È partita la campagna per la raccolta firme per una legge di iniziativa popolare sulla difesa nonviolenta promossa dalla “Conferenza nazionale enti di servizio civile”, dalla “Rete Italiana Pace Disarmo” e da “Sbilanciamoci!”, un’iniziativa che ha raccolto subito molto interesse da parte di quel variegato mondo pacifista che cerca di reagire al destino di guerra a cui sembriamo condannati.
La proposta riprende e attualizza un cavallo di battaglia storico del movimento pacifista italiano e prova a presentarsi come uno strumento utile per contrapporre la difesa civile a quella militare ed è indubbiamente questo il messaggio che sta arrivando all’opinione pubblica.
La realtà è invece più complessa e al tempo stesso più semplice: oggi, in tutti i paesi d’Europa che si preparano alla guerra, si sta applicando la dottrina della “difesa totale”, non certo a caso nata in Israele all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, in base alla quale ogni cittadino, qualunque sia la sua posizione all’interno della società, sia civile che militare, deve essere preparato e poi disponibile a sostenere lo sforzo bellico.
I sistemi di difesa civile vengono così integrati profondamente con l’apparato militare e d’altra parte questo è quanto avviene a tutti i livelli, all’interno di quel dual-use che è diventato il cardine della ristrutturazione economica e anche ideologica delle società occidentali.
Oggi chi sta lavorando per preparare le masse dei subalterni a sostenere la guerra delle classi dominanti lavora per questa “difesa totale”, applicando precise direttive europee che trovano un corrispettivo, anche ideologico, nel concetto di “resilienza”.
Si tratta di una precisa dottrina militare NATO fatta propria dai paesi europei: si chiama CIMIC (Civil Military Cooperation) ed è stata elaborata per le attività militari in paesi esteri sulla base del principio che non è sufficiente controllare militarmente un territorio, ma è necessario gestire la società e questo si fa in sinergia con gli apparati civili, dalle ONG alla gestione degli aiuti e della ricostruzione al fine di ottenere consenso e controllare le dinamiche sociali.
La dottrina CIMIC è stata poi allargata alle società interne alla NATO e prende il nome di “resilienza”, un principio in base al quale i fattori civili sono pienamente integrati nella strategia militare e fanno parte completamente dell’ambiente operativo.
Ancora più allarmante è il fatto che questa proposta di legge venga lanciata nel momento in cui il governo italiano si sta preparando a riportare la leva anche nel nostro paese; parliamo di allarme perché tutti i paesi europei che stanno reintroducendo la leva lo fanno abbinando all’arruolamento militare la libera scelta del servizio civile, vero e proprio cavallo di Troia e specchietto per le allodole che vuole far credere ai cittadini che potranno scegliere di non servire i signori della guerra; ma è lampante che nel 2026 i signori della guerra non potrebbero mai riproporre un modello di ritorno al servizio militare obbligatorio ed è per questo che propongono anche la scelta del servizio civile, il quale oltretutto rappresenta oggi un tassello imprescindibile della militarizzazione totale della società.
Per questo la proposta di legge avanzata dalla “Conferenza nazionale enti di servizio civile”, dalla “Rete Italiana Pace Disarmo” e da “Sbilanciamoci!” è una proposta non solo datata, ma perfettamente funzionale al ritorno della guerra nella sua forma contemporanea.
E d’altra parte la proposta è imbevuta di richiami al patriottismo (si veda l’insistente richiamo all’art. 52 e al “sacro dovere della difesa della patria”) e la candida ammissione di come sia necessario “riconoscere la difesa civile, non armata e nonviolenta quale componente del sistema nazionale di difesa”.
Siamo dunque perfettamente dentro la strategia dei guerrafondai europei che lavorano esattamente in questa direzione, con un’ottica ampia e intelligente volta a portare i giovani e la società tutta dentro l’orizzonte della guerra.
