Pochi ricordano che l’istituto del Daspo, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive causa provvedimento emesso dal questore, è uno di quelli che “ha chiesto l’Europa”.
Quello che è stato introdotto in Italia come Daspo è infatti un provvedimento, raccomandato dal consiglio d’Europa a tutti i paesi membri, pensato tra gli strumenti giuridici per il contenimento del fenomeno hooligan dopo la strage dell’Heysel del 1985. Si tratta di una misura di contenimento preventivo del comportamento personale, emessa da un atto amministrativo e non da una sentenza di tribunale, che è rimasta nell’ordinamento giuridico ed è evoluta assieme al complesso delle norme sull’ordine pubblico degli stadi, alle mutazioni delle tecnologie di sorveglianza e anche ai cambiamenti dell’opinione pubblica dedicata a questi temi. Infine, il Daspo ritorna in questo periodo al centro del dibattito politico come proposta dei sindacati di polizia al governo Meloni da mettere entro un pacchetto “ordine pubblico” dedicato alle manifestazioni e non più esclusivamente allo sport.
Il Daspo è pensato come uno strumento di emergenza – velocizzare tramite atti amministrativi l’allontanamento dallo stadio di più soggetti ritenuti pericolosi – dopo un fatto gravissimo, la strage dell’Heysel. Le stragi – ricordiamo dopo Heysel, Hillsborough del 1989 – sono scomparse ma il provvedimento è rimasto nel tempo e, come vediamo, in Italia rischia nuove applicazioni oltre il campo sportivo. Fa bene ricordare come il Daspo appartenga, assieme alla precettazione per lo sciopero dei trasporti che oggi ha ridotto di molto i margini di conflitto sociale, all’ultima stagione di governo del pentapartito a guida Andreotti, quella che si trova ad affrontare, rimanendone travolta, le mutazioni che questo paese cominciava a intravedere alla fine degli anni ’80.
Fa bene anche ricordare che l’inasprimento dell’uso del Daspo fa parte del famoso pacchetto Amato – votato da Pdci, Verdi e dal Prc bertinottiano – promosso dal governo Prodi dopo la morte dell’ispettore Raciti durante gli scontri provocati per Catania-Palermo. Alcuni dei provvedimenti Amato sono rimasti storici (l’obbligo non più solo formale di tornelli allo stadio che ha cambiato panorami e uso dei territori attorno agli impianti), altri erano surreali (come il divieto di introdurre tamburi allo stadio e il controllo di striscioni e bandiere) ma soprattutto si faceva notare il fatto come quella che allora era la sinistra sceglieva non di tutelare i diritti civili ma di consegnare una parte della vita sociale alla logica dell’emergenza. Questa logica, inasprire il quadro giuridico e i provvedimenti che hanno effetto sul campo a ogni fatto collettivo trattato come emergenza, non poteva non essere ripresa dal centrodestra e infatti prima col decreto Pisanu del 2005, ripreso e rafforzato dalle leggi Amato, e con il decreto Maroni del 2010, che a sua volta poggiava sulle leggi Amato, il Daspo ha allargato il proprio raggio d'azione e con lui le forme di contenimento preventivo dei comportamenti collettivi.
Insomma, nel corso di un quarto di secolo le manifestazioni sportive sono state consegnate alla logica dell’emergenza permanente, con la naturalizzazione dell’istituto dell’allontanamento preventivo dagli stadi che si è accompagnata all’evoluzione tecnologica delle forme di controllo. Questo, nel tempo, ha allontanato gli scontri dagli stadi, grande ferita della società dello spettacolo, ed ha aperto la stagione della conflittualità, anche con risvolti drammatici, tra tifoserie in aree e zone dedicate. Altra questione è che, da tempo, si chiede al Daspo di fare il salto di specie ovvero di passare dalla emergenza sportiva a quella politica, di diventare un “semplice” atto amministrativo per il contenimento preventivo e immediato dei manifestanti.
Qui, un paio di precedenti utili a capire il problema. Il primo è che nel nostro ordinamento esiste già un Daspo non sportivo: il “Daspo urbano” introdotto dal governo Gentiloni, non propriamente di centrodestra, nel 2017 che riguarda il tema del “decoro” ovvero la possibilità di vietare determinati luoghi per atto amministrativo a soggetti che turbano, in vario modo, quella che si pensa essere la normalità della vita cittadina. Viene così allargato, almeno formalmente, l’insieme dei soggetti ai quali applicare l’emergenza senza fine e le misure di velocizzazione del comportamento collettivo: dagli hooligans si passa alla piccola fauna del traffico urbano.
Altro aspetto interessante, specie se si guarda al futuro, è toccato dalla sentenza del TAR del Lazio del 2019 che vieta, almeno fino a oggi, il cortocircuito tra Daspo sportivo e penalizzazioni ricavate durante le manifestazioni politiche. Sia durante la gestione agli interni Minniti che in quella Salvini correva infatti l’abitudine di emettere Daspo per persone che avevano ricevuto sanzioni a causa di manifestazioni politiche (es. condanna per volto travisato) ma non avevano commesso nulla sul piano delle manifestazioni sportive. Una evidente lesione dei diritti civili, come lo è quello di accedere a manifestazioni sportive, sanata dal Tar del Lazio di qualche anno fa. C’è da chiedersi cosa accadrà del complesso dell’istituto del Daspo, se le proposte dei sindacati di polizia verranno accettate, e giuridicamente adattate, dal governo Meloni. La trasformazione delle manifestazioni in stato d’emergenza permanente, come per gli stadi da oltre trent’anni, può avere grosse conseguenze su tutta la società come è stato per la legislazione sportiva nel corso di questi anni.
Bisogna quindi ricordare un altro paio di questioni:
1) gli effetti sociali diretti della stagione delle stragi legate al calcio (’85, ’89) sono esauriti da tempo. Gli effetti sociali della legislazione di emergenza contenimento preventivo dei comportamenti di parte della società, sviluppo quasi incontenibile delle tecnologie di controllo legittimate anche dai provvedimenti di emergenza – sono in piena salute e mostrano un reale futuro.
2) tutti i provvedimenti presi, in Italia, in materia di Daspo, per quando abbiano vissuto oltre la stagione della loro gestazione, sono risposte, in ottica di addomesticamento della società, a periodi di recrudescenza, anche molto violenta, della vita da stadio. L’eventuale Daspo per i manifestanti, così come è chiesto dai sindacati di polizia, avverrebbe dopo un periodo di recrudescenza, ma del comportamento delle forze dell’ordine. Se accade si tratta di un uso della legislazione di emergenza nuovo, da capire bene.
Una società in stato permanente di emergenza su questi temi, oltre a creare danni collettivi e personali, sfavorisce, e di molto, la capacità di presa sulla società di quello che è rimasto delle varie sinistre. Le cose possono cambiare se queste acquisiscono una cultura dei diritti civili che, nel nostro paese, appare o piuttosto scarsa o confinata in temi che non hanno a che vedere con il diritto di manifestare.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/09/2023
Perché opporsi all’introduzione del riconoscimento biometrico negli stadi?
La notizia, uscita qualche giorno fa, in merito alla proposta della Lega Calcio di inserire il riconoscimento facciale ai tornelli di ingresso negli stadi, non dovrebbe stupire. Da decenni l’ambiente dello stadio è utilizzato come banco di prova per l’introduzione e la sperimentazione di misure repressive trasferibili in altri contesti sociali.
Stiamo parlando dell’ipotesi che all’acquisto di un biglietto per una partita venga allegata una liberatoria da firmare per consentire la scannerizzazione del volto al momento dell’accesso all’impianto sportivo.
La schedatura del tifoso che si reca allo stadio viene giustificata dalle autorità con il fine di poter riconoscere senza dubbio alcuno un soggetto nel caso manifesti atteggiamenti razzisti sugli spalti.
Se si analizza questa proposta e la si scompone salta però subito all’occhio la forzatura con cui si vuole porre un nesso posticcio tra l’ulteriore schedatura dei tifosi e la finalità “antirazzista”.
È utile innanzitutto ricordare che il biglietto è già nominale dal 2003 e che dal 2009 è in vigore la “Tessera del tifoso”.
Inoltre, all’interno degli stadi esiste già un sistema di videosorveglianza, elemento che rende praticamente impossibile non ricondurre un qualsiasi comportamento sugli spalti a uno specifico soggetto o gruppo.
Pertanto, a che scopo spendere risorse finanziarie per un complesso sistema video, che appesantirebbe ulteriormente le già complesse procedure di accesso, quando invece – per esempio – si potrebbero migliorare i sempre più fatiscenti impianti sportivi?
Che siano in realtà la “volontà di repressione” di uno degli ultimi spazi aggregativi di questa società iper-individualizzata e il continuo asservimento alle grandi multinazionali “Big Tech” a muovere l’azione delle autorità?
Oltre a questo, e andando al nocciolo etico della questione, qui, ancora una volta, cade la maschera della Lega Calcio (e dello Stato) che esibisce la maschera dell’inclusività per legittimare un procedimento esclusivamente forcaiolo. Il decreto Caivano sulla violenza minorile va nella stessa direzione.
Per arginare il razzismo invece bisognerebbe lavorare sul miglioramento delle condizioni di reddito e di vita, oltre che sulla sensibilizzazione e sull’educazione nel tessuto sociale, quindi a monte del problema e non solo dentro gli stadi.
Bisognerebbe partere dai quartieri, dalle scuole e sui posti di lavoro, consci che non si tratta affatto di un problema legato al solo “popolino” (come vorrebbe la narrazione mainstream), ma riguarda innanzitutto l’atteggiamento classista e reazionario dell’intera società (padroni, Stato, burocrazia, ecc.), che ormai si riverbera in tutto il corpo sociale.
È così che, tolto via il velo di trucco alla proposta, rimane la solo volontà di far passare un metodo di riconoscimento e controllo estremamente invasivo (che ha già trovato lo sbarramento della legge sulla privacy, ma alla lunga potrebbe non essere sufficiente), in modo tale da poterlo poi riprodurre per manifestazioni, presidi, concerti o qualsivoglia momento aggregativo.
A monito di tutti, è bene ricordare che dal 2017 il Daspo – acronimo di “divieto di accedere alle manifestazioni sportive” – è stato allargato al contesto cittadino (cosiddetto ‘Daspo urbano’), ossia il potenziamento del vecchio “foglio di via” d’epoca fascista, che ha conosciuto un grande utilizzo contro senzatetto e attivisti sociali, sindacali e politici.
Per analizzare queste proposte bisogna considerare l’ampio spettro di utilizzo all’interno nella società, ossia considerarle (parafrasando le tecnologie che vengono usate a scopo sia civile che militare) come mirati a una sorta di dual use stadio-quartieri.
In definitiva, le finalità vanno ben oltre quelle che accompagnano la loro presentazione e puntano a reprimere il dissenso organizzato, limitando (a vari livelli) la libertà personale.
Come recitava uno striscione esposto negli stadi, a metà anni ‘80, “Leggi speciali, oggi per gli ultras, domani in tutta la città”.
Fonte
Stiamo parlando dell’ipotesi che all’acquisto di un biglietto per una partita venga allegata una liberatoria da firmare per consentire la scannerizzazione del volto al momento dell’accesso all’impianto sportivo.
La schedatura del tifoso che si reca allo stadio viene giustificata dalle autorità con il fine di poter riconoscere senza dubbio alcuno un soggetto nel caso manifesti atteggiamenti razzisti sugli spalti.
Se si analizza questa proposta e la si scompone salta però subito all’occhio la forzatura con cui si vuole porre un nesso posticcio tra l’ulteriore schedatura dei tifosi e la finalità “antirazzista”.
È utile innanzitutto ricordare che il biglietto è già nominale dal 2003 e che dal 2009 è in vigore la “Tessera del tifoso”.
Inoltre, all’interno degli stadi esiste già un sistema di videosorveglianza, elemento che rende praticamente impossibile non ricondurre un qualsiasi comportamento sugli spalti a uno specifico soggetto o gruppo.
Pertanto, a che scopo spendere risorse finanziarie per un complesso sistema video, che appesantirebbe ulteriormente le già complesse procedure di accesso, quando invece – per esempio – si potrebbero migliorare i sempre più fatiscenti impianti sportivi?
