Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/03/2024

Forme estetiche e società ipermoderna

di Gioacchino Toni

Vanni Codeluppi, a cura di, Forme estetiche e società ipermoderna, Meltemi, Milano 2024, pp. 184, € 18,00

A mezzo secolo di distanza dall’uscita del volume di Alberto Abruzzese Arte e pubblico nell’età del capitalismo. Forme estetiche e società di massa (Marsilio 1973) – più noto con il titolo che ha assunto a partire dalla seconda edizione: Forme estetiche e società di massa – un testo indubbiamente capace di suscitare interesse per le tematiche trattate e per l’approccio proposto, alcuni studiosi hanno voluto confrontarsi con esso alla luce dei cambiamenti intercorsi nella natura e nel funzionamento delle forme estetiche nel passaggio dalla società di massa indagata da Abruzzese nei primi anni Settanta del secolo scorso all’attuale società ipermoderna digitalizzata.

In apertura del volume curato da Vanni Codeluppi, Giovanni Ragone ricostruisce i passaggi fondamentali del libro di Abruzzese evidenziando i riferimenti teorici principali su cui lo studioso costruisce le sue riflessioni riprendendo, dialogando o distanziandosi da autori come Alberto Asor Rosa, all’epoca direttore di “Contropiano”, Benjamin di Angelus Novus e, più in generale, con Tronti di Operai e capitale, i francofortesi e Marx dei Grundrisse, contribuendo alla lenta assimilazione in Italia di Morin, McLuhan e dei cultural studies anglosassoni.

Ragone si sofferma anche sulla parte finale del libro di Abruzzese, ove quest’ultimo affronta il cinema analizzando film come King Kong (1933) di Ernest B. Schoedsack e Merian C. Cooper alla luce della capacità hollywoodiana di rimediazione dei linguaggi artistici. A partire da ciò, Ragone si proietta nell’era digitale evidenziando come se da un lato questa si caratterizza per «la rifunzionalizzazione dell’arte in design, la merce-opera come bene rifugio della ristretta élite globale dominante», dall’altro permette un inedito «ampliamento delle possibilità per il soggetto in rete, che può riaprire il confronto con forme estetiche non seriali, proprio in quanto iper-spettatore competente sullo spettacolo seriale».

Nello Barile confronta le innovazioni comunicative proprie dell’esordio della modernità industriale con quelle dell’epoca del metaverso e/o della cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale concentrandosi soprattutto sulle componenti esperienziali. Riprendendo le riflessioni di Abruzzese prodotte nei primi anni Settanta, lo studioso affronta i nuovi ambienti mediali a vocazione empatica.

Gli studi recenti sulla cosiddetta Intelligenza Artificiale Emozionale, ovvero sui media empatici, ripropongono tipi sociali che hanno contrassegnato gli albori dell’esperienza metropolitana, come il concetto benjaminiano di flâneur. Si tratta di un flâneur “aumentato”, che attraversa ed è in qualche modo attraversato non solo dallo spazio urbano e da quello digitale, ma dall’interazione tra i due che oggi assume la forma di quello spazio ontologico integrato che gli esperti di marketing chiamano “phygital”. Il paradosso della nostra epoca è dato dal fatto che l’incredibile sviluppo della tecnica non sacrifica la sfera emotiva, anzi, la sollecita, la amplifica, la rende onnipresente. Tutto oggi trasuda questa alta densità emotiva, dal design, agli spazi commerciali, alle campagne di comunicazione. […] Incarnando l’artificio, o l’illusione dell’empatia, [l’intelligenza artificiale] potrà sostituire non solo il lavoro pesante e ripetitivo della vecchia società industriale ma anche quello più teorico e creativo della fase postindustriale.

Se nel passaggio tra Otto-Novecento si assiste a un contenimento della divaricazione socioeconomica tra le classi sociali, oggi, nell’ambito della Quarta Rivoluzione industriale, scrive Barile, la forbice sembra allargarsi nonostante le sue promesse mirabolanti. «[Mentre] la deglobalizzazione spacca l’economia globale erodendo ulteriormente la centralità dei ceti medi, dall’altro il metaverso si offre come nuova utopia globalista, direttamente derivata dall’ideologia californiana, in cui chiunque può essere qualsiasi cosa e ovunque senza enormi sforzi economici». Pertanto, le forme estetiche nella società demassificata risultano «ritagliate sulle caratteristiche idrografiche dei singoli utenti che mettono a deposizione enormi quantità di dati – generati nell’interazione quotidiana – per partecipare all’immane spettacolo (o postspettacolo) gestito da un numero limitato di piattaforme globali».

Giovanni Boccia Artieri si concentra sulle caratteristiche, soprattutto esperienziali, proprie dell’informazione nell’era digitale, soffermandosi su come l’estetica del frammento rappresenti a suo avviso «sia un genere proprio, sia una forma comunicativa espressiva e identitaria, funzionale ad abitare gli spazi digitali e le relazioni, sia una subcultura, anche se non pare tanto costituire una via per la costruzione di identità collettive quanto una pratica di identificazione e di presentazione di sé e una sorta di spazio culturale socialmente condiviso capaci di fungere da orizzonte di senso per collocare la propria esperienza».

Sergio Brancato mette in evidenza come al centro di Forme estetiche e società di massa vi siano «le tematiche del corpo nelle sue relazioni mutevoli con l’affermazione di una tecnologia, quella industriale, che rende leggibili nelle forme dell’immaginario collettivo le trasformazioni di sistema riguardanti la vita quotidiana nell’età delle masse», questioni che Abruzzese svilupperà poi nel volume La Grande Scimmia (1979) e, ulteriormente ne Il corpo elettronico (1988). A spiegare la fortuna longeva del libro del 1973, sostiene Brancato, è il fatto che tra le sue pagine vi si possa scorge, «per dirla à la Cronenberg, la “nuova carne” che rinegozia l’interazione della specie con la sfera della tecnica».

Fulvio Carmagnola invita a guardare all’immaginario contemporaneo «come uno specifico modo di uso e produzione dei simboli che ne cambia la funzione. Un uso prescrittivo o almeno seduttivo, una potenza sociale anonima che “ci dice come dobbiamo desiderare”», mentre il curatore del volume, Vanni Codeluppi, riprendendo le riflessioni di Abruzzese sui contesti metropolitani, si confronta con il ricorso sempre più massiccio alla sfera estetica da parte delle imprese in un universo occidentale ipermoderno sempre più caratterizzato da un moltiplicarsi di simulacri con il conseguente tramonto della realtà. Un universo in cui per timore di affrontare esperienze reali, o per non correre il rischio di restare da esse delusi, si finisce per accontentarsi dell’illusoria perfezione proposta sugli schermi. Della ricostruzione dell’immaginario che ha prodotto Forme estetiche e società di massa nei primi anni Settanta si interessa invece Stefano Cristante evidenziando come il suo autore si distanzi e venga distanziato dall’ortodossia dell’allora suo universo politico di riferimento.

«Dichiaratamente indisciplinato, coinvolto, militante. Autobiografico. Forme estetiche e società di massa, nell’analizzare l’interscambio circolare tra le diverse forme espressive che generano il pubblico apre le porte in Italia, agli inizi degli anni Settanta, all’inquietudine per la disciplina». Così Giovanni Fiorentino e Mario Pireddu tratteggiano efficacemente il testo di Abruzzese collegandolo a quanto stava portando avanti sul finire degli anni Sessanta il Centre for Contemporary Cultural Studies dell’Università di Birmingham, nel suo affrontare la cultura popolare, i media, le arti visive, le mode e le sottoculture giovanili in maniera inedita, facendo saltare le frontiere tra l’alto e il basso della cultura nelle sue più diverse declinazioni.

Dopo aver ricostruito l’humus culturale di cui si trova traccia nel lavoro di Abruzzese, i due studiosi ripensano alle tante questioni da lui sollevate alla luce di un’attualità in cui la rivoluzione digitale tecnomediale ha modificato il rapporto con le immagini, gli schermi e la realtà. Cambiamento del resto percepito nei primi anni Settanta dallo stesso autore di Forme estetiche e società di massa che, infatti, si chiude affermando: «è abbastanza significativo notare quanto le ricerche di informatica sui mezzi audiovisivi, pur riferendosi all’oggetto realizzato per interpretarlo [lo spettacolo], finiscano per fornire piuttosto prefigurazioni di oggetti futuri».

Gino Frezza evidenzia come il saggio di Abruzzese affronti il cinema all’interno di un ragionamento più ampio imperniato attorno alle relazioni fra processi della cultura e della politica, convinto che «gli assetti della cultura del secondo Novecento» siano radicati «in processi di lunga ondata, risalenti (almeno) a come, nella società moderna di metà Ottocento, si sono disposte le Esposizioni Universali, attorno al nodo fra arte e merce, consumi e forme di vita, identità e comunità, formazione delle città e comunicazione, ecc.».

Nell’esaminare alcune pellicole hollywoodiane, «Abruzzese riconosce i percorsi fondativi che hanno costituito, nei decenni addietro, la società dello spettacolo cinematografico. Ne coglie gli intrecci decisivi fra produzione di immagini e forme rappresentative capaci di delineare le direzioni di marcia della società moderna». Nonostante la presenza di «qualche scatto d’intelligenza sul futuro», sottolinea Frezza, quel che manca in quel libro è una comprensione altrettanto profonda dell’universo televisivo, sul quale lo studioso non manca però di tornare in scritti successivi.

Dopo aver ricostruito il modo con cui Forme estetiche ha saputo cogliere la modernità a partire dall’analisi della metropoli e delle esposizioni universali, Antonio Rafele ragiona sull’attualità del libro «in riferimento al dominio quotidiano delle vetrine, delle immagini e dello choc». Metropoli, cinema e televisione rappresentano «il cuore della riflessione di Alberto Abruzzese sulla comunicazione moderna, a partire da Forme estetiche e società di massa (1973) fino a Lo splendore della TV (1995)»; ad interessare lo studioso, scrive Tito Vagni, è il «modo in cui si configura e riconfigura incessantemente la percezione e, quindi, all’instabilità dell’io».

La chiusura del volume curato da Codeluppi è lasciata a uno scritto dello stesso Alberto Abruzzese in cui egli ripensa, a distanza di tanto tempo, al libro ricordando come tra gli obiettivi che si proponeva in quei primi anni Settanta ci fosse anche

l’intento politico di scuotere la cultura progressista di marca “comunista” dal suo torpore e ostilità nei confronti della cultura di massa. Dunque di quanti in quelle forme di vita vissuta realmente nascevano e abitavano. Spettatori – quindi – e non classi o soggetti politici. Passioni e non ideologie. Miti e non razionalità strumentali. Schermi e non realtà. Persone. (Questa fu la via di una deviazione necessaria dalle teorie sociologiche di stretta osservanza verso una mediologia sperimentale).
Il ragionamento che mi animava – influenzato da letture e visioni, fonti, che potessero aiutarmi a dargli corpo ed efficacia – consisteva dunque in una teoria critica delle origini dei media contemporanei in grado di fornire strumenti innovativi alla politica. Al “che fare”. Ragione per cui buona parte di Forme estetiche e società di massa è stata da me pensata e scritta dentro una esperienza intellettuale (aliena a quella amatoriale) che in massima se non esclusiva parte aveva al suo cuore – anche se contraddittoriamente – la figura carismatica di Mario Tronti. E quindi la sua opera fondamentale: Operai e capitale.

A distanza di tempo, conclude Abruzzese, in quel Forme estetiche e società di massa – così come, del resto, nella ricerca e nei testi che sarebbero seguiti – si può dire che il “tema dominante” sia individuabile nella «persona costretta alla violenza del destino moderno». Se, dunque, il prezioso libro di Abruzzese muoveva dall’urgenza di contribuire a trovare risposte ad un “che fare” – dall’interno di un’esperienza politico-culturale segnata indelebilmente da testi come Operai e capitale di Tronti – viene da domandarsi quanto di quello spirito possa essere applicato a una contemporaneità in cui davvero si fatica ad andare al di là di una, per quanto necessaria, analisi critica dell’esistente. Se porre al centro dell’analisi contemporanea la “persona costretta alla violenza del destino (iper)moderno digitalizzato” è di certo importante, non dovrebbe esserlo di meno interrogarsi circa il “che fare”.

