esito della morte di un immigrato senegalese padre di due bambini – , la valanga di misure restrittive, le condanne e sanzioni economiche arrivate ad attivisti sociali e sindacali, il Daspo applicato a Roma addirittura ai lavoratori di una società partecipata per le proteste al Campidoglio, la “trappola” e le manganellate contro i manifestanti del 1 Maggio a Torino.
Che immagine ci restituiscono del clima politico del paese? L’eccitazione di Salvini che si fa i selfie omaggiando il pattuglione ne è solo l’aspetto più ributtante. Il pesce, come noto, puzza dalla testa e oggi la testa è quella del ministro degli Interni Minniti e dei decreti che portano il suo nome.
E’ importante cogliere l’obiettivo di queste misure repressive, apparentemente preventive e momentaneamente più leggere di quelle adottate negli anni passati, ossia delle leggi d’emergenza introdotte nel paese tra gli anni ‘70 e ‘80.
A nessuno infatti può sfuggire il nesso tra l’estensione dei provvedimenti repressivi e le conseguenze della crisi economica che stanno producendo disoccupazione di massa, sfratti, chiusure di aziende, brusche precipitazioni in condizioni di povertà per milioni di persone, aumento vertiginoso delle disuguaglianze sociali.
Tutti gli indicatori di disagio sociale sono in crescita, ma è venuta completamente meno la funzione della politica: trovare soluzioni, cercare di mantenere la coesione sociale, opporsi alla crescita delle disuguaglianze sociali. In nome della governance e della sicurezza, ma anche del rispetto dei vincoli di bilancio, dei Trattati Europei, della de/responsabilizzazione del soggetto pubblico dalla gestione del welfare, le esigenze sociali si trovano di fronte sempre più spesso solo le forze dell’ordine.
Il Decreto Minniti recentemente approvato, corrisponde pienamente a questo scenario. Il governo attuale e quelli che seguiranno, sanno benissimo che per rispettare i parametri imposti da Bruxelles dovranno aumentare le misure “lacrime e sangue” andando a colpire ancora più pesantemente lavoratori, pensionati, famiglie. Insomma è stata apertamente dichiarata una guerra contro i poveri attraverso l'istituzionalizzazione di uno "Stato penale" funzionale ad essa.
Consapevole del lavoro sporco che dovrà fare, con il decreto Minniti il governo ha creato un sistema di deterrenza che deve scoraggiare ogni protesta sociale o comunque neutralizzare i soggetti sociali, sindacali, politici più attivi. Sanzioni per migliaia di euro o restrizioni di polizia (fogli di via, obblighi di dimora, divieti di accesso ad alcune zone o città), che effetto producono su un lavoratore Lsu, un operaio di una fabbrica in via di chiusura, la lavoratrice di un supermercato, un giovane disoccupato? Infine, ma non certo per importanza, il Decreto Minniti ha introdotto un doppio standard giuridico, uno per gli “italiani”, l’altro per gli immigrati. Viene così a crearsi una legittimità “dall’alto” che copre e incentiva ogni intervento pesante sul piano dell’ordine pubblico contro gli immigrati.
E’ evidente come il dogma della legalità stia entrando apertamente in contraddizione con ogni criterio o richiesta di giustizia sociale. Il 4 dicembre un referendum popolare ha difeso la Costituzione e il suo impianto democratico da un attacco ispirato dalla filosofia della governance autoritaria.
Ma questo stillicidio ormai quotidiano di denunce, provvedimenti restrittivi, sanzioni economiche, pattuglioni di strada, Daspo etc. sta configurando uno Stato di polizia, per il momento meno clamoroso di quello di Erdogan, ma animato dalla medesima filosofia.
E’ urgente mettere in campo una vasta reazione democratica nel paese contro questo clima politico e le leggi di polizia adottate. Si impone, e rapidamente un cambio di passo. Il paese dei “pattuglioni” è un pessimo paese.
Fonte
16/04/2017
“La lotta contro il razzismo è lotta anche contro lo sfruttamento”
Secondo la recente ricerca del centro studi Cestes-Proteo l’agricoltura rappresenta una parte rilevante del Pil nazionale. E in agricoltura, quasi sempre “in nero” e con livelli di sfruttamento bestiali, i migranti sono parte decisiva del lavoro. Intervista realizzata da Radio Città Aperta.
Ne parliamo con Aboubakar Soumahoro, dell'Esecutivo nazionale dell'Unione Sindacale di Base. Buongiorno Abou.
Buongiorno a voi.
Cominciamo con l'attualità. So che sei in Puglia, una delle zone dove lo sfruttamento dei braccianti è più diffuso, per seguire la situazione. Ci racconti?