Che siano in realtà la “volontà di repressione” di uno degli ultimi spazi aggregativi di questa società iper-individualizzata e il continuo asservimento alle grandi multinazionali “Big Tech” a muovere l’azione delle autorità?
Oltre a questo, e andando al nocciolo etico della questione, qui, ancora una volta, cade la maschera della Lega Calcio (e dello Stato) che esibisce la maschera dell’inclusività per legittimare un procedimento esclusivamente forcaiolo. Il decreto Caivano sulla violenza minorile va nella stessa direzione.
Per arginare il razzismo invece bisognerebbe lavorare sul miglioramento delle condizioni di reddito e di vita, oltre che sulla sensibilizzazione e sull’educazione nel tessuto sociale, quindi a monte del problema e non solo dentro gli stadi.
Bisognerebbe partere dai quartieri, dalle scuole e sui posti di lavoro, consci che non si tratta affatto di un problema legato al solo “popolino” (come vorrebbe la narrazione mainstream), ma riguarda innanzitutto l’atteggiamento classista e reazionario dell’intera società (padroni, Stato, burocrazia, ecc.), che ormai si riverbera in tutto il corpo sociale.
È così che, tolto via il velo di trucco alla proposta, rimane la solo volontà di far passare un metodo di riconoscimento e controllo estremamente invasivo (che ha già trovato lo sbarramento della legge sulla privacy, ma alla lunga potrebbe non essere sufficiente), in modo tale da poterlo poi riprodurre per manifestazioni, presidi, concerti o qualsivoglia momento aggregativo.
A monito di tutti, è bene ricordare che dal 2017 il Daspo – acronimo di “divieto di accedere alle manifestazioni sportive” – è stato allargato al contesto cittadino (cosiddetto ‘Daspo urbano’), ossia il potenziamento del vecchio “foglio di via” d’epoca fascista, che ha conosciuto un grande utilizzo contro senzatetto e attivisti sociali, sindacali e politici.
Per analizzare queste proposte bisogna considerare l’ampio spettro di utilizzo all’interno nella società, ossia considerarle (parafrasando le tecnologie che vengono usate a scopo sia civile che militare) come mirati a una sorta di dual use stadio-quartieri.
In definitiva, le finalità vanno ben oltre quelle che accompagnano la loro presentazione e puntano a reprimere il dissenso organizzato, limitando (a vari livelli) la libertà personale.
Come recitava uno striscione esposto negli stadi, a metà anni ‘80, “Leggi speciali, oggi per gli ultras, domani in tutta la città”.
Fonte
27/06/2023
Daspo del questore di Bergamo a un dirigente USB
Qualche giorno fa la Questura di Bergamo ha notificato al nostro compagno Alaa Nasser il foglio di via obbligatorio con divieto di entrare nel territorio del Comune di Calcio per la durata di un anno. A Calcio hanno sede i magazzini della Italtrans che sono teatro, da diversi mesi, di un conflitto sindacale molto duro per ridurre i ritmi massacranti di lavoro, rispettare le norme sulla sicurezza e la salute e ottenere aumenti salariali.
Nel provvedimento è lo stesso questore a specificare che il giudizio di pericolosità espresso dall’autorità di Pubblica Sicurezza “può prescindere dalla eventuale sussistenza di condanne penali”, che è come dire che il questore decide sulla base di fattori di altro tipo, che non sono le condanne riportate.
Alaa Nasser ha riportato nel corso della sua lunga militanza politica e sociale alcune denunce, per fatti non gravi e sempre e comunque connessi alla sua attività di militante. Per queste denunce o è risultato assolto oppure la vicenda è finita in prescrizione. È una persona riconosciuta da centinaia di cittadini e lavoratori per la sua dedizione disinteressata.
Alaa Nasser è un dirigente dell’organizzazione sindacale USB e da anni svolge attività sindacale sul territorio della provincia di Bergamo. Impedirgli di entrare a Calcio significa privare i lavoratori che operano in quel territorio di avere la rappresentanza sindacale che si sono scelti.
È gravissimo che una questura decida di entrare in un conflitto sindacale, preoccupandosi di estromettere uno degli attori più importanti, con il fine indiretto e oggettivo di indebolire l’azione sindacale e favorire gli interessi dell’azienda. L’attività sindacale è garantita dalla Costituzione, che è il riferimento normativo anche per la provincia di Bergamo!
Va notato poi che è proprio di questi giorni la notizia del sequestro di 48 milioni a Esselunga da parte della Procura di Milano per evasione fiscale, che è parte di una inchiesta molto più ampia che sta colpendo il mondo della logistica e il sistema degli appalti e dei subappalti utilizzato per evadere il fisco e abbassare le tutele ed il costo dei lavoratori. In questa vicenda, i sindacalisti USB stanno svolgendo una funzione molto importante ed infatti anche a Brescia è partita una denuncia della Questura di quella città contro i delegati USB, “rei” di non aver preavvisato uno sciopero. Tra la vicenda Esselunga e la situazione Italtrans esistono nessi molto stretti, che lasciano intendere che c’è un attacco a chi interpreta in modo coraggioso il ruolo del sindacato, senza farsi impaurire dai colossi multinazionali.
Non è possibile accettare questa prepotenza e assecondare comportamenti illegittimi e dal chiaro sapore reazionario. USB metterà in campo tutte le azioni sia sul piano legale che su quello della denuncia politica e della mobilitazione perché si ripristini al più presto la piena libertà di agibilità sindacale e perché venga riconosciuto ad Alaa Nasser il diritto a svolgere il suo ruolo di dirigente sindacale.
Unione Sindacale di Base
Fonte
Nel provvedimento è lo stesso questore a specificare che il giudizio di pericolosità espresso dall’autorità di Pubblica Sicurezza “può prescindere dalla eventuale sussistenza di condanne penali”, che è come dire che il questore decide sulla base di fattori di altro tipo, che non sono le condanne riportate.
Alaa Nasser ha riportato nel corso della sua lunga militanza politica e sociale alcune denunce, per fatti non gravi e sempre e comunque connessi alla sua attività di militante. Per queste denunce o è risultato assolto oppure la vicenda è finita in prescrizione. È una persona riconosciuta da centinaia di cittadini e lavoratori per la sua dedizione disinteressata.
Alaa Nasser è un dirigente dell’organizzazione sindacale USB e da anni svolge attività sindacale sul territorio della provincia di Bergamo. Impedirgli di entrare a Calcio significa privare i lavoratori che operano in quel territorio di avere la rappresentanza sindacale che si sono scelti.
È gravissimo che una questura decida di entrare in un conflitto sindacale, preoccupandosi di estromettere uno degli attori più importanti, con il fine indiretto e oggettivo di indebolire l’azione sindacale e favorire gli interessi dell’azienda. L’attività sindacale è garantita dalla Costituzione, che è il riferimento normativo anche per la provincia di Bergamo!
Va notato poi che è proprio di questi giorni la notizia del sequestro di 48 milioni a Esselunga da parte della Procura di Milano per evasione fiscale, che è parte di una inchiesta molto più ampia che sta colpendo il mondo della logistica e il sistema degli appalti e dei subappalti utilizzato per evadere il fisco e abbassare le tutele ed il costo dei lavoratori. In questa vicenda, i sindacalisti USB stanno svolgendo una funzione molto importante ed infatti anche a Brescia è partita una denuncia della Questura di quella città contro i delegati USB, “rei” di non aver preavvisato uno sciopero. Tra la vicenda Esselunga e la situazione Italtrans esistono nessi molto stretti, che lasciano intendere che c’è un attacco a chi interpreta in modo coraggioso il ruolo del sindacato, senza farsi impaurire dai colossi multinazionali.
Non è possibile accettare questa prepotenza e assecondare comportamenti illegittimi e dal chiaro sapore reazionario. USB metterà in campo tutte le azioni sia sul piano legale che su quello della denuncia politica e della mobilitazione perché si ripristini al più presto la piena libertà di agibilità sindacale e perché venga riconosciuto ad Alaa Nasser il diritto a svolgere il suo ruolo di dirigente sindacale.
Unione Sindacale di Base
Fonte
31/01/2019
Francia - Daspo contro le manifestazioni politiche
Ieri l’Assemblea Nazionale – uno dei due rami del parlamento d’Oltralpe, insieme al Senato – ha dato il suo consenso a due importanti provvedimenti, nell’ambito della discussione (che riprenderà venerdì sul terzo punto del “pacchetto” legislativo) sulla cosiddetta “legge anti-casseurs”.
La discussione si è svolta sulla traccia di una proposta promossa dal capogruppo di LR (forza politica d’opposizione di destra) all’indomani delle manifestazioni del primo maggio scorso, ma discussa in senato l’autunno scorso, prima dell’inizio della marea gialla il 17 novembre.
Sebbene l’esecutivo neghi che si tratti di una legge “ad hoc”, la proposta di metterla in discussione era stata preannunciata da Eduard Philippe, qualche settimana fa, con la ripresa vigorosa della partecipazione agli Atti di protesta del fine settimana dei GJ e l’emergere nell’opinione pubblica della questione delle violenze della polizia, tema imposto dai numerosi feriti gravi – tra cui un morto e numerosi stati comatosi – succedutesi negli ultimi mesi a causa delle armi non letali a disposizione delle forze dell’ordine francesi.
Le pallottole di gomma (ex-flash ball) LBD di 40 mm di diametro e letali se ricevute in un raggio 25 metri dal lancio, le granate dispersive e stordenti contenenti 25 grammi di TNT GLI-14 e una tipologia di bossoli di lacrimogeni con la testa metallica, sono le armi che hanno causato amputazioni, ferite gravi (con perdita della vista in alcuni casi e fratture gravi al viso) di cui l’ultimo episodio più mediatizzato è stato il ferimento di una delle figure più conosciute del movimento dei GJ sabato a Parigi, Jerome Rodrigues.
Sono 97 i feriti gravi recensiti fino a sabato. David Dufresne ha avviato una ricerca scrupolosa ed una denuncia puntuale (caso per caso) ripresa integralmente da Mediapart. Il giornalista ha sottolineato come la violenza abbia riguardato per la stragrande maggioranza dei casi “persone comuni” e non “militanti politici” come nel passato.
Un’inchiesta del giornale indipendente Reporterre riporta come in questi due mesi ci siano stati più ferimenti di quanti ne siano avvenuti in due anni!
Il governo, per voce del ministro dell’Interno Castaner, ma anche dello stesso presidente Macron, nega gli episodi di violenza poliziesca e allo stesso tempo pone il veto al bando di queste armi “intermedie” (secondo la definizione ufficiale) chieste dall’opposizione politica (LFI, PCF, NPA), sociale (i GJ), sindacale (CGT) e dalle associazioni come la Lega dei Diritti dell’Uomo.
Proprio la “Lega” e Amnesty International Francia avevano denunciato i giorni scorsi il carattere liberticida delle misure legislative che si sarebbero discusse, fortemente lesive di un diritto di manifestare, già messo fortemente in discussione durante il periodo della promulgazione dell'”Etat d’Urgence” successivo agli attentati del 2015, in cui – come riporta Amnesty – a 700 persone era stato impedito di manifestare per volontà dei prefetti, grazie al potere concessagli dal regime dello stato d’eccezione che ha di fatto lasciato profonde tracce nella società francese post-Bataclan.
Andiamo con ordine, e per comprendere il clima citiamo il ministro dell’interno C. Castaner, che ha parlato di provvedimenti presi contro “brutes” con “sete di chaos”, dalle due alle trecento persone!
Tre sono i punti principali, di cui due discussi e “conclusi” da martedì: le misure prefettizie di diffida dalle manifestazioni politiche – mutuate dai precedenti ordinamenti legislativi in termini di tifo organizzato – l’introduzione del travisamento (totale o parziale) come reato penale e terzo (che sarà discusso venerdì) la possibilità di far pagare ai manifestanti i danneggiamenti prodotti.
Una proposta di legge composta da 8 articoli, a cui sono stati proposti 263 emendamenti, alcuni dei quali da parte di alcuni deputati della stessa maggioranza (LERM e MoDem).
Sul primo punto è stata scartata l’ipotesi che la diffida sia data solo in caso di una condanna precedente per reati correlati allo svolgimento di atti violenti durante le manifestazioni. Il prefetto potrà interdire la partecipazione alla manifestazione arbitrariamente – come nell’ “Etat d’urgence” – in caso giudichi che la presenza di quell’individuo “costituisca una minaccia di particolare gravità per l’ordine pubblico”.
