di Gioacchino Toni
Gian Piero Piretto, L’ultimo spettacolo. I funerali sovietici che hanno fatto la storia, Raffaello Cortina Editore, Milano 2023, pp. 240, € 19,00
Dai funerali di epoca sovietica al culto della morte per la patria putiniano
Totalitari o democratici che siano, scrive Gian Piero Piretto, comune
a tutti i regimi è «il ricorso ai riti collettivi, anche funebri, come
strumenti di potere, esercitato nelle sue forme più diverse e subdole,
per stabilizzarsi e affermarsi attraverso narrazioni emotivamente
coinvolgenti» (p. 17). Nel volume dall’indovinato titolo L’ultimo spettacolo,
l’autore analizza gli escamotage retorici e le forme estetiche di
diverse cerimonie funebri di personalità influenti – allineate o scomode
– della storia dell’Unione Sovietica, indagando la componente visuale
degli eventi e le testimonianze scritte, valutando la relazione tra
popolazione e governo, i meccanismi di strumentalizzazione e di
coinvolgimento, le imposizioni e le spontaneità.
Lo studioso si dice convinto che approfondire la propaganda legata al
rito funebre del periodo sovietico contribuisca a una maggiore
comprensione dei fenomeni propri di una Russia contemporanea segnata da
un rinnovato culto della morte per la patria venato di suggestioni
medievali rilette in chiave filostaliniana.
Scrive Piretto che «nella Russia postsovietica putiniana le modalità
di gestione delle emozioni, di ottenimento del consenso da parte del
potere e la predisposizione della popolazione all’empatia totalizzante
nei confronti di un leader» riprendono modalità proprie del peridio
sovietico, tra queste anche un «culto della morte per la patria, molto
vicino a quello impostato sulle morti sacrificali dei rivoluzionari
sovietici negli anni Venti e addirittura tristemente evocante ideologie
naziste» (p. 19).
Emblematiche di questo clima malsano sono le parole pronunciate da
Vladimir Solov’ёv, giornalista-conduttore televisivo putiniano, in un
suo intervento a Capodanno: “La vita è altamente sopravvalutata. Perché
temere ciò che e inevitabile? Soprattutto quando ci aspetta il paradiso.
La morte è la fine di un percorso terreno e l’inizio di un altro. Non
lasciate che la paura della morte influenzi le vostre decisioni. Vale la
pena di vivere solo per qualcosa per cui si possa morire, così
dovrebbero stare le cose. Stiamo combattendo contro i satanisti. Questa è
una guerra santa e dobbiamo vincerla”.
Il volume si apre con la ricostruzione di alcuni casi di esequie
civili solenni dal profondo significato politico e lo fa a partire dai
funerali civili riservati a Nikolaj Bauman, collaboratore di Lenin,
deceduto nell’ottobre del 1905, il cui funerale, iconograficamente
documentato, si trasformò in un’enorme manifestazione politica che vide
sfilare oltre mezzo milione di persone in un’apoteosi di stendardi e
bandiere rosse.
Vengono dunque tratteggiati i funerali di alcuni rivoluzionari del
1917 che, pur ispirati a quello di Bauman, come dimostra il materiale
cine-fotografico dell’epoca, assunsero una forma del tutto particolare
derivata dalla combinazione di vecchio e nuovo, di rituali militari e
religiosi, forme tipiche delle manifestazioni operaie e messe in scena
tipiche delle “feste della libertà” introdotte dai rivoluzionari. Un
tipo di esequie riconducibile alla categoria della “scomparsa eroica
sacrificale”. Strada facendo l’immortalità sociale ottenuta attraverso
narrazioni e funerali ufficiali finì per diventare «la versione
sovietica e corretta dell’obsoleta vita eterna religiosa» (p. 35) e i
“funerali rossi”, oltre alla funzione di promemoria simbolico delle
conquiste della Rivoluzione d’ottobre, intenderanno contribuire alla
formazione della coscienza rivoluzionaria delle masse.
A dare il via a quella che sarebbe divenuta un’usanza sovietica per
le esequie delle personalità politiche più importanti, ossia
all’esposizione della salma all’interno della Sala delle colonne della
Casa dei sindacati moscovita, fu il funerale del febbraio 1921 di
Kropotkin organizzato autonomamente dai suoi compagni una volta
rifiutate le esequie ufficiali. In questo caso i funerali si trasformano
in una manifestazione di dissenso nei confronti dello Stato bolscevico.