Fonte

22/08/2023

[Contributo al dibattito] - Che cosa ho imparato da Mario Tronti

Questo non è un necrologio. Odio questo genere letterario perché, avendo a lungo lavorato nella redazione cultura di un grande quotidiano, lo associo a quelli che in gergo giornalistico si definiscono “coccodrilli”, vale dire gli articoli “precotti” che ogni redazione conserva nel proprio data base, in attesa di sfoderarli per celebrare la morte di questo o quel personaggio famoso. Sono scritti che raramente si sottraggono alla retorica, all’abuso di luoghi comuni e al mix di distacco e artificialità che caratterizza un testo costruito “a tavolino”, privo cioè delle emozioni suscitate dall’evento reale della morte. Quello che segue è invece il tributo che sento di dovere al pensiero di un autore che ha contribuito non poco a indirizzare il mio lavoro teorico recente. Un tributo che non ha pretese di “oggettività” accademica, nella misura in cui ricostruisce il pensiero di Tronti enucleandone gli aspetti che più si avvicinano al mio punto di vista sul mondo attuale, mentre trascura quelli che sento meno affini.

1. Operai e capitale. Ovvero la difficoltà di sbarazzarsi di una eredità ingombrante

La biografia teorica e politica di Tronti è caratterizzata da un paradosso: benché l’avesse “rinnegata” non molti anni dopo averla scritta, Operai e capitale (1) è rimasta la sua opera di gran lunga più conosciuta, e ha continuato a esercitare una profonda influenza anche dopo che l’autore ne aveva preso le distanze, segnando il punto di vista che intere generazioni di militanti hanno avuto, e hanno tuttora, in merito alle chance di superare il modo di produzione capitalistico. Dato che non mi interessa fare storia della teoria marxista degli anni Sessanta in Italia, mi limito qui di seguito a richiamare sinteticamente quelle che considero le tesi fondamentali contenute nel libro in questione:
1) le lotte operaie sono il motore dello sviluppo capitalistico e ne determinano in misura sostanziale i tempi e le modalità;
2) il cosiddetto “operaio massa”, vale a dire la figura che il proletariato di fabbrica ha assunto nella fase fordista dell'organizzazione capitalistica del lavoro, sviluppa obiettivi, pratiche e metodi di lotta che esprimono una coscienza politica spontaneamente anticapitalista, rivoluzionaria. In altre parole, in questa fase storica il lavoro vivo incarna una politicità immediata;
3) le tradizionali organizzazioni operaie, a partire dal PCI, ignorano questa realtà per cui, invece di riconoscere le potenzialità rivoluzionarie della coscienza di parte inscritta nella propria base sociale, imboccano la via del “nazional popolare”, neutralizzano cioè la parzialità operaia per imbrigliarla in una strategia che riduce la parte al tutto e la subordina a un progetto di “democrazia progressiva”;
4) viceversa Tronti – al contrario di Gramsci e dei suoi successori – non vedeva più il Principe nel partito ma lo identificava direttamente con la classe, l’unico vero soggetto rivoluzionario;
5) corollario di tale visione non era la negazione di qualsiasi ruolo del partito rivoluzionario, bensì la sua trasformazione: da coscienza “esterna” alla classe a strumento deputato a coordinare e organizzare sul piano tattico la lotta spontaneamente rivoluzionaria del proletariato.

2. La “conversione” di Tronti. Ovvero il riconoscimento della autonomia del politico

La presa di distanza dalle tesi appena descritte avviene, come si è detto, non molti anni dopo la pubblicazione di Operai e capitale. Pur non ripudiando il principio secondo cui sarebbero le lotte operaie a determinare lo sviluppo capitalistico, Tronti ammette che, nella misura in cui tale determinazione non esita in un processo rivoluzionario guidato e organizzato (come si vede, l’idea di un partito ridotto a svolgere mansioni puramente tattiche inizia a vacillare), il capitale è perfettamente in grado di sfruttare le stesse lotte operaie ai propri fini (Tronti non si è convertito alle tesi di Gramsci, ma qui è difficile non riconoscere le analogie con la categoria gramsciana di “rivoluzione passiva”).

Questo iniziale riconoscimento della autonomia del politico si rafforzerà a mano a mano che la ristrutturazione capitalistica e la transizione al modo di produzione postfordista evidenzieranno il nodo problematico che si annida nella teoria marxista: nella misura in cui la lotta di classe viene ricondotta a contraddizione immanente al modo di produzione, non esiste alcuna via di uscita dal processo di riduzione dell’operaio collettivo a capitale variabile; la forza lavoro, essa stessa capitale, non riesce a divenire autonoma, per cui la teoria che vede nello sviluppo capitalistico una variabile dipendente delle lotte operaie mostra la corda. La via d’uscita va quindi ricercata nella rivalutazione del ruolo del politico. Ma qui sorge un altro nodo problematico, visto che Tronti conserva una visione squisitamente novecentesca del politico.

Per lui, come argomenta Franco Milanesi in un bel libro (2), il politico conserva il senso di visione strategica e organizzazione, capacità tattica e densità di cultura, ceti dirigenti e popolo attorno a un comune progetto di trasformazione. La politica è tensione affermativa di volontà, decisione e governo in opposizione alle forze dell’ordine economico. Nel solco tracciato da Marx, Lenin e Schmitt, occorre riconoscere che la politica è forzatura, invenzione, volontà di sconvolgere il flusso temporale; non è continuità nel progresso bensì successione di fratture, interruzioni, ribaltamenti, è anche, infine e soprattutto, capacità di tracciare il confine fra amico e nemico.

Come inquadrare questa visione nel contesto delle disastrose sconfitte della classe operaia negli anni Ottanta e successivi?

Nell’ultimo Tronti (3) le implicazioni di questa svolta assumono toni tragici: negli anni Ottanta, argomenta, il movimento operaio non ha perso una battaglia, ha perso la guerra e, a seguito di tale sconfitta, è stata la politica stessa a tramontare, riducendosi a mera gestione amministrativa per conto del capitale. I governi sono sempre più tecnici e meno politici e le maggioranze parlamentari hanno il compito esclusivo di eleggere dei consigli di amministrazione dell’azienda-paese. I partiti non hanno semplicemente cambiato forma, hanno rinunciato alle ragioni stesse della propria esistenza, riducendosi a collettori di voti e ad agenzie di comunicazione.

Questa visione radicalmente pessimista si estende all’intera realtà contemporanea e il suo innesco catastrofico coincide con il crollo del sistema socialista: è a partire da allora che nelle sinistre si diffondono sentimenti di condanna e di rifiuto nei confronti non solo delle rivoluzioni ispirate al modello bolscevico del 1917, ma dell’intero “secolo breve”, descritto come una sorta di museo degli orrori macchiato da guerre e totalitarismi (4).

Viceversa per Tronti il Novecento è piuttosto un secolo “tragico” che imponeva decisioni e scelte di vita radicali, senza alternative, il secolo dell’aut aut, dello slogan socialismo o barbarie. L’ideologia postmoderna che emerge dal suo naufragio si sbarazza di questo spirito con le parole che annunciano la “fine delle grandi narrazioni” (5) o addirittura la “fine della storia”(6). Sparita la grande politica novecentesca che lacerava la continuità del flusso temporale costringendolo a procedere per fratture, ribaltamenti e catastrofi, la storia assume la forma d’un eterno presente in cui tutto cambia senza che nulla cambi veramente.

Tronti indica nella coppia amico/nemico il bersaglio preferito di questa reazione antinovecentesca che accomuna destre e sinistre, conservatori e progressisti: assistiamo a una mobilitazione totale contro la visione dicotomica della società che conduce alla condanna senza appello del punto di vista antagonista che era stato a fondamento di un secolo di storia del movimento operaio. Il risultato è la mutazione della tragedia in farsa: la lotta politica scade a reality show, il che non neutralizza la ferocia della lotta di classe (basti pensare alla macelleria sociale perpetrata dalla rivoluzione neoliberale) né, tantomeno, quella dei conflitti internazionali: nelle nuove guerre che le potenze occidentali scatenano contro le nazioni e i popoli che si ribellano al loro dominio l’inimicizia non viene civilizzata, al contrario diviene assoluta, le “guerre umanitarie” contro gli “stati canaglia” ne trasformano i leader locali in altrettanti “mostri”. Saddam Hussein, Milosevic, Gheddafi, Assad (oggi Putin) vengono tutti rappresentati, sfidando il senso del ridicolo, come altrettanti Hitler.

Che ne è della politica in questo contesto?
Provo a rispondere riprendendo le riflessioni critiche di Tronti:
1) sul fallimento del '68 e dei movimenti che ne hanno ereditato lo spirito (postoperaisti, femministe ecc.);
2) sulla necessità di rivendicare la tradizione rivoluzionaria novecentesca come “rivoluzione conservatrice”;
3) sulla necessità di ricostruire una prospettiva dicotomica, antagonista, nell’era dell’eclissi del soggetto di classe.
Svolgerò infine alcune considerazioni in merito alle ragioni della paradossale fedeltà del Tronti militante al PCI, pur in presenza delle degenerazioni in senso neoliberale di quel partito e dei suoi eredi.

3. La deriva neoliberale del '68

I giovani del '68, argomenta Tronti, erano radicalmente anti autoritari, ma ignoravano che abbattere l’autorità non significa automaticamente liberare le potenzialità dell’essere umano: poteva voler dire, e questo è ciò che in effetti ha voluto dire, liberare gli spiriti animali del capitalismo che scalpitavano dentro quella gabbia di acciaio che il sistema politico aveva costruito come rimedio della lunga crisi dei decenni centrali del Novecento, punteggiati da guerre e rivoluzioni scatenate dall’utopia del libero mercato. Negli anni Settanta può così trionfare quello che autori come Boltanski e Chiapello hanno definito “il nuovo spirito del capitalismo” (7): l’esaltazione della soggettività “desiderante” da parte dei nuovi movimenti, che si allontanano progressivamente dall’impegno per la difesa dei bisogni proletari, diviene adesione inconsapevole a una nuova cultura capitalista che fa leva sulle pulsioni consumiste, sull'edonismo individualista “emancipato” da ogni legame sociale e sulla critica radicale della razionalità del limite in qualsiasi campo dell’esistenza e dell’agire umani.

Nel '68 Tronti non vede una svolta epocale, un grande inizio, bensì la fine, la conclusione del Novecento. Più che di un grande balzo trasformativo, si è trattato, alla fine dei conti, di un banale cambio di ceto politico, in seguito al quale la storia si è progressivamente convertita nello scorrere di “un tempo senza epoca”, nel quale ogni increspatura viene scambiata per una svolta epocale, mentre nessuna vera svolta è più possibile a fronte di una realtà caratterizzata dalla dittatura del presente, un presente che ignora passato e futuro. Se il grande Novecento è stato l’epoca delle grandi rivoluzioni – grandi anche nel loro tragico fallimento – la sua parte terminale è invece il tempo delle rivoluzioni immaginarie, fallite prima ancora di iniziare. Paradigmatico, in tal senso, il destino del femminismo, movimento nei confronti del quale Tronti confessa di avere inizialmente nutrito simpatia e interesse, almeno finché il “femminismo della differenza” è stato neutralizzato dal prevalere del proprio lato emancipatorio. Nel momento in cui l’emancipazione vince, la rivoluzione perde: avanzando verso l’uguaglianza fra generi le donne non sono salite ma scese sulla scala delle libertà; hanno acquisito nuovi diritti, ma i diritti qualsiasi società moderna è più che disposta a concederli, perché è consapevole che si tratta di un altro modo per assicurare il potere a chi comanda. Nella misura in cui l’emancipazione si è sviluppata in senso contrario alla differenza di genere, la politica della differenza si è piegata alla logica borghese di neutralizzazione e depoliticizzazione; la vittoria dell’emancipazione sancisce l’inclusione senza residui del femminile nel sistema. Si tratta un destino condiviso da tutti i nuovi movimenti, i quali hanno finito per soccombere, più che di fronte alla repressione o a minacce totalitarie, al trionfo di una democrazia intesa esclusivamente come emancipazione individuale, di un progetto che mira a isolare l’individuo e a impedirgli di entrare in rapporto con altri individui, a costruire una massa atomizzata agevolmente manipolabile.

