Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/03/2026

Sanremo 2026 – Pagelle e analisi del Festival

 di Giuliano Delli Paoli, Antonio Silvestri, Claudio Lancia 

È la prima volta nella storia del Festival di Sanremo che il Direttore Artistico e Presentatore dell'edizione successiva viene annunciato già durante la serata finale dell'edizione precedente. Carlo Conti ha fatto benissimo a farsi da parte, dopo essere riuscito a riportare la rassegna in balia di tutti i cliché che per decenni l'hanno contraddistinta: cartellone dei partecipanti poco interessante, canzoni mediamente mediocri (tanto che la serata delle cover risulta di gran lunga la migliore), il neo melodico nazional popolare che alla fine trionfa sulle poche proposte meno scontate, persino gli ospiti lasciano poco o niente, eccetto un minuto e mezzo di una straordinaria Alicia Keys.
Le uniche "scosse" arrivano dal bacio fra Levante e Gaia, da qualche vestito un po' più scollato, da un Sandokan che risveglia gli ormoni femminili, da TonyPitony (è lui il personaggio più atteso), dall'annuncio del Direttore Artistico del prossimo anno, per l'appunto, il telefonatissimo Stefano De Martino. In bocca al lupo per lui. E peccato per il super-abbronzato Carlo Conti: nel 2025 non era andato male, e gli va senz'altro riconosciuto il merito di aver reso i tempi del Festival più serrati. Purtroppo stavolta c'è ben poco da salvare: ne parliamo nelle pagelle preparate dalla nostra redazione. 
(Claudio Lancia)

Arisa – Magica favola

Arisa torna all’Ariston stranamente in punta di piedi, visto che la missione è quella di non fallire dopo la discutibile prova con “Potevi fare di più”, nomen omen di un brano che è passato un po’ in sordina nel 2021. E per farlo si avvale della penna dell’ex fidanzato Giuseppe Anastasi, quello di “Sincerità” e “La notte”, per intenderci, autore dunque di grande prestigio sanremese e non solo. La canzone è però una ballata tipicamente dolcissima, quasi da canzoncina d’amore per una pellicola Disney, composta per ammaliare il pubblico dell’Ariston ma che nel complesso non aggiunge assolutamente nulla a un campionario melodico ultra-collaudato che con buona probabilità farà faville per un po’ di tempo su Radio Subasio ma di certo non sulle piattaforme streaming dove ormai anche questo tipo di canzone ha raggiunto il grado massimo di saturazione già da un pezzo. Canta bene, e ci mancherebbe altro. Ma il punto è un altro: fino a quando sarà conveniente proporre brani che sembrano usciti da un incontro tra Spagna e Massimo Di Cataldo?
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)

Bambole di Pezza – Resta con me

Per la prima volta una band di sole donne al Festival di Sanremo, un ritorno dopo essere state delle meteore punk-rock qualche anno fa. L’effetto un po’ Virgin Radio di “Resta con me” non oscura una proposta decisamente energetica. Danno il meglio nella serata delle cover, quando si presentano accogliendo Cristina D’Avena per una personalissima versione di “Occhi di gatto” proposta a chitarre spianate. Durante l’esecuzione spunta un frammento di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, ed è esattamente in quei venti secondi che le Bambole di Pezza dimostrano di saper suonare, cantare, e di saper affrontare senza timori un classico intoccabile, uno di quelli che metterebbe in soggezione anche l’artista più scaltro. Una delle poche proposte “alternative” di questa edizione.
Voto: 7
(Claudio Lancia)

