Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/09/2022

Militari e dirigenti del sistema non vogliono limiti per le loro retribuzioni

È saltato, in alcuni casi espressamente previsti, il tetto finora fissato a 240mila alle retribuzioni dei dirigenti dello Stato. La deroga è stata infilata con un emendamento, firmato da Forza Italia, poi riformulato dal governo e approvato durante l’esame al Senato del Decreto Aiuti bis.

Il provvedimento è quello che ha stanziato 17 miliardi di aiuti a sostegno delle imprese e delle famiglie contro il caro bollette. Che cosa c’entri l’eliminazione del limite ai superstipendi dei dirigenti dello Stato è un mistero ma anche l’ennesima vergogna che conferma come “i ricchi” godano sempre di un trattamento e di corsie privilegiate e intoccabili, sia sul piano delle retribuzioni sia su quello pensionistico.

Si dice che la cosa sia stata accolta con “disappunto” da Palazzo Chigi. Viene fatto notare dalla Presidenza del Consiglio, che si tratta di un emendamento parlamentare inserito in un provvedimento Aiuti che “nulla ha a che vedere” con il tema del tetto. Fatto sta che quell’emendamento c’è ed è stato approvato con la fiducia votata da tutti i partiti ai quali, come spesso accade, sfuggono sempre i dettagli. I diretti interessati – e beneficiati – ci diranno magari che tutto è avvenuto “a loro insaputa”.

Andando a vedere emerge però che l’emendamento approvato prevede che al Capo della polizia, al Direttore generale della Pubblica Sicurezza, al Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, al Comandante generale della Guardia di Finanza, al Capo del Dap, così come agli altri Capi di Stato Maggiore, nonché ai Capi dipartimento della presidenza del Consiglio e al Segretario generale della Presidenza del Consiglio, e ai Capi Dipartimento e ai Segretari generali dei ministeri, è consentito – in deroga al tetto di 240mila euro previsto per i manager pubblici (pari alla retribuzione del primo presidente della Corte di Cassazione) – un “trattamento economico accessorio per ciascuno, di importo determinato nel limite massimo delle disponibilità del fondo” deliberato con decreto del presidente del Consiglio su proposta del ministro dell’Economia.

In pratica si tratta di tutte figure relative agli apparati coercitivi e militari, più i dirigenti degli apparati esecutivi. Sono quelli che riempiono le sale e le sedie in tutte le occasioni e le cerimonie ufficiali al Quirinale o in altre sedi istituzionali. In pratica è il “nucleo duro” dello Stato ad aver ritenuto che per esso non possono esserci limiti o tetti alle proprie retribuzioni. In tempi di guerra e di economia di guerra come questi si tratta dunque di assicurarsi la fedeltà degli apparati alle scelte della politica.

Curiosamente poche settimane fa anche i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali si sono visti aumentare considerevolmente le loro retribuzioni. Le voci di proteste sono state flebili, anzi flebilissime, nonostante l’emergenza sociale che si è abbattuta sul paese.

Una conferma in più che gli stolti che in questi anni hanno denunciato “la casta” hanno abbaiato alla luna, tagliando ad esempio il numero dei parlamentari invece di tenere d’occhio la “trama” tessuta tra gli apparati decisivi dello Stato e i prenditori privati. Quando poi la “casta vera” ha menato le sue zampate li vedi aggirarsi in preda allo smarrimento.

Per questo occorre una rottura e una alternativa di sistema, il resto è diventato ben presto fuffa.

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02/11/2021

Aumenti vertiginosi per sindaci e amministratori locali

Non c’è stata finora neanche una discussione pubblica. In un documento proposto dal ministro Brunetta (proprio lui, sic!) e allo studio del governo Draghi, riguardante le “indennità dei sindaci metropolitani, dei sindaci e degli amministratori locali”, è scritto che queste “possono essere incrementate in misura graduale per gli anni 2022, 2023” e “in misura permanente a decorrere dall’anno 2024”.

Dopo anni di piagnistei sui costi della politica e i privilegi della “Kasta” sembra improvvisamente ammutolita tutta quella pletora di guardiani dell’etica politica che su questo ha costruito la propria fortuna… politica.

Gli aumenti delle retribuzioni per i sindaci vanno da un minimo del 33,5% per i comuni più piccoli al 112% per quelli sopra i 100mila abitanti.

“Hanno indebolito la democrazia col taglio dei parlamentari e ora gonfiano all’inverosimile gli stipendi di sindaci e assessori. Sono l’emblema del “cambiare tutto per non cambiare niente”. Contribuiscono alla disillusione generale, a un senso di impotenza, al rafforzamento nel senso comune del “non c’è niente da fare” commenta Giuliano Granato, portavoce di Potere al Popolo.

“Gli alfieri della Restaurazione promossa dal Governo Draghi, cedendo anche su quella che era la battaglia simbolo alle origini del Movimento. Loro, gli anti-kasta oggi danno soldi alla Kasta”.

E tutto questo “mentre milioni di lavoratori e lavoratrici aspettano un salario minimo dignitoso e la difesa contro il carovita”.

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11/01/2018

Se sei giovane in Italia guadagni meno che nel resto della Ue

In Germania un giovane lavoratore guadagna 11mila euro in più di uno italiano. Non è una novità ma la forbice è cresciuta in modo particolare proprio tra i lavoratori più giovani.

Nel nostro paese le retribuzioni sotto ai 1.500 euro lordi sono oltre 1,4 milioni sui 4 milioni di contratti stipulati a tempo determinato nel 2017 (da contratti di qualche giorno a quelli di qualche mese), praticamente più di una su tre.

Le retribuzioni dei giovani, però, appaiono ancora più penalizzate distanti sia dalla media delle altre fasce anagrafiche e soprattutto, rispetto alle attese dei coetanei assunti in Francia e Germania. La società di ricerca JobPricing, ha evidenziato che la Ral (retribuzione annua lorda) per il 2017 nella fascia 25-34 anni viaggia sui 25.632 euro lordi, contro i 29.238 euro lordi della platea complessiva di lavoratori dai 15 ai 55 anni. E il dato però appare più elevato di quello rilevato invece dall’Istat per la fascia che va dai 16 ai 29 anni nel 2015, anno di debutto del Jobs Act: 13.553 euro lordi, in discesa dai 13.667 euro del 2014. Potrebbe essere ovvio che la retribuzione cresca con l’esperienza, consentendo a un lavoratore over 50 di guadagnare di più di un 26enne ai primi contratti.

Ma l’anomalia italiana sta nel fatto che la curva delle retribuzioni segue un ritmo assai più “rallentato” rispetto alla media Ue: nel resto dell’Unione Europea le remunerazioni salgono già dai primi anni e raggiungono l’apice a 40 anni. Diciamo che i “picchi di carriera” italiani si raggiungano a 55 anni. Nel resto d’Europa 15 anni prima, sfociando in un divario tra stipendi dei lavoratori under 30 che si allarga fino a 10mila-15mila euro. Siamo ormai in presenza di una differenzazione retributiva su scala europea che configura delle vere e proprie gabbie salariali su scala continentale, con i paesi euromediterranei ridotti a snodi delle filiere produttive delle aziende e delle multinazionali del nucleo duro europeo.

Subfornitura, bassi salari, sviluppo asimmetrico tra le regioni integrate in queste filiere e tutte le altre, emigrazione/spoliazione del capitale umano più formato: sembra essere questo il ruolo assegnato al nostro paese nella divisione europea del lavoro. Non è certo una prospettiva allettante. Prima si rompe con questa gabbia meglio sarà per i lavoratori e i giovani, nel nostro e negli altri paesi “periferici”.

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20/09/2017

Patatrac RyanAir, una buona notizia

È iniziata la crisi del low cost? C’è solo da sperarlo. La RyanAir ha lasciato a terra centinaia di migliaia di passeggeri con la motivazione ufficiale che piloti e personale di volo sono in arretrato di ferie e ora devono farle. Secondo molti commenti questa è una piccola parte della verità, ma già di per sé essa è indice di una situazione gravissima. Per bloccare in forma cosi ampia le attività della compagnia irlandese è necessario che le ferie tra il suo personale siano praticamente sconosciute, cioè che si facciano volare gli aerei con equipaggi che non hanno riposato a sufficienza.

Immaginatevi cosa vuol dire questo per il loro rischio e quello dei passeggeri. Se RyanAir ha fermato i voli vuol dire che la condizione del personale era al limite del consentito dai regolamenti internazionali. Cioè che RyanAir non ha organici sufficienti per far fare ai propri dipendenti riposi e ferie quando essi siano previsti e che quindi accumula ritardi alla fine insostenibili.

Ma pare non sia solo questo a fermare la compagnia, ma anche la fuga dei piloti, che appena possono vanno dove sono pagati di più, condizione che pare non sia difficile trovare. Così quelli che restano devono garantire turni ancora più folli, rinunciare ad altre ferie, fino al crac. E ora anche gli assistenti di volo sollevano la testa, denunciano i salari da fame, i turni terribili e anche l’umiliante costrizione a vendere profumi e gratta e vinci, controllata da gerarchie che pretendono risultati e chiedono conto ai cattivi venditori. Il tutto in un sistema di assunzioni e relazioni con i dipendenti costruito apposta per evitare i vincoli di qualsiasi contratto.

Fino a poco tempo fa un lavoratore che voleva far causa a RyanAir, magari assunto in Bulgaria o in Italia, doveva rivolgersi al tribunale di Dublino, sede legale della multinazionale. Immaginatevi con che possibilità di successo. Ora una sentenza della Corte europea di giustizia di Lussemburgo, solitamente molto disponibile verso il mercato e le multinazionali, ha affermato che RyanAir deve subire le cause dei lavoratori nei paesi dove avvengono le violazioni dei loro diritti.