L'Usb da mesi è impegnata, sul piano generale, nella tutela e nell'organizzazione per il riconoscimento dei diritti sindacali e sociali negati ai lavoratori nella filiera agricola. Questo intervento è caratterizzato da una partecipazione massiccia da parte degli stessi lavoratori, che vedono nella Usb il soggetto sindacale di riferimento, capace di rappresentare i bisogni, gli interessi, dei braccianti che sono schiacciati, insieme a buona parte anche dei contadini, in questa filiera. Il cui vertice è la grande distribuzione organizzata, che però la sta schiacciando giorno dopo giorno, quindi anche con delle conseguenze negative sul piano della qualità del cibo, quindi il tema della sovranità alimentare. Il nostro intervento nel foggiano sta vedendo un riscontro molto, ma molto, importante da parte dei lavoratori. Proprio in questi giorni sono passati all'Usb centinaia e centinaia di braccianti agricoli. Siamo ovviamente impegnati sul tema del lavoro, sul tema della previdenza, con un intervento nelle campagne relativo anche alle questioni legate ai permessi di soggiorno, al riconoscimento per l'iscrizione nel registro anagrafico dei residenti, ai temi legati anche all'informazione sui diritti; quindi anche rispetto al tema della paga, i temi sindacali, dei trasporti e tutto il resto. Dentro questa ottica sta andando avanti un lavoro di informazione, di sensibilizzazione, che ha visto anche una grossa manifestazione l'8 marzo scorso, in seguito all'incendio che è costato la vita a due braccianti; e il 1° maggio sarà una giornata di lotta per i diritti sindacali, per i diritti sociali, con manifestazioni che si svolgeranno a Reggio Calabria e anche nel foggiano. Per dire che questo intervento, questo lavoro che stiamo portando avanti, vede il protagonismo diretto, una capacità di interpretare la propria condizione dal punto di vista di riconoscimento di diritti finora negati. L'Usb in questa sfida è impegnata, insieme agli stessi lavoratori, che ritengono che l'organizzazione per i propri diritti, l'organizzazione per il riconoscimento dei diritti sociali, i diritti sindacali; quindi anche il diritto all'abitare e contro il “decreto Minniti”. Perché una parte di questi operai agricoli sono, a loro volta, vittime di questi provvedimenti antisociali, che hanno come unico obiettivo quello di colpire il conflitto sociale.
Tu hai fatto riferimento al portare avanti battaglie legate al riconoscimento dei diritti, all'iscrizione all'anagrafe, ai permessi di soggiorno. Uno degli aspetti, secondo me più inquietanti, della vicenda relativa al caporalato e allo sfruttamento dei braccianti riguarda poi il fatto che molte di queste persone lavorano in nero, o comunque vengono loro formalmente riconosciute molte meno ore rispetto a quelle che poi realmente passano nei campi; mentre succede spesso che invece degli italiani si iscrivano fittiziamente come lavoratori, magari presso aziende agricole, con il solo scopo di ottenere l'assegno di disoccupazione. E' sconcertante...
Per questo motivo il nostro approccio ha una visione “di filiera”, perché se noi prendiamo singolarmente le situazioni, è chiaro che non hai una visione d'insieme. All'interno della filiera abbiamo il tema della Pac, quindi la politica agricola comunitaria, tutti quei finanziamenti e sovvenzioni che vengono elargite dalla Ue, molto spesso monopolizzate da parte di grosse aziende, quindi con pochi spiccioli che arrivano ad alcuni agricoltori e qualche contadino. E’ chiaro che qui abbiamo una situazione dove vengono elargiti finanziamenti ad aziende che li intascano e non garantiscono una condizione di lavoro dignitosa, quindi il riconoscimento in busta – laddove c'è, una busta – delle giornate effettivamente lavorate. Dall'altra parte il tema del trasporto, quindi gli oneri che sono a carico del datore di lavoro. Poi abbiamo tutto il tema dei braccianti che, in realtà, non si trovano in nessun modo a lavorare nei campi. Quindi da una parte abbiamo la stragrande maggioranza dei braccianti, spesso migranti, che lavorano effettivamente tutti i giorni; però sul piano ufficiale, cioè il piano delle giornate effettivamente lavorate, non raggiungono le giornate necessarie al fine del riconoscimento del diritto alla disoccupazione agricola. Dentro un quadro di lettura di filiera noi riusciamo invece ad individuare, in qualche modo, tutti questi passaggi che sono fatti in modo tale di sfruttare i lavoratori, i braccianti, e dall'altra parte incassare fondi comunitari. Sono questi elementi – e non è il caso dell'Usb, perché la nostra presenza qui è richiesta dai lavoratori che vedono nell'Usb il sindacato capace di interpretare la rivendicazione dei loro diritti negati – questa filiera vede alcuni sindacati “trasformati”, ovvero complici di un approccio che li vede svolgere il ruolo di sindacato di servizi; quindi fanno i passacarte, si passano le carte facendo finta di non vedere quello che realmente avviene dentro la filiera come livello di sfruttamento, diritti negati, per ghettizzare i braccianti, spesso migranti, in condizioni tali da poter massimizzare il profitto. Dall'altra parte abbiamo la condizione delle donne, che all'interno di questa filiera è spaventosa. Sono persone invisibili. Questo il percorso di lavoro che stiamo portando avanti.
Ed è un percorso importante e lungo, perché sono tante le cose che tu hai segnalato e che sono sicuramente da cambiare. Non ti voglio portare via molto tempo, però ti volevo chiedere, lo citavi anche tu in precedenza, una battuta sul “decreto Minniti”, perché perlomeno a Roma, già ieri, ha avuto le sue prime forme di attuazione. Per esempio sono stati sgomberati dei migranti nei pressi della stazione Tiburtina. Quindi un decreto come minimo discutibile che è già operativo...
Apro una parentesi: il governo è ben consapevole che il tessuto, la condizione materiale delle persone, si sta sempre più degradando. Ovvero la povertà, l'impoverimento... Chi fino a ieri si sentiva un po' tutelato, oggi si scopre povero. Contemporaneamente i migranti, che per anni, per una scelta politica precisa e scientificamente stabilita e messa in opera, sono stati ghettizzati sia sul piano legislativo, sia sul piano lavorativo che sul piano sociale – una condizione vissuta per anni e che veniva vista come una sorta di calamità, di maledizione, qualcuno direbbe divina o naturale – si è scoperto oggi che quella condizione materiale dei migranti, di soggetti che devono vivere marginalizzati, dentro quella parte della classe che vive sempre di più condizione di assoluto sfruttamento... quella condizione oggi sta inglobando gran parte della popolazione, indipendentemente dalla provenienza geografica. I due decreti, da una parte quello relativo al Daspo – che poi viene chiamata “sicurezza urbana”, un modo e un linguaggio per distrarre le persone – ha come unico obiettivo punire un eventuale inizio di protesta, quindi il conflitto sociale. L'altro decreto Minniti-Orlando va ad aggiungere a questa dimensione anche le aule dei tribunali, laddove le persone saranno successivamente portate; dei veri tribunali speciali ad hoc. Ed è una situazione molto spaventosa. Allora noi abbiamo di fronte due prospettive, anche se probabilmente ce ne saranno di più: da una parte la via giudiziaria, affidandosi a quello che deciderà un giudice in seguito ad uno sgombero, o in seguito ad una manifestazione. Questo vorrà dire arrendersi ad una decisione che domani sarà presa più o meno dalla magistratura. Oppure la via della giustizia sociale. Il che vuol dire la legittimità del conflitto sociale. Ed è qui che andiamo a mettere insieme migranti e disoccupati. Non più a partire dalla provenienza, dalla identità soggettiva, ma partendo dalla condizione delle persone, dalla loro condizione materiale. Saldare, creare alleanza, a partire dai bisogni.
