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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/07/2026

È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale?

Si può prendere una tecnologia nata e sviluppata nei centri di potere e riadattarla alle necessità di un gruppo marginalizzato? La domanda, potenzialmente, riguarda tutte le innovazioni tecnologiche. Il caso dell’intelligenza artificiale generativa è però oggi particolarmente discusso assieme alle molteplici problematiche etiche che i grandi modelli linguistici, come anche le tecnologie text-to-image o text-to-video, sollevano: dal rischio di disinformazione, all’impatto ambientale, fino agli utilizzi di questi strumenti a scopi bellici.

Alla radice c’è la questione del controllo, economico e politico, delle infrastrutture tecnologiche, che resta saldamente nelle mani delle grandi aziende, in gran parte statunitensi. Fuori dal mondo occidentale stanno però nascendo iniziative che mirano a riappropriarsi dei sistemi di generative AI per perseguire l’interesse pubblico o a scopi di giustizia sociale. Queste realtà stanno riorganizzando i dataset per l’addestramento degli algoritmi, modificando alcune delle loro caratteristiche tecniche e riorientando gli usi finali degli strumenti. Arrivando in alcuni casi a immaginare infrastrutture pubbliche gestite localmente.

I limiti e i bias dei modelli commerciali

L’IA generativa commerciale – per intenderci, quella di chatbot come Gemini o ChatGPT – si presenta come un archivio di conoscenza universale e neutrale. Ma le cose non stanno così: i dati impiegati per addestrare questi sistemi provengono da Internet e sono tutt’altro che neutrali. I dati di qualità disponibili sono in gran parte in inglese o in altre lingue europee, escludendo inevitabilmente la conoscenza, e quindi la rappresentazione, di una larga parte del mondo. 

In un saggio intitolato Decolonizing LLMs: An Ethnographic Framework for AI in African Contexts, gli autori (tra cui figurano, peraltro, anche esponenti di Google) spiegano: “La lingua è intrinsecamente fluida, flessibile e multiculturale. I grandi modelli linguistici (LLM) più diffusi e utilizzati oggi, invece, non lo sono. Sono in gran parte addestrati da team dislocati negli Stati Uniti e istruiti per operare su varianti non specificate di testi in inglese”. 

“La diffusione globale degli LLM, un prodotto ‘WEIRD’ (western, educated, industrialised, rich and democratic) rischia quindi di perpetuare i pregiudizi inconsci e i punti ciechi dei suoi creatori”, proseguono gli autori. “Il pericolo è che la loro visione del mondo venga presentata come la visione del mondo a una base di utenti globale, che si aspetta invece risultati neutrali da un programma informatico. Ma che dire del resto della popolazione mondiale, i cui repertori linguistici scritti e parlati non includono l’inglese? E che dire di quegli aspetti della cultura, della lingua e dell’esperienza che non sono ancora stati digitalizzati?”

Di opinione simile è Dima Saber, direttrice esecutiva di Meedan, un’organizzazione non-profit che sviluppa strumenti open source, programmi e ricerche per un’infrastruttura digitale più efficace ed etica. “Internet è fatto per uomini bianchi, della classe media, che parlano inglese. Di conseguenza, gli LLM o i bot vengono addestrati sugli stessi dati presenti in rete, riproducendo così le medesime disuguaglianze”, spiega Saber a Guerre di rete. “Esistono prove del fatto che gli LLM non solo funzionano meno bene nelle lingue diverse dall’inglese, ma anche che le risposte fornite sono piuttosto distorte e riproducono le disuguaglianze già esistenti sul web”.

Riprogettare i sistemi

Proprio per offrire alternative tecnologiche più trasparenti, situate e rispettose delle diversità, Dima Saber e il suo team hanno creato Suwali, un servizio di chatbot pensato per organizzazioni della società civile, redazioni indipendenti e altre realtà di pubblico interesse. L’obiettivo è permettere a queste organizzazioni di archiviare, valorizzare e rendere interrogabili patrimoni di conoscenza spesso sottorappresentati nei modelli mainstream, anche in lingue diverse dall’inglese. Utenti e lettori possono così rivolgere domande al chatbot e ottenere risposte in linguaggio naturale, basate però su un corpus circoscritto e verificabile.

È qui che Suwali si distingue dai servizi commerciali. Il sistema non attinge indistintamente a tutto il materiale disponibile online, ma lavora su una selezione di dati appartenenti alle singole organizzazioni: archivi, report, articoli e altri documenti da loro prodotti o scelti. Suwali è già utilizzato da diverse realtà, soprattutto nel Sud globale. In Libano, la non-profit OMGYNO lo impiega per fornire informazioni affidabili sulla salute riproduttiva delle donne; in India, la redazione di The Quint lo usa per rispondere ai dubbi dei lettori su disinformazione e truffe.

“Un chatbot che utilizza i dati dell’organizzazione e il suo corpus di conoscenze per formulare le risposte permette di aggirare la riproduzione delle stesse disuguaglianze che esistono online”, spiega Saber. “È qualcosa di cui abbiamo assolutamente bisogno. Inoltre, non stiamo cedendo i dati a nessuno, non cerchiamo di venderli agli inserzionisti e le organizzazioni mantengono la proprietà delle informazioni. Questo è un altro aspetto che, per quanto riguarda la sovranità dei dati, per noi è davvero imprescindibile”. I server di Meedan sono ospitati in Irlanda, in modo che la legislazione applicabile sia quella del GDPR europeo, al momento la più avanzata al mondo in termini di tutela dei dati personali.

L’obiettivo centrale è quello di restituire alle organizzazioni, anche quelle con poche risorse, una agency nell’uso di strumenti di intelligenza artificiale, offrendo al contempo elevati standard di trasparenza. Suwali permette infatti, attraverso la dashboard degli amministratori, di analizzare il percorso logico compiuto dal chatbot, risalendo al “ragionamento” effettuato dal modello per capire quali fonti ha utilizzato e che sintesi ha compiuto. Si può insomma guardare dentro la “black box” del pensiero algoritmico.

Meedan non ha costruito un proprio large language model da zero, ma si appoggia a quelli commercialmente disponibili. “Facciamo uso dei modelli linguistici, tra cui quello di OpenAI, esclusivamente per la formulazione finale delle risposte” spiega Haramoun Hamieh, senior partnership manager. “Il corpus di riferimento, il recupero delle informazioni e il processo con cui vengono selezionate le fonti restano invece interamente gestiti dai sistemi di Meedan. L’ottimizzazione dei modelli open-weight è nei nostri piani per il prossimo futuro”. 

Un’intelligenza artificiale femminista?

Su una filosofia simile è costruito il chatbot AfroféminasGPT, sviluppato dal collettivo omonimo con l’obiettivo di raccogliere e rendere accessibile il pensiero femminista decoloniale. La postura delle sviluppatrici è molto chiara: usare gli strumenti attualmente disponibili e sfruttarne le potenzialità per raggiungere i propri obiettivi. 

“L’IA convenzionale ha come norma implicita la persona bianca e riproduce questo pregiudizio in modo sistematico”, spiega la fondatrice Antoinette Torres Soler. “AfroféminasGPT rompe questa logica. Col tempo abbiamo osservato che il pubblico apprezza molto anche la capacità di basarsi sul lavoro di pensatrici e pensatori afrodiscendenti e afro-femministi. Un elemento particolarmente significativo è che, quando le persone del Sud globale interagiscono con lo strumento, questo assume una prospettiva più vicina alla loro esperienza e restituisce risposte con una precisione e una pertinenza che il mainstream dell’IA non offre”.

“La critica più ricorrente è che lo strumento operi all’interno dell’ecosistema di OpenAI, il che pone limiti reali in termini di sovranità tecnologica. È una critica legittima e me ne assumo la responsabilità” continua Torres Soler. “La posizione da cui lavoro è pragmatica e strategica: bisogna utilizzare gli strumenti disponibili e scalare, progressivamente, verso maggiori livelli di autonomia”.

Afroféminas è un “ecosistema” (così lo definisce Torres Soler) composto da quattro strumenti con funzioni diverse: AfroféminasGPT, il GPT Socratico di Afroféminas (pensato per studenti e insegnanti, che invita a “pensare prima di creare, applicando una conoscenza etica, affettiva e consapevole”), il GPT di Assistenza per i Reati d’Odio e Parla con Afroféminas (Habla con Afroféminas). Quest’ultimo è integrato direttamente su afrofeminas.com ed è accessibile senza la necessità di un account ChatGPT, il che, secondo la fondatrice “rappresenta un primo passo verso una maggiore sovranità rispetto all’infrastruttura di OpenAI”.

Anche AfroféminasGPT non ha accesso a Internet: “Ciò significa che non assorbe continuamente nuovi dati e bias a ogni aggiornamento di ChatGPT. Al contrario, quando cerca una risposta, attinge a una base di conoscenza volutamente circoscritta: un corpus curato di circa venti testi e autorialità fondamentali del pensiero nero e decoloniale. È questo a determinare come argomenta, come ragiona e da quale prospettiva risponde. È ciò che la rende diversa”, conclude Torres Soler.

Costruire un LLM pubblico: il caso di LatamGPT

Nel caso di Meedan e del collettivo Afroféminas, la parziale riprogettazione dei sistemi di IA ha dei chiari limiti di scala: si tratta di piccole organizzazioni, con risorse limitate. Cosa succede, invece, se si ragiona in termini di intelligenze artificiali come infrastruttura pubblica?

Una possibile risposta è stata testata da un consorzio latinoamericano di enti pubblici, università e centri di ricerca con il lancio di LatamGPT, il grande esperimento di modello linguistico collaborativo e open source della regione. LatamGPT è stato lanciato ufficialmente il 26 febbraio 2026 dall’allora presidente cileno Gabriel Boric. Il progetto è coordinato dal Centro Nazionale per l’Intelligenza Artificiale del Cile (CENIA) e ad esso partecipano quindici paesi e oltre 200 ricercatori di varie nazionalità.

Il modello è addestrato su un corpus regionale di oltre 300 miliardi di token (gli elementi linguistici alla base dell’addestramento della IA) provenienti da venti paesi dell’America Latina e dei Caraibi. L’obiettivo è anche quello di colmare un divario linguistico. Al momento, per i modelli commerciali, la percentuale di dati in lingua spagnola e portoghese si attesta infatti intorno al 2-3%.

LatamGPT non è un chatbot direttamente utilizzabile con un’interfaccia, ma un’infrastruttura open source che enti governativi, sviluppatori e istituzioni possono adattare alle loro esigenze educative, sanitarie o di protezione del patrimonio culturale. Si tratta di una base per lo sviluppo di applicazioni, prima che di un’applicazione in sé.

Il valore del progetto sta anche nel suo contributo alla ricerca. Alvaro Soto, direttore del CENIA, ha spiegato, parlando con Wired: “Siamo noi i soggetti indicati per occuparci delle nostre stesse necessità. Non possiamo stare seduti ad aspettare che gli altri abbiano il tempo di chiederci di che cosa abbiamo bisogno. Oggi gli accademici dell’America Latina hanno poche opportunità di interagire profondamente con questi modelli. È come voler studiare la risonanza magnetica senza avere a disposizione un risonatore. LatamGPT vuole essere lo strumento fondamentale che consente alla comunità scientifica di sperimentare e progredire”.

