Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/02/2022

Gli insindacabili aumenti ai sindaci

Se da una parte le funzioni dei sindaci sono diventate più complesse rispetto a qualche decade fa, l’aumento del 100% di stipendio per questa categoria – che è stato inserito nell’ultima Finanziaria – lascia senza fiato rispetto alle polemiche sui costi della politica e alla crisi economica complessiva che sta attraversando il Paese.

Si tratta di aumenti che nel caso delle grandi città – le Città Metropolitane – vedono il compenso del primo cittadino esattamente raddoppiato. Vediamo nel dettaglio queste cifre, direttamente dalla “legge di Bilancio”.

L’indennità di funzione dei sindaci metropolitani e dei sindaci dei Comuni delle Regioni a statuto ordinario viene incrementata in percentuale al trattamento economico complessivo dei presidenti delle Regioni. L’aumento sarà graduale per il 2022 e 2023 e permanente dal 2024. Anche le indennità di funzione dei vice-sindaci, assessori e presidenti dei Consigli comunali saranno adeguate a quelle dei corrispondenti sindaci, con l’applicazione delle percentuali vigenti.

Dal 2024, l’indennità di funzione dei sindaci metropolitani e dei sindaci dei Comuni ubicati nelle Regioni a statuto ordinario sarà parametrata al trattamento economico complessivo dei presidenti delle Regioni, attualmente pari a 13.800 euro lordi mensili, secondo quanto definito dalla “Conferenza Stato-Regioni” in relazione alla popolazione risultante dall’ultimo censimento ufficiale:

– del 100% per i sindaci metropolitani (13.800 euro lordi mensili);

– dell’80% per i sindaci dei Comuni capoluogo di regione e per i sindaci dei Comuni capoluogo di provincia con popolazione superiore a 100.000 abitanti (11.040 euro lordi mensili);

– del 70% per i sindaci dei Comuni capoluogo di provincia con popolazione fino a 100.000 abitanti (9.660 euro lordi mensili);

– del 45% per i sindaci dei Comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti (6.210 euro lordi mensili);

– del 35% per i sindaci di Comuni con popolazione da 30.001 a 50.000 abitanti (4.830 euro lordi mensili);

– del 30% per i sindaci dei Comuni con popolazione da 10.001 a 30.000 abitanti (4.140 euro lordi mensili);

– del 29% per i sindaci dei Comuni con popolazione da 5.001 a 10.000 abitanti (4.002 euro lordi mensili);

– del 22% per i sindaci dei Comuni con una popolazione da 3.001 a 5.000 abitanti (3.036 euro lordi mensili);

– del 16% per i sindaci dei Comuni con popolazione fino a 3.000 abitanti (2.208 euro lordi mensili).

Sono cifre importanti come si può vedere, che non necessitano della retorica parassitaria grillina (M5S, che ha l’indignazione a giorni alterni, critica il provvedimento nei Consigli comunali, dopo averlo votato: sì esatto, hanno votato a favore dell’aumento in Parlamento) per essere definite fuori luogo in un momento così particolare, in cui milioni di persone hanno perso il lavoro a causa della pandemia mentre altri milioni sono sulla soglia della povertà a cui resistono con innumerevoli sacrifici.

Ad accendere la miccia sull’urgenza degli aumenti era stato il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, il quale appena insediato aveva lamentato di non riuscire a trovare assessori di spicco per la sua giunta perché avrebbero dovuto rinunciare a stipendi di molto superiori nella vita “non politica”.

Non dobbiamo dimenticare però che in nessun caso gli stipendi pubblici – perché tale è il ruolo di sindaco o assessore, e questo non è un aspetto trascurabile – possono eguagliare le cifre che offrono ditte di privati.

Per essere chiari: lo stipendio che secondo alcuni assessori è troppo basso si aggira fra i 4 e i 5 mila euro al mese, ovvero lo stipendio medio di 6 mesi di un rider o di un giornalista precario o di un operatore sociale. Tanto per capirci.

Che non si tratti di un semplice adeguamento al costo della vita – oltretutto non è aumentata soltanto per chi fa politica – è reso ancora più evidente proprio dalle scelte fatte dallo stesso Gualtieri per il suo staff. Ed è facile con un motore di ricerca trovare gli articoli in cui esponenti dell’attuale giunta Gualtieri criticavano le spese per lo staff di Virginia Raggi, che l’ha preceduto in Campidoglio.

Intanto parliamo di 85 persone fra sindaco e assessori. Ma colpisce ancor di più che buona parte dei designati a ruoli tenici, politici e comunicativi del Campidoglio siano ex presidenti di municipio, ex consiglieri e militanti del centrosinistra.

Totale 4 milioni di spesa per lo “staff” di fedelissimi – superiore a quella fatta da Marino e da Alemanno. Ma, risponde alle critiche il capo di gabinetto di Gualtieri Albino Ruberti (per lui 200 mila euro l’anno di paghetta, 69 mila di indennità ad personam, 14 mila euro in più di quanto guadagnava precedentemente in Regione per ricoprire lo stesso ruolo con Zingaretti) “il budget è lo stesso di Virginia Raggi con 6,6 milioni di euro”.