L’infrazione della diffida, della durata minima di un mese, su tutto il territorio nazionale comporterebbe sei mesi di carcere ed una multa di 7500 Euro.
Verrà creato uno schedario che affiancherà quello attuale per le persone ricercate – l’FPR – le cui tracce decaderanno ad un mese dalla diffida, qualora non sussista “pericolo”. In questo modo il daspo verrà dato non più, come prevedeva la legge, in caso di condanna penale, come è stato il caso di numerosi GJ condannati di fatto, il più delle volte, senza che venisse loro contestato alcun reato specifico, se non la partecipazione ad una manifestazione.
“È una deriva completa. Si è tornati al regime di Vichy”, ha tuonato durante il dibattito in Assemblea Nazionale Charles De Courson, dell’Unione Democratici e Indipendenti, in un acceso scontro con Michel Fauvergue, ex-direttore dell’unità d’intervento della polizia nazionale (RAID), ora deputato delle file di En Marche e grande sostenitore della legge.
Se non è stato introdotto un vero “perimetro di protezione” attorno alle zone teatro delle manifestazioni, mutuando il dispostivo da Euro 2016 di calcio, sarà possibile comunque perquisire veicoli ed effetti personali fino a 24 ore prima dell'evento, e non è affatto chiaro cosa potrà essere ritenuto “un’arma”.
Ora per le manifestazioni parigine, grazie ad una interpretazione estesa di una legge contro la criminalità giovanile – in realtà tesa a impedire ai banlieusards di recarsi in centro – è già possibile farlo; e quindi di fatto si fa diventare dispositivo legislativo (estendendolo oltre la capitale) una pratica di controllo preventivo che ha limitato la libertà di manifestare.
Altro punto essenziale è l’introduzione del reato penale di “travisamento totale e parziale” – un anno di prigione e 15000 Euro di multa – che dà la possibilità di fermare per interrogare e di mettere in “guarde à vue” chi viene colto travisato. La legge ritiene “travisamento” anche l’indossare elementari dispositivi protettivi che limitano gli effetti delle “armi non letali” o il getto di acqua ad alta pressione tramite l’uso degli idranti. Le persone fermate dovranno “provare che avevano un buon motivo per essere mascherati”.
La discussione terminerà probabilmente martedì 5 febbraio, giorno dello sciopero generale, e poi riprenderà a metà marzo dopo la riformulazione complessiva del testo legislativo. Poi verrà affrontato lo scoglio della costituzionalità di tale pacchetto e quello ipotetico della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Intanto in Francia lo stato di eccezione permanente diviene sempre più la regola. Non denunciarlo è una complicità come quella su cui si interrogava il protagonista del romanzo di Tabucchi: “Sostiene Pereira”. Pereira, non chiuse gli occhi di fronte al Salazarismo, mentre buona parte dei media nostrani non stanno davvero facendo lo stesso rispetto ai crimini del macronismo.
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17/10/2018
Mimmo Lucano è libero, ma fuori da Riace
Una decisione attesa, ma col veleno nella coda. Il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria ha revocato poco fa gli arresti domiciliari a Mimmo Lucano, il sindaco di Riace arrestato lo scorso 2 ottobre per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
I giudici del Riesame hanno infatti accolto solo parzialmente il ricorso degli avvocati di Mimmo, Antonio Mazzone e Andrea D’Aqua, che avevano chiesto l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare.
Gli arresti domiciliari sono stati sostituiti dal divieto di dimora nel Comune. Il provvedimento è stato subito notificato a Mimmo Lucano e alla sua compagna Tesfahum Lemlem. Un sindaco col Daspo non si era ancora visto, ma con questo governo – che parte della magistratura mostra di temere – tutto è possibile. Si attendono con ansia gli asini che volano...
Mimmo Lucano è insomma di nuovo un uomo completamente libero, ma l’unica cosa che gli viene vietata è esercitare la funzione per cui è stato eletto (lo farà per telefono, ma non si fermerà...). Che è poi l’unico obbiettivo che Minniti e Salvini volevano da sempre.
Non a caso negli ultimi giorni, oltre all’arresto, è arrivato anche lo stop ai contributi pubblici previsti dal piano Sprar, sempre ad opera del “ministero dell’Interno” (ossia Salvini), senza i quali la sopravvivenza del “modello Riace” diventa molto più difficile.
Anche dopo questo attacco Mimmo non ha fatto marcia indietro. “Non voglio avere a che fare con chi non ha fiducia e con questo governo che spesso non rispetta i diritti umani. Sono fiducioso nella scarcerazione, se esiste il diritto. E’ talmente distante quello che ha detto l’avvocato, che ha sviluppato come si è svolta la vicenda Riace arrivando poi agli argomenti alla base di queste misure fatte a me, e quello che ha detto il pm. C’è un abisso. Riace rappresenta un’idea che va contro la civiltà della barbarie. Anche senza contributi pubblici andiamo avanti lo stesso, da soli, perché negli anni abbiamo costruito dei supporti all’integrazione che oggi fanno la differenza. Faremo, non uno Sprar, ma un’accoglienza spontanea così com’era cominciata, senza soldi pubblici”.
“Quando si parla di uno degli argomenti che mi sono contestati dal Viminale, quello degli affidamenti diretti, il prefetto Morcone non si doveva dimenticare di quando, nel 2008, voleva portare 400 persone a Riace. Al prefetto dissi che Riace aveva 500 abitanti nella parte alta. In ogni caso ho avuto un rapporto cordiale con il Capo dipartimento Morcone. Però il 26 agosto 2008, quando ha telefonato a Riace, mentre altri comuni come Milano davano la disponibilità per 20 posti, noi ci siamo riuniti in vari comuni ed abbiamo dato la disponibilità di 300 posti. Il 26 agosto ci hanno telefonato ed il 28 agosto sono arrivati i pullman. Come facevamo a non fare gli affidamenti diretti alle coop o agli enti gestori. E adesso me lo contestano”.
Le motivazioni della sentenza arriveranno tra qualche settimana, ma è evidente che i giudici del riesame hanno condiviso la valutazione fatta a suo tempo dal Gip, che aveva annullato 14 capi di imputazione su 15: “Vaghezza e genericità del capo d’imputazione”.
Ma non hanno voluto prendersi la responsabilità di demolire completamente il castello accusatorio – e soprattutto il “fumus” del sospetto sulla testa di Mimmo – messo in piedi contro un sindaco che (caso abbastanza raro) le stesse carte dell’accusa ritengono “uno che non si è messo in tasca un centesimo”.
Forse per questo l’hanno arrestato.
Fonte
I giudici del Riesame hanno infatti accolto solo parzialmente il ricorso degli avvocati di Mimmo, Antonio Mazzone e Andrea D’Aqua, che avevano chiesto l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare.
Gli arresti domiciliari sono stati sostituiti dal divieto di dimora nel Comune. Il provvedimento è stato subito notificato a Mimmo Lucano e alla sua compagna Tesfahum Lemlem. Un sindaco col Daspo non si era ancora visto, ma con questo governo – che parte della magistratura mostra di temere – tutto è possibile. Si attendono con ansia gli asini che volano...
Mimmo Lucano è insomma di nuovo un uomo completamente libero, ma l’unica cosa che gli viene vietata è esercitare la funzione per cui è stato eletto (lo farà per telefono, ma non si fermerà...). Che è poi l’unico obbiettivo che Minniti e Salvini volevano da sempre.
Non a caso negli ultimi giorni, oltre all’arresto, è arrivato anche lo stop ai contributi pubblici previsti dal piano Sprar, sempre ad opera del “ministero dell’Interno” (ossia Salvini), senza i quali la sopravvivenza del “modello Riace” diventa molto più difficile.
Anche dopo questo attacco Mimmo non ha fatto marcia indietro. “Non voglio avere a che fare con chi non ha fiducia e con questo governo che spesso non rispetta i diritti umani. Sono fiducioso nella scarcerazione, se esiste il diritto. E’ talmente distante quello che ha detto l’avvocato, che ha sviluppato come si è svolta la vicenda Riace arrivando poi agli argomenti alla base di queste misure fatte a me, e quello che ha detto il pm. C’è un abisso. Riace rappresenta un’idea che va contro la civiltà della barbarie. Anche senza contributi pubblici andiamo avanti lo stesso, da soli, perché negli anni abbiamo costruito dei supporti all’integrazione che oggi fanno la differenza. Faremo, non uno Sprar, ma un’accoglienza spontanea così com’era cominciata, senza soldi pubblici”.
“Quando si parla di uno degli argomenti che mi sono contestati dal Viminale, quello degli affidamenti diretti, il prefetto Morcone non si doveva dimenticare di quando, nel 2008, voleva portare 400 persone a Riace. Al prefetto dissi che Riace aveva 500 abitanti nella parte alta. In ogni caso ho avuto un rapporto cordiale con il Capo dipartimento Morcone. Però il 26 agosto 2008, quando ha telefonato a Riace, mentre altri comuni come Milano davano la disponibilità per 20 posti, noi ci siamo riuniti in vari comuni ed abbiamo dato la disponibilità di 300 posti. Il 26 agosto ci hanno telefonato ed il 28 agosto sono arrivati i pullman. Come facevamo a non fare gli affidamenti diretti alle coop o agli enti gestori. E adesso me lo contestano”.
Le motivazioni della sentenza arriveranno tra qualche settimana, ma è evidente che i giudici del riesame hanno condiviso la valutazione fatta a suo tempo dal Gip, che aveva annullato 14 capi di imputazione su 15: “Vaghezza e genericità del capo d’imputazione”.
Ma non hanno voluto prendersi la responsabilità di demolire completamente il castello accusatorio – e soprattutto il “fumus” del sospetto sulla testa di Mimmo – messo in piedi contro un sindaco che (caso abbastanza raro) le stesse carte dell’accusa ritengono “uno che non si è messo in tasca un centesimo”.
Forse per questo l’hanno arrestato.
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05/10/2018
Il decreto insicurezza, contro migranti e attivisti
Il “decreto sicurezza” è stato firmato da Sergio Mattarella, a conferma che il “custode della Costituzione” non custodisce più granché. Il testo finale presenta così tanti profili di incostituzionalità che il presidente si è sentito obbligato ad accompagnare la firma con una letterina indirizzata all’altro fantasma istituzionale di questa fase: Giuseppe Conte, figurativamente presidente del consiglio.
In quelle poche righe è contenuta una raccomandazione che appare formalmente priva di senso: “Avverto l’obbligo di sottolineare che, in materia, come affermato nella Relazione di accompagnamento al decreto, restano “fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato”, pur se non espressamente richiamati nel testo normativo, e, in particolare, quanto direttamente disposto dall’art. 10 della Costituzione e quanto discende dagli impegni internazionali assunti dall’Italia”.
Delle due, l’una: o il decreto non rispetta quegli “obblighi costituzionali” – e allora il presidente della Repubblica avrebbe dovuto rimandare indietro il testo perché venisse emendato – oppure, a suo giudizio, è pienamente costituzionale e dunque questa precisazione è inutile.
La cultura gesuitico-democristiana è però zeppa di formule contorte per affermare una cosa negandola: dunque, possiamo concludere che quel decreto non rispetta la Costituzione, ma il presidente non se l’è sentita di aprire e affrontare uno scontro istituzionale con il governo.
Nelle stesse ore, però, aveva incontrato “con grande riserbo” Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, sceso da Francoforte per illustrare le preoccupazioni della Troika sulla tenuta dei conti italiani nel caso di varo della legge di stabilità nella forma attualmente in discussione. Casualmente, al termine di quel colloquio, il governo ha rivisto le stime del deficit atteso nei prossimi tre anni: dal 2,4% stabile (dal 2019 al 2021), a un decalage progressivo (dal 2,4 all’1,8%). Qualcosa insomma di più “rassicurante” per i mercati e i loro terminali sovra-istituzionali.
Se dobbiamo seguire invece la logica delle dichiarazioni, ne consegue che il governo grillin-leghista è molto “sensibile” alle pressioni di Bruxelles, e assolutamente sordo ai richiami costituzionali. E che il Colle, sapendolo bene, ha deciso di essere più “persuasivo” in materia economica e più “flessibile” sui temi dell’ordine pubblico, anche se in palese contrasto con la Carta. C’è coerenza, in fondo: l’Unione Europea si preoccupa di garantire la libertà di business, e se ne fotte altamente di quella delle persone.