Ad essere esaminato con attenzione è poi il funerale di Lenin del
1924 che prese il via con un primo corteo funebre che, nel sobborgo di
Gorki, accompagnò la bara sino alla stazione ferroviaria da dove sarebbe
partita alla volta di Mosca. Le immagini consentono di percepire la
spontaneità della partecipazione popolare che, ancora non irreggimentata
in scenografie istituzionali, procedeva in una sfilata richiamante le
processioni religiose rurali ortodosse del secolo precedente, pur con
una non irrilevante differenza: i contadini smisero di restare ai
margini dell’evento trasformandosi da comparse defilate in
coprotagonisti.
Il corteo divenne dunque una sfilata onorifica, una sorta di
«riproposta in chiave politica contemporanea dell’archetipo della
percorrenza della terra russa a piedi uniti all’antico e universale
valore celebrativo della processione funebre», che «si sarebbe
ripresentato per giorni interi fino a perpetuarsi nella lenta,
immancabile coda che, nei decenni sovietici, si sarebbe snodata lungo
l’apposito percorso tracciato dal giardino Aleksandrovskij fino alla
piazza Rossa per rendere omaggio alla salma imbalsamata» (p. 47).
Nonostante l’intenso freddo, circa cinque milioni di persone resero
omaggio allo scomparso e se, come visto, i funerali rivoluzionari
avevano dialogato con la “festa”, nel caso della morte del leader
bolscevico ad avere il sopravvento fu il dolore e lo sbigottimento
nonostante una sloganistica votata ad attenuare la perdita: “Lenin
vive!”, “Lenin è morto, ma il Partito comunista da lui creato è
rimasto”, “Lenin e morto, ma il leninismo vive!”.
Non pochi tra i testimoni oculari parlarono di sensazioni
da favola. Primo riscontro di una realtà che nei funerali di Stato
successivi si sarebbe riproposta e avrebbe acquisito tonalità sempre più
cariche. Necessità di costruire una scenografia mirabolante, una
rappresentazione che prendesse nette distanze dalla tragicità e dalla
complessità della situazione effettuale per trasportare con la
suggestione in una dimensione altra e rassicurante. Anche se, nella
fattispecie, tali espletazioni del lutto contrastavano nettamente con lo
spirito e le volontà dell’illustre defunto. La ragion di Stato prevalse
(p. 50).
Il funerale del celebre poeta Sergej Esenin, nel 1925, si trovò
invece a fare i conti con il problema della morte derivata da suicidio,
gesto che, da quel momento in avanti, iniziò a essere formalmente
denunciato come atto antisovietico e antisociale del tutto inconcepibile
per un comunista.
Nel 1930, come Esenin, anche Majakovskij morì suicida e non potendolo
liquidarle come traditore, il regime si affrettò a ricondurre le cause a
questioni sentimentali. Assenti i rappresentanti delle alte sfere
politiche, a rendergli omaggio al Circolo degli scrittori, ove venne
esposto il feretro, sfilarono centocinquantamila persone e decine di
migliaia accompagnarono la bara al crematorio. Pur trattandosi di una
partecipazione spontanea e non organizzata, tra i presenti,
probabilmente, in molti non conoscevano davvero le sue poesie ma, scrive
Piretto, «il suo mito, politico, personale, oltre che poetico, aveva
scatenato la partecipazione popolare». Ormai da tempo, anche in Russia,
aveva preso piede «la “cultura della celebrità” e anche alla morte
veniva attribuito un significato sociale» (p. 82).
Tra i tanti «funerali illustri e ideologicamente corretti negli anni
Trenta staliniani» (p. 85), definiti con estrema efficacia dalla
studiosa Helena Goscilo “melodrammi nazionali”, vi è anche quello
dell’esponente politico Sergej Kirov assassinato nella sede del Soviet
di Leningrado. Non vi sono prove certe che si sia trattato di un
omicidio voluto da Stalin, resta il fatto che il suo posto venne
prontamente preso da Andrej Ždanov, personalità gradita al dittatore.
