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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/04/2026

Rinnovo CCNL Istruzione e Ricerca: una firma frettolosa, che non tutela i salari

La firma messa di fretta sullo stralcio della parte economica nel rinnovo del CCNL del comparto Istruzione e Ricerca appare quanto meno improvvida visto quanto sta accadendo nel Mondo, con una guerra che sta facendo schizzare nuovamente prezzi ed inflazione. Uno scenario che è definito come particolarmente incerto e con effetti che andranno oltre la fine del conflitto in Iran (che peraltro ancora non si vede), non da noi, ma dal governatore della Banca d’Italia.

C’è il forte rischio che si vada verso un’ulteriore perdita del potere d’acquisto dei salari, dopo quella registrata nel 2022-2024 e la clausola di garanzia evocata da chi deve giustificare la firma non c’è, non si sa se ci sarà e soprattutto riduce il CCNL al mero recupero dell’inflazione di questo triennio, negando qualsiasi possibilità di redistribuzione della ricchezza nel paese delle disuguaglianze.

Le percentuali di aumento, riportate da qualche comunicato sindacale, calcolate non sulla massa salariale complessiva, ma solo su alcune parti di salario, nello specifico sul tabellare, sono un imbroglio nei confronti di lavoratrici e lavoratori per rivendersi una firma ingiustificata, almeno nella tempistica.

Gli aumenti sono del 5,4% così come da stanziamento nel piano di bilancio di medio termine. In linea con l’inflazione programmata, inferiori alle proiezioni che risentono degli effetti degli aumenti dei costi energetici.

Definire, come ha fatto ARAN, una crescita storica gli aumenti in valore assoluto di tre tornate contrattuali è un insulto all’intelligenza di lavoratrici e lavoratori che i calcoli se li fanno ogni giorno quando vanno a fare la spesa al supermercato, quando devono pagare le bollette o fare il pieno con salari che valgono sempre meno.

I salari reali sono diminuiti soprattutto a causa dell’inflazione registrata nel triennio 2024-2026. Questo è l’unico dato oggettivo, il resto sono giochini fatti sui numeri e sulla vita delle persone.

Si poteva e si doveva aspettare prima di firmare. La firma frettolosa serve solo al Governo Meloni per rilanciarsi dopo la sconfitta referendaria ed evitare l’apertura di un nuovo fronte in un momento di grande crisi interna.

Gli effetti reali sui salari li vedremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Un sindacato responsabile verso i lavoratori avrebbe dovuto usare maggior cautela e valutare con attenzione l’evolversi della situazione economica prima di arrivare ad una firma che potrebbe riportare ulteriormente indietro i salari reali. Peraltro questa accelerazione rischia di ipotecare gli aumenti anche negli altri contratti del Pubblico Impiego, proprio mentre il Governo regala alle imprese 1,5 miliardi: alla faccia delle risorse che non ci sono!

USB Pubblico Impiego sarà in piazza il 15 aprile sotto il Ministero della Pubblica Amministrazione, dal ministro Zangrillo, per chiedere lo stanziamento di risorse che determinino un’inversione di tendenza nel rapporto aumenti/inflazione e la democratizzazione del sistema delle relazioni sindacali che dia maggior ruolo alle RSU e cancelli qualsiasi penalizzazione per i sindacati che decidono di non firmare il contratto nazionale. Due elementi fondamentali per restituire ai contratti la funzione di redistribuzione della ricchezza e opporsi al dilagare delle disuguaglianze rese sempre più drammatiche dai costi della guerra scaricati su lavoratrici e lavoratori.

USB Pubblico Impiego

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21/05/2025

USA - 260 mila dipendenti pubblici lasciano il lavoro a causa di Trump e Musk

Negli Stati Uniti è in corso una silenziosa ma profonda epurazione della pubblica amministrazione. Decine di migliaia di dipendenti federali hanno scelto di dimettersi nel corso degli ultimi mesi, molti dei quali non per volontà propria ma perché spinti ai limiti della resistenza psicologica dalle politiche intimidatorie dell’amministrazione Trump. Una strategia che ha permesso all’ex presidente, tornato alla Casa Bianca, e al miliardario Elon Musk — a capo del Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE) — di ridurre del 12% il personale civile federale senza formalmente licenziare nessuno.

Dal giorno del suo reinsediamento, Trump ha firmato un ordine esecutivo per “snellire” la burocrazia federale, annunciando tagli drastici ai costi e al numero dei dipendenti pubblici. Tuttavia, dopo quattro mesi, i licenziamenti di massa promessi non si sono concretizzati, frenati da numerosi ricorsi legali. Nel frattempo, però, un’altra strategia ha iniziato a produrre effetti: migliaia di lavoratori hanno accettato dimissioni incentivanti, i cosiddetti buyout, o hanno scelto il pensionamento anticipato per sfuggire a un clima di crescente tensione e incertezza.

“Molti di questi dipendenti ritengono di essere stati costretti ad andarsene”, spiega Don Moynihan, professore alla Ford School of Public Policy dell’Università del Michigan. “Non si può parlare di dimissioni volontarie quando ogni giorno ricevi email che ti ricordano che potresti perdere il lavoro e che c’è un incentivo solo se te ne vai subito”. Una pressione psicologica costante, spesso accompagnata da pratiche vessatorie come il ritorno obbligatorio in uffici sovraffollati e la richiesta di svolgere mansioni per cui non si era stati formati.

Tra le agenzie più colpite figurano il Dipartimento per gli Affari dei Veterani, con oltre 80.000 posti a rischio, e il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, che ne perderà almeno 10.000. Il personale, sempre più ridotto, ha assistito impotente alla fuga di colleghi esperti, aggravando ulteriormente le disfunzioni interne e alimentando un clima di frustrazione e impotenza. “Ti ha capovolto il mondo”, ha detto un lavoratore della Social Security Administration, che ha accettato il secondo buyout. “Mi svegliavo nel cuore della notte, bevevo di più, non riuscivo più ad allenarmi. Era come vivere in un limbo”.

Secondo un’analisi della Reuters, il numero complessivo dei dipendenti civili che hanno lasciato o lasceranno il lavoro entro settembre supera quota 260.000. Di questi, 75.000 hanno accettato il primo round di buyout, mentre non è ancora chiaro quanti abbiano aderito al secondo. In ogni caso, la maggior parte continuerà a ricevere stipendio e benefit fino alla fine dell’anno fiscale, senza obbligo di presentarsi in ufficio.

Per Everett Kelley, presidente dell’American Federation of Government Employees (AFGE), il più grande sindacato del settore con 800.000 iscritti, l’intera operazione rappresenta una forma di “molestia sistematica”. “Il presidente ha autorizzato Musk e il suo team DOGE a insultare e umiliare i lavoratori pubblici. L’obiettivo dichiarato era farli sentire traumatizzati, spingerli a mollare tutto”, ha denunciato. Parole che trovano conferma in dichiarazioni passate di Russ Vought, responsabile del bilancio di Trump, che nel 2023 aveva affermato: “Vogliamo che si sveglino la mattina e non abbiano voglia di andare a lavorare”.

La reazione non si è fatta attendere anche sul piano giudiziario. Il 9 maggio, un giudice federale della California ha sospeso i licenziamenti in 20 agenzie e ordinato il reintegro di numerosi dipendenti. La sentenza ha stabilito che qualsiasi ristrutturazione dell’amministrazione federale deve passare per il Congresso, bloccando temporaneamente i piani dell’esecutivo. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha già presentato ricorso, e osservatori temono che, se le corti d’appello dovessero rimuovere gli ostacoli legali, i licenziamenti di massa possano riprendere a ritmo serrato nei prossimi mesi.

A oggi, la Casa Bianca non ha fornito dati ufficiali sulle partenze, né ha risposto alle richieste di commento. Trump e Musk continuano a difendere la loro politica come necessaria per “liberare il governo da inefficienze, sprechi e frodi”.

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23/02/2025

“Che ci state a fare qui?”. La mail di Musk per licenziare i dipendenti pubblici

Proseguiamo con il doppio binario informativo per aiutare i nostri lettori ad inquadrare quanto sta avvenendo a causa del “tornado Trump”. Ci sembra necessario perché l’informazione mainstream è totalmente concentrata sull’attuale politica estera statunitense (Ucraina, Gaza, dazi, voglia di annessioni, ecc.) ma totalmente distratta su quanto avviene “dentro” gli States.

Se, quindi, il distacco – o il ricatto – nei confronti soprattutto dell’Europa appare chiaro, la “ristrutturazione interna” sfugge per lo più ai radar. Ad esempio, si riferisce delle sostituzioni ai vertici militari, da cui sono stati rimossi contemporaneamente il capo di stato magggiore Charles Q. Brown (primo nero a ricoprire questa carica apicale) e Lisa Franchetti, prima donna a capo della Marina.

Fin troppo evidenti le ragioni “ideologiche” vetero-reazionarie che pretendono di avere in quei ruoli dei “wasp” (bianchi anglosassoni, possibilmente anche protestanti), e quindi la logica “liberal” che ne parla solo per questo aspetto.

Così come si dà conto dei tanti ricorsi alla magistratura presentati da esponenti democratici del Congresso e alla guida di singoli Stati.

Ma non ci sembrano questi gli avvenimenti più rilevanti per capire “perché” stia avvenendo questa ristrutturazione reazionaria della macchina pubblica yankee.

Sicuramente rilevante a noi sembra un’altra mossa del Doge (il dipartimento che deve effettuare fisicamente questa ristrutturazione), dopo la clamorosa chiusura di UsAid, che dovrebbe tra qualche mese riaprire le porte con soli 300 addetti invece che 10.000.

Tutti i dipendenti federali hanno ricevuto da Elon Musk un’email, sabato pomeriggio, cui dovranno rispondere entro lunedì sera. Dovranno riferire su cosa hanno lavorato nell’ultima settimana o affrontare il licenziamento. Panico generale, e non solo tra gli “uscieri”...

Musk è intervenuto direttamente nel suo classico stile mafioso-ricattatorio, pubblicando su X che la mancanza di risposta “sarà considerata come una dimissione”. Volontaria, no?

L’email chiede ai dipendenti di rispondere indicando almeno “5 punti su ciò che hai realizzato la scorsa settimana”.

Prudentemente, istruisce anche i dipendenti a non inviare informazioni “classificate”. Il termine per rispondere: fine giornata di lunedì, poco più di due giorni da quando è stata inviata. Curiosità: la mail istituzionale non includeva alcuna minaccia di punizione per coloro che non rispondono. Ma Musk ha preferito chiarire bene che si tratta di un ultimatum.

La sortita ha comunque suscitato le preoccupazioni del nuovo capo dell’Fbi, Kash Patel, costretto ad avvertire i dipendenti di non rispondere. “Quando e se fossero necessarie ulteriori informazioni, coordineremo la risposta”, ha spiegato ancora Patel, “per il momento, per favore, sospendete ogni risposta”.

L’annuncio arriva solo poche ore dopo che Donald Trump ha pubblicato sul suo social Truth un messaggio di applausi per Musk e il suo lavoro con il Doge nel ridurre le dimensioni del governo federale, incoraggiandolo ad “essere più aggressivo”. “RICORDATE, DOBBIAMO SALVARE IL NOSTRO PAESE”, ha scritto.