Lo sanno i promotori della legge che tutti i ministri della difesa europei, quando pensano di reintrodurre la leva, si ispirano al modello scandinavo? La domanda è lecita, visto che nella Relazione illustrativa che accompagna la proposta di legge si porta come esempio virtuoso la Svezia con specifico riferimento all’agenzia governativa Swedish Civil Contingencies Agency” (Myndigheten för samhällsskydd och beredskap – MSB; leggiamo infatti: “Ad esempio, la Svezia ha istituito lo “Swedish Civil Contingencies Agency” (Myndigheten för samhällsskydd och beredskap – MSB), un’agenzia nazionale dedicata alla protezione civile, alla gestione delle crisi e alla resilienza sociale, che opera in stretto coordinamento con le forze armate, ma con una funzione chiaramente civile e preventiva. Il modello svedese rappresenta un esempio virtuoso di integrazione tra sicurezza civile e programmi di prevenzione, fondato su un approccio sistemico e inclusivo”.
Ma cosa è MSB? È un’agenzia civile che, seppur non inserita direttamente sotto i comandi militari, ha tra i suoi compiti espliciti quello di preparare la popolazione alla guerra in stretta sinergia con il mondo militare; è proprio questa l’agenzia che ha distribuito a tutte le famiglie svedesi una brochure diventata famosa in cui si davano ai cittadini indicazioni di comportamento in caso di conflitto.
Si tratta di un vero e proprio modello di difesa che ha il compito di preparare e rendere “resiliente” la società nella guerra che si profila, in quanto lo sforzo bellico impatterà sugli stati coinvolti che potrebbero veder mettere a rischio i rapporti sociali e di produzione esistenti, cioè quelli stessi che ci stanno portando in guerra.
La difesa civile non è solo a protezione della popolazione, ma lavora per il disciplinamento dei cittadini che devono diventare direttamente responsabili della difesa della patria e interiorizzare la guerra, in una sorta di responsabilità individuale che finisce per trasformare il concetto stesso di cittadinanza trasformando tutti i cittadini in soldati.
È il concetto preciso della difesa totale, non a caso di derivazione NATO, in cui la distanza tra militare e civile svanisce e la popolazione diventa parte integrante della strategia militare e dunque le agenzie come MSB sono di fatto strutturalmente parte della macchina bellica.
Ma i promotori della legge devono conoscere molto bene il modello svedese, visto che dichiarano esplicitamente l’obiettivo della loro azione in questi termini: “L’obiettivo perseguito non è quello di sostituire la difesa militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, richiedono risposte civili”.
E coerentemente l’art. 1 della proposta di legge recita: “In attuazione degli articoli 2, 11 e 52 della Costituzione, è riconosciuta, quale componente del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, la difesa civile, non armata e nonviolenta, intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, protezione e gestione non armata dei conflitti, complementare alle forme di difesa militare e finalizzata alla tutela delle persone, delle comunità e delle istituzioni democratiche”.
E talmente si sono premuniti di non disturbare i signori della guerra, che hanno individuato il ministero delle finanze (e non quello della difesa) per trovare i soldi che gli oneri della nuova legge comporterà.
Non va dimenticato infine il ruolo, anche di profitti, che in tutto questo gioca il vasto mondo del terzo settore che in sue parti significative è stato e continua ad essere uno strumento sia di esternalizzazione del lavoro con conseguente contrazione di salari e di diritti sia di privatizzazione di fatto dello stato sociale; e la “Conferenza nazionale enti di servizio civile”, che è tra i promotori della proposta di legge, ben rappresenta questo settore sociale, con le sue luci e le molte ombre.
Inoltre va registrato come la proposta di legge preveda gli ennesimi carrozzoni, con l’istituzione di un “Consiglio nazionale per la difesa civile” e di un “Dipartimento della difesa civile” che dovrebbero svolgere funzioni di coordinamento (compresa la gestione del personale della difesa civile) e anche un istituto di ricerca per la pace e il disarmo come supporto formativo per il Dipartimento; il tutto, come sempre, rinviato a regolamenti di competenza del Consiglio dei Ministri, cioè attualmente alla Meloni.