Ricordiamo infatti che il “decreto sicurezza” presentato da Salvini replica un’operazione già fatta dal predecessore Marco Minniti (in teoria un “democratico doc”): unire i provvedimenti contro gli immigrati con quelli contro la normale conflittualità sociale. In questo modo si cavalca la “popolarità” del pugno duro contro “i negri”, facendo passare norme che puntano a inchiodare in primo luogo gli attivisti di qualsiasi colore o cittadinanza.
Il contenuto del decreto non lascia del resto spazio a interpretazioni minimizzanti.
Sugli immigrati cala una mannaia giuridica apertamente in violazione della legislazione internazionale e dunque anche della Costituzione. Vengono infatti abrogati i permessi di soggiorno per motivi umanitari, che vengono sostituiti da più vaghi (e facilmente revocabili) “permessi speciali temporanei”. Viene raddoppiata la durata della permanenza (da 90 a 180 giorni) nei Centri per i rimpatri, in pratica delle prigioni di transito; viene prevista la possibilità di trattenere gli stranieri da espellere anche in strutture della polizia (commissariati, ecc) se non ci dovesse essere abbastanza posto nei Cpr. E la cronaca degli ultimi anni ha spiegato a tutti che certi luoghi sono altamente pericolosi anche per i cittadini italiani di pelle bianca (da Stefano Cucchi a Serena Mollicone, passando per altre decine di casi), figuriamoci dunque per stranieri in attesa di espulsione...
Anche i giuristi del Comitato difesa della Costituzione sottolineano questo punto: «In questo contesto è inaccettabile la possibilità di trattenere le persone da rimpatriare in strutture idonee e nella disponibilità dell’autorità di pubblica sicurezza. In questo modo viene creato un circuito carcerario (le prigioni del Ministero dell’Interno) al di fuori dell’ordinamento nel quale non sarà possibile monitorare il rispetto dei diritti umani fondamentali».
In pratica, la protezione internazionale resta in vigore soltanto per i “minori non accompagnati”, che potranno perciò accedere ai progetti di integrazione ed inclusione sociale previsti dal sistema Sprar.
I “richiedenti asilo” verranno invece detenuti nei centri ad essi dedicati (i Cara). L’articolo 13 del dl prevede inoltre che i richiedenti asilo non si possano iscrivere all’anagrafe e non possano quindi accedere alla residenza. Ne conseguirà, naturalmente, un aumento dei migranti che “bighellonano per le strade”, quindi un aumento dell’“insicurezza percepita” e dunque una risposta poliziesca ancora più dura e “legittimata” dalla “paura” creata ad arte.
Particolarmente grave è la violazione della Carta prevista per accelerare le espulsioni: la sospensione della procedura d’asilo ed il rimpatrio del richiedente asilo scatta infatti dopo una condanna in primo grado, ma è – secondo i costituzionalisti – «palesemente contraria alla presunzione di non colpevolezza (art. 27 Cost.) ed al principio che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento (art. 24 Cost.)».
Ma è sul piano interno – per gli “itagliani” – che il decreto riserva le peggiori sorprese. A cominciare da un uso del “daspo” come mezzo ordinario di repressione della protesta politica o sociale. Nella stessa direzione anche l’autorizzazione ad acquistare Taser per armare i vigili urbani in tutti i comuni con più di 100.000 abitanti.
Non manca neanche un illuminante punto di contatto tra lavoratori autoctoni e immigrati (a riprova del fatto che siamo tutti parte dello stesso “blocco sociale”), che è stato notato persino da un giornale “grillino” come Il Fatto: “Il picchettaggio stradale diventerà un crimine, punibile con la reclusione da 1 a 6 anni. Non solo: in caso di condanna di un cittadino extracomunitario, costui potrà essere anche espulso dal Paese. È quanto prevede l’articolo 25 del decreto Salvini, appena varato dal governo”. Una norma che sembra scritta dalle imprese della logistica, visto che in questo settore gli operai extracomunitari sono oltre il 16%.
Ma non solo per loro, visto che il reato di blocco stradale (articolo 25), esteso contro chiunque “ostruisce o ingombra una strada ordinaria o ferrata”, con automatico innalzamento delle pene verso chi entra «arbitrariamente in terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto».
Garantire il profitto, anche di personaggi strani, è invece la preoccupazione fissa anche di questo governo. Va certamente in questa direzione la decisione di mettere in vendita i patrimoni sequestrati alle mafie... a chiunque. L’articolo 38, infatti, prevede l’“ampliamento della platea dei possibili acquirenti, ora circoscritti a determinati enti pubblici, associazioni di categoria e fondazioni bancarie”. Viene invece prevista la possibilità di aggiudicazione, semplicemente, al miglior offerente: la mafia e i palazzinari non mancheranno di ringraziare...
E’ veramente un “governo del cambiamento”...
Fonte
In quelle poche righe è contenuta una raccomandazione che appare formalmente priva di senso: “Avverto l’obbligo di sottolineare che, in materia, come affermato nella Relazione di accompagnamento al decreto, restano “fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato”, pur se non espressamente richiamati nel testo normativo, e, in particolare, quanto direttamente disposto dall’art. 10 della Costituzione e quanto discende dagli impegni internazionali assunti dall’Italia”.
Delle due, l’una: o il decreto non rispetta quegli “obblighi costituzionali” – e allora il presidente della Repubblica avrebbe dovuto rimandare indietro il testo perché venisse emendato – oppure, a suo giudizio, è pienamente costituzionale e dunque questa precisazione è inutile.
La cultura gesuitico-democristiana è però zeppa di formule contorte per affermare una cosa negandola: dunque, possiamo concludere che quel decreto non rispetta la Costituzione, ma il presidente non se l’è sentita di aprire e affrontare uno scontro istituzionale con il governo.
Nelle stesse ore, però, aveva incontrato “con grande riserbo” Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, sceso da Francoforte per illustrare le preoccupazioni della Troika sulla tenuta dei conti italiani nel caso di varo della legge di stabilità nella forma attualmente in discussione. Casualmente, al termine di quel colloquio, il governo ha rivisto le stime del deficit atteso nei prossimi tre anni: dal 2,4% stabile (dal 2019 al 2021), a un decalage progressivo (dal 2,4 all’1,8%). Qualcosa insomma di più “rassicurante” per i mercati e i loro terminali sovra-istituzionali.
Se dobbiamo seguire invece la logica delle dichiarazioni, ne consegue che il governo grillin-leghista è molto “sensibile” alle pressioni di Bruxelles, e assolutamente sordo ai richiami costituzionali. E che il Colle, sapendolo bene, ha deciso di essere più “persuasivo” in materia economica e più “flessibile” sui temi dell’ordine pubblico, anche se in palese contrasto con la Carta. C’è coerenza, in fondo: l’Unione Europea si preoccupa di garantire la libertà di business, e se ne fotte altamente di quella delle persone.
Ricordiamo infatti che il “decreto sicurezza” presentato da Salvini replica un’operazione già fatta dal predecessore Marco Minniti (in teoria un “democratico doc”): unire i provvedimenti contro gli immigrati con quelli contro la normale conflittualità sociale. In questo modo si cavalca la “popolarità” del pugno duro contro “i negri”, facendo passare norme che puntano a inchiodare in primo luogo gli attivisti di qualsiasi colore o cittadinanza.
Il contenuto del decreto non lascia del resto spazio a interpretazioni minimizzanti.
Sugli immigrati cala una mannaia giuridica apertamente in violazione della legislazione internazionale e dunque anche della Costituzione. Vengono infatti abrogati i permessi di soggiorno per motivi umanitari, che vengono sostituiti da più vaghi (e facilmente revocabili) “permessi speciali temporanei”. Viene raddoppiata la durata della permanenza (da 90 a 180 giorni) nei Centri per i rimpatri, in pratica delle prigioni di transito; viene prevista la possibilità di trattenere gli stranieri da espellere anche in strutture della polizia (commissariati, ecc) se non ci dovesse essere abbastanza posto nei Cpr. E la cronaca degli ultimi anni ha spiegato a tutti che certi luoghi sono altamente pericolosi anche per i cittadini italiani di pelle bianca (da Stefano Cucchi a Serena Mollicone, passando per altre decine di casi), figuriamoci dunque per stranieri in attesa di espulsione...
Anche i giuristi del Comitato difesa della Costituzione sottolineano questo punto: «In questo contesto è inaccettabile la possibilità di trattenere le persone da rimpatriare in strutture idonee e nella disponibilità dell’autorità di pubblica sicurezza. In questo modo viene creato un circuito carcerario (le prigioni del Ministero dell’Interno) al di fuori dell’ordinamento nel quale non sarà possibile monitorare il rispetto dei diritti umani fondamentali».
In pratica, la protezione internazionale resta in vigore soltanto per i “minori non accompagnati”, che potranno perciò accedere ai progetti di integrazione ed inclusione sociale previsti dal sistema Sprar.
I “richiedenti asilo” verranno invece detenuti nei centri ad essi dedicati (i Cara). L’articolo 13 del dl prevede inoltre che i richiedenti asilo non si possano iscrivere all’anagrafe e non possano quindi accedere alla residenza. Ne conseguirà, naturalmente, un aumento dei migranti che “bighellonano per le strade”, quindi un aumento dell’“insicurezza percepita” e dunque una risposta poliziesca ancora più dura e “legittimata” dalla “paura” creata ad arte.
Particolarmente grave è la violazione della Carta prevista per accelerare le espulsioni: la sospensione della procedura d’asilo ed il rimpatrio del richiedente asilo scatta infatti dopo una condanna in primo grado, ma è – secondo i costituzionalisti – «palesemente contraria alla presunzione di non colpevolezza (art. 27 Cost.) ed al principio che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento (art. 24 Cost.)».
Ma è sul piano interno – per gli “itagliani” – che il decreto riserva le peggiori sorprese. A cominciare da un uso del “daspo” come mezzo ordinario di repressione della protesta politica o sociale. Nella stessa direzione anche l’autorizzazione ad acquistare Taser per armare i vigili urbani in tutti i comuni con più di 100.000 abitanti.
Non manca neanche un illuminante punto di contatto tra lavoratori autoctoni e immigrati (a riprova del fatto che siamo tutti parte dello stesso “blocco sociale”), che è stato notato persino da un giornale “grillino” come Il Fatto: “Il picchettaggio stradale diventerà un crimine, punibile con la reclusione da 1 a 6 anni. Non solo: in caso di condanna di un cittadino extracomunitario, costui potrà essere anche espulso dal Paese. È quanto prevede l’articolo 25 del decreto Salvini, appena varato dal governo”. Una norma che sembra scritta dalle imprese della logistica, visto che in questo settore gli operai extracomunitari sono oltre il 16%.
Ma non solo per loro, visto che il reato di blocco stradale (articolo 25), esteso contro chiunque “ostruisce o ingombra una strada ordinaria o ferrata”, con automatico innalzamento delle pene verso chi entra «arbitrariamente in terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto».
Garantire il profitto, anche di personaggi strani, è invece la preoccupazione fissa anche di questo governo. Va certamente in questa direzione la decisione di mettere in vendita i patrimoni sequestrati alle mafie... a chiunque. L’articolo 38, infatti, prevede l’“ampliamento della platea dei possibili acquirenti, ora circoscritti a determinati enti pubblici, associazioni di categoria e fondazioni bancarie”. Viene invece prevista la possibilità di aggiudicazione, semplicemente, al miglior offerente: la mafia e i palazzinari non mancheranno di ringraziare...
E’ veramente un “governo del cambiamento”...
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25/09/2018
Decreto Salvini: guerra ai poveri e leggi razziali
Qualche minuto dopo che il Consiglio dei Ministri aveva approvato all’unanimità il decreto legge in materia di “sicurezza e immigrazione”, ovvero, il provvedimento che modifica la normativa in materia di accoglienza dei richiedenti asilo – abolendo i permessi umanitari – ed inasprisce ulteriormente la guerra ai poveri inaugurata dal precedente governo Gentiloni, Matteo Salvini era già su Facebook a scrivere: «#DecretoSicurezza, alle 12,38 il Consiglio dei Ministri approva all’unanimità! Sono felice. Un passo in avanti per rendere l’Italia più sicura».