Il ricercatore Eduardo Levy Yeyati ha commentato, in un articolo su Brookings: “Ciò che rende straordinario LatamGPT non è la sua architettura tecnica, ma la sua coordinazione istituzionale. In una regione in cui la collaborazione transfrontaliera spesso si arena, la progettazione di LatamGPT riflette la diversità istituzionale del territorio. Fornisce una base condivisa che può essere ottimizzata per le priorità nazionali, come per esempio documenti legali argentini, cartelle cliniche colombiane e programmi scolastici messicani”.

I limiti dei modelli alternativi

Più che la volontà politica, il problema principale resta l’accesso alle risorse. LatamGPT è stato costruito a partire da Llama 3.1, il modello open-weight di Meta e, nella sua prima fase di sviluppo, ha fatto ricorso anche all’infrastruttura cloud di Amazon Web Services. La dipendenza, almeno iniziale, dalle tecnologie e dalle infrastrutture delle Big Tech appare quindi difficile da evitare.

Non solo: un corpus regionale di oltre 300 miliardi di token è notevolmente più piccolo rispetto alla mole di dati a disposizione dei principali laboratori statunitensi e cinesi. Lo stesso vale per i finanziamenti: il progetto LatamGPT ha raccolto circa 550mila dollari (tra fondi CENIA e quelli della Latin America Development Bank) di investimenti iniziali. Si tratta di cifre irrisorie se paragonate agli investimenti da svariati miliardi di dollari delle aziende statunitensi e cinesi.

Infine, c’è un dilemma simile a quello dell’uovo e della gallina, ma in versione tecnologica: “Gli sviluppatori costruiscono solo se gli utenti cambiano piattaforma, e gli utenti cambiano piattaforma solo se gli strumenti sono migliori”, spiega ancora Levy Yeyati su Brookings. “Risolvere questo problema richiede qualcosa in più delle semplici prestazioni: servono un sostegno istituzionale e un ecosistema regionale, specialmente da parte dei paesi che lavorano per progettare e integrare queste scelte strutturali”.

Insomma, prima di poter davvero costruire alternative concrete alle Big Tech ci sono vari ostacoli da superare, sia tecnici che economici. Le pratiche di riappropriazione, da quelle più piccole a quelle più ambiziose, hanno un significato politico ed etico innegabile. Ma continuano a scontrarsi con un divario di potere, risorse tecniche e investimenti che al momento appare difficile da colmare.

Fonte 

12/07/2026

Il Parlamento Europeo approva il “Chat Control” e apre la strada alla sorveglianza di massa

La UE sta sdoganando la sorveglianza di massa, strumento molto utile per una classe dominante in crisi in tempi in cui l’unica promessa che è sicura di mantenere verso i popoli che governa è quella di cacciarli in un’escalation bellica senza fine. Ma nel voto appena avvenuto a Strasburgo ci sono anche altri due problemi: la libertà di manovra lasciata alle Big Tech e le modalità di votazione, che hanno palesato la natura delle istituzioni europee, che è tutto fuorché democratica.

Il 9 luglio, il Parlamento Europeo ha approvato la proroga di una norma temporanea già sostenuta dal Consiglio dell’Unione Europea, all’unanimità. Si tratta della misura definita come “Chat Control”, che ha sollevato un acceso dibattito perché, nei fatti, permette il controllo di una gran quantità di dati privati da parte delle aziende di messaggistica e posta elettronica.

Con la formula “Chat Control” si intende una norma che permette ai fornitori di servizi di analizzare, in maniera volontaria, i contenuti, e di rimuoverli e segnalarli nel caso dell’individuazione di materiale pedopornografico o di messaggi finalizzati all’adescamento. Tale misura era in scadenza, ma è stata appunto prorogata fino al 3 aprile 2028.

A rimanere in dubbio è perso l’ampiezza dei poteri da concedere alle aziende. Infatti, tramite emendamento, le comunicazioni protette dalla cosiddetta “crittografia end-to-end”, ovvero dal quel sistema crittografico che consente la lettura del contenuto inviato solo sui dispositivi del mittente e del destinatario, rimangono fuori da questo provvedimento.

Sarà un software a effettuare una prima disamina dei contenuti controllati. Se l’algoritmo troverà una corrispondenza o un’elevata probabilità di illecito, allora verrà fatta una segnalazione poi controllata da revisori umani, autorità nazionali, forze di polizia e, nel futuro impianto, un Centro adibito a questo compito.

C’è però un problema enorme. Il software, per il modo in cui riconosce casi passibili di finire sotto segnalazione, usa meccanismi che rischiano di provocare una gran quantità di errori (i file esaminati possono essere milioni e milioni al giorno), e a dirlo è il Garante europeo della protezione dei dati (EDPS).

Ma soprattutto, l’EDPS ha sottolineato che la norma approvata non definisce garanzie chiare sui limiti del monitoraggio delle imprese private, lasciando loro ampia discrezionalità. Questo potrebbe finire col colpire in particolare soggetti protetti da obblighi di riservatezza, come giornalisti, avvocati, e altri professionisti.

Il Garante ha infine criticato la possibilità che una norma nata in maniera eccezionale e temporanea nel 2021 diventa solida architettura della UE, nonostante l’impatto non chiarito sui diritti fondamentali dei suoi cittadini. Dietro il velo della lotta a crimini terribili, nei fatti un algoritmo metterà in mano a privati la gestione di una quantità enorme di dati riservati, che possono inoltre diventare anche strumento politico per una UE sempre più dedita alla censura, le sanzioni e la propaganda di guerra.

C’è poi la specifica di come il Parlamento Europeo ha votato tale proroga. Il testo era già stato respinto per ben due volte a marzo, ma la democraticissima presidente Roberta Metsola lo ha ripresentato ricorrendo a una procedura d’urgenza, così che al voto del 9 luglio fosse necessaria la maggioranza assoluta dell’Aula per respingere il provvedimento.

È così è accaduto che 314 parlamentari si sono espressi contro, e solo 276 a favore, ma alla fine il voto ha dato ragione a questi ultimi, perché a Metsola non andava giù l’opinione espressa dai colleghi precedentemente, per ben due volte. I due emendamenti decisivi per la tutela della crittografia hanno superato di poco la maggioranza assoluta richiesta (fissata a 360 voti), ottenendo rispettivamente 369 e 362 consensi.

Il provvedimento non è comunque entrato automaticamente in vigore. Il Consiglio deve decidere se accettare le modifiche inserite entro i prossimi tre mesi, e solo a quel punto il regolamento sarà adottato. Se invece il via libera non ci sarà, allora si aprirà un negoziato formale tra Parlamento e Consiglio per trovare un testo comune. Solo se questa mediazione non raggiungerà alcun risultato allora la proposta decadrà definitivamente.

Fonte

04/07/2026

I titoli tecnologici non sono crollati “solo” per lo scetticismo verso l’intelligenza artificiale

di Alessandro Volpi

A giugno 2026 il settore Big Tech sta attraversando una fase di forte volatilità, con i titoli dei cosiddetti “Magnifici sette” (e nuovi protagonisti come SpaceX) che hanno registrato perdite significative, entrando ufficialmente in territorio di correzione con un calo superiore al 10% dai massimi. Segue una panoramica dei titoli più colpiti.

Partiamo da Nvidia. Dopo una corsa senza precedenti, il titolo ha subito cali giornalieri superiori al 4% a fine giugno. Gli investitori temono che la domanda di chip IA possa aver raggiunto un picco temporaneo. Vale la pena ricordare che questo titolo è presente in praticamente tutti i fondi pensione degli italiani.

Alphabet (Google) è in forte perdita (circa -5% in sessioni recenti) a causa di preoccupazioni interne alla divisione IA, acuite dalla partenza di ricercatori di alto profilo tra cui John Jumper, premio Nobel per la Chimica nel 2024, che ha lasciato per Anthropic.

Tesla continua a soffrire per il rallentamento della crescita nel settore dei veicoli elettrici e per margini di profitto ridotti, con il mercato scettico sulla velocità di realizzazione dei progetti su robotica e guida autonoma.

SpaceX, nonostante il debutto trionfale in Borsa il 12 giugno 2026, ha perso oltre il 16% del suo valore iniziale a causa dell’annuncio di una massiccia emissione di obbligazioni da 20 miliardi di dollari per finanziare l’infrastruttura IA e satellitare, alimentando timori sul debito. Meta e Microsoft, sebbene più resilienti, hanno subito vendite legate alla revisione delle spese in conto capitale.

Il mercato sta, di fatto, punendo le aziende che spendono miliardi in IA senza mostrare ritorni immediati e chiari.

Segue poi il “settore chip” (Micron, Samsung, SK Hynix) che ha subito perdite pesantissime (Micron -13%, Samsung -12%) a causa di una svendita globale che ha colpito l’intera catena di approvvigionamento dell’hardware IA.

Il ribasso non è dovuto a un singolo fattore ma a una “tempesta perfetta” di cause macroeconomiche e settoriali. Comincia a emergere sempre più uno scetticismo sul Ritorno dell’investimento (Roi) nell’IA. Dopo anni di euforia, gli investitori hanno iniziato a porsi una domanda critica: i profitti derivanti dall’intelligenza artificiale giustificheranno le centinaia di miliardi spesi in infrastrutture?

Pesa poi una politica monetaria restrittiva. Nonostante le speranze di tagli, l’inflazione persistente, soprattutto per effetto della guerra in Iran, ha spinto la Federal reserve (Fed) di Kevin Warsh verso un atteggiamento aggressivo. Il mercato ora, nonostante le dichiarazioni di Trump, scommette su ulteriori rialzi dei tassi di interesse entro la fine del 2026, un fattore che penalizza tipicamente i titoli tecnologici, a cui pare non bastare più la liquidità dei grandi fondi finanziari.

Ci sono poi, inevitabilmente, le tensioni geopolitiche. Il conflitto con l’Iran ha mantenuto alti i prezzi dell’energia (col petrolio Brent ancora sopra i 75 dollari), alimentando i timori di un’inflazione “appiccicosa” che frena i consumi e aumenta i costi operativi per le aziende tech.

Incide, altrettanto inevitabilmente, l’eccessiva concentrazione dei listini. Poiché solo sette aziende rappresentano circa il 30%-34% del valore totale dell’indice Standard & Poor (S&P) 500, qualsiasi segnale di debolezza in una di esse (come la crisi dei chip in Asia) provoca un effetto domino sull’intero mercato azionario globale.

Una considerazione a parte meritano gli Etf (Exchange traded funds) i prodotti finanziari venduti dai grandi fondi che replicano un indice e che giocano un ruolo fondamentale e amplificatore nell’attuale correzione delle Big Tech. Se una volta il “mercato” era guidato dalle scelte sui singoli titoli, oggi la prevalenza dell’investimento passivo ha cambiato le regole del gioco, trasformando gli Etf in una sorta di “benzina sul fuoco” durante i cali. Vale la pena esaminare come e quanto pesano questi strumenti finanziari in questa fase di mercato (a fine giugno 2026).

Un primo problema è costituito dalla cosiddetta “trappola della concentrazione”. Gli indici principali, come l’S&P 500 e il Nasdaq 100, sono pesati in base alla capitalizzazione di mercato. Questo significa che i giganti (Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon, Meta e ora SpaceX) pesano per circa il 33%-35% dell’intero mercato azionario statunitense. Di conseguenza quando un investitore vende una quota di un Etf sull’S&P 500, il fondo è costretto a cedere proporzionalmente tutti i titoli sottostanti. Poiché le Big Tech pesano così tanto, una vendita generalizzata dell’indice si traduce automaticamente in una pioggia di vendite massicce proprio sui titoli tecnologici, a prescindere che l’azienda stia andando bene o male.