Sia nel caso degli aumenti ai sindaci che degli stipendi dello staff del sindaco in una città come Roma, è da sottolineare come il compimento della parabola degli “anticasta” grillini – diventati ormai il perno della “casta”, inchiodati da 4 anni alle poltrone di governo con qualsiasi tipo di maggioranza possibile – ha coinciso con il prepotente ritorno sulla scena degli “odiati” piddini (talmente odiati che oggi sono gli alleati privilegiati dei 5 stelle) e della loro concezione di una politica separata dalla società reale e dai suoi problemi, che proprio al grillismo diede vita come forma esasperata di reazione ai privilegi della politica.

E non può essere considerato un caso che, persa dai grillini qualsiasi credibilità nel contestare un sistema di cui ormai sono i soci di maggioranza, l’opposizione ai costi della politica anziché a iniziative di parti politiche venga relegata a sporadici articoli come il mio e poco altro.

Forse era proprio questa la loro missione.

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02/11/2021

Aumenti vertiginosi per sindaci e amministratori locali

Non c’è stata finora neanche una discussione pubblica. In un documento proposto dal ministro Brunetta (proprio lui, sic!) e allo studio del governo Draghi, riguardante le “indennità dei sindaci metropolitani, dei sindaci e degli amministratori locali”, è scritto che queste “possono essere incrementate in misura graduale per gli anni 2022, 2023” e “in misura permanente a decorrere dall’anno 2024”.

Dopo anni di piagnistei sui costi della politica e i privilegi della “Kasta” sembra improvvisamente ammutolita tutta quella pletora di guardiani dell’etica politica che su questo ha costruito la propria fortuna… politica.

Gli aumenti delle retribuzioni per i sindaci vanno da un minimo del 33,5% per i comuni più piccoli al 112% per quelli sopra i 100mila abitanti.

“Hanno indebolito la democrazia col taglio dei parlamentari e ora gonfiano all’inverosimile gli stipendi di sindaci e assessori. Sono l’emblema del “cambiare tutto per non cambiare niente”. Contribuiscono alla disillusione generale, a un senso di impotenza, al rafforzamento nel senso comune del “non c’è niente da fare” commenta Giuliano Granato, portavoce di Potere al Popolo.

“Gli alfieri della Restaurazione promossa dal Governo Draghi, cedendo anche su quella che era la battaglia simbolo alle origini del Movimento. Loro, gli anti-kasta oggi danno soldi alla Kasta”.

E tutto questo “mentre milioni di lavoratori e lavoratrici aspettano un salario minimo dignitoso e la difesa contro il carovita”.

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18/04/2019

“Ad altri il compito di educare, a noi quello di reprimere!”. Dalla lettera di Matteo ai Prefetti

In Italia la ruota della storia continua a girare all’indietro invece che in avanti. Sul piano dell’ordine pubblico c’è ormai un esplicito ritorno al modello ottocentesco. L’ultima circolare inviata dal ministro degli Interni ai Prefetti ne è la dimostrazione più palese. Possiamo definirlo come un modello “sabaudo” o “bonapartista” , oggi declinato come Daspo urbano, ma di questo si tratta. Abbiamo provato a spiegarlo nel nostro editoriale. E nelle orecchie ci sembra di sentire la voce del superpoliziotto interpretato da Gian Maria Volontè in “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”: repressione è civiltà!!



Il pretesto è il degrado dei centri storici (le “vetrine” delle città) ma mette sullo stesso piano mendicanti e piazze di spaccio, venditori abusivi di chincaglierie e borseggiatori. Esattamente come avveniva nell’Ottocento con le leggi contro i poveri che accomunavano le condizioni di indigenza allo status di criminali.

Non è una aberrazione, è una logica, una visione della società che criminalizza non l’azione illegale ma i soggetti sociali, a prescindere. A Modena, visitando il museo nell’ex Albergo dei Poveri, potrete trovare esposto un vecchio documento delle autorità cittadine che censivano i poveri in questuanti, normali e “vergognosi”, ed erano 6.337 su una popolazione che nel primo censimento del 1861 arriverà a 50.629 abitanti. I poveri erano più o meno il 12% , lo stesso dato che viene registrato oggi, nel 2019, a livello nazionale.

Ma in questa nuova circolare ai Prefetti (in precedenza ce ne era stata una nel luglio 2018 sul trattamento a migranti e richiedenti asilo, e poi un’altra a dicembre 2018 esplicativa del Decreto Sicurezza, ndr), il ministro degli Interni Salvini spinge e pretende che i Prefetti intervengano qualora i Sindaci non adempiano adeguatamente ai diktat sull’ordine pubblico. Non solo. Si chiedono relazioni trimestrali che riferiscano se i Sindaci hanno adempiuto o meno.