Saldare delle lotte che finora sono apparse divise, ma che non dovrebbero esserlo...
Questa è sostanzialmente la nostra sfida. Non scindere la lotta contro il razzismo dalla lotta contro lo sfruttamento.
E' chiaro. Sono d'accordo con te, credo che sia un passaggio cruciale. Finché non riusciremo a saldare queste lotte e capire che siamo tutti dalla stessa parte della lotta, sarà complicato riuscire a portarla avanti. Grazie Abou per il tuo intervento.
Grazie a voi.
Fonte
Ne parliamo con Aboubakar Soumahoro, dell'Esecutivo nazionale dell'Unione Sindacale di Base. Buongiorno Abou.
Buongiorno a voi.
Cominciamo con l'attualità. So che sei in Puglia, una delle zone dove lo sfruttamento dei braccianti è più diffuso, per seguire la situazione. Ci racconti?
L'Usb da mesi è impegnata, sul piano generale, nella tutela e nell'organizzazione per il riconoscimento dei diritti sindacali e sociali negati ai lavoratori nella filiera agricola. Questo intervento è caratterizzato da una partecipazione massiccia da parte degli stessi lavoratori, che vedono nella Usb il soggetto sindacale di riferimento, capace di rappresentare i bisogni, gli interessi, dei braccianti che sono schiacciati, insieme a buona parte anche dei contadini, in questa filiera. Il cui vertice è la grande distribuzione organizzata, che però la sta schiacciando giorno dopo giorno, quindi anche con delle conseguenze negative sul piano della qualità del cibo, quindi il tema della sovranità alimentare. Il nostro intervento nel foggiano sta vedendo un riscontro molto, ma molto, importante da parte dei lavoratori. Proprio in questi giorni sono passati all'Usb centinaia e centinaia di braccianti agricoli. Siamo ovviamente impegnati sul tema del lavoro, sul tema della previdenza, con un intervento nelle campagne relativo anche alle questioni legate ai permessi di soggiorno, al riconoscimento per l'iscrizione nel registro anagrafico dei residenti, ai temi legati anche all'informazione sui diritti; quindi anche rispetto al tema della paga, i temi sindacali, dei trasporti e tutto il resto. Dentro questa ottica sta andando avanti un lavoro di informazione, di sensibilizzazione, che ha visto anche una grossa manifestazione l'8 marzo scorso, in seguito all'incendio che è costato la vita a due braccianti; e il 1° maggio sarà una giornata di lotta per i diritti sindacali, per i diritti sociali, con manifestazioni che si svolgeranno a Reggio Calabria e anche nel foggiano. Per dire che questo intervento, questo lavoro che stiamo portando avanti, vede il protagonismo diretto, una capacità di interpretare la propria condizione dal punto di vista di riconoscimento di diritti finora negati. L'Usb in questa sfida è impegnata, insieme agli stessi lavoratori, che ritengono che l'organizzazione per i propri diritti, l'organizzazione per il riconoscimento dei diritti sociali, i diritti sindacali; quindi anche il diritto all'abitare e contro il “decreto Minniti”. Perché una parte di questi operai agricoli sono, a loro volta, vittime di questi provvedimenti antisociali, che hanno come unico obiettivo quello di colpire il conflitto sociale.
Tu hai fatto riferimento al portare avanti battaglie legate al riconoscimento dei diritti, all'iscrizione all'anagrafe, ai permessi di soggiorno. Uno degli aspetti, secondo me più inquietanti, della vicenda relativa al caporalato e allo sfruttamento dei braccianti riguarda poi il fatto che molte di queste persone lavorano in nero, o comunque vengono loro formalmente riconosciute molte meno ore rispetto a quelle che poi realmente passano nei campi; mentre succede spesso che invece degli italiani si iscrivano fittiziamente come lavoratori, magari presso aziende agricole, con il solo scopo di ottenere l'assegno di disoccupazione. E' sconcertante...