Chiello – Ti penso sempre

In un’epoca in cui le chitarre sono in via d’estinzione, questa canzone un po’ post-punk ne mette una in primo piano, ed è una variazione gradita nelle noiosissime serate sanremesi del Conti-bis. Purtroppo fatica a decollare: l’energia chitarra-basso-batteria si scioglie negli archi, in un ritornello che non è esattamente un’esplosione, interpretato abbastanza bene ma senza guizzi da una figura snella, con i capelli che sembrano usciti da un manga.
Non aiuta il testo d’amore, con un po’ di doppiaggese (“fottuto letto”) e quel ribaltamento che arriva dopo una manciata di secondi (“Voglio disinnamorarmi”) e che quindi poi perde tutto la sua capacità di sorprendere. Chiello ci ha già abituati a certi eccessi drammatici, un po’ adolescenziali nonostante abbia 26 anni, ma “Lasciami sciogliere nell’agonia” è una frase talmente esasperata che suonerebbe eccessiva persino per un lugubre brano doom-metal, figuriamoci per questo pop-rock innocuo. Si ferma al venticinquesimo posto, fin troppo punitivo.
Voto: 5,5
(Antonio Silvestri)

Dargen D’Amico – Ai ai

Che pasticcio, questo Sanremo, per Dargen: l’idea di unire ritmo e messaggio, attraverso quel mix di nostalgia e divertimento che lo ha fatto amare dal pubblico con “Dove si balla”, si è ormai sgasata alla terza partecipazione al Festivàl. Ci gioca, un po' anche lui, aprendo come se fosse una ballata per pianoforte e, terrorizzando tutti, parte subito un pop-rap da ballare che strappa al massimo un sorriso poco convinto quando cita l’assurda vicenda di Carlos Raposo, calciatore leggendario che concluse a 26 anni una carriera fatta di mille scuse per non giocare. Rispetto al passato canta un po’ di più e si sente, perché fa fatica qua e là a rimanere intonato. L’intelligenza artificiale è un pretesto, il messaggio di pace è assai vago: davvero il minimo sindacale per uno dei liricisti più creativi che abbiamo in Italia, ma si sa che quel palco smussa e omologa (quasi) tutti. La cosa più memorabile è il kimono-parquet della prima serata, non esattemente un buon segno. Severa risposta della classifica finale, che lo vede affondare al numero 27, poco sopra Elettra Lamborghini.
Voto: 5
(Antonio Silvestri)
 

Ditonellapiaga – Che fastidio!

Gli organizzatori di Miss Italia hanno minacciato azioni giudiziarie per via del titolo del suo prossimo album. Ma lei se ne frega, e la prima sera non teme di essere la prima a salire sul palco, una sfida vera, visto che la sua canzone non è proprio politically correct, e la giuria della Sala Stampa la piazza subito fra le prime cinque. Margherita si abbatte sul Festival come il principale uragano di questa edizione, il Lucio Corsi del 2026 e, tanto per non farsi mancare niente, è la protagonista più attesa nella serata dei duetti, quando dà vita insieme a TonyPitony all’azzeccata cover dell’evergreen “The Lady Is A Tramp”. E si portano la vittoria a casa: niente male! Sin troppo facile prevedere “Che fastidio!” fra i principali tormentoni dei prossimi mesi. Dirige l’orchestra Carolina Bubbico. Trascinante energia. Chiude in trionfo, sul podio, con un meritatissimo terzo posto in classifica generale, più il Premio "Giancarlo Bigazzi" per la migliore composizione musicale.
Voto: 7,5
(Claudio Lancia)

Elettra Lamborghini – Voilà

Elettra è ormai da tempo un personaggio televisivo tanto discutibile quanto onestamente simpatico. Ha una carica kitsch tutta sua che non dispiace, certo non è una cantante professionista e le “sue” canzoni tornano utili per animatori e campeggi nei balli di gruppo. La Lamborghini si ripresenta a Sanremo con una canzone che omaggia fin dall’attacco e poi nel ritornello da “tutti giù per terra” la Carrà, ma talmente innocua da dimenticarla già cento secondi dopo averla ascoltata. C’è un coraggio e in particolare un’ostinazione che andrebbero almeno sulla carta premiati ma il livello è troppo basso e l’Ariston, nonostante la scarsa qualità di questa edizione del Festival, non è mai una piazzola.  
Voto: 4
(Giuliano Delli Paoli)

