Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/12/2017

Stati e governi come dependances della finanza internazionale: il caso dei derivati di Morgan Stanley ed altre storie

Il 21 Dicembre 2017 la Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario, presso l’Aula del IV piano di Palazzo San Macuto, ha svolto l’audizione di Vittorio Grilli ex direttore generale del Ministero dell’Economia dal 2005 al 2011 e Ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Monti luglio 2012 ad aprile 2013*. In quella seduta a Grilli sono stati chiesti chiarimenti sulla stipula dei contratti dei derivati della banca d’affari Usa Morgan Stanley acquistati dal Ministero delle Finanze nel 2011, quando il medesimo vi svolgeva le funzioni di direttore generale. Quei contratti avevano delle clausole rescissorie capestro che sono state pagate cache(!) per 3,1 miliardi di euro dopo l’estinzione anticipata esercitata da parte della banca statunitense. “Non rispettare in quel momento un contratto avrebbe avuto conseguenze gravissime” ha detto Grilli davanti ai membri della commissione aggiungendo “Aprire un contenzioso voleva dire automaticamente per l’Italia metterla in condizione di pre-default o di default, non saremmo stati più capaci di ripagare un debito da 500 miliardi l’anno; portare una controparte in Tribunale avrebbe avuto una conseguenza devastante per il debito pubblico” **. Ma quella clausola rescissoria? Grilli ha scaricato tutta la responsabilità della vicenda dei derivati Morgan Stanley sull’alta dirigente ancora in carica, Maria Cannata, la quale avrebbe tenuto all’oscuro di tutto l’allora direttore generale del MEF. “Nessuno mi ha detto niente” ha affermato in proposito Grilli, incalzato dalle domande dei membri della commissione, soprattutto da quelle di Renato Brunetta. Secondo il racconto di Grilli, la struttura di staff del MEF diretta dalla Cannata agiva in modo autoreferenziale.

Ma chi è Vittorio Grilli? Ex Ragioniere di Stato dal 2002 al 2005, direttore generale del ministero dell’Economia dal 2005 al 2011. Il 28 novembre 2011 viene nominato viceministro dell’Economia e delle Finanze del governo Monti, carica che manterrà fino all’11 luglio 2012 quando viene nominato Ministro del MEF in sostituzione di Mario Monti che fino a quel momento ne ricopriva la carica. Al ministero del Tesoro si è occupato per sette anni di privatizzazioni italiane, un torta su cui, non a caso, v’era un interesse feroce da parte dei principali gruppi finanziari internazionali. Nell’estate 2011 si era parlato di lui come di un possibile successore di Mario Draghi alla guida di Banca d’Italia. Nel 2013 ha dovuto giustificare cinque conti correnti in un paradiso fiscale, a Jersey, isole del Canale, risalenti a quando era direttore generale del Tesoro. Insomma, un tizio assai spregiudicato che è passato indenne per governi diversi e che addirittura ha fatto il salto da direttore generale a Ministro del MEF proprio nel bel mezzo della tempesta perfetta che ha fatto cadere il governo Berlusconi e che ha consegnato le sorti del paese a Mario Monti. Uno che, a dispetto dei tanti ruoli importantissimi assegnatigli nella gestione delle finanze del paese, non ha mai smesso di coltivare intensi rapporti proprio con quegli ambienti finanziari internazionali che hanno condotto gigantesche manovre speculative intorno alla crisi del debito sovrano dell’Italia. Nel 2014 Grilli è stato nominato presidente della divisione Corporate e Investment per l’area Europa, Africa e Medio Oriente della banca d’affari americana JP Morgan.

Sulla incredibile vicenda dei derivati acquistati da Morgan Stanley, nel luglio 2017 La Corte dei Conti ha citato in giudizio la banca d’affari USA e quattro alti dirigenti del Tesoro tra cui proprio l’attuale responsabile del debito pubblico Maria Cannata. I magistrati contabili hanno contestato loro un danno erariale di 3,9 miliardi di euro per “ la chiusura e ristrutturazione di derivati sul debito pubblico”. Alla banca americana sono stati richiesti 2,7 miliardi di danni, mentre Cannata, il direttore generale del Tesoro Vincenzo La Via e gli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli dovrebbero pagare circa 1,2 miliardi. La prima udienza è stata fissata per aprile 2018. Il processo dovrebbe concludersi entro il luglio del 2018.