Le ordinanze modello per Salvini sono quelle emanate nel 2017 dall’allora prefetto di Bologna Matteo Piantedosi (oggi capo di Gabinetto di Salvini) l’ordinanza di quest’anno emanata dal prefetto di Firenze, Laura Lega. Si tratta di misure che creano di fatto delle “zone rosse urbane” vietando lo “stazionamento a persone dedite ad attività illegali, disponendone “l’allontanamento” da alcune aree della città, soprattutto i centri storici, le zone dello shopping o a vocazione turistica. Insomma è una visione da “occhio non vede, cuore non duole”, un vero e proprio inno all’ipocrisia.

Secondo la nuova circolare, i prefetti possono “supplire” ai sindaci “distratti” se il contrasto al degrado non è efficace. Nella direttiva ai Prefetti si chiede di contrastare in modo più efficace il degrado urbano e rafforzare la sicurezza delle città, affiancando le ordinanze prefettizie agli strumenti previsti dal decreto sicurezza.

Salvini chiede a tutti i prefetti di convocare i Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica nell’ambito dei quali “dovrà essere avviata una disamina delle eventuali esigenze di tutela rafforzata di taluni luoghi del contesto urbano”. Pretende inoltre, a partire dal prossimo 31 maggio, che “Le risultanze dell’attività svolta dovranno essere tempestivamente comunicate all’Ufficio di Gabinetto, segnalando mediante una articolata relazione gli eventuali provvedimenti adottati. A partire dal prossimo 31 maggio, dovranno inoltre pervenire, con cadenza trimestrale, puntuali report sul monitoraggio condotto in relazione alle ricadute delle ordinanze adottate”.

Di fronte a questa pesantissima ingerenza prefettizia sulle amministrazioni locali, si sono fatte sentire le reazioni di alcuni sindaci. “Noi sindaci amministriamo ogni giorno, tra mille difficoltà e non abbiamo bisogno di essere commissariati da nessuno”, ha replicato il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, aggiungendo che: “Il ministro non perde occasione per prendersela con i sindaci che invece dovrebbe considerare come suoi alleati, perché sono gli unici a conoscere il territorio”.

Sulla circolare di Salvini si è fatto sentire anche il sindaco di Milano Sala (quello dei “pattuglioni” alla Stazione Centrale, ndr): “Nel merito, mi sembra essere tra l’inutile e l’autolesionista. Perché oggi sindaci e prefetti, come avviene per esempio a Milano, collaborano già benissimo senza bisogno di indicazioni dall’alto”. Prevedibile per ignoranza il commento del sindaco di Firenze Nardella, secondo cui “Salvini dovrebbe fare il ministro dell’Interno e mandare carabinieri e poliziotti nelle nostre città, vista la carenza”. Nardella proprio in queste settimane ha avallato il modello zone rosse nel centro storico voluta dalla Prefetta di Firenze Laura Lega (nomen omen?!), e forse ignora che l’Italia è già da tempo il paese europeo con il più alto numero di uomini in divisa procapite, più della Turchia.

Se con la stessa proporzione fossero presenti medici e infermieri, la salute pubblica ne gioverebbe molto, ma molto di più. E sarebbe anche l’indicatore di un paese con molti meno poveri di quanti ce siano adesso.

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05/01/2019

Sindaco disobbediente... chi?

Fino ad ora solo un Sindaco ha disobbedito alla legge ingiusta. Si chiama Mimmo Lucano.

Spero che gli altri sindaci adesso facciano seguire fatti concreti alle parole ascoltate ieri.

Perché di parole siamo stanchi, in particolar modo quando si tratta di persone e delle loro vite.

Non applicare una legge dello Stato implica un rischio concreto per un primo cittadino. Per questo è importante sostenere quei sindaci che andranno fino in fondo violando una legge ingiusta in nome dei valori fondamentali sanciti dalla Costituzione.

Ovviamente molti si tireranno indietro, attenderanno il parere della Consulta come scusa per non agire (Nardella già mi pare che lo abbia detto).

Sia chiaro anche questa azione è comunque una cosa giusta, ma è altra cosa rispetto alla disobbedienza annunciata. Il decreto sicurezza è infatti operativo e non ho idea di quanto tempo ci vorrà perché la Consulta si pronunci.

Ovviamente non ha aiutato in questo il lasciapassare di Mattarella, che ha promulgato il decreto senza battere ciglio.

Se fossero state banche, invece che persone, penso che il nostro Presidente della Repubblica sarebbe stato più attento.

Direi di iniziare a verificare Comune per Comune se il decreto Salvini viene applicato o meno e aprire quante più contraddizioni possibili al fronte dell’odio.

I sindaci che andranno fino in fondo non applicando la legge dovranno avere il massimo appoggio da parte nostra. I tempi delle parole sono finiti, ora si deve lottare.