Eddie Brock – Avvoltoi

Una volta esisteva un filtro igienico che impediva a cantanti con poca esperienza di accedere all’Ariston, oggi invece abbiamo Eddie Brock. Rappresenta perfettamente lo scomposto tentativo di Conti di acciuffare l'interesse dei giovanissimi che Amadeus era riuscito a conquistare più organicamente: una sensazione, assai transitoria, di TikTok a cui viene concesso un palco di enorme importanza per il nostro mainstream.
Si presenta come lo zio che ha bevuto troppo al matrimonio e si appropria del microfono del karaoke, urlando come un ossesso un testo degno del Marco Masini d’epoca. L’amore non ricambiato diventa l’occasione per insultare gli altri pretendenti (“quell’uomo che non vale niente”) e subdolamente dare a lei della poco di buono (“è più facile per te farti spogliare/ che spogliarti il cuore”), che lui magnanimo accoglie sul suo grande petto virile (“poi torni da me a piangere sul petto”). Un teatrino un po’ tossico (“Mi mordo la lingua fino a sanguinare”), apparecchiato con un arrangiamento prevedibile fatto di strofe pensose e ritornelli sguaiati, ingolfati dall’orchestra. Se la prima sera è un disastro annunciato, con note sfuggite e intonazioni dubbie, nelle successive esibizioni si ha la conferma che non è stato esattamente un episodio sfortunato. C’è persino il “na na na na na na”: emetico, tanto da ambire all'interesse dei centri antiveleni. Un meritato ultimissimo posto.
Voto: 2,5
(Antonio Silvestri)

Enrico Nigiotti  Tutte le volte che non so volare

Un po' Vasco Rossi è un po' Francesco Gabbani, questa riflessione ombelicale e tristarella, gonfia di retorica infantile fatta di “mostri” e “voli”, è interpretata da Nigiotti con i lucciconi agli occhi e un’intensità che ogni tanto collima con espressioni di chi ti vuole menare. Punta dritto al cuore, cercando di conquistare con una fragilità sbandierata che contrasta con un fisico che intimorisce. Nessun parente che urina, per fortuna, ma il pezzo non c’è neanche questa volta: questa malinconia è troppo scontata, una pappa di lacrime e commozione a cui manca una storia che funga da giustificazione. In memoria di "Nonno Hollywood", diventa il momento ideale per andare a mingere nelle infinite nottate del Conti-bis.
Voto: 4
(Antonio Silvestri) 

Ermal Meta – Stella stellina

A leggere chi ha ascoltato le anteprime, doveva essere una specie di reggaeton, invece Dardust ha amalgamato mediterraneo ed elettronica per teletrasportare Ermal Meta in Medio Oriente. E dire che hanno già i loro problemi.
Aperta dai versi di una filastrocca infantile, è un brano sulla guerra e i bambini morti, che fa di tutto per colpire a tradimento l’ascoltatore: abbassata appena la guardia illusi da un ballo folkloristico, c’infilza con versi spietati come “Ma non c’è quel che c’era/ Non ci sei più tu”, “Oh, mia bambina, la notte è nera nera” o “Nel vento della sera ci sarai pure tu”.
Un frullato indigesto di infantile e tragico, un po’ da ballare, interpretato in modo impacciato e con un’inspiegabile momento in cui ci si lancia in vocalizzi da muezzin di Temu. Un ottovolante emotivo, o semplicemente un accrocchio tenuto insieme da un subdolo ricatto morale. Il brano, in teoria, parlerebbe di Gaza, ma bisogna cercare con santa pazienza gli indizi di questa geolocalizzazione: perfettamente in linea con un Sanremo fuori da ogni tema anche potenzialmente divisivo.
Lo si propone come vincitore dell'appena istituita “Coppa Cristicchi”, l’insigne riconoscimento che spetta a chi propone il brano sanremese più patetico dell’anno, facendo di un tema rispettabile un’opportunità di acciuffare il fugace successo garantito dall’Ariston. L’altra contendente, Serena Brancale, non può competere con gli ultimi versi cantati guardando dritto in camera, con sguardo intensissimo: “Non ti ho dimenticato/ Aspetto il tuo ritorno/ Come le farfalle/ Hai vissuto solo un giorno”. 
Voto: 4,5
(Antonio Silvestri)