Dopo l’assassinio di Kirov immediata fu, in parallelo, la
glorificazione del defunto, secondo modalità che la mitologizzazione
della storia caratteristica del decennio avrebbe messo sistematicamente
in campo. Kirov divenne uno dei più brillanti simboli della lotta contro
i nemici interni. La cerimonia del suo addio, avvenuta il 6 dicembre
1934, fu molto solenne, pur non tanto grandiosa come era stato il
commiato a Lenin. Cambiavano i morti, ma immutato rimaneva ciò attorno a
cui si snodava tutto quel magnifico rituale, melodramma, che ben presto
restò l’unico protagonista. I fatti storici, nella fattispecie le reali
cause della morte del personaggio, perdevano importanza di fronte alla
necessità di mitologizzare il presente, senza attendere che la storia
avesse compiuto il suo corso (p. 87).
Gli anni Trenta cambiarono le carte in tavola in Unione Sovietica
anche per i funerali delle personalità più rilevanti. «Decesso,
sacrificio, immolazione, categorie che erano state determinanti per
l’ideologia degli anni Venti, perdevano valore e cedevano il passo
all’euforia per le conquiste del raggiunto socialismo e spianavano la
strada alla creazione della realtà virtuale, impostata sulla gioia di
vivere di Stato, che sarebbe stata caratteristica degli anni Trenta
staliniani» (p. 77).
Piretto si sofferma anche sulle vittime dell’assedio di Leningrado
facendo riferimento in particolare all’inverno passato alla storia come
“il tempo della morte” in cui i cadaveri si accatastavano lungo le
strade nell’impossibilità materiale di seppellirli; un contesto in cui i
«corpi dei singoli cittadini e, metaforicamente, il corpo collettivo
sociale mutavano e perdevano le proprie caratteristiche umane» (p. 98).
Il Museo dell’assedio realizzato a Leningrado alla fine del tragico
evento venne chiuso da Stalin nel 1948. «Il tema dell’eroismo,
temporaneamente accantonato all’inizio della guerra nel cosiddetto tema
leningradese della letteratura, tornò prepotentemente per sostituirsi a
quello della sofferenza. Il concetto di “guerra” fu rimpiazzato dal
concetto di “vittoria”. La storia della guerra diventava la storia della
vittoria» (pp. 104-105).
Vista la sua rilevanza nella storia sovietica, il volume non poteva
che dedicare ampio spazio al funerale di Stalin del 1953.
«L’investimento totale nel culto staliniano portò nei giorni del lutto
all’espressione di esasperazioni emotive, ciechi coinvolgimenti
ideologici, commozioni estreme, fino all’isterismo e al suicidio» (p.
108). Come per Kropotkin, Lenin e Kirov, anche la camera ardente di
Stalin venne allestita per il pubblico omaggio nella Sala delle colonne
della Casa dei sindacati. Una folla immensa sentì il bisogno di
presenziare incredula circa l’avvenuta scomparsa del leader. A
differenza di quanto accaduto ad esempio per Lenin, in questo caso a
dominare furono il senso di incertezza, di incredulità, di spaesamento
in assenza delle consolanti convinzioni dogmatiche. «Paradossalmente,
quello Stalin morto fu la versione del leader più autentica che molti
sudditi sovietici avessero mai potuto contemplare: un esemplare unico,
appena contraffatto, pressoché tangibile, almeno con lo sguardo, molto
più “reale” dei mille simulacri che lo avevano incarnato nei decenni di
vita e di potere» (p. 116). È curioso notare come i dipinti realizzati
nella Sala delle colonne mostrino uno Stalin isolato, non attorniato,
come nelle fotografie e nei filmati, dalla schiera dei compagni di lotta
desiderosi di rendergli omaggio ma anche di mettersi in luce in vista
della successione.
Mentre, come visto, Lenin era stato sepolto accompagnato dal canto
militante, a risuonare durante le esequie di Stalin furono musiche di
Chopin, Mozart, Beethoven e Čajkovskij. Il funerale venne trasmesso in
diretta radiofonica all’intero Paese con altoparlanti nelle piazze.
Estremamente studiata la concessione della parola dalla tribuna del
mausoleo; a succedersi furono gli interventi di Malenkov, Berija e
Molotov al cospetto di quattromilaquattrocento militari della
guarnigione di Mosca e dodicimila delegati moscoviti.