Molti avvocati si sono naturalmente messi subito al lavoro per contestare la legalità di un simile atto, e della stessa prassi utilizzata, che riguarda tutti i dipendenti federali (sono esclusi per ora quelli dei singoli Stati, ma sembra ovvio che i prossimi passi li riguarderanno in qualche modo, visto che i Governatori dovranno fare i conti con un budget sotto esame da parte della Casa Bianca).

Nelle scorse settimane l’amministrazione Trump aveva già tagliato le agenzie federali e licenziato dipendenti in prova. Inoltre l’Ufficio del Personale aveva inviato un’offerta di dimissioni differite ai dipendenti federali — con la email “Fork in the Road” — e oltre 77.000 dipendenti avevano accettato l’offerta di lasciare, riducendo del 3% la forza lavoro del governo.

Lo stesso Doge ha poi rapidamente coordinato il licenziamento di migliaia di dipendenti in diverse agenzie, dal Dipartimento dell’Energia alla General Services Administration, per ridurre la forza lavoro prendendo di mira intanto quelli in un periodo di “prova”.

Anche il ricorso alla magistratura, tentato da parecchi dipendenti, si sta rivelando inutile. Trump questa settimana ha ottenuto una vittoria in un tribunale federale, dove un giudice ha autorizzato Musk ad accedere ai dati del sistema di pagamento pubblico e quindi di orchestrare licenziamenti di massa.

Trump ha poi firmato un ordine esecutivo, martedì scorso, per obbligare le diverse agenzie federali a collaborare con il Doge per i “preparativi per avviare riduzioni su larga scala della forza lavoro”.

Anche il Pentagono ha annunciato venerdì i piani per licenziare 5.400 dipendenti, e altre agenzie hanno anche indicato che stanno continuando a cercare cosa tagliare. Ma è solo il primo passo per un taglio di spesa strutturale di quasi il 50% nei prossimi cinque anni.

L’American Federation of Government Employees, il sindacato che rappresenta i lavoratori in tutto il governo federale, ha criticato Musk e Trump per “il loro totale disprezzo per i dipendenti federali” e ha promesso di contestare qualsiasi “licenziamento illegale”.

“È crudele e irrispettoso verso centinaia di migliaia di veterani che indossano la loro seconda uniforme nel servizio civile essere costretti a giustificare i loro doveri lavorativi a questo miliardario fuori dal mondo, privilegiato, non eletto che non ha mai svolto un’ora di onesto servizio pubblico nella sua vita”, ha detto il presidente nazionale del sindacato, Everett Kelley.

Alcuni manager esperti di amministrazione pubblica pensano che la mossa di Musk sia una tattica per spaventare le persone e farle dimettere. E funzionerà, dicono.

“Legale o illegale, sono determinati a eludere ogni regola e interpretare male ogni regolamento che possono per licenziare le persone come se fosse un’azienda”. Non mancano però i problemi. “Sono chiaramente in panico. Non possono licenziare le persone così facilmente come si potrebbe fare in un’azienda privata, e dopo la purga dei dipendenti in prova, hanno bisogno di provare nuovi metodi per capire come farlo”.

Al di là di ogni considerazione sindacale o legale, però, ci sembra più importante illuminare la ragione di questo assalto con la motosega all’amministrazione pubblica. È infatti una bufala anche la giustificazione addotta dal duo Musk e Trump, secondo cui i dipendenti pubblici sarebbe “marxisti imboscati”, ovviamene fancazzisti ma con lo stipendio sicuro.

E ancora una volta bisogna guardare al livello colossale del debito pubblico statunitense, ai problemi di rifinanziamento aggravati dalla necessità di ampliarlo per poter spendere in deficit, nonché al problema principale: il venir progressivamente meno dei grandi acquirenti dei titoli di stato Usa (dalla Cina all’Arabia Saudita, ecc.).

Una superpotenza in declino si vede anche da questo. Da quanto deve tagliare la sua spesa. E se queste sforbiciate abnormi riguardano anche il Pentagono, allora tutta la tua capacità operativa in giro per il mondo diventa più striminzita. Come minimo gli Usa dovranno ora limitare la propria malevola attenzione a poche parti del mondo.

L’addio all’Europa (e a Zelenskij), insomma, rientra in questo cambiamento di priorità strategiche basato sulla mancanza di soldi.

Anche questa è una novità che bisognerà comprendere e metabolizzare rapidamente, se vogliamo agire come un’opposizione all’imperialismo che non sia solo di facciata.

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15/01/2025

Sanità: salta la firma di un contratto che umilia lavoratrici e lavoratori

Martedì 14 gennaio all’Aran è andato in scena l’ultimo atto della trattativa per il rinnovo del contratto nazionale della sanità: l’ennesimo attacco al sistema sanitario pubblico, con risorse decisamente insufficienti. Per i salari, infatti, era previsto un aumento del 5,78% che, a fronte dell’inflazione che nell’ultimo triennio è stata del 16%, avrebbe determinato la perdita di potere d’acquisto del 10%. Come avvenuto per le funzioni centrali, infatti, il governo sembra decisamente più interessato a finanziare l’economia di guerra che a far sì che lavoratrici e lavoratori arrivino a fine mese.

Quello della sanità è un settore di importanza fondamentale dove si opera in condizioni sempre più difficili, tra gli scarsi finanziamenti alle strutture pubbliche e le continue aggressioni ai sanitari; dal settore sanitario, in particolare pubblico, ormai si fugge.

Per questo USB aveva lanciato un appello a non firmare il contratto, presentandosi sotto le finestre dell’Aran. Gravi le responsabilità di chi ha dichiarato di condividere questo contratto, a partire dal Nursind pronto, con la penna in mano, a calpestare la dignità degli Infermieri in ossequio ai desideri del governo.

Un governo che esce perdente dalla tornata contrattuale per il rinnovo dei contratti pubblici: prima con una risicatissima maggioranza per la firma del CCNL delle Funzioni Centrali, bocciato al Referendum condotto da USB, CGIL e UIL dal 98% dei lavoratori e lavoratrici che hanno partecipato e, ora, con la bocciatura del contratto della sanità che riguarda una platea ben più consistente che sfiora i 600 mila lavoratori. E la prossima settimana si replicherà con il rinnovo del CCNL delle Funzioni Locali.

Con questa sonora bocciatura la questione salariale nel Pubblico Impiego torna prepotentemente al centro del discorso e sarà difficile continuare ad eluderla o, peggio, a banalizzarla come fatto fino ad ora.

Ma torna al centro anche il tema della democrazia sindacale, del diritto a non firmare contratti penalizzanti per i lavoratori e le lavoratrici senza essere per questo esclusi dai tavoli della trattativa decentrata.

Ora la mobilitazione si sposta nei posti di lavoro e nelle piazze; il futuro non è scritto e noi continueremo, come abbiamo fatto oggi, a fare la nostra parte fino in fondo per garantire diritti e salario alle lavoratrici e ai lavoratori della sanità pubblica e di tutto il comparto pubblico.

USB Sanità

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06/01/2025

Referendum CCNL Funzioni Centrali: il diritto di decidere

L'appuntamento contrattuale, generalmente vissuto nei luoghi di lavoro con rassegnazione e ritualità, anche per effetto di decenni di mortificanti contrattazioni al ribasso, si è trasformato nelle Funzioni Centrali in una importante occasione di partecipazione e dinamismo.

A dispetto di chi pensava di risolvere la partita contrattuale cancellando totalmente la questione salariale (aumenti del 6% a fronte di una inflazione nel triennio stimata al 16%), l'abbandono del tavolo da parte dell'USB, avvenuto recependo l'appello di circa 2000 rsu, ha rimesso prepotentemente al centro quella emergenza salariale che coinvolge tutte le categorie ed anche i dipendenti pubblici. Ed ha, inoltre, posto una questione dirimente: recepire le risorse per i rinnovi contrattuali pubblici e quindi rilanciare il welfare, invece di finanziare la vertiginosa corsa agli armamenti ed assicurare gli extra profitti alle banche.

In questo scenario l'abbandono del tavolo da parte di USB è stato un gesto capace di smascherare una contrattazione da troppo tempo svilita di senso e ridotta a pratica notarile per effetto degli accordi del '92/'93 e che, in questa occasione, registrava stanziamenti economici ben al di sotto dell'inflazione ed assoluta irrilevanza delle modifiche normative.

Le assemblee svoltesi in centinaia di luoghi di lavoro e che hanno votato una mozione che rigettava un contratto al ribasso, hanno condotto al partecipato sciopero della categoria indetto da USB il 31 ottobre e poi ancora a quello generale confederale del 13 dicembre, con al centro la questione salariale anche nel settore pubblico.

Un piano di intervento politico che ha avuto la capacità di portare la vicenda contrattuale dalle segrete stanze dell'Aran fin dentro i luoghi di lavoro.

Il referendum, congiuntamente indetto con CGIL e UIL, ha rappresentato la naturale prosecuzione del percorso: mentre Cisl e pseudoautonomi si apprestano a rendere definitivo un contratto in assenza di qualsiasi confronto con lavoratrici e lavoratori, la consultazione sull'ipotesi di contratto ha messo al centro del discorso il tema della partecipazione e della presa di parola di chi quel contratto lo deve vivere quotidianamente nei posti di lavoro.

Nonostante l'ostracismo delle amministrazioni, le difficoltà tecniche e la scomposta campagna di disinformazione da parte della Cisl e del sindacalismo sedicente autonomo ma in realtà totalmente prono al Governo, circa 40.000 lavoratrici e lavoratori delle Funzioni Centrali hanno sentito la necessità di pronunciarsi sul loro contratto travolgendo con il 98% di NO l'ipotesi di CCNL.

È dentro questo scenario di democrazia e partecipazione che deve leggersi tutto il percorso che ha caratterizzato questa vicenda contrattuale.

Stride l’immagine di quella risicatissima maggioranza sindacale che si è assunta la responsabilità di firmare il peggior contratto della storia del pubblico impiego senza alcun coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori, al cospetto della mobilitazione messa in campo in questi mesi: autoreferenzialità contro democrazia e partecipazione.

La coerenza che ha caratterizzato la nostra azione sindacale ci proietta immediatamente verso l'appuntamento di aprile per il rinnovo delle RSU nel pubblico impiego: un'occasione per rilanciare il ruolo delle RSU, delegittimare chi ha siglato un contratto che impoverisce i dipendenti pubblici e rendere più forte l’USB, che da sempre fa dell'indipendenza dai governi, della partecipazione e del conflitto il centro della sua azione sindacale.

Non sprechiamo questa occasione, è il momento di reagire, partecipare, candidarsi, dare forza a USB.

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01/11/2024

Il governo Meloni contro i lavoratori pubblici

Se fossimo in un mondo ideale dove tutto funziona perfettamente, dovrei dire che non sono tanto contento della notizia di un taglio del turn over. Ma non viviamo in un modo ideale e quindi ciascuno deve fare la sua parte e chi sta al governo deve comprendere cosa serve per tenere sotto controllo i conti dello stato”. Con queste parole Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica Amministrazione, ha preannunciato l’ennesimo boccone amaro da far inghiottire ai lavoratori pubblici con questa manovra di bilancio. L’ennesimo perché, con buona pace della propaganda governativa, arriva dopo una sequenza ininterrotta di interventi punitivi che rischia seriamente di gettare una pietra tombale su quel che resta del servizio pubblico.