Questa montagna di guai tutti assieme non è precipitata per caso o sfortuna sulla compagnia irlandese, che è al primo posto in Europa e che si è fatta sentire anche per Alitalia. È il sistema low cost che qui sta raggiungendo i suoi limiti strutturali. Cioè il servizio non può continuare a funzionare contando solo sul supersfruttamento del lavoro. A questo punto la compagnia dovrà cambiare la sua politica dei prezzi o diventare completamente inaffidabile.

Per noi consumatori, che abbiamo goduto e gioito dell’offerta di voli assai convenienti, c’è una lezione da cominciare ad imparare. Se vogliamo continuare a raggiungere in massa mete lontane con l’aereo, abbiamo solo due alternative.

La prima è che ci siano altre leggi sul lavoro e sui mercati che portino lo schiavismo fino alle sue estreme conseguenze, basta con le ferie tanto per cominciare.

La seconda è che i redditi e le retribuzioni di chi ora poteva volare solo lowcost, crescano al punto di permettere l’accesso ai voli normali. Entrambe queste soluzioni sono difficile da attuare, per questo non dovrebbe essere poi così impossibile scegliere la seconda.

Anche se in realtà una terza soluzione ci sarebbe. Quando c’era l’Unione sovietica i voli in quell’immenso paese costavano pochissimo e non perché il personale fosse sfruttato, ma perché il trasporto aereo era considerato servizio pubblico. Quindi capitava che, in un volo che il mattino collegava una città di provincia a Mosca, salissero contadine con frutta o galline da vendere ai mercati. Quello però era il socialismo, sconfitto dal capitalismo liberista, quindi il sistema attuale ci offre solo queste due soluzioni, o si estende ed intensifica la schiavitù, o si redistribuiscono reddito e ricchezza. Finora i consumatori sono stati usati per imporre la prima soluzione.

Si chiudono le guardie mediche, ma i supermercati restano aperti ventiquattro ore, si smantella il servizio pubblico, però quello privato a basso costo prende il suo posto. I consumatori sono diventati sempre più attenti alle merci che comprano, ma non al lavoro che le produce. Stiamo attenti agli ogm, all’olio di palma, al chilometro zero. Ma poi non ci chiediamo se la commessa, che ci serve la domenica, riceva una retribuzione minimamente adeguata al suo pesante sacrificio e se e quando le sia permesso di riposare.

Se il lavoro fosse trattato come una merce di valore, oggi avremmo i contratti di lavoro negli indici di qualità del prodotti. Invece con la globalizzazione liberista il lavoro è diventato la merce più a buon mercato, di cui non vale la pena dare conto. Così, comprando prodotti e servizi low cost ci sembra di essere meno poveri. E non ci rendiamo conto invece che alimentiamo un sistema schiavistico che prima o poi travolgerà anche noi.

Il patatrac di RyanAir ci dice che tutto questo può saltare e che il finto progresso, fondato sul lavoro a basso costo e senza regole, può finire. È una buona notizia per i diritti del lavoro, per la giustizia sociale e magari per il ritorno del servizio pubblico.

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15/09/2017

L’informazione è povera, i giornalisti anche. I risultati si vedono

“La situazione dell’editoria è devastante, ormai il 65% degli iscritti è precario o disoccupato. Otto su dieci hanno un reddito intorno ai 10 mila euro, quindi sotto la soglia di povertà”. A sottolinearlo è stato il presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Nicola Marini, nel corso del suo intervento alla 10/a edizione di ‘Media Memoriae’. Disaggregando ulteriormente il dato, emerge che il 40% degli oltre 35mila giornalisti attivi in Italia, per lo più sotto i 35 anni, produce annualmente un reddito inferiore ai 5.000 euro.

Secondo i dati elaborati dal Rapporto dell’Agcom presentato lo scorso marzo, negli ultimi quindici anni sono andate crescendo soprattutto le fasce di reddito più basse della professione, a testimonianza del fatto che sempre più giornalisti esercitano la professione in modo parziale e precario.

A sancire questo pessimo stato delle cose, è stato l’accordo siglato nel 2014 tra il sindacato dei giornalisti (Fnsi) con l’associazione degli editori (Fieg) e l’istituto previdenziale dei giornalisti (Inpgi). Con il meccanismo dell’equo compenso si è prodotta una situazione vergognosa. Le tariffe minime stabilite sono 20,80 euro a pezzo per i quotidiani con una media di 12 articoli al mese, 6,25 euro per le agenzie (con un minimo di 40 segnalazioni/informazioni al mese) e le testate web aumentati del 30% con foto e del 50% con un video. Se la produzione giornalistica è superiore, si procede per scaglioni e, paradossalmente, i pezzi successivi vengono retribuiti in misura ancora inferiore.

I dati ci dicono che in Italia quattro giornalisti freelance su dieci nel 2014 hanno praticamente lavorato gratis. In questa condizione si trovano 16.830 giornalisti «autonomi» sui 40.534 iscritti alla gestione separata dell’Inpgi, vale a dire il 41,5% degli iscritti.

Il rapporto del Lsdi presentato tre anni fa alla federazione della stampa, parlava di «zero redditi». In una situazione ancora più rognosa si trovano anche i 23.704 freelance che nel 2014 avevano dichiarato redditi inferiori o pari ai 10 mila euro lordi all’anno. Nel 2014 è stato inoltre registrato un ulteriore calo della retribuzione media: da 10.941 a 10.935 euro lordi annui. Chi lavora con la partita Iva o con la ritenuta d’acconto in Italia guadagna mediamente il 17,9% di chi invece ha un contratto di lavoro dipendente, 5,6 volte di meno.

Da tempo la logica della “liberalizzazione” ha prodotto devastazioni in ogni settore. Se sul lavoro salariato si è abbattuto lo tsunami della ristrutturazione, delle delocalizzazioni e del blocco dei salari, in settori come l’informazione ha agito il medesimo meccanismo espellendone i settori stabilizzati (sia tra i giornalisti che tra i poligrafici) e ricorrendo sistematicamente al precariato, al lavoro a prestazione e deresponsabilizzando le aziende editoriali da ogni dovere contributivo e fiscale.

La Fnsi, il sindacato di categoria, da anni viene sollecitato a vedere come sia profondamente mutato anche socialmente il mondo dell’informazione, ma chi ha posto il problema si è trovato di fronte il muro (e neanche troppo di gomma) di chi continua a pensare che le figure da tutelare siano ancora e solo quelle che operano in Rai o nella grandi testate. Nel caso della crisi aziendale al Sole 24 Ore si è scelto di sacrificare i precari e salvaguardare gli stabilizzati.

E’ evidente come la povertà diffusa tra gli operatori della comunicazione riproduca un abbassamento della qualità nel mondo dei media. Ormai lo spettacolo quotidiano su lanci di agenzia, cronache, gestione di servizi televisivi è disperante. Altro che stimoli alla concorrenza, giornalismo di inchiesta, verifica delle fonti, deontologia professionale. E’ una lotta per la sopravvivenza che mette quotidianamente in contraddizione le aspettative sul “lavoro più bello del mondo” e la giungla di miserie messa a disposizione dai grandi e piccoli monopoli sull’informazione. Le cose migliori (ma anche le peggiori) ormai si trovano sulla rete. I monopoli se ne sono accorti e ne temono le conseguenze (vedi il crollo di vendite dei giornali o la diminuzione di telespettatori sui canali in chiaro). Ma la qualità si scontra sempre più spesso con la povertà delle risorse e delle retribuzioni ed anche progetti innovativi sul piano informativo decollano e atterrano bruscamente e pesantemente in pochissimo tempo. Insomma chi ha il pane non ha i denti. Chi ha i denti deve stringerli, per trovare il varco su cui convergere per rovesciare il tavolo.

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29/06/2017

Insegnare tra passione e burocrazia. Intervista ad Alessandro Barbero


Riportiamo di seguito un’intervista al Prof. Alessandro Barbero, storico e docente universitario, realizzata da PiacenzaSera.it. Sebbene docente in ambito universitario, Barbero riesce a cogliere, in maniera sintetica e semplice, le conseguenze a carico degli insegnanti delle ultime riforme nella scuola, fino all’ultima denominata sarcasticamente “Buona Scuola”. Riforme che hanno portato, tra l’altro, ad un aumento del potere dei dirigenti scolastici, all’introduzione della cosiddetta “meritocrazia”, all’aumento delle burocrazie, anche a causa della pesante riduzione del personale amministrativo e dei collaboratori scolastici. Una disamina quella di Barbero diametralmente opposta a quella dell’ex-ministro Berlinguer, uno dei primi responsabili dell’attacco alla scuola pubblica pensato nell’ambito dell’Unione Europea, che ha attribuito la responsabilità dello stato attuale nella scuola allo statalismo comunista!

*da PiacenzaSera.it

Alessandro Barbero, storico e scrittore italiano, specializzato in storia militare e storia del Medioevo è docente ordinario presso l’Università del Piemonte Orientale.

Autorevole medievalista, è noto al grande pubblico per essere autore di saggi divulgativi sulla storia medievale e su temi come le invasioni barbariche nell’Impero romano, la tarda antichità e la battaglia di Waterloo e per gli assidui interventi nelle trasmissioni televisive Superquark e Il tempo e la storia.

Abbiamo avuto la fortuna di conoscere di persona il professore al Festival della Mente di Sarzana, dove viene invitato ogni anno a tenere conferenze. Si è rivelato essere, anche dal vivo, un insegnante brillante ed una persona dotata di umanità e grande valore. Il professor Barbero ha accettato con molta disponibilità di rispondere alle nostre domande via mail.