Giudizi analoghi, tanto più amari in quanto implicano una dura autocritica delle sue antiche tesi, Tronti esprime nei confronti della deriva postoperaista. Si potrebbe dire, argomenta, che il “peccato originale” dell’operaismo è la sua concezione immanente del processo rivoluzionario, vale a dire l’idea secondo cui il principio del superamento è inscritto nelle dinamiche stesse del modo di produzione capitalistico. Si tratta di un principio di immanenza che si rovescia perversamente in principio di cattura, sintetizzato nello slogan secondo cui occorre essere dentro-contro il rapporto di capitale, dopodiché, non essendoci più alcun fuori, non c’è alcuna possibilità di fuoriuscita. Da qui l’illusione di poter battere il capitale sul suo stesso terreno, che è quello dell’accelerazione-intensificazione dello sviluppo (sociale, politico e culturale, oltre che economico). Illusione, argomenta Tronti, perché “nessuno può essere più moderno del capitale”, nessuno può batterlo a un gioco di cui controlla ogni mossa e ogni regola. La critica di Tronti affonda fino al nocciolo duro della teoria operaista (e tocca qui i più espliciti accenti autocritici), vale a dire fino all’idea secondo cui la soggettività operaia rappresenta, al tempo stesso, l’unico vero motore dello sviluppo capitalistico e il principio immanente del suo rovesciamento. “Abbiamo forse caricato gli operai di un progetto eccessivo”, ammette (8), e la nostra illusione è svanita nel momento in cui è apparso chiaro che “la rude razza pagana” non ce l’avrebbe fatta a rovesciare il capitale. Né avrebbe potuto farcela, perché gli operai rappresentano sì una parte, ma una parte interna al capitale (si potrebbe dire che la scoperta trontiana dell’autonomia del politico, è stata la scoperta che aveva ragione Lenin: la coscienza spontanea degli operai non supera la coscienza tradeunionista e può divenire rivoluzionaria solo attraverso l’organizzazione politica).

Il pessimismo tragico di Mario Tronti si oppone all’ottimismo euforico di Antonio Negri, l’altro grande vecchio dell’operaismo italiano. Incapace di prendere atto della natura contingente del ciclo di lotte dell’operaio massa, e tantomeno disposto a rinunciare al dogma secondo cui è sempre la forza lavoro a determinare lo sviluppo del capitale, Negri cerca di proiettare il carattere spontaneamente antagonista dell’operaio massa su una successione di figure prive di consistenza reale: dall’operaio sociale alla moltitudine.

Tronti liquida la metafora dell’“operaio sociale” come un tentativo di “fabbrichizzare” il sociale, di estendere la qualità dell’antagonismo di fabbrica al sociale diffuso, che viene sovraccaricato di coscienza anticapitalista per compensare il declino di potenza dell’operaio tradizionale. Quanto alla moltitudine, più che rappresentare una nuova forma di soggettività di classe, rispecchia il processo di atomizzazione sociale generato dalla ristrutturazione capitalistica.

Negri e altri tentano di negare l’evidenza proponendo una lettura “biopolitica” dell’antagonismo fra capitalismo immateriale e lavoratori della conoscenza: visto che il capitale mette oggi al lavoro la vita stessa, il conflitto non è più fra capitale e lavoro, bensì fra capitale e umanità intera. Ma questa visione si regge su uno sfrenato ottimismo tecnologico che attribuisce al capitalismo immateriale il merito di avere realizzato la profezia dei Grundrisse: fine della legge del valore e transizione immediata al comunismo, resa possibile dal fatto che i lavoratori della conoscenza sono in grado di assumere il controllo di un processo lavorativo già compiutamente socializzato grazie alla loro cooperazione spontanea. Un discorso che ignora il fatto che i mezzi di produzione e i prodotti immateriali sono in grado di confiscare più di ogni altro l’attività lavorativa umana e di egemonizzare le coscienze di lavoratori e consumatori (9).

Contro l’imperativo che impone di essere ipermoderni, celebrando ogni accelerazione nell’evoluzione tecnologica come un balzo in avanti verso il comunismo, si erge la diffidenza trontiana nei confronti della natura demonica della tecnologia, nonché l’invito a riconoscere il lato conservatore delle rivoluzioni novecentesche, la loro resistenza nei confronti dell’innovazione come arma di colonizzazione del sociale da parte del capitale.

4. Un rivoluzionario conservatore

La visione trontiana della rivoluzione presenta notevoli analogie (del resto rivendicate in più occasioni) con quella di Benjamin (10). Al pari del grande eretico della Scuola di Francoforte, Tronti considera le rivoluzioni novecentesche come altrettanti tentativi di opporsi all’invasione della società da parte dei barbarici istinti animali del capitalismo. Il peccato originale di larga parte della cultura marxista è consistito nel descrivere la rivoluzione socialista come il compimento della rivoluzione borghese, come un’accelerazione verso la modernità. Questo punto di vista era profondamente radicato nella Seconda Internazionale e nella Socialdemocrazia tedesca che ne costituiva il nerbo teorico e organizzativo, un punto di vista sintetizzabile nella convinzione che il progresso tecnologico, lo sviluppo delle forze produttive, avrebbe automaticamente determinato la transizione a una forma sociale più avanzata di quella capitalistica. Criticando questa illusione, Benjamin, citato da Tronti, diceva che “non c’è nulla che abbia corrotto i lavoratori tedeschi quanto la persuasione di nuotare con la corrente”. Lo stesso Tronti aggiunge che, a partire da un determinato momento storico, l’imperativo a essere moderni (che per i postoperaisti diviene l'imperativo a essere assolutamente moderni) coincide di fatto con l’essere per lo sviluppo della società capitalista. Contro questa concezione continuista del progresso umano, secondo cui l’innovazione capitalistica è necessariamente destinata a convertirsi nell’innovazione socialista, si contrappone il punto di vista discontinuista della rivoluzione d’ottobre guidata da Lenin, l’idea di una volontà rivoluzionaria che interrompe bruscamente il flusso “normale” degli eventi storici, una brusca interruzione che impone con la forza le ragioni della riproduzione sociale contro quelle del progresso economico e che fa sì, secondo Tronti, che la rivoluzione del '17 somigli più alle rivoluzioni conservatrici che a quelle borghesi. Questa auto rappresentazione del proprio pensiero come “rivoluzionario conservatore” si fonda oltretutto su un radicale pessimismo antropologico: diversamente da Rousseau e dai suoi emuli contemporanei di sinistra, Tronti non crede a una umanità che nasce “buona” ma poi viene corrotta dalla società (per cui basterebbe riformare quest’ultima per eliminare il male dal mondo), ma è convinto che il male sia radicato nella natura stessa dell’uomo, il che rende ancora più fondamentale la missione civilizzatrice del politico.

Purtroppo, come si è visto, per Tronti l’appello alla centralità del politico non può che suonare nostalgico dopo la catastrofe antipolitica di fine Novecento. A venir meno, infatti, è stato lo spirito rivoluzionario di una classe che non si fondava sulla sua capacità di incarnare l’interesse generale di un popolo, di una nazione o dell’umanità intera bensì, al contrario, sulla natura costitutivamente di parte dei suoi interessi.

Che ne è di questo punto di vista irriducibilmente di parte in un mondo in cui il soggetto operaio sembra essersi dissolto nella massa individualizzata? La risposta di Tronti suona decisamente spiazzante se non addirittura enigmatica laddove scrive che “il punto di vista operaio non esiste più, rimane il punto di vista” o, con parole ancora più radicali che “l’odio di classe non esiste più, resta l’odio”. Con queste due affermazioni, Tronti sembra dirci che, mentre la parte non dispone più di un soggetto, né di un progetto, che la rappresentino, esistono ancora la possibilità e la volontà di opporsi al tutto, all’ordine complessivo, alla “forma di vita” dominante così come essa si esprime in politica, in economia, nella cultura, nell'agire quotidiano.

In altre parole, per sopravvivere a se stessa la politica dovrebbe transitare dalla contestazione dei rapporti di produzione alla contestazione di un’intera civiltà, lo spirito dell’inimicizia non dovrebbe più rivolgersi solo contro il capitale, bensì contro l’intera civiltà occidentale. Così, dopo avere ironizzato sulla retorica dei principi e dei valori occidentali che accompagna le reazioni agli attentati degli integralisti islamici, Tronti afferma che quei valori e quei principi non sono i suoi e, benché non ritenga giusto attaccarli in quel modo, ciò non lo induce a difenderli in nome della difesa di uno stato di cose che considera turpe.

Insomma: l’ultimo Tronti non è divenuto un pensatore pacifista, al punto che, ricordando le sue conversazioni con Miglio e Bobbio ai tempi in cui erano tutti e tre in parlamento, racconta come Miglio – con grande scandalo di Bobbio – avesse affermato di considerare la vendetta come la categoria politica più importante, e che lui, al contrario di Bobbio, si era riconosciuto in quell’affermazione, associandola al detto di Benjamin secondo cui non si combatte per le generazioni a venire, bensì per vendicare le sofferenze e i soprusi degli antenati asserviti. Questa postura vale anche per il tema della guerra, rispetto al quale Tronti dichiara di non avere mai condiviso l’utopia di un mondo pacificato: meglio riconoscere che la dimensione della guerra fa parte della natura umana e che, più che esorcizzarla, occorrerebbe “civilizzarla” (tema squisitamente schmittiano). Una funzione venuta meno dopo la caduta del Muro e la fine della guerra fredda, eventi che hanno inaugurato l’era delle “guerre umanitarie” in cui il nemico è stato ridotto a criminale, legittimando qualsiasi mezzo per annientarlo. Donde il monito a una classe politica che, avendo smarrito la capacità di interpretare la geopolitica, non sa riconoscere, né tantomeno governare, le trasformazioni di un mondo che minaccia di innescare conflitti distruttivi non più fra nazioni ma fra interi continenti.

A questo punto si fa pressante l’interrogativo sulle ragioni di quella che ho sopra definito la paradossale fedeltà del Tronti militante al PCI, pur in presenza delle degenerazioni in senso neoliberale di quel partito e dei suoi eredi.

5. Perché questo “vecchio bolscevico” è rimasto con gli aborti politici partoriti dal PCI?

Sarò sincero: questa domanda per me resta a tutt’oggi priva di una risposta accettabile, per cui mi limito a elencare qui di seguito le motivazioni che lo stesso Tronti mi ha fornito nel lungo dialogo che abbiamo avuto qualche anno fa (11), motivazioni che considero a dir poco inconsistenti, dopodiché proverò a formulare una ipotesi sul vero errore di prospettiva che sta alla base di una scelta apparentemente inspiegabile. Le motivazioni addotte nell’occasione appena accennata sono sintetizzabili in quattro punti che ruotano attorno al concetto che Tronti sintetizza con la necessità di “essere bolscevichi”.

Uno. Essere bolscevichi, argomenta, significa essere maggioritari, scegliere di operare laddove si concentra la forza necessaria per cambiare le cose. È per questo motivo, sostiene che ha fondato la rivista Classe Operaia, prendendo le distanze dall’esperienza minoritaria di Quaderni Rossi, e quando anche Classe Operaia divenne una setta, ha deciso di rientrare nel PCI, perché convinto “che occorra sempre stare nel grosso della forza anche se non corrisponde alla mia idea”.

Due. Essere bolscevichi, aggiunge, vuol dire comprendere la necessità del professionismo in politica. Non la politica come mestiere, bensì la politica come beruf, il termine weberiano che compendia in sé i significati di professione e vocazione. Tronti considera necessaria la professione politica perché non crede nell’ottimismo democratico che attribuisce a tutti i cittadini la capacità di decidere, per cui rifiuta la retorica sulla democrazia partecipativa.

Tre. Essere bolscevichi significa inoltre diffidare dell’estremismo: “La politica cammina su due gambe, il conflitto e la mediazione, se cammina solo sulla prima abbiamo l’estremismo, se cammina solo sulla seconda abbiamo l’opportunismo” (evidentemente non ha saputo/voluto prendere atto che la politica delle formazioni in cui ha militato per decenni camminava solo su quest'ultima gamba).

Quattro. Essere bolscevichi significa infine essere realisti: ”Il realismo”, dice, “si misura sulla durata delle conseguenze che tu attribuisci al tuo agire”, per cui, se vuoi che tali conseguenze durino, a volte devi rinunciare a determinati principi e valori, perché è più probabile che tu riesca a realizzarli se il tuo progetto dura nel tempo, mentre, se ti intestardisci a volerli mettere in atto qui, subito e a qualsiasi costo, andrai quasi certamente incontro al fallimento.