Non è difficile immaginare la soddisfazione del ministro Crosetto di fronte a questa iniziativa: il governo è infatti estremamente in difficoltà sul tema della leva ed è nel contempo schiacciato, al pari di tutti i governi europei, dalla necessità strutturale di tornare a qualche forma di leva di massa, visto che i volontari non bastano più e che le opinioni pubbliche rappresentano il problema più grande da aggirare.
Il ministro Crosetto, asserendo che la questione della difesa riguarda l’intero sistema paese, ha continuato ad appellarsi alle opposizioni affinché il governo non fosse lasciato solo in questo difficile passaggio; crediamo che di fronte a questa proposta di legge popolare avanzata dal mondo “pacifista” non possa che rallegrarsi perché è esattamente quello di cui aveva bisogno per poter far digerire i nuovi meccanismi con cui riporteranno la leva anche in Italia.
La destra potrà portare davanti al proprio elettorato un rilancio del mondo militare e dei suoi valori, la sinistra porterà un finto pacifismo sotto il quale si nasconde in realtà una completa adesione alla guerra e alla sua preparazione.
D’altra parte che il processo sia pienamente bipartisan è dimostrato dai voti in parlamento: la Legge 119 è stata votata da tutte le forze politiche, con soli 3 astenuti e analogo discorso si potrebbe fare per la legge che istituisce la Giornata nazionale delle forze armate del 4 novembre; ed è dimostrato anche dalla proposta di legge del PD n° 1740 dei deputati Graziano e Fassino che propongono la riserva civile ausiliaria dello Stato da inquadrarsi direttamente sotto il ministero della difesa.
Ma tutto questo non sorprende: la guerra è una questione strutturale e non riguarda la politica politicante, ma i rapporti che le classi dominanti, qualunque sia il loro colore politico, devono ristabilire con i subalterni, quelli che la guerra non la decidono, ma che poi devono farla.
Da questo punto di vista davvero la guerra porta pulizia e chiarezza perché mostra come la classe dirigente sia in realtà un blocco unico la cui unica preoccupazione è portare narrazioni differenti davanti ai loro diversi elettorati.
E non sorprende nemmeno che si stiano cercando di utilizzare tutti quei segmenti di apparati che meglio possano ingannare le opinioni pubbliche: cosa di meglio che portare in Italia le dottrine NATO di preparazione alla guerra veicolandole sotto il segno di Gandhi? Pensano forse di ingannare quanto si è palesato questo autunno nel nostro paese a sostegno della Palestina e contro la guerra? Vedremo se in Italia sceglieranno per il ritorno della leva il modello del questionario obbligatorio (come già è accaduto in Germania) o se opteranno per quello croato (che prevede obbligo generalizzato di due mesi da svolgersi o come servizio civile o come servizio militare); qualunque sarà la direzione intrapresa, il modello resta sempre quello duale della difesa civile integrata con quella militare, in perfetta linea con i guerrafondai del resto d’Europa.
Lo sanno coloro che si apprestano a firmare ingenuamente questa proposta di legge che, se essa sarà approvata, sarà un passo avanti verso la guerra? Lo sanno le persone che scendono in piazza con le bandiere della pace e con i promotori di questa proposta di legge che in realtà stanno marciando verso la guerra dietro alla bandiera della NATO e della sua strategia della difesa totale?
Per questi motivi questa legge non va assolutamente firmata e invitiamo anche le strutture che hanno le loro radici nel movimento nonviolento a prendere le distanze e a recuperare pienamente la loro radicale opposizione alla guerra e alla cultura della guerra; oggi va compreso che la forma della guerra è mutata e che sostenere la difesa civile significa diventare complici del ritorno della leva in Italia e della preparazione alla guerra dell’intera nostra società.
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