Fedez & Masini – Male necessario

Al super-attico dell’egocentrismo si può accedere solo citandosi in un brano di Sanremo, come fa qui Fedez in alcuni versi d’ispirazione biblica: ci mancava che si paragonasse direttamente a Gesù.
Questa canzone è una mezza ammissione di colpa di due uomini feriti. Inizia con un rap piangino, poi Masini si sgola come suo solito e Fedez rappa come se fosse ancora il 2003. Tutto già sentito, già visto, noioso se non irritante.
Il climax vede i due che cantano all’unisono, un quadretto surreale: un sessantenne barbuto e paonazzo che spettina con gli acuti un trentaseienne che con l’intonazione ha bisticciato da giovane.
Verrebbe da definirla una canzone passivo-aggressiva (“Nel frattempo giuro mi puoi odiare”; “E ringrazierò il passato/ E chi mi ha condannato”) ma è soltanto molto furba: dice e non dice, come quelli che si scusano aprendo con “per chi si fosse sentito offeso...”. Il pubblico li adora, ma visto come vanno le elezioni in mezzo mondo non ne farei un vanto. Qualcuno si tatuerà ovvietà “Ci ho messo una vita per sentirmi vivo” sul costato, perché non c’è fine al peggio. Il titolo è un avvertimento a noi ascoltatori: evidentemente ce lo meritiamo.
Arrivano nella cinquina finale e improvvisamente la prospettiva che vinca uno qualsiasi degli altri quattro è una disperata speranza. Per fortuna si ferma al quinto posto.
Voto: 4
(Antonio Silvestri) 

Francesco Renga – Il meglio di me

Sorprendentemente trasformatosi nell’Al Bano della sua generazione, ogni sua partecipazione è uno tsunami di vocali allungate all’infinito. Questa volta, però, l’esibizione convince più che nelle ultime occasioni, grazie a uno sviluppo più dinamico. È un altro uomo che si scusa sul palco più famoso d’Italia (“Perdona il peggio di me, il peggio di me, il peggio di me”), che azzanna il microfono soprattutto nel finale. Si piace tantissimo, così sorge l’impressione che non sorrida a noi ma a qualche specchio fuori dall’inquadratura. Non è facile immaginare un motivo per ascoltare questa canzone fuori da questa settimana di sequestro di persona musicale, purtroppo, a meno che non abbiate un improvviso calo di “A” e di “E”. Relegato in bassa classifica ma, conoscendolo, ci riproverà. 
Voto: 5,5
(Antonio Silvestri)

Fulminacci – Stupida sfortuna

Chi ha scoperto Fulminacci qualche anno fa, quando in molti nel circuito romano lo inquadrarono come il più naturale erede di Daniele Silvestri (e si sente anche fra le pieghe di “Stupida sfortuna”), sarà rimasto parzialmente deluso da una canzone ultra malinconica e da una performance un pochino dimessa. Il giovane cantautore osa poco o niente, e perde una grande occasione per lasciare una traccia importante. Fulminacci resta un pochino ingessato anche quando sceglie di scendere a cantare in mezzo al pubblico. Non incide più di tanto nemmeno quando sceglie di farsi affiancare dalla giornalista Francesca Fagnani per “Parole Parole” un duetto a ruoli invertiti non completamente riuscito. Dirige l’orchestra Golden Years. Per la definitiva consacrazione occorrerà attendere il prossimo giro, ma intanto strappa un significativo settimo posto in classifica generale, più un ancor più significativo Premio della Critica "Mia Martini".
Voto: 6
(Claudio Lancia)

