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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/02/2025

Gli Usa verso un mondo di tagli alla spesa

La Camera degli Stati Uniti ha approvato ieri sera una struttura del bilancio federale che dovrebbe permettere di realizzare l’ampia agenda di politica interna del presidente Donald Trump.

Si tratta, complessivamente, della più grande sforbiciata alla spesa pubblica decisa da molti decenni a questa parte. Migliaia di miliardi di dollari tagli un po’ a tutte le voci di bilancio, dal Pentagono alla pur esile sanità pubblica.

Non è stata una giornata semplice. Diversi deputati repubblicani degli Stati “in bilico” – quelli in cui la maggioranza può facilmente variare da un’elezione all’altra – hanno esitato e mercanteggiato a lungo nel timore di perdere il sostegno di larghi settori del proprio elettorato. Solo una telefonata personale di Trump ad ognuno di loro, presumibilmente gonfia di promesse e soprattutto minacce, ha consentito di ridurre il numero dei dissidenti a uno soltanto, Thomas Massie del Kentucky.

Proprio quel che era necessario per far passare il testo con una maggioranza risicatissima: 217 a 215.

Non è l’unico problema, comunque. Anche il Senato nei giorni scorsi ha approvato un disegno di bilancio federale, ma molto diverso da quello passato alla Camera. Non è strano, anzi avviene quasi ogni anno, perché la struttura della spesa degli Stati Uniti comprende migliaia di capitoli, ed anche le variazioni possibili del budget dedicato ad ognuno di esse sono praticamente infinite.

Toccherà ora ai “pontieri” repubblicani far convergere i due testi verso una soluzione che possa ricevere l’approvazione in entrambi i rami del Congresso.

La direzione presa è comunque chiarissima. Gli Stati Uniti hanno ormai un debito pubblico di 36milia miliardi di dollari. Oltre il 120% rispetto al Pil yankee, ossia il 33% di quello mondiale. Una spesa che aumenta ogni anno in media di altri 2.000 miliardi per spese fatte in deficit (negli ultimi anni hanno pesato soprattutto gli “aiuti” militari e finanziari inviati ad Ucraina e Israele) e che comporta una spesa annuale per interessi di oltre 1.000 miliardi dollari. Un incubo contabile senza freni...

E per fortuna che i “rendimenti” dei bond americani – i Treasury – sono generalmente molto bassi, visto che sono considerati dai “mercati” i più sicuri al mondo. Un qualsiasi rialzo, ovviamente, si tradurrebbe in una spesa supplementare al momento incalcolabile.

La linea dell’amministrazione Trump vuole però mettere insieme obiettivi molto contraddittori, come ad esempio la riduzione delle tasse per i ricchissimi (dal 21 al 15%) e la riduzione complessiva del debito per migliaia di miliardi, che naturalmente implica una forte contrazione delle possibilità statunitense di “agire” nel mondo, oltre che sul fronte interno.

Questa situazione finanziaria è alla base del radicale cambiamento di strategia – e di ruolo – che la nuova amministrazione reazionaria sta provando ad attuare. Quella precedente, tutto sommato “storica”, prevedeva un “ordine mondiale basato su regole” comunque decise unilateralmente dagli Stati Uniti, ma fatte accettare come norma condivisa all’interno di una “comunità internazionale” rigidamente limitata al solo “Occidente collettivo”.

Era una strategia di “governo globale” molto costosa in termini militari e finanziari, perché prevedeva un esercito disperso in ogni angolo del mondo e di dimensioni tali da poter rapidamente entrare in azione come “proiezione” della forza di Washington. E in più il finanziamento di “alleati” – Stati o anche semplici movimenti – che altrimenti non sarebbero stati in piedi da soli.

La lunga storia dell’UsAid, ora improvvisamente chiusa, sta lì ad indicare che le “rivoluzioni colorate” o le “primavere arabe” avevano bisogno di uno sponsor ricco e disposto a spendere. Avete fatto caso, per esempio, al fatto che dopo il blocco di UsAid sono improvvisamente terminate le manifestazioni contro i governi giudicati “filorussi”, dalla Georgia in giù?

Quella strategia prevedeva anche un costoso “ombrello nucleare” sull’Europa, fatto di basi militari, depositi, rampe di lancio missilistiche, batterie antimissile, ecc., mentre magari l’Unione Europea poteva ambire a diventare un “concorrente” globale risparmiando proprio sulla spesa militare.

La crisi economica e finanziaria Usa, prima o poi, non poteva non comportare anche una revisione strategica delle ambizioni egemoniche. Che restano intatte, ma affidate ad altri metodi e a diverse priorità.

In fondo – si sono detti nel mondo “Maga”, gli europei non possono e non vogliono andare da nessun’altra parte, sono odiati nel mondo quanto gli Usa, che hanno sempre seguito fedelmente. Si può dunque scaricare su di loro una serie di costi (riarmo, ricostruzione futura dell’Ucraina, ecc.) e magari anche provare a risucchiare il loro risparmio privato tramite stablecoin e dazi. E concentrare le energie sul “cortile di casa” (Canada e America Latina), oltre che sul vero competitor globale, la Cina.

Il gioco è comunque rischioso. Gli immensi tagli alla spesa interna, l’attacco frontale contro l’amministrazione federale (il deep state dei complottisti Maga) e quel poco di spesa sociale apre conflittualità interne che si andranno a sommare con quelle antiche (il razzismo profondo dell’America “wasp”, la crescita della popolazione espulsa dal circuito del benessere, le riemergenti tensioni di classe, ecc). Specie se tutti quei tagli vanno a riempire le tasche dei multi-miliardari esentasse...

Dimezzare la spesa del Pentagono, come si è cominciato a fare progettando cinque tagli annuali da 80 miliardi dollari (il bilancio della difesa sfiora attualmente i 900 miliardi) significa inevitabilmente accorciare di molto la portata operativa del “braccio” militare e la “deterrenza” verso concorrenti o “nemici” fin qui costretti alla prudenza.

Ma del resto “non esistono pasti gratis”... Gli Stati Uniti hanno per decenni “vissuto al di sopra delle proprie possibilità”, sfruttando il privilegio del dollaro – unica moneta nazionale utilizzata per i pagamenti internazionali, come “riserva”, ecc. – e la potenza militare per pagare con “perline” le merci importate.

Quel gioco sta finendo da anni, lentamente. Ma ora si vanno tirando le somme.

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23/02/2025

“Che ci state a fare qui?”. La mail di Musk per licenziare i dipendenti pubblici

Proseguiamo con il doppio binario informativo per aiutare i nostri lettori ad inquadrare quanto sta avvenendo a causa del “tornado Trump”. Ci sembra necessario perché l’informazione mainstream è totalmente concentrata sull’attuale politica estera statunitense (Ucraina, Gaza, dazi, voglia di annessioni, ecc.) ma totalmente distratta su quanto avviene “dentro” gli States.

Se, quindi, il distacco – o il ricatto – nei confronti soprattutto dell’Europa appare chiaro, la “ristrutturazione interna” sfugge per lo più ai radar. Ad esempio, si riferisce delle sostituzioni ai vertici militari, da cui sono stati rimossi contemporaneamente il capo di stato magggiore Charles Q. Brown (primo nero a ricoprire questa carica apicale) e Lisa Franchetti, prima donna a capo della Marina.

Fin troppo evidenti le ragioni “ideologiche” vetero-reazionarie che pretendono di avere in quei ruoli dei “wasp” (bianchi anglosassoni, possibilmente anche protestanti), e quindi la logica “liberal” che ne parla solo per questo aspetto.

Così come si dà conto dei tanti ricorsi alla magistratura presentati da esponenti democratici del Congresso e alla guida di singoli Stati.

Ma non ci sembrano questi gli avvenimenti più rilevanti per capire “perché” stia avvenendo questa ristrutturazione reazionaria della macchina pubblica yankee.

Sicuramente rilevante a noi sembra un’altra mossa del Doge (il dipartimento che deve effettuare fisicamente questa ristrutturazione), dopo la clamorosa chiusura di UsAid, che dovrebbe tra qualche mese riaprire le porte con soli 300 addetti invece che 10.000.

Tutti i dipendenti federali hanno ricevuto da Elon Musk un’email, sabato pomeriggio, cui dovranno rispondere entro lunedì sera. Dovranno riferire su cosa hanno lavorato nell’ultima settimana o affrontare il licenziamento. Panico generale, e non solo tra gli “uscieri”...

Musk è intervenuto direttamente nel suo classico stile mafioso-ricattatorio, pubblicando su X che la mancanza di risposta “sarà considerata come una dimissione”. Volontaria, no?

L’email chiede ai dipendenti di rispondere indicando almeno “5 punti su ciò che hai realizzato la scorsa settimana”.

Prudentemente, istruisce anche i dipendenti a non inviare informazioni “classificate”. Il termine per rispondere: fine giornata di lunedì, poco più di due giorni da quando è stata inviata. Curiosità: la mail istituzionale non includeva alcuna minaccia di punizione per coloro che non rispondono. Ma Musk ha preferito chiarire bene che si tratta di un ultimatum.

La sortita ha comunque suscitato le preoccupazioni del nuovo capo dell’Fbi, Kash Patel, costretto ad avvertire i dipendenti di non rispondere. “Quando e se fossero necessarie ulteriori informazioni, coordineremo la risposta”, ha spiegato ancora Patel, “per il momento, per favore, sospendete ogni risposta”.

L’annuncio arriva solo poche ore dopo che Donald Trump ha pubblicato sul suo social Truth un messaggio di applausi per Musk e il suo lavoro con il Doge nel ridurre le dimensioni del governo federale, incoraggiandolo ad “essere più aggressivo”. “RICORDATE, DOBBIAMO SALVARE IL NOSTRO PAESE”, ha scritto.

Molti avvocati si sono naturalmente messi subito al lavoro per contestare la legalità di un simile atto, e della stessa prassi utilizzata, che riguarda tutti i dipendenti federali (sono esclusi per ora quelli dei singoli Stati, ma sembra ovvio che i prossimi passi li riguarderanno in qualche modo, visto che i Governatori dovranno fare i conti con un budget sotto esame da parte della Casa Bianca).

Nelle scorse settimane l’amministrazione Trump aveva già tagliato le agenzie federali e licenziato dipendenti in prova. Inoltre l’Ufficio del Personale aveva inviato un’offerta di dimissioni differite ai dipendenti federali — con la email “Fork in the Road” — e oltre 77.000 dipendenti avevano accettato l’offerta di lasciare, riducendo del 3% la forza lavoro del governo.

Lo stesso Doge ha poi rapidamente coordinato il licenziamento di migliaia di dipendenti in diverse agenzie, dal Dipartimento dell’Energia alla General Services Administration, per ridurre la forza lavoro prendendo di mira intanto quelli in un periodo di “prova”.

Anche il ricorso alla magistratura, tentato da parecchi dipendenti, si sta rivelando inutile. Trump questa settimana ha ottenuto una vittoria in un tribunale federale, dove un giudice ha autorizzato Musk ad accedere ai dati del sistema di pagamento pubblico e quindi di orchestrare licenziamenti di massa.

Trump ha poi firmato un ordine esecutivo, martedì scorso, per obbligare le diverse agenzie federali a collaborare con il Doge per i “preparativi per avviare riduzioni su larga scala della forza lavoro”.

Anche il Pentagono ha annunciato venerdì i piani per licenziare 5.400 dipendenti, e altre agenzie hanno anche indicato che stanno continuando a cercare cosa tagliare. Ma è solo il primo passo per un taglio di spesa strutturale di quasi il 50% nei prossimi cinque anni.

L’American Federation of Government Employees, il sindacato che rappresenta i lavoratori in tutto il governo federale, ha criticato Musk e Trump per “il loro totale disprezzo per i dipendenti federali” e ha promesso di contestare qualsiasi “licenziamento illegale”.

“È crudele e irrispettoso verso centinaia di migliaia di veterani che indossano la loro seconda uniforme nel servizio civile essere costretti a giustificare i loro doveri lavorativi a questo miliardario fuori dal mondo, privilegiato, non eletto che non ha mai svolto un’ora di onesto servizio pubblico nella sua vita”, ha detto il presidente nazionale del sindacato, Everett Kelley.

Alcuni manager esperti di amministrazione pubblica pensano che la mossa di Musk sia una tattica per spaventare le persone e farle dimettere. E funzionerà, dicono.

“Legale o illegale, sono determinati a eludere ogni regola e interpretare male ogni regolamento che possono per licenziare le persone come se fosse un’azienda”. Non mancano però i problemi. “Sono chiaramente in panico. Non possono licenziare le persone così facilmente come si potrebbe fare in un’azienda privata, e dopo la purga dei dipendenti in prova, hanno bisogno di provare nuovi metodi per capire come farlo”.

Al di là di ogni considerazione sindacale o legale, però, ci sembra più importante illuminare la ragione di questo assalto con la motosega all’amministrazione pubblica. È infatti una bufala anche la giustificazione addotta dal duo Musk e Trump, secondo cui i dipendenti pubblici sarebbe “marxisti imboscati”, ovviamene fancazzisti ma con lo stipendio sicuro.

E ancora una volta bisogna guardare al livello colossale del debito pubblico statunitense, ai problemi di rifinanziamento aggravati dalla necessità di ampliarlo per poter spendere in deficit, nonché al problema principale: il venir progressivamente meno dei grandi acquirenti dei titoli di stato Usa (dalla Cina all’Arabia Saudita, ecc.).

Una superpotenza in declino si vede anche da questo. Da quanto deve tagliare la sua spesa. E se queste sforbiciate abnormi riguardano anche il Pentagono, allora tutta la tua capacità operativa in giro per il mondo diventa più striminzita. Come minimo gli Usa dovranno ora limitare la propria malevola attenzione a poche parti del mondo.

L’addio all’Europa (e a Zelenskij), insomma, rientra in questo cambiamento di priorità strategiche basato sulla mancanza di soldi.

Anche questa è una novità che bisognerà comprendere e metabolizzare rapidamente, se vogliamo agire come un’opposizione all’imperialismo che non sia solo di facciata.

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12/02/2025

USA - Lettera di 200 ex CIA, preoccupati della ristrutturazione di Trump

Abbiamo seguito le vicende della USAID perché, come abbiamo scritto, attraverso un caso specifico si può osservare meglio la portata – e i rischi – della ristrutturazione dell’infrastruttura imperialistica USA che sta portando avanti la nuova amministrazione Trump. E intanto arriva anche una lettera pesante, perché parla dello stesso processo, ma riguarda addirittura i servizi segreti.