Esiste un secondo effetto chiamato “Feedback loop” (Circuito di retroazione). Gli Etf creano, infatti, un effetto domino pericoloso. Ha inizio con una prima fase di ribasso con un evento negativo (ad esempio i dubbi sul debito di SpaceX o i tassi alti della Fed) che fa scendere i titoli tech. Segue un calo dell’Etf: poiché il tech pesa il 30%, l’Etf scende visibilmente. Portando a un “Panic selling”: gli investitori retail e i fondi pensione, vedendo l’Etf in rosso, riscattano le loro quote. Segue una fase di vendite forzate: i gestori di questi prodotti finanziari (BlackRock, Vanguard, State Street) devono vendere le azioni sottostanti per rimborsare gli investitori, spingendo i prezzi ancora più in basso. Questo meccanismo è il motivo per cui le perdite di fine giugno sembrano così violente e repentine.

A pesare è anche il ribilanciamento di metà anno, un periodo di ribilanciamento dei portafogli. Molti Etf e fondi comuni hanno regole rigide che impediscono a un singolo settore o titolo di superare una certa percentuale del portafoglio. Dopo la corsa folle dell’IA nei primi mesi del 2026 il peso di Nvidia e Microsoft nei portafogli era diventato eccessivo. In queste settimane, i gestori stanno vendendo tech per comprare settori “rimasti indietro” (come utility, beni di consumo o obbligazioni), portando a una pressione in vendita tecnica che non dipende dai fondamentali delle aziende.

Un ruolo fondamentale è giocato dagli Etf a leva e inversi. Esistono Etf che scommettono al raddoppio o al triplo sull’andamento del Nasdaq o di singoli titoli come Nvidia. Quando il mercato scende, questi strumenti forzano chi li detiene a chiudere le posizioni rapidamente per evitare la liquidazione, accelerando la caduta dei prezzi. Al contrario, gli Etf short (che guadagnano quando il mercato scende) hanno visto afflussi record, attirando speculatori che scommettono contro le Big Tech, aumentando la pressione ribassista.

Nel mentre si scatena una fuga verso i “safe haven” (Etf obbligazionari). Con i tassi di interesse previsti ancora alti e l’incertezza geopolitica in Iran, i capitali stanno uscendo dagli Etf azionari tech per rifugiarsi in quelli monetari o obbligazionari a breve termine. Questo spostamento di massa di liquidità (migliaia di miliardi di dollari) svuota letteralmente i “serbatoi” che sostenevano le quotazioni delle Big Tech.

In sintesi: quanto pesano gli Etf? Il peso è determinante. Si stima che oltre il 60%-70% dei volumi di trading giornalieri sui mercati Usa sia ormai riconducibile ad algoritmi e flussi legati agli Etf.

In questo momento, le Big Tech non stanno cadendo solo perché “l’IA non convince” ma perché il veicolo che le ha portate in alto (l’investimento passivo in Etf) ora sta funzionando al contrario, smontando le posizioni con la stessa velocità con cui le aveva create. Metaforicamente, l’Etf è l’ascensore: quando tutti vogliono scendere contemporaneamente, la caduta è molto più rapida rispetto a “scendere dalle scale” (attraverso la vendita di singoli titoli).

Il messaggio che emerge da tutto ciò dovrebbe essere chiaro: affidare a questi meccanismi le sorti della formazione del reddito, le pensioni e la sanità di fasce crescenti di popolazione è una colossale follia perché i travolti dalle crisi saranno milioni di persone che non hanno, per le loro condizioni di reddito, capacità di resistere mentre i super-ricchi, proprio per le loro infinite risorse, sapranno cavalcare le bolle. E, soprattutto, dovrebbero essere evidente a tutti non esiste alcuna oggettività della finanza in grado di suffragare le tesi dei tecno-liberali.

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28/06/2026

Trump minaccia nuovi dazi per la Digital Tax della UE

È passato un giorno dall’approvazione definitiva da parte del Consiglio dell’Unione Europea dell’accordo sui dazi tra Bruxelles e Washington dello scorso agosto, e con una sequenza ravvicinata di messaggi sul proprio canale social Truth, il presidente degli Stati Uniti è tornato a minacciare nuovi dazi.

Il 26 giugno, infatti, Donald Trump ha condotto un pesante affondo contro la Digital Tax della UE, l’imposta sui servizi digitali da tempo nel mirino dell’amministrazione statunitense. Il tycoon ha affermato di essere pronto a introdurre dazi del 100% su tutti i beni esportati verso gli USA, nel caso la misura dovesse colpire anche le aziende stelle-e-strisce.

Questa promessa di ulteriore escalation segue una linea già accennata nei primi mesi della seconda amministrazione Trump. Nel febbraio del 2025, il capo della Casa Bianca aveva definito le web tax applicate da Italia, Francia e Spagna come una vera e propria forma di “estorsione” ai danni delle Big Tech d’oltreoceano, a cui erano seguite anche indagini formali.

Nel caso nostrano, l’Italia possiede una normativa consolidata sui servizi digitali, che lo scorso anno ha garantito alle casse dello Stato un gettito significativo pari a 637 milioni di euro. Nell’aprile del 2025, a seguito di un bilaterale alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Trump, Roma si era formalmente impegnata in quello che vari analisti hanno letto come una progressiva revisione o rimodulazione dell’imposta italiana pur di evitare frizioni con Washington.

A distanza di oltre un anno, modifiche non ce ne sono state, e inoltre l’idillio tra Roma e Washington è entrato in profonda crisi. E così Trump ha alzato il tiro verso tutta la UE. La replica della Commissione Europea si è adattata ai toni della guerra commerciale di The Donald. Un portavoce dell’organismo comunitario ha rivendicato fermamente l’autonomia regolatoria della UE, affermando che le imposte vengono applicate ugualmente a tutte le imprese, e dunque in maniera non discriminatoria verso quelle statunitensi.

A poter essere colpite da un provvedimento che è pensato per richiedere un contributo sui profitti anche quando i servizi vengono erogati senza un presenza fisica effettiva sul territorio sono tutte le Big Tech e le piattaforme (da quelle di streaming a quelle commerciali) che si sono ormai convertite al sostegno a Trump.

Bruxelles promette comunque di reagire in modo rapido e deciso, se la minaccia si trasformasse in realtà. E tuttavia non si può ignorare il fatto che tali dichiarazioni arrivano a ridosso di un altro accordo sui dazi che avrebbe dovuto stabilizzare la relazione transatlantica sul tema degli scambi.

L’accordo della scorsa estate è già di per sé largamente sbilanciato verso gli USA, con la riduzione o l’eliminazione dei dazi su una vasta gamma di merci industriali statunitensi, mentre gli States mantengono misure protezionistiche più ampie su settori considerati strategici come acciaio, automotive e alcune filiere tecnologiche.

Certo, la UE ha previsto alcune clausole di salvaguardia che permettono la sospensione dell’accordo in caso di violazioni o nuovi dazi da parte di Washington. Sarebbe proprio questo il caso, ma tutta la vicenda dimostra almeno due elementi di non poco conto: la UE continua a essere in balia del “padrone” statunitense, e riesce a costruire strumenti solo reattivi, e comunque in perdita. È anche questo il fardello di un’economia costruita sulle esportazioni.

Ma il nodo principale rimane uno e uno solo: le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico sono tutt’altro che stabilizzate, anzi continuano a essere la rappresentazione plastica di una faglia della competizione globale che riguarda “l’alleanza” occidentale che ha determinato la storia mondiale negli ultimi 80 anni.

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21/06/2026

Le condizioni dei “lavoratori umani” che puliscono i dataset o validano i chatbot

Dietro la crescita dell’intelligenza artificiale (Ai) si nascondono migliaia di lavoratori che svolgono un ruolo fondamentale nel gestire e “pulire” i dataset utilizzati nell’addestramento delle Ai o nel validare sistemi come chatbot. Questi impiegati non sono però assunti direttamente da colossi digitali come Amazon, Google e Meta ma attraverso aziende intermediarie e sono sottoposti a difficili condizioni lavorative.

Una situazione aggravata dalla mancanza di trasparenza di queste società che si rifiutano di rivelare quali servizi di “annotazione umana” abbiano utilizzato per sviluppare i propri modelli di Ai. Un’analisi pubblicata a inizio aprile da SOMO, il Centro di ricerca olandese sulle multinazionali, ha provato a far luce sui “lavoratori umani” e sulle responsabilità delle Big Tech nei confronti delle loro condizioni. Attingendo a un’ampia gamma di fonti accessibili al pubblico, tra cui articoli di stampa, dichiarazioni sindacali e pubblicazioni aziendali. “Finché le Big Tech continueranno a richiederlo, ci sarà sempre un’azienda intermediaria disposta a fornirlo. La responsabilità del trattamento riservato a questi lavoratori deve ricadere sulle grandi aziende tecnologiche”, ha spiegato a SOMO Karri Lybeck, consulente e organizzatore sindacale nel settore tecnologico.

Il settore dell’intelligenza artificiale è in forte crescita. Secondo le stime di una società di analisi di mercato il settore raggiungerà un fatturato di 10,2 miliardi di dollari entro il 2034, grazie alla crescente diffusione dei prodotti basati sull’Ai. Un fenomeno che non sarebbe possibile senza l’impiego di agenzie intermediarie.

L’analisi mostra come le principali cinque società impiegate nello sviluppo di sistemi basati sull’intelligenza artificiale (Amazon, Google, Meta, Microsoft e Nvidia) abbiano impiegato complessivamente 30 diverse aziende intermediarie per reclutare lavoratori umani per la validazione dei dati. Entrando nel dettaglio è Amazon ad avere il maggior numero di fornitori, ben 18, seguita da Microsoft e Google con 15, da Meta (10) e da Nvidia (8). “Questa analisi si basa interamente su informazioni di dominio pubblico e, pertanto, è probabilmente incompleta – si legge nel report –. Ciononostante, ci permette di iniziare a fare luce sui misteri di questa catena di approvvigionamento, mettendo in luce la rete di aziende coinvolte”.

Le aziende a cui ricorre il settore dell’intelligenza artificiale non sono un insieme omogeneo e spesso adottano modelli di business diversi tra di loro. Alcune sono società di outsourcing dei processi aziendali, come Appen, Telus digital e Sama, che in genere assumono o ingaggiano lavoratori per fornire servizi ai clienti. Altre operano come piattaforme di crowdwork, tra cui Clickworker, Mercor e Scale Ai, dove un ampio bacino di lavoratori online svolge incarichi su base progettuale o per singolo compito.

La mancanza di trasparenza non riguarda solo le Big Tech ma anche il modo in cui operano le aziende intermediarie. Anche se la quasi totalità di queste società ha sede nel “Nord globale”, e 20 su 30 negli Stati Uniti, non è detto che la manodopera con cui si interfacciano venga dalle stesse aree geografiche. Secondo la piattaforma di analisi Data work landscape molti di questi attori reclutano in tutto il mondo specialmente nei Paesi del “Sud globale” dove il costo del lavoro e le tutele sindacali sono inferiori. Ad esempio, Sama (che serve Google, Meta, Microsoft e Nvidia) si rivolge a lavoratori in Stati Uniti e Canada ma anche in Kenya e in Uganda.