La mia ipotesi è che il vero motivo dell’abbaglio trontiano risieda nella quarta motivazione. Tronti ci dice di avere scelto di collocarsi laddove si concentra la forza per il cambiamento, sacrificando valori e principi ai vincoli dettati dalla contingenza storica in vista di una loro possibile, futura ripresa e realizzazione. Ma a quali vincoli “oggettivi” si riferisce? Mi pare evidente che qui entra in campo, in barba a molte delle intuizioni critiche formulate dallo stesso Tronti, una visione rimasta costantemente maggioritaria nel marxismo occidentale, vale a dire quella secondo cui nessuna volontà rivoluzionaria può avere ragione delle “leggi” economiche dello sviluppo capitalistico, nonché degli scenari geopolitici “sovradeterminati” da tali leggi. Così il “realismo” trontiano ricade però in una visione della storia come processo lineare, unidirezionale, animato da una necessità immanente, “naturale”, in palese contraddizione con le sue riflessioni sul politico come rottura del flusso “normale” degli eventi storici.

Se qualcosa ho potuto imparare da Tronti è quindi solo grazie alle lezioni di altri maestri che, come Gyorgy Lukacs (12), mi avevano vaccinato contro le insidie del determinismo e del meccanicismo. Ecco perché, malgrado questa pur grave debolezza del Tronti “realista” – che gli amici delle sinistre radicali non gli hanno mai perdonato –, resto convinto che nessun progetto di ricostruzione di un punto di vista rivoluzionario possa prescindere dal suo contributo teorico su temi quali l’autonomia del politico, i disastrosi effetti dell’infatuazione del marxismo occidentale per il progresso tecnologico e lo sviluppo economico; la critica della svolta individualista delle culture di movimento (e la loro conseguente cattura da parte del campo liberale); la rivendicazione della tradizione novecentesca della logica amico/nemico e del punto di vista di parte associato alla lotta di classe.

Per quanto riguarda in particolare quest'ultimo punto, mi preme citare tre frasi estratte da altrettanti scritti recenti: “il cemento dell’amicizia politica è una ben specifica e determinata e consaputa inimicizia sociale, non uno stare con ma uno stare contro”; “compito del partito è oggi semplificare politicamente la complessità sociale. Tornare a dividere l’uno in due al di là di tutte le apparenze sistemiche”; “che una parte va ricostruita è indubbio, altrimenti non c’è partito né politica, ma quale parte, strutturata come, riferita a cosa, in quale forma organizzata”.

Rispondere agli ultimi quattro quesiti è il compito di qualsiasi forza politica intenzionata a rilanciare una prospettiva anticapitalista.

Note

(1) M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi, Torino 1966.

(2) F. Milanesi, Nel Novecento. Storia, teoria, politica nel pensiero di Mario Tronti, Mimesis, Milano 2014

(3) In questo scritto farò riferimento soprattutto alle seguenti opere di Tronti: Noi operaisti, DeriveApprodi, Roma 2009; Dall’estremo possibile, Ediesse, Roma 2011; Dello spirito libero, il Saggiatore, Milano 2015.

(4) Vedi, in particolare, M. Revelli, Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro, Einaudi, Torino 2001.

(5) Cfr. J-F. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano 1981.

(6) F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano 2003.

(7) L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

(8) Cfr. M. Tronti (a cura di C. Formenti), Abecedario (con due Dvd); DeriveApprodi, Roma 2016.

(9) Sulla capacità del neocapitalismo digitale di plasmare l’identità e la cultura di lavoratori e consumatori cfr. P. Dardot, C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2013. Vedi anche il mio Felici e sfruttati, Egea, Milano 2011.

(10) Per una ricostruzione del pensiero “antimoderno” di Benjamin vedi A. Visalli, Classe e partito, Meltemi, Milano 2023.

(11) Vedi Abecedario, op. cit.

(12) Cfr. La mia Prefazione a G. Lukacs, Ontologia dell’essere sociale (4 voll.), Meltemi, Milano 2023. vedi anche C. Formenti, Ombre rosse. Saggi sull’ultimo Lukacs e altre eresie, Meltemi, Milano 2022.

Fonte

16/08/2023

La sconcertante parabola dell’operaismo italiano

di Maria Turchetto

L’articolo rappresenta una versione ampliata della voce “operaismo” destinata al Dictionnaire Marx contemporain, a cura di J. Bidet e E. Kouvélakis, PUF, Paris, 2001.

Non è difficile, almeno in Italia, trovare un accordo linguistico sul termine “operaismo”. Non ci sono dubbi sulle principali riviste intorno a cui si è formato questo filone di pensiero negli anni ’60 e ’70 (Quaderni Rossi, Classe Operaia, Potere Operaio), né sugli autori che ne sono i principali esponenti (Raniero Panzieri, Mario Tronti e Antonio Negri hanno senz’altro una posizione di spicco sui molti altri che hanno dato contributi anche molto importanti [1]). Soprattutto, è impossibile non riconoscere un “operaista”, se ne incontri uno: a quasi quarant’anni dalla sua nascita (che ritengo sia lecito far coincidere con la pubblicazione del primo numero di Quaderni Rossi, nel giugno del 1961), l'”operaismo” si è sedimentato in “mentalità”, atteggiamento, lessico.

In effetti, nonostante sviluppi, correzioni, svolte e varianti abbiano ormai prodotto al suo interno una varietà di posizioni, l'”operaismo” ha mantenuto, se non un’autentica coerenza teorica, almeno una marcata fisionomia. Alcuni assunti di fondo, diventati nel tempo veri atteggiamenti mentali, l’uso di certi passi di Marx (l’arcinoto frammento sulle macchine dei Grundrisse [2], citazione ormai rituale), alcune “parole chiave” (general intellect, composizione di classe, autonomia) funzionano ancora oggi come un forte dispositivo di riconoscimento. Dispositivo forse più linguistico che teorico, più evocativo che realmente propositivo, e che tuttavia serve da riferimento a vari spezzoni di quello che è stato il “movimento” (altra parola chiave) degli anni ’70.

Di fatto, oggi l'”operaismo” italiano è soprattutto questo riferimento impoverito, questa raccolta di parole che tiene il posto di una teoria e che regala unità e identità apparenti a posizioni confuse, ostaggio di volta in volta delle mode culturali o delle nostalgie. Tuttavia questa resistenza, questa capacità di sopravvivere e di offrire almeno l’evocazione di un pensiero diverso nei tempi bui del pensiero unico, segnalano una forza originaria che va presa sul serio.

Gli anni ’60: l'”operaio massa”.

Partiamo dunque dalle origini: dagli anni ’60, dall’esperienza dei Quaderni Rossi e dal gruppo di giovani teorici (Panzieri, Tronti, Alquati) che anima questa rivista.

Gli anni ’60 vedono le organizzazioni storiche della classe operaia ligie all’idea ortodossa del progressivo “sviluppo delle forze produttive”, motore del cammino dell’umanità verso il comunismo, provvisoriamente ostacolato dall'”anarchia del mercato” e distorto dall’iniqua distribuzione della ricchezza sociale che caratterizzano il capitalismo. Quest’idea, che intende il capitalismo come proprietà privata e mercato e gli contrappone un socialismo inteso come proprietà pubblica e pianificazione, comporta la sostanziale accettazione dell’organizzazione capitalistica della produzione. L’elaborazione di Raniero Panzieri pone alcune premesse teoriche decisive per una critica radicale di questa impostazione, mettendo seriamente in discussione la visione apologetica del progresso tecnico-scientifico caratteristica della tradizione marxista. In Plusvalore e pianificazione, egli scrive:
“Di fronte all’intreccio capitalistco di tecnica e potere la prospettiva di un uso alternativo (operaio) delle macchine non può, evidentemente, fondarsi sul rovesciamento puro e semplice dei rapporti di produzione (di proprietà), concepiti come involucro che a un certo grado di espansione delle forze produttive sarebbe destinato a cadere semplicemente perché divenuto troppo ristretto: i rapporti di produzione sono dentro le forze produttive, queste sono ‘plasmate’ dal capitale” [3]
In questa prospettiva, la scienza, la tecnica, l’organizzazione del lavoro venivano sottratti al limbo di uno “sviluppo delle forze produttive” in sé razionale e separato dalle determinazioni sociali, per configurarsi come luogo fondamentale del dominio “dispotico” [4] del capitale.

È bene sottolineare l’importanza teorica di questa critica: la sua originalità fa dell’operaismo italiano di quegli anni un punto alto dell’elaborazione marxista europea. Da un lato, infatti, si tratta di una vera “rivoluzione copernicana” rispetto al marxismo ufficiale di matrice terzinternazionalista; dall’altro, non segue le vie “filosofiche” (l'”umanesimo”, come dirà Althusser) della Scuola di Francoforte e del cosiddetto “marxismo occidentale”, fino ad allora uniche voci dissonanti dall’ortodossia nel panorama europeo, stringendo ben più stretti legami con le lotte operaie.

La svolta di Panzieri conduce innanzitutto a rivalutare alcune parti dell’analisi marxiana largamente trascurate dalla tradizione marxista: non solo il già citato frammento sulle macchine dei Grundrisse, destinato a diventare negli anni successivi il Testo per eccellenza [5]; ma anche (e soprattutto, in questa fase) le tematiche della IV sezione del Libro I del Capitale e il Capitolo VI inedito. Alcune fondamentali categorie utilizzate da Marx nell’analisi dell’industria meccanizzata (i concetti di sussunzione formale e sussunzione reale del lavoro al capitale, l’idea dell’espropriazione “soggettiva” dei produttori rispetto alle “potenze mentali della produzione”, ecc. [6]) vengono recuperate e applicate allo studio del “neocapitalismo” e della fabbrica fordista. Si fa strada l’idea che l’espressione “modo di produzione” impiegata da Marx vada intesa assai più alla lettera di quanto non abbia fatto il marxismo tradizionale, che dunque le concrete modalità di erogazione del lavoro entro un’organizzazione finalizzata all’estrazione di plusvalore rappresentino il cuore del problema. Il capitalismo, dunque, non coincide più con la proprietà privata e con il mercato, ma è anzitutto un tipo di organizzazione del lavoro che trova espressione compiuta nei canoni del taylorismo e del fordismo.

Né si tratta soltanto di un “ritorno a Marx”, poiché la strumentazione analitica ritrovata nei testi marxiani serve innanzitutto a leggere i processi in atto in Italia – gli effetti dello sviluppo economico accelerato del dopoguerra e delle migrazioni dal Sud verso le capitali del Nord – e a sviluppare nuove e originali categorie interpretative. Nascono qui i concetti di “composizione di classe” e di “operaio massa”, destinati a diventare parole chiave nei successivi sviluppi dell’operaismo (ma anche ad essere ampiamente recepite non solo in ambito marxista) e già presenti in un saggio di Romano Alquati sulla forza-lavoro all’Olivetti di Ivrea [7]. L'”operaio massa” è il nuovo soggetto produttore del “neocapitalismo”, tecnicamente dequalificato rispetto alla precedente figura dell'”operaio di mestiere”: è dunque “soggettivamente espropriato” e “realmente subordinato” al capitale, e inoltre sradicato socialmente e politicamente privo di tradizioni, ma viene considerato portatore di una potenzialità conflittuale fortissima. La “composizione di classe” [8] vuole esprimere il nesso tra i connotati tecnici, oggettivi, che la forza-lavoro presenta in un dato momento storico per la sua collocazione entro l’organizzazione capitalistica del processo produttivo, e quelli che sono invece i suoi connotati politici, soggettivi: è appunto la sintesi di questi aspetti a determinare il potenziale di lotta della classe.