Andiamo con ordine, cercando di far emergere la distanza siderale che esiste fra la narrativa del Governo e la realtà dei fatti.

Partiamo proprio con l’ultimo fronte dell’offensiva governativa. Le parole di Zangrillo alludono al blocco del turnover – cioè delle nuove assunzioni a seguito di personale in uscita, ad esempio perché va in pensione – che viene limitato per il 2025 al 75% (quindi per ogni 4 persone che escono una amministrazione potrà assumerne solamente 3). Una norma inserita quasi di nascosto nella legge di bilancio (art. 110) e che ci riporta indietro all’era pre-covid, quando una forte limitazione del turnover era la norma. E a poco serve ricordare che, facendo qualche confronto internazionale, si scopre che il numero dei dipendenti pubblici in Italia non è affatto superiore a quello degli altri Paesi, mentre sicuramente l’età media dei dipendenti pubblici da noi è ben più alta rispetto agli altri paesi. Per fare un confronto internazionale, un indicatore particolarmente opportuno è quello del rapporto fra numero di abitanti e numero di dipendenti pubblici, che ci dice cioè quante persone possono ricevere servizi da un singolo dipendente pubblico (ovviamente, quanto più alto è questo rapporto, peggiori saranno verosimilmente quantità e qualità del servizio erogato): ebbene (dati 2020), tale rapporto in Italia è pari a 17,37 (quindi, ogni dipendente pubblico in generale deve assicurare servizi a 17,37 abitanti), ben superiore non solo a Francia, Spagna e UK, ma anche a Germania e USA. I dati settoriali sono anche peggiori, indicando che un lavoratore della sanità, per fare un esempio sotto gli occhi di tutti, deve prendersi cura del doppio dei pazienti rispetto a Germania, Francia e Svezia.

La furia dell’austerità (pardon, della responsabilità) impone, per riprendere le parole del ministro Zangrillo, che “ognuno faccia la sua parte”. Eppure il ministro avrebbe dovuto dare retta... al sé stesso di pochi giorni prima, quando ad un incontro di Confindustria aveva candidamente ammesso che “Nei prossimi 5 anni perderemo 1 milione di dipendenti della Pubblica amministrazione” e che “Abbiamo disperato bisogno di giovani”.

La diminuzione di personale peraltro andrà di pari passo con i tagli lineari imposti tanto ai ministeri (nell’ordine del 5% della loro dotazione) quanto alle regioni (oltre 6 miliardi di euro aggiuntivi di tagli da qui al 2029) e agli altri enti locali (ulteriori 1,5 miliardi di tagli per Comuni e Province sempre da qui al 2029). Si tratta, in questo caso, dei primi effetti perversi del nuovo patto di stabilità che pone sotto controllo direttamente la spesa primaria degli Stati. È evidente che tagli di questa entità comporteranno non semplici “risparmi di gestione” ma veri e propri interventi di riduzione dei programmi di spesa delle amministrazioni (quindi, in definitiva, meno investimenti pubblici e meno servizi per i cittadini).

Possiamo proseguire, nella ricostruzione della lotta senza quartiere condotta dal Governo contro il pubblico impiego, con il rinnovo dei contratti per i lavoratori di questo settore. Con grande (e fuori luogo) enfasi, sempre il ministro Zangrillo – nel commentare i lavori preparatori della manovra di bilancio – aveva rivendicato che venivano già previste le risorse per il rinnovo del contratto per il triennio 2025-27. E perfino Giorgetti si è lanciato nel magnificare tale “innovazione straordinaria rispetto alle abitudini della contabilità pubblica” (in quanto solitamente le risorse sono stanziate solamente al termine del triennio di riferimento), chiarendo comunque che le risorse stanziate dovrebbero garantire – sempre per il triennio 2025-2027 – il recupero dell’inflazione attesa, che è previsto essere quasi insignificante!

Tutto a posto, quindi? Niente affatto, perché nella premura di occuparsi del triennio 2025-2027 (per il quale comunque ai lavoratori interessa poco quando le risorse sono stanziate, ma piuttosto quando sono effettivamente erogate) i due ministri trascurano allegramente il fatto che ci sono ancora da stipulare i contratti per il triennio 2022-2024, periodo durante il quale l’inflazione è stata tragicamente alta e le risorse stanziate dal Governo non sono assolutamente adeguate. Queste, infatti, comporteranno una perdita di salario reale per i lavoratori intorno al 10% (cioè, una famiglia nonostante il rinnovo del contratto potrà comprare il 10% di beni e servizi in meno rispetto a quanto poteva permettersi prima). Insomma, il Governo butta la palla in avanti, mettendo su carta pochi soldi per il triennio successivo, ma non muove un dito per aumentare le risorse per il rinnovo contrattuale da chiudere ora e provare a garantire un minimo di recupero di salario reale già perso. Anzi, per essere precisi un dito lo muove (il medio?) prendendo in giro i lavoratori e inserendo nella legge di bilancio un nuovo stanziamento che porterà – udite udite – ben 6 euro (lordi) in tasca ai lavoratori.

Non stupisce che un contratto (quello 2022-2024) così irricevibile venga rispedito al mittente da parte delle organizzazioni sindacali, per lo meno da quelle non disposte a perdere del tutto la faccia davanti ai lavoratori. Oltre USB che, coerentemente con quanto detto e già fatto in passato, ha abbandonato il tavolo del rinnovo del comparto funzioni centrali, pare infatti che stavolta anche CGIL e UIL non saranno disponibili a sottoscrivere un contratto così indecente. Si va quindi verso un contratto, e sarebbe una prima volta in assoluto nel lavoro pubblico, sottoscritto unicamente da CISL e qualche sigla autonoma di destra, tutte organizzazioni ben contente, evidentemente, di accreditarsi agli occhi del Governo Meloni come interlocutori “responsabili”. Il danno per i lavoratori di questa operazione è doppio: da una parte si troveranno un contratto rinnovato con aumenti ridicoli, ma “legittimato” da qualche organizzazione sindacale compiacente, dall’altro rischiano di perdere rappresentanza anche sui tavoli sindacali locali. Occorre infatti evidenziare una criticità specifica delle relazioni sindacali in ambito pubblico: da una parte è l’unico settore in cui esiste un criterio di rappresentatività perché un’organizzazione sia ammessa al tavolo negoziale in sede di contratto collettivo (un’organizzazione è rappresentativa se supera la soglia del 5%, calcolata come media del numero degli iscritti e dei voti ricevuti alle elezioni per le RSU), dall’altra – in virtù di una norma profondamente antidemocratica – si prevede che ai tavoli di contrattazione integrativa (che trattano ormai moltissime materie fondamentali, dall’organizzazione del lavoro alla sicurezza sui luoghi di lavoro, passando per i meccanismi di valutazione e premialità) siano ammesse unicamente le organizzazioni sindacali che hanno sottoscritto il contratto collettivo. Come dire: con una mano la legge afferma che sei rappresentativo, con l’altra prevede che sei rappresentativo solamente se mi dici sempre di sì...

Inoltre, vale la pena di ricordare un’ultima attenzione che il Governo ha rivolto al settore pubblico, vale a dire l’impegno, solennemente assunto e messo nero su bianco nel Piano Strutturale di Bilancio inviato a Bruxelles, di “assicurare che almeno il 20% dei posti vacanti a livello annuale per posizioni dirigenziali siano assegnati ai funzionari più meritevoli, selezionati sulla base di un’adeguata procedura di valutazione della performance”. Un ennesimo colpo al principio democratico inserito in Costituzione secondo cui ai pubblici impieghi si accede per concorso, parzialmente sostituito con una più comodo “procedura di valutazione della performance” che permetterà di offrire crescita professionale ed economica in misura totalmente discrezionale, in modo da premiare i dipendenti più fedeli e accondiscendenti.

Al posto del “mondo ideale” vagheggiato dal ministro Zangrillo prende luce quindi l’idea di pubblica amministrazione di questo Governo: meno dipendenti, più anziani, meno pagati e (per le posizioni apicali) selezionati sempre più arbitrariamente.

Noi vogliamo il contrario, cioè servizi pubblici adeguati per quantità e qualità, e questo si potrà ottenere solamente partendo dal restituire dignità a chi nel settore pubblico lavora e, nonostante i tentativi di definitivo affossamento (funzionali a fare spazio al privato per chi può permetterselo), fa funzionare uffici, scuole e ospedali che quotidianamente utilizziamo.

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26/10/2024

Dipendenti dello Stato ma senza soldi e senza case. Il 31 ottobre è sciopero del pubblico impiego

Tra le tante storture che la contrattazione per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici sta facendo emergere, sicuramente quella salariale è la più evidente e anche la più dirompente, essendo un dato incontrovertibile, dal momento che a fronte di un’inflazione che nel triennio di riferimento 2022-2024 sta al 17,7%, il governo ha stanziato risorse per aumenti del 6%, nella migliore ipotesi e non per tutti, il che si traduce in una perdita molto rilevante del potere d’acquisto degli stipendi pubblici.

Uno dei tanti riscontri oggettivi che certificano l’esistenza di una “questione salariale” dei lavoratori pubblici sta nell’elevatissimo numero di rinunce al “posto fisso” da parte di moltissimi neoassunti che hanno verificato di non potersi permettere un alloggio nella città di assegnazione con lo stipendio percepito. Un fenomeno che non è marginale e che in alcune città, soprattutto nel Centro-Nord Italia, ha prodotto rinunce superiori al 30% tra i vincitori di concorso.

Da sempre attenti alle questioni abitative, stiamo monitorando questa situazione, anche attraverso un’indagine online e i dati raccontano di una realtà spesso drammatica, dal momento che in città come Milano, Firenze, Bologna, più della metà dello stipendio viene assorbito dal costo dell’alloggio, con variazioni che vanno dal 35/40% per una singola camera al 60% per un appartamento di piccole dimensioni; a tutto ciò vanno aggiunti i costi delle utenze.

Si crea una situazione paradossale per la quale chi lavora per lo Stato non può permettersi un alloggio nel territorio di quello stesso Stato per cui lavora: quando si verifica una situazione di questo tipo è un segnale evidente che esiste un problema serissimo che mette in discussione la funzione stessa dello Stato.

La nostra scelta di abbandonare il tavolo delle trattative, soprattutto per la mancanza di risorse economiche adeguate (sennò a che serve contrattare?) e di indire uno sciopero generale del pubblico impiego per il 31 ottobre è una risposta chiara e determinata ad una situazione che diventa sempre più drammatica e che solo negli ultimi quindici anni, a partire dal blocco delle retribuzioni voluto da Brunetta e durato sette anni, ha prodotto una perdita di potere d’acquisto dei salari pubblici non più recuperabile e che veleggia verso il 30%, ovvero un terzo dello stipendio.