Purtroppo, esistono poche analisi dettagliate delle condizioni di questi lavoratori. Una di queste è realizzata da Fairwork piattaforma che analizza l’equità delle condizioni dei lavoratori del settore digitale, compresi quelli impegnati nell’addestramento dell’Ai. SOMO ha incrociato i risultati ottenuti da Fairwork con le collaborazioni tra Big Tech e intermediari per stabilire quanto siano eque le condizioni lavorative dei loro principali partner. I risultati, almeno per quanto riguarda le prime quattro aziende intermediarie, non sono incoraggianti. Il campione esaminato risulta carente in almeno cinque dei dieci parametri utilizzati nella valutazione dell’equità del lavoro. In particolare, solo due aziende, Appen (che fornisce Amazon, Meta, Microsoft e Nvidia) e la già citata Sama, garantiscono uno stipendio minimo ai lavoratori ingaggiati e solo la prima tutela la libertà di associazione. Mentre Scale Ai e Clickworker sono ancora più carenti sotto tutti gli aspetti esaminati.

Questi dati evidenziano un paradosso: sebbene i lavoratori del settore siano soggetti a condizioni di lavoro stabilite dai fornitori, dietro la domanda della loro manodopera e la pressione a fornirla su larga scala e a basso costo si celano alcune delle aziende più potenti e redditizie al mondo. Colossi come Google e Meta hanno sempre respinto la propria responsabilità in quanto datori di lavoro, addossandola invece ai propri fornitori intermedi. Eppure, le Big Tech esercitano un potere considerevole sui loro fornitori in quanto rappresentano la quasi totalità dei loro clienti. Molte di queste aziende fanno affidamento su contratti con poche (o addirittura con una sola) aziende tecnologiche, con un singolo cliente che rappresenta dal 14% al 48% del fatturato totale. Ne emerge quindi una forte asimmetria che permette ai “grandi” di esercitare la massima influenza sui propri fornitori.

Le Big Tech non sono solamente i principali (se non gli unici) clienti delle società intermediarie; spesso ne sono anche importanti investitori. Nel giugno 2025 Meta ha annunciato l’acquisto di una quota del 49% di Scale Ai. Questa scelta è stata criticata da SOMO e da altre associazioni in quanto potrebbe configurarsi come una “fusione verticale de facto”, conferendo a Meta il controllo su un fornitore fondamentale nel settore dell’annotazione dei dati. In risposta all’operazione Google ha annullato il suo contratto con Scale Ai per un totale di 150 milioni di euro, il 20% del loro fatturato. Un mese dopo, Scale Ai ha annunciato che avrebbe ridotto il proprio organico del 14%, con un impatto su 200 dipendenti a tempo pieno e 500 collaboratori esterni. A fare le spese di questa acquisizione aggressiva sono stati principalmente i lavoratori della società comprata. Questo tipo di investimenti mette inoltre in dubbio la narrativa delle aziende Ai che si dichiarano non responsabili delle condizioni di lavoro dei propri fornitori. Scale Ai non è un caso isolato, almeno altre nove aziende operanti nel settore dei dati per l’intelligenza artificiale hanno ricevuto investimenti da parte di Amazon, Google, Meta, Microsoft o Nvidia. Ciò evidenzia un coinvolgimento delle Big Tech a un livello più strutturale, che va oltre l’esternalizzazione e comprende la proprietà e il controllo.

Le grandi aziende tecnologiche integrano sempre più spesso l’accesso alla manodopera umana direttamente nei propri marketplace cloud, rendendo il lavoro sui dati una componente on demand dello sviluppo dell’Ai. Ad esempio Amazon nel 2005 ha lanciato il cosiddetto Mechanical Turk, una delle prime piattaforme di crowdwork su larga scala, ancora oggi disponibile. Mentre nel 2020 ha fatto un ulteriore passo avanti introducendo Amazon Augmented Ai (A21), che consente agli utenti del suo cloud (tra cui sviluppatori, altre aziende e servizi pubblici) di integrare il lavoro umano direttamente nei flussi di lavoro di machine learning. Nel promuovere i propri servizi, l’azienda ha affermato che gli utenti possono avvalersi di “una forza lavoro on demand disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, composta da oltre 500mila collaboratori indipendenti in tutto il mondo, tramite Amazon Mechanical Turk”. Se ciò non fosse sufficiente, i clienti “possono avvalersi di un fornitore di manodopera di terze parti tramite Amazon web services (Aws) marketplace. Questi fornitori sono stati selezionati da Aws per garantire recensioni di alta qualità e seguire le procedure di sicurezza”. Strategie simili sono state prese anche da Microsoft e da Google. Man mano che le Big Tech passano dall’outsourcing agli investimenti in società specializzate nella gestione dei dati fino all’integrazione dei loro servizi nelle piattaforme cloud, il loro ruolo diventa ancora più diretto. Non sono più semplici clienti ma partecipanti attivi nella definizione del mercato.

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15/06/2026

Netflix come una macchina di Deleuze e Guattari

di Paolo Lago

Antonio Ricciardi, La macchina Netflix. Algoritmi, estetica e politica delle piattaforme, prefazione di Tiziana Terranova, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 170, euro 15,00.

Rifacendosi al concetto di “capitalismo delle piattaforme” coniato da Nick Srnicek nel 2017, Antonio Ricciardi, nel suo interessante e denso saggio recentemente uscito per ombre corte, considera Netflix come una delle piattaforme digitali più importanti e significative della contemporaneità, un agglomerato algoritmico avvicinabile ad altri colossi come Meta, Google, Microsoft o Amazon il cui “dual use”, che prevede sia un utilizzo ‘pacifico’ che uno bellico, poliziesco e genocidario, è sempre in agguato. Ma Netflix, secondo lo studioso, si configura anche come una “macchina” nel senso dato a questo termine da Gilles Deleuze e Félix Guattari prima nell’Anti-Edipo (uscito in edizione originale nel 1972) e poi in Mille Piani (uscito nel 1980). Una “macchina”, come hanno scritto Deleuze e Guattari rifacendosi alla teoria marxiana, è un sistema di produzione che si definisce come un sistema di tagli: essa intercetta e recide un flusso di energia o materia e lo connette ad un altro flusso. Non c’è un inizio né una fine ma solo una catena continua di macchine che innestano altre macchine in un ininterrotto “phylum” macchinico.

Come nota Ricciardi, Netflix nasce come un sistema di noleggio di VHS per posta, e successivamente di DVD. Se prima la rete di distribuzione erano le poste americane, “adesso il supporto sono i cavi in fibra che trasportano il segnale e i pacchetti della rete internet, assieme ai dispositivi informatici dei suoi clienti” (p. 51). La macchina Netflix funziona come un assemblaggio di flussi in continua evoluzione: flussi di tecnologia, di segnale, di innovazione, di immagine. Il passaggio allo streaming costituisce per l’azienda un momento cruciale. Come scrive Ricciardi, “se nella prima fase, le informazioni che l’azienda riusciva a tirare fuori dal comportamento dei suoi clienti si fermavano alla scelta del film noleggiato, adesso la piattaforma riesce a tracciare qualsiasi forma di interazione tra il cliente ed i contenuti che egli sceglie di consumare (ibid.). Se la televisione e i suoi programmi si muovevano nella direzione da uno a molti con la capacità di ‘striare’ il tempo sociale, cioè sezionarlo e racchiuderlo in griglie preconfezionate, Netflix agisce con un sistema di flussi in continuo movimento, con una ‘colonizzazione’ digitale che investe in modo impressionante le sfere private degli individui. Viene da pensare al flusso televisivo mostruoso preconizzato da David Cronenberg in Videodrome, del 1983. Gli strumenti analogici dell’epoca (televisore ‘panciuto’, videocassette, videoregistratori e segnali televisivi) diventavano flussi mostruosi capaci di penetrare nella carne e nelle coscienze delle persone. Netflix, grazie al sistema algoritmico della piattaforma, ci riesce in modo apparentemente meno ‘mostruoso’ ma altrettanto pervasivo. Come non manca di ricordare Ricciardi, il sistema delle piattaforme riproduce sotto forme nuove il meccanismo dell’internamento studiato da Michel Foucault, e con esso tutte le sue dinamiche disciplinari e di controllo.

Lo sviluppo di Netflix appare segnato dalla doppia natura che costituisce uno dei tratti genetici del Capitale. Come hanno rilevato Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo, ad una logica schizofrenica del capitalismo se ne affianca un’altra, definita “assiomatica”, il cui scopo è una incessante produzione di regole (assiomi) che catturano i flussi divenuti inarrestabili. Netflix ha bisogno di un’assiomatica: per ogni flusso che sembra filare via viene prodotto un assioma che lo riporta sotto il suo controllo. Netflix, come una “rit-macchina”, una macchina “del ritmo” secondo i due studiosi francesi, è completamente avvolta dalla funzione capitalista, che vi è ‘colata’ dentro e l’ha trasformata in piattaforma. Perché – scrive Ricciardi – “la piattaforma è esattamente la rit-macchina asservita alla macchina capitalista” (p. 99). Passioni, relazioni sociali, affetti, gioie e dolori degli individui vengono tramutati in profitto. La macchina non guarda in faccia a niente e a nessuno. Il capitalismo è una “macchina miracolante” (Deleuze e Guattari) che procede come uno zombie disumanizzato, come un’IA fatta di fasci di algoritmi.

La piattaforma intende infatti ‘striare’ e regolamentare qualsiasi flusso da essa promani; si viene allora al punto dell’immagine e dell’estetica Netflix cui Ricciardi dedica un capitolo del suo saggio. Le produzioni Netflix sono regolate da diversi parametri che, messi insieme, costituiscono una ritmologia: le tipologie di videocamere che impone la produzione ai creatori delle opere Netflix Originals e le inquadrature in campo medio, assai frequenti, contribuiscono ad una omogeneità che “finisce per avere una ricaduta estetica che si fa immediatamente macchina” (p. 105). Ogni opera Netflix è connotata da un nitore che gioca un ruolo estetico fondamentale: “su Netflix non abbiamo sfumature, non abbiamo con-fusioni. Tutto riluce di una luminosità che taglia i confini, i corpi e le identità in maniera chiara e distinta” (p. 106). Le etichette e i tag di cui sono disseminati i film e le serie TV prodotti dalla piattaforma hanno poi il compito di regolarizzare, sezionare e – per dirla con Deleuze e Guattari – “striare”. Rendere striato, cioè sottoposto al controllo, lo spazio liscio, nomadico e potenzialmente sovvertitore. Le etichette “disarticolano le ritmologie immanenti alle opere, congelandole dentro delle griglie che ne costituiscono una sorta di inerte rappresentazione” (p. 108). Se per noi spettatori i valori estetici delle opere di cui fruiamo sono “delle vere e proprie vibrazioni, degli affetti coi quali di volta in volta facciamo i conti” (p. 111), per Netflix diventano dei potenziali per l’estrazione di valore perché “la piattaforma ha bisogno dell’estetico, lo anela, se ne nutre” (p. 119). Anche i territori narrativi più oscuri, più nomadici, più silenziosi, più apparentemente lontani dalle logiche del capitale diventano terre incognite da colonizzare e conquistare, da asservire e schiavizzare. Come scrive Ricciardi in modo suggestivo, “il complesso delle piattaforme sembra seguire la stessa logica delle destre di ispirazione trumpiana: lo sconosciuto, pur attraversato da infiniti pattern, è trattato alla stregua di un incestuoso caos che attende di essere legalizzato attraverso l’istituzione di una serie di divieti sovrani” (p. 149). Le piattaforme conquistano territori in maniera “preventiva”, secondo la logica bellica di Bush e anche di Trump: potenziali territori o individui pericolosi devono essere assoggettati con le armi prima che diventino realmente nocivi per lo status quo del capitalismo a stelle e strisce. L’altro, il diverso, lo sconosciuto, femminile e irrazionale – scrive Ricciardi – deve essere catturato e assiomatizzato e “se la sua alterità non può essere assiomatizzata, allora va incarcerata, violentata, uccisa. È così che ovunque prendono corpo dei divenire-maschio che si oppongono ai divenire donna, animale e bambino auspicati da Deleuze e Guattari” (p. 157).