Per questo motivo il nostro approccio ha una visione “di filiera”, perché se noi prendiamo singolarmente le situazioni, è chiaro che non hai una visione d'insieme. All'interno della filiera abbiamo il tema della Pac, quindi la politica agricola comunitaria, tutti quei finanziamenti e sovvenzioni che vengono elargite dalla Ue, molto spesso monopolizzate da parte di grosse aziende, quindi con pochi spiccioli che arrivano ad alcuni agricoltori e qualche contadino. E’ chiaro che qui abbiamo una situazione dove vengono elargiti finanziamenti ad aziende che li intascano e non garantiscono una condizione di lavoro dignitosa, quindi il riconoscimento in busta – laddove c'è, una busta – delle giornate effettivamente lavorate. Dall'altra parte il tema del trasporto, quindi gli oneri che sono a carico del datore di lavoro. Poi abbiamo tutto il tema dei braccianti che, in realtà, non si trovano in nessun modo a lavorare nei campi. Quindi da una parte abbiamo la stragrande maggioranza dei braccianti, spesso migranti, che lavorano effettivamente tutti i giorni; però sul piano ufficiale, cioè il piano delle giornate effettivamente lavorate, non raggiungono le giornate necessarie al fine del riconoscimento del diritto alla disoccupazione agricola. Dentro un quadro di lettura di filiera noi riusciamo invece ad individuare, in qualche modo, tutti questi passaggi che sono fatti in modo tale di sfruttare i lavoratori, i braccianti, e dall'altra parte incassare fondi comunitari. Sono questi elementi – e non è il caso dell'Usb, perché la nostra presenza qui è richiesta dai lavoratori che vedono nell'Usb il sindacato capace di interpretare la rivendicazione dei loro diritti negati – questa filiera vede alcuni sindacati “trasformati”, ovvero complici di un approccio che li vede svolgere il ruolo di sindacato di servizi; quindi fanno i passacarte, si passano le carte facendo finta di non vedere quello che realmente avviene dentro la filiera come livello di sfruttamento, diritti negati, per ghettizzare i braccianti, spesso migranti, in condizioni tali da poter massimizzare il profitto. Dall'altra parte abbiamo la condizione delle donne, che all'interno di questa filiera è spaventosa. Sono persone invisibili. Questo il percorso di lavoro che stiamo portando avanti.
Ed è un percorso importante e lungo, perché sono tante le cose che tu hai segnalato e che sono sicuramente da cambiare. Non ti voglio portare via molto tempo, però ti volevo chiedere, lo citavi anche tu in precedenza, una battuta sul “decreto Minniti”, perché perlomeno a Roma, già ieri, ha avuto le sue prime forme di attuazione. Per esempio sono stati sgomberati dei migranti nei pressi della stazione Tiburtina. Quindi un decreto come minimo discutibile che è già operativo...
Apro una parentesi: il governo è ben consapevole che il tessuto, la condizione materiale delle persone, si sta sempre più degradando. Ovvero la povertà, l'impoverimento... Chi fino a ieri si sentiva un po' tutelato, oggi si scopre povero. Contemporaneamente i migranti, che per anni, per una scelta politica precisa e scientificamente stabilita e messa in opera, sono stati ghettizzati sia sul piano legislativo, sia sul piano lavorativo che sul piano sociale – una condizione vissuta per anni e che veniva vista come una sorta di calamità, di maledizione, qualcuno direbbe divina o naturale – si è scoperto oggi che quella condizione materiale dei migranti, di soggetti che devono vivere marginalizzati, dentro quella parte della classe che vive sempre di più condizione di assoluto sfruttamento... quella condizione oggi sta inglobando gran parte della popolazione, indipendentemente dalla provenienza geografica. I due decreti, da una parte quello relativo al Daspo – che poi viene chiamata “sicurezza urbana”, un modo e un linguaggio per distrarre le persone – ha come unico obiettivo punire un eventuale inizio di protesta, quindi il conflitto sociale. L'altro decreto Minniti-Orlando va ad aggiungere a questa dimensione anche le aule dei tribunali, laddove le persone saranno successivamente portate; dei veri tribunali speciali ad hoc. Ed è una situazione molto spaventosa. Allora noi abbiamo di fronte due prospettive, anche se probabilmente ce ne saranno di più: da una parte la via giudiziaria, affidandosi a quello che deciderà un giudice in seguito ad uno sgombero, o in seguito ad una manifestazione. Questo vorrà dire arrendersi ad una decisione che domani sarà presa più o meno dalla magistratura. Oppure la via della giustizia sociale. Il che vuol dire la legittimità del conflitto sociale. Ed è qui che andiamo a mettere insieme migranti e disoccupati. Non più a partire dalla provenienza, dalla identità soggettiva, ma partendo dalla condizione delle persone, dalla loro condizione materiale. Saldare, creare alleanza, a partire dai bisogni.
Saldare delle lotte che finora sono apparse divise, ma che non dovrebbero esserlo...
Questa è sostanzialmente la nostra sfida. Non scindere la lotta contro il razzismo dalla lotta contro lo sfruttamento.
E' chiaro. Sono d'accordo con te, credo che sia un passaggio cruciale. Finché non riusciremo a saldare queste lotte e capire che siamo tutti dalla stessa parte della lotta, sarà complicato riuscire a portarla avanti. Grazie Abou per il tuo intervento.
Grazie a voi.
Fonte
14/04/2017
«Il decreto Minniti dilata l’area degli abusi in divisa»
Decreto Minniti, scrivono i legali di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa: «Così il governo Gentiloni sferra un attacco frontale ai diritti di tutti»
Il Decreto Minniti-Orlando sulla Sicurezza Urbana è stato convertito in legge dal Parlamento.
Di fatto, il nuovo Ministro degli Interni, l’uomo forte del governo Gentiloni, sferra un attacco violentissimo e frontale alle libertà e ai diritti dell’intero corpo sociale, iniziando col privare i migranti delle garanzie minime del giusto processo (abolizione dei gradi di giudizio, del principio del contraddittorio, creazione di giurisdizioni speciali) continuando poi ad attaccare le fasce più disagiate della cittadinanza attraverso l’introduzione di dispositivi amministrativi pienamente sanzionatori – che sapientemente coordinati con quelli già da tempo esistenti nell’ordinamento come il Testo Unico Leggi di Polizia e le Misure di Prevenzione – restringono ulteriormente gli spazi già angusti delle libertà costituzionalmente garantite in questo paese.