Lei è molto apprezzato dagli studenti e dal pubblico che segue le sue conferenze per la sua capacità divulgativa, che cosa vuol dire per lei insegnare?

Per me personalmente è una parte importante ma secondaria del mio lavoro, perché chi insegna all’università ha come compito principale fare ricerca, su quella base è valutato e fa carriera. Insegnare a scuola invece significa dedicare tutto il proprio tempo lavorativo all’insegnamento, e credo che sia uno dei lavori più faticosi e usuranti che esistano, come dimostrano del resto le ricerche sul burn-out degli insegnanti. E’ anche uno dei lavori più belli e gratificanti che esistano, quando si ha passione, e quando c’è un adeguato riconoscimento sociale, senza il quale la passione non basta per evitare la frustrazione.

Molti, dopo aver ultimato il proprio percorso di studi, non riuscendo a soddisfare le proprie ambizioni professionali o per altre ragioni, valutano la possibilità di dedicarsi all’insegnamento come una sorta di ripiego, lei cosa ne pensa? Cosa pensa invece di chi, diventato insegnante per vocazione, ha perso entusiasmo durante la propria carriera professionale?

Non capisco cosa significhi ripiego. Per vivere bisogna lavorare e l’insegnamento è un lavoro di massa, accessibile a chi ha raggiunto un certo livello di istruzione, e preferibile a fare l’operaio o la commessa. E’ ridicolo pretendere che un mestiere praticato in Italia da un milione di persone, e malissimo pagato, sia riservato a chi ha una spiccata inclinazione. Detto questo, ci sono anche molti insegnanti che hanno inclinazione, anzi passione, per questo lavoro, e il fatto che spesso perdano entusiasmo nel corso della loro carriera è in parte un risultato della natura umana, per cui l’entusiasmo giovanile si va perdendo col tempo; in parte un risultato del nostro sistema attuale, che fa di tutto per scoraggiare gli insegnanti bravi (specialmente quelli, noti bene) e far loro perdere entusiasmo.

In Italia gli insegnanti vengono retribuiti allo stesso modo, indipendentemente dal merito, secondo lei è corretto?

Certo che è corretto. Magari non sarà giusto in base a un’etica astratta, ma è certamente opportuno e garantisce una scuola più efficiente. Retribuire diversamente i docenti in base al merito comporta infatti che bisogna decidere come valutare il merito e chi lo valuta, e questo è una grossa complicazione nella vita della scuola; se la valutazione è attribuita ai dirigenti scolastici, costituisce una grave responsabilità, di cui i presidi migliori saranno scontenti, perché non ameranno dover fare discriminazioni, mentre i presidi peggiori saranno contentissimi di poter premiare i loro amici (e in un paese come l’Italia questo succederà spessissimo). Gli insegnanti migliori in genere vorrebbero essere pagati bene, ma non vorrebbero essere pagati meglio dei loro colleghi, perché spesso hanno ideali egualitari, e sanno cosa significa introdurre in una comunità disuguaglianze e privilegi; gli insegnanti peggiori, che diversamente da quelli bravi hanno molto tempo libero, cominceranno a studiare il modo per rientrare fra i premiati, che non sarà di diventare più bravi, ma di scoprire qualche via traversa, ammanicarsi il preside, accettare incarichi aggiuntivi e vuoti, inventarsi progetti inutili; così gli insegnanti migliori, anche se premiati con un aumento di stipendio, saranno comunque amareggiati, ma di fatto senza alcun dubbio in moltissimi casi a essere premiati saranno insegnanti mediocri o pessimi. Si sarà messa in piedi una macchina complessa, che farà perdere molto tempo e fatica a tutti, creerà dissapori, invidie e gelosie, infastidirà i migliori e incentiverà i peggiori. A me pare che sia molto, ma molto meglio continuare a pagare tutti gli insegnanti allo stesso modo.

Per uno studente è più opportuno affidarsi ai consigli di chi, grazie alla propria passione ed al proprio impegno, ha raggiunto i propri obiettivi o dovrebbe ascoltare anche chi non sentendosi realizzato si è abbandonato alla frustrazione?

La risposta è ovvia! Però a quello studente direi che chiedersi come mai fra i suoi insegnanti c’è chi si è abbandonato alla frustrazione sarebbe una grandissima occasione per imparare qualcosa.

Noi riteniamo che i prof del liceo siano di importanza fondamentale per il futuro dello studente, lei cosa ne pensa? C’è un insegnante che è stato particolarmente importante per il suo percorso e che ringrazierebbe?

Sono d’accordo, gli insegnanti del liceo sono decisivi! Io al liceo Cavour di Torino ho avuto una grandissima insegnante di storia e filosofia, la professoressa Petz (che del resto mi capita d’incontrare ancora oggi, quarant’anni dopo l’esame di maturità), ed ecco il risultato...

Ha qualche consiglio da dare a chi aspira a diventare insegnante?

Studiare bene i meccanismi di reclutamento in vigore e tenersi aggiornati sui loro cambiamenti futuri. Il reclutamento degli insegnanti tramite concorso è il vero perno del sistema, è il concorso che deve garantire che la maggior parte degli insegnanti (tutti è impossibile) siano persone di valore; e naturalmente è proprio sui concorsi che la classe politica si è accanita negli ultimi decenni, lasciandoli in sospeso per anni, inventando modi nuovi e cervellotici di assunzione, oppure non assumendo proprio e riempiendo la scuola di precari che vivono in condizioni estremamente frustranti. Chi aspira a diventare insegnante deve sapere che nell’Italia di oggi riuscirci è un percorso a ostacoli, e deve pianificare molto attentamente il suo percorso universitario, sapendo inoltre che le regole possono cambiare senza preavviso e in modo totalmente irrazionale. Dopodiché, se uno ha la passione ne vale la pena comunque, perché quando l’insegnante è in aula, con una classe di ragazzi che lo apprezzano, lontano da riunioni, burocrazia, perdite di tempo, solitarie e non pagate correzioni di compiti, lezioni private per arrotondare uno stipendio troppo basso, be’, in quelle ore insegnare è davvero il lavoro più bello del mondo.

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13/11/2015

Più italiani all’estero che immigrati in Italia. Una fuga di risorse umane che ipoteca il paese

Negli ultimi dieci anni, più o meno un milione e mezzo di cittadini italiani sono emigrati all’estero. Si è passati infatti dai 3.106.251 iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) del 2006 ai 4.636.647 del 2015, registrando una crescita del +49,3%.

Emblematico di questo boom di partenze sono i luoghi di origine. Non si parte più o non solo dalle città impoverite del Meridione ma anche dalle più prospere (o ex tali) città del nord. C’è quindi un cambiamento della composizione sociale della emigrazione italiana che va compreso a fondo, sia per le sue ripercussioni sul paese sia sulle politiche europee di spoliazione delle risorse dei paesi più deboli (Grecia, Spagna, Portogallo e Italia soprattutto) che sui paesi in cui viene concentrato il capitale umano più qualificato reso disponibile dalla disoccupazione e dalla mancanza di prospettive nei paesi più deboli. Non è un mistero che siano Germania e Gran Bretagna a fare da padroni in questo processo di concentrazione delle migliori risorse umane disponibili nell’Unione Europea e nel suo cortile di casa (vedi la politica tedesca sui profughi siriani).

Ad accentuare questa fuga di capitale umano dall’Italia – scarsamente rimpiazzata dall’arrivo di immigrati dai paesi del sud del mondo – è stata indubbiamente la crisi e poi la recessione che ha portato ad una disoccupazione di massa, alla chiusura di fabbriche e alle ridottissime possibilità di lavoro vero messe a disposizione dei giovani laureati e diplomati.

Lo scorso anno, ad esempio, da gennaio a dicembre 2014, hanno trasferito la loro residenza all’estero per espatrio 101.297 cittadini italiani, in prevalenza uomini (56,0%), celibi (59,1%), tra i 18-34 anni (35,8%), partiti dal Nord Italia (con ogni probabilità dalla Lombardia) per trasferirsi, soprattutto in Europa (probabilmente in Germania o Regno Unito). Ad esaminare questi dati – e a fornire un quadro desolante ma significativo sul rapporto tra emigrazione e sviluppo – è il Rapporto Migrantes 2015, curato dalla Cei. Si tratta di dati reali che rendono risibili, ridicole e amene le sparate demagogiche di Salvini ma che inchiodano al muro anche la demagogia di Renzi sul paese che va bene.

La crescita della fuga di capitale umano dall’Italia, in valore assoluto, è di tutte le classi di età. In particolare dei 101mila cittadini italiani emigrati all’estero nel 2014, 62.797 sono giovani in età lavorativa avendo tra i 18 e i 49 anni; i minori sono 20.145 e di questi il 12,8% ha meno di 10 anni. Ci sono poi i pensionati che hanno verificato come quelle che sono pensioni da fame in Italia consentono magari esistenze più dignitose in paesi con il costo della vita più basso. Nel 2014 sono emigrate 7.205 persone sopra i 65 anni, di cui 685 hanno più di 85 anni.

Ovviamente è stata la Germania, con 14.270 trasferiti, la meta preferita di questa fuga di capitale umano. A seguire il Regno Unito (13.425) – primo paese lo scorso anno – seguita dalla Svizzera (11.092) e dalla Francia (9.020).

Anche per il 2015, si conferma che la recente mobilità italiana è soprattutto dalle regioni settentrionali. La Lombardia, con 18.425 partenze, è, infatti, per il secondo anno consecutivo, la prima regione seguita da una importante novità ovvero il balzo in avanti della Sicilia che dalla quarta posizione del 2014 arriva, nel 2015, alla seconda. Sono ben 110 le province da cui sono partiti gli italiani nel corso del 2014. Milano, con 6.386 persone, guida la classifica e ha superato, rispetto allo scorso anno, Roma (5.974 partenze). Gli aumenti più consistenti tra le prime 10 province per numero di partenze si sono registrati a Udine (86,1%) e Varese (46,2%).