Le produzioni Netflix, anche quando potrebbero sembrare degli elementi di sabotaggio del funzionamento macchinico della piattaforma, agiscono perciò unicamente per il profitto della piattaforma stessa, un po’ come l’alieno di Alien (1979) di Ridley Scott, la “macchina da guerra nomade” inglobata dall’apparato di stato capitalistico del futuro che non esita a condurla sulla Terra a scopo di profitto ben sapendo che è letale per gli esseri umani. Pensiamo ad esempio a serie TV disturbanti e apparentemente ‘sovversive’ come Black Mirror (2011-2025), Dark (2017), 1899 (2022),  Alice in Borderland (2020-2025) o Squid Game (2021-2025). Queste ultime due mostrano una società devastata dalla digitalizzazione e dalla sete di denaro e arricchimento nonché una terribile oppressione delle classi sociali più deboli, schiacciate dai debiti e dalla miseria. I personaggi sono costretti a partecipare a dei misteriosi giochi mortali per arricchirsi e per sopravvivere fra le macerie dello stesso sistema capitalistico (Alice in Borderland si ambienta in una distopica e devastata Tokio), diventando le pedine di un entourage di ricchissimi esponenti della politica e della finanza che si celano nell’oscurità. All’apparenza sembrerebbero quindi mettere in luce sia metaforicamente che realisticamente il sistema oppressivo del capitale e i suoi ingranaggi perversi. Ugualmente, Black Mirror svela in modo geniale cosa si cela dietro lo “specchio nero” della tecnologia non solo contemporanea ma anche futuristica, inseguendo appunto i possibili sviluppi futuri delle attuali tecnologie in forme più o meno distopiche e disturbanti. In modo particolare, un episodio di questa serie sembra disvelare certi meccanismi perversi dello stesso Netflix e delle piattaforme di streaming: in Joan è terribile, primo episodio della sesta stagione, infatti, una donna comune scopre che una piattaforma di streaming, palese parodia di Netflix, ha trasformato la sua vita in una serie TV di successo interpretata da Salma Hayek. Sembrerebbe di trovarsi di fronte a un messaggio per certi aspetti ‘sovversivo’ e antagonista, eppure non dobbiamo dimenticare che, dietro le indiscutibili genialità e valore estetico di queste serie, si cela pur sempre la produzione Netflix. Esse sono flussi macchinici prodotti dalla stessa azienda globale; certo, noi possiamo percepirne i valori estetici, possiamo recensirle quanto vogliamo mettendo in rilievo il loro carattere antagonista, eppure non dobbiamo dimenticare che il loro fine ultimo è il profitto. È trasformare le nostre passioni, il nostro senso estetico e la nostra affettività in profitto.

Perciò – si chiede Ricciardi utilizzando ancora la terminologia di Deleuze e Guattari – “è realmente possibile pensare alla piattaforma come ad un vettore di deterritorializzazione? Possono le serie TV che guardiamo su Netflix contribuire in qualche modo ad alimentare quelle stesse battaglie che la piattaforma cerca di mettere a profitto?” (p. 122); “come raccogliere, dentro un’opera di Netflix, una vibrazione liberatrice per poi farla risuonare nello spazio sociale?” (p. 131). Non è certo facile nello spazio sociale contemporaneo, in cui, per usare le parole di Tiziana Terranova citate da Ricciardi, “gli stati nazione vanno smantellati e sostituiti con cosiddetti gov-corps (cioè governi delle corporazioni) guidati da amministratori delegati che hanno il potere di decisione su tutto” (p. 156). Non è facile perché le piattaforme assorbono qualsiasi dimensione affettiva: “amicizie, estetiche, sonorità, cultura, lavoro” (p. 155). Ma non dobbiamo neanche dimenticare che “Netflix non sarebbe niente senza il desiderio di storie, di immagini, di colori, di musiche dei suoi utenti” (p. 151). Il coltello dalla parte del manico, forse, alla fine ce l’abbiamo noi. È possibile che dei parassiti si innestino nelle griglie del controllo: ad esempio – dice lo studioso – negli “usi capovolti che delle piattaforme si possono fare e continuamente vengono fatti, dalle primavere arabe alle rivolte dei rider. Ma non solo. Le maglie del filtro che le piattaforme possono imporre su ciò che le attraversa sono – e devono essere – fatalmente larghe. Attraverso queste maglie possono insinuarsi innumerevoli molecole di resistenza, flussi di desiderio che custodiscono infinite virtualità” (p. 154). Un parassita, una molecola di resistenza o un flusso di desiderio, nel suo piccolo, può essere allora anche una recensione a una serie TV o a un film Netflix pubblicata su “Carmilla online”.

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14/06/2026

Il pacchetto sulla Sovranità Tecnologica Europea: troppo poco, troppo tardi

Lo scorso 3 giugno la commissione europea ha presentato alcune nuove proposte di legge che vanno a costituire lo European Technological Sovereignty Package. Questi provvedimenti andrebbero a regolamentare ed indirizzare vari aspetti dell’industria tecnologica continentale, a partire dalla produzione di semiconduttori, arrivando allo sviluppo di sistemi cloud e IA, fino all’ammodernamento della rete elettrica europea.

Il pacchetto si compone di quattro diverse inziative: il Chips Act 2.0, il Cloud and AI Development Act, la Open Source Strategy e la Strategic Roadmap for Digitalisation and AI in the Energy Sector.

Il Chips Act 2.0 intende aggiustare il tiro delle misure prese con il precedente Chips Act proposto nel 2022. La legge precedente mirava a raddoppiare il peso europeo nella produzione mondiale di microchip, facendolo passare dal 10% al 20% del mercato mondiale entro il 2030. Ad oggi siamo ancora lontani da questo obiettivo, la quota europea sarebbe arrivata nel 2025 a circa l’11%, comunque la nuova iniziativa europea mantiene questo obiettivo di aumento della produzione continentale di microchip.

Nonostante la legislazione precedente, la quota di microchip importati dall’estero utilizzati nell’industria europea è ancora dell’80%, quindi con il Chips Act 2.0 si vuole diminuire questa dipendenza dalle importazioni investendo sia sulla domanda sia sull’offerta, generando domanda del settore pubblico e creando degli attori intermedi che mettano in comunicazione i produttori e gli acquirenti.

Il Chips Act 2.0 pone anche l’obiettivo di iniziare a produrre nell’Unione Europea chip con il processo produttivo a 3 nm, il più avanzato presente sul mercato, sempre entro il 2030, nonostante ad oggi in UE si producano al massimo chip a 22 nm e l’industria europea utilizzi per la produzione nel settore dell’automotive e dei macchinari industriali principalmente chip con architetture meno sofisticate.

Il Cloud and AI Development Act invece mira a rinforzare i fornitori UE di soluzioni cloud e IA. Il principale scopo del programma è infatti creare un’infrastruttura digitale europea in grado di far diminuire il peso delle grandi aziende americane nel settore cloud, dove da sole Aws, Google e Microsoft coprono il 70% del mercato europeo, limitando anche l’accesso di attori stranieri ad informazioni sensibili. La legge inoltre pone l’obiettivo di triplicare i data center in territorio UE entro il 2030, snellendo la burocrazia necessaria per costruirli e adeguando le reti energetiche e idriche necessarie per il loro funzionamento, all’insegna di una fantomatica sostenibilità energetica e ambientale.

Proprio a questo si collega la Strategic Roadmap for Digitalisation and AI in the Energy Sector, che mira ad ammodernare con strumenti di IA la rete elettrica continentale, vista come asset strategico di primaria importanza, per essere in grado di sostenere l’enorme richiesta futura dei nuovi data center, che com’è noto richiedono imponenti quantità di energia elettrica per il loro funzionamento e causano importanti stress per le reti elettriche nazionali.

Infine, il pacchetto rilancia la European Open Source Strategy. Quest’ultima iniziativa mira a sviluppare e sostenere progetti open source che possano essere utilizzati sia dalle amministrazioni europee che dai privati come alternative alle soluzioni proprietarie più utilizzate, per la maggior parte provenienti dall’estero. Oltre a ciò ci si propone di sfruttare gli sviluppatori europei che contribuiscono a progetti open source anche per sviluppare l’IA europea, parallelamente all’aumento dei fondi per la ricerca.

Tutte queste misure, evidentemente mirate a rendere meno dipendente l’economia europea dalle big tech americane, hanno suscitato non pochi malumori nell’altra sponda dell’Atlantico. In particolare gli analisti a stelle e strisce marcano che seguendo la strada della sovranità tecnologica l’UE andrà a sottrarre introiti alle aziende d’oltreoceano, non riuscendo comunque a fornire ai clienti europei strumenti di un comparabile livello tecnologico, sia perché gli investimenti nei settori precedentemente citati sono arrivati troppo tardi, sia perché i fondi messi a disposizione sono di svariati ordini di grandezza inferiori a quelli a disposizione dei colossi statunitensi o cinesi.

Sembra infatti che il Chips Act originale abbia generato finanziamenti di circa 50 miliardi, la maggior parte dei quali soggetti alle decisioni degli stati membri e non gestiti in maniera centralizzata secondo gli obbiettivi della commissione europea, contro i centinaia di miliardi spesi annualmente dalle big tech.

Secondo un analista americano inoltre, la volontà di investire nell’IA sovrana da parte dell’UE andrebbe in ultima istanza ad avvantaggiare lo sviluppo dell’IA cinese, perché i mancati guadagni delle big tech a stelle e strisce rallenterebbero la corsa occidentale alla supremazia tecnologica in questo campo.

Al di là dei commenti degli osservatori statunitensi, appare chiaro che le misure intraprese dall’UE rischiano di essere troppo poco incisive per spostare l’ago della bilancia in favore del settore tecnologico europeo nella competizione internazionale.

Infatti, l’utilizzo pluridecennale da parte delle amministrazioni e delle aziende europee dei prodotti americani non ha incentivato la creazioni di robuste alternative europee. Il raffreddamento dei rapporti transatlantici ha trovato l’industria tecnologica europea impreparata ad un potenziale distacco dalle filiere statunitensi.

Se dal lato del software libero e della ricerca scientifica open access gli attori europei posso attingere ad uno stack di software e conoscenze molto esteso e anche tecnologicamente avanzato, non si può fare lo stesso con le fab di semiconduttori e la costruzione di data center.