Città come curve degli stadi
Col decreto Minniti, dopo anni di allenamento nella palestra della repressione che nel tempo hanno rappresentato le curve degli stadi, il DASPO fa il suo ingresso a gamba tesa nel centro delle città da cui i soggetti già marginali, oggi “indecorosi”, potranno essere allontanati per ordine del Sindaco attraverso decisioni amministrative sottratti, se non in casi limitati, al controllo di legittimità dell’autorità giudiziaria e dall’esercizio del diritto di difesa, dunque del tutto discrezionali e dalla forte connotazione arbitraria.
Una libertà fondamentale e costituzionalmente garantita, la libertà di movimento, sarà dunque a totale appannaggio del potere incontrollato dell’organo amministrativo che a fronte di una crescente richiesta di diritti sociali e welfare, in un contesto di crisi economica strutturale, sarà invece legittimato a rispondere con la forza di un provvedimento temporaneo che è già sanzione e che contribuisce non poco a distorcere la natura politica dell’organo in funzione sempre più marcatamente repressiva.
Senzatetto, prostitute, alcolisti, mendicanti; gli stili di vita o lo sfruttamento rappresenteranno al tempo stesso il sintomo e la prova della colpevolezza, in un meccanismo punitivo dove non è più neanche richiesta la commissione di un fatto di reato; per la condanna all’esilio dal centro della città o dalle altre zone urban e individuate come strategiche basterà offrire una brutta impressione di sé incompatibile con l’estetica del contesto, del “decoro urbano” la cui elevazione normativa a bene giuridico da difendere e tutelare rende sufficiente un’impressione sgradevole per legittimare l’allontanamento coattivo.
La logica del nemico interno
Grazie al decreto Minniti, la retorica del diverso, dell’emarginato, del soggetto che in fondo non si è impegnato abbastanza o che se l’è andata a cercare, è la stessa che in questi anni è servita a giustificare e/o occultare i numerosi episodi di abusi e violenze perpetuati ai danni dei cittadini finiti nelle mani dello Stato.
Stefano Cucchi era un tossicodipendente, Federico Aldrovandi un ubriaco violento, Francesco Mastrogiovanni un sovversivo e così via; un’operazione di criminalizzazione utile al doppio obbiettivo di annientare le istanze di verità e giustizia provenienti dai familiari delle vittime degli abusi di stato ed alimentare la paura verso un nemico tutto interno per il quale non valgono le stesse regole e garanzie che esistono a favore degli altri cittadini “perbene”; un ghetto normativo dove la sospensione dello stato di diritto è giustificata in partenza.
Nella prassi nessuno dei dispositivi previsti dal decreto Minniti sulla sicurezza urbana, è nuovo all’armamentario repressivo già contenuto nell’ordinamento amministrativo e giudiziario italiano.
Anche l’emendamento sull’allargamento dell’istituto dell’arresto in flagranza differita ai reati compiuti “in presenza di più persone o in occasioni pubbliche” non è stato inventato per l’occasione. Anzi, anche in questo caso il prestito proviene dal mondo del calcio, dove era già prevista la facoltà di procedere all’arresto – con successivo obbligatorio giudizio direttissimo – nelle 48 ore successive ai fatti se dal materiale fotografico o videoregistrato raccolto fosse stato possibile procedere rapidamente all’identificazione dei responsabili di reati compiuti con violenza contro cose o persone.
La logica che, nel decreto Minniti, sottende l’arresto in flagranza di reato è quella di interrompere un comportamento a fronte della sua pericolosità immediata e contemporanea ad una condizione di necessità ed urgenza che legittima la privazione della libertà (o tutt’al più quella di inseguire chi appaia l’autore di un crimine per recarne su di sé le tracce, c.d.quasi flagranza).
Quale sarebbe la logica che accompagna l’arresto in flagranza differita se la pericolosità del gesto si è completamente esaurita?
Cosa dovrebbe interrompere l’intervento delle Forze dell’Ordine a distanza di due giorni dai presunti fatti di reato? – presunti sotto il profilo sia della corretta identificazione dei sospettati attraverso la frettolosa visione di materiale foto/video, sia dell’esatto inquadramento giuridico dei comportamenti che in così poco tempo sarebbero per comodità elevati a quello più grave, a fronte della necessità di giustificare l’utilizzo di uno strumento immediatamente privativo della libertà.
Intimidazione del dissenso
Anche su questo punto il Decreto Minniti non cela l’intenzione marcatamente intimidatoria del dissenso, attraverso l’estensione alla piazza di uno strumento investigativo parziale e decontestualizzato da un lato e il rispolvero di vecchi arnesi repressivi mai espunti dall’ordinamento.
I fogli di via piovuti a pioggia su tantissimi attivisti politici nelle ultime settimane ne sono il plastico esempio. Le misure di prevenzione utilizzate in occasione del vertice UE a Roma lo scorso 25 Marzo, rappresentano ancora oggi un unicum tutto italiano, un complesso articolato di provvedimenti e sanzioni che conferiscono al Questore prima e all’autorità giudiziaria poi la possibilità di privare della libertà gli individui sulla base dei soli elementi di fatto (non prove e neanche indizi, ma caratteristiche sintomatiche come felpe con cappuccio e sciarpe), comminate a prescindere dalla commissione di reati.
Anche in questo caso saranno l’estetica o la provenienza ideologica a suggerire la c.d. pericolosità sociale, categoria tanto ampia e indeterminata da contenere ogni forma di diversità e opposizione sociale e consentire per questo discrezionalità e abusi.
La conversione definitiva dei decreti Migranti e Sicurezza Urbana accompagnata dall’utilizzo massivo di misure di polizia rende palese la volontà politica di criminalizzare le crescenti istanze di giustizia sociale contribuendo non poco ad alimentare quel sentimento di impunità e strapotere che da sempre caratterizza l’azione degli organi di Polizia di questo paese.