J-Ax – Italia starter pack

Il titolo anticipa già quello che la canzone propone, che è poi quell’idea di critica sociale un po’ complice e un po’ irritante che J-Ax porta avanti da troppi (troppi!) anni. Per capirci, il nostro ha l’acume di proporre versi come “Sto paese lo capisci da un cantiere/ Cinque dicono che fare, uno solo che lo fa”.
A fare la differenza, almeno alla prima esibizione, è il colorato spettacolo abborracciato sul palco, una via di mezzo tra la fiera di paese e un circo un po’ sfigato. La seconda volta, però, è tutto già visto: come una battuta di spirito, se la ripeti non diverte più.
Aperta dal battimani e un violino, s’affolla di banjo e cheerleader, poi sbraca nel ritornello e butta tutto in caciara con un pernicioso “pappapparappa”: meglio le carie. Prende a pretesto il country per suonare in realtà un pop chiassoso, che lui rappa stancamente o grida come l’ugola gli permette, cioè malaccio. Apprezzabile l’onestà di definirla “una brutta canzone”: condivisibile.
Voto: 5,5
(Antonio Silvestri)

LDA e AKA 7even  Poesie clandestine
Sulla carta un disastro annunciato, invece si approcciano al palco con leggerezza, divertendosi e persino divertendo. Animano il brano, un pop-rap un po' latin con i percussionisti sul palco, le ballerine e una buona chimica. Sono giovani, nel senso più positivo del termine: possono ancora crescere, sfruttando l'entusiasmo di chi è già contento di essere in gara all'Ariston. "Bella da farmi mancare l’aria/ Tu sei Napoli sotterranea" stuzzica il misuratissimo orgoglio partenopeo ed è una delle poche immagini originali di questa edizione. Colonna sonora perfetta della gita delle superiori nella città di Partenope.
Voto: 5
(Antonio Silvestri)

Leo Gassman  Naturale

Sussurra, ammicca, si agita, si sgola mentre ci tormenta con questo eyeliner che cola e un messaggio pericolosamente vicino a una red flag: “Sei più bella al naturale”, consiglio molto ascoltato nei centri antiviolenza di tutta Italia. Comunque, sa muoversi sul palco e conduce la ballata, piena di contrasti tra piano e forte, alla sua prevedibile destinazione. Non ci si aspettava nessuna sorpresa, a ragione. Come tanti altri, vale la domanda: abbiamo totalizzato l’ingombrante totale di 30 concorrenti perché era assolutamente necessario inserire brani dimenticabili come questo? Meritatissimo ventottesimo posto.
Voto: 4
(Antonio Silvestri)

Levante  Sei tu

Bisogna essere abbastanza masochisti per tornare in radio con una canzoncina valida come “Niente da dire”, che a suo modo riporta a galla i primissimi tempi di Levante, quando non era ancora una scrittrice da romanzetto innocuo, alla Chiara Gamberale, per intenderci, una giudice talent dal dente spesso avvelenato e soprattutto una specie di influencer con la puzzetta sotto il naso, e poi ripresentarsi all’Ariston con una smielata come “Sei tu” che supera virtualmente destra anche Kekko dei Modà in preda a un delirio di onnipotenza melodica. Levante è l’esempio di come una brava cantautrice con del potenziale pop finisca per essere subito travolta da un successo che per quanto effimero purtroppo ti cambia tristemente l’anima. Musicale, s’intende.
Voto: 4,5
(Giuliano Delli Paoli)

Luchè – Labirinto

Luchè ha scritto la storia del rap napoletano con i Co’Sang, poi a un certo punto ha avviato una carriera solista tra alti e bassissimi, dissing fuori tempo massimo, diari di bordo da rapper maledetto che le ha viste tutte e chi più ne ha più ne metta. Arriva a Sanremo dopo Geolier, l’enfant prodige dell’hip hop partenopeo, con la speranza di farsi notare anche da un pubblico ignaro dei suoi fasti. E lo fa con una canzone scritta insieme, tra gli altri, a Davide Petrella e Rosario Castagnola, due pesi massimi del nuovo corso pop napoletano ma non solo. “Labirinto” è una buona ballata pop, vagamente mistica nel ritornello e afflitta quanto basta. Il dramma è che Luchè non sa affatto cantare e all’Ariston certe cose giustamente alla fine poi non te le perdonano. Nonostante l’oggettiva mediocrità della sua performance canora, la canzone riesce a piacere a una sala stampa sempre più imbarazzante nei giudizi, stregata com’è da comunicati esagerati e cenette con discografici e addetti alla comunicazione di turno. Mentre il pubblico più giovane da casa, chiamato in causa sui social da Geolier, corre in massa a votarlo. Farà anche bene in radio ma resterà sempre la curiosità di ascoltarla per la prima volta, ossia cantata da qualcun altro. Andrebbe bene anche Pupo. Finanche un Drupi.
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)

