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01/03/2026

Il capitalismo statunitense, piace ancora tantissimo all’Unione europea

di Duccio Facchini

Le multinazionali Usa consolidano il proprio strapotere a colpi di fusioni accettate dalla Commissione europea. Il recente caso Google-Wiz dimostra come la presunta “distanza” tra Ue e Stati Uniti sia solo un modo per distrarre l’opinione pubblica.

“Noi americani a volte possiamo apparire un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli. Ma il motivo per cui il presidente Trump esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa è perché ci state molto a cuore. Ci sta molto a cuore il vostro futuro e il nostro”.

Come sia riuscito Marco Rubio a rimanere serio intervenendo alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza a metà febbraio di quest’anno resta un mistero: non deve essere facile recitare la parte dell’alleato parigrado che tende la mano a una platea di sottoposti. Già perché la storia del paventato “allontanamento” tra Stati Uniti e Unione europea è tra le più clamorose falsità del nostro tempo, utile solo a distrarre le opinioni pubbliche dai problemi reali. Facciamo qualche esempio.

Pochi giorni prima del (farneticante) intervento del segretario di Stato Usa in Germania, la Commissione europea ha avuto tra le mani una concreta occasione per rimettere al suo posto il capitalismo di rapina statunitense fondato sull’abuso di posizione dominante, bocciando l’ennesima fusione oligopolistica promossa da Google e dimostrando nei fatti quella “differenza di valori” tra le sponde dell’Atlantico nel campo dei diritti fondamentali dei cittadini-consumatori.

Risultato? Il 10 febbraio la Commissione von der Leyen, e in particolare la commissaria socialista alla Transizione pulita, giusta e competitiva (sic), Teresa Ribera, ha dato luce verde all’acquisizione di Wiz, tra i più importanti fornitori indipendenti di sicurezza cloud al mondo, da parte di Alphabet. È il boccone più costoso sino ad oggi per la holding madre di Google: 32 miliardi di dollari. “L’operazione non solleva preoccupazioni sotto il profilo della concorrenza nei servizi cloud o nella sicurezza cloud nello Spazio economico europeo”, ha provato a rassicurare Ribera, aggiungendo che “Google si colloca dietro Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nell’infrastruttura cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative credibili e la possibilità di cambiare fornitore”.

Possiamo stare sereni: la sovranità e resilienza delle nostre infrastrutture digitali essenziali non è in mano a una sola azienda statunitense – potenzialmente ostile domani – ma a tre. Le organizzazioni della società civile europea SOMO, Rebalance now, Open Markets Institute, Balanced Economy Project e Article 19 hanno espresso “profondo rammarico” per la decisione di Bruxelles. Google è infatti un conglomerato dominante già oggi con un potere consolidato in settori chiave dell’economia digitale, dei sistemi operativi, della ricerca, della pubblicità, dell’analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale. La neutralità di Wiz era invece un elemento “fondamentale per i fornitori di cloud europei più piccoli e per la concorrenza nel più ampio ecosistema”. Invece è arrivato il via libera, con “implicazioni dirette per la sicurezza informatica, la resilienza e l’autonomia del settore pubblico”. E la situazione è anche peggiore: delle 25 acquisizioni avvenute lo scorso anno solo una, proprio Google-Wiz, è stata notificata alla Commissione europea per la sua “approvazione”.

“Tutte le altre – fa notare Çağrı Çavuş, ricercatore di SOMO – non sono state sottoposte ad alcun controllo. Questo è molto preoccupante e dimostra la persistente inadeguatezza degli attuali quadri giuridici nel trattare le acquisizioni che coinvolgono aziende innovative ma relativamente piccole”. A sentire il duo Merz-Macron, però, i capi europei non si fanno più prendere per il naso dagli americani, la musica è cambiata, soprattutto nel campo della giustizia fiscale. Riscossa.

È il motivo per cui, zitti zitti, i Paesi dell’Ue hanno accettato di esentare le multinazionali statunitensi dai principali effetti della pur blanda imposta minima globale nell’ambito dei negoziati Ocse, dicendo addio a 14 miliardi di euro di entrate fiscali ogni anno, 4,6 volte il Pil della Groenlandia. “Soddisfare un prepotente oggi, a spese del proprio popolo e senza il suo consenso o addirittura a sua insaputa – ha denunciato Alex Cobham di Tax Justice Network – è la ricetta per unirsi agli Stati Uniti nella loro deriva verso la corruzione autoritaria”. Ci sta troppo a cuore questo saccheggio.

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