Agenti ancora senza numero identificativo
Non è un caso che dalla legge di conversione del decreto Minniti sia stato espunto l’emendamento che avrebbe potuto introdurre il numero identificativo di reparto per le F.O. impegnate nell’ordine pubblico, né appare casuale la galvanizzazione di cui gli stessi agenti sembrano protagonisti da quando il ministro Minniti ha preso funzioni.
Si batte di nuovo col manganello sugli scudi, si inseguono manifestanti per le strade a forza di idranti, scompare pian piano la funzione di mediazione dei funzionari investigativi a tutto vantaggio delle c.d. cariche di alleggerimento dei reparti celere (ennesimo ossimoro a detrimento della corretta definizione dei comportamenti di Polizia dove ogni abuso equivale a un eccesso colposo e mai a una volontà preordinata e cosciente di infliggere lesioni).
Così, mentre alcune delle vittime delle violenze a Bolzaneto e alla Diaz patteggiano per sfinimento, mentre i familiari delle vittime di abusi in divisa lottano nei tribunali perché la verità venga fuori, mentre l’Europa commina ancora sanzioni per la mancata introduzione del reato di tortura, altri due provvedimenti legislativi aggiungono ostacoli al cammino da fare.
I legali di Acad
Fonte
L’Unità, dalla Legge Reale ai Decreti Minniti: triste parabola del giornale del Pci di Pecchioli e del Pd di Minniti
Il Decreto Minniti-Orlando sulla Sicurezza Urbana è stato convertito in legge dal Parlamento.
Di fatto, il nuovo Ministro degli Interni, l’uomo forte del governo Gentiloni, sferra un attacco violentissimo e frontale alle libertà e ai diritti dell’intero corpo sociale, iniziando col privare i migranti delle garanzie minime del giusto processo (abolizione dei gradi di giudizio, del principio del contraddittorio, creazione di giurisdizioni speciali) continuando poi ad attaccare le fasce più disagiate della cittadinanza attraverso l’introduzione di dispositivi amministrativi pienamente sanzionatori – che sapientemente coordinati con quelli già da tempo esistenti nell’ordinamento come il Testo Unico Leggi di Polizia e le Misure di Prevenzione – restringono ulteriormente gli spazi già angusti delle libertà costituzionalmente garantite in questo paese.
Città come curve degli stadi
Col decreto Minniti, dopo anni di allenamento nella palestra della repressione che nel tempo hanno rappresentato le curve degli stadi, il DASPO fa il suo ingresso a gamba tesa nel centro delle città da cui i soggetti già marginali, oggi “indecorosi”, potranno essere allontanati per ordine del Sindaco attraverso decisioni amministrative sottratti, se non in casi limitati, al controllo di legittimità dell’autorità giudiziaria e dall’esercizio del diritto di difesa, dunque del tutto discrezionali e dalla forte connotazione arbitraria.
Una libertà fondamentale e costituzionalmente garantita, la libertà di movimento, sarà dunque a totale appannaggio del potere incontrollato dell’organo amministrativo che a fronte di una crescente richiesta di diritti sociali e welfare, in un contesto di crisi economica strutturale, sarà invece legittimato a rispondere con la forza di un provvedimento temporaneo che è già sanzione e che contribuisce non poco a distorcere la natura politica dell’organo in funzione sempre più marcatamente repressiva.
Senzatetto, prostitute, alcolisti, mendicanti; gli stili di vita o lo sfruttamento rappresenteranno al tempo stesso il sintomo e la prova della colpevolezza, in un meccanismo punitivo dove non è più neanche richiesta la commissione di un fatto di reato; per la condanna all’esilio dal centro della città o dalle altre zone urban e individuate come strategiche basterà offrire una brutta impressione di sé incompatibile con l’estetica del contesto, del “decoro urbano” la cui elevazione normativa a bene giuridico da difendere e tutelare rende sufficiente un’impressione sgradevole per legittimare l’allontanamento coattivo.
La logica del nemico interno
Grazie al decreto Minniti, la retorica del diverso, dell’emarginato, del soggetto che in fondo non si è impegnato abbastanza o che se l’è andata a cercare, è la stessa che in questi anni è servita a giustificare e/o occultare i numerosi episodi di abusi e violenze perpetuati ai danni dei cittadini finiti nelle mani dello Stato.
Stefano Cucchi era un tossicodipendente, Federico Aldrovandi un ubriaco violento, Francesco Mastrogiovanni un sovversivo e così via; un’operazione di criminalizzazione utile al doppio obbiettivo di annientare le istanze di verità e giustizia provenienti dai familiari delle vittime degli abusi di stato ed alimentare la paura verso un nemico tutto interno per il quale non valgono le stesse regole e garanzie che esistono a favore degli altri cittadini “perbene”; un ghetto normativo dove la sospensione dello stato di diritto è giustificata in partenza.
Nella prassi nessuno dei dispositivi previsti dal decreto Minniti sulla sicurezza urbana, è nuovo all’armamentario repressivo già contenuto nell’ordinamento amministrativo e giudiziario italiano.
Anche l’emendamento sull’allargamento dell’istituto dell’arresto in flagranza differita ai reati compiuti “in presenza di più persone o in occasioni pubbliche” non è stato inventato per l’occasione. Anzi, anche in questo caso il prestito proviene dal mondo del calcio, dove era già prevista la facoltà di procedere all’arresto – con successivo obbligatorio giudizio direttissimo – nelle 48 ore successive ai fatti se dal materiale fotografico o videoregistrato raccolto fosse stato possibile procedere rapidamente all’identificazione dei responsabili di reati compiuti con violenza contro cose o persone.