I due decreti legge su “immigrazione e sicurezza” sono stati unificati in un solo testo di 42 articoli. Quasi a cercare di attenuare la portata del decreto il presidente del consiglio Conte, subito dopo, ha detto ai cronisti «Non cacciamo nessuno dall’Italia dall’oggi al domani, ma rendiamo più efficace il sistema dei rimpatri. In un quadro di assoluta garanzia dei diritti delle persone e dei trattamenti, creiamo un intervento per una disciplina più efficace». Ed aggiunge che in quel Decreto legge «ci sono pure norme contro la mafia e il terrorismo». Poi Salvini e Conte, insieme, hanno esibito sorridenti un cartello con l’hashtag #decretoSalvini e la scritta «sicurezza e immigrazione».
Le associazioni umanitarie, l’Anci e lo stesso ufficio legislativo della Presidenza della Repubblica, nei giorni scorsi, avevano espresso molte perplessità tanto sui contenuti del provvedimento quanto sulla effettiva sussistenza dei requisiti di necessità e urgenza previsti dalla Costituzione per i decreti legge. Lo stesso ha ammesso a denti stretti che c’è stata un’interlocuzione, al livello massimo di esponenti e tra le strutture tecniche.
Ma cosa c’è nel Decreto? Come anticipato, anzitutto, l’abolizione dei permessi umanitari ed una serie di modifiche sostanziali al sistema di accoglienza SPRAR, ovvero, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati del Ministero che in Italia gestisce i progetti di accoglienza, di assistenza e di integrazione dei richiedenti asilo a livello locale.
Gli articoli dall’1 al 16 contengono le misure in materia di permessi di soggiorno, di protezione internazionale e di cittadinanza. “Il permesso di soggiorno per motivi umanitari” è sostituito dai “permessi speciali”, per “motivi di salute”, “violenza domestica”, “calamità nel paese d’origine”, “cura medica” ed “atti di particolare valore civile”. SPRAR sarà riservato semplicemente ai titoli di protezione internazionale ed ai minori non accompagnati. I richiedenti asilo saranno collocati nei CARA (Centri di accoglienza per i richiedenti asilo). Sarà molto più facile negare o revocare la protezione internazionale, sospendere la domanda d’asilo e revocare la cittadinanza italiana.
La durata massima di permanenza negli orridi CPR (Centri per il rimpatrio) passa da 3 a 6 mesi al fine di conseguire l’espulsione. Oltre a quelli già presenti sul territorio è previsto la «costruzione» di altri CPR. Ai fini del “potenziamento delle attività di rimpatrio” il decreto stanzia 500mila euro per il 2018 e 1,5 milioni per il 2019 e 2020.
Il ministro dell’Interno ha sostenuto davanti ai cronisti parlamentari la bontà del “suo decreto” con la consueta sensibilità e profondità di pensiero: “Non lediamo nessuno diritto fondamentale: se sei condannato a casa mia e spacci ti accompagno da dove sei arrivato ... Se sei condannato in via definitiva è di buon senso toglierti la cittadinanza”.
Dunque niente più SPRAR per richiedenti asilo ma solo per “rifugiati e minori non accompagnati”. Nel decreto è prevista per i richiedenti asilo la sospensione della domanda “in caso di pericolosità sociale” con invio ai CPR in caso di condanna in primo grado. Dunque il richiedente asilo non ha più diritto ai tre gradi di giudizio, ed una condanna in primo grado sarà inappellabile e definitiva, ciò in aperta violazione del principio di uguaglianza davanti alla legge mediante l’introduzione di una giustizia speciale per i migranti lasciati in quel limbo in cui restano per lunghi periodi di tempo in attesa di essere riconosciuti come esseri umani e, in quanto tali, detentori di diritti fondamentali, tra i quali, quello di avere una giustizia giusta ed un processo equo.
Ai ministri gialli e verdi andrebbe ricordato che quel principio è fondamentale quando si parla di diritti umani e che sta dentro la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, all’articolo 7, laddove si dice che “Tutti sono eguali davanti alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”.
A fugare ogni residuo dubbio sul carattere repressivo e reazionario dell’esecutivo gialloverde c’è la parte del Decreto Legge dedicata alla “sicurezza” che estende il “Daspo” ai senza tetto; introduce la dotazione del taser anche alla polizia locale e prevede un inasprimento delle pene fino a 4 anni di carcere per chi occupa stabili, anche se in stato di necessità.
Il ministro dei Rapporti col Parlamento, Riccardo Fraccaro (M5S) sul decreto ha dichiarato: «In Consiglio dei ministri non c’è stato alcuno scontro», aggiungendo che, in ogni caso, «saranno Camera e Senato a vedere di migliorare il testo. Ora è centrale il lavoro del Parlamento». Ma ha poi aggiunto che, a suo parere, “non vi è nessun dubbio sulla costituzionalità del decreto”.
Fonte
I due decreti legge su “immigrazione e sicurezza” sono stati unificati in un solo testo di 42 articoli. Quasi a cercare di attenuare la portata del decreto il presidente del consiglio Conte, subito dopo, ha detto ai cronisti «Non cacciamo nessuno dall’Italia dall’oggi al domani, ma rendiamo più efficace il sistema dei rimpatri. In un quadro di assoluta garanzia dei diritti delle persone e dei trattamenti, creiamo un intervento per una disciplina più efficace». Ed aggiunge che in quel Decreto legge «ci sono pure norme contro la mafia e il terrorismo». Poi Salvini e Conte, insieme, hanno esibito sorridenti un cartello con l’hashtag #decretoSalvini e la scritta «sicurezza e immigrazione».
Le associazioni umanitarie, l’Anci e lo stesso ufficio legislativo della Presidenza della Repubblica, nei giorni scorsi, avevano espresso molte perplessità tanto sui contenuti del provvedimento quanto sulla effettiva sussistenza dei requisiti di necessità e urgenza previsti dalla Costituzione per i decreti legge. Lo stesso ha ammesso a denti stretti che c’è stata un’interlocuzione, al livello massimo di esponenti e tra le strutture tecniche.
Ma cosa c’è nel Decreto? Come anticipato, anzitutto, l’abolizione dei permessi umanitari ed una serie di modifiche sostanziali al sistema di accoglienza SPRAR, ovvero, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati del Ministero che in Italia gestisce i progetti di accoglienza, di assistenza e di integrazione dei richiedenti asilo a livello locale.
Gli articoli dall’1 al 16 contengono le misure in materia di permessi di soggiorno, di protezione internazionale e di cittadinanza. “Il permesso di soggiorno per motivi umanitari” è sostituito dai “permessi speciali”, per “motivi di salute”, “violenza domestica”, “calamità nel paese d’origine”, “cura medica” ed “atti di particolare valore civile”. SPRAR sarà riservato semplicemente ai titoli di protezione internazionale ed ai minori non accompagnati. I richiedenti asilo saranno collocati nei CARA (Centri di accoglienza per i richiedenti asilo). Sarà molto più facile negare o revocare la protezione internazionale, sospendere la domanda d’asilo e revocare la cittadinanza italiana.
La durata massima di permanenza negli orridi CPR (Centri per il rimpatrio) passa da 3 a 6 mesi al fine di conseguire l’espulsione. Oltre a quelli già presenti sul territorio è previsto la «costruzione» di altri CPR. Ai fini del “potenziamento delle attività di rimpatrio” il decreto stanzia 500mila euro per il 2018 e 1,5 milioni per il 2019 e 2020.
Il ministro dell’Interno ha sostenuto davanti ai cronisti parlamentari la bontà del “suo decreto” con la consueta sensibilità e profondità di pensiero: “Non lediamo nessuno diritto fondamentale: se sei condannato a casa mia e spacci ti accompagno da dove sei arrivato ... Se sei condannato in via definitiva è di buon senso toglierti la cittadinanza”.
Dunque niente più SPRAR per richiedenti asilo ma solo per “rifugiati e minori non accompagnati”. Nel decreto è prevista per i richiedenti asilo la sospensione della domanda “in caso di pericolosità sociale” con invio ai CPR in caso di condanna in primo grado. Dunque il richiedente asilo non ha più diritto ai tre gradi di giudizio, ed una condanna in primo grado sarà inappellabile e definitiva, ciò in aperta violazione del principio di uguaglianza davanti alla legge mediante l’introduzione di una giustizia speciale per i migranti lasciati in quel limbo in cui restano per lunghi periodi di tempo in attesa di essere riconosciuti come esseri umani e, in quanto tali, detentori di diritti fondamentali, tra i quali, quello di avere una giustizia giusta ed un processo equo.
Ai ministri gialli e verdi andrebbe ricordato che quel principio è fondamentale quando si parla di diritti umani e che sta dentro la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, all’articolo 7, laddove si dice che “Tutti sono eguali davanti alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”.
A fugare ogni residuo dubbio sul carattere repressivo e reazionario dell’esecutivo gialloverde c’è la parte del Decreto Legge dedicata alla “sicurezza” che estende il “Daspo” ai senza tetto; introduce la dotazione del taser anche alla polizia locale e prevede un inasprimento delle pene fino a 4 anni di carcere per chi occupa stabili, anche se in stato di necessità.
Il ministro dei Rapporti col Parlamento, Riccardo Fraccaro (M5S) sul decreto ha dichiarato: «In Consiglio dei ministri non c’è stato alcuno scontro», aggiungendo che, in ogni caso, «saranno Camera e Senato a vedere di migliorare il testo. Ora è centrale il lavoro del Parlamento». Ma ha poi aggiunto che, a suo parere, “non vi è nessun dubbio sulla costituzionalità del decreto”.
Fonte
17/03/2017
Il governo sceglie la strada del populismo penale
Ci sono poche aggiunte da fare a questo commento, e sono tutte relative alla "filosofia" espressa occasionalmente da Minniti, ma egemone nell'establishment straccione che ci ritroviamo.
E' l'idea che tutto ciò che costituisce un problema – dal barbone al manifestante – va semplicemente negato e nascosto. Eliminato dai centri storici, per il momento, che vanno "valorizzati" come una Disneyland in proporzioni megalomani.
Ma è trasparente il marchingegno che viene messo in azione a partire da questa indecorosa idea di "decoro". Una volta rotta la continuità territoriale delle città – tra una "zona vip" da igienizzare e periferie lasciate a se stesse – nulla più impedisce di spostare a piacimento il confine. Niente, insomma, vieta più di estendere le "zone rosse" fino alla porta di casa di ciascuno.
Non c'è veramente nulla di nuovo, sotto questo cielo piddino. Stabilito il "decoro" come metro di misura, qualsiasi funzionario desideroso di mettersi in mostra per salire più velocemente le scale della carriera, sarà autorizzato a individuare nuove figure meritevoli di venir nascoste sotto il tappeto.
E', al dunque, la "filosofia" che ha portato milioni di esseri umani "poco decorativi" dietro i cancelli con su scritto "Arbeit macht frei"...
Redazione Contropiano
Il decreto Minniti, approvato ieri alla Camera e che di qui a breve sarà convertito in legge, propone un’idea di sicurezza secondo cui la marginalità sociale presente nello spazio pubblico deturpa il «decoro», disturba la «quiete pubblica» e attenta alla «moralità».
Di conseguenza, contro elemosinanti, clochard, venditori abusivi e consimili si decide di abbattere una scure di sanzioni molto aspre. Il provvedimento rilancia lo spirito del decreto Maroni del 2008, quando in nome di una guerra senza quartiere ai marginali d’ogni risma si tirarono fuori i sindaci sceriffi. Come già all’epoca, si agisce con decreto, ritenendo che sussistano i requisiti di necessità e urgenza. Al contempo però, con una certa schizofrenia governativa, lo stesso ministro Minniti, rispondendo al question time della Camera, dichiarava ieri un calo del 9,4% dei reati nel corso dell’ultimo anno. Tuttavia, aggiungeva il ministro, la percezione di insicurezza è aumentata. È alla percezione, ovvero alla pancia del paese, che risponde questo decreto. Il governo volta così le spalle al garantismo e prende la strada del populismo penale.
Come già per il decreto Maroni, è verosimile che la Corte Costituzionale dichiari illegittime numerose parti del provvedimento. Alcuni punti sono in effetti particolarmente critici: il potere dei sindaci, benché più contingentato di allora, appare ancora troppo ampio; e il cosiddetto Daspo cittadino prevede disuguaglianze nel trattamento. In sostanza il decreto dice, all’articolo 13, che il questore – il questore, si badi bene, e non il giudice – può vietare l’accesso a una serie di luoghi pubblici a chi negli ultimi tre anni è stato condannato, anche con sentenza non definitiva, per spaccio; e si sa che spaccio è una categoria giuridica che nella realtà comprende molti semplici consumatori.