Ma quale tipo di capitale umano sta svuotando il nostro paese da risorse indispensabili per il suo sviluppo? Ci sono sicuramente migliaia di giovani e meno giovani competenti nelle nicchie di eccellenza del made in Italy (la ristorazione o le rifiniture edilizie per esempio), ma la migrazione di capitale umano qualificato è cresciuta in modo inquietante, incentivata sia dalla destrutturazione del sistema di istruzione pubblico a livello di scuola e università, sia da operazioni come quelle di Hartz in Germania concepite proprio per rastrellare capitale umano qualificato dagli altri paesi europei.

Il fenomeno dell’emigrazione per ragioni lavorative, tra i laureati, è tendenzialmente in crescita negli ultimi anni. L’ultimo rapporto Alma Laurea conferma infatti un quadro occupazionale tuttora difficoltoso in Italia, pur rilevando, con esclusivo riferimento ai laureati ad un anno dal titolo, qualche timido segnale di ripresa: il tasso di disoccupazione figura infatti in leggera contrazione e le retribuzioni risultano in lieve aumento. In particolare, le differenze più consistenti tra i laureati impiegati all’estero e quelli occupati in Italia riguardano le prospettive di guadagno (7,4 in media contro 6,2 su una scala 1-10) e di carriera (7,4 contro 6,3), la flessibilità dell’orario di lavoro (7,7 contro 6,9) e il prestigio che si riceve dal lavoro (7,6 contro 6,8).

La rilevazione effettuata ad hoc da Alma Laurea mette in evidenza che la gran parte (82%) degli intervistati ha trovato occupazione in Europa e un ulteriore 10% è invece oltreoceano, nel continente americano (sia nel nord che nel sud); marginali le quote di chi si trova in altre aree.

Il Regno Unito (16,5%), la Francia (14,5%), la Germania (12%) e la Svizzera (12%) risultano essere i paesi europei più attrattivi per motivi di lavoro. I laureati di secondo livello dichiarano di essersi trasferiti all’estero principalmente per mancanza di opportunità di lavoro in Italia (38%) e, in subordine, per aver ricevuto un’offerta interessante (in termini di retribuzione, prospettive di carriera e competenze tecniche o trasversali meglio valorizzate) da un’azienda o un ente estero (24%).

Che il fenomeno della fuga di capitale umano sia tutt’altro che momentaneo, emerge poi dalle risposte di chi è andato a lavorare all’estero. La prospettiva di rientro in Italia, nel medio termine (cinque anni), risulta infatti assai modesta: il 42% dichiara che è molto improbabile a causa della grande incertezza rispetto al mercato del lavoro italiano. All’opposto, solo 1 su 9 è decisamente ottimista, ritenendo il rientro molto probabile; i restanti si dividono tra chi lo ritiene poco probabile (28%) e chi non è in grado di sbilanciarsi (18,5%).

Il processo di spoliazione del nostro paese di capitale umano qualificato, diventa ancora più pesante nel caso di coloro che dopo la laurea hanno fatto un dottorato di ricerca. I dottori di ricerca che lavorano all’estero ad un anno dal titolo sono infatti prevalentemente, uomini, più giovani e provengono da contesti familiari più favoriti. Decidono di trasferirsi all’estero soprattutto i dottori di ricerca in Scienze di base (18%) e Ingegneria (11%); per le altre macroaree i valori sono inferiori al 9%, addirittura si riducono al 6% nell’area in Scienze economico-giuridico-sociali.

Il ramo di attività economica in istruzione e ricerca, coerentemente con gli studi dottorali compiuti, è il prevalente; resta pur sempre vero che all’estero è assorbito da tale settore il 55% dei dottori, 12 punti percentuali in più rispetto a quanto osservato in Italia. Ciò è vero in particolare per i dottori di ricerca di Scienze di base e di Ingegneria. Ad un anno dal dottorato il 52% dei dottori risulta occupato all’estero come ricercatore o docente universitario, senza particolari differenze per macroarea, contro il solo 21% rilevato in Italia.

Ma se un paese lascia andare le sue risorse umane più qualificate (e uno o più paesi forti le rastrellano sistematicamente nei paesi europei periferici), quale sarà la sua possibilità di sviluppo? L'Unione Europea si conferma così come lo schermo delle opportunità che nasconde la realtà di una crescente disuguaglianza, una ipoteca che nei prossimi anni peserà ancora più di quanto fatto nei 23 anni passati dall'introduzione del Trattato di Maastricht, in pratica l'inizio dell'apocalisse sociale e politica del nostro paese e dei paesi Pigs.

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19/06/2015

Roma. Giornalisti e ispettori del Mef giocano sporco, contro i lavoratori

“Le maestre in pianta stabile, che complessivamente costano 145 milioni, sono 5.400. Ma ce ne sono altre 2.400 a tempo determinato, supplenti delle titolari e altre 4.000 superprecarie (quadruplicate in pochi anni) per la supplenza delle supplenti assenti. Per un costo totale, insieme, di altri 65 milioni. Con un assenteismo oltre il 30%. Una situazione così pesante che Marino a un certo punto chiese all’Inps di fare dei controlli a tappeto”.  Ma poi non se ne fece nulla, si lamentano i due moralizzatori da scrivania, al secolo Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, giornalisti del Corriere della Sera, castigatori della spesa pubblica ma perennemente distratti sulla spesa pubblica militare.

Il solito servizio di denuncia delle spese pubbliche da tagliare questa volta è concentrato sul Comune di Roma alle prese con l’inchiesta su Mafia Capitale. Ma dove cominciano i nostri due? Dai lavoratori ovviamente, anzi dalle educatrici e dalle maestre degli asili nido e delle scuole materne, che oggi giorno combattono con migliaia di bambini dai lattanti (sotto l’anno) per passare ai semi-divezzi e ai divezzi, per passare poi alla materna e prepararli alla scuola primaria.

Un lavoro facile? Pare proprio di no. Ci si ammala spesso? E’ noto anche agli ignoranti – e Rizzo e Stella hanno avuto tutte le possibilità per non esserlo – che i nostri adorabili piccoletti sono portatori sani di parecchi malanni. Devono farsi gli anticorpi ma contemporaneamente seminano intorno a loro virus che attaccano gli adulti sempre più adulti (quasi vecchi dovremmo dire) grazie all’aumento dell’età pensionabile, al blocco del turn over e alle diavolerie imposte dal Patto di Stabilità, dalla Legge Fornero e dai diktat di Bruxelles.

Ma il servizio sul Corriere della Sera, perché di un "servizio" si tratta (a quando una inchiesta “penne pulite?"), non giunge come un fulmine a ciel sereno. Vuoi per caso, vuoi per coincidenza, arriva nello stesso giorno in cui un altro fulmine contabile si abbatte sul Campidoglio guidato dal sempre più improbabile sindaco Marino.

Il fulmine in questo caso è una lettera dal contenuto destabilizzante firmata dagli ispettori del Ministero delle Finanze, secondo cui la parte di retribuzione pagata dal Comune ai dipendenti comunali sotto forma di salario accessorio, sono stati "indebitamente erogati" e ora l'amministrazione capitolina deve restituire 350 milioni all'erario. I tecnici del ministero dell'Economia e delle Finanze puntano il dito sulla parte variabile dello stipendio dei lavoratori capitolini "che è passata da 66 milioni nel 2008 a 345 milioni nel 2013".
Marino, subito dopo la sua elezione a sindaco, sottopose tutti i conti del Campidoglio (lasciati piuttosto in pessimo stato dai voraci esponenti della “destra de panza e de governo” di Alemanno) ad una ispezione dei tecnici del Mef, i quali ovviamente affermano che il salario accessorio non deve essere dato a pioggia, ma deve essere agganciato alla produttività del singolo dipendente. Nulla da eccepire, ovviamente, sui dirigenti, le loro retribuzioni stellari e i lauti premi obiettivo che ricevono tagliando le retribuzioni degli altri, i servizi che dovrebbero assicurare etc. Su questo punto è iniziato con i sindacati e i lavoratori comunali il durissimo braccio di ferro di cui abbiamo spesso resocontato sul nostro giornale.

Nel luglio del 2014 venne approvata una delibera del Campidoglio basata sugli accertamenti degli ispettori del Mef, che accettava "di disporre il mantenimento del tutto temporaneo e salvo recupero, anche a conguaglio, delle erogazioni retributive previste dalla corrente disciplina decentrata dell'ente, oggetto di verifica e revisione". Ma ai tecnici del Mef non era bastato e adesso battono cassa per circa 350 milioni da sottrarre ai salari dei lavoratori comunali.
La Repubblica di oggi, sempre ben informata, scrive che “Già sono in corso riunioni frenetiche tra l'Ufficio del Personale del Comune e la Ragioneria per mettere a punto un piano di rientro. Ma già sembra che una via sia quella di ridurre il salario accessorio attuale dei dipendenti per cinque anni per rimborsare le casse dello Stato”. Il vicesindaco Nieri fa sapere che "La linea del Mef continua a essere intransigente, mettendo persino in discussione la regolare costituzione del Fondo per la parte 'variabile'" afferma "e porterebbe a un'inaccettabile e immotivata decurtazione dei salari dei dipendenti, già ridotti all'osso"."La giunta" conclude Nieri "ha lavorato per definire un progetto di revisione e innovazione e voglio chiarire da subito che se, come assessore al Personale, dovrò scegliere da che parte stare, io sceglierò di stare con i 23 mila dipendenti del Campidoglio con i quali abbiamo lavorato e trovato una soluzione accettabile".