Una volta collocata la bara di Stalin accanto a quella di Lenin, a
mezzogiorno le porte del mausoleo si chiusero lasciando la scena ai
botti di artiglieria, alle sirene delle fabbriche, delle locomotive e
dei cantieri e a cinque minuti di assoluto silenzio in tutti i locali
pubblici, nei luoghi di lavoro e nelle scuole. Dalla mole di pellicola
girata durante i funerali sarebbe poi stato realizzato un film a colori
intitolato Il grande addio che però, una volta terminato, venne
accantonato probabilmente per volere di diverse autorità che, per
motivi di convenienza politica, in epoca di destalinizzazione,
preferirono rimuovere la loro precedente vicinanza al vecchio leader.
Dalle oltre quaranta ore di girato il regista ucraino Sergej Loznitsa
derivò nel 2019 un nuovo lungometraggio intitolato Funerali di Stato.
A morire lo stesso giorno di Stalin, ricorda Piretto, fu anche il
musicista Sergej Prokof’ev. La sua scomparsa non venne però divulgata
immediatamente, quasi a non disturbare la “morte principale” del
momento. Trovandosi la sua abitazione vicina alla Sala delle colonne,
nell’impossibilità di percorrere le strade con la bara del compositore,
le autorità decisero di far ricorso «a una squadra di alpinisti militari
che di notte trascinarono la cassa fuori dalla finestra con delle corde
e la sollevarono fino ai tetti. Ci vollero cinque ore di rischiosa
camminata su tetti spioventi per raggiungere la meta» (p. 122), ove
presenziarono poche decine di amici e parenti al seguito.
Se, come suggerisce Piretto, si può affermare che, al di là del
decesso vero e proprio, Stalin morirà metaforicamente una seconda volta
sul finire degli anni Cinquanta per mano della condanna chruščeviana del
culto della personalità, dunque una terza quando, all’inizio del
decennio successivo, il Congresso del PCUS decise di rimuovere
nottetempo le sue spoglie dal mausoleo per collocarle al muro del
Cremlino, spetterà a Putin riesumare il mito di Stalin quando, in anni
recenti, in risposta a un crescente malumore nei suoi confronti, decise
di fare appello a un passato idealizzato. Non a caso, in occasione della
sua visita a Volgograd nel febbraio 2023 per la commemorazione della
battaglia di Stalingrado, la città lo ha accolto svelando un busto di
Stalin e ripristinando, seppur temporaneamente, il nome Stalingrad.
Dopo aver tratteggiando le modalità con cui si venivano svolti i
funerali sovietici della gente comune nei contesti cittadini tra gli
anni Sessanta-Ottanta, Piretto, avvalendosi di resoconti dell’epoca e,
soprattutto, di un filmato delle cerimonia reso pubblico dagli eredi nel
2017, dedica spazio alle esequie di Pasternak, caduto in disgrazia a
seguito del romanzo Dottor Živago terminato nel 1955, opera
accusata dal Comitato centrale del partito di essere calunniosa e
antisovietica. In quell’occasione, per molti, partecipare al funerale
significava non soltanto omaggiare la produzione letteraria dello
scomparso ma anche esprimere una posizione di dissenso all’interno della
Russia sovietica.
Un capitolo del volume è dedicato ai funerali di alcune donne
importanti nel mondo sovietico. Nel febbraio 1919, racconta Piretto, le
immagini dei funerali di Vera Cholodnaja, diva del cinema muto russo, si
trasformarono in una sorta di suo ultimo film e conclusiva occasione di
idolatria. Altri funerali di donne che seppero conquistare una certa
partecipazione popolare furono quelli, nel 1920, della rivoluzionaria
Inessa Armand, pianta pubblicamente dallo stesso Lenin alla Casa dei
sindacati, dunque di Nadežda Krupskaja, una delle più strette
collaboratrice di Lenin morta nel 1939 che, nonostante l’isolamento
politico a cui era stata ridotta da Stalin, proprio quest’ultimo non
mancò, come da copione, di essere tra i portatori dell’urna cineraria
alla necropoli del Cremlino in un contesto che vide mezzo milione di
persone renderle omaggio alla Sala delle colonne. Altro caso toccato dal
volume è quello della poetessa Marina Cvetaeva, morta suicida
nell’agosto del 1941 che, pagando l’emarginazione a cui era stata
costretta, venne sepolta con una mesta cerimonia nell’indifferenza
generale
L’onore di essere sepolte a Novodevičij, nel cimitero dell’elite
nazionale, per quanto, allo stesso tempo, «alternativa diplomatica per
le figure che non “meritavano” la visibilità della necropoli del
Cremlino», spettò a donne come: Aleksandra Kollontaj, deceduta nel 1952,
«pioniera dell’emancipazione femminile sovietica, femminista ante litteram,
“valchiria della rivoluzione”, le cui teorie (spesso mistificate)
relative all’eros e alle relazioni di coppia conquistarono il mondo
suscitando perplessità tra molti bolscevichi di vecchia scuola» (pp.