Queste infrastrutture, infatti, richiedono risorse ingenti e anni per essere costruite e per entrare a regime ed in questo momento potrebbe risultare già troppo tardi per i sogni di gloria di Bruxelles.

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08/06/2026

Fuga da Big Tech

YouTube, Facebook, Instagram, TikTok: sono le piattaforme social più utilizzate dagli italiani. Social media, e non social network, visto che – come sottolinea Kenobit nel suo nuovo saggio “Assalto alle piattaforme” (Agenzia X) – l’obiettivo è tenerci agganciati a consumare passivamente contenuti multimediali, invece che mobilitarci per creare rete.

App come queste sono infatti caratterizzate dall’apparente gratuità e da un algoritmo esplicitamente progettato per generare dipendenza, stimolando uno scrolling destinato a non finire mai. Lo stesso Aza Raskin, il designer che nel 2006 ha ideato lo scrolling infinito (cioè il caricamento continuo e automatico di nuovi contenuti durante lo scorrimento, senza un punto di arresto naturale), a distanza di 20 anni si è dichiarato pentito della sua invenzione. Inoltre queste piattaforme intrappolano gli utenti in modo che non clicchino su link che rimandano a siti esterni, inibendo così l’uscita dalle piattaforme.

“Il gioco è sempre lo stesso”, scrive Kenobit. “Visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo”.

Per un utente che non cerca altro che intrattenimento, luoghi del genere sembrano l’Eldorado. E invece si tratta, antropologicamente parlando, di veri e propri non luoghi: spazi in cui non si creano connessioni, ma che si attraversano di passaggio per andare da un contenuto a un altro senza che resti all’utente alcun valore aggiunto.

“Se non stai pagando per il prodotto, il prodotto sei tu”, verrebbe da dire, riprendendo le parole rese celebri dal film “The social dilemma”. Ed ecco una delle frasi che Kenobit punta a decostruire nel suo saggio: su queste piattaforme persino chi paga – le aziende e le attività che versano una quota per occupare spazi pubblicitari – è a sua volta un prodotto, perché genera ulteriori dati che le piattaforme raccolgono e sfruttano per arricchirsi vendendoli.

Ma cosa – o meglio chi – sono queste piattaforme? Tra quelle citate, si possono raggruppare Facebook e Instagram (e WhatsApp), del gruppo Meta fondato da Mark Zuckerberg. C’è poi YouTube, proprietà come Google della holding Alphabet Inc., di cui i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, sono ancora i maggiori azionisti e membri del consiglio di amministrazione, detenendo di fatto il controllo dell’azienda, pur non essendo più amministratori delegati.

Meta ha registrato un fatturato di 164,5 miliardi di dollari per l’intero anno 2024, segnando una crescita del 22% rispetto al 2023. Alphabet Inc. ha registrato ricavi annuali record, superando i 400 miliardi di dollari nel 2025, grazie alla crescita della pubblicità. C’è di più: entrambi i colossi hanno espliciti legami con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e sono nella lista BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per il loro coinvolgimento nel genocidio in Palestina.

Ma se sono così poco etiche perché è tanto difficile abbandonare queste piattaforme? Probabilmente, perché non tutto ciò che avviene sui social è nocivo. Quante amicizie, progetti, idee, iniziative non sarebbero nate o diventate così note se non fosse stato per i social? Kenobit fa l’esempio delle mobilitazioni per la Palestina realizzate dal 7 ottobre 2023 in poi, in cui i social, nonostante le varie dinamiche di shadow ban – cioè di oscuramento della tematica, costringendo talvolta a utilizzare caratteri speciali per parlarne (per esempio scrivendo G4z4 invece di Gaza) – hanno avuto un ruolo fondamentale. Il ruolo dei social è stato centrale anche nella formazione di grandi movimenti di protesta come Fridays For Future, con la nascita di nuclei di attivisti in ogni parte del mondo, o Black Lives Matter, con la condivisione di massa del video della morte di George Floyd e la propagazione delle sue ultime parole “I can’t breathe”.

Il problema è che, sui social, in breve tempo si passa oltre: nuovi contenuti, nuovi trend, nuove cose a cui prestare attenzione, togliendo forza al desiderio e all’urgenza di convergenza e di organizzazione. Tra i limiti dell’attivismo online c’è infatti la necessità di sottostare alle logiche algoritmiche delle piattaforme, con Meta che al contempo blocca la possibilità di promuovere post dal contenuto a sfondo politico o sociale e ne limita anche la diffusione organica, tramite l’impostazione che permette di non visualizzare contenuti politici tra quelli suggeriti nel proprio feed.

Fare attivismo sui social significa inoltre rischiare di scivolare, talvolta senza rendersene nemmeno conto, in quello che viene definito slacktivism, o attivismo da poltrona, cioè un tipo di attivismo che si limita alla condivisione di contenuti sui propri canali, senza che questo gesto si concretizzi in nulla di più radicale o d’impatto.

Inoltre, perché il proprio attivismo cambi le cose, l’obiettivo dev’essere quello di costruire comunità. Appoggiarsi alle piattaforme mainstream significa invece, come scrive Kenobit, “costruire a casa d’altri”, lasciando in mano loro il destino del nostro attivismo ed esponendosi al rischio che post, profili e gruppi vengano cancellati in qualsiasi momento, quasi senza possibilità di replica. “Queste piattaforme non sono democratiche”, scrive sempre Kenobit. Chi crea contenuti rischia, tra l’altro, di diventare schiavo dei numeri, piegandosi a trattare di temi non controversi o divisivi in modo da raggiungere il maggior numero di persone possibili – talvolta finendo per capitalizzare le lotte sponsorizzando prodotti che con queste hanno qualche punto di contatto (magliette, tote bag o oggetti figli, per esempio, del greenwashing). Così facendo, l’attivismo diventa un lavoro da influencer più che da potenziali leader politici.

È possibile cambiare piattaforme?

“Abbiamo davanti una lotta impari, contro un nemico ben fortificato, con risorse economiche e tecnologiche senza precedenti nella storia dell’umanità”, prosegue Kenobit nel saggio. “Non lo prenderemo mai per sfinimento, né possiamo sperare di batterlo sul suo stesso terreno. Le piattaforme possiedono tutto, incluso il campo di battaglia, e se anche riuscissimo a metterle in difficoltà in casa loro potrebbero semplicemente cambiare le regole del gioco. Per lo stesso motivo, anche se usare alcuni dei loro strumenti può avere dei meriti strategici, non possiamo sperare di cambiarle dall’interno. Non può esserci riformismo in una dittatura. La disparità è evidente anche sul fronte della comunicazione, perché le piattaforme, controllando la dimensione digitale, proiettano un’influenza tangibile sul reale”.

Nonostante questa posizione, Kenobit è abilissimo nel fornire alternative valide a ciascuno dei problemi legati alle piattaforme, spiegando con parole comprensibili a tutti che cosa si può fare e perché dovremmo farlo. Per esempio, la proposta di passare al Fediverso come alternativa ai social media mainstream è legata all’eticità dell’utilizzo di un software open source, ovvero il cui codice è consultabile e utilizzabile praticamente da chiunque, invece che chiuso, proprietario e i cui meccanismi sono noti solo a pochi eletti.

Come si legge in “Assalto alle piattaforme” (disponibile gratuitamente anche come audiolibro):

Il software libero si basa su una filosofia completamente diversa. Come suggerisce il nome, è pensato per tutelare la nostra libertà. Nello specifico, quattro libertà:

  • ⁠  ⁠la libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo;
  • ⁠  ⁠la libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in base alle proprie necessità;
  • ⁠  ⁠la libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo;
  • ⁠ ⁠la libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.

Kenobit elenca molti motivi per cui preferire i social del Fediverso a quelli ancora mainstream: tra questi, l’assenza di un algoritmo che determina che cosa mostrare a chi a favore di un feed che rispetta l’ordine cronologico delle pubblicazioni, garantendo a tutti di non perdersi nulla e di dare a ogni contenuto la giusta dignità e diffusione. “L’assenza di pubblicità vanifica la necessità di un algoritmo che seleziona al posto nostro cosa mostrarci”.

Va da sé che è impossibile che il passaggio dai social mainstream al Fediverso sia rapido e collettivo. Per questo, una valida soluzione intermedia consiste nel mantenere i propri profili sui social tradizionali, ma smettendo gradualmente di postare contenuti e utilizzandoli soprattutto, come da tempo fa Kenobit, per sponsorizzare il passaggio ad altre piattaforme.

Più cooperazione e meno competizione

Il controllo che Big Tech può esercitare va però ben oltre le singole piattaforme. Durante una presentazione del libro che si è svolta a Torino, a Radio Blackout, l’11 febbraio 2026, è nato un dibattito sul possesso delle dorsali internet (backbone): infrastrutture fisiche ad altissima capacità, composte da cavi sottomarini in fibra ottica posati sui fondali oceanici. Trasportano oltre il 99% del traffico dati mondiale tra continenti, connettendo reti locali e garantendo la velocità della connessione web.

Già questo aspetto pone un importante problema, perché, anche utilizzando piattaforme alternative a quelle mainstream, ci si continuerebbe ad appoggiare a questo sistema, che resta in buona parte in mano a colossi privati. Le dorsali sono infatti gestite da un consorzio di grandi aziende di telecomunicazioni internazionali, colossi tecnologici (Google, Meta, Amazon, Microsoft) e, in parte, da governi.

In risposta a questa osservazione, Kenobit ha suggerito di cercare il sito di Antennine, che punta a costruire reti comunitarie. Citando il loro blog, “le reti comunitarie sono infrastrutture locali di telecomunicazione create da gruppi di persone (una comunità) per connettersi a Internet e fornire servizi di comunicazione digitale. Sono costruite e gestite come un bene comune, cioè una risorsa prodotta e mantenuta collettivamente, piuttosto che detenuta privatamente, come alternativa alle grandi reti commerciali o statali e ai fornitori di servizi Internet”. Sul sito di Antennine sono presenti le istruzioni per contattare gli organizzatori del progetto e unirsi alla rete. È solo un inizio, che rappresenta però un baluardo di resistenza per ricordarsi che costruire delle alternative è possibile.

Altri esempi internazionali di gestione comunitaria e democratica dell’accesso a internet sono Guifi.net, nata in Catalogna nel 2004 e che punta a costruire una rete dal basso in modo da connettere aree rurali portando la connessione internet laddove non arrivano gli operatori commerciali tradizionali, e Freifunk, nata a Berlino, che ha come obiettivo quello di fornire una rete internet libera e accessibile a tutti.

Un altro tema critico riguarda le conoscenze necessarie per poter usare – o anche solo entrare in contatto – con le piattaforme alternative. È necessaria in primis un’alfabetizzazione digitale, non scontata in un contesto in cui solo il 46% degli italiani possiede competenze di base in quest’ambito, ma anche una coscienza politica tale da problematizzare le piattaforme, oltre a contatti che tramite il passaparola permettano di accedere ad alternative come il Fediverso.

Per fare effettivamente la differenza, c’è insomma prima di tutto bisogno di fare massa critica, scegliere che direzione prendere e costruirla insieme. Come scrive Kenobit, “abbiamo un’occasione imperdibile per rivendicare una dimensione digitale fondata sulla cooperazione invece che sulla competizione”.