Qualora questo divieto fosse infranto, si potrebbero comminare multe che vanno dai 10 ai 40mila euro. Poi magari si verrà assolti in terzo grado, ma le sanzioni per essere andati laddove non si poteva e quando non si poteva resteranno sul groppone del malcapitato.
Tutto ciò avviene a pochi giorni di distanza da una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’uomo, la sentenza Italia c. De Tommaso, che raccomanda al nostro paese di far uso un cauto delle cosiddette misure di prevenzione, essendo queste degli strumenti che limitano la libertà di movimento in assenza di un controllo giurisdizionale. Il governo invece, ne ha allargato il campo d’applicazione.
Il decreto, fra le tante cose, prevede che vengano multati e allontanati anche coloro che impediscono la libera fruizione delle stazioni, ovvero barboni e senzatetto, che proprio nelle stazioni usano chiedere l’elemosina e ripararsi dalle intemperie, poiché lì circola tanta gente e si può racimolare qualche soldo in più. Per questi si prevedono multe dai 100 ai 300 euro, che com’è noto non verranno mai pagate. Laddove poi queste persone non ottemperino all’ordine dell’autorità, come farebbe un barbone cacciato dalla stazione il giorno prima e tornatoci quello dopo, secondo l’articolo 650 del codice penale potrebbero essere portate in carcere.
Sulla scia di una cultura forcaiola propria della Lega, che infatti in commissione ha applaudito il decreto, il governo sembra mandare un messaggio alle forze dell’ordine, incoraggiandole ad adottare un approccio repressivo nei confronti di categorie già vulnerabili, ora anche indesiderabili. Pochi giorni fa l’associazione Antigone ha incontrato nel carcere di Regina Coeli un detenuto ghanese che prima di finire dietro le sbarre dormiva all’addiaccio, anzi sotto il tetto della stazione. Due agenti delle forze dell’ordine sono andati a dirgli di andar via, e di fronte al suo rifiuto hanno buttato la sua coperta nel cestino; coperta che il ragazzo in questione è andato a prendere, e che gli agenti hanno nuovamente buttato via. Fino a quando, alla quarta volta, il ragazzo è stato portato in carcere per resistenza a pubblico ufficiale. Ora, a nostro avviso, l’azione di chi sta al governo, e a volte si dice pure garantista e nemico dei populismi di ogni sorta, dovrebbe essere portatrice di messaggi d’altro tipo, e dar vita a provvedimenti motivati da ben altre urgenze, come ad esempio l’emergenza integrazione.
da "il manifesto"
Fonte
E' l'idea che tutto ciò che costituisce un problema – dal barbone al manifestante – va semplicemente negato e nascosto. Eliminato dai centri storici, per il momento, che vanno "valorizzati" come una Disneyland in proporzioni megalomani.
Ma è trasparente il marchingegno che viene messo in azione a partire da questa indecorosa idea di "decoro". Una volta rotta la continuità territoriale delle città – tra una "zona vip" da igienizzare e periferie lasciate a se stesse – nulla più impedisce di spostare a piacimento il confine. Niente, insomma, vieta più di estendere le "zone rosse" fino alla porta di casa di ciascuno.
Non c'è veramente nulla di nuovo, sotto questo cielo piddino. Stabilito il "decoro" come metro di misura, qualsiasi funzionario desideroso di mettersi in mostra per salire più velocemente le scale della carriera, sarà autorizzato a individuare nuove figure meritevoli di venir nascoste sotto il tappeto.
E', al dunque, la "filosofia" che ha portato milioni di esseri umani "poco decorativi" dietro i cancelli con su scritto "Arbeit macht frei"...
Redazione Contropiano
*****
Il governo sceglie la strada del populismo penale
Il decreto Minniti, approvato ieri alla Camera e che di qui a breve sarà convertito in legge, propone un’idea di sicurezza secondo cui la marginalità sociale presente nello spazio pubblico deturpa il «decoro», disturba la «quiete pubblica» e attenta alla «moralità».
Di conseguenza, contro elemosinanti, clochard, venditori abusivi e consimili si decide di abbattere una scure di sanzioni molto aspre. Il provvedimento rilancia lo spirito del decreto Maroni del 2008, quando in nome di una guerra senza quartiere ai marginali d’ogni risma si tirarono fuori i sindaci sceriffi. Come già all’epoca, si agisce con decreto, ritenendo che sussistano i requisiti di necessità e urgenza. Al contempo però, con una certa schizofrenia governativa, lo stesso ministro Minniti, rispondendo al question time della Camera, dichiarava ieri un calo del 9,4% dei reati nel corso dell’ultimo anno. Tuttavia, aggiungeva il ministro, la percezione di insicurezza è aumentata. È alla percezione, ovvero alla pancia del paese, che risponde questo decreto. Il governo volta così le spalle al garantismo e prende la strada del populismo penale.
Come già per il decreto Maroni, è verosimile che la Corte Costituzionale dichiari illegittime numerose parti del provvedimento. Alcuni punti sono in effetti particolarmente critici: il potere dei sindaci, benché più contingentato di allora, appare ancora troppo ampio; e il cosiddetto Daspo cittadino prevede disuguaglianze nel trattamento. In sostanza il decreto dice, all’articolo 13, che il questore – il questore, si badi bene, e non il giudice – può vietare l’accesso a una serie di luoghi pubblici a chi negli ultimi tre anni è stato condannato, anche con sentenza non definitiva, per spaccio; e si sa che spaccio è una categoria giuridica che nella realtà comprende molti semplici consumatori.
Qualora questo divieto fosse infranto, si potrebbero comminare multe che vanno dai 10 ai 40mila euro. Poi magari si verrà assolti in terzo grado, ma le sanzioni per essere andati laddove non si poteva e quando non si poteva resteranno sul groppone del malcapitato.
Tutto ciò avviene a pochi giorni di distanza da una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’uomo, la sentenza Italia c. De Tommaso, che raccomanda al nostro paese di far uso un cauto delle cosiddette misure di prevenzione, essendo queste degli strumenti che limitano la libertà di movimento in assenza di un controllo giurisdizionale. Il governo invece, ne ha allargato il campo d’applicazione.
Il decreto, fra le tante cose, prevede che vengano multati e allontanati anche coloro che impediscono la libera fruizione delle stazioni, ovvero barboni e senzatetto, che proprio nelle stazioni usano chiedere l’elemosina e ripararsi dalle intemperie, poiché lì circola tanta gente e si può racimolare qualche soldo in più. Per questi si prevedono multe dai 100 ai 300 euro, che com’è noto non verranno mai pagate. Laddove poi queste persone non ottemperino all’ordine dell’autorità, come farebbe un barbone cacciato dalla stazione il giorno prima e tornatoci quello dopo, secondo l’articolo 650 del codice penale potrebbero essere portate in carcere.
Sulla scia di una cultura forcaiola propria della Lega, che infatti in commissione ha applaudito il decreto, il governo sembra mandare un messaggio alle forze dell’ordine, incoraggiandole ad adottare un approccio repressivo nei confronti di categorie già vulnerabili, ora anche indesiderabili. Pochi giorni fa l’associazione Antigone ha incontrato nel carcere di Regina Coeli un detenuto ghanese che prima di finire dietro le sbarre dormiva all’addiaccio, anzi sotto il tetto della stazione. Due agenti delle forze dell’ordine sono andati a dirgli di andar via, e di fronte al suo rifiuto hanno buttato la sua coperta nel cestino; coperta che il ragazzo in questione è andato a prendere, e che gli agenti hanno nuovamente buttato via. Fino a quando, alla quarta volta, il ragazzo è stato portato in carcere per resistenza a pubblico ufficiale. Ora, a nostro avviso, l’azione di chi sta al governo, e a volte si dice pure garantista e nemico dei populismi di ogni sorta, dovrebbe essere portatrice di messaggi d’altro tipo, e dar vita a provvedimenti motivati da ben altre urgenze, come ad esempio l’emergenza integrazione.
da "il manifesto"
Fonte
13/02/2017
Stretta sulla sicurezza, più potere ai sindaci. Cos’è il “Daspo Urbano”
Il decreto legge. Previste «misure amministrative: non ci sono nuovi reati né aggravanti di pena». Approvato ieri in Consiglio dei ministri anche il decreto legge «Misure sulla sicurezza urbana» (a firma Marco Minniti e Andrea Orlando) che dà ai sindaci più poteri in materia. La misura mostra la nuova strategia messa in campo dal ministro dell’Interno: «In Italia il modello Sicurezza funziona – ha spiegato –, non c’è emergenza ma bisogna stabilire che se il centro è modello nazionale si può pensare a un modello che guardi meglio il territorio da Bolzano ad Agrigento».
Decoro urbano, spaccio, prostituzione, commercio abusivo, occupazione di aree pubbliche, sono i punti intorno a cui ruotano gli articoli. Per i sindaci ci sarà maggiore autonomia e un rafforzamento del potere di ordinanza, forme di cooperazione maggiori tra i prefetti e i comuni, la possibilità di patti tra territori e ministero degli Interni. Il contenuto del decreto, ha spiegato Minniti, «è stato discusso, meditato, voluto dall’Anci e dalla Conferenza delle regioni con l’idea di un grande patto strategico di alleanza tra stato e poteri locali».
I comuni continuano a sopportare tagli, al Sud la disoccupazione aumenta, il governo dà più poteri in tema di sicurezza. Minniti si affretta a sottolineare che non si tratta di avere sindaci sceriffi «ma di cooperazione tra territorio e stato. Il decreto legge prevede misure di carattere amministrativo: non ci sono nuovi reati e non ci sono aggravanti di pena».
Nel dettaglio, però, il decreto legge stabilisce ad esempio multe tra 300 e 900 euro ma anche il daspo da determinate aree (non superiore a 48 ore ma può essere reiterato) per chi ha una condanna confermata in appello, ma anche per chi compie atti lesivi del decoro urbano, della libera accessibilità e fruizione a infrastrutture del trasporto pubblico, per chi violi i divieti di stazionamento o di occupazione di spazi o assuma alcol e droghe, eserciti la prostituzione «con modalità ostentate». Allontanamento anche per chi svolge commercio abusivo e accattonaggio. Per i «vandali» scatterà l’obbligo di ripulitura e ripristino dei luoghi danneggiati, con obbligo di sostenere le spese o rimborsarle.
Chi viola le ordinanze del sindaco su vendita e somministrazione di alcolici può subire una sospensione dell’attività, per gli ambulanti sono previsti sequestro di merci e attrezzature più la confisca amministrativa. A chi è stato condannato per spaccio, anche senza sentenza passato in giudicato, può essere vietato da uno a 5 anni lo stazionamento nelle vicinanze di locali.
Con una condanna definitiva possono scattare varie sanzioni: l’obbligo di presentarsi almeno due volte a settimana alla polizia o ai carabinieri; rientrare a casa entro una determinata ora e non uscirne prima di un’ora prefissata; divieto di allontanarsi dal comune di residenza; obbligo di comparire in un comando di polizia negli orari di entrata e uscita dalle scuole. Si tratta di disposizioni previste dai quattordici anni in su. Le multe vanno dai 10 ai 40 mila euro.
È affidato al prefetto il compito di eseguire i provvedimenti del giudice su «occupazioni arbitrarie di immobili» per prevenire il pericolo di possibili turbative per l’ordine e la sicurezza pubblica».
Fonte
Decoro urbano, spaccio, prostituzione, commercio abusivo, occupazione di aree pubbliche, sono i punti intorno a cui ruotano gli articoli. Per i sindaci ci sarà maggiore autonomia e un rafforzamento del potere di ordinanza, forme di cooperazione maggiori tra i prefetti e i comuni, la possibilità di patti tra territori e ministero degli Interni. Il contenuto del decreto, ha spiegato Minniti, «è stato discusso, meditato, voluto dall’Anci e dalla Conferenza delle regioni con l’idea di un grande patto strategico di alleanza tra stato e poteri locali».