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Emergenza profughi nel Mediterraneo. Arrivano i rifornimenti ma non le risposte

Le navi Sea Watch e Mediterraneo partono oggi da Malta con due imbarcazioni per portare sostegno e rifornimenti alla nave Sea Watch 3, da 14 giorni in mare in attesa di vedersi assegnare un porto dove far sbarcare i 32 migranti, tra cui tre bambini piccoli, tratti in salvo nel Mediterraneo centrale il 22 dicembre scorso. E’ quanto si legge in un comunicato diffuso da Alleanza United4Med.

“Questa missione ha tra i suoi scopi quello di portare supporto logistico e materiale alla nave, consentendo il cambio equipaggio e i rifornimenti – si legge nella nota delle ong – di permettere ai parlamentari tedeschi di rendersi conto della situazione a bordo per poter fare pressione sul governo di Berlino che non ha ancora dato risposta positiva alla richiesta di decine di città tedesche disponibili ad accogliere le persone salvate... e di spingere gli Stati europei, a cominciare da Malta e dall’Italia, a dare un porto sicuro, come il diritto di mare prevede, alle 49 persone soccorse dalla Sea Watch e dalla Professor Albrecht Penck di Sea-Eye. “Chiediamo ai sindaci delle città d’Europa – conclude il comunicato – alle realtà associative, ad ogni singola persona che crede in un futuro di giustizia e umanità di sostenere queste richieste e continuare a navigare insieme a noi”.

Su questa emergenza umanitaria è tornato a farsi sentire il sindaco di Napoli De Magistris: “La preoccupazione per le condizioni delle persone che avete sottratto al mare mi spinge, a nome dell’intera città di Napoli, a chiederle formalmente di voler girare la prua verso la nostra città, certi che sarete accolti nel nostro porto” si legge in una lettera che De Magistris, ha inviato al comandante della Sea Watch. “Se poi la protervia del ministro – aggiunge riferendosi a Salvini – dovesse spingersi fino a impedirle di entrare, sappia che abbiamo già disponibili 20 imbarcazioni che, in sicurezza raggiungeranno Seawatch3 per portare a terra le persone che lei sta ospitando”.

Si alzano intanto i toni da parte del governo contro i sindaci che hanno annunciato di non voler applicare alcuni articoli del Decreto Sicurezza approvato dal Parlamento e firmato dal Presidente della Repubblica. “Sono inaccettabili le posizioni degli Amministratori locali che hanno pubblicamente dichiarato che non intendono applicare una legge dello Stato. Il nostro ordinamento giuridico non attribuisce ai Sindaci il potere di operare un sindacato di costituzionalità delle leggi: disapplicare una legge che non piace equivale a violarla, con tutte le conseguenti responsabilità” sottolineano fonti di Palazzo Chigi.

Il governo ha fatto sapere che è disponibile ad incontrare l’Anci, l’associazione dei sindaci italiani, intanto l’Anpi (associazione dei partigiani) si schiera con i sindaci che “hanno deciso di sospendere l’attuazione di quelle parti della legge sicurezza e immigrazione inerenti l’attività dei Comuni” ha dichiarato in una nota la presidente dell’Anpi Carla Nespolo.

Qui di seguito il testo della Direttiva del sindaco di Palermo

*****

Al Sig. Capo Area Servizi al Cittadino SEDE

OGGETTO: Procedure per residenza anagrafica degli stranieri.

Nella mia qualità di Sindaco della Città di Palermo, da sempre luogo di solidarietà e di impegno in favore dei diritti umani, in coerenza con posizioni assunte e atti deliberativi adottati da parte di questa Amministrazione comunale, che considera prioritario il riconoscimento dei diritti umani per tutti coloro che comunque risiedono nella nostra città, Le sottopongo una richiesta di ponderazione e una precisa indicazione riguardo alla Legge 132/2018.

Tale impianto normativo continua a suscitate riflessioni, polemiche e allarmi diffusi anche a livello internazionale per il rischio di violazione dei diritti umani in caso di errata applicazione, con grave pericolo di violazione anche della legge umanitaria internazionale.

À tal proposito si richiama la nostra Carta costituzionale (mi piace qui ricordare che quest’anno si è celebrato il 70° anniversario della entrata in vigore) con particolare riferimento all’art. 2 (laddove il rifiuto di residenza anagrafica limita il soggetto nell’esercizio della partecipazione alle formazioni sociali); all’art. 14 (laddove l’inviolabilità del domicilio verrebbe incisa da un provvedimento negativo in materia anagrafica); all’art. 16 (laddove la libertà di movimento verrebbe condizionata, se non addirittura disumanamente compressa, in caso di incisione del diritto di residenza oltre ogni ragionevole protezione di altri interessi pubblici eventualmente concorrenti); all’art. 32 (laddove il diritto alla salute potrebbe essere meno garantito in ragione della differente area di residenza anagrafica, o peggio, della mancanza assoluta di residenzialità formale). Non solo: è la giurisprudenza stessa della Corte Costituzionale che da sempre afferma e statuisce “che lo straniero è anche titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti alla persona (…) In particolare, per quanto qui interessa, ciò comporta il rispetto, da parte del legislatore, del canone della ragionevolezza, espressione del principio di eguaglianza, che, in linea generale, informa il godimento di tutte le posizioni soggettive” (Sentenza n. 148/2008; si vedano altresì le sentenze n. 203/1997, n. 252/2001, n. 432/2005, n. 324/2006).