Infatti, circa 200 ex dirigenti della “sicurezza nazionale”, che hanno lavoro nella o a stretto contatto con la CIA, hanno inviato una lettera alle Commissioni intelligence della Camera e Senato. Il motivo è la preoccupazione suscitata dal piano di incentivi a favore dell’uscita volontaria dell’agenzia statunitense.

Parliamo di una sorta di indennità di buonuscita, che dovrebbe sostanziarsi in otto mesi di stipendio e altri benefici, come un qualsiasi impiegato comunale, insomma...

Questa possibilità è parte del più ampio piano di snellimento del governo federale, e soprattutto di rimodellamento del suo personale e del suo funzionamento secondo gli indirizzi della nuova amministrazione.

Il nuovo direttore della CIA scelto da Trump, John Ratcliffe, che come vice avrà Michael Ellis, uomo della Heritage Foundation, ha detto che l’agenzia deve tornare a essere più “aggressiva”. Un nuovo approccio per il quale è necessario “garantire che la forza lavoro della CIA risponda alle priorità di sicurezza nazionale dell’Amministrazione”.

Ratcliffe ha parlato di una “strategia olistica per infondere all’Agenzia rinnovata energia”, e questo è stato additato dai 200 estensori della lettera inviata ai due rami del Parlamento come un “ambiguo linguaggio orwelliano” che nasconde grandi “pericoli”. A loro avviso, si rischia di avere un “vuoto di intelligence”, del quale potrebbero approfittare Mosca e Pechino.

Il primo nodo evidenziato è quello della “eliminazione sistematica di competenze ed esperienze istituzionali all’interno della CIA”. Degli 007 capaci non si formano nell’arco di qualche settimana, ma diventano tali solo dopo un imponente investimento – anche di tempo – nell’apprendimento del funzionamento e dei meccanismi tipici dei servizi segreti.

Perdere personale rodato significa perdere anche la loro esperienza e i loro contatti: “le relazioni di collegamento si basano sulla fiducia e i nostri partner stranieri si affidano a ufficiali esperti che hanno coltivato questi legami per molti anni. Un esodo di massa di personale esperto eroderà queste relazioni, indebolirà la condivisione di intelligence e ridurrà la capacità della CIA di operare efficacemente all’estero”.

Infine, in questo modo ci rimetteranno dunque dipendenti “dotati di memoria istituzionale, profondità analitica ed esperienza operativa per fornire ai decisori politici informazioni solide e imparziali”. Insomma, agenti che hanno esperienza sul campo, che hanno imparato a muoversi nel mondo complesso e quasi sempre “informale” dell’intelligence, fatto di depistaggi, trappole, doppio gioco e controspionaggio.

Alcune fonti della CNN hanno parlato del fatto che, per alcuni ruoli e competenze, la possibilità di uscita volontaria non sarà prevista. E tuttavia nella lettera si mettono in guardia deputati e senatori dalla tentazione di “modellare la forza lavoro in modo da dare priorità alla lealtà politica rispetto all’integrità professionale”.

E forse ancora più interessante è che questi 200 ex esponenti della sicurezza nazionale si sono firmati come membri dello “steady state”, cioè quella parte dell’apparato statale che è sempre rimasto stabile nel tempo, al di là delle diverse linee politiche perseguite di volta in volta dalla Casa Bianca.

Alcuni lo potrebbero identificare, almeno dal lato istituzionale, come il deep state. E col titolo che si sono dati hanno dunque mostrato, loro malgrado, come c’è un blocco di ‘potere amministrativo’ che governa il sistema-paese secondo interessi consolidati, al di là dell’altalena di governanti determinata dalle elezioni democratiche.

Ma soprattutto va sottolineato che identificarsi come steady state, ed esprimere preoccupazione per ciò che sta facendo Trump, è un modo di gridare ai quattro venti la profondità dei cambiamenti in atto nell’establishment stelle-e-strisce. Un percorso complesso e rischioso, ma su cui si procede spediti.

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29/07/2024

[Contributo al dibattito] - È possibile una fase di importante riorganizzazione della logistica in Italia?

Indagini, proposte di legge e interrogazioni parlamentari: il futuro della logistica in questo momento appare, secondo alcuni, pieno di ombre e di dubbi. Ma non tutti la pensano così; è senza dubbio una scossa per il settore e per i suoi tanti mercati, ma anche una grandissima opportunità.

“A livello macro – precisa infatti il Prof. Raffaele Ghedini, economista che da decenni si occupa del settore – il fatto che l’Autorità Pubblica si occupi della logistica, che ci siano giudici che vogliono verificare la correttezza di certe dinamiche consolidate, che il Governo si preoccupi di comportamenti diffusi nel settore, che il Parlamento ne discuta, è molto positivo. Ciò fa parte delle corrette dinamiche di gestione di qualunque attività rilevante per il Paese e che la logistica abbia rilevanza nel nostro, come in tutti i Paesi del mondo, è una realtà che il Covid-19 ha reso manifesta”.

Oggi, con una serie di conflitti in molti angoli del globo i temi geo-climatologici, geo-demografici e geo-politici rimettono in ordine l’agenda, evidenziando le priorità essenziali: la disponibilità delle materie prime, la capacità di produzione alimentare, la capacità di difesa militare, l’indipendenza del proprio debito nazionale dall’estero e pochissimi altri argomenti, tra cui la disponibilità di una logistica efficiente, di qualità ed autonoma.

La domanda è: l’Italia ha una logistica efficiente, di qualità ed autonoma? “È del tutto evidente – continua Raffaele Ghedini – che oggi il nostro Paese non ha una logistica efficiente, di qualità ed autonoma. Partiamo dall’autonomia. Fino a poco tempo fa, avevamo in Italia il corriere espresso in assoluto più capillare e completo, di proprietà privata, e un corriere di proprietà pubblica che, appoggiandosi alla capillarità unica ed inarrivabile della struttura postale – quella del suo azionista – avrebbe potuto diventare il primo operatore italiano da almeno 10 anni. E invece? Il primo è stato venduto, non è più di proprietà italiana, il secondo, intrapresa finalmente la strada dovuta ma troppo in ritardo, insegue Amazon a cui, nel frattempo, è stato concesso di fare tutto ciò che voleva”.

E, dopo un’analisi dei problemi legati alle altre due caratteristiche, efficienza e qualità, ecco la visione positiva. “I comportamenti delle Autorità pubbliche – prosegue Raffaele Ghedini – stanno creando, anzi io direi che hanno già creato, le condizioni e il contesto generale entro il quale potrebbe essere assunto, da qualcuno degli operatori giganteschi che sono stati interessati dalle indagini, un comportamento che innescherebbe un esito straordinariamente positivo di questa vicenda. Se guardiamo alla situazione con l’occhio dell’analista socio-economico, ciò che sta avvenendo è sintetizzabile in un crollo di reputazione, una delle situazioni peggiori che possano capitare a operatori economici di grande notorietà. La Teoria dei Giochi ci insegna che un attore ha un solo modo per superare l’handicap spaventoso rappresentato da un crollo di reputazione forte e improvviso, ed è un enorme investimento in reputazione, che ha tanta più probabilità di essere efficace quanto più sono alte: la coerenza rispetto alle determinanti del crollo subito, e la non reversibilità dell’intervento. Quanto alla prima, sappiamo che le determinanti del crollo di reputazione sono state le implicazioni dello sfruttamento eccessivo della terziarizzazione: e cosa c’è di più coerente della rinuncia alla terziarizzazione? Quanto all’irreversibilità, poi, direi che le normative italiane nella sostanza la garantiscano piuttosto bene”.

Ghedini prosegue dicendo: “Mi aspetto questa mossa, e lo dico, da parecchio: se chi avrà il coraggio di giocarla lo farà bene, questa sarà una strategia di efficacia spaventosa, capace di regalare un vantaggio enorme a chi la utilizzerà, ma anche di spingere nella corretta direzione tutto il settore, portando nel tempo a una ristrutturazione positiva di tutta la logistica, con benefici generali di sistema, per tutto il Paese, inimmaginabili. Parlo di giocarla bene perché anche un gigante non potrà chiedere di essere pagato di più solo perché ha riassunto tutti: dovrà essere capace di assicurare, con gli operatori diretti, una qualità di servizio superiore. Questo processo, se iniziato da qualche gigante, darebbe a lui un vantaggio enorme e attiverebbe una catena di trasmissione che interesserebbe tutto il settore. A quel punto, ad un settore riorganizzato anche la committenza dovrebbe riconoscere prezzi diversi a qualità diverse e, alla fine, scoprirebbe di essere la prima beneficiaria diretta di questa rivoluzione”.

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18/01/2024

L’intelligenza artificiale secondo il potere può essere inumana

La direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, aveva avvertito pochi giorni fa, al Forum di Davos, che l’intelligenza artificiale avrebbe “interessato” almeno il 40% dei posti di lavoro al mondo, che diventano il 60% nei paesi avanzati. Ossia quelli dove il “terziario” è dominante rispetto ad agricoltura e industria.

Ma non stava parlando di un futuro più o meno lontano. Questa strage di occupati sta avvenendo già da tempo. Ci siamo tutti completamente dentro.

Per capirne anche alla lontana la portata conviene forse concentrarsi su un singolo caso, un’azienda universalmente nota, in modo da non disperdere l’attenzione su dati troppo generici.

Google ha confermato in questi giorni il licenziamento di diverse centinaia di persone dal suo “team di vendita di annunci globali” (coloro che piazzano la pubblicità, di cui la stessa Google vive), dopo che molte attività amministrative e creative sono state automatizzate con l’intelligenza artificiale.

Già qui vediamo che ad essere svolte agli algoritmi sono non soltanto le funzioni ripetitive, ma anche la fascia bassa di quelle considerate “creative”. È evidente che non si tratta di attività che “creano” davvero contenuti prima non esistenti, ma – diciamo così – della “fascia bassa” delle possibili risposte a una domanda che richiede qualche competenza nel collegare le risposte giuste.

Possiamo fare un esempio semplice, per quanto ormai “vecchio”: qualcuno ci chiede di disegnargli un sito web, ma il 95% dello sforzo “creativo” consiste nell’utilizzare template e funzionalità già esistenti, all’interno di un “disegno” che appaia abbastanza nuovo. Programmare nuovi template diventa una necessità occasionale, e serve meno gente per inventarne...

“Ogni anno, seguiamo un processo rigoroso per strutturare il nostro team in modo da fornire il miglior servizio ai nostri clienti Ads. Come parte di questo, alcune centinaia di posti di lavoro sono stati tagliati a livello globale”, ha detto un portavoce del gigante di Internet.

“I dipendenti interessati potranno candidarsi per posizioni aperte all’interno del team o altrove in Google”, ha poi affermato. Google prevede infatti anche di creare nuovi ruoli e fare assunzioni quest’anno. Ma non saranno delle stesse dimensioni rispetto ai licenziamenti.

La scorsa settimana, il comparto Cloud dell’azienda ha annunciato nuove soluzioni di intelligenza artificiale e intelligenza artificiale generativa “per aiutare i rivenditori a personalizzare lo shopping online, modernizzare le operazioni e trasformare l’implementazione di nuove tecnologie in-store”.

I nuovi strumenti consentono ai rivenditori di creare “agenti virtuali” in grado di interagire con i consumatori su siti web e app mobile, in modo molto più fluido e sofisticato rispetto ai chatbot senza AI generativa.

Google aveva già licenziato circa 12.000 persone nel gennaio 2023 (il 6% della sua forza lavoro) a fronte dell’inflazione e dell’aumento dei tassi di interesse. Da allora il gigante di Internet ha dovuto investire pesantemente nell’IA generativa.

Stiamo parlando di una multinazionale compresa tra le “Cinque Grandi” delle nuove tecnologie, che nella sua struttura organizzativa comprende funzioni di altissimo livello ingegneristico fino a quelle relativamente più semplici, ma pur sempre di una certa complessità.

Se trasferiamo il processo di “ristrutturazione produttiva” con strumenti analoghi su tutta una serie di attività impiegatizie che si limitano ad applicare procedure e non a prendere decisioni, si capisce facilmente quante di queste saranno certamente spazzate via per sempre nei prossimi anni.

Ma le centinaia di milioni di nuovi disoccupati sono, oltretutto, soltanto uno dei molti aspetti di questa ristrutturazione già in corso. Automatizzare determinate “reazioni burocratiche” ha sicuramente effetti anche sulla qualità e precisione di molte “decisioni” che in realtà sono semplicemente l’applicazione di alcune regole.

Il che non toglie affatto – anzi, garantisce! – che si possano prendere decisioni sbagliate con conseguenze pesantissime per una platea potenzialmente infinita di esseri umani.

Nelle scorse settimane è passata decisamente inosservata, in Italia, l’allucinante vicenda di oltre 700 impiegati delle Poste britanniche ingiustamente accusati di aver rubato denaro sul posto di lavoro. In questo caso l’errore era del software adottato per le verifiche contabili.

Diciamo perciò che l’intelligenza artificale “ancora non c’entra”, ma siamo appena agli albori dell’“automatizzazione” di decisioni operative prese dalla macchina. E che distruggono la vita di centinaia di persone perfettamente innocenti.

Le ingiuste accuse attraversano il periodo dal 1999 al 2015. Alcuni processi conseguenti alle “accuse automatizzate” sono però ancora in corso; altri si sono conclusi con condanne al carcere. Centinaia di persone, anche non processate, sono state costrette ad indebitarsi per coprire gli ammanchi fasulli segnalati dal sistema.

Almeno quattro di questi impiegati si sono nel frattempo suicidati. Molte famiglie si sono dissolte, tra divorzi e mancanza di uno stipendio.

È certamente “il più esteso errore giudiziario nella storia del Regno Unito” (definizione del Guardian), ma è diventato di allarme sociale solo dopo che una miniserie andata in onda a Capodanno, Mr Bates vs the Post Office, l’ha portata all’attenzione del grande pubblico (cosa che non era riuscita alle manifestazioni di protesta degli impiegati delle Poste).

I governi britannici infatti si erano ben guardati dal bloccare licenziamenti e processi, nonostante i “difetti” del software Horizon, sviluppato dall’azienda giapponese Fujitsu, fossero noti almeno a far data dal 2010.

Un disastro sociale che dice molto sull’incrocio perverso tra automazione e un potere infame, che per anni ha cercato di tenere sotto traccia quel che stava accadendo, nonostante che diversi processi si fossero conclusi con l’assoluzione e il reintegro dei dipendenti (gli accusati erano intanto arrivati a 3.500...).