L’audizione di Grilli sulla vicenda dei derivati di Morgan Stanley è stata liquidata in poche righe sui mezzi d’informazione e ben nascoste nella pagine economiche. Eppure si tratta di una vicenda gravissima che coinvolge non solo Grilli ma ben due governi che hanno attraversato forse la fase più difficile dal dopoguerra del nostro paese. E poi quei derivati non erano che una piccola parte dell’ammontare dei contratti di quel genere presenti nel portafoglio di via XX Settembre. Tutti quei contratti si sono trasformati in un incubo perché tra il 2011 ed il 2015 quei derivati hanno aumentato il debito pubblico di 23,6 miliardi cui va aggiunta una previsione di ulteriori perdite di più di 36 miliardi di euro.

L’incredibile vicenda dei derivati acquistati da Morgan Stanley ci suggerisce alcune importanti domande. E’ credibile quanto affermato da Grilli in commissione riguardo il ruolo così decisivo in quella vicenda dello staff guidato dalla Cannata? E’ mai possibile che il destino del paese, nella fase più delicata e drammatica del dopoguerra, sia stato affidato ad una struttura povera di specialisti e di competenze del MEF mentre imperversavano la crisi mondiale dei subprimes e la crisi dello spread in Italia? Su questo punto la versione di Grilli appare evidentemente poco credibile. Ma la domanda più importante riguarda la responsabilità del governo di cui faceva parte lo stesso Grilli: come mai il governo Monti non si oppose al pagamento, per giunta in contanti, di una cifra così stratosferica e proprio mentre quello stesso governo si preparava a far la pelle ai pensionati e ad introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione in nome della fatidica “riduzione del debito”?

Di certo, alla luce di quei fatti, tutta la narrazione sulla funzione salvifica del governo Monti dalla “crisi dello spread” del 2011 che ancora continua ad imperversare sui media mainstream – con cui si continua a giustificare, ad esempio, la sanguinosa riforma Fornero – ci appare ogni giorno di più come una grandissima e raffinatissima montatura. Quella vicenda, peraltro, è tornata, proprio di recente, a far discutere con le indagini avviate dalla Procura di Milano a carico di Deutsche Bank che avrebbe ordito una mega speculazione in titoli di Stato italiani proprio nel primo semestre del 2011. Un’operazione che contribuì a far volare lo spread dei rendimenti tra i BTP e i Bund tedeschi costringendo alle dimissioni Berlusconi cui subentrò Mario Monti con un nuovo esecutivo. Secondo l’Espresso, che ha rivelato di recente i contorni della vicenda, l’ipotesi di reato è la manipolazione del mercato avvenuta attraverso operazioni finanziarie per un totale di circa 10 miliardi su cui si è concentrata l’attenzione dei PM. Tutti affari realizzati da Deutsche Bank dopo il crac della Grecia, quando la crisi del debito pubblico venne usata come clava per minacciare Italia, Spagna e Portogallo***.

Il personaggio Grilli è certamente emblematico e ci racconta di una politica ridotta, ormai, ad un sistema di porte girevoli in cui scorrono personaggi che passano indifferentemente da ruoli di prim’ordine sul piano dell’interesse nazionale a quelli di vertice di grandi corporation finanziarie e/o viceversa. Oppure altri che provengono da quelle istituzioni che hanno imposto ai popoli la cosiddetta “economia del debito” in base alla quale sono gli stessi capitali privati a finanziare il debito pubblico pur essendo essi stessi ad averlo alimentato. Un trucco che serve per imporre ai governi l’adozione di quelle draconiane ricette di austerity a base di gigantesche privatizzazioni e di tagli alla spesa sociale che stanno strozzando i popoli dell’aera UE dopo essere state applicate nel resto del mondo. In questo senso Vittorio Grilli non è affatto solo. E’ il caso dell’ex commissario alla Spending Review Carlo Cottarelli e dell’attuale titolare del dicastero al MEF, Pier Carlo Padoan. Ambedue provengono direttamente dal Fondo Monetario Internazionale.