I comuni continuano a sopportare tagli, al Sud la disoccupazione aumenta, il governo dà più poteri in tema di sicurezza. Minniti si affretta a sottolineare che non si tratta di avere sindaci sceriffi «ma di cooperazione tra territorio e stato. Il decreto legge prevede misure di carattere amministrativo: non ci sono nuovi reati e non ci sono aggravanti di pena».
Nel dettaglio, però, il decreto legge stabilisce ad esempio multe tra 300 e 900 euro ma anche il daspo da determinate aree (non superiore a 48 ore ma può essere reiterato) per chi ha una condanna confermata in appello, ma anche per chi compie atti lesivi del decoro urbano, della libera accessibilità e fruizione a infrastrutture del trasporto pubblico, per chi violi i divieti di stazionamento o di occupazione di spazi o assuma alcol e droghe, eserciti la prostituzione «con modalità ostentate». Allontanamento anche per chi svolge commercio abusivo e accattonaggio. Per i «vandali» scatterà l’obbligo di ripulitura e ripristino dei luoghi danneggiati, con obbligo di sostenere le spese o rimborsarle.
Chi viola le ordinanze del sindaco su vendita e somministrazione di alcolici può subire una sospensione dell’attività, per gli ambulanti sono previsti sequestro di merci e attrezzature più la confisca amministrativa. A chi è stato condannato per spaccio, anche senza sentenza passato in giudicato, può essere vietato da uno a 5 anni lo stazionamento nelle vicinanze di locali.
Con una condanna definitiva possono scattare varie sanzioni: l’obbligo di presentarsi almeno due volte a settimana alla polizia o ai carabinieri; rientrare a casa entro una determinata ora e non uscirne prima di un’ora prefissata; divieto di allontanarsi dal comune di residenza; obbligo di comparire in un comando di polizia negli orari di entrata e uscita dalle scuole. Si tratta di disposizioni previste dai quattordici anni in su. Le multe vanno dai 10 ai 40 mila euro.
È affidato al prefetto il compito di eseguire i provvedimenti del giudice su «occupazioni arbitrarie di immobili» per prevenire il pericolo di possibili turbative per l’ordine e la sicurezza pubblica».
Fonte
21/04/2016
Sicurezza, arriva il Daspo cittadino
tratto da Il Sole 24 ore
Un «Daspo cittadino» per allontanare chiunque commetta reati contro la sicurezza nelle città. Una serie di regole più severe sul degrado urbano, la vivibilità dei centri, il decoro nelle strade. Con una stretta, in particolare, contro gli ambulanti che vendono prodotti contraffatti. Sono soprattutto immigrati.
Matteo Renzi, in un’intervista ieri al Resto del Carlino, ha detto che «a maggio il governo interverrà con una legge sulla sicurezza nelle città». A scanso di equivoci, ha precisato: non si tratta «certo di militarizzare» i centri abitati.
L’annuncio del presidente del Consiglio riguarda un testo ben noto agli addetti ai lavori, elaborato a lungo dai tecnici del ministero dell’Interno di concerto con il dicastero della Giustizia. Il disegno di legge cosiddetto sulla «sicurezza urbana» è stato trasmesso da tempo al Dagl, il dipartimento Affari giuridici e legislativi di palazzo Chigi guidato da Antonella Manzione. Renzi, ora, dà il segnale di via libera. Non è escluso che l’impianto originale sia aggiornato. Certo è che il testo, una volta approvato da Palazzo Chigi, va a toccare in teoria la vita quotidiana di ogni città medio-grande.
Il valore politico del provvedimento è testimoniato, per esempio, da una riunione svoltasi il 5 marzo 2015 al Viminale tra tutti i vertici del ministero, compreso il ministro Angelino Alfano, con il numero uno dell’Associazione nazionale comuni d’Italia, Piero Fassino. I contenuti (www.interno.it) li indicò proprio il ministro dopo l’incontro con l’Anci: «La priorità è fare, delle nostre città, città più sicure» ma anche «garantire ai cittadini la percezione della sicurezza». Davanti a fenomeni come «i writer, i parcheggiatori abusivi, contraffazione e abusivismo commerciale, racket dell’accattonaggio» Alfano disse che «si intende individuare altre fattispecie di reato». Previsti anche più poteri ai sindaci attraverso le loro ordinanze.
La bozza del disegno di legge – sempre che non si trasformi in un decreto legge: ipotesi complessa, però – è stata definita dai tecnici di Alfano e contiene una formulazione suggestiva: il «Daspo cittadino». Il divieto cioè di soggiorno nei luoghi dove il soggetto ha ricevuto le contestazioni di violazione delle norme. Nel mirino del provvedimento ci sono, per esempio, gli ambulanti – soprattutto immigrati – che vendono merce contraffatta. Ma anche negozianti di “croste” e quadri da quattro soldi in luoghi di particolare valore artistico. In analogia con il «Daspo» calcistico – il divieto di accedere alle manifestazioni sportive disposto dal questore contro chi ha commesso violenze e altri illeciti prima, durante e dopo le partite – il «Daspo cittadino» dovrebbe costituire un deterrente più generale: nel caso della vendita di merce contraffatta, per esempio, violare la disposizione del questore tornando nelle zone di quel commercio illegale trasforma una violazione amministrativa in un reato.
Nelle bozze, poi, erano state ipotizzate una serie di aggravanti su furti e rapine. E norme più severe se le violenze e i danneggiamenti sono commessi durante una manifestazione pubblica. Per controbilanciare questa indicazione era stato inserito il codice identificativo per gli agenti in attività di ordine pubblico. Tema molto delicato per il dipartimento di Ps, guidato da Alessandro Pansa, e tutto il sistema delle forze dell’ordine. A maggio si vedrà se anche queste disposizioni entreranno nel testo finale.
n.d.r. Come potete vedere dai link qui sotto, come redazione di Senza Soste, sono anni che diciamo che il DASPO sarebbe stato allargato a eventi non collegati con fatti sportivi e che lo stadio era solo un esperimento per allargarne l'uso.
Questo un nostro articolo del 2010 con una previsione per il 2014: 10 settembre 2014. Entra in vigore la tessera del manifestante
Renzi si eccita con il Daspo
Dopo Livorno anche a Pisa: se manifesti in piazza prendi la diffida allo stadio
Fonte
Un «Daspo cittadino» per allontanare chiunque commetta reati contro la sicurezza nelle città. Una serie di regole più severe sul degrado urbano, la vivibilità dei centri, il decoro nelle strade. Con una stretta, in particolare, contro gli ambulanti che vendono prodotti contraffatti. Sono soprattutto immigrati.
Matteo Renzi, in un’intervista ieri al Resto del Carlino, ha detto che «a maggio il governo interverrà con una legge sulla sicurezza nelle città». A scanso di equivoci, ha precisato: non si tratta «certo di militarizzare» i centri abitati.
L’annuncio del presidente del Consiglio riguarda un testo ben noto agli addetti ai lavori, elaborato a lungo dai tecnici del ministero dell’Interno di concerto con il dicastero della Giustizia. Il disegno di legge cosiddetto sulla «sicurezza urbana» è stato trasmesso da tempo al Dagl, il dipartimento Affari giuridici e legislativi di palazzo Chigi guidato da Antonella Manzione. Renzi, ora, dà il segnale di via libera. Non è escluso che l’impianto originale sia aggiornato. Certo è che il testo, una volta approvato da Palazzo Chigi, va a toccare in teoria la vita quotidiana di ogni città medio-grande.
Il valore politico del provvedimento è testimoniato, per esempio, da una riunione svoltasi il 5 marzo 2015 al Viminale tra tutti i vertici del ministero, compreso il ministro Angelino Alfano, con il numero uno dell’Associazione nazionale comuni d’Italia, Piero Fassino. I contenuti (www.interno.it) li indicò proprio il ministro dopo l’incontro con l’Anci: «La priorità è fare, delle nostre città, città più sicure» ma anche «garantire ai cittadini la percezione della sicurezza». Davanti a fenomeni come «i writer, i parcheggiatori abusivi, contraffazione e abusivismo commerciale, racket dell’accattonaggio» Alfano disse che «si intende individuare altre fattispecie di reato». Previsti anche più poteri ai sindaci attraverso le loro ordinanze.
La bozza del disegno di legge – sempre che non si trasformi in un decreto legge: ipotesi complessa, però – è stata definita dai tecnici di Alfano e contiene una formulazione suggestiva: il «Daspo cittadino». Il divieto cioè di soggiorno nei luoghi dove il soggetto ha ricevuto le contestazioni di violazione delle norme. Nel mirino del provvedimento ci sono, per esempio, gli ambulanti – soprattutto immigrati – che vendono merce contraffatta. Ma anche negozianti di “croste” e quadri da quattro soldi in luoghi di particolare valore artistico. In analogia con il «Daspo» calcistico – il divieto di accedere alle manifestazioni sportive disposto dal questore contro chi ha commesso violenze e altri illeciti prima, durante e dopo le partite – il «Daspo cittadino» dovrebbe costituire un deterrente più generale: nel caso della vendita di merce contraffatta, per esempio, violare la disposizione del questore tornando nelle zone di quel commercio illegale trasforma una violazione amministrativa in un reato.
Nelle bozze, poi, erano state ipotizzate una serie di aggravanti su furti e rapine. E norme più severe se le violenze e i danneggiamenti sono commessi durante una manifestazione pubblica. Per controbilanciare questa indicazione era stato inserito il codice identificativo per gli agenti in attività di ordine pubblico. Tema molto delicato per il dipartimento di Ps, guidato da Alessandro Pansa, e tutto il sistema delle forze dell’ordine. A maggio si vedrà se anche queste disposizioni entreranno nel testo finale.
n.d.r. Come potete vedere dai link qui sotto, come redazione di Senza Soste, sono anni che diciamo che il DASPO sarebbe stato allargato a eventi non collegati con fatti sportivi e che lo stadio era solo un esperimento per allargarne l'uso.
Questo un nostro articolo del 2010 con una previsione per il 2014: 10 settembre 2014. Entra in vigore la tessera del manifestante
Renzi si eccita con il Daspo
Dopo Livorno anche a Pisa: se manifesti in piazza prendi la diffida allo stadio
Fonte
28/10/2015
Polizia: “Per le manifestazioni di piazza servono proiettili di gomma, fucili e nuove tecnologie”
La polizia prepara la “gestione democratica” delle proteste, con proiettili di gomma, fucili marcatori, tonfa, scudi in kevlar, daspo… e niente codici identificativi.
La polizia italiana è stufa di usare (solo) i manganelli: anche la repressione deve diventare hi-tech, le pene per chi scende in piazza devono essere innalzate mentre, per chi indossa una divisa, l’impunità non deve essere toccata e quindi no ai numeri identificativi.
Così oggi, martedì 27 ottobre, l’associazione dei funzionari di polizia (Anfp), principale organizzazione di settore, ha ufficializzato il proprio programma di richieste al governo durante la presentazione, avvenuta a Palazzo Chigi, del libro “Dieci anni di ordine pubblico”.
Secondo i poliziotti, il punto centrale è non entrare in contatto diretto con i manifestanti, per evitare – magari – qualcuno dei numerosissimi casi degli ultimi anni in cui gli agenti sono stati “pizzicati” da telecamere e smartphone a pestare, tanti contro uno, chi ha la sventura di entrare in contatto con loro. E allora arriva la richiesta di proiettili di gomma e fucili “marcatori“, armi ad aria compressa che sparano sfere di plastica contenenti vernice colorata, “per – dice l’Anfp – rendere possibile l’identificazione dei facinorosi e dei violenti, anche una volta cessata l’emergenza”.
Non solo: pure il caro e vecchio manganello non va più bene. Poco “2.0”. Meglio quindi i tonfa, più leggeri da maneggiare e più utili a spaccare teste, e gli scudi in kevlar, con uniformi paracolpi, fondine di pistola antifurto e radio hi-tech.
Il commento generale sull’impostazione delle richieste dell’Anfp con l’avvocato Paolo Cognini, del foro di Ancona, attento conoscitore dei meccanismi repressivi e dei dispositivi di controllo oltre che legale in diversi procedimenti che vedono sotto accusa migranti, occupanti di casa, compagne e compagni di diversi movimenti. Ascolta o scarica qui.