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02/06/2026

Il nucleare diventa il terminale di destinazione del risparmio globale. Per far reggere la bolla

di Alessandro Volpi

La crisi energetica dei combustibili fossili, “la fame” dell’intelligenza artificiale, l’illusione dei bassi costi e del ridotto impatto ambientale del nucleare stanno spingendo in alto i titoli delle società che si occupano di questa forma di energia e stanno attirando nel settore i grandi gestori del risparmio internazionale. Le società che si occupano di energia nucleare si dividono principalmente in tre categorie: i produttori di energia (utility), i “minatori” di uranio e gli sviluppatori di nuove tecnologie.

Per quanto riguarda il primo gruppo, le utility, sono i titoli che hanno performato meglio grazie ad accordi con le Big Tech (Microsoft, Amazon, Google). In particolare, Constellation energy, che è il più grande operatore nucleare negli Stati Uniti, ha registrato tre il 2024 e il 2025 un tondo +100%, anche per la riapertura della centrale di Three Miles Island in seguito a un accordo ventennale con Microsoft. I suoi azionisti principali sono Vanguard Group (circa 11%), BlackRock (9%) e State Street. I tre “padroni del mondo”.

C’è poi Vistra Corp. Nel 2025 è stato uno dei migliori titoli dell’S&P 500, con crescite superiori al 150% in alcuni periodi. Vanguard Group è il primo azionista, con una quota che oscilla tra il 10% e il 12%, BlackRock, il secondo, con una quota intorno all’8-9% e State Street Corporation, il terzo, detiene circa il 4-5%. Nella proprietà sono presenti anche Fmr (Fidelity Investments) che detiene una quota significativa (circa il 5%), Capital Research & Management e Oaktree Capital Management. Nel 2024, Vistra ha completato l’acquisizione di Energy Harbor (operazione che le ha permesso di ottenere le centrali nucleari Beaver Valley, Davis-Besse e Perry). In questa operazione, alcuni dei precedenti azionisti di Energy Harbor (spesso fondi di investimento speculativi o specializzati in ristrutturazioni) hanno ricevuto azioni Vistra, entrando nella compagine sociale.

È evidente quindi che sul versante delle utility dell’energia, il nucleare è un oggetto ormai controllato dai grandi fondi, il cui obiettivo è trasferirvi risparmi gestiti, attraverso i propri prodotti finanziari, capaci di sfruttare e tenere alti i rendimenti dei titoli di tali società. Il nucleare diventa quindi il terminale di destinazione del risparmio globale per far reggere la bolla, naturalmente in una sinergia con l’azione delle Big Tech di cui gli stessi grandi fondi sono azionisti. Peraltro, Constellation e Vistra stanno aumentando i dividendi e i piani di riacquisto di azioni proprie grazie ai flussi di cassa stabili, in modo da essere ancora più appetitose.

I giganti dell’uranio sono fondamentalmente due. Il primo è Cameco, con sede in Canada, che è il principale produttore quotato in Borsa al mondo. Il suo titolo ha registrato un forte rialzo (+50% nel 2025) e ha migliorato i propri conti per effetto del possesso del 49% di Westinghouse, che, come è noto, costruisce i reattori. Anche qui gli azionisti principali sono i grandi fondi, a partire da BlackRock e Vanguard, insieme a Brookfield asset management (tramite la partnership per Westinghouse). L’altro gigante è Kazatomprom, il più grande produttore mondiale in termini di volume. In questo caso il controllo è del fondo sovrano del Kazakistan (Samruk-Kazyna) per il 75%, il resto è quotato a Londra e Astana, con una forte presenza dell’immancabile BlackRock.

Infine, per quanto riguarda la tecnologia un hanno rilievo importante le società che sviluppano mini-reattori prefabbricati, i cui titoli sono più volatili e ancora più speculativi. Solo per ricordare alcune di tali società è possibile citare NuScale Power, la prima ad avere un design approvato negli Stati Uniti, Oklo, sostenuta da Sam Altman (amministratore delegato di OpenAI), GE Vernova, spin-off di General Electric. Di nuovo gli azionisti sono i grandi gestori del risparmio a cominciare da T. Rowe Price e proprio Vanguard.

Questa breve fotografia del settore consente di fare alcune considerazioni di natura generale. In primo luogo, i titoli di tutte queste società stanno correndo al rialzo, configurando un’ulteriore bolla. Inoltre, a sostenere la speculazione contribuisce la presenza nel loro azionariato dei grandi gestori che stanno drenando il risparmio diffuso in tale direzione e creando una vera e propria filiera di destinazione delle risorse liquide disponibili verso nucleare, Big Tech e società di cui le Big Tech hanno bisogno, a partire dal cloud, in una catena nelle mani di un vero e proprio monopolio finanziario. Un ulteriore, decisivo sostegno proviene dalla politica, nel cui ambito cresce il numero delle forze partitiche che celebrano il nucleare come la soluzione inevitabile per la crisi energetica. Infine, nella stessa direzione si muovono le narrazioni mediatiche che legano l’insicurezza energetica determinata dalle guerre “all’errore” per molti Paesi di aver abbandonato le centrali atomiche.

Basta mescolare questi ingredienti e la bolla nuclearista è servita, in cui uno spazio, seppur limitato, ha anche il nucleare “finanziario” italiano. La società Newcleo è una realtà con sede a Parigi, fondata e guidata da Stefano Buono e con una base azionaria fortemente italiana, avendo tra gli investitori gli Elkann di Exor Seeds, esponenti della famiglia Malacalza e veicoli riconducibili alla famiglia Petrone. Tale società, in cui sembra che anche il Governo Meloni voglia mettere qualche decina di milioni di euro, sta completando il percorso di quotazione a Wall Street, con sbarco previsto sul Nasdaq nel secondo semestre del 2026 attraverso la fusione con una Special purpose acquisition compan (Spac), in pratica una scatola vuota, in un’operazione che valuta la società circa 2,4 miliardi di dollari. Lo schema è simile a quello utilizzato da altre startup del settore nucleare. Newcleo si fonderà con la Spac newyorkese NewHold Investment Corp III: una simile operazione dovrebbe iniettare nelle casse dell’azienda ben 420 milioni di dollari. La società, essendo ancora molto lontana dalla fase commerciale, non è oggi redditizia e, anzi, nel 2024 avrebbe registrato perdite per circa 110 milioni di dollari. Meglio, allora, intanto guadagnare in termini finanziari e a godere della cuccagna nuclearista.

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02/05/2026

Tecno-eugenetica contro eguaglianza umana

Lo scontro tra Trump, J.D. Vance e il Vaticano si è acceso attorno alla guerra, ma coinvolge un terreno ancora più profondo: l’idea stessa di uguaglianza umana. Nel nucleo del cristianesimo sopravvive infatti una promessa radicale, spesso tradita nella storia delle Chiese ma irriducibile: ogni persona possiede la stessa dignità. Il povero, lo straniero, il detenuto, il vinto non valgono meno del potente.

È un’idea che oltrepassa i confini della fede e segna profondamente la modernità politica occidentale. L’Illuminismo ne rappresenta, in parte, la secolarizzazione: la traduzione di quel lascito nel linguaggio dei diritti, dell’eguaglianza civile, della comune umanità e del limite al potere.

Una parte della nuova destra americana si colloca in aperto contrasto con questa tradizione. La formula più rivelatrice, in voga nei circoli neoreazionari, è Dark Enlightenment, «Illuminismo oscuro». Già nel nome c’è un programma: colpire l’eredità illuministica e il suo retroterra universalistico. Nelle sue versioni più influenti, la Dark Enlightenment rivaluta gerarchia, diseguaglianza e selezione dei superiori, mentre tratta la democrazia come un principio decadente e l’eguaglianza come una finzione distruttiva.

Questa corrente è stata definita dal filosofo britannico Nick Land, figura chiave per comprendere la deriva radicale di questo pensiero. Land è il teorico dell’accelerazionismo di destra, una visione che spinge verso il collasso della democrazia per liberare le forze del mercato e della tecnologia.

Il suo contributo più inquietante riguarda quello che lui definisce hyper-racism: l’idea che il futuro non porterà a una maggiore integrazione, ma a una divergenza biologica prodotta dalla tecnologia e dalla diseguaglianza economica. In questa prospettiva, l’eugenetica diviene uno strumento per creare un’élite post-umana, superiore per capacità cognitive e genetiche, separata dal resto di un’umanità considerata zavorra biologica.

Accanto a Land, una figura centrale è Curtis Yarvin, il blogger che ha dato veste teorica alla galassia neoreazionaria americana. Yarvin sostiene la necessità di superare la democrazia costituzionale per concentrare il potere in forme di comando personale o «sovranità aziendali». Le sue tesi sono intrise di riferimenti alla cosiddetta «biodiversità umana», un paravento intellettuale spesso usato per rilegittimare il determinismo biologico e giustificare gerarchie di valore intrinseco tra gruppi umani diversi.

È da questo ambiente che arriva il lessico politico che i media americani hanno più volte accostato a J.D. Vance. Il Vicepresidente americano non è il teorico “puro” di questa galassia, ma ha contribuito a renderne presentabili temi e parole d’ordine, trasportandoli dai margini digitali nel linguaggio della destra di governo. Attorno a lui gravitano figure che mescolano culto della forza, virilismo, disprezzo della compassione e richiami rimasticati a Nietzsche e alla filosofia greca, fonte di ispirazione antiegualitaria.

Questo è il terreno preferito di Costin Alamariu (Bronze Age Pervert), autore di libri che hanno avuto una certa circolazione nella nuova destra. Nella sua fatica più recente, Selective Breeding and the Birth of Philosophy, la celebrazione di aristocrazia, forza e tirannide viene contrapposta al costituzionalismo moderno e alla democrazia, con aperture all’eugenetica che chiariscono senza ambiguità il senso del progetto culturale: screditare l’eguaglianza, riabilitare la gerarchia e restituire prestigio all’idea che una nuova élite debba guidare la società.

Si capisce allora perché il rapporto della destra americana con il cristianesimo sia così ambiguo. Il cristianesimo può essere evocato come identità occidentale, simbolo di civiltà, linguaggio dell’ordine, marchio culturale da opporre a migranti, persone Lgbtq+ e cosmopolitismo. Molto più difficile da sopportare resta il suo nucleo egualitario: l’idea che l’ultimo valga quanto il primo e che la dignità non dipenda da forza, successo, produttività o nascita.

Gli attriti con il Vaticano acquistano senso dentro questa frattura. Quando il papa richiama il valore universale della vita umana, contesta la brutalizzazione dei migranti o denuncia la disumanizzazione dei civili sotto le bombe, urta una cultura politica che ragiona sempre più volentieri in termini di gerarchia, appartenenza, selezione e forza.

Bergoglio lo aveva già mostrato criticando la stretta anti-migranti. Leone XIV lo ribadisce oggi sottolineando che la guerra non cancella l’umanità delle sue vittime.

Nel richiamo del Vaticano alla dignità universale della persona riaffiora così un’eredità che il cristianesimo ha trasmesso anche alla modernità secolare: l’idea che nessun essere umano possa essere classificato come inferiore per nascita, forza, utilità o rango.

La Dark Enlightenment prende di mira proprio questo orizzonte. La sua promessa consiste nel restituire prestigio alla gerarchia, nel rendere di nuovo pensabile la superiorità naturale, nel sottrarre i forti ai limiti imposti dall’eguaglianza.