Last but not least, è anche e soprattutto, il caso del più fedele, efficiente e potente esecutore di quelle politiche, Mario Draghi, già direttore esecutivo per l’Italia della Word Bank, poi ai vertici della banca d’affari statunitense Goldman Sachs ed infine nominato presidente della #BCE. Già prima che il nome di Draghi incominciasse a circolare per quella carica, la sua candidatura venne messa in discussione a causa del suo rapporto con Goldman Sachs. In particolare, a Draghi venne rimproverato proprio il coinvolgimento nella vendita di derivati alla #Grecia per consentire a quel paese di entrare nell’area #Euro. L’attuale presidente della BCE è, infatti, ritenuto da più parti, uno dei principali responsabili del fallimento finanziario della Grecia. Nel 2009 Goldman Sachs usò, infatti, la sua posizione dominante per portare nei confronti della Grecia una serie di attacchi speculativi impedendo l’acquisto dei titoli di stato greci in borsa perché sapeva che i bilanci dello stato greco erano stati truccati proprio su consiglio di Draghi. In altre parole, la Grecia, non era in grado di ricomprare i titoli in scadenza pagando con quelli spazzatura che gli aveva rifilato Draghi per conto di Goldman Sachs. In seguito la banca d’affari USA ha imposto tutti i suoi uomini di fiducia nei governi dei paesi più in difficoltà: Mario Draghi alla presidenza della #BCE, Lucas Papademos, che ha lavorato per la FED di New York (partecipata dalla Goldman Sachs) al governo tecnico della Grecia e Mario Monti, advisor di Goldman Sachs ed ex primo ministro del “governo tecnico”. Quel governo che ha firmato il famigerato Trattato CE sul #fiscalcompact: una bomba che potrebbe arrivare a costarci fino a 50-60 miliardi di euro l’anno e già pronta ad esplodere a partire dal prossimo anno.

* Commissione Banche, Audizione Grilli http://webtv.camera.it/evento/12442

**Il Sole24ore del 21.12.2017

***L’Epresso del 10.12.2017

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28/11/2017

Le pericolose commistioni tra Ministero dell’Economia e la società Ernst&Young

Ci sono notizie che, talvolta, valgono più di mille ragionamenti perché ci consegnano chiaramente l’immagine di un paese che ha totalmente ceduto la sua sovranità ed esternalizzato il potere decisionale nelle mani delle multinazionali e, più in generale, delle élite finanziarie.

La vicenda balzata recentemente agli onori della cronaca, riguarda Susanna Masi, una consigliera del Mef (e dal 2015 anche di Equitalia), in precedenza al servizio della Ernst & Young, una potentissima società che fornisce consulenza in materia fiscale per banche, multinazionali e facoltosissimi clienti, al fine di far conseguire loro vantaggi di imposta, naturalmente aggirando la normativa fiscale.

Entrata al MEF con il governo Monti nel 2012, in qualità di consigliera del Ministro, e poi confermata in tutti i successivi governi, secondo la Procura di Milano avrebbe trasmesso, dietro profumato compenso, ad Ernst & Young, suo precedente, ma a quanto dicono le indagini ancora attuale datore di lavoro, notizie riservate, e si sarebbe resa disponibile per proporre modifiche normative favorevoli ai clienti della potentissima multinazionale.

In attesa che le indagini facciano il loro corso, come si dice in questi casi, ed al di là della specifica questione, la vicenda ripropone, comunque, una gigantesca questione politica: l’abbattimento della separazione tra servizio pubblico ed aziende private e, conseguentemente, il livello di penetrazione dell’interesse privato nell’ambito pubblico.

Uno dei sistemi utilizzati per agevolare questa permeabilità è quello delle c.d. porte girevoli che consentono di passare disinvoltamente da ruoli di primissimo piano al servizio delle multinazionali a ruoli egualmente rilevanti in ambito pubblico.