Questa elaborazione teorica trova un preciso referente nella pratica delle lotte di fabbrica degli anni ’60. Sono gli anni in cui si va formando una forte opposizione contro la linea sindacale ufficiale incentrata sulla difesa della “professionalità” operaia, linea che si era consolidata negli anni ’50 configurandosi come tentativo di difendere la forza contrattuale conquistata con le lotte del primo dopoguerra. I limiti di questa battaglia difensiva, che si basava su una non problematizzata identificazione della “professionalità” con le “qualifiche” dettate dall’organizzazione capitalistica del lavoro, emergono proprio quando quest’ultima viene pesantemente modificata dall’introduzione su larga scala dei metodi tayloristici e della catena di montaggio. Di fronte a queste trasformazioni, che si accompagnano all’inserimento nelle grandi fabbriche del Nord di migliaia di giovani meridionali inquadrati come operai comuni, la parola d’ordine della professionalità si trasforma in uno strumento che indebolisce e divide la classe operaia, difende posizioni acquisite in un assetto produttivo che non esiste più nei fatti, finisce addirittura con lo sposare le nuove filosofie aziendali che predicano la collaborazione tra lavoratori e imprenditori e l'”integrazione del lavoratore nell’azienda”. Come scrive Panzieri, nella posizione ufficiale del sindacato
“la sostanza dei processi di integrazione viene accettata, riconoscendo in essi una intrinseca necessità, che scaturirebbe fatalmente dal carattere della produzione ‘moderna’ […]. Non si sospetta neppure che il capitalismo possa servirsi delle nuove ‘basi tecniche’ offerte dal passaggio dagli stadi precedenti a quello di meccanizzazione spinta (e all’automazione) per perpetuare e consolidare la struttura autoritaria dell’organizzazione della fabbrica” [9].
La demistificazione della parola d’ordine della professionalità, la ripresa dei temi dell’alienazione e della dequalificazione del lavoro, l’individuazione della omogeneizzazione della stratificazione operaia verso il basso che tali fenomeni comportano hanno, in questa fase, un’evidente portata pratica. Lo strumento dell’inchiesta, cui il gruppo di Quaderni Rossi crede fortemente, aiuta a scavare in questa direzione e a coniugare l’elaborazione teorica con la ricerca sul campo.

Questo “operaismo” delle origini – in buona sostanza, l’elaborazione dei primi Quaderni Rossi – sembra avere le carte in regola per essere una buona teoria: una teoria che possiede una forte valenza critica, che produce strumenti analitici, che orienta la prassi.

Fabbrica e società.

L’ondata di lotte operaie che culmina nell'”autunno caldo” del 1969 sembra fornire alle premesse teoriche dell’operaismo una straordinaria conferma. L'”operaio massa” dà prova non solo della propria esistenza, ma anche dell’auspicata potenza conflittuale. È una figura socialmente reale e un soggetto politicamente forte, capace di porsi come punto di riferimento per gli altri movimenti che in quegli anni si esprimono nella società: potrebbe essere l’avanguardia di un movimento rivoluzionario italiano.

Sul nesso tra lotte di fabbrica e progetto rivoluzionario, per la verità, sono già sorte divisioni all’interno di Quaderni Rossi. Nel luglio 1963, Tronti, Negri, Alquati e altri escono dalla redazione di Quaderni Rossi per dar vita, l’anno successivo, alla rivista Classe operaia. A proposito di questa vicenda, con allusione critica alle posizioni di Tronti, Panzieri scrive:
“Un aspetto importante nella situazione di oggi è nel pericolo di scambiare in modo immediato la ‘feroce’ critica verso le organizzazioni implicita, e spesso esplicita, nei comportamenti operai […] per una immediata possibilità di sviluppo di una strategia rivoluzionaria globale, ignorando il problema dei contenuti specifici e degli strumenti necessari alla costruzione di tale strategia” [10].
La continuità istituita da Tronti tra lotte operaie e rivoluzione, contestata da Panzieri, si regge su due chiavi di volta: da un lato, la peculiare teoria del nesso tra fabbrica e società che questo autore propone già nel saggio La fabbrica e la società [11] e che rappresenta il nodo centrale di tutta la sua elaborazione; dall’altro, l’idea che la logica della fabbrica si estenda progressivamente all’intera società, idea almeno in parte presente anche in Panzieri e destinata ad essere condivisa, pur con varianti diverse, da tutti i successivi sviluppi dell’operaismo.

Secondo Tronti, tra fabbrica e società si pone innanzitutto un rapporto di opposizione: la vera contraddizione del capitalismo, per questo autore, non è quella tra “forze produttive” e “rapporti di produzione” teorizzata dal marxismo ortodosso, ma quella che oppone il “processo produttivo” che si svolge nella fabbrica al “processo di valorizzazione” che si svolge nella società [12]. Nella società la forza-lavoro si presenta come valore di scambio: in questo ruolo, il lavoratore è succube del mercato, atomizzato, inerme e passivo consumatore, incapace di sviluppare qualsiasi resistenza al capitale. Nella fabbrica, al contrario, la forza-lavoro è valore d’uso: in quanto tale, benché acquistata dal capitalista, non cessa di appartenere al lavoratore stesso che, su questa base, conserva la propria capacità antagonista e anzi, inserito nel meccanismo della produzione cooperativa, la sviluppa in forme di azione collettiva.

Solo la fabbrica, dunque, produce antagonismo. Se questo è vero, un problema di strategia rivoluzionaria più complessa rispetto alla spontaneità delle lotte di fabbrica, come quello prospettato da Panzieri nel passo precedentemente citato, non si pone nemmeno. Ad esempio, non si pone un problema di collegamento tra lotte operaie e altre forme di protesta emergenti nella società. Come nota Palano,
“lo schema di Tronti non lasciava alcuno spazio alla comunicazione reciproca delle lotte tra fabbrica e società: […] i conflitti che fuori dai settori della produzione immediata vedevano coinvolti soggetti non salariati – in primo luogo gli studenti – non potevano avere che un ruolo di semplice sostegno ideologico o di supporto organizzativo” [13].
Nell’impostazione trontiana, dicevamo, il problema del collegamento tra lotte di fabbrica e lotte sociali non si pone. Anzi: si risolve da solo. Lo sviluppo capitalistico, infatti, estende progressivamente la fabbrica alla società, “fabbrichizza” [14] la società, dunque l’iniziale opposizione di fabbrica e società è destinata a risolversi nel prevalere del primo termine sul secondo. Come aveva già detto Panzieri:
“Quanto più si sviluppa il capitalismo, tanto più l’organizzazione della produzione si estende a tutta intera l’organizzazione della società” [15].
Tronti ribadisce:
“Al livello più alto dello sviluppo capitalistico, il rapporto sociale diventa un momento del rapporto di produzione, la società intera diventa un’articolazione della produzione, cioè tutta la società intera vive in funzione della fabbrica e la fabbrica estende il suo dominio esclusivo su tutta la società” [16].
La somiglianza delle formulazioni citate nasconde, in realtà, differenze significative. Per Panzieri, l’estensione della logica della fabbrica alla società consiste fondamentalmente nella crescita degli aspetti di pianificazione economica che caratterizzano il “neocapitalismo” rispetto a precedenti fasi più “anarchiche”. Da questo punto di vista, Panzieri risulta piuttosto allineato al marxismo ortodosso che legge lo sviluppo storico del capitalismo come una successione di “stadi” in cui il primo, rappresentato dal capitalismo concorrenziale, è seguito da forme sempre più “regolate”: il capitalismo mono-oligopolistico prima, nell’epoca in cui lo teorizzarono Lenin e Kautsky; il “capitalismo pianificato” (concetto non dissimile da quello di “capitalismo monopolistico di Stato” impiegato dal marxismo ufficiale), nell’epoca contemporanea. L’unica critica, per altro abbastanza scontata in quegli anni, all’impostazione tradizionale consiste nel negare che, in questo sviluppo a stadi, si possa identificare uno “stadio ultimo”:
“La pianificazione autoritaria come espressione fondamentale della legge del plusvalore e la tendenza alla sua estensione alla produzione sociale complessiva sono intrinseche all’intero sviluppo capitalistico: nella fase attuale questo processo appare con maggiore evidenza, come tratto distintivo delle società capitalistiche, in forme che sono irreversibili. Ciò non significa, naturalmente, che oggi vada realizzandosi l”ultimo stadio’ del capitalismo, che è espressione priva di senso” [17].
In ogni caso,
“resta fondamentale […] la capacità del sistema capitalistico a reagire alle conseguenze distruttive del funzionamento di certe ‘leggi’, passando a uno stadio ‘superiore’, introducendo nuove leggi, destinate a garantire la sua continuità” [18].
Nell’impostazione di Tronti, l’idea della progressiva “fabbrichizzazione” della società ha, a ben vedere, un significato diverso: non designa tanto l’aumentato ricorso a forme di regolazione e pianificazione, quanto piuttosto la crescente funzionalità di sfere dell’agire sociale diverse dalla produzione, alla produzione stessa. I due autori, con formulazioni apparentemente simili, designano di fatto diverse fenomenologie: in Panzieri l’idea del “piano” che dalla fabbrica si estende alla società si riferisce, in sostanza, al fenomeno della crescente concentrazione capitalistica e ai suoi effetti [19] (con toni che evocano a volte il “superimperialismo” di kautskiana memoria); in Tronti l’idea dell’estensione della fabbrica allude invece principalmente al fenomeno della crescente terziarizzazione dell’economia. Contro l’interpretazione moderata corrente, che legge la crescita del settore impiegatizio e dei servizi come aumento dei ceti medi e conseguente diminuzione della classe operaia, Tronti vede in tali processi la “riduzione di ogni lavoro a lavoro industriale” [20]: dunque la generalizzazione del rapporto di lavoro salariato, la proletarizzazione di vasti strati della popolazione, la sottomissione diretta alle esigenze della produzione di settori tradizionalmente considerati improduttivi.

Il fondamento teorico di questa analisi risiede in una lettura piuttosto “hegeliana” dell’indicazione contenuta nell’Introduzione del 1857 di Marx, secondo cui la produzione può essere considerata, da un lato, come momento “particolare” accanto agli altri momenti particolari del processo economico (distribuzione, scambio, consumo), dall’altro, come momento “generale” che “abbraccia e supera tanto se stessa […] quanto gli altri momenti” [21]. Tronti la interpreta non come distinzione concettuale, ma come processo storico [22]: col procedere dello sviluppo capitalistico, la produzione ingloba progressivamente gli altri momenti del processo economico, da cui era originariamente distinta:
“quanto più avanza lo sviluppo capitalistico, cioè quanto più penetra e si estende la produzione del plusvalore relativo, tanto più necessariamente si conchiude il circolo produzione-distribuzione-scambio-consumo, tanto più, cioè, si fa organico il rapporto tra produzione capitalistica e società borghese, tra fabbrica e società, tra società e Stato” [23].
Questa interpretazione è decisiva per gli sviluppi dell’operaismo successivo. È da queste premesse, infatti, che nasce l’idea dell'”operaio sociale”, intuizione forte ma anche fonte di equivoci e soprattutto via di fuga dalla realtà negli esiti estremi. Se la fabbrica ingloba la società ed estende ovunque la propria logica, se l’intero processo sociale è ormai integrato in un unico e organico processo di produzione-riproduzione, allora tutti i membri subordinati della società fanno parte di un complessivo “operaio sociale” contrapposto a un capitale che incarna, di contro, ogni “comando”.

Gli anni ’70: l'”operaio sociale”

Non sarà Tronti, in ogni caso, a trarre queste conclusioni. La categoria dell'”operaio sociale” prende forma negli anni ’70, gli anni bui della crisi, della ristrutturazione e della repressione politica, ed è al centro soprattutto dell’elaborazione di Antonio Negri.

Vediamo, anzitutto, il nuovo contesto. Dopo il 1973, il ciclo di lotte operaie entra in una fase discendente. Lo spettro della recessione economica, che diventa palese con la crisi petrolifera, funziona da pesante arma di ricatto per far passare una nuova ristrutturazione produttiva. Le nuove tecnologie informatiche ed elettroniche non sono ancora all’orizzonte o spuntano appena, delle virtù del “modello giapponese” non si parla ancora: ciò che al momento si prospetta è una ristrutturazione intesa soprattutto come razionalizzazione e ridimensionamento delle strutture produttive esistenti, con un pesante prezzo da pagare, in termini di salario e occupazione, per la classe operaia. La ristrutturazione, tra l’altro, ridefinisce un sistema di mansioni e qualifiche (emblematico il cosiddetto Inquadramento Unico introdotto alla Fiat) che spiazza l’ugualitarismo delle lotte degli anni ’60 e ridà fiato alla vecchia linea sindacale della difesa della “professionalità”: quest’ultima, da una funzione difensiva passa a una valenza decisamente reazionaria, diventando il veicolo per far passare una nuova divisione operaia e soprattutto per ottenere la mobilità della forza-lavoro. Attraverso i processi che accompagnano la ristrutturazione – riorganizzazione dei reparti, mobilità, ricorso alla cassa integrazione, licenziamenti – passa naturalmente l’eliminazione dei quadri operai più attivi, la “normalizzazione” dei reparti turbolenti, in una parola quella che potremmo definire una cosciente “scomposizione di classe”: lo smantellamento tecnico dei vecchi assetti produttivi è al tempo stesso smantellamento politico della forza operaia conquistata nel precedente ciclo di lotte.