Ebbene, al fine di evitare applicazioni ultronee delle nuove norme, che possano pregiudicare proprio l’attuazione di quei diritti ai quali lo scrivente responsabilmente faceva riferimento e ossequio, Le conferisco mandato di approfondire, nella Sua qualità di Capo Area dei Servizi al Cittadino, tutti i profili giuridici anagrafici derivanti dall’applicazione della citata L.132/2018 e, nelle more di tale approfondimento, impartisco la disposizione di SOSPENDERE, per gli stranieri eventualmente coinvolti dalla controversa applicazione della legge 132/2018, qualunque procedura che possa intaccare i diritti fondamentali della persona con particolare, ma non esclusivo, rifermento alle procedure di iscrizione della residenza anagrafica.

Distinti saluti.

Sindaco Leoluca Orlando

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22/09/2018

Sui fondi per le periferie è rottura tra Sindaci e Governo

Con l’approvazione del decreto Milleproroghe, sono stati congelati 1,6 miliardi e sospese 96 convenzioni siglate, per altrettanti progetti, con le città italiane in vista della riqualificazione delle periferie.

Il provvedimento è stato approvato mercoledì al Senato con 151 voti a favore e 93 contrari, dopo che il 13 settembre il testo aveva ricevuto il via libera della Camera con 329 voti favorevoli, 220 contrari e 4 astenuti.

Un atto che ha portato alla rottura tra i sindaci e il governo sui fondi per le periferie. La delegazione dell’Anci, guidata dal presidente e sindaco di Bari, Antonio Decaro, ha abbandonato la Conferenza Unificata dove ieri pomeriggio non è stata discussa l’intesa per lo sblocco di 800 milioni di euro destinati alle periferie delle città. “I sindaci non si fanno prendere in giro – ha spiegato Decaro – non sapevo che nel contratto di governo avessero deciso di strappare tutti i contratti tra istituzioni. Ci vediamo così costretti, come Anci, a interrompere le relazioni istituzionali e ad abbandonare la Conferenza”.

Oggetto della contesa era il come sanare la presunta incostituzionalità di ottocento milioni di euro previsti nell’articolo 1 comma 140 della precedente finanziaria.

La replica del M5s, parla di “semplice rimodulazione dovuta al ritardo nella elaborazione di progetti completi e non certo un taglio, come farnetica il Pd, bensì uno sblocco degli investimenti a disposizione di oltre 7.000 Comuni”. Non solo, dicono negli ambienti governativi pentastellati , “abbiamo liberato un miliardo per gli investimenti dei Comuni, invertendo la rotta”. Visioni dunque completamente diverse. Ma il problema resta tutto in piedi e nella sua interezza.

I fondi per le periferie erano stati stanziati dal governo Gentiloni e dovevano diventare operativi entro l’anno. A dicembre dello scorso anno aveva concluso i lavori la commissione parlamentare sulle periferie, fotografando una realtà sociale che vede quasi 10 milioni di abitanti nelle città maggiori, vivere in aree totalmente periferiche o intermedie con “servizi sottodimensionati ai bisogni effettivi di aree con un’alta densità abitativa”. In realtà il numero di abitanti che vivono in condizioni “da periferia” è assai superiore a quello censito dalla Commissione. Non solo.

Nella visione d’insieme sulla questione periferie, è emersa con forza una torsione securitaria. Ad esempio sulla questione abitativa, l’attenzione della Commissione si è rivolta in modo maniacale al tema delle occupazioni abusive e del ripristino della legalità. I tanti vuoti che si sono creati sul territorio, vuoi per le dismissioni delle fabbriche vuoi per l’abbandono di enti e strutture pubbliche, non sono visti come occasioni per rilanciare la socialità e l’iniziativa collettiva. La chiusura di molti esercizi commerciali di quartiere a causa dell’espansione dei centri commerciali ha fatto proliferare il fenomeno delle serrande chiuse, aumentando l’isolamento e la desolazione. Di fronte a questi fenomeni la Commissione si è solo preoccupata di sollecitare una maggiore attenzione affinché quei locali rimasti vuoti non venissero occupati.

Quello che colpiva dei lavori della Commissione è la precisa volontà politica di sottovalutare i dati essenziali che fanno di intere zone del paese aree periferiche e cioè la carenza di lavoro stabile e di redditi adeguati, il numero di alloggi popolari fortemente al di sotto delle necessità, la limitatezza o assenza dei servizi, la debolezza delle infrastrutture viarie e del trasporto.

I fondi stanziati, in questo senso, avrebbero potuto essere molto utili, ma è il cambiamento di approccio e mentalità all’emergenza periferie che avrebbe fatto la differenza.

