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30/03/2026

Se gli Usa mettono “gli scarponi nel pantano” iraniano…

Un mese di guerra e la situazione si complica. L’unica buona notizia è che Trump e Netanyahu non hanno un solo alleato convinto che sia stata fatta una scelta intelligente con la guerra aperta all'Iran. Poi, certo, il codazzo dei servi è sempre nutrito, ma tra una partecipazione entusiasta e qualche aiuto di contorno la differenza è grande.

Va fatto notare ai tanti distratti che il tycoon doveva andare in Cina per discutere un ampio ventaglio di questioni che contrappongono gli interessi dei due paesi, ma l’appuntamento è slittato da marzo ad aprile e poi – per ora – al nove maggio.

Non serve un traduttore per intuire che Xi Jinping non è disposto ad incontrarlo mentre sta ancora bombardando un paese con cui ha stretto da anni accordi commerciali reciprocamente vantaggiosi e costituiva una tappa importante del progetto “Nuova via della seta”.

Ma la strada che gli Usa hanno preso per il momento sembra quella di una nuova dose della stessa droga, che in una guerra viene definita escalation e nelle tossicodipendenze non sappiamo.

Stando alla sintesi fatta dal ministro degli esteri iraniano, Araghchi, “gli Stati Uniti dicono pubblicamente di volere una trattativa, ma segretamente stanno mandando truppe per attaccarci anche via terra”. E bisogna dire che le informazioni in mano a Teheran sembrano di solito piuttosto serie.

Ad esempio, il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie, rivendicando il bombardamento di “un magazzino a Dubai che custodisce sistemi anti-droni provenienti dall’Ucraina, destinato ad assistere l’esercito americano” ha precisato che “21 ucraini erano presenti anche in quella posizione”, ma di non avere informazione sulla loro sorte.

Numeri netti, fino alla singola unità, non cifre buttate lì per fare sensazione... 

Una verifica arriva pure dal “colpo grosso” portato alla base di Prince Sultan, in Arabia Saudita, dove tra l’altro è andato distrutto un E-3 Sentry AWACS (aereo da sorveglianza, comando e controllo), indispensabile per coordinare gli attacchi e allertare le difese, dopo che diversi radar a terra erano stati distrutti. Non è una vanteria, visto che le foto del rottame sulla pista hanno fatto il giro del mondo.

Non migliore pubblicità ha fatto la portaerei Gerald Ford, “la più grande del mondo”, costretta a ritirarsi dall’Oceano Indiano ufficialmente a causa dell’intasamento dei bagni e di un incendio nel reparto lavanderia che però avrebbe costretto a ricorre alle cure mediche ben 200 marinai. L’immenso ferrovecchio è ora in un porto della Croazia per riparazioni urgenti, che dureranno ovviamente settimane, almeno.

Eppure tutte le fonti danno ormai per deciso un attacco anche a terra, prendendo di mira le isole iraniane nel Golfo Persico – soprattutto Kharg, terminale petrolifero principale – e le coste dello Stretto di Hormuz.

Sul punto gli scettici sono praticamente una maggioranza bulgara. Il centro studi statunitense FDD, di area repubblicana, afferma che la “conquista dell’isola iraniana di Kharg rischia di rivelarsi un fallimento, in quanto comporterebbe pesanti perdite a fronte di minimi vantaggi operativi o strategici, che potrebbero essere conseguiti in modo più efficace con altri mezzi”.

Le ragioni militari sono chiare: conquistare l’isola, appena 20 km quadrati, sarebbe abbastanza facile, ma le truppe resterebbero poi facile bersaglio per droni e missili iraniani, con la costa ad appena 30 km e tempi di percorrenza troppo stretti per attivare eventuali difese.

La logistica per mantenere funzionante la “testa di ponte” sarebbe molto costosa e a forte rischio di essere colpita, dovendo per forza di cose atterrare o approdare sull’isola. Lo stesso vale per tutte le altre isole e a maggior ragione per le montagne che dominano lo Stretto.

Le perdite umane sarebbero alte, probabilmente, annullando l’effetto “vittoria schiacciante” che Trump sta manifestamente cercando per poter chiudere la guerra senza apparire un deficiente. Ma se non ottiene un risultato “vendibile” sarà costretto a cercare qualche altro obbiettivo similare (si parla delle miniere di uranio o dei laboratori nucleari), aumentando costi, rischi e perdite.

Sarebbe insomma la classica escalation “alla vietnamita”, che fa ritrovare la superpotenza inchiodata in una situazione lose-lose, con gli stivale nel pantano, in cui perdi qualsiasi cosa tu faccia. La peggiore, per un’amministrazione che pretende di dominare il mondo... 

I problemi ci sono infatti soprattutto in casa. Manifestazioni “No Kings” a parte, tutto sommato ritenute “ignorabili” alla Casa Bianca, si sta lentamente sfaldando il consenso “Maga” intorno ad una politica bellicista che è l’esatto contrario di quel che Trump aveva promesso in campagna elettorale. Anche perché, ideologia a parte, gli elettori fanno i conti con il prezzo della benzina ormai vicina ai 5 dollari al gallone (quasi 4 litri, ma negli Usa non ci sono le accise e un prezzo di 3 dollari era già considerato “alto”).

Aggiungeteci gli agricoltori – altra pezzo importante del “blocco sociale” reazionario Usa – che vedono sparire i margini di guadagno sia per l’aumento dei carburanti che dei fertilizzanti.

Uno smottamento del consenso già registrato nei sondaggi – il “gradimento” di Trump è sceso al 36% – ma che alle elezioni di midterm, a novembre, rischia di essere ancora peggiore mettendo insieme una riduzione dell’affluenza “Maga” al voto e una reazione di rifiuto dei “repubblicani perbene”. Ma senza maggioranza al Congresso, Trump diventa un'“anatra zoppa” oppure tenta un golpe comunque traumatico e problematico.

Ci sono tanti modi di perdere una guerra. E la storia Usa è un vero manuale, in questo senso...

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