Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

28/03/2026

La svolta dei quartieri popolari: “ora basta!”

Sarà il caso di studiare meglio, e soprattutto interpretare nel lavoro politico e sociale, l’importante cambiamento messo in luce – e subito silenziato – dall’analisi del voto referendario.

Stiamo parlando del rovesciamento avvenuto tra voto nei quartieri “bene” e quelli popolari. Da quasi un trentennio, sotto la spinta di politiche liberiste gestite da forze che si dicevano di “centrosinistra” – democristiani ed ex Pci, sostanzialmente – lo spettro delle “riforme” aveva assunto i contorni macabri della perdita di diritti, prestazioni sociali, servizi, che andavano a ridurre salari immobilizzati dall’“austerità” del “ce lo chiede l’Europa”.

Non che i governi berlusconiani abbiano fatto politiche diverse – anzi! – ma la riduzione delle differenze tra “progressisti” e reazionari al solo “conflitto di interessi”, bon ton colloquiale, diritti civili a costo zero (per minoranze effettivamente discriminate), e altri temi tutto sommato “aerei”, avevano prodotto una presa sociale della destra sui settori popolari grazie ad un eloquio “populista” ben rappresentato prima dalla Lega prima, poi dai berlusconiani, per un attimo dai “grillini” e infine dai fascisti ora al governo.

Di fatto i quartieri e le fasce sociali autodefinitesi “progressiste” erano quelle benestanti, acculturate, “ceto medio riflessivo”, creando così il topos della “sinistra ztl”, comunemente chiamata “radical chic”.

Era del resto l’espressione politica di interessi di classe medio-alti, che chiedevano totale libertà d’azione e un quadro di diritti civili/culturali coerente con la medietà europea.

Ai “poveri” – a cominciare dai lavoratori – non restava che affidarsi alle vane promesse di una destra articolata e in grado di presentarsi come una possibile soluzione diversa.

Quasi quattro anni di governo Meloni, di sforzi belluini per i “conti in ordine” come da diktat di Bruxelles, e soprattutto di guerra, con il genocidio di Gaza assurto a reale orizzonte collettivo del laissez faire capitalista, ha generato prima le grandi mobilitazioni dell’autunno, poi – alla prima occasione utile – una bastonata sui denti al governo in carica.

Per universale consenso, infatti, del “merito” della riforma della giustizia non importava niente a nessuno, tranne ai diretti interessati (imprenditori, finanzieri, intermediari d’affari e politici di carriera). Ma era diventato importante far sentire un “basta” furibondo, una centralità dei bisogni di massa, che nessun partito oggi in Parlamento è in grado di rappresentare, ma è la base su cui le soggettività antagoniste attive possono e debbono fondare la ricostruzione di un sistema di organizzazione e anche di rappresentanza politica.

Senza nessuna fregola elettoralistica a breve termine, ma con la determinazione ferrea di costituire un blocco sociale per cambiare tutto. Sul serio.

La lucida notazione di un fine economista marxista come Emiliano Brancaccio, che qui vi proponiamo, è solo il prima stimolante invito ad una riflessione che va sviluppata nel vivo del corpo sociale, non solo o non principalmente a tavolino.

Buona lettura.

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La vittoria referendaria presenta il conto alle opposizioni

Emiliano Brancaccio – il manifesto

È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del NO al referendum.

Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare.

Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini.

Il primo dato è che specie al centro e al nord il “sì” ha prevalso nei quartieri ricchi delle città metropolitane. In gran parte, è quel mondo di proprietari e professionisti serventi che hanno fornito l’interpretazione autentica del referendum, sintetizzata nel monito di Giorgia Meloni: «Non disturbare chi vuole fare».

Il “sì” è stato da questi inteso come l’avvio di una nuova stagione, diciamo pure di «liberismo illiberale», in cui i padroni potessero avere mani più libere anche dinanzi alla legge e ai giudici. Ebbene, il progetto di questa «ztl padronale» è uscito severamente sconfitto dal referendum.