Non era bastata dunque l’obbedienza del sindaco Marino ai diktat del Patto di Stabilità che aveva portato, con un anno di anticipo, ad un piano di rientro dal debito attraverso un bilancio comunale lacrime e sangue. Ispettori del Mef e giornalisti del Corriere della Sera ne vogliono ancora, di lacrime e di sangue, ma solo quello dei lavoratori e delle lavoratrici, non perché sia di qualità superiore, ma perché giornalisti di servizio, moralizzatori e ispettori sono stipendiati anche loro, anzi sono molto, moltissimo stipendiati, ma sono nemici dei lavoratori. Ed anche se non devono ripulire i culetti dei semi divezzi negli asili nido o la mondezza nelle strade di Roma, sono addetti al lavoro sporco.

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01/02/2015

Occupazione. Una rondine (a Natale) non fa primavera

L'Istat non aveva fatto in tempo a pubblicare i suoi nuovi dati sull'occupazione che già partivano i tweet renziani. Prima i dati, naturalmente: a dicembre, mese anomalo perché le vacanze di fine anno generano sistematicamente occupazione temporanea (alberghiero, ristorazione, centri commerciali, ecc.), ci sono stati 92.000 occupati in più. Su base annua (bilancio finale) sono appena 109.000. Ed è comunque meglio così piuttosto che un ulteriore calo.

Ma l'Istat – naturalmente – non può dire a così breve distanza dalla rilevazione se si tratti di posti di lavoro temporanei, precari, stabili, ecc. Dall'altro lato aumentano anche gli “inattivi” (28.000 unità), come conseguenza della riforma Fornero che costringe gli anziani a restare “forza lavoro disponibile” e quindi statisticamente rilevata. Paradossale, ma non stranissimo, che i giovani tra i 15 e i 24 anni vedano contemporaneamente aumentare sia gli occupati (+33.000) sia gli inattivi (+37.000).

Normale, anche se niente affatto innocente, la strumentalizzazione del governo, così ansioso di darsi ragione da dimenticare persino il naturale scorrere del tempo. Renzi ha infatti subito twittato, ripreso da tutte le agenzie:
“Centomila posti di lavoro in più in un mese. Bene. Ma siamo solo all’inizio. Riporteremo l’Italia a crescere #lavoltabuona”. Così Matteo Renzi con un tweet commenta gli effetti del Jobs Act.
Gli “effetti” sono quei fenomeni che derivano da un'azione, un "dopo" che presuppone un "prima". Il Jobs act è ufficialmente entrato in vigore il 1 gennaio, ma di fatto è ancora in alto mare, vista la quantità di decreti attuativi che debbono essere redatti e approvati per renderlo qualcosa di più di un elenco di titoli. Ma in ogni caso dicembre 2014 è arrivato prima di gennaio 2015, quindi il Jobs act semplicemente non c'era, quindi non poteva produrre nessun effetto. Nemmeno inventato (tipo l'”entusiasmo” delle imprese che avrebbero cominciato ad assumere prima dell'entrata in vigore delle nuove regole; nessuno è così matto...).

A Renzi era già capitato un infortunio simile, all'inizio dell'estate, quando si intestò l'aumento di 100.000 posti di lavoro in un altro mese “anomalo”. Ma non fa niente, deve aver pensato; chi vuoi che si ricordi delle cazzate che scrivo nei tweet?

A tutti ricordiamo delle semplici considerazioni statistiche: una “tendenza” si concretizza in un periodo lungo almeno alcuni mesi consecutivi, non è invece individuabile in un dato singolo. Non a caso le rilevazioni statistiche distinguono tra dati mensili, trimestrali, annuali, serie storiche, ecc. E dobbiamo tranquillamente ricordare che dal 2009 a oggi il tasso di disoccupazione è passato da poco più dell'8% ad oltre il 14, mentre quella giovanile è praticamente raddoppiata.

Tra le cose sgradite che Renzi e nanerottoli che lo circondano fingono di non vedere ci sono altri dati Istat, pubblicati nello stesso giorno e accolti da un fragoroso silenzio: “Nel confronto con novembre 2013 l'occupazione nelle grandi imprese diminuisce dello 0,9% al lordo della Cig e dello 0,5% al netto dei dipendenti in Cig”. Le grandi imprese sono quelle che, seppure in piccola misura, svolgono una funzione di innovazione produttiva, competizione internazionale, “traino” per tutta l'economia nazionale. Se prosegue implacabile – come sta avvenendo da anni (questa sì che una “tendenza”) – la riduzione dell'occupazione in questo segmento diventa decisamente palese che la struttura produttiva del paese va declinando per dimensione, qualità, importanza. E non sarà qualche cameriere o pizzaiolo in più o in meno a cambiare il quadro complessivo.

L'altra, forse ancora più rilevante, è il livello salariale dei lavoratori under 30, quelli che Renzi giurava di voler aiutare. Meno di 850 euro al mese. Secondo un report DataGiovani, lo stipendio dei giovani al primo impiego staziona su una media di 848 euro mensili: ma è molto facile trovare chi ne prende anche 300 in meno (la media meridionale, guarda caso, è di 90 euro in meno).

E non aiuta nemmeno tanto la laurea, che porta con molta fatica – e non troppo di frequente – al di sopra dei 1.000 euro. Chiaro che non tutto dipende dal governo; sono le imprese a stabilire, senza mezzitermini in contrattazione collettiva, questi livelli. Ma se un governo si vanta del fatto che "a lasciar mano libera alle imprese si ottiene la crescita", allora anche questi stipendi da fame sono da attribuire a suo "merito".

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21/08/2014

Usb: "una novità il blocco dei contratti?"

E’ stata diffusa oggi la notizia di un possibile ulteriore blocco dei contratti e delle retribuzioni dei lavoratori pubblici per il biennio 2015-2016. USB ricorda di aver già ampiamente denunciato che il Documento di economia e finanza per il 2015, inviato lo scorso aprile al vaglio della Commissione europea, stabilisce che le retribuzioni dei lavoratori pubblici restino ferme fino al 2017, con la previsione della sola vacanza contrattuale per il triennio 2018-2020.

Tuttavia, le indiscrezioni sul possibile prolungamento del blocco dei contratti smentiscono ancora una volta il ministro Madia, che al Forum PA dello scorso maggio, replicando alla USB che in quella sede contestava l’operato del governo, affermava che i contratti sono bloccati solo fino alla fine del 2014.

Secondo la USB la vera novità sarebbe aprire immediatamente la contrattazione per rinnovare i contratti dal 2015, per restituire potere d’acquisto a stipendi fermi ai valori del 2009 e favorire la ripresa economica. Senza un recupero dell’occupazione e del reddito non si esce dalla crisi.

Non degni di commento i fuochi d’artificio delle dichiarazioni odierne rilasciate da CGIL-CISL-UIL, che evidentemente ad aprile erano piuttosto distratte da non accorgersi cosa contenesse il DEF. Contro il blocco dei contratti e delle retribuzioni USB lo scorso 19 giugno ha promosso lo sciopero generale dei lavoratori pubblici e tornerà ad organizzare la protesta della categoria subito dopo la pausa estiva, quando saranno ancora più chiare le intenzioni del governo Renzi su salari e occupazione nel settore del lavoro pubblico.

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17/04/2014

Redditi USA: la forbice si allarga

di Michele Paris

Nel pieno del cosiddetto dibattito in corso negli ambienti ufficiali degli Stati Uniti attorno al problema delle crescenti disuguaglianze di reddito, due studi autorevoli negli ultimi giorni hanno nuovamente messo in luce come la crisi economica in corso stia premiando enormemente la ristretta cerchia al vertice della piramide sociale a discapito della grande maggioranza della popolazione americana.

La prima delle due indagini è stata condotta dal più grande sindacato statunitense - AFL-CIO - e fotografa una realtà ormai fuori da qualsiasi logica, con gli amministratori delegati delle 350 principali compagnie USA che nel 2013 hanno ottenuto compensi in media 331 volte superiori a quelli dei lavoratori medi.

In termini concreti, l’anno scorso la crema dell’aristocrazia economico-finanziaria d’oltreoceano è stata cioè premiata per i propri servizi con una media di 11,7 milioni di dollari, a fronte di un salario medio ricevuto dai meno privilegiati pari a poco più di 35 mila dollari.

Ancora più sbalorditivo, anche se tutt’altro che sorprendente, risulta poi il divario tra gli stessi 350 “CEO” americani e i lavoratori costretti a sopravvivere con il salario minimo federale, fissato alla miseria di 7,25 dollari l’ora (circa 15 mila dollari l’anno). In questo caso, i primi hanno fatto segnare, sempre nel 2013, introiti 774 volte superiori alla paga minima.

Per comprendere la portata di dati simili è sufficiente confrontarli con il passato. Nel 1950, infatti, il rapporto tra i guadagni dei manager più pagati negli USA e i lavoratori medi era di 20 a 1, mentre nel 1980, alla vigilia della controrivoluzione reaganiana, sarebbe salito a 42 a 1.

L’incremento vertiginoso dei compensi garantiti agli amministratori delegati giunge poi spesso in situazioni aziendali segnate da licenziamenti e congelamento delle retribuzioni dei lavoratori nonostante i frequenti aumenti dei profitti.