Ma, ripetiamo, qui eravamo ancora alla preistoria dell’informatica, ben prima dell’IA...

Ed è inutile, oltre che sbagliato, alimentare sentimenti “luddisti” contro il progresso tecnologico. Come ci ha spiegato ottimamente Marx, il problema sta nel modo in cui produciamo – il capitalismo, il cui unico scopo è il profitto privato – non nello sviluppo. Ogni nuova tecnologia permette infatti di fare le stesse cose, o anche nuove, con meno fatica e sudore (anche “mentale”). Sarebbe insomma una benedizione, in altre mani...

Ma se a comandare il processo sono gli “imprenditori” (e quelli multinazionali sono certamente i più aggressivi e feroci) allora ogni avanzamento si traduce in riduzione dei posti di lavoro per unità di prodotto invece che in riduzione del tempo di lavoro necessario (sia come durata della giornata lavorativa che come durata dell’intera vita lavorativa).

Con il non paradossale risultato di avere, già ora, una società in cui sempre meno gente lavora ma per più tempo (sia come ore al giorno che come anni), mentre sempre meno “padroni” incamerano tutti gli incrementi di produttività e dunque di profitto.

Odiate il capitalismo, non la tecnologia...

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22/08/2023

[Contributo al dibattito] - Che cosa ho imparato da Mario Tronti

Questo non è un necrologio. Odio questo genere letterario perché, avendo a lungo lavorato nella redazione cultura di un grande quotidiano, lo associo a quelli che in gergo giornalistico si definiscono “coccodrilli”, vale dire gli articoli “precotti” che ogni redazione conserva nel proprio data base, in attesa di sfoderarli per celebrare la morte di questo o quel personaggio famoso. Sono scritti che raramente si sottraggono alla retorica, all’abuso di luoghi comuni e al mix di distacco e artificialità che caratterizza un testo costruito “a tavolino”, privo cioè delle emozioni suscitate dall’evento reale della morte. Quello che segue è invece il tributo che sento di dovere al pensiero di un autore che ha contribuito non poco a indirizzare il mio lavoro teorico recente. Un tributo che non ha pretese di “oggettività” accademica, nella misura in cui ricostruisce il pensiero di Tronti enucleandone gli aspetti che più si avvicinano al mio punto di vista sul mondo attuale, mentre trascura quelli che sento meno affini.

1. Operai e capitale. Ovvero la difficoltà di sbarazzarsi di una eredità ingombrante

La biografia teorica e politica di Tronti è caratterizzata da un paradosso: benché l’avesse “rinnegata” non molti anni dopo averla scritta, Operai e capitale (1) è rimasta la sua opera di gran lunga più conosciuta, e ha continuato a esercitare una profonda influenza anche dopo che l’autore ne aveva preso le distanze, segnando il punto di vista che intere generazioni di militanti hanno avuto, e hanno tuttora, in merito alle chance di superare il modo di produzione capitalistico. Dato che non mi interessa fare storia della teoria marxista degli anni Sessanta in Italia, mi limito qui di seguito a richiamare sinteticamente quelle che considero le tesi fondamentali contenute nel libro in questione:
1) le lotte operaie sono il motore dello sviluppo capitalistico e ne determinano in misura sostanziale i tempi e le modalità;
2) il cosiddetto “operaio massa”, vale a dire la figura che il proletariato di fabbrica ha assunto nella fase fordista dell'organizzazione capitalistica del lavoro, sviluppa obiettivi, pratiche e metodi di lotta che esprimono una coscienza politica spontaneamente anticapitalista, rivoluzionaria. In altre parole, in questa fase storica il lavoro vivo incarna una politicità immediata;
3) le tradizionali organizzazioni operaie, a partire dal PCI, ignorano questa realtà per cui, invece di riconoscere le potenzialità rivoluzionarie della coscienza di parte inscritta nella propria base sociale, imboccano la via del “nazional popolare”, neutralizzano cioè la parzialità operaia per imbrigliarla in una strategia che riduce la parte al tutto e la subordina a un progetto di “democrazia progressiva”;
4) viceversa Tronti – al contrario di Gramsci e dei suoi successori – non vedeva più il Principe nel partito ma lo identificava direttamente con la classe, l’unico vero soggetto rivoluzionario;
5) corollario di tale visione non era la negazione di qualsiasi ruolo del partito rivoluzionario, bensì la sua trasformazione: da coscienza “esterna” alla classe a strumento deputato a coordinare e organizzare sul piano tattico la lotta spontaneamente rivoluzionaria del proletariato.

2. La “conversione” di Tronti. Ovvero il riconoscimento della autonomia del politico

La presa di distanza dalle tesi appena descritte avviene, come si è detto, non molti anni dopo la pubblicazione di Operai e capitale. Pur non ripudiando il principio secondo cui sarebbero le lotte operaie a determinare lo sviluppo capitalistico, Tronti ammette che, nella misura in cui tale determinazione non esita in un processo rivoluzionario guidato e organizzato (come si vede, l’idea di un partito ridotto a svolgere mansioni puramente tattiche inizia a vacillare), il capitale è perfettamente in grado di sfruttare le stesse lotte operaie ai propri fini (Tronti non si è convertito alle tesi di Gramsci, ma qui è difficile non riconoscere le analogie con la categoria gramsciana di “rivoluzione passiva”).

Questo iniziale riconoscimento della autonomia del politico si rafforzerà a mano a mano che la ristrutturazione capitalistica e la transizione al modo di produzione postfordista evidenzieranno il nodo problematico che si annida nella teoria marxista: nella misura in cui la lotta di classe viene ricondotta a contraddizione immanente al modo di produzione, non esiste alcuna via di uscita dal processo di riduzione dell’operaio collettivo a capitale variabile; la forza lavoro, essa stessa capitale, non riesce a divenire autonoma, per cui la teoria che vede nello sviluppo capitalistico una variabile dipendente delle lotte operaie mostra la corda. La via d’uscita va quindi ricercata nella rivalutazione del ruolo del politico. Ma qui sorge un altro nodo problematico, visto che Tronti conserva una visione squisitamente novecentesca del politico.

Per lui, come argomenta Franco Milanesi in un bel libro (2), il politico conserva il senso di visione strategica e organizzazione, capacità tattica e densità di cultura, ceti dirigenti e popolo attorno a un comune progetto di trasformazione. La politica è tensione affermativa di volontà, decisione e governo in opposizione alle forze dell’ordine economico. Nel solco tracciato da Marx, Lenin e Schmitt, occorre riconoscere che la politica è forzatura, invenzione, volontà di sconvolgere il flusso temporale; non è continuità nel progresso bensì successione di fratture, interruzioni, ribaltamenti, è anche, infine e soprattutto, capacità di tracciare il confine fra amico e nemico.

Come inquadrare questa visione nel contesto delle disastrose sconfitte della classe operaia negli anni Ottanta e successivi?

Nell’ultimo Tronti (3) le implicazioni di questa svolta assumono toni tragici: negli anni Ottanta, argomenta, il movimento operaio non ha perso una battaglia, ha perso la guerra e, a seguito di tale sconfitta, è stata la politica stessa a tramontare, riducendosi a mera gestione amministrativa per conto del capitale. I governi sono sempre più tecnici e meno politici e le maggioranze parlamentari hanno il compito esclusivo di eleggere dei consigli di amministrazione dell’azienda-paese. I partiti non hanno semplicemente cambiato forma, hanno rinunciato alle ragioni stesse della propria esistenza, riducendosi a collettori di voti e ad agenzie di comunicazione.

Questa visione radicalmente pessimista si estende all’intera realtà contemporanea e il suo innesco catastrofico coincide con il crollo del sistema socialista: è a partire da allora che nelle sinistre si diffondono sentimenti di condanna e di rifiuto nei confronti non solo delle rivoluzioni ispirate al modello bolscevico del 1917, ma dell’intero “secolo breve”, descritto come una sorta di museo degli orrori macchiato da guerre e totalitarismi (4).

Viceversa per Tronti il Novecento è piuttosto un secolo “tragico” che imponeva decisioni e scelte di vita radicali, senza alternative, il secolo dell’aut aut, dello slogan socialismo o barbarie. L’ideologia postmoderna che emerge dal suo naufragio si sbarazza di questo spirito con le parole che annunciano la “fine delle grandi narrazioni” (5) o addirittura la “fine della storia”(6). Sparita la grande politica novecentesca che lacerava la continuità del flusso temporale costringendolo a procedere per fratture, ribaltamenti e catastrofi, la storia assume la forma d’un eterno presente in cui tutto cambia senza che nulla cambi veramente.

Tronti indica nella coppia amico/nemico il bersaglio preferito di questa reazione antinovecentesca che accomuna destre e sinistre, conservatori e progressisti: assistiamo a una mobilitazione totale contro la visione dicotomica della società che conduce alla condanna senza appello del punto di vista antagonista che era stato a fondamento di un secolo di storia del movimento operaio. Il risultato è la mutazione della tragedia in farsa: la lotta politica scade a reality show, il che non neutralizza la ferocia della lotta di classe (basti pensare alla macelleria sociale perpetrata dalla rivoluzione neoliberale) né, tantomeno, quella dei conflitti internazionali: nelle nuove guerre che le potenze occidentali scatenano contro le nazioni e i popoli che si ribellano al loro dominio l’inimicizia non viene civilizzata, al contrario diviene assoluta, le “guerre umanitarie” contro gli “stati canaglia” ne trasformano i leader locali in altrettanti “mostri”. Saddam Hussein, Milosevic, Gheddafi, Assad (oggi Putin) vengono tutti rappresentati, sfidando il senso del ridicolo, come altrettanti Hitler.

Che ne è della politica in questo contesto?
Provo a rispondere riprendendo le riflessioni critiche di Tronti:
1) sul fallimento del '68 e dei movimenti che ne hanno ereditato lo spirito (postoperaisti, femministe ecc.);
2) sulla necessità di rivendicare la tradizione rivoluzionaria novecentesca come “rivoluzione conservatrice”;
3) sulla necessità di ricostruire una prospettiva dicotomica, antagonista, nell’era dell’eclissi del soggetto di classe.
Svolgerò infine alcune considerazioni in merito alle ragioni della paradossale fedeltà del Tronti militante al PCI, pur in presenza delle degenerazioni in senso neoliberale di quel partito e dei suoi eredi.

3. La deriva neoliberale del '68

I giovani del '68, argomenta Tronti, erano radicalmente anti autoritari, ma ignoravano che abbattere l’autorità non significa automaticamente liberare le potenzialità dell’essere umano: poteva voler dire, e questo è ciò che in effetti ha voluto dire, liberare gli spiriti animali del capitalismo che scalpitavano dentro quella gabbia di acciaio che il sistema politico aveva costruito come rimedio della lunga crisi dei decenni centrali del Novecento, punteggiati da guerre e rivoluzioni scatenate dall’utopia del libero mercato. Negli anni Settanta può così trionfare quello che autori come Boltanski e Chiapello hanno definito “il nuovo spirito del capitalismo” (7): l’esaltazione della soggettività “desiderante” da parte dei nuovi movimenti, che si allontanano progressivamente dall’impegno per la difesa dei bisogni proletari, diviene adesione inconsapevole a una nuova cultura capitalista che fa leva sulle pulsioni consumiste, sull'edonismo individualista “emancipato” da ogni legame sociale e sulla critica radicale della razionalità del limite in qualsiasi campo dell’esistenza e dell’agire umani.

Nel '68 Tronti non vede una svolta epocale, un grande inizio, bensì la fine, la conclusione del Novecento. Più che di un grande balzo trasformativo, si è trattato, alla fine dei conti, di un banale cambio di ceto politico, in seguito al quale la storia si è progressivamente convertita nello scorrere di “un tempo senza epoca”, nel quale ogni increspatura viene scambiata per una svolta epocale, mentre nessuna vera svolta è più possibile a fronte di una realtà caratterizzata dalla dittatura del presente, un presente che ignora passato e futuro. Se il grande Novecento è stato l’epoca delle grandi rivoluzioni – grandi anche nel loro tragico fallimento – la sua parte terminale è invece il tempo delle rivoluzioni immaginarie, fallite prima ancora di iniziare. Paradigmatico, in tal senso, il destino del femminismo, movimento nei confronti del quale Tronti confessa di avere inizialmente nutrito simpatia e interesse, almeno finché il “femminismo della differenza” è stato neutralizzato dal prevalere del proprio lato emancipatorio. Nel momento in cui l’emancipazione vince, la rivoluzione perde: avanzando verso l’uguaglianza fra generi le donne non sono salite ma scese sulla scala delle libertà; hanno acquisito nuovi diritti, ma i diritti qualsiasi società moderna è più che disposta a concederli, perché è consapevole che si tratta di un altro modo per assicurare il potere a chi comanda. Nella misura in cui l’emancipazione si è sviluppata in senso contrario alla differenza di genere, la politica della differenza si è piegata alla logica borghese di neutralizzazione e depoliticizzazione; la vittoria dell’emancipazione sancisce l’inclusione senza residui del femminile nel sistema. Si tratta un destino condiviso da tutti i nuovi movimenti, i quali hanno finito per soccombere, più che di fronte alla repressione o a minacce totalitarie, al trionfo di una democrazia intesa esclusivamente come emancipazione individuale, di un progetto che mira a isolare l’individuo e a impedirgli di entrare in rapporto con altri individui, a costruire una massa atomizzata agevolmente manipolabile.

Giudizi analoghi, tanto più amari in quanto implicano una dura autocritica delle sue antiche tesi, Tronti esprime nei confronti della deriva postoperaista. Si potrebbe dire, argomenta, che il “peccato originale” dell’operaismo è la sua concezione immanente del processo rivoluzionario, vale a dire l’idea secondo cui il principio del superamento è inscritto nelle dinamiche stesse del modo di produzione capitalistico. Si tratta di un principio di immanenza che si rovescia perversamente in principio di cattura, sintetizzato nello slogan secondo cui occorre essere dentro-contro il rapporto di capitale, dopodiché, non essendoci più alcun fuori, non c’è alcuna possibilità di fuoriuscita. Da qui l’illusione di poter battere il capitale sul suo stesso terreno, che è quello dell’accelerazione-intensificazione dello sviluppo (sociale, politico e culturale, oltre che economico). Illusione, argomenta Tronti, perché “nessuno può essere più moderno del capitale”, nessuno può batterlo a un gioco di cui controlla ogni mossa e ogni regola. La critica di Tronti affonda fino al nocciolo duro della teoria operaista (e tocca qui i più espliciti accenti autocritici), vale a dire fino all’idea secondo cui la soggettività operaia rappresenta, al tempo stesso, l’unico vero motore dello sviluppo capitalistico e il principio immanente del suo rovesciamento. “Abbiamo forse caricato gli operai di un progetto eccessivo”, ammette (8), e la nostra illusione è svanita nel momento in cui è apparso chiaro che “la rude razza pagana” non ce l’avrebbe fatta a rovesciare il capitale. Né avrebbe potuto farcela, perché gli operai rappresentano sì una parte, ma una parte interna al capitale (si potrebbe dire che la scoperta trontiana dell’autonomia del politico, è stata la scoperta che aveva ragione Lenin: la coscienza spontanea degli operai non supera la coscienza tradeunionista e può divenire rivoluzionaria solo attraverso l’organizzazione politica).