Sul piano politico più generale, le organizzazioni storiche della sinistra continuano ad essere fedeli alla vecchia idea ortodossa dello “sviluppo delle forze produttive”. Il proletariato, anzi, è chiamato a risollevare la bandiera della “produttività” lasciata cadere da una borghesia sempre più “parassitaria”. Il PCI di quegli anni spinge questa ideologia fino all’accettazione integrale delle compatibilità capitalistiche, fino alle parole d’ordine dell'”alleanza dei produttori” (classe operaia e “capitale produttivo” contro le sacche parassitarie del capitalismo), dell'”austerità” e della “linea dei sacrifici” che tanta responsabilità avranno nella pesante sconfitta operaia degli anni ’80 [24]. Ancora più grave è la complicità del PCI nel disegno di criminalizzazione del dissenso che viene portato avanti alla fine degli anni ’70 attraverso le leggi speciali emanate in seguito al caso Moro. Il terrorismo è l’alibi per reprimere tutto ciò che si muove al di fuori della sinistra parlamentare. Potere Operaio e altri movimenti che si richiamano alle posizioni dell’operaismo sono senz’altro tra le vittime designate.

In questo clima, la compagine operaista si divide lungo due linee principali che, da tentativi di risposta alla crisi, diventano vere e proprie vie di fuga: inizialmente, fuga verso altre realtà, diverse dalla fabbrica; alla lunga, fuga dalla stessa realtà, verso dimensioni sempre più utopiche e immaginarie.

La prima linea è quella imboccata da Tronti: l'”autonomia del politico”. Di fronte alle crescenti difficoltà e al tendenziale arresto delle lotte operaie – le uniche possibili, lo ricordiamo, nell’ottica di questo autore – Tronti taglia il nodo gordiano del rapporto fabbrica-società attribuendo allo Stato un’imprevista “autonomia” rispetto alla società. Si tratta perciò di rivalutare l’azione politica rispetto a quella rivendicativa e di riguadagnare il terreno dello Stato dove il “partito operaio” (anch’esso “relativamente” autonomo rispetto alla classe di riferimento) poteva sancire a livello istituzionale le conquiste delle lotte di fabbrica. La linea dell'”autonomia del politico” ebbe vita abbastanza breve, e servì soprattutto a traghettare una parte dei militanti e dei teorici operaisti (i vari Cacciari, Asor Rosa – tanto per fare i nomi più illustri) sui lidi sicuri della politica parlamentare e dell’accademia ufficiale. L’esito di questa trahison des clercs piuttosto massiccia fu l’estinzione, insieme alle velleità rivoluzionarie, di ogni originalità teorica.

La via imboccata da Negri, quella dell'”operaio sociale”, si rivela tutto sommato più vitale. La nascita di questa nuova categoria, destinata a soppiantare quella di “operaio massa”, viene fatta generalmente risalire al saggio Crisi dello Stato-piano del 1971 [25], ma certamente l’idea va precisandosi soprattutto nella seconda metà degli anni ’70. Nonostante il termine “Stato-piano” evochi il “capitalismo pianificato” di Panzieri, in realtà l’elaborazione di Negri è assai più vicina a quella di Tronti in tema di fabbrica e società, precedente alla svolta dell'”autonomia del politico”: è soprattutto il fenomeno della terziarizzazione, infatti, ad essere tenuto presente.
“Dinnanzi alle imponenti modificazioni provocate – o in via di essere determinate – dalla ristrutturazione, il corpo di classe operaia si distende e si articola in corpo di classe sociale [...]. Dopo che il proletariato si era fatto operaio, ora il processo è inverso: l’operaio si fa operaio terziario, operaio sociale, operaio proletario, proletario” [26].
Oltre all’ispirazione trontiana, altre elaborazioni confluiscono nella tematica dell'”operaio sociale”: da un lato, le ricerche sociologiche di Alquati, che utilizza il termine per designare un nuovo soggetto politico, altamente scolarizzato e dunque assai diverso dall'”operaio massa” dequalificato, frutto dei processi di proletarizzazione e massificazione del lavoro intellettuale [27]; dall’altro lato, gli studi di carattere storico condotti dal Collettivo di Scienze Politiche dell’Università di Padova (di cui fanno parte tra gli altri, oltre allo stesso Negri, Sergio Bologna, Luciano Ferrari Bravo, Ferruccio Gambino) e che conducono a una nuova visione dello sviluppo capitalistico e dei suoi “stadi”, destinata a diventare un cardine del pensiero operaista.

L’idea che emerge da questi studi è quella di uno sviluppo capitalistico spinto non tanto dalla logica del profitto quanto dalle lotte operaie. Taylorismo e fordismo, in quest’ottica, rispondono alla necessità, per il capitale, di liberarsi dell'”operaio di mestiere” che trovava nella propria professionalità la leva per sviluppare un forte potenziale antagonista [28]. D’altra parte l'”operaio massa” che subentra all'”operaio di mestiere”, se inizialmente rappresenta una soluzione del problema (i suoi caratteri di dequalificazione e sradicamento politico e sociale gli impediscono di proseguire e sviluppare il conflitto nelle forme organizzative del ciclo di lotte precedente), successivamente si mostra capace di esprimere una propria e specifica capacità di resistenza, adeguata alla nuova organizzazione del lavoro, più collettiva ed egualitarista e per questi aspetti ancora più pericolosa per il capitale. La ristrutturazione degli anni ’70, di conseguenza, viene interpretata come necessità, per il capitale, di liberarsi dell'”operaio massa”: mossa momentaneamente riuscita, visto l’arresto della conflittualità di fabbrica, ma certamente i nuovi assetti produttivi faranno emergere un nuovo soggetto antagonista. È l'”operaio sociale”: già dedotto teoricamente, prefigurato a tavolino, non resta che attendere messianicamente la sua concreta manifestazione.

Negri porta a conseguenze estreme il determinismo implicito in questa catena di “stadi” rovesciata, in cui è la classe operaia a incalzare il capitalismo nello sviluppo della tecnica. Vi aggiunge uno stadio ultimo: quello profetizzato da Marx nel famoso frammento sulle macchine (è a partire da Negri che la citazione diventa rituale). Con l’enorme sviluppo tecnico e scientifico,
“il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa […]. Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla” [29].
Negri non ha dubbi, la profezia di Marx è già realizzata: a creare ricchezza non è più il lavoro, ma la scienza e la tecnica, il general intellect che non risiede nella fabbrica ma nella società. Il capitalismo è già estinto, superato dal suo stesso sviluppo, economicamente inutile; sopravvive come pura volontà di dominio, mera coercizione “politica”, ormai sganciata dall’obbiettivo della valorizzazione.

Il risultato è paradossale, in quanto conduce a un completo rovesciamento delle posizioni originarie dell’operaismo. Da un lato, la vecchia idea ortodossa dello “sviluppo delle forze produttive” che muove la storia verso il comunismo, oggetto principale delle critiche sviluppate dai Quaderni Rossi, viene ripristinata: con l’unica differenza che, nell’impostazione di Negri, sono le lotte operaie (anziché “la legge del plusvalore”, come avrebbe detto Panzieri [30]) a costringere il capitale lungo le vie dell’innovazione tecnologica. Dall’altro lato, la resistenza al capitale, originariamente collocata nella sfera della produzione e ritenuta impraticabile negli ambiti della circolazione delle merci e del consumo, viene spostata nelle “pratiche della riproduzione della forza-lavoro”, categoria che comprende l’insieme dei comportamenti operai esterni alla fabbrica (dal consumo, alla scolarizzazione, all’organizzazione del tempo libero) [31], ritenuti dotati di “autonomia” e investiti di un’immediata valenza anticapitalistica.

Gli anni ’80: le utopie tecnologiche

Il ripristinato determinismo tecnologico, insieme alla fuga dalla fabbrica che la linea dell'”autonomia della riproduzione” configura, formano un terreno estremamente favorevole alla recezione del grande battage pubblicitario che, negli anni ’80, accompagna la prima grande ondata di diffusione delle tecnologie basate sull’informatica e sull’elettronica. Le vie di fuga imboccate hanno evidentemente spuntato le “armi della critica”, e le novità tecnologiche vengono prese per buone, con tutto l’apparato propagandistico che le accompagna, e che pure non era poi così difficile da smascherare.

La letteratura che negli anni ’80 accompagna l’avvento delle nuove tecnologie [32], in effetti, è apologetica in modo addirittura clamoroso: ottimista, carica di belle promesse, orientata – come ogni pubblicità che si rispetti – all’immaginario collettivo più che alla produzione di conoscenze. Raramente la scienza che di questi problemi si occupa è stata così vicina alla fantascienza. È tutto un rincorrersi di futurologie e fantasociologie, che alla fine convergono nel mostrare una tecnologia onnipotente di fronte a una società totalmente malleabile. Onnipotente e buona, la tecnologia farà ciò che i grandi movimenti sociali non hanno saputo fare: si incaricherà di raddrizzare i torti del capitalismo, quantomeno quelli più gravi perpetrati contro l’umanità e la natura. Non a caso, le nuove tecnologie vengono descritte mediante una contrapposizione sistematica ai danni causati dal vecchio modello produttivo: si insiste sul fatto che sono “pulite” (mentre il vecchio modello produceva inquinamento), orientate al risparmio energetico (contro gli “sprechi” del vecchio modello), capaci di operare decentramento (al contrario del vecchio modello, responsabile dei problemi di inurbamento e concentrazione industriale). Generalizzando queste caratteristiche, si finisce col vedere nelle nuove tecnologie un rimedio definitivo ai difetti non soltanto del modello di sviluppo di questo dopoguerra, ma dell’industrialismo tout court.

Prende così forma il mito della “società post-industriale” prossima ventura, vero leit motif degli anni ’80, che sviluppa l’idea del “piccolo è bello” fino alla fantasia della società totalmente atomizzata – in cui le città sono scomparse e gli individui vivono in un’arcadia disinquinata connessi dai terminali con cui comunicano, lavorano, si istruiscono e fanno la spesa – e la coniuga con quella della “produzione immateriale”. L’altro mito degli anni ’80 è quello della “fine del lavoro”: mito in realtà vecchio quanto il mondo, o meglio quanto l’industria meccanizzata, l’idea della “fine del lavoro” si basa sulla generalizzazione di due fatti – certamente correlati, ma non in modo meccanico, e meno che mai identici – che accompagnano le fasi di ristrutturazione tecnologica: il fatto che molte delle nuove tecnologie sono tecnologie di automazione, e dunque comportano la sostituzione di lavoro umano, da un lato; dall’altro, il fatto che le ristrutturazioni si accompagnano sempre a vasti processi di espulsione di mano d’opera (in realtà assai più estesi di quelli dovuti all’automazione). Uniti all’idea – del tutto arbitraria – che il lavoro sia una sorta di “fondo” esauribile, qualcosa di dato una volta per tutte, sia come quantità che come tipi di attività svolta, i fenomeni dell’automazione e dell’espulsione di mano d’opera vengono letti come segni di un esaurimento prossimo o addirittura già attuale della necessità del lavoro.

Questi miti piacciono agli operaisti. Piace l’idea della “società post-industriale”, che sembra confermare la vecchia idea della fabbrica che si diffonde e si diluisce nella società fino a scomparire. Piace, naturalmente, il mito della “fine del lavoro”: l’idea della inutilità del comando capitalistico – nel senso precedentemente considerato – si sposa felicemente con quella di un’automazione totale che si ritiene già praticabile, e rinviata soltanto per una perversa volontà di prolungare oltre i limiti della necessità storica la struttura di potere esistente. Il comando capitalistico, in quest’ottica, è sempre più simbolico, sempre più sganciato dalla produzione materiale e dalla fabbrica. È, alla fine, soltanto un modo di pensare, di rappresentare la realtà, di produrre senso e regole linguistiche, diffuso ovunque e interiorizzato da tutti: operai “intelligenti” della fabbrica integrata, ingegneri elettronici, manager, intellettuali. Siamo tutti allo stesso titolo “forza lavoro cognitiva” di questo sistema, finché lo accettiamo; ma tutti ugualmente “intellettualità di massa” capace di sottrarsi ad esso, nel momento in cui scegliamo l’esodo di cui parla, ad esempio, Paolo Virno [33]. Piacciono, in generale, le parole che alimentano i nuovi miti e che vengono usate per immaginare futuri soggetti antagonisti da far seguire all'”operaio di mestiere”, all'”operaio massa”, allo stesso “operaio sociale” che – ahimé – non si è mai manifestato.