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04/09/2024

Rinunciare al lavoro stabile nel Nord perchè gli affitti si mangiano lo stipendio

È di questi giorni la notizia che un quinto dei docenti siciliani entrati in ruolo, ma con assegnazioni nel nord Italia, hanno rinunciato all’incarico nonostante questo significasse perdere un contratto a tempo indeterminato e continuare a fare supplenze.

La ragione è semplice ma dolorosa: gli alti affitti a Milano e nelle città del Nord (ma ormai anche a Roma) si fregano gran parte dello stipendio e rendono quindi impossibile uno standard di vita dignitoso. Ma si potrebbe anche vedere in altro modo: le retribuzioni dei docenti e dei dipendenti pubblici sono talmente basse che rendono impossibile pagarsi l’affitto di una casa a Milano e nelle città del Nord.

Risultato: è più praticabile vivere di supplenze a casa propria che diventare di ruolo ma in città dove i prezzi degli affitti sono praticamente impazziti dalla fine della pandemia.

Una indagine del Formez, in riferimento ai dati del 2022, rileva come il tasso di copertura dei posti messi a bando dalla Pubblica Amministrazione nel Nord Italia raggiungeva appena il 75% del totale, con dati completamente opposti nel Meridione e nelle regioni del Centro Italia, dove la percentuale arriva al 150%.

Il problema è serio. Si era presentato prima episodicamente poi via via sempre più clamorosamente, tanto che se ne è accorta anche la Confindustria, la quale ha ventilato la richiesta di misure di contenimento per gli affitti dei nuovi assunti.

Certo, come sottolinea il sindacato Usb in una nota, la Confindustria si guarda bene dall’evidenziare la diminuzione costante del potere d’acquisto dei salari in Italia negli ultimi vent’anni, però individua nella questione abitativa una delle voci che maggiormente incidono su salari indecentemente bassi da troppi anni.

“Nel Pubblico Impiego il tema è già esploso in quanto il problema degli affitti è una concausa delle numerosissime rinunce da parte dei vincitori di concorso che stanno generando una cronica carenza di personale in particolare nelle amministrazioni del centro nord” scrive Usb che sulla questione ha dato il via ad una vera e propria inchiesta. A questo link è possibile partecipare all’inchiesta.

Le centinaia di risposte che arrivano dai neoassunti all’inchiesta di USB sulla questione abitativa, stanno confermando la gravità di questo fenomeno.

L’USB da un lato sta richiedendo, da tempo e in splendida solitudine, misure di sostegno proponendo un sostegno all’affitto dedicato ai nuovi assunti fuori sede attraverso il fondo credito e un piano di edilizia pubblica agevolata.

Dall’altro intende continuare a dare battaglia sulle retribuzioni nei tavoli di rinnovo dei contratti, chiedendo più risorse e misure da mettere in campo rispetto alla questione abitativa dei nuovi assunti che non possono non tenere conto della generalità del problema che investe tutti i lavoratori e le lavoratrici del nostro Paese, compresi i dipendenti pubblici.

La liberalizzazione totale degli affitti e la primazìa della rendita immobiliare si conferma così essere una maledizione e un serio ostacolo alla mobilità sociale e allo sviluppo del paese. Sulla materia abitativa occorre mettere mano con lo spadone e non con incentivi alla speculazione – piccola e grande – come indicano le misure adottate anche da questo governo, come del resto hanno fatto anche quelli precedenti da decenni.

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02/09/2024

Questione abitativa neo assunti: se lo dice perfino Confindustria, c’è un problema di costo della vita. L’inchiesta di USB Pubblico Impiego

Anche Confindustria se n’è accorta: c’è un problema di costo della vita in questo Paese.

Chiaramente, l’organismo di governo dei padroni si guarda bene dal menzionare la questione salariale come nodo fondamentale, ma la richiesta di misure di contenimento per gli affitti dei nuovi assunti da un lato ammette ciò che Eurostat ha ampiamente certificato, cioè la diminuzione costante del potere d’acquisto dei salari in Italia negli ultimi vent’anni; dall’altro individua nella questione abitativa una delle voci che maggiormente incidono sui miseri salari.

Nel Pubblico Impiego il tema è già esploso in quanto il problema degli affitti è una concausa delle numerosissime rinunce da parte dei vincitori di concorso che stanno generando una cronica carenza di personale in particolare nelle amministrazioni del centro nord. Le centinaia di risposte che arrivano dai neoassunti all'inchiesta di USB Pubblico Impiego sulla questione abitativa, stanno confermando la gravità di questo fenomeno. A questo link è possibile partecipare all'inchiesta.

USB PI nell’ambito della denuncia sulla drammatica situazione salariale in cui versano le lavoratrici ed i lavoratori pubblici da tempo sta richiedendo, in splendida solitudine, misure di sostegno proponendo un sostegno all’affitto dedicato ai nuovi assunti fuori sede attraverso il fondo credito e un piano di edilizia pubblica agevolata.

Aumentare i salari è la priorità e USB PI continuerà a dare battaglia sui tavoli di rinnovo dei contratti chiedendo più risorse e misure da mettere in campo rispetto alla questione abitativa dei nuovi assunti che non possono non tenere conto della generalità del problema che investe tutti i lavoratori e le lavoratrici del nostro Paese, compresi i dipendenti pubblici.

USB Pubblico Impiego

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29/07/2024

Italia - Ancora salari da fame

Gli strepitii contro il feticcio della rincorsa prezzi-salari hanno raggiunto gli effetti sperati, facendo emergere quanto già chiaro da tempo e sconfessando la retorica del Governo secondo cui l’economia italiana primeggia in Europa. In verità, l’Italia è maglia nera nella caduta dei salari rispetto all’inflazione. Secondo l’OCSE, infatti, in Italia, rispetto al quarto trimestre del 2019, i salari reali, cioè i salari al netto dell’inflazione, sono caduti del 6,9%. Più del triplo di quanto siano caduti in Germania, il contrario di quanto sia accaduto in Francia (+0.1%).

Retribuzioni orarie, retribuzioni contrattuali e inflazione

Il problema dei salari in Italia è atavico, ma è andato via via aggravandosi negli ultimi decenni. Si tratta di una particolarità talmente evidente da richiamare l’attenzione anche della Commissione Europea, la quale ha notato come, in un decennio (2013-2022), la crescita dei salari nominali in Italia sia stata di circa il 12%, la metà della media europea (23%). Nello stesso periodo, mentre in UE i salari reali crescevano poco, ma crescevano (+2,5%), in Italia si verificava una caduta del 2%.  In fin dei conti, la situazione è talmente drammatica che persino Bankitalia ha dovuto smentire, dopo le prime preoccupate dichiarazioni dell’ex Governatore Visco, la probabilità di una rincorsa prezzi-salari ammettendo per bocca di Panetta, che l’attuale aumento delle retribuzioni rappresenta un inevitabile recupero del potere d’acquisto, destinato ad affievolirsi a mano a mano che la perdita da recuperare si ridurrà. C’è da dire che gli aumenti dei salari monetari che si stanno verificando non sono particolarmente vigorosi. Se si tralascia il 2020, in cui la riduzione delle ore lavorate imposta dalle chiusure complica la lettura del dato, i tassi di crescita delle retribuzioni per ora lavorata non sono state particolarmente dissimili dai dati che si registravano nell’epoca pre-covid. Su base tendenziale, cioè rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il tasso di crescita del secondo trimestre del 2022 (3,22%) – cioè in piena crisi inflazionistica – è simile a quello del secondo trimestre del 2018 (3,19%). Esso, inoltre, rappresenta anche il valore più alto degli ultimi trimestri, basti pensare che rispetto al primo trimestre del 2023, nel primo trimestre del 2024 i salari nominali per ora lavorata sono cresciuti solo dell’1,15%. Insomma, i salari nominali sono cresciuti sostanzialmente sempre allo stesso (anemico) ritmo, sia quando l’inflazione era praticamente zero, sia quando ha distrutto il potere di acquisto dei lavoratori. È fondamentale infatti tenere sempre a mente la differenza fra salari nominali e salari reali, i quali ultimi tengono conto del livello dei prezzi e sostanzialmente ci dicono quanti beni e servizi possiamo comprare con i nostri stipendi.

Se analizziamo i dati in termini di crescita cumulata, a marzo del 2024 i salari nominali per ora lavorata erano solo del 5% superiori rispetto ai valori di marzo 2021. E i prezzi? Nello stesso periodo, la crescita cumulata dei prezzi è stata pari al 17,3%. Il risultato è una caduta dei salari reali per ora lavorata pari a più del 10%. D’altronde, anche le retribuzioni orarie contrattuali (si tratta di un dato che astrae dalla composizione della forza lavoro in termini di qualifiche, anzianità, contrattazione decentrata, straordinari) non sembrano mostrare alcuna particolare accelerazione se si considera che nel marzo del 2024 segnavano una crescita del 5,3% rispetto al 2021 e che nei mesi di aprile e maggio la crescita sembra essersi già interrotta. Se un rimbalzo nella contrattazione c’è stato, dunque, è stato molto limitato e soprattutto si è esaurito. Salvo una repentina e auspicabile modifica delle rivendicazioni salariali da parte di lavoratori e sindacati, dunque, è probabile attendersi un ritorno ai ritmi di crescita dei salari nominali simili a quelli sperimentati prima della fiammata inflazionistica e, dunque, che la perdita di potere d’acquisto verificatasi si vada consolidandosi.

Cosa c’entra l’austerità: rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici e cuneo fiscale

Il settore pubblico è da sempre fanalino di coda della contrattazione. Basta dare la parola all’ARAN, (cioè l’Agenzia che rappresenta la parte datoriale nella contrattazione collettiva del pubblico impiego) per renderci conto che a partire dalla triste stagione del blocco della contrattazione nel 2010 il settore pubblico (linea blu nel grafico) si è sempre distinto non solo per non garantire almeno l’allineamento con l’inflazione (linea rossa) ma in termini di dinamica salariale ha fatto addirittura peggio di quanto accedeva nel settore privato (linee azzurro e viola).

Tra mancati rinnovi e aumenti indecorosi, il settore pubblico si è ritrovato alle soglie della fiammata inflazionistica con salari reali da fame. L’ultima tornata di rinnovi (2022-2024) ha previsto un aumento del 5,8%, una cifra che sembrerebbe considerevole se paragonata alle precedenti e che tuttavia, significa una perdita cumulata di almeno 10 punti percentuali sul potere d’acquisto dei salari. Colmare la perdita costerebbe circa 30 miliardi, troppi, se l’austerità stringe. Il Ministro Zangrillo, infatti, ha invitato al realismo. La Legge di Bilancio, dice, è di fatto commissariata. Non ci sarà spazio per ulteriori rinnovi. Detto in altri termini, l’austerità si scaricherà direttamente sulle tasche dei lavoratori e delle lavoratrici che vedranno i loro rinnovi contrattuali congelarsi. Il ministro, tuttavia, rivendica il finanziamento del taglio del cuneo fiscale, battaglia nostro malgrado anche dei sindacati confederali. Emerge quindi, con particolare cogenza e come avevamo annunziato, il che, da un lato, per quanto riguarda il settore privato, rappresenta nei fatti un regalo ai profitti poiché scarica sulla fiscalità generale, invece che su di essi, l’onere di alleviare la drammatica situazione salariale; dall’altra, in un contesto di austerità, funziona come arma di distrazione di massa per il Governo che mentre raccomanda alle imprese di non alzare i salari fa finta di regalare due spiccioli ai lavoratori mentre taglia la spesa sociale.