Il pessimismo tragico di Mario Tronti si oppone all’ottimismo euforico di Antonio Negri, l’altro grande vecchio dell’operaismo italiano. Incapace di prendere atto della natura contingente del ciclo di lotte dell’operaio massa, e tantomeno disposto a rinunciare al dogma secondo cui è sempre la forza lavoro a determinare lo sviluppo del capitale, Negri cerca di proiettare il carattere spontaneamente antagonista dell’operaio massa su una successione di figure prive di consistenza reale: dall’operaio sociale alla moltitudine.

Tronti liquida la metafora dell’“operaio sociale” come un tentativo di “fabbrichizzare” il sociale, di estendere la qualità dell’antagonismo di fabbrica al sociale diffuso, che viene sovraccaricato di coscienza anticapitalista per compensare il declino di potenza dell’operaio tradizionale. Quanto alla moltitudine, più che rappresentare una nuova forma di soggettività di classe, rispecchia il processo di atomizzazione sociale generato dalla ristrutturazione capitalistica.

Negri e altri tentano di negare l’evidenza proponendo una lettura “biopolitica” dell’antagonismo fra capitalismo immateriale e lavoratori della conoscenza: visto che il capitale mette oggi al lavoro la vita stessa, il conflitto non è più fra capitale e lavoro, bensì fra capitale e umanità intera. Ma questa visione si regge su uno sfrenato ottimismo tecnologico che attribuisce al capitalismo immateriale il merito di avere realizzato la profezia dei Grundrisse: fine della legge del valore e transizione immediata al comunismo, resa possibile dal fatto che i lavoratori della conoscenza sono in grado di assumere il controllo di un processo lavorativo già compiutamente socializzato grazie alla loro cooperazione spontanea. Un discorso che ignora il fatto che i mezzi di produzione e i prodotti immateriali sono in grado di confiscare più di ogni altro l’attività lavorativa umana e di egemonizzare le coscienze di lavoratori e consumatori (9).

Contro l’imperativo che impone di essere ipermoderni, celebrando ogni accelerazione nell’evoluzione tecnologica come un balzo in avanti verso il comunismo, si erge la diffidenza trontiana nei confronti della natura demonica della tecnologia, nonché l’invito a riconoscere il lato conservatore delle rivoluzioni novecentesche, la loro resistenza nei confronti dell’innovazione come arma di colonizzazione del sociale da parte del capitale.

4. Un rivoluzionario conservatore

La visione trontiana della rivoluzione presenta notevoli analogie (del resto rivendicate in più occasioni) con quella di Benjamin (10). Al pari del grande eretico della Scuola di Francoforte, Tronti considera le rivoluzioni novecentesche come altrettanti tentativi di opporsi all’invasione della società da parte dei barbarici istinti animali del capitalismo. Il peccato originale di larga parte della cultura marxista è consistito nel descrivere la rivoluzione socialista come il compimento della rivoluzione borghese, come un’accelerazione verso la modernità. Questo punto di vista era profondamente radicato nella Seconda Internazionale e nella Socialdemocrazia tedesca che ne costituiva il nerbo teorico e organizzativo, un punto di vista sintetizzabile nella convinzione che il progresso tecnologico, lo sviluppo delle forze produttive, avrebbe automaticamente determinato la transizione a una forma sociale più avanzata di quella capitalistica. Criticando questa illusione, Benjamin, citato da Tronti, diceva che “non c’è nulla che abbia corrotto i lavoratori tedeschi quanto la persuasione di nuotare con la corrente”. Lo stesso Tronti aggiunge che, a partire da un determinato momento storico, l’imperativo a essere moderni (che per i postoperaisti diviene l'imperativo a essere assolutamente moderni) coincide di fatto con l’essere per lo sviluppo della società capitalista. Contro questa concezione continuista del progresso umano, secondo cui l’innovazione capitalistica è necessariamente destinata a convertirsi nell’innovazione socialista, si contrappone il punto di vista discontinuista della rivoluzione d’ottobre guidata da Lenin, l’idea di una volontà rivoluzionaria che interrompe bruscamente il flusso “normale” degli eventi storici, una brusca interruzione che impone con la forza le ragioni della riproduzione sociale contro quelle del progresso economico e che fa sì, secondo Tronti, che la rivoluzione del '17 somigli più alle rivoluzioni conservatrici che a quelle borghesi. Questa auto rappresentazione del proprio pensiero come “rivoluzionario conservatore” si fonda oltretutto su un radicale pessimismo antropologico: diversamente da Rousseau e dai suoi emuli contemporanei di sinistra, Tronti non crede a una umanità che nasce “buona” ma poi viene corrotta dalla società (per cui basterebbe riformare quest’ultima per eliminare il male dal mondo), ma è convinto che il male sia radicato nella natura stessa dell’uomo, il che rende ancora più fondamentale la missione civilizzatrice del politico.

Purtroppo, come si è visto, per Tronti l’appello alla centralità del politico non può che suonare nostalgico dopo la catastrofe antipolitica di fine Novecento. A venir meno, infatti, è stato lo spirito rivoluzionario di una classe che non si fondava sulla sua capacità di incarnare l’interesse generale di un popolo, di una nazione o dell’umanità intera bensì, al contrario, sulla natura costitutivamente di parte dei suoi interessi.

Che ne è di questo punto di vista irriducibilmente di parte in un mondo in cui il soggetto operaio sembra essersi dissolto nella massa individualizzata? La risposta di Tronti suona decisamente spiazzante se non addirittura enigmatica laddove scrive che “il punto di vista operaio non esiste più, rimane il punto di vista” o, con parole ancora più radicali che “l’odio di classe non esiste più, resta l’odio”. Con queste due affermazioni, Tronti sembra dirci che, mentre la parte non dispone più di un soggetto, né di un progetto, che la rappresentino, esistono ancora la possibilità e la volontà di opporsi al tutto, all’ordine complessivo, alla “forma di vita” dominante così come essa si esprime in politica, in economia, nella cultura, nell'agire quotidiano.

In altre parole, per sopravvivere a se stessa la politica dovrebbe transitare dalla contestazione dei rapporti di produzione alla contestazione di un’intera civiltà, lo spirito dell’inimicizia non dovrebbe più rivolgersi solo contro il capitale, bensì contro l’intera civiltà occidentale. Così, dopo avere ironizzato sulla retorica dei principi e dei valori occidentali che accompagna le reazioni agli attentati degli integralisti islamici, Tronti afferma che quei valori e quei principi non sono i suoi e, benché non ritenga giusto attaccarli in quel modo, ciò non lo induce a difenderli in nome della difesa di uno stato di cose che considera turpe.

Insomma: l’ultimo Tronti non è divenuto un pensatore pacifista, al punto che, ricordando le sue conversazioni con Miglio e Bobbio ai tempi in cui erano tutti e tre in parlamento, racconta come Miglio – con grande scandalo di Bobbio – avesse affermato di considerare la vendetta come la categoria politica più importante, e che lui, al contrario di Bobbio, si era riconosciuto in quell’affermazione, associandola al detto di Benjamin secondo cui non si combatte per le generazioni a venire, bensì per vendicare le sofferenze e i soprusi degli antenati asserviti. Questa postura vale anche per il tema della guerra, rispetto al quale Tronti dichiara di non avere mai condiviso l’utopia di un mondo pacificato: meglio riconoscere che la dimensione della guerra fa parte della natura umana e che, più che esorcizzarla, occorrerebbe “civilizzarla” (tema squisitamente schmittiano). Una funzione venuta meno dopo la caduta del Muro e la fine della guerra fredda, eventi che hanno inaugurato l’era delle “guerre umanitarie” in cui il nemico è stato ridotto a criminale, legittimando qualsiasi mezzo per annientarlo. Donde il monito a una classe politica che, avendo smarrito la capacità di interpretare la geopolitica, non sa riconoscere, né tantomeno governare, le trasformazioni di un mondo che minaccia di innescare conflitti distruttivi non più fra nazioni ma fra interi continenti.

A questo punto si fa pressante l’interrogativo sulle ragioni di quella che ho sopra definito la paradossale fedeltà del Tronti militante al PCI, pur in presenza delle degenerazioni in senso neoliberale di quel partito e dei suoi eredi.

5. Perché questo “vecchio bolscevico” è rimasto con gli aborti politici partoriti dal PCI?

Sarò sincero: questa domanda per me resta a tutt’oggi priva di una risposta accettabile, per cui mi limito a elencare qui di seguito le motivazioni che lo stesso Tronti mi ha fornito nel lungo dialogo che abbiamo avuto qualche anno fa (11), motivazioni che considero a dir poco inconsistenti, dopodiché proverò a formulare una ipotesi sul vero errore di prospettiva che sta alla base di una scelta apparentemente inspiegabile. Le motivazioni addotte nell’occasione appena accennata sono sintetizzabili in quattro punti che ruotano attorno al concetto che Tronti sintetizza con la necessità di “essere bolscevichi”.

Uno. Essere bolscevichi, argomenta, significa essere maggioritari, scegliere di operare laddove si concentra la forza necessaria per cambiare le cose. È per questo motivo, sostiene che ha fondato la rivista Classe Operaia, prendendo le distanze dall’esperienza minoritaria di Quaderni Rossi, e quando anche Classe Operaia divenne una setta, ha deciso di rientrare nel PCI, perché convinto “che occorra sempre stare nel grosso della forza anche se non corrisponde alla mia idea”.

Due. Essere bolscevichi, aggiunge, vuol dire comprendere la necessità del professionismo in politica. Non la politica come mestiere, bensì la politica come beruf, il termine weberiano che compendia in sé i significati di professione e vocazione. Tronti considera necessaria la professione politica perché non crede nell’ottimismo democratico che attribuisce a tutti i cittadini la capacità di decidere, per cui rifiuta la retorica sulla democrazia partecipativa.

Tre. Essere bolscevichi significa inoltre diffidare dell’estremismo: “La politica cammina su due gambe, il conflitto e la mediazione, se cammina solo sulla prima abbiamo l’estremismo, se cammina solo sulla seconda abbiamo l’opportunismo” (evidentemente non ha saputo/voluto prendere atto che la politica delle formazioni in cui ha militato per decenni camminava solo su quest'ultima gamba).

Quattro. Essere bolscevichi significa infine essere realisti: ”Il realismo”, dice, “si misura sulla durata delle conseguenze che tu attribuisci al tuo agire”, per cui, se vuoi che tali conseguenze durino, a volte devi rinunciare a determinati principi e valori, perché è più probabile che tu riesca a realizzarli se il tuo progetto dura nel tempo, mentre, se ti intestardisci a volerli mettere in atto qui, subito e a qualsiasi costo, andrai quasi certamente incontro al fallimento.

La mia ipotesi è che il vero motivo dell’abbaglio trontiano risieda nella quarta motivazione. Tronti ci dice di avere scelto di collocarsi laddove si concentra la forza per il cambiamento, sacrificando valori e principi ai vincoli dettati dalla contingenza storica in vista di una loro possibile, futura ripresa e realizzazione. Ma a quali vincoli “oggettivi” si riferisce? Mi pare evidente che qui entra in campo, in barba a molte delle intuizioni critiche formulate dallo stesso Tronti, una visione rimasta costantemente maggioritaria nel marxismo occidentale, vale a dire quella secondo cui nessuna volontà rivoluzionaria può avere ragione delle “leggi” economiche dello sviluppo capitalistico, nonché degli scenari geopolitici “sovradeterminati” da tali leggi. Così il “realismo” trontiano ricade però in una visione della storia come processo lineare, unidirezionale, animato da una necessità immanente, “naturale”, in palese contraddizione con le sue riflessioni sul politico come rottura del flusso “normale” degli eventi storici.

Se qualcosa ho potuto imparare da Tronti è quindi solo grazie alle lezioni di altri maestri che, come Gyorgy Lukacs (12), mi avevano vaccinato contro le insidie del determinismo e del meccanicismo. Ecco perché, malgrado questa pur grave debolezza del Tronti “realista” – che gli amici delle sinistre radicali non gli hanno mai perdonato –, resto convinto che nessun progetto di ricostruzione di un punto di vista rivoluzionario possa prescindere dal suo contributo teorico su temi quali l’autonomia del politico, i disastrosi effetti dell’infatuazione del marxismo occidentale per il progresso tecnologico e lo sviluppo economico; la critica della svolta individualista delle culture di movimento (e la loro conseguente cattura da parte del campo liberale); la rivendicazione della tradizione novecentesca della logica amico/nemico e del punto di vista di parte associato alla lotta di classe.

Per quanto riguarda in particolare quest'ultimo punto, mi preme citare tre frasi estratte da altrettanti scritti recenti: “il cemento dell’amicizia politica è una ben specifica e determinata e consaputa inimicizia sociale, non uno stare con ma uno stare contro”; “compito del partito è oggi semplificare politicamente la complessità sociale. Tornare a dividere l’uno in due al di là di tutte le apparenze sistemiche”; “che una parte va ricostruita è indubbio, altrimenti non c’è partito né politica, ma quale parte, strutturata come, riferita a cosa, in quale forma organizzata”.

Rispondere agli ultimi quattro quesiti è il compito di qualsiasi forza politica intenzionata a rilanciare una prospettiva anticapitalista.

Note

(1) M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi, Torino 1966.

(2) F. Milanesi, Nel Novecento. Storia, teoria, politica nel pensiero di Mario Tronti, Mimesis, Milano 2014

(3) In questo scritto farò riferimento soprattutto alle seguenti opere di Tronti: Noi operaisti, DeriveApprodi, Roma 2009; Dall’estremo possibile, Ediesse, Roma 2011; Dello spirito libero, il Saggiatore, Milano 2015.

(4) Vedi, in particolare, M. Revelli, Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro, Einaudi, Torino 2001.

(5) Cfr. J-F. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano 1981.

(6) F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano 2003.