Questo esercizio di immaginazione, questo tentativo di evocare a furia di parole nuove soggetti salvifici che non hanno mai il buon gusto di esistere, conclude la parabola dell’operaismo negli anni ’90. Dall'”intellettuale massa”, che conosce una breve fortuna durante l’effimero movimento studentesco del 1990 [34], al “lavoratore immateriale” [35], agli “Immaterial Workers of the World” che dovrebbero fondare un nuovo “sindacalismo rivoluzionario” e trasformare i “centri sociali” in “camere del lavoro postfordiste” [36], l’operaismo naufraga in questa rincorsa di nuovi lessici e vecchie parole d’ordine, succube delle mode culturali e, attraverso queste, delle peggiori politiche neoliberiste. In questa fuga, Negri è ancora in prima linea: sposa la globalizzazione, l’Europa, il federalismo con formulazioni sempre più deliranti (“federalismo nomadico” come “programma dei proletari europei” per la “riappropriazione proletaria di spazi amministrativi” [37]); a proposito del Veneto, parla addirittura di “imprenditorialità comune”:
“Questo nostro paese veneto è ricco e la sua ricchezza è stata prodotta da una comune imprenditorialità. Gli eroi di questa trasformazione produttiva non sono certo solamente i padroni e i padroncini che oggi la vantano: sono tutti i lavoratori veneti, tutti coloro che hanno messo al servizio del comune, fatica ed intellettualità, forza-lavoro e forza-invenzione; essi hanno investito ed accumulato professionalità e cooperazione in reti comuni, attraverso le quali l’intera vita delle popolazioni è divenuta produttiva” [38].
Una nuova “alleanza dei produttori”, come quella che predicava il PCI negli anni di piombo? O dobbiamo credere che l'”imprenditore massa” sarà il nuovo soggetto rivoluzionario del terzo millennio?

Certo in questo percorso l’operaismo è diventato una cattiva teoria: un pensiero bloccato che non produce critica né illumina i fatti, un’ideologia consolatoria se non una vera e propria allucinazione che impedisce di vedere ciò che non è conforme ai desideri.

Note

[1] Concordo, in questo senso, con Damiano Palano, Cercare un centro di gravità permanente? Fabbrica Società Antagonismo, in Intermarx. Rivista virtuale di analisi e critica materialista, http://www.intermarx.com/ Nel saggio citato l’autore, che condivide alcuni presupposti dell’operaismo pur prendendone criticamente le distanze, ripercorre la vicenda dell’operaismo proponendone una buona sintesi e un’interessante “resa dei conti” dall’interno.

[2] Del “frammento”, il passo ritualmente citato è il seguente: “Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande forma della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere misura del valore d’uso. Il plusvalore della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non-lavoro dei pochi ha cessato di essere condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana. Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo. [Subentra] il libero sviluppo delle individualità…” (K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia, Firenze 1978, vol. II, p. 401). Per chi oggi si richiama all’operaismo, questo breve testo rappresenta il riferimento a Marx necessario e sufficiente: è tutto quanto di Marx occorre sapere.

[3] R. Panzieri, Plusvalore e pianificazione. Appunti di lettura del “Capitale”, in Quaderni Rossi, n. 4, 1964; poi in R. Panzieri, Spontaneità e organizzazione. Gli anni dei “Quaderni Rossi” 1959-1964, a cura di S. Merli, BFS Edizioni, Pisa 1994, pp. 54-55.

[4] Le due facce del capitale, per Panzieri, sono “dispotismo (piano) nella fabbrica” e “anarchia nella società” (cfr. ivi, p. 55).

[5] Il frammento viene citato per la prima volta da Panzieri in Plusvalore e pianificazione e pubblicato nello stesso n. 4 dei Quaderni rossi nella traduzione di Renato Solmi. E’ forse il caso di notare che Panzieri segnala in nota come il “modello di ‘passaggio’ dal capitalismo direttamente al comunismo” delineato nel frammento sia contraddetto da “numerosi passi del Capitale” (cfr. ivi, p. 68, in nota)

[6] Cfr. R. Panzieri, Plusvalore e pianificazione. cit. pp. 47-54.

[7] R. Alquati, Composizione organica del capitale e forza-lavoro alla Olivetti, in Quaderni Rossi, n. 2, 1962, pp. 63-98. Palano fa opportunamente notare la vasta acquisizione, negli anni ’70, della categoria di “operaio massa”: “le ironie sul ‘sociologismo idealistico’ dell”operaio massa’, dopo l’esplosione conflittuale degli anni Settanta, lasciarono il posto ad una vera e propria accettazione di quell”astrazione’ anche da parte delle scienze sociali ufficiali, dando luogo ad una sorta di legittimazione della vecchia eresia” (Damiano Palano, Cercare un centro di gravità permanente? , cit.).

[8] Il concetto ricalca chiaramente quello marxiano di “composizione organica del capitale” come sintesi di “composizione tecnica” e “composizione di valore”.

[9] R. Panzieri, Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo, in Quaderni Rossi, n. 1, 1961, poi in Spontaneità e organizzazione, cit., p. 30.

[10] R. Panzieri, Spontaneità e organizzazione, cit., pp. XLVII-XLVIII.

[11] M. Tronti, La fabbrica e la società, in Quaderni Rossi n. 2, 1962, poi in M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi, Torino 1971.

[12] Con un uso piuttosto discutibile della terminologia marxiana, Tronti intende di fatto per “processo produttivo” la sfera della produzione e per “processo di valorizzazione” la sfera della circolazione delle merci e del denaro.

[13] D. Palano, Sogni Incubi Visioni. Immagini della politica nella crisi della società del lavoro, in M. Hardt, A. Negri, D. Palano, Sogni Incubi Visioni. Politica e conflitti nella crisi della società del lavoro, Lineacoop, Milano 1999, p. 60.

[14] L’espressione è di Palano, cfr. Sogni Incubi Visioni, cit., p. 57.

[15] R. Panzieri, Plusvalore e pianificazione, cit., p. 68.

[16] M. Tronti, La fabbrica e la società, cit., p. 51.

[17] R. Panzieri, Plusvalore e pianificazione, cit., p. 70 (in nota).

[18] Ivi, p. 69.

[19] Cfr. ivi, pp. 57-70.

[20] M. Tronti, La fabbrica e la società, cit., p. 53.

[21] K. Marx, Introduzione a Per la critica dell’economia politica,Editori Riuniti, Roma 1974, p. 187.

[22] In ciò consiste l'”hegelismo” di cui dicevo: tanto più discutibile, in quanto proprio l’Introduzione del 1857 contiene il monito – esplicitamente rivolto da Marx contro Hegel – a non confondere “il modo con cui il pensiero si appropria il concreto” con “il processo di formazione del concreto stesso”: “è per questo che Hegel cadde nell’errore di concepire il reale come il risultato del pensiero automoventesi” (K. Marx, Introduzione, cit., p. 189).

[23] M. Tronti, La fabbrica e la società, cit., p. 51.

[24] Il 1980 rappresenta in effetti un anno di svolta nei rapporti di forza tra le classi. Alla Fiat, fallita l’occupazione seguita all’annuncio di 14.469 licenziamenti, furono messi in cassa integrazione 23.000 lavoratori. Tra il 1980 e il 1986 l’occupazione cala del 40% mentre la produttività aumenta, nello stesso periodo, di oltre il 50% (cfr. G. Bonazzi, Lasciare la fabbrica: cassa integrazione e mobilità negli anni Ottanta, Feltrinelli, Milano 1989, p. 34 e ss.).

[25] Così Palano, Cercare un centro di gravità permanente? cit. e F. Berardi, La nefasta utopia di Potere operaio. Lavoro tecnica movimento nel laboratorio politico del Sessantotto italiano, Castelvecchi-DeriveApprodi, Roma 1998. Il saggio di Negri, Crisi dello Stato-piano. Comunismo e organizzazione rivoluzionaria, fu pubblicato prima nella rivista Potere Operaio, n. 43, 1971; successivamente presso Feltrinelli, Milano 1974.

[26] A. Negri, Proletari e Stato. Per una discussione su autonomia operaia e compromesso storico, Feltrinelli, Milano1976, p. 9.

[27] Cfr. R. Alquati, Università, formazione della forza-lavoro e terziarizzazione, in Aut aut, n. 154, 1976.

[28] Sergio Bologna, ad esempio, lega il movimento dei consigli del primo dopoguerra, particolarmente forte in Germania, alla figura dell’operaio di mestiere: “Laddove l’industria meccanica […], elettromeccanica e ottica erano più concentrate, laddove esisteva cioè all’interno della forza-lavoro complessiva una predominanza dell’operaio d’industria altamente specializzato, là il movimento dei consigli acquisterà le sue più forti caratteristiche politico-gestionali” (S. Bologna, Composizione di classe e teoria del partito alle origini del movimento consiliare, in S. Bologna et al., Operai e Stato. Lotte operaie e riforma dello Stato capitalistico tra Rivoluzione d’Ottobre e New Deal, Feltrinelli, Milano 1972, p. 15).

[29] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia, Firenze 1978, vol. II, p. 401.

[30] Cfr. R. Panzieri, Plusvalore e pianificazione, cit., p. 51 e ss.

[31] Cfr. A. Negri, La forma Stato, Feltrinelli, Milano 1977, p. 310 e ss. In questo testo, Negri teorizza l'”autonomia della riproduzione della forza-lavoro”, sostenendo l’estraneità della “piccola circolazione” (la parte del capitale anticipato, indicata con L, con cui l’operaio acquista i propri mezzi di sussistenza) alla valorizzazione capitalistica: “L’estraneità di L e del consumo operaio […] presuppone non solo la possibilità della relativa indipendenza dei consumi, bisogni, valori d’uso di classe operaia, rispetto allo sviluppo capitalistico, ma anche la forma di una dialettica (antagonistica) su questo terreno complessivo” (ivi, p. 314).

[32] Mi riferisco ai vari “rapporti” che in quegli anni diventano veri best sellers: da G. Friedrichs e A. Schaff (a cura di), Rivoluzione microelettronica. Rapporto al Club di Roma, Mondadori, Milano 1982, a S. Nora, A. Minc, Convivere con il calcolatore, Bompiani, Milano 1979, a Japan Computer Usage Developement Institute, Verso una società dell’informazione. Il caso giapponese, Ed. Comunità, Milano 1974, fino ai classici D. Bell, The coming of Post-Industrial Society, New York 1973 e E. F. Schumacher, Small is Beautiful, London 1973. Un’ampia rassegna di questa letteratura è contenuta nell’antologia P. M. Manacorda (a cura di), La memoria del futuro, NIS, Roma 1986.

[33] Cfr. P. Virno, Citazioni di fronte al pericolo, in Luogo comune, n. 1, 1990, pp. 9-13.

[34] Il quotidiano Il manifesto lancia in quell’anno un “Appello all’intellettualità di massa”, firmato da Bascetta, Bernocchi e Modugno (Appello all’intellettualità di massa, in Il manifesto, 27 febbraio 1990, poi in Banlieus, n. 1, 1997) che raccoglie ciò che rimane dell’area operaista. Il termine “intellettualità di massa” è impiegato inoltre da Virno nell’articolo citato alla nota precedente.

[35] Cfr. M. Lazzarato, A. Negri, Lavoro immateriale e soggettività, in DeriveApprodi, n. 0, 1992.

[36] Cfr. Che te lo dico a fare?, a firma “Immaterial Workers of the World”, in DeriveApprodi, n. 18, 1999, pp. 31-39.

[37] A. Negri, Biopolitica e contropotere, in DeriveApprodi, n. 18, 1999, p. 45.