E al danno stavolta si unisce la beffa: una fascia non piccola di lavoratori pubblici (ad esempio un funzionario con una ventina di anni di anzianità di servizio) si trova probabilmente proprio intorno alla soglia di retribuzione attualmente prevista per avere diritto alla decontribuzione, per cui i 4 spiccioli di aumento salariale nominale rischieranno di farli decadere dal beneficio. La conseguenza è grottesca: a fronte di un (ridicolo) aumento della retribuzione, non potranno più godere dello sgravio con il risultato che la loro busta paga netta resterà esattamente invariata. È una specie di compimento del delitto perfetto consistente nell’affidare a strumenti impropri la difesa dei salari, in quanto il Governo potrà anche fare bella figura dicendo di aver conservato lo sgravio, ma col passare del tempo gli costa via via sempre di meno perché la platea dei beneficiari si assottiglia in maniera automatica.

Cause e soluzioni

L’inflazione, dunque, ha rappresentato l’ennesimo colpo ai salari reali in Italia che, unico paese OCSE, vede una situazione salariale peggiore rispetto addirittura al 1991.

Le cause sono molteplici e sono da rintracciarsi in ciò che è accaduto alla conflittualità dei lavoratori, alle istituzioni della contrattazione e del mercato del lavoro.

La progressiva abolizione fino alla cessazione della scala mobile ha comportato di per sé, una difficoltà dei salari nel tenere il passo dell’inflazione. Difficoltà che ha strisciato negli anni delle politiche deflazionistiche, comportando un’erosione del potere d’acquisto lenta ma costante, ed è esplosa in tutta la sua violenza non appena l’inflazione ha fatto capolino. Nel frattempo, l’erosione del potere contrattuale dei lavoratori si era andata consolidandosi, complici le già menzionate politiche deflazionistiche, nella forma di alti tassi di disoccupazione e sottoccupazione dilaganti, l’esplosione dei contratti a termine e l’arrendevolezza dei sindacati, con l’Italia che iniziava a caratterizzarsi come il paese con il minor numero di scioperi, nonostante la vulgata alimentata a più riprese dal ministro Salvini. Ma, come abbiamo più volte sostenuto, non esistono scorciatoie per aumentare i salari che passino da aumenti della produttività, tagli del cuneo e chi più ne ha più ne metta. L’unica soluzione per aumentare i salari è, appunto, aumentare i salari e per farlo è necessaria, come mai prima d’ora, una grande stagione di conflittualità che si ponga l’obiettivo di strappare risorse ai profitti e redistribuirle tra lavoratori e lavoratrici.

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08/07/2024

Argentina - Milei procede con il massacro sociale. Un lavoratore su tre sotto la soglia di povertà. Proseguono gli scioperi

Il 35 per cento degli occupati in Argentina vive al di sotto della soglia di povertà. A rivelarlo è un’indagine del Centro ricerche della facoltà di Economia dell’Università di Buenos Aires, il quale ha analizzato in un rapporto i dati forniti dall’Istituto Nazionale di Statistica e Censimento (Indec) su occupazione, attività e reddito nel primo trimestre del 2024.

Lo studio ha rilevato una crescita del 32,4 per cento della disoccupazione tra il quarto trimestre del 2023 e il primo trimestre del 2024, con circa 1,08 milioni di persone che si sono dichiarate senza lavoro.

Il 35 per cento degli occupati vive però sotto la soglia di povertà: in base ai dati Indec, i redditi sono diminuiti del 14 per cento negli ultimi sei mesi, ed in media del 40 per cento dal 2017.

Fra i settori che hanno registrato il maggior numero di posti di lavoro persi nel periodo considerato c’è quello edilizio (42,7 per cento), seguito dal settore produttivo, dai servizi commerciali, finanziari e immobiliari.

Resumen Latinoamericano riporta come il presidente Javier Milei si sia dato l’obiettivo di 50.000 licenziamenti nello Stato e, finora, i sindacati indicano che 22.000 sono stati resi effettivi dall’inizio del suo mandato. In questa nuova ondata iniziata a luglio, dopo la proroga di tre mesi dei contratti fatta a marzo, si registrano circa 2300 rescissioni di contratti, per lo più presso il Ministero della Giustizia, con particolare attenzione alle aree di Genere e Diritti Umani.

“Milei vuole distruggere lo Stato e la possibilità di migliorare le condizioni di vita della gente; e rafforzarlo nella sua versione di repressione e affari”, ha detto il segretario sindacale dell’ATE nazionale, Oscar de Isasi, intervistato da Radio Universidad.

Per contrastare la demolizione della pubblica amministrazione portata avanti dal governo di Javier Milei, giovedì l’Associazione dei lavoratori statali (ATE) ha indetto uno sciopero nazionale per chiedere il reintegro dei lavoratori licenziati. “È stata una misura che ci ha permesso di dimostrare a un governo che ci ha dichiarato guerra che stiamo andando in guerra”, ha detto il segretario generale dell’ATE Nacional, Rodolfo Aguiar.

Lo sciopero dei lavoratori statali ha avuto un enorme sostegno a livello nazionale. “Fin dalle prime ore del mattino c’è stata una media del 90% in tutta l’Argentina”, ha detto Aguiar. “Nel caso della capitale federale, il ritiro dei posti di lavoro in tutti i ministeri e le agenzie per partecipare alla mensa dei poveri che ha avuto luogo in Plaza de Mayo di fronte alla Casa Rosada è stato massiccio”, ha aggiunto.

Il governo ha finora completato 3.000 licenziamenti dall’ondata di licenziamenti nello Stato iniziata alla fine di giugno, che si è aggiunta al round precedente, alla fine di marzo.

A Buenos Aires la polizia ha represso e arrestato i lavoratori dell’INTI, dell’ATE e della CTA autonoma che stavano protestando ai cancelli dell’istituto per respingere il licenziamento di 288 lavoratori degli appalti nell’ambito della nuova fase di licenziamenti statali promossa dal governo nazionale. “Propongono un modello di Paese che procede solo con la repressione. Chiediamo l’immediato rilascio dei due compagni detenuti”, ha denunciato il segretario generale dell’ATE Nacional, Rodolfo Aguiar. Con scudi, bastoni e gas, la polizia municipale ha sgomberato la strada e arrestato Sergio Melo e Damián Pereyra, operai e militanti della CTA autonoma. “Se non c’è INTI, non c’è industria nazionale”, è stata la rivendicazione dei lavoratori delle organizzazioni che lavorano per assistere lo sviluppo di grandi e piccole industrie.

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05/04/2024

Argentina - Migliaia di licenziamenti tra i dipendenti statali. Cresce la protesta

Dopo aver appreso nel fine settimana di oltre 11.000 licenziamenti nella Pubblica Amministrazione, l’Associazione dei Lavoratori Statali (ATE) ha effettuato proteste massicce in tutte le agenzie e ministeri, sia con i lavoratori a tempo indeterminato, sia con quelli assunti che non sono stati licenziati sia con quelli che hanno già ricevuto il loro preavviso di licenziamento.

In molti uffici pubblici lavoratrici e lavoratori hanno cercato di entrare tutti insieme nei loro luoghi di lavoro nonostante la massiccia presenza di polizia che aveva il compito di bloccare coloro che sono stati licenziati.

“Noi lavoratori statali siamo riusciti a entrare nella maggior parte dei ministeri e delle agenzie e a occupare i nostri posti di lavoro. Ma deve essere chiaro che nulla finisce oggi, tutto inizia oggi perché il governo sta sicuramente perseguendo 70.000 lavoratori salariati e cercando di far sparire lo Stato come lo abbiamo concepito fino ad ora”, ha detto il segretario generale del sindacato, Rodolfo Aguiar, che ha partecipato alla protesta all’ingresso nel Ministero del Lavoro.

In questo contesto, il leader sindacale ha sottolineato che: “Il livello di aggressività che stiamo subendo è enorme. L’attacco ai nostri diritti fondamentali di lavoratori è senza precedenti. Di fronte a questo, dobbiamo approfondire il nostro piano di lotta. Questo è il motivo per cui abbiamo convocato una plenaria di delegati provenienti da tutto il paese con l’intenzione di definire una nuova misura di forza generale entro la fine di questa settimana”.

L’assemblea plenaria vedrà la partecipazione di oltre mille delegati provenienti da tutto il paese e da tutti gli enti pubblici in modalità mista tra partecipazioni in presenza e collegamenti da remoto.

Mercoledì il governo Milei ha confermato che ci sono 15.000 contratti di lavoratori pubblici che non sono stati rinnovati.

“In effetti, il numero finale è di circa 15.000 contratti che non sono stati rinnovati. Ne abbiamo parlato ripetutamente, non c’è molto altro da dire, fa parte del lavoro che facciamo per ridurre lo Stato. Personale che non è necessario, che non continua a ricevere entrate dallo Stato”, ha detto il portavoce del governo Manuel Adorni in una conferenza stampa.

Inoltre, e per quanto riguarda le proteste dei lavoratori dell’ATE, ha assicurato che “ciò che è al di fuori della legge avrà le conseguenze corrispondenti in ogni caso”.

Il segretario del sindacato dei lavoratori statali, ha replicato al governo: “causare licenziamenti di massa nello Stato significa sopprimere i diritti fondamentali delle persone” – ha affermato Rodolfo Aguiar – “Non viene rispettato il Patto sui diritti economici, sociali e culturali, che obbliga gli Stati a proteggere il lavoro e garantire la piena occupazione”.

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31/12/2023

La precarietà diventa pubblica (altro che posto fisso)

La Pubblica Amministrazione sarà più attrattiva. Ai giovani il posto fisso non basta”. Questa fu la celebre frase con cui il Ministro Zangrillo inaugurò la stagione del “posto figo”, e purtroppo è stato di parola. Il triste regalo di Natale del Ministro è infatti il Decreto Ministeriale (DM) del 26 dicembre con cui apre le porte all’uso dell’apprendistato nella pubblica amministrazione, a cominciare dal personale dell’università.

Il Decreto prevede che fino al 10% delle nuove assunzioni (addirittura fino al 20% per Comuni, Province e Città Metropolitane) possa avvenire attraverso un contratto di apprendistato fino a tre anni che poi – previa una “valutazione positiva del servizio prestato, accompagnata da una relazione motivata concernente il servizio prestato, le attività svolte e la performance conseguita” – si trasforma nell’agognato (per i lavoratori, non per il Ministro) tempo indeterminato.

Le Pubbliche Amministrazioni potranno utilizzare questa modalità di assunzione fino al 2026, scadenza non a caso coincidente con la conclusione del PNRR, e infatti questa possibilità di assunzione viene presentata come uno degli elementi della strategia per sbloccare gli investimenti finora frenati dalle carenze di organico specialmente a livello locale, dove i “bandi PNRR” di ricerca del personale finora emanati erano tutti o quasi a tempo determinato senza nessuna garanzia di successiva assunzione a tempo indeterminato, col risultato di andare spesso deserti a causa dei bassi stipendi offerti e degli alti costi che i lavoratori si trovavano a dover affrontare in particolare in caso di trasferimento nelle grandi città.