Cambiano gli strumenti, in sostanza, ma la gestione opaca e omertosa dell’ordine pubblico non deve cambiare “anche perché – sottolinea, in maniera piuttosto sibillina, l’Anfp – oggi il conflitto sociale rischia di ritornare sulla scena con tutta la sua carica dirompente, come testimoniato dalle numerose proteste contro il governo Berlusconi prima, nel 2011, contro le politiche di austerità del governo Monti poi, nel 2012, nonché quelle avverse l’esecutivo Renzi nel 2014″.
Per il prossimo futuro l’Anfp indica inoltre, nello specifico, due settori ritenuti particolarmente caldi: quello del tema dei migranti e della cosiddetta “accoglienza” e le dimostrazioni “dei movimenti di lotta per la casa”.
Su questo punto abbiamo sentito il commento di Irene, dei Blocchi Precari Metropolitani di Roma. Clicca qui per ascoltare o scaricare l’audio.
DDL SICUREZZA URBANA – Sul fronte normativo, invece, la prima richiesta dell’Anfp è l’introduzione dell’arresto differito: “auspichiamo – ha scandito il segretario, Lorena La Spina – che il ddl sulla sicurezza urbana introduca questa modifica normativa. Dobbiamo conciliare il rispetto delle libertà individuali con la tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico ma è necessario uscire anche dall’ambiguità di fondo a causa della quale si stenta ad intervenire in maniera decisa: non sono in discussione i diritti, quello che deve essere messo in discussione sono le modalità con cui alcuni soggetti scendono in piazza, attentando alla possibilità di godere di questi diritti”.
GENOVA CHI? – Linea analoga anche per il numero uno della Polizia italiana, Alessandro Pansa, che lancia un’operazione di pulizia (anche mediatica) dell’immagine delle divise, a partire dalla rimozione collettiva di quanto accaduto, nel luglio 2001, al G8 di Genova. Pansa, rivolto ai colleghi, ha detto: “Dobbiamo scrollarci di dosso il peso del 2001. Abbiamo studiato, analizzato, trovato le soluzioni e oggi siamo completamente diversi nella gestione dell’ordine pubblico rispetto al passato. L’ordine pubblico è il core business del nostro lavoro. E’ evidente la necessità di affinare i meccanismi nell’ordine pubblico, soprattutto per quanto riguarda la normativa. Ed è per questo che, nel disegno di legge sulla sicurezza urbana abbiamo introdotto strumenti che potenziano molto l’azione di prevenzione e sono state individuate tutte quelle regole che rendano migliore la gestione dell’ordine pubblico, tra cui proprio l’arresto differito”.
PIU’ DASPO PER TUTTE E TUTTI – Dall’Anfp arriva infine pieno sostegno all’idea di estendere il Daspo, la diffida introdotta negli ambiti sportivi – senza tra l’altro che sia necessaria alcuna condanna: basta, in quel caso, la parola della polizia – e ora da estendere a tutti quei soggetti, dice l’Anfp, “la cui pericolosità sociale possa dirsi “qualificata” da un sostanziale abuso del diritto di manifestare”, oltre a pene più dure per chi non è immediatamente riconoscibile. Dulcis in fundo: il no assoluto al codice identificativo sulle divise, come già tra l’altro annunciato dal ministro di riferimento, Alfano.
Su questo abbiamo sentito Diego Piccinelli, portavoce del gruppo ultras Brescia 1911 ex Curva Nord, impegnato nel riconoscimento dei numeri identificativi fin dal massacro, nel 2005, di Paolo Scaroni, ultras biancoblu spedito in coma dai celerini a Verona Porta Nuova.
Clicca qui per ascoltare o scaricare l’audio.
da Radio Onda d’Urto
Fonte
La polizia italiana è stufa di usare (solo) i manganelli: anche la repressione deve diventare hi-tech, le pene per chi scende in piazza devono essere innalzate mentre, per chi indossa una divisa, l’impunità non deve essere toccata e quindi no ai numeri identificativi.
Così oggi, martedì 27 ottobre, l’associazione dei funzionari di polizia (Anfp), principale organizzazione di settore, ha ufficializzato il proprio programma di richieste al governo durante la presentazione, avvenuta a Palazzo Chigi, del libro “Dieci anni di ordine pubblico”.
Secondo i poliziotti, il punto centrale è non entrare in contatto diretto con i manifestanti, per evitare – magari – qualcuno dei numerosissimi casi degli ultimi anni in cui gli agenti sono stati “pizzicati” da telecamere e smartphone a pestare, tanti contro uno, chi ha la sventura di entrare in contatto con loro. E allora arriva la richiesta di proiettili di gomma e fucili “marcatori“, armi ad aria compressa che sparano sfere di plastica contenenti vernice colorata, “per – dice l’Anfp – rendere possibile l’identificazione dei facinorosi e dei violenti, anche una volta cessata l’emergenza”.
Non solo: pure il caro e vecchio manganello non va più bene. Poco “2.0”. Meglio quindi i tonfa, più leggeri da maneggiare e più utili a spaccare teste, e gli scudi in kevlar, con uniformi paracolpi, fondine di pistola antifurto e radio hi-tech.
Il commento generale sull’impostazione delle richieste dell’Anfp con l’avvocato Paolo Cognini, del foro di Ancona, attento conoscitore dei meccanismi repressivi e dei dispositivi di controllo oltre che legale in diversi procedimenti che vedono sotto accusa migranti, occupanti di casa, compagne e compagni di diversi movimenti. Ascolta o scarica qui.
Cambiano gli strumenti, in sostanza, ma la gestione opaca e omertosa dell’ordine pubblico non deve cambiare “anche perché – sottolinea, in maniera piuttosto sibillina, l’Anfp – oggi il conflitto sociale rischia di ritornare sulla scena con tutta la sua carica dirompente, come testimoniato dalle numerose proteste contro il governo Berlusconi prima, nel 2011, contro le politiche di austerità del governo Monti poi, nel 2012, nonché quelle avverse l’esecutivo Renzi nel 2014″.
Per il prossimo futuro l’Anfp indica inoltre, nello specifico, due settori ritenuti particolarmente caldi: quello del tema dei migranti e della cosiddetta “accoglienza” e le dimostrazioni “dei movimenti di lotta per la casa”.
Su questo punto abbiamo sentito il commento di Irene, dei Blocchi Precari Metropolitani di Roma. Clicca qui per ascoltare o scaricare l’audio.
DDL SICUREZZA URBANA – Sul fronte normativo, invece, la prima richiesta dell’Anfp è l’introduzione dell’arresto differito: “auspichiamo – ha scandito il segretario, Lorena La Spina – che il ddl sulla sicurezza urbana introduca questa modifica normativa. Dobbiamo conciliare il rispetto delle libertà individuali con la tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico ma è necessario uscire anche dall’ambiguità di fondo a causa della quale si stenta ad intervenire in maniera decisa: non sono in discussione i diritti, quello che deve essere messo in discussione sono le modalità con cui alcuni soggetti scendono in piazza, attentando alla possibilità di godere di questi diritti”.
GENOVA CHI? – Linea analoga anche per il numero uno della Polizia italiana, Alessandro Pansa, che lancia un’operazione di pulizia (anche mediatica) dell’immagine delle divise, a partire dalla rimozione collettiva di quanto accaduto, nel luglio 2001, al G8 di Genova. Pansa, rivolto ai colleghi, ha detto: “Dobbiamo scrollarci di dosso il peso del 2001. Abbiamo studiato, analizzato, trovato le soluzioni e oggi siamo completamente diversi nella gestione dell’ordine pubblico rispetto al passato. L’ordine pubblico è il core business del nostro lavoro. E’ evidente la necessità di affinare i meccanismi nell’ordine pubblico, soprattutto per quanto riguarda la normativa. Ed è per questo che, nel disegno di legge sulla sicurezza urbana abbiamo introdotto strumenti che potenziano molto l’azione di prevenzione e sono state individuate tutte quelle regole che rendano migliore la gestione dell’ordine pubblico, tra cui proprio l’arresto differito”.
PIU’ DASPO PER TUTTE E TUTTI – Dall’Anfp arriva infine pieno sostegno all’idea di estendere il Daspo, la diffida introdotta negli ambiti sportivi – senza tra l’altro che sia necessaria alcuna condanna: basta, in quel caso, la parola della polizia – e ora da estendere a tutti quei soggetti, dice l’Anfp, “la cui pericolosità sociale possa dirsi “qualificata” da un sostanziale abuso del diritto di manifestare”, oltre a pene più dure per chi non è immediatamente riconoscibile. Dulcis in fundo: il no assoluto al codice identificativo sulle divise, come già tra l’altro annunciato dal ministro di riferimento, Alfano.
Su questo abbiamo sentito Diego Piccinelli, portavoce del gruppo ultras Brescia 1911 ex Curva Nord, impegnato nel riconoscimento dei numeri identificativi fin dal massacro, nel 2005, di Paolo Scaroni, ultras biancoblu spedito in coma dai celerini a Verona Porta Nuova.
Clicca qui per ascoltare o scaricare l’audio.
da Radio Onda d’Urto
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19/05/2014
Renzi si eccita con il Daspo
Il tour elettorale di Matteo Renzi non poteva certo negare qualche perla agli osservatori. Sempre più attoniti, per carità, nel vedere un signore vicino alla quarantina che dà del "gufo" agli avversari politici come se fosse ancora nella tenda dei boy scout. O che si fa ritrarre mentre fa fitness per gli schermi di un paese che, dati pubblicati recentemente, ha tagliato pane, verdure, frutta e latte in maniera significativa. Nel momento in cui diversi nutrizionisti cominciano ad avvertire che la dieta imposta dagli "impegni presi con l'Europa", può minare la salute degli italiani e delle giovani generazioni, Renzi fa pubblicità ad un paese che ha bisogno giusto di smaltire qualche bagordo, davvero come se fosse il problema principale degli italiani. Continuando, appunto, a brandire la parola "Italia" nei comizi come se fosse la carta matta di qualsiasi argomento, accoppiandola alla parola "Pd" nel vano tentativo di dare un qualche significato non tanto all'acronimo ma proprio al partito. Il problema è che, a forza di farsi fotografare con Prandelli, Renzi si è convinto di essere lui il Ct della nazionale. Per cui la parola "Italia" ricorre ossessivamente nei comizi di Renzi, per nulla spaventato dall'assoluta vuotezza dei suoi discorsi, un po' per allenarsi in vista del centenario dell'attraversamento del Piave (ricorrerà nel maggio del 1915), un po' per prepararsi ad esternare durante i prossimi mondiali.
Il punto è che il trasferimento di metafore dal calcio alla politica, da parte di un Renzi che si vuole anche centrocampista, è secondo solo al Berlusconi della prima ora. Il quale, da modello originale, perlomeno le squadre le formava sul serio. Renzi invece ci prova con gli argomenti più in voga sugli spalti, tra cui il celeberrimo Daspo. Misura amministrativa che al Renzi deve sembrare un capolavoro di giustizia: concessa immediatamente, a discrezione e prolungabile. Misura che, secondo Renzi, dovrebbe essere estesa a coloro che chiama "i politici" come se uno che da 15 anni fa politica 24 ore su 24 passasse lì per caso. Curioso che Renzi invochi il "Daspo a vita per i politici" quando ha, nel governo, una sottosegretaria inquisita. Fatto di cui il governo è consapevole tanto che la ministro Boschi in Parlamento ha riferito che, pur essendo a conoscenza del caso, il governo non intendeva intervenire. Daspo a vita sì. Ma non per gli amici o le amiche.
Fonte
Il punto è che il trasferimento di metafore dal calcio alla politica, da parte di un Renzi che si vuole anche centrocampista, è secondo solo al Berlusconi della prima ora. Il quale, da modello originale, perlomeno le squadre le formava sul serio. Renzi invece ci prova con gli argomenti più in voga sugli spalti, tra cui il celeberrimo Daspo. Misura amministrativa che al Renzi deve sembrare un capolavoro di giustizia: concessa immediatamente, a discrezione e prolungabile. Misura che, secondo Renzi, dovrebbe essere estesa a coloro che chiama "i politici" come se uno che da 15 anni fa politica 24 ore su 24 passasse lì per caso. Curioso che Renzi invochi il "Daspo a vita per i politici" quando ha, nel governo, una sottosegretaria inquisita. Fatto di cui il governo è consapevole tanto che la ministro Boschi in Parlamento ha riferito che, pur essendo a conoscenza del caso, il governo non intendeva intervenire. Daspo a vita sì. Ma non per gli amici o le amiche.
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