(7) L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

(8) Cfr. M. Tronti (a cura di C. Formenti), Abecedario (con due Dvd); DeriveApprodi, Roma 2016.

(9) Sulla capacità del neocapitalismo digitale di plasmare l’identità e la cultura di lavoratori e consumatori cfr. P. Dardot, C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2013. Vedi anche il mio Felici e sfruttati, Egea, Milano 2011.

(10) Per una ricostruzione del pensiero “antimoderno” di Benjamin vedi A. Visalli, Classe e partito, Meltemi, Milano 2023.

(11) Vedi Abecedario, op. cit.

(12) Cfr. La mia Prefazione a G. Lukacs, Ontologia dell’essere sociale (4 voll.), Meltemi, Milano 2023. vedi anche C. Formenti, Ombre rosse. Saggi sull’ultimo Lukacs e altre eresie, Meltemi, Milano 2022.

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07/07/2023

Germania - La recesione bussa alla porta

Anche per la ex locomotiva economica d’Europa i prossimi anni saranno “difficili”. In una intervista al quotidiano Handesblatt Clemens Fuest, presidente dell’Istituto per la ricerca economica di Monaco di Baviera (Ifo) afferma che diversi fattori suggeriscono che la Germania sperimenterà “una crescita magra”. Ora, si deve “stringere la cinghia”, perché “purtroppo non ci sarà un miracolo economico, ma qualcosa in direzione di sudore e lacrime”. Secondo l’economista, la Germania “non ha scelto il decennio migliore” per la trasformazione della sua economia e “un decennio prima sarebbe stato tutto più semplice”.

Il presidente dell’Ifo sottolinea come tutti gli Stati devono far fronte alla transizione ecologica, ma il suo Paese “si concede l’uscita dall’energia nucleare, con la forza lavoro che si riduce”. In questa situazione, per Fuest “non vi sarà purtroppo alcun miracolo economico”. L’economista tedesco la vede assai diversamente da quanto sostiene il cancelliere Olaf Scholz, che invece insiste sull’importanza degli investimenti ecologici. Secondo l’economista, la Germania dovrà, invece, affrontare “qualcosa nella direzione di sudore e lacrime” e “non ci si deve illudere”. Diversamente dal boom degli anni ’50 e ’60, la trasformazione ecologica “non creerà capacità di produzione aggiuntive, ma nel migliore dei casi un nuovo stock di capitale sostituirà quello vecchio”.

Per Fuest, “ciò è in primo luogo costoso” e vi è da considerare che “chi sostituisce reattori nucleari, centrali elettriche a carbone e impianti di riscaldamento funzionanti non crea ulteriore crescita, men che meno quando il nuovo stock di capitale offre servizi peggiori del vecchio”. Il presidente dell’Ifo ha infine avvertito che “la prosperità non aumenta” con la transizione ecologica, perché tale processo funziona come “uno shock dell’offerta”, riducendola.

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16/06/2023

La rivoluzione conservatrice. Le lezioni severe che Berlusconi ha inflitto alle sinistre

All’inizio degli anni ’10, quando le sinistre avevano imboccato una parabola discendente ancora oggi senza ritorno, Forza Italia era, nelle analisi dei flussi elettorali, il primo partito operaio del paese. Lascerà poi il testimone della rappresentanza operaia al Movimento 5 Stelle, poi alla Lega e infine a Fratelli d’Italia.

Questo per dire che con Berlusconi, la classe operaia identificabile come tale – di cui già dagli anni ’70 la componente più ribelle e intuitiva della sinistra ne aveva colto la fine della centralità nei processi produttivi – aveva subito non solo ristrutturazioni economiche e una catastrofe culturale, ma anche uno sconvolgimento nel posizionamento sull’asse politico.

E questo nonostante le enormi proteste di piazza, sull’articolo 18, quelle con fiumi di persone a perdita d’occhio, dirette dalla CGIL, nonostante che la crescita della Berlusconi economy (la filiera edilizia, comunicazione, sanità privata) sia stata decisamente postoperaia e che, nello stesso periodo, la contrazione strutturale del PIL e la deindustrializzazione in Italia si siano semplicemente sovrapposte.

Se c’è un dato, quindi, che spiega bene la rivoluzione conservatrice nel nostro paese, operata dal fenomeno Forza Italia, è quello dello spostamento del consenso operaio a destra nella profonda trasformazione, sempre da destra, di economia, cultura e società in senso marcatamente conservatore. Non solo: tanto più l’Italia si deindustrializzava tanto più la classe operaia ristrutturata passava a destra. Un fenomeno che ai giorni nostri ha caratterizzato l’ascesa di Trump ma che ha rappresentato, in Italia, una vera e propria premonizione politica per tutto l’Occidente.

Ma per capire cosa è accaduto torniamo indietro all’autunno del 1980, con la storica sconfitta operaia di ottobre alla FIAT e il lancio, a novembre, di Canale 5. Un passaggio di testimone nel protagonismo politico del paese che all’epoca non tanto fu inavvertito ma semplicemente improponibile.

Con la fine degli anni ’70, infatti, almeno tre fattori in Europa si erano manifestati come protagonisti della nuova decade: la rivoluzione microelettronica, l’estensione delle reti televisive e la mutazione del paradigma economico da industriale a postindustriale. I partiti operai in Europa, e a maggior ragione in Italia, erano strutturati ancora secondo le regole imposte dal fordismo. Il berlusconismo, all’inizio lontano dalla politica, basato sul solo business dell’intrattenimento, ha finito per fare da testa d’ariete alla politica postfordista: consenso raccolto attorno al simbolico mediale dell’intrattenimento, capo carismatico, partito leggero che serve solo a eseguire le direttive del vertice.

Prima severa lezione, divenuta evidente con la discesa in campo del 1994: se cambiano tecnologia, comunicazione e paradigma economico cambia la società e muta il modo di fare politica. Berlusconi rappresenta l’uso carismatico e pastorale di questa mutazione della politica grazie alla televisione. Una rivoluzione, la forza d’urto necessaria per prendere il potere, il cui aspetto conservatore – i valori dell’Italietta del boom economico – rappresenta il tratto tipicamente berlusconiano di questo processo. Poteva andare diversamente? Si, ma le rivoluzioni vanno cavalcate quando avvengono e Berlusconi l’ha fatto. Di qui almeno quattro lezioni:

- la forza politica è organizzare il tempo libero. Il business dell’intrattenimento, per tutte le fasce d’età, è la spina dorsale per la conquista di una egemonia che da culturale si fa politica, da materia per fatturati stellari diventa strumento di consenso elettorale;

- la forza politica è suscitare spontanee proteste di piazza. Le proteste, di metà anni ’80, contro lo spegnimento, a opera della magistratura, delle tv berlusconiane erano chiaramente il segno di una mutazione antropologica che si è fatta poi politica. Qui siamo a Gramsci a Cologno Monzese, una lezione mai appresa e mai raccontata da nessuna controinchiesta;

- la forza politica è l’organizzazione del simbolico dello sport. Il Milan come strumento di promozione simbolica dell’azienda berlusconiana prima e del modello politico di Forza Italia poi. A differenza dell’organizzazione dello sport di base da parte dei partiti di massa qui si organizza una squadra professionistica e la si eleva a modello del fitness e del vivere. George Mosse a San Siro e in diretta globale, questo sconosciuto all’antropologia politica;

- la forza politica è il modello leninista rovesciato nella rivoluzione conservatrice. Dal giornale al partito, dalla Pravda al partito bolscevico, qui viene reinterpretato in un “dal gruppo editoriale al partito”, da Mediaset a Forza Italia. In questo modo la politica si intreccia, e da destra, con le mutazioni del mondo postfordista.

Nelle sinistre, molto differenti tra loro, al massimo ci si è adoperati nella denuncia degli effetti collaterali della rivoluzione conservatrice berlusconiana (corruzione, mafia, tangenti, scandali sessuali, uso autoritario della politica e della piazza) mentre la solita letteratura dell’inautentico, quella sui media come crepuscolo della civiltà, aiutava a non capire il fattore costitutivo, persino dionisiaco di questo potere. Di lì le severe lezioni, per le varie sinistre, mai metabolizzate. E, non a caso, dalla mancata recezione della lezione della rivoluzione conservatrice in Italia, sono arrivate le lezioni grilline, leghiste e di Fratelli d’Italia.

Quando tecnologia, media e paradigma economico cambiano anche la politica deve farlo. Altrimenti la fine è quella degli Amish, come sta accadendo oggi, ovvero comunità di un’altra epoca recintate su un pianeta in continua mutazione. Chi, invece, ha cavalcato, come rivoluzione conservatrice, queste mutazioni ha fatto presa sul mondo.

Armin Mohler, autore chiave del filone della Konservative Revolution in Germania pensava che la reazione contro la tecnica desse spazio a quel genere di movimento culturale e politico. La rivoluzione conservatrice in Italia ci ha mostrato che questa può avvenire con un uso consapevole, e declamato, della tecnica stessa. Una lezione quindi, anche per la destra.

Con la morte di Berlusconi si celebra la piena egemonia della rivoluzione conservatrice in Italia. Se la segretaria del principale partito avversario aderisce senza riserve alla celebrazione di questa egemonia tramite rito funebre medialmente ossessivo, se non è in grado di pronunciare una contronarrazione, se balbetta formule che finiscono per lasciarla nelle mani di chi, in quel momento, il pallino della storia lo detiene davvero, significa che l’ora più alta dell’egemonia è suonata. Vedremo il seguito.

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06/09/2022

Quale futuro per Livorno?

I tentativi di attivare tramite la cultura processi di rigenerazione urbana, concetto che ha un significato comunque scivoloso, sono diversi, in Europa risalgono agli anni ’80 e vanno saputi leggere per distinguere la propaganda dai progressi concreti per capire il contesto, niente affatto tranquillo, nel quale operano questo genere di strategie.

Per fare un esempio, Liverpool, capitale europea della cultura 2008, ma oggetto d’investimenti su questo piano anche in epoca Thatcher, ha puntato strategicamente sulla cultura come settore trainante della rigenerazione urbana, e veicolo di ristrutturazione, con grossi risultati ma anche con fallimenti reali. In questo recente articolo infatti possiamo trovare uno spaccato di decenni di mutazioni e ristrutturazioni dell’area metropolitana di Liverpool che conducono, oggi, a un ineliminabile risultato: le street gang si sono moltiplicate nonostante anni di tentativo di governo del territorio, politiche culturali e di riduzione di quella che viene chiamata devianza (in questo caso gli Youth Crime Prevention Programmes).

La base materiale di questo fenomeno è l’alto tasso di disoccupazione giovanile di quelle aree tenendo conto che, a livello nazionale britannico, il tasso giovanile di disoccupazione è perlomeno triplo rispetto alla media complessiva. Insomma seguendo l’articolo di John Hesketh, docente di Justice Studies a una delle università di Liverpool, è la distanza tra mondo giovanile e mercato del lavoro a creare quello spazio che rende possibile la riproduzione delle street gang: un spazio urbano, aggregativo dal punto di vista neotribale con una base economica perché riempito dall’economia informale, dal mercato delle droghe e dalla predazione e dalla riappropriazione urbana.

Ora, la questione delle street gang in Inghilterra è vecchia quanto la rivoluzione industriale ma, a ogni mutazione economica si pone con le sue differenti culture e i diversi livelli d’intensità di economia della predazione e della riappropriazione. Quello che impariamo da Liverpool, per le nostre province nelle quali si parla impropriamente di banlieue di Toscana, è che la rigenerazione urbana con la cultura come strumento di ristrutturazione del territorio lascia enormi spazi scoperti, assieme alla continua ristrutturazione del lavoro portuale (che in UK segue le linee di questo genere di politica) all’economia e alla presenza delle street gang grazie anche a un alto tasso di disoccupazione giovanile e al fenomeno dell’abbandono scolastico. Insomma, se non vogliamo ridurre il nostro territorio a una Toxteth (un quartiere molto problematico di Liverpool) sul Mediterraneo è bene uscire dal loop retorico “intanto la cultura” perché le politiche culturali sono essenziali ma solo entro un approccio sistemico legato alla rigenerazione urbana. Altrimenti sono, come fa il comune di Livorno, intrattenimento venduto come medicina sociale. E questo approccio sistemico se in Gran Bretagna difetta, o è pesantemente condizionato dal liberismo, da noi è ancora territorio alieno.

Quello inglese è un paradigma da tenere bene in mente anche dalle nostre parti: la rigenerazione urbana ha nella cultura, si pensi alle aree lasciate libere dai precedenti cicli economici, un elemento forte d’innovazione economica ma da solo lascia comunque enormi spazi scoperti. Anche in economie, come quella inglese, nella quale il basso tasso di disoccupazione è comunque accompagnato da un forte tasso di disoccupazione giovanile. E specialmente in aree portuali nelle quali, pur in presenza d’innovazione tecnologica e d’importanti presidi di economia della conoscenza, aree, ricchezza e legame sociale tendono a ridursi con l’evoluzione del rapporto tra territorio ed economia dello shipping.

Insomma, nel momento in cui le street gang non sono più un elemento delle subculture urbane legate alle mode e al tempo libero ma parte decisiva, neotribale di una economia informale, che sottrae spazio alla grande economia formale, che occupa territori e li plasma secondo le proprie esigenze è evidente che bisogna saper guardare con occhio critico alle “politiche” di oggi e prefigurare la politica del prossimo domani.

Se guardiamo all’articolo della Nazione – quello che azzarda il paragone tra Pisa, Livorno e le periferie francesi – i sindaci di entrambe le città, con accenti diversi, chiedono prima di tutto un intervento di controllo militare. Ora, se nelle guerre moderne è chiaro che l’intervento sul campo è sempre meno decisivo per risolvere le controversie, e che un conflitto si vince mettendo in sincrono più piani d’intervento, a maggior ragione questa regola vale quando si devono rigenerare i territori. Invece, le retoriche dell’intervento militare si ripetono in assenza di una politica reale della sovrapposizione di piani che, unica, può scatenare davvero un cambiamento.

Il punto è che i sindaci chiedono più forze dell’ordine in un mondo nel quale si rivelano poco efficaci anche i risultati dell’intervento di polizia nei territori a rischio persino se accompagnato dal predictive policing (gli strumenti predittivi dei comportamenti a rischio basati su analisi dei dati). Eppure da noi, dove la comunicazione politica è quasi sempre richiesta di polizia, il predictive policing è solo, dove è conosciuto, poco più di una teoria. Finisce così che i primi cittadini richiedano strumenti d’intervento di qualche crisi fa, l’occupazione militare e arresti che non possono andare oltre il piano simbolico, così la continua richiesta di pattuglie sul territorio si rivela non frutto di una strategia ma solo della tattica dell’incontro con le richieste dell’opinione pubblica e dei social.