A raccogliere politicamente queste suggestioni è poi un’estrema destra più istituzionale, che del cristianesimo valorizza soprattutto l’uso identitario e il richiamo alla civiltà assediata. Ciò che resta indigesto è il nucleo egualitario di quel lascito, perché impedisce di trasformare la diseguaglianza in destino morale e continua a ricordare che nessuno vale meno.

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26/04/2026

Classismo digitale

di Gioacchino Toni

Martina Miccichè, Saverio Nichetti, Classismo digitale. Nella società delle piattaforme, la merce, la fabbrica e il consumo siamo noi, Eris, Torino, 2026, pp. 80, € 8,00

Dietro alle estetiche accattivanti delle piattaforme social, all’apparente gratuità con cui queste sembrerebbero donare divertimento e affettività digitali dispensando connessione all’utenza, scrivono Martina Miccichè e Saverio Nichetti nel volume Classismo digitale (Eris 2026), si cela un più prosaico scopo imprenditoriale: «mettere a reddito la nostra capacità di entrare in relazione. E di farlo in un modo nuovo, efficiente, pratico e veloce» (p. 6). Le promesse di orizzontalità, uguaglianza e comunità di queste piattaforme nascondono un’opera di digitalizzazione, traduzione e amplificazione delle diseguaglianze e delle loro ideologie esistenti offline. «Il sistema ci cataloga, stigmatizzando e sovrascrivendo le nostre identità, per darci una funzione produttiva e con essa percorsi diversi» (p. 8), dando l’illusione che nel mondo digitale a chiunque sia concesso di fare tutto.

La misurabilità che regna sovrana all’interno dell’universo online determina una «potenza sociale, culturale e materiale» che agisce sulle vite materiali e sugli immaginari degli esseri umani anche oltre lo schermo. «In questo territorio di codici, meccanismi e interazioni, opera il classismo digitale ovvero quella tendenza individuale tanto quanto collettiva, informale e via via più istituzionalizzata, a costruire e favorire classi digitali dominanti, cioè quei gruppi che accumulano potere economico, sociale, politico e mediale per mezzo dei social, a spese delle altre classi digitali, e non, subordinate» (p. 12).

Non è, però, soltanto una questione di classe, avvertono Miccichè e Nichetti: nella rete i ruoli di genere sessualizzati e conservatori vengono amplificati alimentando il patriarcato che si manifesta attraverso una molteplicità di sfumature di violenza. «L’idealtipo per cui sono pensate le piattaforme è decisamente bianco, proprietario, maschilizzato cisgender, eterosessuale, temporaneamente abile e neurotipico » (p. 17). Oltre al genere, anche l’età e la classe concorrono a modificare la collocazione e le possibilità nell’universo della rete. «L’età rischia di essere un fattore di esclusione quando considerata avanzata e la classe determina i tempi, la modalità e le opportunità di accesso alla connessione, a uno smartphone e alle funzioni digitali» (p. 18) che variano a seconda dei dispositivi detenuti dai diversi soggetti. «La disuguaglianza digitale separa una parte consistente di popolazione dalla rete e dalle connessioni che questa potrebbe permettere […] Ciò che conta è consumare e finché si rientra nel novero delle persone che possono essere considerate consumatrici, un portale di accesso è garantito» (pp. 19-20).

Nella rete l’esigenza umana di interazioni viene assorbita e messa a profitto, le soggettività strutturate digitalmente coinvolgono anche coloro che non agiscono direttamente sulla rete, tanto da coinvolgere anche l’infanzia. «Il consenso, come relazione basata sul riconoscimento della volontà, quale che sia, non è contemplato nella creazione delle identità digitali altrui, anzi. Alcuni soggetti sono semplicemente presi e condivisi» p. 26). A essere messe a profitto, ricordano Miccichè e Nichetti, sono anche quelle «soggettività che non vengono contemplate tali nemmeno nel mondo analogico, figurarsi in quello digitale. I video che ritraggono gli animali non umani sono tra i più popolari sui social media» (p. 27).

Lo sfruttamento dell’identità digitale quindi ha effetti individuali, sulla singola soggettività la cui immagine viene presa e usata e messa in moto, ma anche collettivi proprio perché rinforza quei modelli che tolgono dal piatto l’idea che un soggetto marginalizzato possa o abbia diritto a esercitare la sua volontà, a dare o non dare il proprio consenso, a determinarsi liberamente e, magari, scegliere se avere o no un’identità e una storia digitale a cui altre persone reagiranno in base a come il contesto culturale etichetta e norma il suo corpo e le sue espressioni (p. 30).

Alla corte digitale e alla visibilità che questa permette si è ammessi soltanto se si dispone di un sufficiente pacchetto di follower – conquistati soprattutto professando conformismo – a patto che non contrasti la logica che governa i social, altrimenti scatta un periodo di quarantena o l’allontanamento. La corte digitale, sottolineano Miccichè e Nichetti, è un ambiente fortemente concorrenziale generante senso di inadeguatezza in cui si sgomita con ogni mezzo necessario per ottenere visibilità.

Il rapporto tra colossi digitali e Stati si è fatto via via sempre più stretto. Se per queste grandi aziende private gli Stati rappresentano acquirenti privilegiati sia per l’entità delle commesse che per il ritorno in termini di potere che derivano dal rapporto privilegiato che instaurano con essi, altrettanto importanti sono per gli Stati i rapporti di partnership con i colossi digitali.

Se una piattaforma ha la tecnologia per tradurre i comportamenti, le idee, le preferenze o le volontà di una moltitudine di categorie, definibili e perimetrabili, uno Stato che vi ha accesso gode di uno strumento capace di semplificare le interazioni con la massa su cui esercita il suo potere. E di farlo organizzando il proprio controllo in base alle categorie che gli sono più affini (p. 64).

Mentre gli episodi di Black Mirror ci aiutano a prendere visione dello stato di asservimento a cui siamo ridotti, la piattaforma che ci vende la serie procede nell’opera di datificazione/mercificazione nei nostri confronti. È già tutto scritto, dunque? Non resta che rassegnarsi e far finta di nulla o, al limite, piangersi addosso? Miccichè e Nichetti invitano piuttosto a guardare alle molteplici forme di soggettività hackeranti in azione prospettando «un hackeraggio totale e liberatorio» in grado di indirizzare altrimenti (anche) la tecnologia digitale. «In una società capitalista la cultura è capitalista e finché questa non viene hackerata e fatta a pezzi, ogni sua produzione sarà sempre un prodotto finalizzato al raggiungimento di interessi coerenti con le forze che lo hanno generato» (p. 75).

Classismo digitale di Miccichè e Nichetti è un volume agile che, oltre a spiegare come nella società delle piattaforme, la merce, la fabbrica e il consumo siamo noi, prospetta la possibilità di una via d’uscita dal dominio di una tecnologia rispondente agli interessi capitalistici. Se, in generale, si più convenire sulla possibilità di un uso differente delle tecnologie, per una società altra, resta da domandarsi se una tecnologia presupponente un processo di maniacale e diffusa datificazione possa davvero non essere una tecnologia di dominio.

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01/03/2026

Il capitalismo statunitense, piace ancora tantissimo all’Unione europea

di Duccio Facchini

Le multinazionali Usa consolidano il proprio strapotere a colpi di fusioni accettate dalla Commissione europea. Il recente caso Google-Wiz dimostra come la presunta “distanza” tra Ue e Stati Uniti sia solo un modo per distrarre l’opinione pubblica.

“Noi americani a volte possiamo apparire un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli. Ma il motivo per cui il presidente Trump esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa è perché ci state molto a cuore. Ci sta molto a cuore il vostro futuro e il nostro”.

Come sia riuscito Marco Rubio a rimanere serio intervenendo alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza a metà febbraio di quest’anno resta un mistero: non deve essere facile recitare la parte dell’alleato parigrado che tende la mano a una platea di sottoposti. Già perché la storia del paventato “allontanamento” tra Stati Uniti e Unione europea è tra le più clamorose falsità del nostro tempo, utile solo a distrarre le opinioni pubbliche dai problemi reali. Facciamo qualche esempio.

Pochi giorni prima del (farneticante) intervento del segretario di Stato Usa in Germania, la Commissione europea ha avuto tra le mani una concreta occasione per rimettere al suo posto il capitalismo di rapina statunitense fondato sull’abuso di posizione dominante, bocciando l’ennesima fusione oligopolistica promossa da Google e dimostrando nei fatti quella “differenza di valori” tra le sponde dell’Atlantico nel campo dei diritti fondamentali dei cittadini-consumatori.

Risultato? Il 10 febbraio la Commissione von der Leyen, e in particolare la commissaria socialista alla Transizione pulita, giusta e competitiva (sic), Teresa Ribera, ha dato luce verde all’acquisizione di Wiz, tra i più importanti fornitori indipendenti di sicurezza cloud al mondo, da parte di Alphabet. È il boccone più costoso sino ad oggi per la holding madre di Google: 32 miliardi di dollari. “L’operazione non solleva preoccupazioni sotto il profilo della concorrenza nei servizi cloud o nella sicurezza cloud nello Spazio economico europeo”, ha provato a rassicurare Ribera, aggiungendo che “Google si colloca dietro Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nell’infrastruttura cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative credibili e la possibilità di cambiare fornitore”.

Possiamo stare sereni: la sovranità e resilienza delle nostre infrastrutture digitali essenziali non è in mano a una sola azienda statunitense – potenzialmente ostile domani – ma a tre. Le organizzazioni della società civile europea SOMO, Rebalance now, Open Markets Institute, Balanced Economy Project e Article 19 hanno espresso “profondo rammarico” per la decisione di Bruxelles. Google è infatti un conglomerato dominante già oggi con un potere consolidato in settori chiave dell’economia digitale, dei sistemi operativi, della ricerca, della pubblicità, dell’analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale. La neutralità di Wiz era invece un elemento “fondamentale per i fornitori di cloud europei più piccoli e per la concorrenza nel più ampio ecosistema”. Invece è arrivato il via libera, con “implicazioni dirette per la sicurezza informatica, la resilienza e l’autonomia del settore pubblico”. E la situazione è anche peggiore: delle 25 acquisizioni avvenute lo scorso anno solo una, proprio Google-Wiz, è stata notificata alla Commissione europea per la sua “approvazione”.

“Tutte le altre – fa notare Çağrı Çavuş, ricercatore di SOMO – non sono state sottoposte ad alcun controllo. Questo è molto preoccupante e dimostra la persistente inadeguatezza degli attuali quadri giuridici nel trattare le acquisizioni che coinvolgono aziende innovative ma relativamente piccole”. A sentire il duo Merz-Macron, però, i capi europei non si fanno più prendere per il naso dagli americani, la musica è cambiata, soprattutto nel campo della giustizia fiscale. Riscossa.

È il motivo per cui, zitti zitti, i Paesi dell’Ue hanno accettato di esentare le multinazionali statunitensi dai principali effetti della pur blanda imposta minima globale nell’ambito dei negoziati Ocse, dicendo addio a 14 miliardi di euro di entrate fiscali ogni anno, 4,6 volte il Pil della Groenlandia. “Soddisfare un prepotente oggi, a spese del proprio popolo e senza il suo consenso o addirittura a sua insaputa – ha denunciato Alex Cobham di Tax Justice Network – è la ricetta per unirsi agli Stati Uniti nella loro deriva verso la corruzione autoritaria”. Ci sta troppo a cuore questo saccheggio.

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