Nell’attuale sistema capitalistico, in definitiva, la più devastante crisi economica dal dopoguerra si è tradotta in una drammatica regressione delle condizioni di vita per le fasce più povere della popolazione, mentre contemporaneamente i ricchi e i super-ricchi  (negli Stati Uniti come altrove) stanno facendo registrare livelli di agiatezza senza precedenti.
I due processi, com’è ovvio, sono strettamente legati tra di loro, visto che impoverimento di massa, disoccupazione, compressione dei salari e peggioramento delle condizioni di lavoro sono componenti fondamentali del colossale trasferimento di ricchezza in corso, favorito da politiche economiche e sociali deliberate di una classe politica che è espressione unica dei poteri forti.

Qualche giorno prima della pubblicazione del rapporto dell’AFL-CIO, il centro studi californiano Equilar aveva a sua volta reso noti i dati sui compensi degli amministratori delegati più potenti degli Stati Uniti. Secondo questa seconda indagine, la media dei guadagni ai vertici delle prime 100 corporations americane nel 2013 ha sfiorato i 14 milioni di dollari, con un incremento rispetto all’anno precedente.

A guidare la speciale classifica è ancora una volta il co-fondatore e CEO di Oracle, Larry Ellison, in grado di portarsi a casa nei dodici mesi ben 78,4 milioni di dollari tra stipendio, azioni e “stock options”.

Ellison è l’incarnazione stessa della moderna aristocrazia che ha accumulato ricchezze da favola nel pieno della devastazione sociale con cui il resto della popolazione deve fare i conti. I suoi beni sono stimati attorno ai 48 miliardi di dollari - pari alla somma dei PIL di svariate decine di paesi - e lo collocano al quinto posto tra gli individui più ricchi del pianeta. Alle centinaia di proprietà immobiliari a sua disposizione, Ellison nel 2012 ha aggiunto nientemeno che un’intera isola, quella di Lanai, alle Hawaii, la sesta per estensione dell’arcipelago del Pacifico, acquistata al 98% per una somma compresa tra i 500 e i 600 milioni di dollari.

La concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochissimi è confermata anche da altri dati. Tra il 1978 e il 2012, ad esempio, lo 0,5% della popolazione ha visto aumentare la propria percentuale della ricchezza complessiva negli Stati Uniti dal 17% al 35%. Se si considera poi la ristrettissima cerchia di super-ricchi, vale a dire lo 0,1% della popolazione americana, la quota di ricchezza nelle sue mani ammonta addirittura al 20% del totale.

I due rapporti di AFL-CIO ed Equilar sono stati accolti dalla stampa americana con il consueto disinteresse, tutt’al più riproponendo l’illusione che essi serviranno a convincere la classe dirigente della necessità di intervenire con provvedimenti concreti per invertire la tendenza e porre un freno alle disparità sociali e di reddito.

Come è già avvenuto negli ultimi anni, tuttavia, simili propositi verranno disattesi anche in questa occasione, e tra dodici mesi i nuovi studi sui compensi negli USA metteranno in luce con ogni probabilità un ulteriore allargamento del gap tra ricchi e poveri.

La politica di Washington e gli stessi ambienti finanziari internazionali, in ogni caso, vedono con crescente apprensione le conseguenze in termini di tensioni sociali create da una distribuzione sempre più irrazionale delle ricchezze.

Combinandosi a scrupoli elettorali in vista del voto di novembre per il rinnovo di gran parte del Congresso, questi timori hanno da qualche tempo convinto la stessa amministrazione Obama della necessità di promuovere improbabili e insignificanti iniziative populiste per combattere le disuguaglianze sociali e di reddito. Questa presunta battaglia intrapresa dalla Casa Bianca, tra una raccolta fondi alla presenza di donatori miliardari e l’altra, è stata addirittura definita dal presidente democratico come “la sfida più importante dei nostri tempi”.

Le già scarse iniziative di legge proposte per ridurre le disuguaglianze - come il limitato innalzamento dello stipendio orario minimo avanzato da Obama - rischiano inoltre di sparire del tutto nel prossimo futuro. Infatti, il dominio dei poteri forti sulla politica di Washington potrebbe, se possibile, anche aumentare in seguito ad una recente sentenza della Corte Suprema USA, la quale ha cancellato i limiti sui contributi totali che un singolo individuo può erogare alle campagne elettorali di candidati a cariche pubbliche.

Come già ricordato, questi livelli di disparità economica stanno già provocando profonda frustrazione ed esplosive tensioni sociali tra la grande maggioranza della popolazione. Per questa ragione, la classe dirigente americana  (e non solo) oltre a creare continue crisi internazionali per dirottare verso l’esterno i propri conflitti interni, ha da tempo costruito un apparato di controllo da stato di polizia per reprimere ogni forma di dissenso o ribellione, come hanno rivelato i documenti della NSA resi noti grazie a Edward Snowden. Simili disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza nelle società capitalistiche moderne, d’altra parte, risultano sempre meno compatibili con un sistema autenticamente democratico.

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Quella in grassetto può tranquillamente considerarsi la definizione enciclopedica della lotta di classe ma dall'alto verso il basso.
La prossima volta che incontrate qualcuno (c'è pieno tanto in rete quando nel mondo "reale") che vi millanta quanto è bello il modello americano, non perdete tempo a discuterci, mandatelo immediatamente a fanculo!

13/04/2014

Blocco dei contratti. False smentite e vere conferme


La reazione dei sindacati dei dipendenti pubblici aveva spinto il ministero dell'economia a smentire che nelle pieghe del Def fosse previsto un blocco salariale da qui al 2020, dopo altri sei anni già trascorsi senza aumenti contrattuali. Alla fine, prendendo a parametro il "tasso di inflazione ottimale" indicato dalla Bce (il 2% annuo) si avrebbe dunque un taglio secco degli stipendi pubblici di quasi il 30%. Niente male, come "deflazione salariale".

Ieri la "smentita", dunque, che in realtà è una conferma piena. Com'è possibile smentire e confermare nello stesso documento? In buona parte con una faccia di bronzo di dimensioni colossali, in parte confidando nella pigrizia dei lettori delle note ministeriali (in genere giornalisti che si accontentano degli abstract).

Il trucco usato è molto semplice: il Def è un documento di "indirizzo programmatico", indica gli obiettivi macro e non definisce provvedimenti legislativi specifici (come quello richiesto da un "blocco della contrattazione"). Quindi non ci può essere un dispositivo che impedisca il rinnovo dei contratti.

Ma lo stesso Def indica obiettivi di riduzione complessiva della spesa pubblica per stipendi nell'ordine di 4-5 miliardi l'anno, da qui al 2020. Quindi è inevitabile che questo obiettivo richieda il mancato turnover dei dipendenti che raggiungono l'età pensionabile nonostante la riforma Fornero (sostituiti solo in parte con personale più giovane e precario, alcuni dei quali da "stabilizzare", ma con uno stipendio ovviamente inferiore a quello degli anziani che se ne vanno), nonché il blocco salariale per tutti.

Solo che le relative norme di legge saranno scritte nella "legge di stabilità", la ex "finanziaria". Ovvero nell'esito finale del percorso che parte - in primavera - dal Def e si conclude a Natale, dopo le correzioni indicate dall'Unione Europea.

Lo spiega chiaramente IlSole24Ore, organo di Confindustria, che proprio non ci sta a farsi dare dell'"incompetente" in materia di conti.

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Contratti Pa, il Mef replica alle polemiche: nel Def nessuna ipotesi di blocco al 2020

Nel Def 2014 «non è contenuto, e non potrebbe esserlo, alcun riferimento a ipotesi di blocco di contrattazione nel settore pubblico. Le notizie in merito apparse sulla stampa non hanno alcun fondamento». Una nota del Mef diffusa nel pomeriggio, tesa a smentire l'idea circolata negli ultimi giorni di un blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici fino al 2020, ribadisce da un lato la natura di provvedimento di indirizzo del Documento di Economia e finanza. E, allo stesso tempo, conferma che la possibilità è concreta, ma dovrebbe essere prevista dalla legge di Stabilità. Un tweet del sottosegretario alla Pa Angelo Rughetti replica alle polemiche degli ultimi giorni esprimendo lo stesso concetto: «Il blocco dei contratti al 2020 non esiste. Prassi Def non prevede stanziamento per i rinnovi contrattuali».

Rinnovi contrattuali finanziati solo dalla legge di Stabilità
Le previsioni contenute nel Def, ricorda infatti in maniera estesa la nota ministeriale, «sono elaborate sulla base della legislazione vigente che determina la spesa per redditi da lavoro delle amministrazioni pubbliche, e quindi costruite tenendo conto solo degli effetti economici conseguenti da leggi e norme già in vigore». Secondo la normativa contabile italiana, «il finanziamento delle risorse per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego è effettuato con la legge di stabilità. Non esistendo ancora la norma che provvede allo stanziamento delle risorse per il rinnovo dei trienni contrattuali 2015-2017 e 2018-2020, non è tecnicamente possibile considerare i corrispondenti importi nello scenario di previsione a legislazione vigente», ad eccezione dell'indennità di vacanza contrattuale, erogata automaticamente. «Del rinnovo dei contratti del pubblico impiego - conclude il comunicato - si tiene, invece, conto nella previsione "a politiche invariate" contenuta anch'essa nel Def», una stima che «ha valore meramente indicativo e non rappresenta, in alcun modo, un vincolo alla determinazione delle risorse né alle politiche retributive della Pubblica amministrazione».