La logica che, nel decreto Minniti, sottende l’arresto in flagranza di reato è quella di interrompere un comportamento a fronte della sua pericolosità immediata e contemporanea ad una condizione di necessità ed urgenza che legittima la privazione della libertà (o tutt’al più quella di inseguire chi appaia l’autore di un crimine per recarne su di sé le tracce, c.d.quasi flagranza).
Quale sarebbe la logica che accompagna l’arresto in flagranza differita se la pericolosità del gesto si è completamente esaurita?
Cosa dovrebbe interrompere l’intervento delle Forze dell’Ordine a distanza di due giorni dai presunti fatti di reato? – presunti sotto il profilo sia della corretta identificazione dei sospettati attraverso la frettolosa visione di materiale foto/video, sia dell’esatto inquadramento giuridico dei comportamenti che in così poco tempo sarebbero per comodità elevati a quello più grave, a fronte della necessità di giustificare l’utilizzo di uno strumento immediatamente privativo della libertà.
Intimidazione del dissenso
Anche su questo punto il Decreto Minniti non cela l’intenzione marcatamente intimidatoria del dissenso, attraverso l’estensione alla piazza di uno strumento investigativo parziale e decontestualizzato da un lato e il rispolvero di vecchi arnesi repressivi mai espunti dall’ordinamento.
I fogli di via piovuti a pioggia su tantissimi attivisti politici nelle ultime settimane ne sono il plastico esempio. Le misure di prevenzione utilizzate in occasione del vertice UE a Roma lo scorso 25 Marzo, rappresentano ancora oggi un unicum tutto italiano, un complesso articolato di provvedimenti e sanzioni che conferiscono al Questore prima e all’autorità giudiziaria poi la possibilità di privare della libertà gli individui sulla base dei soli elementi di fatto (non prove e neanche indizi, ma caratteristiche sintomatiche come felpe con cappuccio e sciarpe), comminate a prescindere dalla commissione di reati.
Anche in questo caso saranno l’estetica o la provenienza ideologica a suggerire la c.d. pericolosità sociale, categoria tanto ampia e indeterminata da contenere ogni forma di diversità e opposizione sociale e consentire per questo discrezionalità e abusi.
La conversione definitiva dei decreti Migranti e Sicurezza Urbana accompagnata dall’utilizzo massivo di misure di polizia rende palese la volontà politica di criminalizzare le crescenti istanze di giustizia sociale contribuendo non poco ad alimentare quel sentimento di impunità e strapotere che da sempre caratterizza l’azione degli organi di Polizia di questo paese.
Agenti ancora senza numero identificativo
Non è un caso che dalla legge di conversione del decreto Minniti sia stato espunto l’emendamento che avrebbe potuto introdurre il numero identificativo di reparto per le F.O. impegnate nell’ordine pubblico, né appare casuale la galvanizzazione di cui gli stessi agenti sembrano protagonisti da quando il ministro Minniti ha preso funzioni.
Si batte di nuovo col manganello sugli scudi, si inseguono manifestanti per le strade a forza di idranti, scompare pian piano la funzione di mediazione dei funzionari investigativi a tutto vantaggio delle c.d. cariche di alleggerimento dei reparti celere (ennesimo ossimoro a detrimento della corretta definizione dei comportamenti di Polizia dove ogni abuso equivale a un eccesso colposo e mai a una volontà preordinata e cosciente di infliggere lesioni).
Così, mentre alcune delle vittime delle violenze a Bolzaneto e alla Diaz patteggiano per sfinimento, mentre i familiari delle vittime di abusi in divisa lottano nei tribunali perché la verità venga fuori, mentre l’Europa commina ancora sanzioni per la mancata introduzione del reato di tortura, altri due provvedimenti legislativi aggiungono ostacoli al cammino da fare.
I legali di Acad
Fonte
31/03/2017
Decreto Minniti, il daspo urbano e la libertà personale
Una delle misure più discusse del decreto legge sulla sicurezza delle città approvato dal Governo il 10 febbraio è il cosiddetto “daspo urbano”. Grazie a questa novità del decreto Minniti, il sindaco può imporre una sanziona amministrativa pecuniaria a “chiunque ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione” di certi luoghi cittadini (la norma parla di “aree interne delle infrastrutture, fisse e mobili, ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze”). Chi tiene questi comportamenti viene allontanato dal luogo urbano. L’ordine di allontanamento è un atto scritto e vale per 48 ore. Se il destinatario dell’ordine di allontanamento lo vìola, deve pagare una sanzione pecuniaria doppia di quella che gli è stata irrogata per aver limitato “la libera accessibilità e fruizione” del luogo urbano.
Il decreto è in corso di conversione in legge: è già passato alla Camera e ora viene esaminato dal Senato. Durante la discussione alla Camera è stato attenuato un pochettino il concetto: la sanzione potrà essere irrogata solo a chi impedisce l’accesso ai luoghi (il testo iniziale faceva riferimento a coloro che “limitano” l’accesso). Comunque resta la sostanza della cosa: con un suo provvedimento amministrativo il sindaco può impedire a qualcuno di sostare in certi luoghi della città. La questione tocca delicate corde costituzionali: la libertà di circolazione, il confine fra sanzioni amministrative e sanzioni penali, il concetto di sicurezza, ecc.
Per capire come questo strumento potrebbe concretamente essere usato dai sindaci, conviene guardare a uno dei primissimi provvedimenti. Il 15 marzo scorso il sindaco di Seregno ha emesso un’ordinanza che si basa su alcune disposizioni del decreto sicurezza (ord. 43/2017 “Ordinanza contingibile e urgente in materia di tutela della sicurezza urbana e decoro del centro abitato”). La prima base normativa del provvedimento è la nuova formulazione del potere di ordinanza dei sindaci. Il decreto sicurezza modifica infatti l’art. 50 del Testo unico degli enti locali ampliando non poco tale potere. Finora i sindaci potevano adottare ordinanze solo per “emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale”. Il decreto aggiunge che possono farlo anche “in relazione all’urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare riferimento alle esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti”.