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12/05/2017

Decreto Minniti, gli effetti collaterali

A settembre dello scorso anno il vicesindaco leghista di Trieste firma un’ordinanza “antibarboni”. A dicembre il TAR del Friuli Venezia Giulia annulla l’ordinanza: l’amministrazione locale può vararle solo per “fronteggiare eventi e pericoli eccezionali ed emergenziali” che minaccino “l’incolumità pubblica”.

A fine dicembre la presidente della regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani scrive al Ministro dell’Interno Minniti: «Ti chiedo di porre allo studio, ove possibile e contemplato, l’avvio di rimpatri che potrebbero avere un significato simbolico e deterrente soprattutto nei confronti degli elementi meno integrati».

A febbraio, il Ministro dell’Interno Minniti e quello della Giustizia Orlando varano due decreti-legge, su immigrazione e sicurezza urbana, li portano alle Camere e con voto di fiducia ne ottengono la conversione in legge.

Molto è stato detto sulla pericolosità insita nei due provvedimenti: compressione del diritto d’asilo per i richiedenti protezione internazionale; parificazione a pubblico ufficiale dell’operatore sociale per alcune fattispecie procedurali; “innovativi” strumenti in mano ai sindaci come il mini Daspo, un confino urbano in cui costringere le persone che “minano il decoro urbano”. Sono solo alcune delle novità che portano ad un effettivo diritto differenziato. Ad ogni categoria sociale corrisponde un diritto diverso e minore. Una legge non uguale per tutti decide della libertà di movimento e delle possibilità di vita. Viene resuscitato anche un articolo già dichiarato incostituzionale, l’ex 75 bis della legge quadro sulle droghe, recuperando in questo modo una parte della legge Fini-Giovanardi di cui francamente nessuno sentiva particolare nostalgia. In questo modo si potrà sanzionare amministrativamente anche chi, pur avendo subito una condanna, non ha ancora ricevuto una sentenza definitiva.

In soli pochi giorni si scatenano gli amministratori locali del nostro Paese. Effetto triste, ma prevedibile.

Daspo a Firenze: il questore intima a un paio di spacciatori il divieto di stazionare nella zona di Santo Spirito per 2 anni. A Milano Daspo urbano di 48 ore a 3 writer spagnoli. A Bari il Daspo colpisce 4 giovani che hanno occupato abusivamente Villa Roth. A Benevento il sindaco Mastella partecipa al Comitato provinciale e l’intero centro storico diventa area tutelata. A Roma si parla di un’ordinanza estesa a tutto il centro storico oltre a Pigneto, Testaccio e Trastevere; a Sassuolo un Daspo a madre, figlio e a un altra persona che dormivano in strada e ricaricavano il telefonino a una presa elettrica comunale. Essendo le tre persone di un altro comune, viene contestualmente notificato Daspo e allontanamento. Un confino a casa loro.

Di questi giorni il rastrellamento etnico a Milano e la caccia all’uomo a Roma in cui è morta una persona: la colpa? Essere un venditore abusivo.

La primogenitura dell’applicazione della legge è rivendicata dal sindaco di Gallarate, che vanta già un piccolo record: 10 le persone sottoposte a Daspo, sette dei quali, di allontanamento dalla stazione ferroviaria, sono destinati a profughi e mendicanti.

Il sindaco di Arezzo, oltre a due ordinanze che vietano la vendita di alcolici dalle 13 alle 8 per evitare bivacchi, afferma: «Una delle piaghe che affligge la nostra realtà è quella degli accattoni. Ce ne sono ovunque. Invito la popolazione a non sovvenzionarli».

Tutti uniti nella convinzione che il consenso si costruisca sulla paura e sul pugno di ferro.

La guerra ai poveri è stata dichiarata, adesso bisogna colpire anche i solidali.

E’ davvero in gioco il senso di umanità che ancora ci rimane.

Fonte

13/02/2017

Stretta sulla sicurezza, più potere ai sindaci. Cos’è il “Daspo Urbano”

Il decreto legge. Previste «misure amministrative: non ci sono nuovi reati né aggravanti di pena». Approvato ieri in Consiglio dei ministri anche il decreto legge «Misure sulla sicurezza urbana» (a firma Marco Minniti e Andrea Orlando) che dà ai sindaci più poteri in materia. La misura mostra la nuova strategia messa in campo dal ministro dell’Interno: «In Italia il modello Sicurezza funziona – ha spiegato –, non c’è emergenza ma bisogna stabilire che se il centro è modello nazionale si può pensare a un modello che guardi meglio il territorio da Bolzano ad Agrigento».

Decoro urbano, spaccio, prostituzione, commercio abusivo, occupazione di aree pubbliche, sono i punti intorno a cui ruotano gli articoli. Per i sindaci ci sarà maggiore autonomia e un rafforzamento del potere di ordinanza, forme di cooperazione maggiori tra i prefetti e i comuni, la possibilità di patti tra territori e ministero degli Interni. Il contenuto del decreto, ha spiegato Minniti, «è stato discusso, meditato, voluto dall’Anci e dalla Conferenza delle regioni con l’idea di un grande patto strategico di alleanza tra stato e poteri locali».