Conosciamo la logica che muove i sindaci: se l’opinione pubblica chiede pattuglie sul territorio i primi cittadini si mettono nel coro. Addirittura mentre la disponibilità dei sindaci, in tema di ordine pubblico, “per fare pressione su Roma” è sempre immediata non ne esiste una seria per piani organici di rigenerazione urbana. In poche parole, si manca completamente degli strumenti e della concezione necessaria per attivare, in sincrono, gli elementi (dal controllo del territorio, al recupero economico alla rielaborazione del legame sociale) della complessa ma necessaria strategia di rigenerazione urbana. In questo modo si faranno degli arresti ma la produzione di degrado rimarrà intatta. Lo rimane, come nel caso inglese, anche in caso di decenni d’interventi sui territori lo rimarrà, a maggior ragione, nei nostri dove il decoro urbano è il massimo del traguardo del marketing politico.

Qui il sindaco di Livorno, Luca Salvetti, si è già ricavato un ruolo (richiesta di organici di polizia, di certezza della pena) che è sia di richiesta che polemico nei confronti dello stato centrale. Ruolo che avrebbe un senso se Livorno fosse in grado di attivare, o anche solo di prefigurare, interventi organici, profondi di rigenerazione urbana. In questo scenario il marketing sul progetto degli Uffizi a mare, che pare carente sulle fonti di finanziamento, non ha molto a che vedere con la rigenerazione urbana. Considerato che dal punto di vista turistico, e d’identità del territorio, ha molto più senso un museo della città del cui progetto culturale si sono perse le tracce.

Il futuro di Livorno è quello di essere un set permanente delle immagini celebrative del primo cittadino, con progetti come quello degli Uffizi a mare che sono più da passato liberty coloniale che da identità viva del territorio? Magari con le street gang che proliferano nel ritrarsi dell’economia formale da Livorno?

Il rischio c’è e con questo governo di Livorno il rischio somiglia parecchio alla certezza. Livorno ha comunque le forze per risollevarsi ma è anche il momento di capire come e quando queste forze possono manifestarsi.

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06/06/2022

Un PNRR da “sovranismo europeo”

Come dicono i saggi: avere una buona analisi della situazione non garantisce che si sappiano fare anche le scelte giuste. Ma se hai un’analisi sbagliata farai certamente solo scelte sbagliate. Anche con le migliori intenzioni.

La sinistra italiana è morta anche per incapacità di sviluppare una qualsiasi analisi della realtà contemporanea, preferendo limitarsi a piccoli giochi di parole per dare un senso “storico” a scelte tutte motivate dalla tattica. Spesso semplicemente dalla necessità di giustificare ambizioni personali (Bertinotti scambiò tranquillamente la funzione politica di Rifondazione per una poltrona da presidente della Camera; ricorda quella storia della primogenitura e un piatto di lenticchie, no?).

Altre volte per una più onesta – ma non meno dannosa – propensione a immaginarsi un mondo che giustifichi quel che vogliamo o possiamo fare, invece che (com’è obbligatorio in ogni lotta) fare quel che si può in base al mondo che c’è. Se preferite le metafore, è la differenza che c’è tra “tagliare il piede per farlo entrare nella scarpa” (cit.) e il comprare una scarpa nuova a misura.

Il baricentro di ogni lotta politica – rivoluzionaria, progressista, conservatrice, reazionaria, ecc. – è l’individuazione del luogo in cui risiede il potere politico. Ed è chiaro che se si sbaglia su questo punto essenziale tutto quel che si farà diventa uno spreco di energie.

Negli ultimi 30 anni molti hanno continuato a ragionare come se Palazzo Chigi e tutta la “ginnastica” parlamentare (le alleanze, i tradimenti, i cartelli elettorali, i doppi turni, gli apparentamenti, i voti disgiunti, ecc.) potessero garantire di avere in mano – prima o poi – le “leve del potere”, con cui iniziare a cambiare questo disgraziato paese per dare alla popolazione e ai lavoratori un futuro decisamente migliore.

Era anche l’illusione nutrita da Syriza, in Grecia, quando finalmente nel 2015prese in mano le redini del governo e scoprì – nell’arco di poche settimane – che non poteva letteralmente fare nulla, se “la Troika” (Unione Europea, Bce, Fmi) disponeva altrimenti.

Memorabile, in questo senso, la testimonianza di Yanis Varoufakis, economista nominato ministro, che registrò le riunioni dell’Eurogruppo e i ricatti espliciti della “classe dirigente europea”. Costa Gavras ne ha tratto il film Adults in the room (Adulti nella stanza), estraendone la cifra dell’atteggiamento dei “potenti” nei confronti del governo di sinistra greco: “ragazzi, lasciate lavorare noi uomini, che sappiamo cosa fare”.

Con i trattati europei, da Maastricht (1992) in poi, il baricentro del potere politico si è progressivamente spostato dagli stati nazionali al “centro” sovranazionali, equamente ripartito tra Bruxelles e Francoforte (sede della Bce).

In linguaggio istituzionale si chiama “cessione di sovranità” su campi che vanno dalle politiche di bilancio (come raccoglie le risorse uno Stato e come le spende, anno per anno) e quella monetaria (centralizzata dalla Bce), dal coordinamento delle polizie (Eurogendfor) a quello delle forze armate, anche se la costruzione di un esercito europeo – formalmente avviata – non sarà né semplice né rapida.

Il potere politico sta insomma per larga parte fuori da Palazzo Chigi e ci viene ricordato in tutti i modi.

Per esempio dal Sole24Ore che, presentando i dibattiti in corso al Festival dell’economia di Trento, dà conto dello stato di avanzamento delle “riforme” previste dal PNRR. Temi di cui non si discute pubblicamente, né forse nemmeno dentro il governo (se non per il comma che riguarda i concessionari degli stabilimenti balneari...), ma che sono a tutti gli effetti modifiche radicali – peggiorative, ovvio – delle nostre condizioni di vita.

Il quotidiano di Confindustria scrive tutto soddisfatto: “A un mese dalla scadenza del 30 giugno che, il governo Draghi è chiamato a centrare per assicurarsi la seconda rata da 21 miliardi collegata al Recovery Plan, l’attuazione del piano italiano procede senza intoppi, almeno sul piano della forma”.

Primo punto rilevante da capire bene: ci sono 21 miliardi di prestiti garantiti dalla UE che arriveranno soltanto se TUTTE le misure poste come “condizionalità” da Bruxelles saranno soddisfatte entro una scadenza fissata al 30 giugno. È così per ogni “tappa” del percorso disegnato a Bruxelles, fino al 2026. Niente “soldi europei in arrivo” per farci quel che vogliamo (che un qualsiasi governo italiano voglia), ma prestiti vincolati a riforme ordinate con direttive europee.

Se non vi sembra potere politico questo, allora non avete idea di cosa sia il potere (“decretare e far rispettare i propri decreti”).

Il Sole registra che “45 obiettivi (44 milestones e un target) da conseguire nel primo semestre del 2022: 18 sono già stati raggiunti e per altri 15 la linea d’arrivo è vicina, questione di giorni, secondo quanto ha potuto verificare il monitoraggio in tempo reale che qui viene riportato”.

Scorrendo l’elenco si può verificare che si tratta di questioni che sono la carne e il sangue di una popolazione. Per esempio la riforma fiscale, quella della “revisione della spesa pubblica” (torna alla mente Carlo Cottarelli nominato “commissario alla spending review”), “progetti di rigenerazione urbana” (elaborati da chi e con chi?), il “reclutamento dei docenti”, l’università e la ricerca, la scuola, un “nuovo modello organizzativo della sanità territoriale”, le “case di comunità” per anziani, la “strategia per l’economia circolare”, “ricerca e sviluppo dell’idrogeno”, “misure per garantire la piena capacità gestionale per i servizi idrici integrati” (privatizzazione dell’acqua), “competitività e resilienza delle filiere produttive”, “riforma della pubblica amministrazione”, “banda larga”, “riforma degli appalti pubblici”, ecc.

Un vero e proprio programma di governo, con tempi e dimensioni strategiche, di lunghissima durata e amplissima portata… di cui nessuno, al di fuori dei “migliori”, ha mai saputo nulla. Se non dettagli…

Davanti a un carro armato che procede in questo modo, che senso hanno i “programmi elettorali” che i partiti o le coalizioni presentano o presenteranno il prossimo anno? Qualsiasi cosa dicano, chi arriverà – se arriverà – nelle “stanze dei bottoni” troverà il lavoro già fatto, non modificabile (se non per qualche dettaglio) altrimenti non arriveranno le altre rate del PNRR o Recovery Fund o NextGenerationEU.

La “sovranità” non è scomparsa, si è semplicemente trasferita altrove. E non è più “nelle mani del popolo” (di nessun popolo europeo), come pure recita l’art. 1 della nostra Costituzione.

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24/04/2022

[Contributo al dibattito] - Pandemia, stato, capitale. Qualche bilancio

di Osvaldo Costantini

Sebbene la nuova emergenza bellica abbia soppiantato quella del covid, mutuandone il linguaggio, nel palcoscenico mediatico, la gestione della circolazione del virus mediante un determinato approccio è ancora attivo. Al contrario, invece, sembrano in fase di risacca le mobilitazioni contro gli aspetti autoritari di quella vicenda, le cui caratteristiche sembravano aprire scenari in parte inediti.

A fronte di una annunciata volontà di allentare le misure, restano alcuni degli aspetti della gestione autoritaria della pandemia, a cui si aggiungono assurdi strascichi punitivi, tra cui quello nei confronti dei docenti sospesi: in virtù del nuovo decreto, essi possono rientrare a scuola ma, se non vaccinati, preclusi dall’insegnamento e quindi destinati ad altre mansioni. Al netto della valutazione sul demansionamento, che, per una cultura sindacale, è estremamente grave, ciò che colpisce è la messa in atto, nel piccolo, della dinamica greenpassista: mettere chi non ha obbedito, chi ha fatto una cosa diversa dalla massa (non importa qui se la valutiamo giusta o sbagliata), alla gogna. La persona in questione entrerà a scuola e sarà osservata dagli alunni nel suo nuovo ruolo (temporaneo?), messa in vetrina cioè come docente “novax” che non ha i requisiti (morali?) per l’insegnamento. Il dissenso in questo modo viene allontanato dalla possibilità di formare gli studenti e usato come monito per coloro ai quali venisse in mente, nella vita, di fare una cosa diversa da quella che gli dice il potere, da ciò che pensa la massa. A questo aspetto punitivo, si aggiungono alcune inquietanti dichiarazioni di Draghi e Colao che sembrano confermare alcune delle più nere ipotesi dei mesi passati, spesso bollate come complottismi. Ma procediamo per gradi: attraverso un piccolo bilancio della pandemia vorrei analizzare qualche aspetto dei cambiamenti delle relazioni personali e del rapporto tra Stato e corpo sociale (per chi preferisce, tra Stato e Classe).

Sin dai primi giorni di lockdown era abbastanza chiaro, almeno nelle cerchie sociali che frequento, che la gestione della situazione, come ogni processo di fronteggiamento del male, non fosse neutrale, ma si dispiegasse entro i confini ideologici maggioritari e tendesse ad essere guidata dalle classi dominanti per sussumerne gli effetti all’interno dei paradigmi loro congeniali. In altre e più sintetiche parole, il lockdown apparve immediatamente come una opportunità di ristrutturazione della società capitalistica, a favore della tendenza all’accentramento del capitale in poche mani (ne scrivevo qui a pochi giorni dall’inizio della pandemia) di cui oggi possiamo avere una visione più lucida e aggiornata anche in termini del rapporto tra politica monetaria ed economia di fatto congelata – o quantomeno rallentata – (analizzata meglio qui). Era altrettanto chiaro che fosse in atto una modifica dei rapporti lavorativi con l’accelerazione di forme di produzione telematica, a distanza, che fondevano il tempo extralavorativo e il tempo lavorativo in un unico spazio in cui ne guadagnava la produttività e la diminuzione del tempo libero (ne parlavo qui con Niso Tommolillo). Ne emergeva dunque già all’epoca un quadro di ristrutturazione di un modo di produzione in crisi da decenni che si torceva in una logica autoritaria mediante i classici strumenti del disciplinamento del tempo (in cui andavano comprese le balconate a cadenza regolare, la stigmatizzazione delle attività ludiche) e della criminalizzazione di categorie che diventano i capri espiatori/nemici pubblici (i runner, i nomask, poi novax). Un processo in grado di occultare le sempre maggiori contraddizioni tra la riproduzione del capitale e quella sociale, dietro scelte, e, dunque, responsabilità, individuali.

Con il procedere dei mesi, dei provvedimenti, e del clima di paura, è parso evidente quanto il lockdown fosse un "dispositivo inaugurale di rieducazione politica alle nuove condizioni del capitalismo informatico" (qui). All’aumentare di tale consapevolezza andava anche aumentando la polarizzazione tra una accettazione incondizionata e qualsiasi forma, seppur minima, di critica, immediatamente bollata come noqualcosismo o, semplicemente, nell’ormai infame passe partout del complottismo; un disallineamento elevato all’ennesima potenza con l’introduzione del vaccino e della sua teologia, alla cui evangelizzazione si sono prestati h24 tutti i chierici della mediatizzazione mainstream accompagnati dagli urlatori social (più tristi dei primi, che almeno sono pagati). Un divario che ha caratterizzato anche le compagini più antagoniste della società, colpite da una vera e propria maledizione (le cause analizzate bene qui, qui, qui e qui).

È questa fase finale, l’epopea del vaccino e del green pass, ad aver mostrato l’accelerazione di una riorganizzazione sociale che già da decenni si stava disegnando sulle assi di una militarizzazione dei territori – aumento esponenziale della presenza della forza pubblica, punizione dei reati minori, aumento della carcerazione, ordinanze folli nel nome del decoro e della lotta al “degrado” – e la continua costruzione ideologica dell’antagonista pubblico (ultras, migrante, novax), contro cui applicare un “diritto penale del nemico”. Da un lato, il “dispositivo lockdown” e l’Italia dei colori hanno aumentato questa presenza, dotandola di un potere di sorveglianza sociale poliziesca con inquietanti risonanze belliche e coloniali di Check point e posti di blocco per la verifica dell’autocertificazione (nei suoi molteplici modelli) preposte al controllo della mobilità dell’intero corpo sociale; dall’altro, questo quadro già insopportabile ha lasciato il campo al check elettronico diretto, tramite green pass, che permetteva o non permetteva l’accesso a luoghi, situazioni, servizi (e dunque diritti), e bisogni essenziali come il lavoro, sulla base di essersi sottoposti o meno a un trattamento sanitario, sul quale non voglio scendere nei dettagli perché non è il punto in questione.