[38] A. Negri, Lettera dal Carcere di Rebibbia, Roma 10/9/97, circolata in rete.

Fonte

12/08/2023

La parabola teorico-politica di Mario Tronti, padre dell’“operaismo italiano”

La parabola di Mario Tronti, scomparso pochi giorni fa, può essere riassunta in un titolo: “dalla ‘rude razza pagana' al voto favorevole sul Jobs Act”.

Ovvero dall’individuazione di un soggetto spontaneamente rivoluzionario (che non trovava più nel PCI, e nel relativo sindacato, una rappresentanza all’altezza della sfida) al killeraggio legislativo delle sue residue conquiste storiche (l’art. 18, soprattutto), ai tempi del governo Renzi.

O, più precisamente, dall’immaginare un’altra via per la rivoluzione nei paesi avanzati all’applicazione subalterna della ristrutturazione “europeista” contro il lavoro salariato.

Alfa e omega, come si vede, si contraddicono senza mediazione possibile. Così come la “militanza” di Tronti, faro dell’”operaismo” per tutte le manifestazioni accademiche od organizzative di questa corrente di pensiero, ma pervicacemente sempre all’interno del gotha PCI-PDS-DS-PD.

Non da “militante di base” spaventato dalla pochezza delle alternative, insomma, ma da dirigente in grado di legittimare anche le decisioni più indifendibili.

Com’è ovvio, in questi giorni abbiamo ricevuto diverse proposte di obituary sul suo percorso, ma nessuna ci è apparsa davvero convincente nello spiegare questa apparente schizofrenia tra affabulazione teorica e azione politica pratica.

Abbiamo naturalmente la nostra opinione, piuttosto tranchant su entrambi i versanti, parecchio diversa dalla condiscendente “comprensione” di molta sinistra comunista o ex.

Questo contributo, niente affatto “definitivo”, ci è parso quello che più di altri ha almeno provato a dar conto di uno iato – quello tra teoria e pratica – altrimenti inspiegabile, riconnettendo le pessime pagine da parlamentare con i “rovesciamenti audaci” nell’interpretazione soggettivistica di categorie spesso solo nominalmente attribuite a Marx.

Perché non di schizofrenia si deve parlare, secondo noi, ma di – una per molti versi inevitabile – resa dei conti di una teoria deficitaria con la realtà dei rapporti di produzione.

Buona lettura.

*****

La parabola teorico-politica di Mario Tronti, padre dell’operaismo italiano

La morte di Mario Tronti alla venerabile età di 92 anni, avvenuta il 7 agosto scorso, offre l’occasione opportuna per delineare e valutare i due momenti più significativi della parabola teorico-politica di questo importante filosofo romano: quello iniziale che corrisponde all’operaismo, di cui Tronti è considerato il fondatore, e quello successivo che corrisponde alla cosiddetta “autonomia del politico”.

Naturalmente dal nulla non nasce nulla e per comprendere la genesi dell’operaismo non si può prescindere dalla novità della elaborazione e dell’esperienza di ricerca che un intellettuale socialista, Raniero Panzieri, promosse attraverso la rivista Quaderni rossi.

Il periodo che vede nascere questa rivista (1961) è infatti caratterizzato da un notevole sviluppo della conflittualità operaia che, esplosa a livelli inediti sia per estensione che per contenuti rivendicativi nel 1960 e culminata nelle lotte contrattuali dei metalmeccanici nel 1962, confermava, per la prima volta nel secondo dopoguerra e in virtù del grande flusso migratorio dal Sud al Nord del paese, l’esistenza di una situazione del mercato del lavoro più favorevole alla classe operaia.

Il tratto comune a queste lotte è un nuovo protagonismo della classe operaia, ossia la tendenza a incidere nel meccanismo stesso dello sviluppo capitalistico.

La ricerca e l’analisi dei Quaderni rossi, se si collocano in questa situazione concreta, non prescindono peraltro dal dibattito, che era centrale all’inizio di quel decennio nel movimento operaio e tra le forze politiche, sul tipo di sviluppo economico e sociale, sulle prospettive di tale sviluppo e sulle correlative ricadute ideologiche alla luce della tematica allora emergente della “programmazione” e del “piano”.

Questi problemi ricevono, all’interno del quadro teorico della rivista, una peculiare torsione nella misura in cui essi sono investiti e, per così dire, ‘decifrati’ da un’analisi che tende a ricomprenderli attraverso un apparato concettuale nuovo, orientato dalle categorie totalizzanti del “piano”, del “dispotismo” e della “razionalità” capitalistici, al cui uso è sottesa una particolare interpretazione di Marx e la cui applicazione comporta un accentuato indirizzo sociologico della ricerca.

All’inizio Tronti collabora coi Quaderni rossi e con Panzieri, più tardi se ne separa, mosso dall’intenzione di costruire un’esperienza politica alternativa e di verificare su questo terreno la possibilità di uno sbocco tendenzialmente rivoluzionario delle lotte operaie della prima metà degli anni Sessanta.

Semplificando il discorso, si può dire che Tronti sposta il fuoco dell’analisi teorica e della proposta politica dal tema della “totalità capitalistica” nel rapporto fabbrica-società, così come era stato definito da Panzieri, al tema della “totalità operaia”, individuato quale vettore di una nuova fase della lotta di classe.

In questo senso, il filo rosso di questi saggi è costituito, per l’appunto, da una proposta politica, già segnalata dal titolo del libro, che coglie nella contraddizione tra operai e capitale, quale si verifica nei ‘punti alti’ del sistema, il momento esaustivo e risolutore dello scontro di classe.

Scrive Tronti in Operai e capitale (1966): «Abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia. A livello di capitale socialmente sviluppato, lo sviluppo capitalistico è subordinato alle lotte operaie, viene dopo di esse e ad esse deve far corrispondere il meccanismo politico della propria produzione».

È questo il nocciolo teorico fondamentale dell’operaismo. Emergono in questa posizione teorica sia l’influsso di György Lukács, forse il maggior pensatore marxista del Novecento, sia l’influsso, sul terreno del metodo e della interpretazione di Marx, della importante corrente filosofica italiana rappresentata da Galvano Della Volpe e da Lucio Colletti.

Queste componenti fanno dell’esperienza di Tronti, assieme ad uno stile aforistico e ad una raffinata eleganza espositiva, un fatto fortemente originale e ricco di suggestione tanto nella storia del marxismo italiano quanto, come si vedrà, nella cronaca delle sue degenerazioni.

Alla luce di quella che sarà chiamata la “rivoluzione copernicana operaista”, Tronti definisce pertanto «la classe operaia come articolazione positiva dello sviluppo capitalistico, come molla propulsiva di esso, come suo fondamento dinamico: la classe operaia come motore mobile del capitale».

Modellare il movimento operaio sul grado di globalità raggiunto dal capitale era stato invece il nocciolo del pensiero di Panzieri. Dal canto suo, Tronti elaborava in Operai e capitale una concezione che si presentava come l’inversione di quella togliattiana.

Partendo da Lenin, Tronti registrava la distinzione tra lotta economica (lotta per migliorare la situazione economica degli operai) e lotta politica (lotta per la democrazia e per l’estensione dei diritti del popolo). Il marxismo di Lenin, egli scriveva, «ha poi unito in un tutto indissolubile questi due momenti della lotta operaia, e, senza Lenin, i due momenti sono tornati a dividersi; divisi sono entrati in una doppia crisi, che è la crisi di oggi della lotta di classe, intesa in senso leninista come ‘organizzazione’ e ‘direzione’ di questa lotta.

Presa alla lettera, quella distinzione vuole infatti un ‘sindacato di classe’ e un ‘partito di popolo’; una realtà ‘italiana’ che abbiamo tutti sotto gli occhi, una forma di opportunismo che non ha avuto bisogno di rompere i ponti con il leninismo.

Due conseguenze: un sindacato che si trova a gestire le forme concrete della lotta di classe senza neppure parlare di un loro sbocco politico, e un partito che esaurisce la sua funzione nel parlare di questo sbocco politico senza il minimo riferimento e il più lontano legame con le forme concrete di lotta di classe»
.

Sennonché, partendo dalla premessa secondo cui il fattore prioritario e determinante è “la classe operaia come motore mobile del capitale”, la conseguenza logica cui si giunge è che la contrapposizione fra operai e capitale non è più vista come scontro fra una classe dominante, quella dei borghesi, ed una classe dominata e sfruttata, la classe operaia.

È questa la classica lettura di Marx, il quale collega strettamente la possibilità della rivoluzione al necessario e ciclico esplodere delle contraddizioni fra rapporti di produzione capitalistici e forze produttive sociali.

Gli operaisti, dal canto loro, non accettano la concezione di questa contrapposizione elaborata da Panzieri, secondo cui capitalisti ed operai finiscono con l’essere due poli autonomi e paritetici: da una parte l’oggettiva razionalità capitalistica, dall’altra l’irriducibile insubordinazione operaia.

Gli operaisti radicalizzano invece il discorso di Panzieri: per loro capitale e classe operaia non sono realtà autonome, bensì sono le lotte operaie a determinare lo sviluppo capitalistico.

Il ragionamento di Marx viene letteralmente e consapevolmente rovesciato.

Ma allora a che cosa si riduce per gli operaisti il “potere operaio”, la denominazione che ha dato il nome alla più radicale formazione politica operaista degli anni Settanta? La risposta è che, in buona sostanza, si riduce ad una gestione politica degli operai all’interno del sistema.

Certamente, una gestione politica di natura conflittuale, legata alle lotte, ma pur sempre una gestione politica, per giunta progressivamente crescente in quanto collegata all’illimitato sviluppo politico della classe operaia.

Se infatti le lotte operaie determinano lo sviluppo del capitale, se la classe capitalistica è di fatto subordinata a quella operaia, perché il suo sviluppo è funzione di queste lotte, e si configura quindi come un tentativo costante di controllo e di adeguamento alle spinte operaie, appare evidente che gli operai posseggono di fatto nel capitalismo un potere enorme, sempre crescente, in rapporto alla crescita politica delle loro lotte.

La conclusione è che siamo di fronte ad una versione, originale quanto si vuole, di gradualismo riformista, in cui si perde la dimensione dello sviluppo come crescita del comando capitalistico sul lavoro e come aumento del grado di sottomissione degli operai al capitale.

È da notare, fra l’altro, che Tronti è rimasto sorprendentemente sempre interno al PCI e alle metamorfosi di esso in senso liberaldemocratico e riformista successive al 1991, rappresentate dal PDS, dai DS e dal PD,

Tornando allora al tema del gradualismo riformista, va detto che per Tronti (e si badi bene che siamo di fronte qui al Tronti del 1967, prima cioè della spaccatura dell’operaismo in un’ala moderata e in un’ala radicale, laddove quest’ultima farà capo a Toni Negri) questa possibilità di dominio della classe operaia su tutta la società richiede due condizioni.

La prima, come affermerà Tronti codificando sul piano teorico la politica collaborazionista del movimento operaio, è «una pratica della lotta di classe condotta questa volta dal vertice del potere. La seconda è un “uso operaio della socialdemocrazia”».

Questa «alleanza tattica della classe operaia con lo sviluppo capitalistico» anticipa e ci fa comprendere la parabola politica di chi l’ha sostenuta. Che Mario Tronti, massimo teorico dell’operaismo prima e dell’“autonomia del politico” dopo, sia diventato un senatore del PD e in questa veste abbia votato in parlamento a favore del ‘Jobs Act’, ossia di un provvedimento che ha pesantemente limitato le tutele dei lavoratori dipendenti, può apparire una lamentevole singolarità solo se non si tiene conto di queste premesse teoriche.

Altrettanto singolare, ma in realtà già implicita nella visione quasi teologica dell’autonomia operaia, può apparire la qualifica di “marxista ratzingeriano” che, a buon diritto, gli verrà attribuita per le sue progressive convergenze politiche, etiche e spirituali con il cattolicesimo.

Tuttavia, se una costante vi è in questi ‘passaggi ad alta quota’ di Tronti, è indubbio che essa vada individuata in una miscela di nietzschianesimo, ‘ritorni d’anima’ ed elitismo.

Tale miscela rappresenta il contributo politico, ideologico e culturale che Tronti, svelando la matrice di destra prima dell’operaismo e poi della cosiddetta “autonomia del politico”, ha recato al processo di destrutturazione della sinistra nel nostro paese.

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