Come fosse la stessa cosa, come se le finalità che si dovrebbero perseguire fossero le medesime.

Ed allora, in questa ottica, quale miglior garanzia per banche, finanzieri e grandi imprese di vedere riconosciute le loro istanze se non piazzare direttamente uomini o donne allevati al loro interno direttamente nei gangli vitali della Pubblica Amministrazione?

Quanto accaduto al MEF è, in fondo, l’altra faccia di quel processo avviato decenni or sono, di progressiva spoliazione dei governi di ogni prerogativa e ruolo distintivo in ambito pubblico: spoliazione che può manifestarsi cedendo direttamente servizi pubblici ai privati, avvalendosi delle superconsulenze delle multinazionali mentre si lasciano disperdere le competenze cresciute dentro la PA, oppure orientando l’azione delle strutture pubbliche non al soddisfacimento degli interessi della cittadinanza, a cui dovrebbero esser naturalmente preposte, ma dirottandole verso il profitto privato.

Un conflitto di interessi pauroso che sta consentendo alle élite finanziarie di dominare l’economia diventando una vera e propria classe che detiene il potere politico ed influenza e determina i processi decisionali.

E così il cerchio si chiude.

Da un lato l’UE strangola i lavoratori ed in generale le fasce più deboli della popolazione con l’eterno ricatto della tenuta dei conti pubblici, dall’altro le multinazionali ampiamente riconosciute, coccolate e rappresentate nei consessi europei, scorrazzano liberamente ed indirizzano le politiche pubbliche al soddisfacimento dei loro interessi privati.

Ecco chi detiene davvero le leve del comando in Europa.

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09/07/2017

Inchiesta Consip/2. Appalti, soffiate e cimici

L’arresto di Alfredo Romeo con l’accusa di corruzione nell’inchiesta CONSIP e l’iscrizione nel registro degli indagati, con diverse ipotesi di reato di Luca Lotti (Ministro dello sport), Tiziano Renzi (padre dell’ex premier), del generale dei carabinieri Tullio Del Sette e del generale Emanuele Saltalamacchia (comandante dei carabinieri della Toscana), imprime una svolta nell’indagine partita da Napoli e oggi nelle mani della Procura di Roma.

La vicenda CONSIP, svelata dal Fatto Quotidiano a partire dal 22 dicembre 2016, a prescindere dall’esito dell’indagine sembra andare molto oltre l’ennesima brutta storia di corruzione di qualche dirigente di secondo piano della P.A.

La più grande macchina di acquisti della P.A., la Consip, gestita interamente dal MEF (nata nel 1997 per garantire una gestione degli appalti efficace, trasparente e con l’intento di ridurre i costi degli acquisti e servizi della P.A.), è al centro di un’inchiesta che vede coinvolti alti poteri dello Stato e dirigenti di partito fino ai massimi livelli nel solito intreccio con imprenditori senza scrupoli e già giudicati in passato per illeciti ai danni della pubblica amministrazione e corruzione. In attesa naturalmente del giudizio della Magistratura, sembrano essere direttamente chiamati in causa Il Governo, il PD e L’Arma dei Carabinieri.

Vale la pena, avvalendoci della puntuale e “inspiegabilmente” solitaria inchiesta del Fatto Quotidiano, ripercorrere le tappe mettendo insieme nomi, cognomi e vicende dei tanti “autorevolissimi” protagonisti.