Green pass. Strumento d’emergenza o realtà permanente?

Al momento dell’introduzione del “lasciapassare verde”, la collettività si è divisa tra entusiasti sostenitori dell’incentivo al vaccino, preoccupati oppositori e inspiegabili soggetti da terza posizione, tra cui alcuni “antagonisti”, che lo ritenevano uno strumento, si pericoloso, ma comunque una soft law neoliberale che forza l’adesione a un comportamento senza imporre un obbligo o un divieto esplicito. Talmente soft da aver costretto qualche milione di persone a un trattamento sanitario a cui non volevano aderire e, per gli irriducibili, essere giunti a negare il bisogno (e non il diritto) di lavoro, ovvero di avere di che vivere, a negare la socialità e l’accesso ai mezzi pubblici, per altri milioni di persone costretti oltretutto alla stigmatizzazione sociale per la loro visibile condizione di disobbedienti appartenenti alla schiera di quello che era il nemico pubblico di turno. E menomale che non era hard... Nessuno di questi soggetti è riuscito ad andare oltre la teologia del vaccino che rendeva possibile sostenere questo metodo: come l’inquisizione medievale, l'incarnazione assoluta del male nella strega giustificava l’uso di una modalità eccezionale ed estensibile a tutti. In sintesi: coloro che erano a favore del vaccino non riuscivano a trascendere nella comprensione che questa volta le vittime della coercizione greenpassista erano soggetti che non volevano fare una cosa che secondo loro era giusto fare oltre ogni ragionevole dubbio, ma che in futuro poteva colpire loro obbligandoli, o forzandoli, a fare qualcosa che non avrebbero voluto. Non c’è bisogno di scomodare la solfa attribuita a Brecht per comprendere la sconcertante ingenuità contenuta nel “basta vaccinarsi per non subire la discriminazione del green pass”. Essa cioè risolve la situazione, allo stesso modo in cui il terribile strumento del permesso di soggiorno è sempre stato risolto dalle classi dominanti: la preoccupazione sollevata da chi ne evidenziava l’apertura di uno spazio di ricattabilità e sfruttamento, veniva liquidata con l’argomentazione in base alla quale restare a casa (nella fame del Sahel, magari sfruttati da una multinazionale) avrebbe evitato il problema. Questo tipo di argomentazione stupisce per la inconsapevole produzione di una separazione tra la repressione buona (quella del green pass, contro quelli che noi consideriamo nemici) e la repressione cattiva (il permesso di soggiorno o altre). Da un certo punto di vista, invece l’apparato repressivo basato sul ricatto onde indurre al compimento, o al noncompimento, accomuna forme diverse di repressione, inaccettabile sul piano del merito prima ancora che del metodo. Difficile capire, e solo il tempo ci aiuterà, come invece si sia sorvolato su questo onde cedersi allo stato patriarcale, trasformato in un modello di salvaguardia della collettività (confondendo quest’ultima con lo Stato).

Ciò che colpisce è invece il fronte di opposizione, largamente eterogeneo ma accomunato dalla preoccupazione che il green pass sarebbe stato ciò che rimaneva, con forma magari mutata, di questa emergenza, al pari degli strascichi delle altre emergenze (es.: i militari nelle metro). Questa preoccupazione fu presa come l’ennesimo complottismo da deridere, o al minimo come una fantasia. La realtà, come da stereotipo, supera di gran lunga la fantasia: il 16 di marzo del 2022 – poco dopo la conferenza stampa in cui Draghi annuncia una ambigua trasformazione delle strutture emergenziali in qualcosa di permanente sempre riattivabile, e due settimane dopo il decreto legge del 2 marzo che sancisce una ancora più ambigua, quanto di difficile interpretazione, proroga della validità del Green pass per le terze dosi di cinquecentoquaranta giorni più altri cinquecentoquaranta senza bisogno di altre dosi – Colao, ministro per la transizione digitale, interviene alla camera per spiegare lo stato dei lavori. Dichiara (al minuto 17 di questo video): «Il grande tema è l’interoperabilità delle piattaforme digitali abilitanti che è molto importante per ampliare i servizi ma anche per renderne la fruizione semplice attraverso il così detto principio del One’s only, cioè il principio in cui il cittadino una sola volta deve mettere le proprie informazioni dentro il sistema e poi è lo Stato da solo che lo va a cercare e lo vede». In sostanza il tentativo di incrociare tutti i dati in una sola piattaforma: «Questo è molto importante perché ci sono degli esempi recenti di grande beneficio che abbiamo avuto da questo: il Green Pass è un grande esempio di interoperabilità, e che tra l’altro adesso sta facendo venire a mente tante altre possibili applicazioni meno drammatiche e meno di emergenza in cui si potrebbe creare un sistema che permette in maniera istantanea di conoscere lo “stato”, il “diritto”, di attivazione o di fruizione di un servizio». Il tema è l’approdo all’identità (e alla moneta) digitale – magari da legare ai dati biometrici che consentono l’identificazione unica di un corpo-persona – che si dispiega in un modello meritocratico neoliberale in cui non esistono più i diritti, ma un regime di situazioni che valutano se il singolo merita o meno «l’attivazione o la fruizione di un servizio». In sostanza, se è un cittadino obbediente. Cerchiamo di capire la portata politica e antropologica di tale affermazione, con brevi digressioni sullo spazio della cittadinanza.

L’onnipresenza dello Stato

Il controllo elettronico trasforma l’autorità statale nel sovrano divino per mezzo informatico: il green pass, o qualunque suo nipote futuro, rende lo Stato presente in ogni relazione. Ancora una volta, cioè, il controllo dell’autorità centralizzata tende a erodere qualunque spazio di autonomia, anche simbolica, del sociale. Con il controllo del Green pass cade la distinzione tra gli “atti di stato” e le interazioni che avvengono nei circuiti quotidiani, o meglio le seconde vengono sussunte nei primi: fino all’epoca recente siamo stati abituati al controllo dei documenti da parte di persone identificabili con una certa divisa che connotava i soggetti detentori del monopolio dell’uso della forza e del potere di controllo. Che ci piacessero o meno, il loro fermo per la richiesta dei documenti era in tutto e per tutto un “atto di stato” (al punto che dei fermi per identificazione e controllo delle generalità, se ne conserva traccia ufficiale). Una delle principali trasformazioni operate dal green pass sta proprio nell’aver diffuso “l’atto di stato” a qualunque (o quasi) relazione quotidiana: il barista sotto casa diventa il delegato al controllo della regolarità della mia azione rispetto al potere centrale. Al di là dell’antipatia di questa asfissiante e distopica presenza trascesa nella divinità onnipresente, la trasformazione del vicino in controllore sfavorisce lo sviluppo di aggregazioni sociali e politiche ostacolate dalla sfiducia e dal sospetto. A meno che, ovviamente, io e il mio barista decidiamo di operare delle trasgressioni comuni: la dialettica dell’egemonia è sempre anche giocabile dal lato trasformativo, stando al buon Gramsci di americanismo e fordismo. Ma non è esattamente questo il periodo e sembra invece che le classi subalterne non riescano, in questa fase, a sviluppare il minimo grado di autonomia di pensiero, di linguaggio e di azione rispetto a un bombardamento costante del loro immaginario.

Se è vero che la forma Stato, con il progressivo dispiegarsi della centralizzazione del potere, ha avuto bisogno di tecniche semplificative per aumentare la leggibilità di territori e popolazioni, l’accelerazione e l’iperdiffusione di queste tecniche si sono legate alle tecniche biometriche di identificazione della popolazione. Il nuovo millennio si è d’altra parte aperto con il programma Uidai o Adhaar, un’enorme sforzo di raccolta dei dati biometrici della popolazione indiana che al singolo attribuisce un codice di sedici cifre e una carta di identità legata alle impronte digitali e all’iride (si vedano su questo i lavori di Antropologi come Pier Giorgio Solinas). Il dispositivo serve a identificare coloro che hanno diritto all’assistenza pubblica e a “modernizzare” e “securitizzare” il paese tramite argomenti penetranti come la lotta all’evasione fiscale, alla criminalità, all’immigrazione illegale, ecc.. Giova allora rileggere in forma scritta la frase pronunciata dal Ministro Colao: «il Green Pass è un grande esempio di interoperabilità, e che tra l’altro adesso sta facendo venire a mente tante altre possibili applicazioni meno drammatiche e meno di emergenza in cui si potrebbe creare un sistema che permette in maniera istantanea di conoscere lo “stato”, il “diritto”, di attivazione o di fruizione di un servizio». Proviamo a fare una operazione di sociologia preventiva: chi scrive è uno scienziato sociale che quando è soggetto al rigore scientifico analizza ciò che è nel presente o nel passato. In questa sede ci si può invece permettere un ragionamento su ciò che una dinamica sociale presente potrebbe diventare in futuro: se il green pass è un esempio di interoperabilità, significa che possiamo incrociarci i dati della mia fedina penale, dello stato del mio pagamento delle bollette e dell’affitto o di chi sa cosa altro (compreso un eventuale punteggio di valutazione delle mie gerarchie lavorative? Ma perché no, è potenzialmente infinito l’uso che se ne può fare...) per non farmi accedere a un diritto o un servizio, o, addirittura alla vita sociale? In buona sostanza, non mi merito un servizio o non mi merito di poter stare tranquillo con gli amici al bar a bere una birra, se non faccio il mio dovere. Ovviamente, come per ogni aspetto della democrazia occidentale, il dato è irrilevante se si è persone integrate, stipendiate e che si possono permettere un livello di vita soddisfacente senza mettere in discussione le regole. Altra cosa è invece se si ha un lavoro precario e un salario basso e l’affitto e le bollette sono magari difficili da pagare, se la propria condotta non vuole uniformarsi...

Oppure, per essere meno fantasiosi e colloquiali: se in una proclamata emergenza energetica, dovessi rispettare determinati limiti di consumo, o pagare bollette molto alte, per il benessere e l’unità nazionale, potrei essere additato come cittadino immeritevole se consumo di più o non riesco a pagare le bollette? Con il livello di adesione della stampa e l’addormentamento delle soggettività, basterebbe una settimana di propaganda per imporre uno strumento del genere.

Eterogeneizzazione. Le gerarchie della cittadinanza

Ma veniamo alla questione centrale: lo spazio della cittadinanza, il maledetto bastardo spazio della cittadinanza entro cui si dispiega la possibilità di esercitare i diritti. La storia del capitalismo ci insegna che esso tende a concedere diritti quando è in fase espansiva e a eliminarli appena c’è un po’ di recessione. Di fatto una finzione: quando mancano rapporti di forza in grado di contrastare questi processi erosivi, il diritto in sé è carta straccia. Ma il punto non è esattamente questo, quanto il bisogno costante del capitalismo di creare un sistema a geometria variabile che produca una gerarchia sociale nella popolazione, in modo da estrarre plusvalore dalla diversità (con la coesistenza di diversi rapporti di produzione), sfavorire l’unità di classe e tenere sotto controllo le eccedenze di manodopera. Senza entrare nel dettaglio di teorie che dovrebbero essere state digerite da tutti, uno dei pilastri del capitale è la sottrazione di autonomia delle popolazioni nell’accesso ai mezzi di sussistenza, più precisamente la separazione tra la forza lavoro e i mezzi di produzione; una operazione mediante la quale la forza lavoro è trasformata in merce tra le merci. Brutalmente riassunta in questo modo la famosa accumulazione originaria di Marx, su di essa va costruita la necessaria riflessione che tale processo sembra essere in costante e continuo funzionamento all’interno dello stesso controllo capitalistico della riproduzione sociale (più o meno la tesi di David Harvey della accumulazione per spossessamento). In questo continuo ritorno all’origine va interpretato il dispositivo emergenziale che ha caratterizzato la governance neoliberista negli ultimi decenni: la produzione continua di differenza/gerarchia sociale mediante fenomeni di razzializzazione – che non riguardano solo il biologico, anzi: il razzismo è un fenomeno di invenzione di una categoria essenzializzandone uno o più tratti distintivi considerati come elementi dirimenti della loro appartenenza. I “novax” sono ormai una “razza”, nel discorso pubblico – appare come «una tecnologia moderna di governo (di management, di produzione) di popolazioni e territori finalizzata alla estrazione di plusvalore dalle società, cioè alla crescita della potenza produttiva capitalista di un determinato tessuto sociale» (Mellino qui). In sintesi: una continua ricaduta nell’accumulazione originaria che abbiamo visto applicarsi varie volte sul mercato del lavoro, non solo tramite l’introduzione di manodopera ricattabile con differenti, e altrettanto gerarchizzati, permessi di soggiorno. Una sostanziale e continua operazione di creazione di barriere all’esercizio di diritti e al mantenimento degli status che, seguendo David Harvey, possiamo notare onde svelare la diffusa abitudine del capitalismo a prosperare sulla produzione della differenza.

Enrico Gargiulo, sociologo che ha ampiamente analizzato i processi di esclusione tramite lo strumento della residenza, sottolinea come il modo di produzione storicamente conosciuto come capitalismo sia strutturalmente contrassegnato dall’esclusione sistematica di parte della popolazione dalla ricchezza. Seguendo Harvey, Gargiulo identifica le entità politiche (soprattutto lo Stato) come attori centrali nell’operazione di espropriazione di risorse e di espulsione di parti della popolazioni dai diritti e dagli status. Seguendo queste piste vorrei provare a illustrarne due esempi, che, espunti dalla caratteristica tecnologica, potrebbero essere incasellati come antenati del green pass, o, forse meglio, dotati della stessa aria di famiglia, onde inserirne la comprensione nei classici meccanismi di produzione strutturale dello sfruttamento e del disciplinamento, prima di battere piste inusuali che ad alcuni producono ancora uno spavento epistemologico-politico.