Il secondo dato è la massa inedita di giovani, elettori ed elettrici, pervase dal timore di separarsi dalla Costituzione delle origini e dalla voglia di dare concreta attuazione alla carta. Soprattutto, sconvolti dal genocidio di Gaza e disgustati dall’ignavia compiacente del governo in carica, i giovani del NO hanno rivendicato l’urgenza di rivitalizzare i principi costituzionali. A partire dal ripudio della guerra, invocato come bussola operativa della politica estera.

Partendo da questi due dati, è lecito prevedere che dal gioioso caos della vittoria referendaria si generi la stella di una credibile alternativa politica? Verifichiamolo sul campo più infido: la politica economica, interna e internazionale.

All’interno, sono decenni che il padronato italiano pretende di tagliare anche gli ultimi lacci e lacciuoli con cui il legislatore, i giudici e i sindacati ostacolano i cosiddetti «liberi affari». Sono quegli stessi padroni che invocano, al contempo, generose manne di sussidi pubblici per le loro imprese, anche se decotte.

Ebbene, la sconfitta referendaria della «ztl padronale» potrebbe essere intesa come un’occasione per mandare in soffitta questa dominante sottocultura da capitalismo retrogrado, causa principale della storica crisi di produttività del paese.

Dopo la lunga epoca di tagli dei lacci legali e generose prebende pubbliche ai padroni, potrebbe insomma farsi largo un consenso inatteso per l’opzione opposta: ossia, taglio dei sussidi alle imprese inefficienti e intensificazione dei vincoli normativi, dal rafforzamento delle regole della transizione ecologica, all’aumento dei controlli di legalità nelle aziende, al rilancio dei salari a mezzo di una rinnovata scala mobile e minimi retributivi di livello europeo, capaci finalmente di mordere gli imprenditori italiani e costringerli a innovare.

In fin dei conti, simili misure non farebbero altro che rievocare i sacrosanti «costi del progresso», sociale e civile, che attraversano lettera e spirito della costituzione repubblicana. Se interpretata in questi termini materialisti, la sconfitta referendaria della «ztl padronale» potrebbe diventare un’opportunità per forzare l’imbolsito capitalismo italiano a intraprendere una via di concreta modernizzazione.

Beninteso, l’operazione al momento è lunare. Anche tra le forze d’opposizione, l’ideologia del più retrivo capitalismo ha fatto proseliti. Soprattutto i populisti hanno gareggiato con le destre a blandire gli imprenditori inefficienti, con tagli ai lacci normativi e prebende pubbliche. Se si vuol cogliere l’occasione, bisogna invertire la tendenza.

Resta il versante internazionale, su cui si gioca la partita più dura, sulle condizioni economiche della guerra o della pace. I massacri avvenuti in questi anni, dall’Ucraina al Tigray, dalla Siria al Sudan, dalla Palestina all’Iran, sono tutti riflessi, diretti o indiretti, della crisi egemonica dell’impero americano, afflitto dal declino di competitività e dal debito verso l’estero. Questa crisi durerà a lungo, tra fasi di quiete apparente e nuovi sussulti, che rischieranno ogni volta di gettare il mondo nel fuoco.

In questo esondare di conflitti economico-militari, l’Italia ha scelto finora un indirizzo politico subalterno agli interessi del vecchio impero. Una linea che contrasta con la vocazione del paese quale crocevia di relazioni commerciali con l’intero globo. E che asseconda le pulsioni dei più feroci guerrafondai sullo scacchiere internazionale.

Si potrebbe cambiare rotta, ancora una volta nella lettera e nello spirito di pace che pervade la Costituzione. Ma anche su questo versante la strada è impervia. Nell’opposizione, specie tra le file dei democratici, restano infrattate certe smanie imperialiste verso il grande riarmo. Anche qui ci sarebbe da fare autocritica. Separare il proprio destino da quello dei pifferai della guerra capitalista sarebbe almeno un inizio.

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