I comuni continuano a sopportare tagli, al Sud la disoccupazione aumenta, il governo dà più poteri in tema di sicurezza. Minniti si affretta a sottolineare che non si tratta di avere sindaci sceriffi «ma di cooperazione tra territorio e stato. Il decreto legge prevede misure di carattere amministrativo: non ci sono nuovi reati e non ci sono aggravanti di pena».

Nel dettaglio, però, il decreto legge stabilisce ad esempio multe tra 300 e 900 euro ma anche il daspo da determinate aree (non superiore a 48 ore ma può essere reiterato) per chi ha una condanna confermata in appello, ma anche per chi compie atti lesivi del decoro urbano, della libera accessibilità e fruizione a infrastrutture del trasporto pubblico, per chi violi i divieti di stazionamento o di occupazione di spazi o assuma alcol e droghe, eserciti la prostituzione «con modalità ostentate». Allontanamento anche per chi svolge commercio abusivo e accattonaggio. Per i «vandali» scatterà l’obbligo di ripulitura e ripristino dei luoghi danneggiati, con obbligo di sostenere le spese o rimborsarle.

Chi viola le ordinanze del sindaco su vendita e somministrazione di alcolici può subire una sospensione dell’attività, per gli ambulanti sono previsti sequestro di merci e attrezzature più la confisca amministrativa. A chi è stato condannato per spaccio, anche senza sentenza passato in giudicato, può essere vietato da uno a 5 anni lo stazionamento nelle vicinanze di locali.

Con una condanna definitiva possono scattare varie sanzioni: l’obbligo di presentarsi almeno due volte a settimana alla polizia o ai carabinieri; rientrare a casa entro una determinata ora e non uscirne prima di un’ora prefissata; divieto di allontanarsi dal comune di residenza; obbligo di comparire in un comando di polizia negli orari di entrata e uscita dalle scuole. Si tratta di disposizioni previste dai quattordici anni in su. Le multe vanno dai 10 ai 40 mila euro.

È affidato al prefetto il compito di eseguire i provvedimenti del giudice su «occupazioni arbitrarie di immobili» per prevenire il pericolo di possibili turbative per l’ordine e la sicurezza pubblica».

Fonte

13/10/2015

La liquidazione della politica


La frase corre da tempo, almeno a far data da Tangentopoli. Quando la configurazione politica della cosiddetta Prima Repubblica crollò di schianto sotto il maglio delle inchieste giudiziarie, che provavano a mettere uno stop a un regime di corruzione evidente, sfrontato, indifendibile.

Venne dunque la stagione (ormai ultraventennale, non proprio un momento di passaggio...) della “discesa in campo della società civile”, che ci ha consegnato Berlusconi e Renzi, un'esplosione delle dimensioni della corruzione legata all'amministrazione pubblica ad ogni livello, la scomparsa di ogni “spirito pubblico” tanto nell'”elettorato” quanto nelle figure che vengono elette o più spesso nominate sulle poltrone dell'amministrazione, un degrado universale sia nella qualità che nel numero dei servizi. Le “facce nuove” che hanno fatto irruzione nelle cariche politico-amministrative neppure più nascondono un istinto predatorio esaltato dal mantra delle privatizzazioni, che – regalando di fatto all'imprenditoria privata pezzi consistenti del patrimonio costruito dall'intervento statale – favorisce la “trattativa privata” tra neo-amministratori inesperti e sapienti “compratori a basso prezzo”. Inutile ribadire che tutto il capitolo degli appalti pubblici ha seguito esattamente la stessa parabola, tra “emergenze”, commissariamenti, “semplificazioni procedurali”, ecc,

Cose risapute, ridette. È vero. Ma la fine patetica di Ignazio Marino sembra aver scoperchiato un punto molto debole del regime renziano. È stato fatto fuori, certamente, perché incapace di governare una grande città. È stato fatto fuori anche se aveva applicato in tutto e per tutto le direttive provenienti da Palazzo Chigi (ovvero da Bruxelles) sul “patto di stabilità”, il taglio della spesa e dei servizi, persino del salario dei dipendenti pubblici, sposato in pieno il clima di vandea contro i lavoratori (ad esempio quelli del Colosseo in “assemblea autorizzata” o contro i tranvieri).

Ma questa incapacità è anche il tratto comune di tutti gli amministratori locali e/o centrali selezionati nella stagione della “società civile”. Certo, nelle grandi città questa incapacità diventa più evidente.

Bene. Pare ora che in vista delle elezioni amministrative di primavera, che investono molte grandi amministrazioni comunali (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Salerno, Cagliari, Rimini, Caserta, Latina, ecc.), ci sia un fuggi fuggi davanti alla possibilità di essere candidati alla poltrona di sindaco per il Pd. Strano, non è vero?