In realtà, visto l’andazzo, c’è da temere fortemente che dal 2026 ci ritroveremo comunque con pochi investimenti fatti, ma con l’ennesimo colpo ai diritti dei lavoratori anche nella pubblica amministrazione, non solo con il proliferare di forme di inquadramento anomale, ma anche con criteri di selezione sempre più discutibili.

Il nesso con il PNRR, del resto, è tirato in ballo in maniera strumentale dal decreto, usato di fatto come leva per introdurre l’apprendistato. Le pubbliche amministrazioni, da qui al 2026, dovranno gestire non solo l’ordinario ma pure i 200 miliardi di euro di investimenti PNRR, e per questo hanno bisogno di personale anche a tempo, o comunque non automaticamente rinnovabile. Tuttavia, proprio in virtù di questo, avrebbero potuto, se questo fosse stato l’obiettivo, limitare il ricorso all’apprendistato a quelle amministrazioni, e al loro interno a quegli uffici, che sono direttamente impegnati nell’attuazione degli investimenti e delle riforme del Piano. Ciò avrebbe limitato di molto la possibilità di ricorrere all’apprendistato, circoscrivendolo alle mansioni connesse al lavoro straordinario derivante dal PNRR. Invece, il PNRR si cita solo retoricamente, mentre gli apprendisti saranno impiegati soprattutto nelle attività ordinarie delle amministrazioni. Prova di ciò sta nel fatto che il comma 3 dell’art. 1 del Decreto Ministeriale prevede la deroga all’art. 36 del DL 165/2001, ovverosia la deroga al principio secondo cui le pubbliche amministrazioni possono assumere con contratti precari “soltanto per comprovate esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale”.

Nella sostanza il DM è una piccola galleria degli orrori: questa tipologia di assunzione è riservata a giovani di età inferiore ai 24 anni, neolaureati o che hanno completato gli esami previsti dal proprio ciclo di studio se l’Università ha in essere una convenzione con qualche pubblica amministrazione. Si sposa in pieno quindi l’idea che chi è giovane deve prima “farsi le spalle” e sottostare a condizioni peggiorative per entrare nel mondo del lavoro, salvo poi ricordarsi (art. 5) che costituisce elemento di valutazione, fra gli altri, “la rilevanza e la pertinenza delle esperienze professionali documentate con il profilo da ricoprire, nonché la durata delle medesime, ove attinenti”: insomma, per essere assunto devi prima esserti formato (non solo sui libri, ma anche professionalmente), ma poi da me Stato sempre da apprendista sarai trattato. Fra i titoli di studio sono oggetto di valutazione anche “la media ponderata dei voti conseguiti nei singoli esami” e “la regolarità dello svolgimento del percorso di studi”, misure penalizzanti per gli studenti-lavoratori, o semplicemente per chi nel proprio percorso di studi ha incontrato qualche difficoltà (ma magari criteri ad hoc per favorire le università-esamifici, a partire da quelle private). E si badi bene, in nome dell’immancabile “ottica di valorizzazione del merito” (art. 6), la media ponderata degli esami vale almeno per il 25% della valutazione complessiva ai fini dell’assunzione. Insomma, e per espressa ammissione dei Ministri (non a caso il Decreto è cofirmato dalla Ministra dell’Università Bernini), “ad aprire la strada all’apprendistato sono le convenzioni con le Università per individuare gli studenti da assumere”, un ulteriore svilimento delle Università stesse sempre più trasformate da enti educativi e di ricerca a una sottospecie di centri di avviamento al lavoro (povero).

L’articolo 4 infine, in maniera criptica, introduce un ambiguo principio di “Territorialità del reclutamento” che – insieme all’articolo 7 che disciplina le Convenzioni che le amministrazioni devono stipulare prioritariamente con le Università più vicine – paradossalmente finisce per costituire addirittura un freno alla mobilità delle persone (peraltro una delle contestazioni mossa più frequentemente ai giovani in maniera sprezzante definiti troppo choosy).

Tutte queste potrebbero alla fin fine sembrare solo note di colore, alchimie contabili con cui lo Stato si prende in giro da solo per aggirare parzialmente i vincoli auto-imposti con le politiche economiche di austerità che rendono difficoltosa la spesa pubblica (peggio che mai quella “corrente”, costituita in parte maggioritaria dalle spese per il personale). Tuttavia, a parte il fatto che occorrerà vigilare su come i vari istituti contrattuali (a partire da quelli economici) verranno applicate a questa tipologia di lavoratori, la nostra idea invece è che queste misure vanno contrastate a partire dalla loro funzione disciplinante: un neoassunto giovane, probabilmente alla prima esperienza lavorativa, la cui conferma dipende dalla valutazione del proprio dirigente, è verosimilmente un lavoratore facilmente ricattabile (o almeno più facilmente condizionabile), a cui “sconsigliare” scioperi o attività sindacale, o imporre obiettivi e carichi di lavoro spropositati; si crea un’ulteriore segmentazione del lavoro negli uffici, con il proliferare di gerarchie e interessi divergenti, cercando di mettere i lavoratori stessi gli uni contro gli altri.

La verità è che nella pubblica amministrazione di flessibilità ce n’è fin troppa, e lo Stato-datore di lavoro è ormai da anni diventato uno dei principali produttori di precarietà, con la conseguenza non solo di impoverire i propri lavoratori, ma anche di offrire alla cittadinanza servizi sempre meno validi dal punto di vista qualitativo.

Il caso della scuola è esemplare, con un numero di supplenti (soprattutto quelli annuali) in continua crescita, un fabbisogno facilmente programmabile (oggi possiamo già sapere con certezza quante classi dovremmo formare – e quindi di quanti docenti abbiamo bisogno – in un orizzonte medio-lungo) ma nonostante ciò ad ogni inizio anno scolastico si ripetono le scene del caos organizzativo dovuto alle nuove nomine temporanee, con conseguente ansia dei supplenti stessi che scoprono da una sera all’altra in quale scuola (e a volte addirittura quale provincia o regione) sono assegnati, e alunni costretti a cambiare ogni anno il proprio docente e iniziare i programmi in ritardo.

Sorvolando sul disastro pedagogico di questa situazione (evidentemente non rilevante né per questo Governo né per quelli che lo hanno preceduto) osserviamo che si tratta di un fenomeno numericamente ben noto alla Ragioneria Generale dello Stato, che nel proprio osservatorio sul pubblico impiego fornisce un quadro sconfortante: il numero di insegnanti precari (“Altro personale”) è in crescita costante da oltre 10 anni, fino ad aver superato nel 2021 il precedente record (negativo) del 2006.

Fonte: Ragioneria Generale dello Stato. Commento ai principali dati del conto annuale del periodo 2012-2021

Università e sanità sono altri due esempi in cui la precarietà sta creando danni enormi, con contratti a termine rinnovati all’infinito (quando va bene) e conseguenti disservizi.

Apprendistato e altre forme di flessibilità insomma, nel pubblico come nel privato, non servono affatto per “formare” un nuovo dipendente (che, vale la pena ricordarlo sempre, è un dovere e un onere del datore di lavoro, e non del lavoratore, neppure indirettamente) né per verificare le sue reali capacità (per quello già esiste il periodo di prova). Si tratta banalmente di un modo per imporre condizioni lavorative peggiori, e se nel caso del pubblico impiego pare – almeno per ora – escluso il caso di un sottoinquadramento retributivo, è ridicolo pensare all’altro “beneficio” generalmente associato nel settore privato al contratto di apprendistato, costituito essenzialmente da uno sgravio previdenziale: che senso ha infatti un risparmio previdenziale per una pubblica amministrazione, quando quegli stessi contributi costituiscono una entrata di un altro “pezzo” dello Stato? Nessuno appunto, tranne per il lavoratore che si troverà ad avere meno contributi versati, pur svolgendo (sarà da scommetterci) esattamente le stesse funzioni dei suoi colleghi “non apprendisti”.

Il Governo insomma continua a pensare a tutto per il pubblico impiego, meno a quello che serve veramente: un rinnovo dei contratti che garantisca almeno il pieno recupero dell’inflazione, un piano di assunzioni straordinarie e una diminuzione del già eccessivo livello di precarietà presente.

Al contrario, anche il settore pubblico accresce la sua funzione di vettore di precarietà e ricattabilità tramite un’offensiva che si nutre di retorica velenosa contro il “lavoratore pubblico fannullone” e di misure concrete di attacco alle condizioni lavorative di chi è impiegato presso un’amministrazione pubblica.

L’introduzione dell’apprendistato è un chiaro tassello di questa offensiva e come tale va denunciato e combattuto.

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24/12/2023

Il pacco del Governo Meloni

L’impianto della Legge di Bilancio 2024 è ormai definitivo, dopo la votazione degli emendamenti in Commissione di Bilancio del Senato e l’approvazione del Senato stesso. I prossimi passi, puramente formali, prevedono il trasferimento del provvedimento blindato alla Camera, dove sarà approvato con voto di fiducia entro il 30 dicembre. La seconda manovra finanziaria del Governo Meloni rappresenta uno snodo fondamentale, poiché è il primo documento di politica economica interamente ascrivibile alla nuova maggioranza. I punti principali possono essere facilmente sintetizzati.

Austerità. Il Governo Meloni – in perfetta continuità con i Governi precedenti – si appresta a varare una manovra fiscale sotto il segno dell’austerità, ossia fatta di tagli alla spesa pubblica e maggiori tasse, perché opera nel solco della compatibilità con l’Unione europea e riserverà le poche risorse concesse dalla rigidità dei vincoli di bilancio a padroni e padroncini che rappresentano il blocco sociale di riferimento di qualsiasi governo di centro-destra. Questa politica economica del governo era già stata messa nero su bianco nella NADEF, ancor prima del rientro del PSC (ormai alle porte): il Governo ha già fatto i compiti a casa, ricevendo persino i complimenti della Commissione per l’intensità dell’aggiustamento di bilancio prospettato per il 2023 e per il triennio successivo. Inoltre, è notizia di queste ore che l’accordo raggiunto sul Patto di Stabilità e Crescita va al di là delle peggiori previsioni: l’Italia fa finta di avere ottenuto un successo con i piani di rientro spalmati su 7 anni per i paesi impegnati con le famigerate “riforme”, ma in realtà i meccanismi di controllo saranno molto più stringenti ed efficaci rispetto alle regole attuali, costringendo i paesi come l’Italia a ridurre il rapporto debito/PIL al ritmo dell’1% l’anno. Ma soprattutto, il disavanzo “consentito” ogni anno sarà dell’1,5% (oggi può arrivare al 3%); vuol dire, in pratica che l’Italia dovrà registrare avanzi primari ad un ritmo ancora più elevato di quanto già fatto registrare negli ultimi 15 anni (con conseguente rallentamento dell’economia).

Pensioni. Per il 2024 l’austerità pensionistica, già suggellata nel 2023, sarà pienamente confermata ed anzi verrà rafforzata.