Partiamo da un po’ di tempo fa. Da il Fatto Quotidiano del 24 giugno 2015:
“Da assessore alla Salute della Regione Toscana alla poltrona di amministratore delegato della Consip,[…] che presidia 40 miliardi di Euro annui. Un salto notevole quello compiuto da Luigi Marroni lo scorso 12 giugno, chiamato a Roma dal ministero dell’Economia per volere del premier Matteo Renzi. Un altro toscano importato nei Palazzi della Capitale.”
Prosegue l’articolo:
“L’ex assessore della giunta di Enrico Rossi non ha però alcuna esperienza di bilanci o spesa pubblica.” Anzi afferma Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia “Ha fatto carriera con lo spreco di soldi pubblici”. E ancora: la gestione degli immobili Asl, accusa, “è stata cialtrona se non truffaldina”. La commissione regionale d’inchiesta, insediata appositamente la scorsa primavera, ha individuato diverse irregolarità: “Lavori affidati senza appalto, destinazioni d’uso cambiate in corso, proprietari che in un caso hanno venduto l’immobile alla Regione un giorno prima di averlo acquistato, dichiarazioni di immediata utilizzabilità affidate quando ancora c’era soltanto un campo ed era tutto da costruire, appalti assegnati con selezioni pubbliche poco trasparenti”.
Conclude l’articolo:
“gli immobili fantasma e il buco di bilancio della Asl di Massa sarebbero liquidabili come pasticci locali, vicende confinate nelle province toscane, se non fosse che Marroni oggi è a Roma, chiamato a guidare la cassa della pubblica amministrazione italiana, non proprio una Asl di periferia. La Consip, per dare un’idea, nel 2014 ha presidiato una spesa di 38 miliardi di Euro e bandito gare per 13 miliardi 554 milioni in forte aumento rispetto agli anni precedenti: nel 2011 la spesa ammontava a 27, 5 miliardi per 3,7 banditi. Questo perché nell’aprile 2014 il governo Renzi ha cambiato il quadro normativo affidando alla Consip il ruolo di attore principale del sistema nazionale degli approvvigionamenti. Un bell’impegno per un ex assessore alla Salute.”
SOFFIATE E CIMICI

Da il Fatto Quotidiano del 22 DICEMBRE 2016:
“Il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette è indagato per favoreggiamento e rivelazione del segreto istruttorio nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti Consip che lambisce il cosiddetto ‘Giglio Magico’ e il padre del leader del Pd, Tiziano Renzi, che non è indagato ma il cui nome è tirato in ballo nelle carte. L’accelerazione dell’inchiesta dei PM di Napoli Henry John Woodcock, Enrica Parascandolo e Celeste Carrano c’è stata nella notte di martedì 20 dicembre.”
“l’imprenditore Alfredo Romeo è indagato con l’accusa di avere corrotto un alto dirigente della Consip, Marco Gasparri. Al centro degli accertamenti dei PM c’è l’appalto cosiddetto FM4, la mega-gara di facility management, bandita nel 2014 e suddivisa in molti lotti, tre dei quali potrebbero essere aggiudicati alla società di Alfredo Romeo insieme ad altre. Le forniture pluriennali di tutti gli uffici delle pubbliche amministrazioni e delle università italiane valgono 2,7 miliardi di euro, pari a più dell’11 per cento della spesa pubblica nel settore.”
Ma di che soffiata si parla e a chi è stata fatta?

Il Generale Del Sette avrebbe informato qualcuno della presenza di “cimici” (microspie), nei locali della CONSIP e sulla base di queste informazioni, l’amministratore delegato Luigi Marroni ha incaricato una società privata di effettuare la bonifica degli uffici stessi.

Pratica a dir poco inusuale per chi dovrebbe esercitare (stiamo parlando di alti funzionari della P.A) come un credo l’onestà e la trasparenza nello svolgimento delle proprie funzioni.

Fatto sta che i PM forse annusano puzza di bruciato e sentono il Marroni che alla fine “canta”:
“È stato il presidente della Consip Luigi Ferrara a dirmi che lo aveva messo in guardia il Comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette”.
“I PM saltano sulla sedia e immediatamente convocano il presidente Ferrara, 46 anni, napoletano, un tecnico molto introdotto e influente, oltre a essere presidente di Consip è vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio. In passato era capo del Dipartimento del personale del ministero del Tesoro ed era considerato vicino a Enrico Letta.”
Sugli incarichi di Ferrara Il Fatto confonde i tempi poiché egli è stato prima vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio ed è attualmente Capo del Dipartimento del Personale del MEF e per questa ragione presidente pro-tempore della CONSIP.