Di sicuro c'è della normale vigliaccheria. Un sindaco, di questi tempi, ha pochi o nulli strumenti per amministrare. Il “patto di stabilità” lo inchioda alla ricerca del pareggio di bilancio e/o alla riduzione del debito. Il taglio delle tasse sulla casa ne prosciugherà le entrate certe e le farà dipendere in tutto e per tutto dai trasferimenti decisi dal governo centrale. La loro autonomia operativa è insomma ridotta a zero, ma al tempo stesso la cittadinanza li individua – anche solo per motivi di prossimità, di “raggiungibilità” – come l'interlocutore che dovrebbe risolvere tutti i problemi sociali (dalle buche sulle strade ai servizi di trasporto, dall'istruzione al welfare in dismissione, alla sanità), senza star lì a sottilizzare su cosa sia di competenza del Comune e cosa di altri livelli amministrativi (Regione, ministeri, ecc).

Parafulmini senza possibilità di scarico a terra, insomma. Una condizione di solitudine, tra il martello popolare e l'incudine governativa, che li espone al rischio di fare tutti la fine di Marino. Rimossi per decisione governativa (agendo sulla maggioranza in giunta) e “ricercati” dalla cittadinanza, anche se una piccola parte continua a sostenerli.

Comprensibile dunque che tutti facciano un passo indietro con un “no, grazie”.

Ma questa “solitudine” degli amministratori mette in luce un processo molto più generale relativo alla sfera della politica e alla selezione della classe politica stessa. L'irruzione della “società civile” ha coperto il parallelo svuotamento dei partiti politici “ideologici”, ovvero portatori di un pogetto complessivo di governo della società giunta a un determinato stadio di sviluppo. Liberali, comunisti, socialisti, democristiani – per dire solo gli schieramenti principali – rappresentavano contemporaneamente interessi sociali ben individuabili e programmi politici per realizzare quegli interessi. In altre parole, la prevalenza di uno o l'altro degli schieramenti, o della composizione dei governi di coalizione, poteva portare a cambiamenti politici, sociali, strutturali anche molto diversi tra loro. Sia al livello dell'amministrazione dello Stato che negli enti locali.

Era il campo privilegiato del riformismo. Che poteva essere anche un po' reazionario, conservatore o moderatamente progressista, ma era sempre riformismo dell'esistente. Gestione orientata progettualmente, insomma.

Tutto questo non è più possibile. La politica di bilancio – la distribuzione e impiego delle risorse nazionali – è dettata dall'Unione Europea. Ed anche le singole misure fiscali che determinano il raggiungimento degli obiettivi di bilancio sono sottoposte all'approvazione Ue. Il “patto di stabilità” è un filo a piombo che parte da Bruxelles e si dirama fino all'ultimo comune sperduto della penisola.

Non c'è insomma più scelta tra soluzioni diverse che rispondono a interessi sociali diversi. Al massimo, si può scegliere tra il consentire alcuni diritti civili oppure no (tengono banco in queste ore le “unioni civili”, con relativi diritti di adozione), che in fondo sono misure gratuite, “senza onere per lo Stato”. A differenza dei diritti sociali come istruzione, sanità, pensioni...

Ma se non c'è più scelta non c'è più politica come rappresentanza di interessi sociali specifici in relazione ad altri interessi sociali. Non c'è dunque necessità né spazio per la “composizione” tra i diversi interessi, ma solo imposizione dell'interesse dominante deciso “in alto”.

Servono sgherri, non politici. Commissari governativi, prefetti, plenipotenziari, non costruttori di consenso intorno a progetti differenti.

Lo stesso Renzi, di fatto, non ha alcun progetto politico proprio. Interpreta più efficacemente di altri un programma continentale: la distruzione del “modello sociale europeo”, di cui la Costituzione italiana era interprete quasi “estremista”, e la creazione di un ambiente favorevole alle irruzioni temporanee del capitale multinazionale. Senza resistenze sindacali e/o popolari.

Il suo cosiddetto partito, il Pd, non assomiglia più in nulla a un partito politico. È un grande comitato elettorale in cui viene selezionata la corte che ha accesso alla presenza del Capo. Non viene richiesta alcuna professionalità politica pregressa, nessuna formazione o esperienza amministrativa. Solo disponibilità a mentire in pubblico e obbedire agli ordini.

Sembra un dispositivo di potere fenomenale, ma è debolissimo, come dimostra la vicenda dei sindaci (vi ricordate, c'era addirittura un “movimento dei sindaci”, molto tempo fa – tre o quattro anni...).

Ovvio che la “spallata” non arriverà mai dall'interno, neanche se si dovesse affermare l'unico comitato elettorale per ora estraneo a questa logica, ovvero i “grillini”.

Ci vuole un movimento popolare vero, rabbioso e informato. A partire dall'informazione fondamentale: il cuore del potere oggi sta nell'Unione Europea. Se non si rompe questa, non ci può esser alcun cambiamento reale. Basta chiedere ai greci...

Non c'è alcun vuoto di potere, anzi... C'è un vuoto di rappresentanza e di classe politica all'altezza. In questo vuoto, di solito, germogliano le dittature.

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