  • Si conferma anche per il prossimo anno, con qualche lieve rimodulazione al rialzo o al ribasso a seconda delle fasce di reddito, il taglio draconiano, già stabilito per il 2023, della percentuale di indicizzazione per le pensioni superiori a quattro volte il minimo INPS. In concreto significa che, per le pensioni uguali a superiori a circa 2100 euro lordi al mese (circa 1600 euro netti), non viene riconosciuta una piena indicizzazione alla dinamica dei prezzi, ma percentuali decrescenti al crescere della pensione fino ad un minimo al di sotto del 30% dell’inflazione per le pensioni più alte. Non è difficile capire come si tratti di una misura fortemente punitiva, priva di alcuna giustificazione se non la volontà di far cassa sulla pelle dei pensionati in nome dell’austerità di bilancio e che sortisce effetti distributivi dirompenti in tempi di alta inflazione.
  • La condizione legata all’accesso anticipato alla pensione tramite quota 103 peggiora drasticamente. Rispetto al 2023, infatti, per chi va in pensione con quota 103 (62 anni + 41 di contributi) vi sarà: a) un ricalcolo della parte di pensione ancora legata al calcolo retributivo, che avverrà ovviamente con il sistema contributivo e porterà a decurtazioni significative; b) la pensione non potrà comunque eccedere la cifra di 2272 euro lordi (prima era 2800), ovvero circa 1700 euro netti; c) dilatazione del tempo delle finestre di accesso (con ulteriore rimando di alcuni mesi dell’effettiva ricezione della prima pensione);  Vengono inaspriti i requisiti di accesso a opzione donna (da 60 a 61 anni), già fortemente ristretti per il 2023 e limitati ad una platea rigidamente selezionata; sono resi più severi anche i requisiti anagrafici per l’APE sociale; è anticipato di due anni l’adeguamento dei requisiti per la pensione anticipata (dal 31-12 2026 al 31-12 2024).
  • C’è un altro inasprimento drastico, questa volta dei requisiti per l’accesso alla cosiddetta pensione anticipata solo contributiva (64 anni di età + 20 di contributi), riservata cioè ai lavoratori “contributivi puri”, ovvero coloro che andranno in pensione soltanto con il sistema contributivo perché hanno iniziato a versare contributi dopo il 1996 (una platea per ora ristretta, ma che crescerà nel tempo). Il requisito per accedere alla pensione anticipata solo contributiva è che l’assegno pensionistico sia almeno tre volte il minimo INPS (prima era 2,8 volte), penalizzando così i pensionati più poveri che non possono godere di questo diritto; inoltre, l’assegno non potrà eccedere le cinque volte il minimo INPS (2840 euro lordi al mese), fino al raggiungimento dei 67 anni di età. Viene agganciato inoltre all’evoluzione della speranza di vita non solo il requisito anagrafico, ma anche quello contributivo (cosa non prevista dalla legge Fornero).
  • In conclusione, l’impianto complessivo dell’attuale sistema pensionistico italiano, così come plasmato prima dal governo Draghi e poi dal governo Meloni in due anni di legislatura risulta per gran parte degli aspetti peggiorativo rispetto alla situazione prevista dalla Legge Fornero.

Sanità. Abbiamo già spiegato come l’austerità abbia devastato la sanità pubblica. La nuova manovra aumenta il Fabbisogno Sanitario Nazionale (FSN) di 3 miliardi per il 2024, 4 miliardi per il 2025 e 4,2 miliardi per il 2026, salendo rispettivamente a 134 miliardi (2024), 135,3 miliardi (2025) e 135,5 miliardi (2026). Per il 2024, 2,4 miliardi (80%) sono destinati ai rinnovi contrattuali del personale dipendente e convenzionato, lasciando pochissime risorse per le altre priorità. Non è previsto un piano straordinario di nuove assunzioni (mancano 30 mila medici e 250 mila infermieri), indispensabile per rilanciare la sanità pubblica, che dopo il Covid presenta criticità drammatiche. Questi numeri si traducono in una riduzione del finanziamento pubblico in termini reali: dal 2025 gli aumenti nominali non coprono nemmeno gli aumenti legati all’inflazione, traducendosi in meno macchinari, meno farmaci, peggioramento del servizio. Sono confermate anche le stime della NADEF 2023 sulla spesa sanitaria per il triennio 2024-2026, con riduzione del rapporto spesa sanitaria/PIL, che precipita nel 2026 al 6,1% (molto al di sotto della media europea, in Germania e Francia siamo al 10%).

Reddito di Cittadinanza. Il Governo cancella il sostegno a 900mila famiglia, come segnala anche (addirittura) Bankitalia. Il taglio del reddito colpisce in particolare le fasce più deboli della popolazione, cioè le stesse maggiormente colpite dall’inflazione (che ammonta a un enorme 18% cumulato negli ultimi 3 anni) che pesa maggiormente sui più poveri, per i quali è maggiore la quota di spesa destinata a beni energetici ed alimentari, cioè i beni con la crescita dei prezzi maggiore. Approfondimenti qui.

Fisco. La mancetta del taglio al cuneo fiscale è confermata per il 2024 per i redditi fino a 35mila euro: sappiamo che queste risorse finiscono direttamente nei profitti delle imprese nel medio periodo, persino a detta di economisti liberisti come Boeri e Perotti (approfondimenti qui e qui). Verranno ridotte, in futuro, le aliquote IRPEF da 4 a 3 (una riduzione delle aliquote significa sempre minore progressività, e quindi un regalo ai più ricchi). Aumentano i trattamenti di favore per i redditi non da lavoro (es. estensione del regime della cedolare secca, regimi forfettari, etc.). Cade nel ridicolo, inoltre, l’imposta sugli extraprofitti per le banche (che al posto di pagare l’imposta possono accantonare i soldi fra le loro riserve) e imprese energetiche.

Autonomia differenziata. Le diseguaglianze aumenteranno anche su base territoriale, con il progetto dell’autonomia differenziata (la “secessione dei ricchi”), come il Governo promette di fare già da gennaio. Le Regioni più ricche punteranno a trattenere una quota maggiore del proprio “residuo fiscale” (cioè, la differenza fra le imposte riferibili alle attività economiche svolte sul proprio territorio e la spesa pubblica relativa agli stessi territori). In questo modo si indebolisce la funzione redistributiva che è proprio alla base di un sistema fiscale, e si dirà definitivamente addio all’idea che qualsiasi cittadino italiano ha diritto (almeno per le prestazioni essenziali) alla stessa quantità e qualità di prestazioni a prescindere da dove è nato o vive.

Rinnovo dei contratti pubblici. I contratti del pubblico impiego sono scaduti il 31 dicembre 2021, e dunque le retribuzioni dei lavoratori sono ancora quelle fissate a suo tempo, a fronte comunque di una inflazione a due cifre che ha ridotto pesantemente il già magro potere di acquisto dei lavoratori pubblici. La Legge di Bilancio destina 3 miliardi per il 2024 e 5 per il 2025. Queste risorse sono del tutto insufficienti per garantire un adeguato rinnovo contrattuale. A fronte di un’inflazione che sfiora il 18% nel triennio, servirebbero non meno di 31 miliardi di euro, mentre le risorse sin qui stanziate sono una piccola goccia nell’oceano. Sempre più vincitori di concorso dovranno rinunciare al posto, a causa dei costi insostenibili nelle grandi città (con conseguente malfunzionamento dei servizi pubblici), e il Ministro Zangrillo in tutta risposta se ne esce con la retorica del posto figo” (mentre Salvini precetta in continuazione).

Politiche industriali: non c’è praticamente nulla. L’articolo 52 rafforza l’accesso al credito per l’export delle imprese, l’articolo 53 definisce i limiti del credito di imposta per le imprese che vogliono investire nella nuova ZES unica del Mezzogiorno. L’articolo 55 finanzia i Contratti di Sviluppo per 190 mln di euro nel 2024 e 210 per il 2025. Infine, l’articolo 56 estende e modifica le garanzie SACE per gli investimenti produttivi e infrastrutturali a parziale fallimento di mercato. In materia di energia si registra solamente lo stanziamento di 400mln di euro per il bonus sociale elettrico per il primo trimestre del 2024, mentre si dice addio al Servizio di maggior tutela. In materia di politica industriale ed energia il numero contenuto di provvedimenti si spiega parzialmente col recente varo di tre decreti specifici in questi ambiti, che costituisce una pessima prassi legislativa che finisce col frammentare eccessivamente gli interventi creando un quadro estremamente complesso e di difficile interpretazione. E a proposito di politica industriale, due parole sull’ILVA. Su un impianto di interesse strategico per il paese, un Governo autodefinito sovranista è appeso ai capricci di una multinazionale indiana con sede in Lussemburgo, ed è impegnato a trovare una soluzione utile solo a coprire con soldi pubblici i debiti accumulati in questi anni da un privato che macina utili sulla salute dei cittadini e lasciando in cassa integrazione circa la metà dei lavoratori. Il risultato? Alla fine, non sarà tutelato né il diritto alla salute, né un obiettivo di politica industriale, né obiettivi sociali di occupazione nel Mezzogiorno. Il tutto, peraltro, con un enorme esborso di soldi pubblici

Revisione del PNRR. È un punto legato indirettamente alla legge di bilancio. Tale revisione è infatti parte integrante della manovra economica del governo, e sposta circa 20 miliardi di euro di risorse destinandole prevalentemente alle imprese (12 miliardi di soliti incentivi automatici, regali ai profitti, 5 miliardi alle imprese del settore energetico per il REPowerEU), lasciando le briciole alle misure sociali (750 milioni per la Missione Salute del PNRR).

Le uniche misure della manovra sono un mero rifinanziamento di interventi già in corso, tutti interventi che non servono a ribaltare il paradigma degli scorsi decenni.

Il governo dimostra ancora una volta di essere forte con i deboli e debole coi forti, implementando alacremente l’agenda di austerità dei governi precedenti
, con l’aggravante di un ulteriore salto di qualità nel favorire gli interessi dei ceti più abbienti e nella riduzione dell’intervento pubblico e delle risorse destinate a scuola, sanità e sostegno ai redditi più bassi.

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19/12/2023

Il Governo fa cassa sulle pensioni dei dipendenti pubblici

Alla fine il tanto atteso emendamento sul blocco del taglio delle pensioni di oltre 700 mila dipendenti pubblici è arrivato, ma la toppa è peggiore del buco.

Medici, infermieri e personale sanitario, maestre/i, ufficiali giudiziari e personale degli Enti Locali, per non incorrere in tagli drastici dell’assegno pensionistico, legato alla quota di retributivo per chi ha lavorato tra il 1981 e il 1995, dovranno rimanere al lavoro fino al raggiungimento del requisito di vecchiaia ovvero 67 anni, per ora.

Perché nessuno può garantire che i requisiti per la pensione di vecchiaia non vengano ulteriormente peggiorati nel tempo, che è poi tra i principali motivi per i quali, appena si può, si scappa dal lavoro.

Per i sanitari è prevista la possibilità di ridurre la penalizzazione per ogni mese in più che si rimane al lavoro dopo aver raggiunto i requisiti minimi per la pensione. Fino a 70 anni, tanta è la possibilità concessa ai sanitari per il pensionamento.