Malika Ayane – Animali notturni

Mettiamo un po’ sul piatto Sorrenti, che tra poco è estate, deve aver pensato Malika quando ha deciso di tornare al Festival. “Animali notturni” (che è anche il nome di un brand del quale Ayane è testimonial, coincidenza “equina”, per dirlo con Eduardo, tanto da mandare in escandescenza i piani alti di via Teulada) è una canzone che sembra uscita da una pellicola di serie b degli anni ’70, quando appunto in tanti puntavano a emulare in qualche modo Alan e i suoi cavalli di battaglia. Malika, essendo sulla carta una cantante lirica, con un brano allegro del genere passeggia al microfono, si diverte e addirittura balla. Manca però quel quid, per l’esattezza quella variazione melodica sorprendete, che tramuti il brano da canzonetta di passaggio in qualcosa di più corposo.
Voto: 5,5
(Giuliano Delli Paoli) 

Mara Sattei – Le cose che non sai di me

Nonostante sia una millennial, canta una ballata classica, che interpreta bene soprattutto quando si allontana dal registro più basso. Nel Festivàl più medio degli ultimi anni, lei galleggia di serata in serata, senza spiccare e senza farsi ricordare per un dettaglio, una frase, nulla di nulla. Neanche la firma di Thasup aiuta granché, perché ci si adagia sui soliti allunghi vocali, sentiti e risentiti, che animano pigramente una dedica romantica delle più telefonate. “Ma quanto è bella la follia?” fa salire il Basaglia. Penultima, ma solo perché c'è Eddie Brock a sorvegliare strenuamente la trentesima posizione.
Voto: 4
(Antonio Silvestri)

Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta

Unici veri rappresentanti del giro indie nazionale, coppia anche nella vita, Maria Antonietta e Colombre portano la medesima ventata di freschezza che caratterizzò qualche anno fa la partecipazione di Colapesce e Dimartino con “Musica leggerissima”. La prima sera Maria Antonietta si presenta con un outfit che ricalca in maniera perfetta quello indossato da Nada nell’edizione del 1969, quando a soli 15 anni si piazzò al quinto posto con “Ma che freddo fa”. “La felicità e basta” assomiglia a una delle tante canzoni sfacciatamente pop dei Baustelle, quelle con i ritornelli killer che ti si stampano in testa, a dimostrazione di quanta influenza ha Francesco Bianconi nell’odierno songwriting italiano (se ne trovano tracce anche nella canzone di Patti Pravo). Maria Antonietta e Colombre sul palco portano i propri strumenti, perché non vogliono essere percepiti come semplici esecutori ma come musicisti. Serata cover senza particolari sussulti, accanto a Brunori SAS per omaggiare “Il Mondo” di Jimmy Fontana. Alla fine ringraziano tutti: dopo anni di gavetta è stata una gran bella settimana per loro. Ed ora via a riempire i live club di tutta Italia. 
Voto: 8
(Claudio Lancia)

Nayt – Prima che

Mood notturno, un sound che rivolge lo sguardo verso il trip hop, Nayt è amatissimo dai più giovani, ma il martedì, all’esordio assoluto sul palco dell’Ariston, subisce l'emozione che lo rende un po' rigido. Nesseun particolre sussulto nemmeno nella serata dei duetti, quando esegue in coppia con la talentuosa Joan Thiele “La canzone dell’amore perduto” di Fabrizio De Andrè. E neanche durante la maratona finale del sabato, affrontata in total black. Super serioso, non buca lo schermo come avrebbe potuto, ma arriva comunque a un passo dai cinque finalisti, chiudendo con un ottimo sesto posto in classifica generale. Cupa al punto giusto, la canzone crescerà ulteriormente con il tempo, diventando con tutta probabilità un classico del suo repertorio.
Voto: 6,5
(Claudio Lancia)