Dunque, l’ordinanza del sindaco di Seregno parte dal nuovo potere di ordinanza e vieta il “bivacco in tutto il centro abitato”; vieta inoltre di “consumare bevande alcoliche, al di fuori delle aree pertinenziali dei pubblici esercizi regolarmente autorizzati”. Il passo successivo dell’ordinanza si basa sulla norma del decreto Minniti che introduce il daspo urbano: chi viola i divieti imposti dall’ordinanza può anche essere allontanato qualora la violazione sia avvenuta nei pressi della stazione ferroviaria. Insomma, l’ordinanza di Seregno agisce in due tempi: prima vieta certi comportamenti che sono considerati contro il decoro urbano (bivaccare e bere alcolici lontano dai locali) e poi dispone l’allontanamento di chi trasgredisce quei divieti. Nel primo caso, applica il nuovo e più ampio potere di ordinanza, nel secondo caso, il nuovo potere di allontanamento provvisorio (il daspo urbano).
Tuttavia, il rafforzamento del potere di ordinanza deve fare i conti con la giurisprudenza della Corte costituzionale che aveva stabilito che tale potere deve essere circoscritto e rispettare il principio di legalità sostanziale (sent. 115/2011). In quel caso la Corte aveva accolto la questione perché le ordinanze incidevano sulla libertà delle persone: “incidono, per la natura delle loro finalità (incolumità pubblica e sicurezza urbana) e per i loro destinatari (le persone presenti in un dato territorio), sulla sfera generale di libertà dei singoli e delle comunità amministrate, ponendo prescrizioni di comportamento, divieti, obblighi di fare e di non fare, che, pur indirizzati alla tutela di beni pubblici importanti, impongono comunque, in maggiore o minore misura, restrizioni ai soggetti considerati.”
Il rischio è che anche questa nuova formulazione del potere di ordinanza, collegato a generiche finalità (decoro, vivibilità urbana, incuria, degrado del territorio) possa portare a limitazioni della libertà delle persone. Rischio amplificato quando al potere di ordinanza si somma il potere di allontanare le persone da certi luoghi urbani.
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Il decreto è in corso di conversione in legge: è già passato alla Camera e ora viene esaminato dal Senato. Durante la discussione alla Camera è stato attenuato un pochettino il concetto: la sanzione potrà essere irrogata solo a chi impedisce l’accesso ai luoghi (il testo iniziale faceva riferimento a coloro che “limitano” l’accesso). Comunque resta la sostanza della cosa: con un suo provvedimento amministrativo il sindaco può impedire a qualcuno di sostare in certi luoghi della città. La questione tocca delicate corde costituzionali: la libertà di circolazione, il confine fra sanzioni amministrative e sanzioni penali, il concetto di sicurezza, ecc.
Per capire come questo strumento potrebbe concretamente essere usato dai sindaci, conviene guardare a uno dei primissimi provvedimenti. Il 15 marzo scorso il sindaco di Seregno ha emesso un’ordinanza che si basa su alcune disposizioni del decreto sicurezza (ord. 43/2017 “Ordinanza contingibile e urgente in materia di tutela della sicurezza urbana e decoro del centro abitato”). La prima base normativa del provvedimento è la nuova formulazione del potere di ordinanza dei sindaci. Il decreto sicurezza modifica infatti l’art. 50 del Testo unico degli enti locali ampliando non poco tale potere. Finora i sindaci potevano adottare ordinanze solo per “emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale”. Il decreto aggiunge che possono farlo anche “in relazione all’urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare riferimento alle esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti”.
Dunque, l’ordinanza del sindaco di Seregno parte dal nuovo potere di ordinanza e vieta il “bivacco in tutto il centro abitato”; vieta inoltre di “consumare bevande alcoliche, al di fuori delle aree pertinenziali dei pubblici esercizi regolarmente autorizzati”. Il passo successivo dell’ordinanza si basa sulla norma del decreto Minniti che introduce il daspo urbano: chi viola i divieti imposti dall’ordinanza può anche essere allontanato qualora la violazione sia avvenuta nei pressi della stazione ferroviaria. Insomma, l’ordinanza di Seregno agisce in due tempi: prima vieta certi comportamenti che sono considerati contro il decoro urbano (bivaccare e bere alcolici lontano dai locali) e poi dispone l’allontanamento di chi trasgredisce quei divieti. Nel primo caso, applica il nuovo e più ampio potere di ordinanza, nel secondo caso, il nuovo potere di allontanamento provvisorio (il daspo urbano).
Tuttavia, il rafforzamento del potere di ordinanza deve fare i conti con la giurisprudenza della Corte costituzionale che aveva stabilito che tale potere deve essere circoscritto e rispettare il principio di legalità sostanziale (sent. 115/2011). In quel caso la Corte aveva accolto la questione perché le ordinanze incidevano sulla libertà delle persone: “incidono, per la natura delle loro finalità (incolumità pubblica e sicurezza urbana) e per i loro destinatari (le persone presenti in un dato territorio), sulla sfera generale di libertà dei singoli e delle comunità amministrate, ponendo prescrizioni di comportamento, divieti, obblighi di fare e di non fare, che, pur indirizzati alla tutela di beni pubblici importanti, impongono comunque, in maggiore o minore misura, restrizioni ai soggetti considerati.”
Il rischio è che anche questa nuova formulazione del potere di ordinanza, collegato a generiche finalità (decoro, vivibilità urbana, incuria, degrado del territorio) possa portare a limitazioni della libertà delle persone. Rischio amplificato quando al potere di ordinanza si somma il potere di allontanare le persone da certi luoghi urbani.
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