Il blocco è in vista, ma per regolarlo serve una legge
Insomma, il Def si limita a fornire la prospettiva, la tendenza, riassunta nel paragrafo "Ristrutturazione della pubblica amministrazione", titolo che sintetizza le azioni strategiche che il Governo conta di mettere in cantiere entro il mese di maggio, per ottenere un'ulteriore limatura della spesa per il pubblico impiego. Quest'anno l'obbiettivo è di scendere di 2-3 miliardi (circa lo 0,2% del Pil), dopo che nel 2013 la massa salariale complessiva s'era fermata a 164 miliardi di euro (il 10,5% del prodotto interno). In particolare l'anno scorso, i redditi da lavoro dipendente, per effetto delle misure di blocco delle assunzioni e del permanere del blocco dei rinnovi contrattuali, hanno segnato una riduzione dello 0,7 per cento rispetto al 2012 (-4,8 per cento sul 2010). La discesa, si legge nel Def, proseguirà anche negli anni a venire con gradino di 4-5 miliardi l'anno, fino ad arrivare a una spesa sul Pil che oscillerà tra il 9,4 e il 9,1% tra il 2017 e il 2018. Ed è all'interno di queste linee tendenziali di spesa che dovrà muoversi il piano di riforma cui lavora il ministro della Pa Marianna Madia insieme con il collega Pier Carlo Padoan. Ed è tra queste norme, una volta approvate, in particolare dalla prossima legge di Stabilità, che rientrerà in concreto il blocco degli stipendi della Pa "anticipato" dai numeri del Def 2014.

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10/08/2013

Caduta verticale per i lavoratori-bancomat del pubblico impiego

Retribuzioni in calo, calo dell'occupazione, forza lavoro sempre più anziana. E’ questa la fotografia del lavoro nel pubblico impiego nell'Italia ai tempi di crisi. La radiografia della fine di un falso mito (i privilegi dei lavoratori pubblici) è stata scattata dall'Aran, l'agenzia del governo creata ad hoc per le trattative nel settore pubblico, in un rapporto presentato ieri.

Il settore pubblico è ormai da tre anni sotto la scure dei diktat dell'Unione Europea e dei governi italiani obbedienti. La retribuzione media dei dipendenti pubblici nel 2012 è stata infatti di poco superiore ai 34.400 euro lordi annui, lo 0,6% in meno rispetto all'anno precedente. Nella cifra occorre tener conto degli stipendi d'oro dei dirigenti (spesso numerosi ma niente affatto indispensabili) che alzano la media. Alla fine dello scorso anno gli occupati nella pubblica amministrazione erano circa 3.350.000, il 2% in meno rispetto al dato del 2011. In due anni la cifra è diminuita di 120mila unità , mentre la spesa (lordo contributi) e' diminuita di 6,6 miliardi di euro. "Si conferma la tendenza, già messa in luce dagli ultimi rapporti, di una diminuzione delle retribuzioni medie pagate dal settore pubblico, quale effetto delle misure di blocco della dinamica retributiva e dei rinnovi contrattuali, varate dal 2010", ha spiegato il presidente dell'Aran, Sergio Gasparrini. Sul dato, si spiega nel documento, “hanno inciso in particolare le misure di blocco del turn-over, applicate con particolare rigore negli ultimi anni”. Circa la metà dei 3,3 milioni di dipendenti del pubblico impiego, inoltre, ha più di 50 anni, ha detto Gasparrini. In dieci anni, tra il 2001 e il 2011, l'età media della 'popolazione' della pubblica amministrazione è aumentata di più di 4 anni, passando da 43,6 a 47,8 anni. Al dato se ne aggiunge un altro altrettanto negativo: i dipendenti fino a 34 anni di età sono circa il 10%. In Francia e Germania la percentuale è superiore al 20%. A settembre, dopo ben cinque anni, dovrebbe riprendere la discussione per il rinnovo della parte normativa dei contratti del pubblico impiego. La parte economica infatti è ancora soggetta al blocco che è stato rinnovato fino al 2015.

Sulla situazione dei lavoratori pubblici un comunicato della USB del pubblico impiego:


CONTINUA LA GUERRA CONTRO I DIPENDENTI PUBBLICI

ALLA PROROGA DEL BLOCCO DI CONTRATTI E RETRIBUZIONI

RISPONDIAMO CON LO SCIOPERO GENERALE IN AUTUNNO

Continua l’accanimento contro i lavoratori pubblici. Il Consiglio dei Ministri di ieri ha approvato definitivamente la proroga a tutto il 2014 del blocco delle retribuzioni e degli scatti e avanzamenti di carriera, a qualunque titolo denominati, nonché il tetto alle risorse destinate alla contrattazione integrativa.

A fronte di un blocco delle risorse economiche, l’USB Pubblico Impiego considera inoltre una beffa la previsione di un’apertura della contrattazione sulla sola parte normativa. In questo modo saranno recepite nei contratti tutte le odiose norme previste dalla Riforma Brunetta, mentre non potrà essere restituito valore alle retribuzioni, ferme al 2009, né assicurate prospettive di crescita professionale ai lavoratori, soprattutto ai tanti che svolgono mansioni superiori al loro livello di inquadramento.

Nella stessa giornata di ieri l’Aran ha pubblicato il Rapporto semestrale sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti. La fotografia che ne esce è il risultato della politica di tagli applicata al pubblico impiego: nel biennio 2011-2012 si sono persi 120.000 posti e la spesa complessiva per le retribuzioni è diminuita del 4,8%; l’età media dei lavoratori pubblici italiani è la più alta rispetto agli altri paesi OCSE.

Nonostante i sacrifici imposti ai lavoratori, la spesa pubblica tuttavia continua a salire. A renderlo noto questa volta è il rapporto della Ragioneria generale dello Stato, pubblicato il 31 luglio. L’aumento annuale della spesa pubblica è del 2,7%”.

Secondo l’USB P.I., è evidente che il problema non sono i lavoratori ma la gestione della Pubblica Amministrazione. I risparmi andrebbero fatti sulle esternalizzazioni e consulenze, sugli appalti, aggredendo anche la corruzione che spesso circonda l’affidamento dei lavori. Si colpiscono invece i lavoratori e si tagliano i servizi ai cittadini per ridisegnare il Welfare del Paese e privatizzare ciò che è pubblico.

L’USB Pubblico Impiego sta rispondendo colpo su colpo a questa politica in tutti i settori del lavoro pubblico. I lavoratori pubblici non ci stanno ad essere rosolati a fuoco lento e il 18 ottobre parteciperanno allo sciopero generale convocato dalla Confederazione USB, scendendo in piazza con rabbia e determinazione. Di caldo ormai non c’è solo l’autunno, ma l’intero anno.

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13/07/2013

Volano i prezzi dei generi di prima necessità, salari fermi

Solo conferme, e tutte negative. A giugno i prezzi del "carrello della spesa" - i generi, specie alimentari, cui nessuno può rinunciare - sono cresciuti molto più dell'inflazione. E soprattutto dei salari reali.

Il rapporto dell'Istat non lascia spazio a interpretazioni "ottimistiche" o dubbi interpretativi. Nel mese di giugno 2013, l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC) aumenta dello 0,3% rispetto al mese precedente e dell'1,2% nei confronti di giugno 2012 (era +1,1% a maggio).
L'accelerazione dell'inflazione a giugno è principalmente imputabile alla ripresa dei prezzi dei "Beni energetici non regolamentati", che crescono su base mensile dello 0,5%, invertendo la tendenza che si era affermata nell'ultimo anno "grazie" alla recessione che ne aveva ridotto i consumi (-1,8%, da -4,8% di maggio).

Contribuiscono al rialzo congiunturale dell'indice generale anche gli aumenti su base mensile dei prezzi degli "Alimentari non lavorati" (+1,4%, attribuibile soprattutto all'aumento del 6,9% dei prezzi della Frutta fresca) e dei "Servizi relativi ai trasporti" (+0,7%), sui quali incidono, in parte, fattori di natura stagionale.

L'inflazione acquisita per il 2013 è quindi pari all'1,1%.

A giugno l'inflazione di fondo, calcolata al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, rallenta all'1,2% (era +1,3% a maggio).

Al netto dei soli beni energetici, la crescita tendenziale dell'indice dei prezzi al consumo rallenta, portandosi all'1,3%, dall'1,5% del mese precedente.

I prezzi dei prodotti acquistati con maggiore frequenza dai consumatori aumentano dello 0,4% su base mensile e crescono dell'1,7% su base annua (dall'1,5% di maggio).

L'indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), infine, aumenta dello 0,2% su base mensile e dell'1,2% su giugno 2012.

Il rapporto completo dell'Istat pdfPrezzi_al_consumo_-_12_lug_2013_-_Testo_integrale.pdf450.42 KB

Al contrario, questo è l'andamento delle retribuzioni:



10/06/2013

Il posto fisso non basta per vivere

Non solo precari e disoccupati: cresce in Italia il fenomeno dei "working poor", persone che hanno un reddito (relativamente) sicuro, ma è troppo basso per garantire una vita dignitosa. Colpa di stipendi inferiori rispetto agli altri paesi europei, mala gestione del passaggio all'euro, costo del lavoro, disuguaglianze crescenti. Tutti i numeri, e qualche soluzione possibile, nel libro inchiesta "Senza soldi", di Walter Passerini e Mario Vavassori.

Frustrazione. Scontentezza. Paura di non farcela. Provate a chiedere a colleghi e amici «quanto guadagni?» e, nel 99% per cento dei casi, riceverete un’identica risposta: «Meno di quanto merito, meno di quanto mi occorre».

Una risposta veritiera, secondo Walter Passerini e Mario Vavassori, autori del libro Senza soldi. Sottopagati, disoccupati, precari (Chiare Lettere), che denuncia una situazione allarmante: avere un posto di lavoro non sconfigge la povertà, e a far parte della numerosa schiera dei working poor – i lavoratori poveri – non sono solo i precari (per i quali 1000 euro al mese di cinque anni oggi fa sono un miraggio), ma anche i lavoratori dipendenti, pubblici e privati. Amministratori delegati a parte – con uno stipendio medio, nel 2011, di 920.644 euro lordi, 100.000 più del 2012 – colletti bianchi e blu «ormai vivono dinamiche salariali identiche». Ma a soffrire sono anche dirigenti e quadri (categoria, quest’ultima, che tuttavia resiste meglio di tutte alla crisi), sottolineano gli autori (Passerini, giornalista, è anche coautore del libro Senza pensioni).