Sulle ragioni della chiamata a Roma di Luigi Marroni da parte di Matteo Renzi, compresi i relativi dubbi sul fatto che sia proprio la persona giusta al posto giusto, ne abbiamo parlato sopra riportando pareri e giudizi espressi dal Fatto Quotidiano.

Sulla venuta al MEF di Luigi Ferrara invece e a prescindere dall’esito della vicenda Consip, possiamo affermare con assoluta convinzione che le ragioni vanno individuate nella volontà praticata con miopia e arroganza dal Governo Renzi di annullare/negare le relazioni sindacali e imporre la nuova “governance” autoritaria modello UE, che ha già dimostrato essere totalmente fallimentare e bocciata dai lavoratori e dai popoli in ogni latitudine.
“Al Fatto ieri Ferrara ha spiegato con molta ritrosia: “Del Sette mi disse di stare attento agli incontri che facevo con gli imprenditori e in particolare con Alfredo Romeo e io riferii la cosa all’amministratore delegato Marroni per consigliare anche a lui le migliori regole di ingaggio per gli imprenditori, ma non ricordo ora di avere parlato di Romeo”. Il racconto di Ferrara sembra però incoerente con il prosieguo della storia. Se la prima stazione appaltante d’Italia viene messa in guardia dal numero uno dei Carabinieri su un imprenditore (indagato ma allora in segreto) la reazione naturale è quella di evitare incontri. Non quella di bonificare gli uffici. Al Fatto Ferrara replica: “Io non c’entro con quella scelta e non ne sapevo nulla. Non ho neanche un vero ufficio in Consip”. E il dirigente indagato? “Abbiamo già deciso di intervenire sulla sua posizione. Faremo un comunicato”.
Non vorremmo cadere in errore ma non ci sembra di aver letto alcun comunicato in merito e, a quanto pare, tutti quelli sentiti a vario titolo o indagati sulla vicenda sono regolarmente al loro posto. Primo fra tutti il Generale Tullio Del Sette al quale il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della Difesa Roberta Pinotti ha prorogato l’incarico di comandante generale dei Carabinieri. E non ultimo L’AD Marroni al quale il Ministro dell’Economia e delle finanze Pier Carlo Padoan ha confermato la piena fiducia e invitato ad andare avanti nel suo incarico. (fine seconda puntata)

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29/10/2015

Pubblico impiego. Cgil Cisl Uil fanno “ammuina”. L’Usb convoca lo sciopero generale

“Facite ammuina”. A leggere che Cgil Cisl Uil del pubblico impiego chiedono al governo "un contratto vero per i lavoratori e per cambiare i servizi ai cittadini" e si dicono pronti a "far arrivare il messaggio" anche attraverso lo sciopero generale, non può che venire in mente l’indicazione non certo detonante di Re Francischiello alle proprie truppe. Che l’aria stia diventando pesante lo dimostrano anche i tre giorni di mobilitazione che già vede impegnati i lavoratori del Mef cioè del ministero dell’economia al centro di uno scontro interno allo stesso governo.

Secondo Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-Fpl e Uilpa, "liberare la contrattazione è l'unico modo per produrre innovazione vera, partecipata dai lavoratori pubblici, e riportare la Pa in linea con le esigenze reali del Paese. Per questo metteremo in campo anche lo sciopero, se dalla politica non verranno risposte". "E prima faremo una mobilitazione forte e capillare sia a livello nazionale che territoriale, cercheremo il confronto con la società civile, punteremo a creare alleanze sociali partendo dai bisogni delle persone", aggiungono i tre sindacati "ufficialisti".