Patty Pravo – Opera

Alla divina Strambelli le si vuole infinitamente bene sempre e comunque. Assodato questo, la Patty nazionale torna all’Ariston con una canzone che più epica nel ritornello non si può, ma anche vagamente innocua nel testo al netto dei ricordi personali che evoca, per una sorta di confessione attempata sui tempi andati e conditi da una follia eterna, quasi fisiologica per una delle regine della canzone italiana, una che “gli uomini me li fumo come sigarette”. Piace ovviamente al pubblico over 60 che guarda ancora Mara Venier ma finirà inevitabilmente per essere dimenticata in fretta, al netto di un’interpretazione sentita per una settantasettenne come l’ex mattatrice del Piper.
Voto: 6
(Giuliano Delli Paoli)

Raf – Ora e per sempre

In una recente intervista rilasciata per OndaRock, Raf ha dichiarato assurdo il fatto che Sanremo sia ormai l’unica vetrina utile della musica italiana. Una constatazione che non fa una piega. Purtroppo però l’ex dominatore dei Festivalbar e delle classifiche degli anni ’80 e ’90 torna all’Ariston con una canzone talmente sciatta, innocua e dimenticabile già al primo ascolto da poter in teoria essere scartata addirittura anche da un Giuliano Sangiorgi. Il che è tutto dire. Raf passa sul palco dell’Artison senza lasciare alcun segno, mentre sui social l’attenzione è più per il suo essere esteticamente sempreverde che per il brano in sé. E anche questo, ahinoi, dice tutto sulla bontà di “Ora e per sempre”.
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)

Sal Da Vinci – Per sempre sì

Prendete “Se bruciasse la città” di Massimo Ranieri, strapazzatela in una busta piena di confetti bianchi, agitate bene, coloratela con una soluzione per capelli, vestitela di lucido neomelodico e poi “servitela” con furore all’Ariston. “Per sempre sì” è questo ma anche altro. Ossia un inno all’amore eterno in chiave finto monastica da cantare a squarciagola ai matrimoni più calorici a cui possiate partecipare se siete a Napoli e dintorni. “Per sempre sì” ha stregato Ariston, sala stampa e buona parte del pubblico che continua a cantarla ascoltandola praticamente da ogni piattaforma possibile. E nonostante sia una canzone orrenda, farà la fortuna di Da Vinci, uno che nella sua carriera ha studiato moltissimo e che merita rispetto a prescindere. Ma che conosce anche molto bene gli shaker più kitsch del mercato discografico italiano di questi maledetti tempi, vedi “Rossetto e caffè”.   
Voto: 4
(Giuliano Delli Paoli) 

Samurai Jay – Ossessione

Reggaeton ultra-prevedibile e da spiaggia con Belén rediviva che balla come una forsennata offrendoti magari il suo piede da cui sorseggiare calientamente lo champagne che scivola lungo le sue gambe. Tutto questo è “Ossessione”, la canzone con cui Samurai Jay, uno che lo scorso anno con “Halo” ha dominato TikTok e quel che resta dei jukebox estivi, debutta a Sanremo. Gennaro canta, si diverte, balla, ammicca, scambiando l’Ariston per una pista da ballo di salsa e merengue. A suo modo fa anche “bene” perché l’intento è quello di farsi notare ancora di più dopo aver assaggiato un certo successo via social. Il punto è che l’Ariston non dovrebbe essere questo, per dirla proprio con Raf. Premio simpatia ma Sanremo o quel che resta della kermesse di un tempo è un’altra cosa.
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)