154-155); la scultrice Vera Muchina, venuta a mancare l’anno successivo;
Ekaterina Furceva, scomparsa nel 1974, per quattordici anni ministra
della Cultura, poi divenuta scomoda al regime; Ljubov’ Orlova, morta nel
gennaio 1975, diva sovietica delle commedie musicali dell’era
staliniana.
Anna Andreevna Achmatova, tra le massime esponenti della poesia
sovietica, pur essendo stata liquidata da Ždanov come una dei
“portabandiera della poesia vuota, senza principi, da salotto
aristocratico, assolutamente estranea alla letteratura sovietica”, alla
morte nel 1966 venne omaggiata con necrologi e articoli pieni di
riguardo nei suoi confronti, tuttavia le esequie, di cui esistono
filmati, scontarono la storica condanna nei suoi confronti e si svolsero
tra mille difficoltà.
Interessante il caso di Jurij Gagarin, per cui venne dichiarato il
lutto nazionale, tributo mai concesso a un cittadino sovietico che non
fosse un politico eminente. Il cosmonauta perse la vita trentaquattrenne
nel 1968, a sette anni dalla sua impresa nello spazio, schiantatosi al
suolo insieme a un istruttore di volo a bordo di un caccia. Le morti
degli eroi-cosmonauti, ricorda Piretto, vennero spesso ammantate del
discorso eroico-sacrificale proprio dei primi anni rivoluzionari:
«immolazioni alla causa per la patria e investimenti esistenziali
estremi che costellavano di imprese ardite la via verso il radioso
avvenire» (p. 167). Il funerale di Gagarin aveva seguito il rituale non
certo immune dal kitsch destinato alla scomparsa dei grandi personaggi
sovietici: «l’accumulazione, l’inautentico, la facilità della fruizione,
la riduzione della complessità estetica» (p. 169). Fuori copione, si
sottolinea nel libro, i fiori portati dalla gente comune sparsi
disordinatamente nei pressi della bara infransero il rigido controllo
estetico previsto dalle autorità. Come dimostrano le immagini, alle
esagerazioni kitsch del cerimoniale, segnate da un “troppo di tutto”, si
contrapposero il contegno e la composta sobrietà della gente comune
accorsa per sincero affetto nei confronti dello scomparso ma anche, come
in molti altri casi, per presenzialismo e per il desiderio di
partecipare a un’emozione collettiva.
Un funerale interessante è anche quello di Vladimir Vysockij,
deceduto nel 1980, popolare cantautore e attore non apprezzato dal
regime anche a causa di una condotta di vita non esemplare secondo i
canoni ufficiali. Pur non essendo mai stato dissidente in senso stretto,
per certi versi il cantante può essere collocato nella tradizione dei
cosiddetti poeti “non raccomandati”. Nel suo caso il funerale si svolse
con grande partecipazione popolare e, in assenza di un cerimoniale
organizzato dalle autorità, finì per rivelarsi genuino quanto
improvvisato.
Nel tardo pomeriggio del 25 dicembre 1991 veniva ammainata la
bandiera rossa dal pennone sul Cremlino lasciando posto ad una che
riprendeva gli storici colori rosso, bianco e blu. Venendo dunque ad
all’era post-sovietica, è da notare come a Gorbačёv, venuto a mancare
nel 2022, non siano stati concessi i funerali di stato. Per l’occasione
il regime putiniano mise in scena uno sproporzionato sistema di
controllo con tanto di imponente schieramento di agenti di polizia nel
centro di Mosca, recinzioni, itinerari obbligati e metal detector nella
malcelata intenzione di scoraggiare la partecipazione popolare alle
esequie. Il Cremlino si era limitato a un formale telegramma di
condoglianze alla famiglia, pur avendo dichiarato di malavoglia un
giorno di lutto nazionale.
I funerali vennero tenuti presso il tempio moscovita di Cristo
Salvatore per poi concludersi con la sepoltura nel cimitero Novodevičij.