Toni, indicazioni e contenuti diversi vengono invece dall’Usb che lo sciopero generale dei lavoratori del pubblico impiego lo ha già proclamato per il 20 novembre dopo una prima mobilitazione sotto il ministero della Funzione Pubblica. “Invece di rafforzare il fronte di opposizione ad una Legge di Stabilità che taglia ulteriormente i servizi pubblici, a cominciare dalla sanità, e continua a regalare soldi alle imprese, CGIL CISL UIL sono più preoccupate di impedire la riuscita dello sciopero dell’USB e tentano di svuotarlo con l’alternativa di una bella passeggiata romana, in un giorno non lavorativo, tanto per non disturbare troppo Renzi e la sua maggioranza”, dichiara Daniela Mencarelli, dell’Esecutivo nazionale USB Pubblico Impiego. “E’ in queste settimane che si discute la Legge di Stabilità – sottolinea la dirigente USB – e minacciare lo sciopero a dicembre, quando probabilmente il provvedimento sarà blindato dalla ormai consueta fiducia, risulta perlomeno poco credibile”. “L’unica iniziativa di opposizione alle provocazioni del governo sarà lo sciopero indetto dall’USB il 20 novembre – ribadisce Mencarelli – che vedrà scendere in piazza a Roma, Milano e Napoli i lavoratori del pubblico impiego, dei servizi esternalizzati, delle aziende partecipate e gli LSU-ATA, realizzando in questo modo l’unità di quel lavoro pubblico che garantisce la tenuta del welfare e che guarda ai cittadini come alleati in una lotta senza quartiere alla politica di tagli ai servizi essenziali voluta dall’Unione Europea”.“Siamo convinti che i lavoratori capiranno molto meglio dei vertici di alcune confederazioni sindacali che non si può aspettare, che è giunto il momento di protestare, forti della nostra dignità, utilizzando lo strumento dello sciopero che governo e industriali vorrebbero invece sopprimere”, conclude la dirigente USB.

Intanto dentro casa del Ministro Padoan c’è agitazione e non solo per lo scontro dentro il governo intorno ai dirigenti del Mef. Oggi è stato infatti il terzo giorno di mobilitazione per i lavoratori del MEF, in lotta contro la decurtazione del salario accessorio (FUA) prevista dalla legge di assestamento di bilancio e dalla legge di stabilità. La ribellione in “casa Padoan” è partita lunedì 26 ottobre dai lavoratori della Ragioneria Generale, che hanno constatato immediatamente le forti penalizzazioni inflitte al salario di tutti i dipendenti del comparto Ministeri. Ne è seguita un’assemblea di mobilitazione indetta dalla RSU del palazzo di via XX settembre, che ha visto la partecipazione di centinaia di lavoratori e lavoratrici: con un fragoroso corteo partito dal cortile del palazzo, ieri hanno fisicamente occupato la sede del ministero chiedendo con determinazione un incontro con l’autorità politica.

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19/06/2015

Roma. Giornalisti e ispettori del Mef giocano sporco, contro i lavoratori

“Le maestre in pianta stabile, che complessivamente costano 145 milioni, sono 5.400. Ma ce ne sono altre 2.400 a tempo determinato, supplenti delle titolari e altre 4.000 superprecarie (quadruplicate in pochi anni) per la supplenza delle supplenti assenti. Per un costo totale, insieme, di altri 65 milioni. Con un assenteismo oltre il 30%. Una situazione così pesante che Marino a un certo punto chiese all’Inps di fare dei controlli a tappeto”.  Ma poi non se ne fece nulla, si lamentano i due moralizzatori da scrivania, al secolo Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, giornalisti del Corriere della Sera, castigatori della spesa pubblica ma perennemente distratti sulla spesa pubblica militare.

Il solito servizio di denuncia delle spese pubbliche da tagliare questa volta è concentrato sul Comune di Roma alle prese con l’inchiesta su Mafia Capitale. Ma dove cominciano i nostri due? Dai lavoratori ovviamente, anzi dalle educatrici e dalle maestre degli asili nido e delle scuole materne, che oggi giorno combattono con migliaia di bambini dai lattanti (sotto l’anno) per passare ai semi-divezzi e ai divezzi, per passare poi alla materna e prepararli alla scuola primaria.

Un lavoro facile? Pare proprio di no. Ci si ammala spesso? E’ noto anche agli ignoranti – e Rizzo e Stella hanno avuto tutte le possibilità per non esserlo – che i nostri adorabili piccoletti sono portatori sani di parecchi malanni. Devono farsi gli anticorpi ma contemporaneamente seminano intorno a loro virus che attaccano gli adulti sempre più adulti (quasi vecchi dovremmo dire) grazie all’aumento dell’età pensionabile, al blocco del turn over e alle diavolerie imposte dal Patto di Stabilità, dalla Legge Fornero e dai diktat di Bruxelles.