Sayf – Tu mi piaci tanto

Così così nelle prime due tornate, quando in molti si son lasciati ingannare dal ritornello apparentemente frivolo. Sayf è l’artista più amato fra i giovanissimi in questa edizione del Festival di Sanremo, una vetrina che lo lancia definitivamente verso una notorietà molto più ampia. Il giovedì, quando entra in scena il televoto, finisce dritto nei primi cinque, il venerdì si piazza al secondo posto nella serata delle cover grazie a una travolgente esecuzione di “Hit The Road Jack” insieme a Mario Biondi, Alex Britti e la mamma corista. E’ lì che conquista tutti, finalmente padrone del palco, mostrando anche le proprie qualità alla tromba. L’impegno di Daniele Silvestri unito all’esotismo di Ghali per un futuro che potrebbe delinearsi ricco di soddisfazioni. E un presente che gli consegna un incredibile secondo posto!
Voto: 6,5
(Claudio Lancia)

Serena Brancale – Qui con me

Secondo posto della neonata “Coppa Cristicchi” stravinta da Ermal Meta (vedi sopra), la dolente ballata dedicata dalla madre morta da Serena Brancale è interpretata con grande intensità fin dalla prima serata, e infatti si guadagna un applauso lungo e meritato dall’Ariston ogni volta che viene eseguita. Un pezzo della dolente storia luttuosa familiare è nella direttrice d'orchestra, sorella di Serena: praticamente, una seduta di psicoterapia familiare in eurovisione.
Non ascolterei una canzone così drammatica e didascalica neanche con le orecchie di un altro, se non nella dimensione parallela della settimana sanremese, ma se ancora dev’essere questo il palcoscenico del canto allora la Brancale ha pochi rivali tra i trenta accorsi in Liguria quest’anno: anche rispetto all’usignolo Arisa è più calda e fantasiosa; a confronto dell’ipertricotico Renga è più poetica ed elegante. Talento e capacità sprecate, certamente, ma almeno presenti. A Sanremo ugola-e-lacrime è una combinazione che spesso garantisce ottimi risultati nella classifica finale ma sorprendentemente si ferma al nono posto.
Voto: 6,5
(Antonio Silvestri)

Tommaso Paradiso – I romantici 

Prendete una delle tante canzoni del Paradiso solista, quelle che riportano subito a una variante carbonara di Luca Carboni, ascoltatela per venti secondi e poi fate partire “I romantici”. Ebbene, non noterete alcuna differenza, nessuno sforzo compositivo compiuto dall’ex frontman dei Thegiornalisti. Zero assoluto. Non il duo, per carità. Il cantautore romano fan di Vasco e appunto Carboni al punto da emularli all’inverosimile approda a Sanremo con il vento ormai fermo dei tormentoni di qualche anno fa. “I romantici” è una canzonetta it-pop come altre centomila di Paradiso e non solo. A partire dalle strofe con il piano sempre uguale e dal ritornello che arriva come un gol di Haaland tutto solo davanti alla porta. I violini aiutano qui e là ma è troppo poco. Tommaso ci crede, tra “bacio prima di partire” e una “doccia prima di dormire”. Altro?
Voto: 4,5
(Giuliano Delli Paoli)

Tredici Pietro – Uomo che cade 

Una delle piccole (poche) sorprese di questa edizione, ha un bel groove ed è interpretata senza sopravvalutarsi, come troppo spesso accade da queste parti. Le strofe hanno qualcosa di sinuoso, persino sensuale: merce rara su un palco generalmente sterilizzato, asettico. La canzone si apre nel ritornello, dolceamaro, che lui interpreta meglio dopo il primo tentativo un po’ troppo sforzato: “E faccio un’altra figuraccia/ Come un bambino scivolato in una piazza/ A volte siamo bravi a sparire/ Per non rischiare/ Di farci male”. Buon uso dell’orchestra, con gli ottoni e i cori che aggiungono profondità al ricercato arrangiamento. Si distingue e si ricorda, anche se manca di un colpo creativo nel finale, accontentandosi di una breve variazione acustica. Sfuma di tre posizioni la possibilità di rispettare il proprio nome d'arte: sedicesimo.
Voto: 7
(Antonio Silvestri)

Fonte 

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