In Italia nel 1939 fu approvata una legge che non consentiva alle persone di eleggere residenza in comuni di medie-grandi dimensioni se non si aveva un contratto di lavoro in quello stesso comune. Allo stesso tempo non consentiva di firmare un contratto di lavoro in un comune se non si aveva la residenza in esso (per chi ha dimestichezza con la legislazione migratoria: l’impianto di fondo della Bossi-Fini del 2002 risuona le stesse note su scale diverse). In sostanza, ad uno sguardo ingenuo, una condanna all’immobilità. Adottando invece una lettura attenta alla produzione strutturale di differenza e di espulsione di gruppi sociali dalle risorse, dal welfare ed anche dai diritti si capisce che tale legge produceva di fatto clandestinità e dunque ricattabilità sul piano del lavoro salariato. Infatti, la legge non fu abolita con la caduta del regime, ma restò fino al 1961, quando, su iniziativa di Umberto Terrasini (PCI), essa fu abolita. Per chi conosce i flussi migratori interni alle aree italiane è immediatamente chiaro che, negli anni Cinquanta, i meridionali finirono per lavorare in alcune aree come paradossali clandestini nel loro stesso paese, con tutto il carico di ricattabilità che ne veniva come corollario. Altrettanto evidente è il cambiamento dei rapporti di forza tra le classi che la legge produsse, riducendo, appunto, l’accesso alle risorse ed ai diritti di una parte della popolazione che, giova ricordarlo, migrava a seguito dell’impoverimento del Sud avvenuto con l’Unità d'Italia.

Il secondo esempio scivola in là di più di mezzo secolo, ed assume dei tratti punitivi oltre che di esclusione. L’articolo 5 del decreto Renzi-Lupi (2014) con meccanismi simili di creazioni di differenze all’interno del corpo proletario mediante la gerarchie delle cittadinanze. In questo caso l’attitudine era disciplinare: l’articolo nasceva con l'esplicita volontà di contrastare il fenomeno delle cosiddette “occupazioni abusive”, ovvero la riappropriazione di spazi a scopo abitativo da parte di coloro non in grado di sostenere un canone di affitto. L’articolo 5 vieta l’allacciamento ai servizi e la richiesta della residenza a chiunque vive in uno immobile occupato o non avendone titolo (tecnicamente, dunque, anche chi abita con affitti non contrattualizzati). Con questo provvedimento, si decideva il distacco delle utenze a chi le aveva allacciate in precedenza (pagandole regolarmente) lasciando quindi le persone senza luce, acqua e gas. La residenza era, e rimane, però il punto più complesso perché esclude le persone da alcuni fondamentali servizi, quali l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale, alle liste elettorali, al welfare territoriale e al sistema scolastico per i figli. Per gli stranieri il mancato possesso della residenza comporta anche problemi per il rinnovo/ottenimento dei permessi di soggiorno. Essa infine funge da ostacolo al godimento di diritti “minori”, quali gli sconti sugli abbonamenti ai trasporti, l’esenzione per la mensa scolastica dei figli, che in una famiglia proletaria sono comunque importanti voci di bilancio. In questo caso, la disattivazione dello spazio della cittadinanza era mirato al disciplinamento di soggetti che si sottraevano al rapporto estrattivo della rendita urbana e, in più banale sintesi, non pagavano l’affitto a un padrone. In sostanza, veniva punito quel proletariato riottoso che, in mancanza di alternativa, aveva deciso di soddisfare il bisogno di casa su un piano conflittuale, sottraendosi al meccanismo della rendita, dell’assistenzialismo e dell’autosfruttamento per pagare l’affitto. Con la stessa logica ipocrita del GP, non vi era una repressione esplicita (lo sgombero, con il relativo problema di dover poi trovare sistemazioni alle persone o avere momenti di conflitto aperto) ma una esclusione dallo spazio di cittadinanza, con il corollario di una maggiore ricattabilità generale (soprattutto per chi perde il permesso di soggiorno) e dell’esclusione dal campo dei diritti e delle risorse.

Ovvio che, in aggiunta a tali esempi, si potrebbe allungare la lista con diversi casi: uno è sicuramente la moltiplicazione dei confini giuridici legati al meccanismo del permesso di soggiorno, nell’ambito della trasformazione del confine in un metodo (come hanno giustamente sottolineato Mezzadra e Neilson) che produce una differenza gerarchica tra gruppi nei termini di accesso alla mobilità, alle risorse, ai diritti. Un altro esempio, altrettanto calzante, sarebbe quello, legato al mondo del lavoro, della produzione di una pluralità di livelli di contrattualizzazione che differenziano il corpo proletario, anche all’interno di un singolo reparto di una singola fabbrica, secondo diversi accessi ai diritti e diverse forme di ricattabilità.

Il punto è però lo spazio della cittadinanza come dispositivo a geometria variabile da cui gruppi più o meno grandi di persone possono essere espulsi, allontanati momentaneamente o anche semplicemente abitarvi in stato precario. Il presidente della repubblica francese, Emmanuel Macron, dichiarò in una comunicazione pubblica che coloro che non si erano vaccinati non erano più dei cittadini. La dichiarazione faceva eco a una non meno violenta affermazione del Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Mario Draghi, che si augurava la fine della pandemia per una reintegrazione nella società di questa parte della cittadinanza eretica che aveva osato mettere in discussione il dogma teologico del vaccino. Vista tale violenza, una parte del corpo sociale ha virato verso una fantasiosa volontà dello Stato di iniettare la medicina in sé, per chi sa quali scopi nascosti. Il punto in questione è invece politico, e riguarda in prima battuta la richiesta di obbedienza e il disciplinamento dei soggetti devianti, con forme di ricatto che potranno tornare in campo quando, in una eventuale crisi energetica, alimentare ed economica provocata da un sistema sociale in stato di decomposizione, bisognerà controllare il dissenso, governare l’eccedenza di manodopera. Il green pass, o qualunque dispositivo di interoperabilità legato all’identità digitale, è uno strumento in grado di svolgere questa funzione con la possibilità di attivare e disattivare l’appartenenza allo spazio della cittadinanza, revocando diritti, accessi fisici a luoghi, e servizi a chi non obbedisce al dettame di turno. Questo tipo di azione porta ad un nuovo e più alto livello la logica capitalistica delle gerarchie sociali: esso conduce alla possibile disattivazione del rapporto tra un soggetto e lo spazio della cittadinanza attraverso uno strumento elettronico con tecnologia blockchain. L'applicabilità infinita di questo strumento, insieme al possibile legame con le tecnologie di rilevazione biometrica, sembra possano aprire il campo ad una società fatta di diversi regimi di mobilità, diverse opportunità, diversi divieti, diversi accessi a servizi, continuamente mutevoli a seconda dei criteri scelti per l’esclusione. Non è difficile pensare alla possibilità che una tale disattivazione possa comportare una impossibilità di avere contratti di lavoro, contratti di affitto o qualunque altra cosa, mostrando in estrema sintesi la “finzione borghese” del diritto, che può essere ritirato a seconda delle esigenze del capitale. Rispetto ai due esempi precedenti, naturalmente, il GP si pone come elevazione a potenza: a confronto con l’articolo 5 del decreto Renzi-Lupi che è sicuramente più aggressivo nella ferocia con cui colpisce una fascia del proletariato riottoso che ha prodotto lo scarto di risparmiare sull’affitto, ma non colpisce l’interezza potenziale del corpo sociale come il green pass, soprattutto in grado di gestire con una geometria variabile le eccedenze di manodopera che di volta in volta si produrranno ed irregimentarle in diverse fasce di sussidi controllati, esclusioni e ricattabilità. Da questo punto di vista (ed esclusivamente da esso), tenderei a leggere la continua riattivazione di classici strumenti repressivi e le dinamiche viste con la vaccinazione sotto la stessa categoria, con una differenza di grado e non di natura: le forme di criminalizzazione (schifosa) che ha colpito alcuni esponenti del mondo sindacale di base non sembrano abitare un mondo diverso da quello che stiamo descrivendo. In prima istanza, siamo di fronte a un momento di trasformazione della società e con l’arrivo di una crisi economica (e probabilmente energetica ed alimentare) che il controllo e il disciplinamento di chiunque possa minimamente accendere il conflitto sociale è fondamentale per garantire la riproduzione di un sistema mediante l’ennesima crisi (l’emergenza è ormai un dato strutturale); fondamentale al punto di avere bisogno di strumenti di imposizione estesi all’intero corpo sociale. Certo, questi sono strumenti classici, noti e caratterizzati da una enorme violenza, che si uniscono (ma non si contrappongono) a quelli nuovi possibili generati dalla situazione pandemica. Non è un caso, a mio avviso, che il meccanismo del green pass si sia dispiegato nel mondo del lavoro, operando, già con la sua stessa accettazione, uno spostamento dei rapporti di forza evidente a tutti. Su questo punto c’è bisogno di un piccolo passaggio di chiarimento: ho velocemente notato che il lavoro è un bisogno, oltre che, nel linguaggio liberale, un diritto, perché è il modo di conquistare ciò che serve per vivere. Tale affermazione si spiega in termini universali, ma va declinata in termini particolari: sul primo livello, qualunque gruppo umano deve svolgere delle attività per il proprio sostentamento (caccia, raccolta, coltivazione, pastorizia che sia) di cui ha necessità vitale. Per soddisfare tale bisogno l’essere umano, a differenza degli animali, elabora una risposta sociale, che dunque produce ulteriori bisogno di altri livelli di integrazione tra le persone (una organizzazione sociale, norme e sanzioni, una divisione del lavoro, ecc.) e dunque dei valori, un sistema di comunicazione. Attaccare l’attività orientata all’accesso dei mezzi di sussistenza è già una forma di attentato alla vita. Cambia molto se inseriamo quella che ho chiamato la declinazione particolare: sotto capitalismo, per mezzo della proprietà privata dei mezzi di produzione, la forma storica di accesso alla sussistenza, per la maggioranza della popolazione, è il lavoro salariato. L’accesso ad esso è un bisogno vitale che si dispiega entro una particolare forma di organizzazione sociale, il capitalismo, in cui

a) esso è stato creato con la separazione forzata della forza lavoro dai mezzi di produzione;

b) esso produce quel plusvalore utile ad arricchire coloro che hanno l’accumulazione in sé come fine ultimo;

c) esso è l’asse portante dello sfruttamento, in quanto la quota lavoro pagata al corpo lavorante è solo quella necessaria alla riproduzione della forza lavoro in sé (il plusvalore assoluto);

ne consegue che 

d) andare a lavorare non è propriamente l’esercizio di un diritto: quanto di fatto una costrizione all’interno di determinate condizioni strutturali (in sintesi: chi rivendicherebbe il “diritto” ad andare a lavorare in fabbrica otto ore al giorno?).

In sé, dunque, subordinare il lavoro a un lasciapassare, e, di fatto, all’assunzione di un farmaco, significa produrre una alternativa non solo tra il consenso e la possibilità di accedere alle risorse, ma un regime di significato in base al quale vi è bisogno di un permesso, come fosse un privilegio, per andare a svolgere una attività che è di fatto una costrizione ed è il pilastro dello sfruttamento e della logica del profitto che egemonizza ormai ogni aspetto dell’esistenza. Se l’inserimento di un permesso per andare a lavorare non è uno spostamento dei rapporti di forza tra le classi, cosa lo è?

Disciplinare i poveri

Il neoliberismo come tecnologia di governo si era già contraddistinto per uno spiccato autoritarismo, già insito nel capitalismo in sé, e per un controllo serrato sulle condotte individuali allo scopo di disciplinare la manodopera, e le sue eccedenze, ai dettami delle nuove forme di produzione di valore. Come da manuale di teoria foucaltiana, l’assoggettamento e l’utilizzazione economica apparivano come i due pilastri della trasformazione del corpo in forza utile: la fase dello Stato punitivo a cavallo tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio ha messo capo al paradossale aumento delle politiche securitarie che, a fronte di una diminuzione dei reati, aumenta le pene per i reati minori – o addirittura ne crea di nuovi: la clandestinità come reato penale è un caso emblematico – e le carcerazioni. I tagli al welfare trasformano dunque una enorme popolazione in clientela per le carceri: laddove esse sono state privatizzate (in parte negli USA), una quota di spesa pubblica viene trasformata in profitto privato per gli enti gestori (come da noi funziona con i vari centri di detenzione per migranti); profitto basato sulla persecuzione dei poveri, trattati come corpi messi a valore come manodopera mercificata e come oggetto stesso della mercificazioni.

La fase attuale sembra fare un salto in avanti maggiore, radicalizzando quella tendenza, già vista in alcuni campi – ad esempio l’istituto dell’asilo politico – in base alla quale i diritti sono qualcosa da sottoporre a degli attestati di merito. In sintesi: non esistono in sé, ma li devi meritare. Una torsione, che naturalmente non stupisce chi conosce la finzione originaria di cui parlo più sopra, ma il cui avanzamento è evidente in questi mesi: il Comune di Fidenza ha introdotto lo scorso febbraio un sistema a punti per gli assegnatari di case popolari, il cui scopo è quello di punire i trasgressori delle regole comuni: non usare barbecue sui balconi, il divieto di consumo di alcolici negli spazi comuni, il divieto di ospitare persone senza l’approvazione del comune o dell’ente gestore. In buona sostanza, la vita dei poveri viene sottoposta a un disciplinamento costante sfavorendone qualsiasi forma di autonomia, togliendole possibilità di aggregazione spontanea (questo è il divieto di consumare alcolici negli spazi comuni), e controllandone gli aspetti più vitali al punto da generare il paradosso di una persona che vive in una casa in cui non può ospitare amici in transito improvviso, andare a letto con una persona conosciuta al bar la sera o con l’amante in assenza del partner ufficiale (pure il tradimento deve essere un privilegio di classe?). In parallelo il comune di Bologna sta facendo partire un sistema sperimentale di cittadinanza a punti, in cui, per il momento, elementi come la mancanza di multe e una corretta gestione dell’energia (sic!), darebbero alcune agevolazioni non ancora definite. Tali forme non sembrano accomunate da un generico sguardo distopico che ha usato il green pass come leva dell’immaginazione per giustificare il proprio allarme nei confronti del capitalismo della sorveglianza e dell’uso delle tecnologie per sussumere all’interno dello spazio della valorizzazione qualunque aspetto della riproduzione sociale. Essi rappresentano dei passaggi storici in termini dei rapporti di forza tra le classi e nelle relazione tra Stato e corpo sociale, andando a produrre docilità nei settori che saranno più colpiti dalle crisi.

E se poi trasformassero il lavoro in una patente a punti che dopo varie insubordinazioni te lo tolgono? Tanto è un diritto no? Se non fai il bravo... non te lo meriti.

Diceva Foucault che il corpo diventa forza utile solo quando è contemporaneamente corpo produttivo e corpo assoggettato. Assoggettarsi passa anzitutto per considerare l'avviarsi sulla via dello sfruttamento risignificata in una sorta di percorso di benevolenza da parte delle classi dominanti.

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