«Si è rotto il binomio lavoro-sicurezza, mentre l’art. 36 della Costituzione, secondo cui il lavoro dovrebbe assicurare al lavoratore e alla sua famiglia una vita dignitosa e libera, sembra non valere più», scrivono gli autori. Insomma oggi si può essere poveri e insicuri pur avendo un lavoro, pur se ad altissima utilità sociale, come nel caso di infermieri o maestri, o ad elevato contenuto intellettuale.

Il problema resta il binomio tra una tassazione altissima (47,6 per cento nel 2011, con un fiscal drag che si “mangia” eventuali aumenti), e stipendi molto bassi: in media 19.150 euro, contro i 29.677 del Regno Unito, 25.128 della Germania, 22.677 della Francia, 21.111 della Spagna (in pratica, un italiano guadagna 1900 euro, contro 2600 della Germania, 2950, nel Regno Unito, 2700 in Norvegia, 3050 in Svizzera).

Il colpevole principale resta, però, soprattutto, un’inflazione che – a causa anche di un mal gestito passaggio all’euro – ha annullato l’aumento delle buste paga. Che sono cresciute negli ultimi dieci anni (+122,2% per gli operai, 123,6 per gli impiegati, 129 per i quadri, 121,3 per i dirigenti), ma solo a livello nominale, visto che i prezzi di beni e servizi sono aumentati del 133,1%.

Sotto accusa, anche, le politiche salariali e retributive degli ultimi anni, che hanno puntato a un’uguaglianza generica, finendo per «appiattire i differenziali e non individuare né costruire vere pratiche di meritocrazia». Neanche bonus e premi aggiuntivi allo stipendio di base hanno consentito di fare la differenza, perché la quota variabile dello stipendio resta bassa «e questo la dice lunga sulla forza di accordi sindacali non in grado di innestare un circolo virtuoso e consolidare prassi positive». L’unico ascensore sociale resta quello meno meritocratico, ossia l’anzianità.

Il risultato è un aumento dal 6,9 all’11,1% delle persone che soffrono di una grave deprivazione materiale (con difficoltà a pagare bollette, riscaldarsi e mangiare adeguatamente, permettersi auto ed elettrodomestici). E una crescita delle disuguaglianze, con il 20% più ricco delle famiglie italiane che detiene il 37,4% della ricchezza.

Anche tra gli impoveriti la situazione non è identica: se la passano peggio, nulla di nuovo, i giovani (il 40% di loro è disoccupato, mentre ha perso drammaticamente terreno la busta paga di quelli che riescono ad entrare e aumenta il differenziale tra giovani e anziani professionisti). E, insieme ai giovani, le donne, discriminate sia dall’assenza di servizi, sia dalla quota di retribuzione variabile sistematicamente inferiore a quella degli uomini («le imprese hanno poco interesse a incentivare le donne, anche quando occupano le posizioni più elevate»); sia, infine, al momento della pensione (1595 euro contro 1165 per le pensioni di anzianità, 562 contro 811 per le pensioni di vecchiaia).

Come se ne esce? Gli autori non hanno dubbi. «Se i salari sono bassi, anche i consumi ne risentono, in una pericolosa spirale al ribasso. Il rapporto debito Pil va attaccato e rimosso agendo sulla crescita». Per questo c’è bisogno di una vera e propria battaglia culturale a favore del lavoro in tutte le sue forme. Occorre poi abbassare gli oneri fiscali e contributivi, ma soprattutto vincere la sfida della produttività e insieme quella del merito. Un valore ancora sempre sconfitto sul campo.

Nel frattempo, si potrebbe cominciare ad applicare il tetto di 300.000 euro ai manager pubblici previsto dalla Corte dei conti e oggi ancora sforato da molte cariche, dal capo della polizia al ragioniere generale dello stato e al capo di Gabinetto, dagli ad di società come Ferrovie, Poste, Anas, Rai ai presidenti delle Authorities. E magari provare a chiedersi come mai, mentre l’Europa è sempre più attenta ai guadagni milionari dei top manager, da noi i controllori spesso facciano anche la parte dei controllati, mentre agli stipendi milionari corrispondano sempre gli stessi nomi. Di cui il libro, ricco di cifre, riporta in dettaglio nomi e guadagni.

19/05/2013

Italia, il paradiso delle retribuzioni. Dei manager

Diseguaglianze folli, e in rapida crescita, tra i redditi da lavoro dipendente (precario e non) e le retribuzioni dei dirigenti, che spesso siedono ai vertici di più aziende.

Una forbice che cresce, allargando senza freni le diseguaglianze, producendo un rapporto di 1 a 163 tra la retribuzione media di un lavoratore dipendente (pari a 26 mila euro lordi) e il compenso medio degli amministratori delegati e dei top manager (pari a 4 milioni e 326 mila euro)”. Molto più di Obama e Draghi, per fare giusto un "modesto" confronto". In Italia si discute ormai soltanto del peso abnorme dei "costi della politica", che vanno certo abbattuti salvaguardando però la possibilità di "far politica" anche a quei ceti sociali che di soldi per fare lobby non ne hanno. Ma quanto pesa, sull'economia del paese, l'arraffa-arraffa del management aziendale?

Un aggiornamento del rapporto sui salari 2012, presentato ieri dalla Fisac Cgil (i bancari, che nei dati possono mettere le mani) dà una fotografia della crescita delle diseguaglianze tra chi un lavoro ce l'ha. Resta in questo caso fuori dal conto chi lo cerca o ha smesso persino di cercarlo.

Per la Cgil, che certo non osa mettere in discussione il modello di produzione e distribuzione del reddito, si tratta di “un distacco enorme che richiede subito una legge che imponga un tetto alle retribuzioni dei top manager”. Un modo per parlar d'altro, visto che nella gestione aziendale – anche e soprattutto ai livelli più bassi dell'imprenditoria all'italiana, vige la regola dello “scaricare” sui conti sociali una serie di spese personali dei “padroni” (dall'auto alla casa). In questi sei anni di crisi il potere d’acquisto dei salari e delle pensioni si è più che dimezzato mentre non hanno subito alcuna flessione i compensi dei top manager, così come nessuna incidenza ha subito quel 10% di famiglie più ricche, determinando e incrementando la vera forbice delle diseguaglianze. Infatti dallo studio emerge che “il rapporto tra retribuzione lorda di un lavoratore dipendente e compenso medio di un top manager è attualmente di 1 a 163 mentre era di 1 a 20
nel 1970”.

Questo spaventoso trasferimento di reddito, avvenuto in presenza di una contemporanea caduta di “competitività” delle imprese italiche, dovrebbe sollevare domande serie sia sul “merito” - alla prova dei fatti piuttosto “scarsino” degli imprenditori nostrani -, sia e soprattutto sulla politica sindacale sviluppata negli ultimi 40 anni (“sacrifici”, “responsabilità nazionale”, “concertazione”, ecc). E invece niente. La Cgil “fotografa” il fenomeno come se riguardasse qualcun altro; e infatti non si propone di far qualcosa, ma di “chiedere una legge” (sollecita infatti “la presentazione da parte del centro-sinistra della legge di iniziativa parlamentare per porre un tetto alle retribuzioni nel rapporto uno a venti, immaginando che in tempi di difficoltà come questo le quote eccedenti di compensi dei top manager possano essere versate in un fondo di solidarietà per favorire un piano di occupazione per i giovani”). Poi, se nessuno la farà, seguirà una battuta polemica in qualche talk show. E basta lì.

Il salario cumulato nei passati quattro anni da un lavoratore dipendente è pari a 104 mila euro lordi mentre per i top manager è pari a 17 milioni e 304 mila euro, pari cioè ad una differenza di 17 milioni e 200 mila euro.

In dettaglio:
I sette amministratori delegati delle maggiori aziende operanti sul territorio romano (Eni, Enel, Finmeccanica, Telecom Italia, Acea, Bnl, Caltagirone) hanno percepito nel 2012 quanto 864 lavoratori dipendenti e quanto 1.728 lavoratori in collaborazione. E infatti la “classe dirigente”, dal padronato alla politica (Grillo compreso), giocano a mettere gli uni contro gli altri – per l'oggettiva differenza di salario, che arriva quasi al doppio – i precari con gli “stabili” (sorvolando ampiamente sul fatto che i secondi appaiono ormai una categoria in via di estinzione; nessuno viene più assunto con un contratto a tempo indeterminato, ormai). Mentre la “piccola” differenza tra lavoratori dipendenti in genere – precari e non – viene accuratamente nascosta o giustificata con varie argomentazioni retoriche sul “merito”. De che?

Negli anni che vanno dal 2009 al 2012 anche gli A.d. delle municipalizzate e controllate di Roma capitale (Atac, Roma Metropolitane, Ama, Risorse per Roma, Roma servizi per la mobilità, Eur S.p.a., Zetema Srl, Roma Entrate) hanno accumulato compensi milionari: otto persone hanno percepito ben 8 milioni e 7mila euro. Tutto ciò a fronte di un quadro economico e sociale drammatico con una disoccupazione giovanile (15-24 anni) che a Roma arriva al 40,1%, con il 52,2% dei pensionati che percepisce una pensione inferiore a mille euro; con circa 170 mila famiglie ridotte in stato di povertà.

Non sembra che nel resto d'Italia le cose vadano diversamente. E ci sembra proprio il caso di scatenare un po' di conflitto sociale: contro i padroni.


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