E meno male che la fretta, non di certo il pudore, di concludere l’iter della legge di bilancio ha impedito di portarla a quei 72 anni, invocati dal governo per la categoria, utili per continuare a non assumere ma, al contempo, non svuotare gli Ospedali.

L’entità del danno aumenta se si considera che, dilatando fino al limite massimo dei 67 anni (attuali) la possibilità di andare in pensione per tutte queste lavoratrici e lavoratori, aumenta anche il tempo d’attesa del TFS/TFR che, attualmente, si attesta su 2 anni circa, riducendo la possibilità di una qualità della vita degna del tanto tempo messo a disposizione del lavoro.

Va anche peggio per le lavoratrici costrette ad accedere ad Opzione donna, che viene ulteriormente peggiorata sia nei requisiti di accesso che nella decurtazione economica.

Se quindi, ad esempio, sei una lavoratrice del PI, appartenente alle categorie oggetto di taglio della parte retributiva dell’assegno e vai, avendo acquisito il diritto, in pensione anticipata avrai un taglio consistente (parliamo di migliaia di euro, non bruscolini) ma se vai in pensione con Opzione donna si aggiunge un ulteriore taglio del 30/40% sull’assegno finale.

Un capolavoro, considerando che la percentuale di donne nel PI supera il 60% e che molte tra loro sono costrette alla pensione anticipata, in qualunque forma si presenti, per assolvere al lavoro di cura in un Paese in cui il welfare viene di continuo ridotto e reso inaccessibile ai più.

Fare cassa sulle pensioni e rendere continuamente precaria la qualità della vita in vecchiaia non è solo profondamente ingiusto ma anche il segno del disprezzo che questo Governo, e tutti quelli che l’hanno preceduto, nutre nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti di questo Paese.

Non mancano i soldi, come dimostrano i continui e miliardari finanziamenti alle guerre o a inutili infrastrutture come il Ponte sullo Stretto, manca la volontà di difendere il lavoro pubblico e i servizi pubblici.

A tanto disprezzo non resta che rispondere nelle piazze!

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13/12/2023

Pubblico impiego: ma il Governo è del mestiere?

Questo Governo è contro i lavoratori e contro i salari, lo sappiamo.

Ma quale occasione migliore ha il Governo per dimostrare questa avversità, se non quando agisce contemporaneamente come autorità pubblica e direttamente come datore di lavoro? Le vicende di queste settimane relative al rinnovo del contratto del pubblico impiego ce lo raccontano perfettamente.

Come noto, lo Stato quando agisce da datore di lavoro non è poi così diverso dai datori di lavoro privati, in particolare per il brutto vizio di lavorare sempre “a contratto scaduto” e prevedere il rinnovo solamente al termine del triennio di riferimento (in questo caso, il triennio 2022-2024). Finora il Governo aveva nicchiato, senza mai dire quante risorse avrebbe stanziato per il rinnovo, ma con l’occasione della legge di bilancio 2024 ha dovuto mostrare le carte, e per i lavoratori pubblici – che aspettavano questo momento per provare a riprendersi quella parte di salari reali mangiata dall’inflazione galoppante degli ultimi due anni – non è stata una bella sorpresa.

Ma andiamo con ordine e chiediamoci per prima cosa: da dove veniamo?

Per rispondere a questa domanda utilizziamo una fonte insospettabile, cioè i dati forniti dall’ARAN (cioè l’Agenzia che rappresenta la pubblica amministrazione quando questa agisce come privato datore di lavoro).

Dall’ultimo Rapporto sulle Retribuzioni si evince chiaramente come il pubblico impiego, da ormai quasi 15 anni, conosce una dinamica dei salari inferiore a quella di tutti gli altri settori e – ovviamente – che non ha mai recuperato neanche l’inflazione, concretizzandosi quindi un una perdita secca di salario reale.


La lunga linea piatta fra il 2009 e 2017 ricorda la triste stagione del blocco della contrattazione, quando in ossequio alla stagione più dura dell’austerità fu imposto per legge il blocco di qualsiasi rinnovo che potesse comportare un aumento dei salari (stop che fu superato solo a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale, che affermò che neanche il principio del pareggio di bilancio – anch’esso assurto in quegli anni a valore costituzionale – giustificava un blocco continuo dei rinnovi). Eppure, come si vede, neppure i rinnovi del 2018 (per il triennio 2016-2018) e poi del 2022 (per il triennio 2019-2021) hanno garantito un recupero dell’inflazione andatasi ad accumulare nel tempo, causando una perdita di salario reale (distanza fra la linea rossa e quella blu) che nel 2022 è andata drammaticamente aumentando (e il rapporto non mostra il dato aggiornato al 2023, quando tale perdita è ancora aumentata).

Se confrontiamo quello che è successo in Italia con quanto accaduto negli altri paesi, c’è da arrabbiarsi ancora di più. E lo facciamo utilizzando ancora i dati della controparte, forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato.


La spesa complessiva per gli stipendi dei pubblici dipendenti non solo è nettamente inferiore a quella dei principali paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito), ma al contrario di queste e della stessa media europea mostra nelle previsioni per il 2023 e il 2024 un andamento addirittura decrescente. E questo, ovviamente, succede non perché negli altri paesi i governi siano particolarmente illuminati, ma perché la mobilitazione dei lavoratori ha permesso di ottenere risultati importanti, come in Germania dove in risposta alla pressione inflazionistica i lavoratori sono riusciti ad ottenere una una tantum di 3.000 euro e rinnovi contrattuali pari ad almeno 200 euro al mese.

Ma considerando che il fine della pubblica amministrazione, e quindi di chi lavora per essa (quindi, ad esempio, insegnanti, medici, assistenti sociali, operatori vari) è quello di fornire servizi ai cittadini, il dato che più drammaticamente mostra l’impatto di questa politica sui servizi sociali è dato dal rapporto fra gli occupati nelle pubbliche amministrazioni e il totale dei cittadini residenti: scopriamo così che 100 cittadini possono usufruire dei servizi di più di 8 impiegati in Francia e Regno Unito, mentre l’Italia è triste fanalino di coda (dietro anche a Germania e Spagna) con meno di 6 addetti ogni 100 abitanti. Un dato che sconfessa la retorica dell’Italia come paese-carrozzone in cui il lavoro pubblico è diffuso in maniera abnorme e dipinto come parassitario (con l’obiettivo, tra l’altro, di mettere lavoratori pubblici e privati gli uni contro gli altri, in modo da poter maltrattare più facilmente i primi). E che si traduce tristemente nell’esperienza quotidiana di servizi pubblici scadenti, con lunghe code d’attesa per prenotare una visita medica, classi pollaio, file interminabili e tempi imprevedibili negli uffici, etc.


Se questo è il punto (drammatico) di partenza, è evidente che intorno a questa tornata di rinnovo erano cresciute grandissime attese: non solo perché, dopo molti anni, ci si trovava a dover recuperare un’inflazione a due cifre, ma anche perché dopo che l’ondata pandemica aveva mostrato la necessità di servizi pubblici numerosi e di qualità, qualcuno si era illuso che si fosse imparata la lezione.

Le cose stanno andando diversamente, vediamole una per volta.

Per quanto riguarda le risorse da stanziare per garantire un pieno recupero dell’inflazione, a inizio della crisi dei prezzi Il Sole 24 Ore (non certo stampa amica…) si era lasciata sfuggire la cifra che doveva essere stanziata per garantire semplicemente il mantenimento del valore reale dei salari: 32 miliardi.

Ebbene, a fronte di questa cifra, le risorse ad oggi stanziate, sulla cui base dovrebbero riaprirsi le trattative per il rinnovo a partire da gennaio 2024, sono di appena circa 5miliardi (cui si dovrebbero aggiungere altri 2 miliardi per il settore della Sanità). Numeri insomma che mettono di fronte i lavoratori pubblici a una drammatica e definitiva perdita di salario reale, con cifre di aumento medio mensile spacciate dal Governo che inoltre non tornano.

E sul fronte del numero degli assunti? Beh, se prendiamo il caso della Sanità, dove il Governo come detto si fa forte di uno stanziamento ad hoc di circa 2 miliardi, le prospettive sono nere, visto che il Governo stesso si guarda bene dal lanciare un maxi piano di assunzioni (sono lontani i tempi dei medici e infermieri eroi…), ma al contrario chiarisce che queste risorse servono soprattutto a garantire prestazioni di lavoro straordinario, proprio in un settore così delicato dove l’obiettivo dovrebbe essere garantire turni di riposo lunghi e regolari.

E infine, sul piano della qualità del lavoro, con il PNRR e l’ennesima riforma Brunetta durante il Governo Draghi si è incrementato ancora di più il numero di precari nella pubblica amministrazione, e nulla lascia presagire un cambiamento di marcia: in alcuni casi la mobilitazione dei lavoratori ha ottenuto che il Parlamento legiferasse per autorizzare a passare dal tempo determinato a quello indeterminato, ma queste leggi restano lettera morta se poi non vengono stanziate le risorse adeguate.

Livello delle retribuzioni, numero degli assunti, qualità del lavoro: troppo forte la distanza fra realtà e narrazione del Ministro Zangrillo (il posto figo...) per reggere l’urto, e questo è probabilmente la chiave per interpretare alcune delle ultime uscite pubbliche del Governo stesso, che sembrano finalizzate proprio a buttarla in caciara per evitare di parlare delle questioni che interessano davvero i lavoratori (e tutti i cittadini, in quanto fruitori dei servizi pubblici).

Prima di tutto un rilancio in grande stile della mitologica “valutazione” quale strumento per far funzionare meglio la pubblica amministrazione e pagare meglio i lavoratori pubblici; valutazione che ora si arricchirebbe di un nuovo tassello, con i lavoratori che sarebbero chiamati a “dare le pagelle” ai propri dirigenti, una pantomima di cui chiunque abbia lavorato anche solo 5 minuti in un ente pubblico conosce perfettamente l’assoluta inutilità; e poi le valutazioni degli utenti, perché “la voce del cliente è sempre rilevante”: dice proprio così il ministro Zangrillo, per il quale evidentemente il cittadino è assimilabile a un cliente (quindi esiste in quanto paga) nei confronti della pubblica amministrazione.

E, in ultimo, una vera polpetta avvelenata: per risolvere il problema dei bassi salari (in questo caso nella scuola) la Lega propone semplicemente il ritorno alle vecchie gabbie salariali, cioè un passo indietro di oltre 50 anni, come richiesto con un ordine del giorno che chiede esplicitamente di pagare in modo diverso persone (ancor più grave, dipendenti pubblici) che fanno esattamente lo stesso lavoro solo perché lo svolgono in aree diverse del paese.

In realtà, mai come questa volta, l’unica riforma di cui necessita davvero la pubblica amministrazione è un nuovo massiccio finanziamento, finalizzato a garantire stipendi decenti, colmare i vuoti di organico, dare stabilità lavorativa, e in questo modo offrire alla cittadinanza tutta servizi di qualità. Lo sciopero del pubblico impiego di novembre è stato un antipasto, ma la lotta a gennaio anche da qui dovrà ripartire.

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