Anche il feretro di Gorbačёv venne ammesso alla storica Sala delle
colonne della Casa dei sindacati, mantenuta insolitamente spoglia
rispetto ai funerali di autorità, alla presenza della guardia d’onore.
Le tensioni internazionali derivate dal conflitto in Ucraina bloccarono
la partecipazione di numerosi capi di Stato stranieri. Lo stesso Putin
si limitò a un rapidissimo passaggio alla camera ardente dell’ospedale e
alla deposizione di un mazzo di fiori accanto alla bara.
Nell’ultima parte del libro Piretto sottolinea come recentemente
Putin abbia esplicitamente riesumato il culto della morte per la patria
infarcendo i discorsi ufficiali di “eroi”, “eroismi” e rimandi
all’eredità lasciata dai combattenti della “guerra patriottica”, mentre
al contempo il regime si prodiga in una politica di negazione dei
decessi minimizzando il bilancio delle vittime tra le sue fila. «Una
notifica di “disperso sul campo di battaglia” ha consentito alla Russia
di non pagare i risarcimenti a cui hanno diritto le famiglie se una
persona viene uccisa in prima linea». Si è dunque creata una situazione
paradossale. «O si glorificano i defunti per emulare il patriottismo, e
si accetta di rendere visibile il fatto che i soldati stanno decedendo a
migliaia, oppure si deve negare la morte stessa, facendo finta che
tutto sia sotto controllo» (p. 197).
Tale tipo di retorica putiniana riesce a far breccia soprattutto
nelle periferie, nelle province e nelle campagne in cui minore è
l’attrazione verso il mondo occidentale.
I ricorrenti accenti “sovietici” riportati in auge,
lessico, tono, gestualità, al di la del suonare falsi e stonati per il
loro cadere fuori contesto, ribadiscono il disagio che deve essere di
molti, rispetto alla contemporaneità postsocialista, e l’adesione alla
più manifesta attrazione che il proselitismo putiniano esercita:
allucinazione di recuperare un passato glorioso e roboante attraverso la
riapplicazione di modalità e pratiche che, in realtà, altro non sono
che spettri passati a cui si cerca di ridare nuovo corpo (p. 198).
La conclusione del volume è dunque lasciata ad alcune riflessioni
sulla stretta attualità russa a partire dal “non funerale” di Prigožin
nell’estate del 2023. La vicenda della colonna militare della Wagner
diretta su Mosca, al di là delle letture degli eventi proposte dai
media, resta al momento tutta da decifrare. Nel frattempo quel che è
certo è che il suo comandante, Prigožin, è morto, insieme ad altri
membri del gruppo, su un aereo schiantatosi al suolo.
La vendetta del Cremlino per lo “sgarbo” compiuto dal
“traditore della patria” Prigožin il 24 giugno è stata plateale ed
efferata», scrive Piretto, è dunque inevitabile «un collegamento con il
passato, la morte (e le successive onoranze funebri) di Kirov […],
“amico” di Stalin – ucciso nel 1934, forse, per sua stessa volontà –, le
cui ceneri erano state portate a spalla anche dall’enigmatico leader.
Il suo assassinio era stato strumentalizzato per dare il via alle
repressioni dei cosiddetti nemici interni. Copione non così dissimile da
quanto è accaduto nella Russia del 2023, dove gli ex “nemici interni”
sono stati ribattezzati “agenti stranieri” (p. 205).
Nel caso di Prigožin, nel suo scarno messaggio di condoglianze, Putin
si è ben guardato dal riferirsi allo scomparso come a un “Eroe della
Russia”, limitandosi a segnarle blandamente il suo contributo alla lotta
della Russia contro l’Ucraina, aggiungendo che “era stato un uomo dal
destino difficile” capace però di ottenere “i risultati desiderati”.
Nonostante tali dichiarazioni siano di difficile decifrazione, non si
può non notare come Putin abbia evitato di inveire contro presunti
responsabili o anche solo di suggerirne l’identità. Il sorgere di
memoriali spontanei volti a celebrare Prigožin, secondo lo studioso,
mostrano come in Russia negli ambienti contrari a Putin si riponessero
speranze nel defunto leader della Wagner o, almeno, si tenti di
costruire attorno alla sua figura una mitologia utile a fini politici, a
riprova di come, ancora oggi, l’“ultimo spettacolo” continui a
rivelarsi momento tutt’altro che secondario di propaganda e lotta
politica.
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