Ma il servizio sul Corriere della Sera, perché di un "servizio" si tratta (a quando una inchiesta “penne pulite?"), non giunge come un fulmine a ciel sereno. Vuoi per caso, vuoi per coincidenza, arriva nello stesso giorno in cui un altro fulmine contabile si abbatte sul Campidoglio guidato dal sempre più improbabile sindaco Marino.

Il fulmine in questo caso è una lettera dal contenuto destabilizzante firmata dagli ispettori del Ministero delle Finanze, secondo cui la parte di retribuzione pagata dal Comune ai dipendenti comunali sotto forma di salario accessorio, sono stati "indebitamente erogati" e ora l'amministrazione capitolina deve restituire 350 milioni all'erario. I tecnici del ministero dell'Economia e delle Finanze puntano il dito sulla parte variabile dello stipendio dei lavoratori capitolini "che è passata da 66 milioni nel 2008 a 345 milioni nel 2013".
Marino, subito dopo la sua elezione a sindaco, sottopose tutti i conti del Campidoglio (lasciati piuttosto in pessimo stato dai voraci esponenti della “destra de panza e de governo” di Alemanno) ad una ispezione dei tecnici del Mef, i quali ovviamente affermano che il salario accessorio non deve essere dato a pioggia, ma deve essere agganciato alla produttività del singolo dipendente. Nulla da eccepire, ovviamente, sui dirigenti, le loro retribuzioni stellari e i lauti premi obiettivo che ricevono tagliando le retribuzioni degli altri, i servizi che dovrebbero assicurare etc. Su questo punto è iniziato con i sindacati e i lavoratori comunali il durissimo braccio di ferro di cui abbiamo spesso resocontato sul nostro giornale.

Nel luglio del 2014 venne approvata una delibera del Campidoglio basata sugli accertamenti degli ispettori del Mef, che accettava "di disporre il mantenimento del tutto temporaneo e salvo recupero, anche a conguaglio, delle erogazioni retributive previste dalla corrente disciplina decentrata dell'ente, oggetto di verifica e revisione". Ma ai tecnici del Mef non era bastato e adesso battono cassa per circa 350 milioni da sottrarre ai salari dei lavoratori comunali.
La Repubblica di oggi, sempre ben informata, scrive che “Già sono in corso riunioni frenetiche tra l'Ufficio del Personale del Comune e la Ragioneria per mettere a punto un piano di rientro. Ma già sembra che una via sia quella di ridurre il salario accessorio attuale dei dipendenti per cinque anni per rimborsare le casse dello Stato”. Il vicesindaco Nieri fa sapere che "La linea del Mef continua a essere intransigente, mettendo persino in discussione la regolare costituzione del Fondo per la parte 'variabile'" afferma "e porterebbe a un'inaccettabile e immotivata decurtazione dei salari dei dipendenti, già ridotti all'osso"."La giunta" conclude Nieri "ha lavorato per definire un progetto di revisione e innovazione e voglio chiarire da subito che se, come assessore al Personale, dovrò scegliere da che parte stare, io sceglierò di stare con i 23 mila dipendenti del Campidoglio con i quali abbiamo lavorato e trovato una soluzione accettabile".

Non era bastata dunque l’obbedienza del sindaco Marino ai diktat del Patto di Stabilità che aveva portato, con un anno di anticipo, ad un piano di rientro dal debito attraverso un bilancio comunale lacrime e sangue. Ispettori del Mef e giornalisti del Corriere della Sera ne vogliono ancora, di lacrime e di sangue, ma solo quello dei lavoratori e delle lavoratrici, non perché sia di qualità superiore, ma perché giornalisti di servizio, moralizzatori e ispettori sono stipendiati anche loro, anzi sono molto, moltissimo stipendiati, ma sono nemici dei lavoratori. Ed anche se non devono ripulire i culetti dei semi divezzi negli asili nido o la mondezza nelle strade di Roma, sono addetti al lavoro sporco.

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