Dopo otto anni di trattative, iniziate nel 2018 e segnate da brusche interruzioni, l’Unione Europea e l’Australia hanno infine firmato un accordo strategico di grande importanza per entrambe le economie... e le forze armate.
È successo martedì 24 marzo, quando la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, e il primo ministro australiano, Anthony Albanese, hanno annunciato la definizione di un vasto partenariato che spazia dal libero scambio alla cooperazione militare, fino alla ricerca tecnologica.
Il cuore economico dell’accordo prevede l’eliminazione di oltre il 99% dei dazi doganali sui beni esportati. Bruxelles stima che le esportazioni europee verso l’Australia potrebbero crescere del 33% nel prossimo decennio, raggiungendo un valore di 17,7 miliardi di euro l’anno.
A beneficiare della liberalizzazione saranno soprattutto i settori dell’automotive, della chimica e i prodotti di eccellenza dell’agroalimentare europeo: formaggi, vini, cioccolato e dolciumi entreranno nel mercato australiano senza barriere tariffarie.
Il settore agricolo è stato, come previsto, lo scoglio più duro, ma alla fine i paesi europei hanno ottenuto una certa tutela dei propri prodotti tipici, mentre l’Australia ottiene un accesso facilitato al mercato europeo per circa 30.600 tonnellate di carne bovina (circa nove volte le esportazioni attuali), di cui oltre la metà sarà esente da dazi.
L’accordo di Canberra va ben oltre le merci. Il nuovo partenariato su sicurezza e difesa prevede una cooperazione rafforzata sul piano del mare e su quello cyber. Inoltre, l’Australia avvierà i negoziati per l’associazione a Horizon Europe, il programma cardine della ricerca dell’Unione.
Infine, sul tavolo delle trattative c’è stato anche il tema dell’accesso privilegiato a litio, manganese e alluminio, fondamentali per la transizione energetica e nelle più moderne tecnologie. Von der Leyen ha spiegato come tale partnership sui minerali sia cruciale per svincolarsi dalla dipendenza da Pechino.
L’intesa non deve essere valutata solamente come una mossa commerciale, ma piuttosto come una mossa geopolitica che è figlia di un momento di estrema incertezza globale, segnato dalle tensioni derivanti dall’aggressione all’Iran e dal crescente protezionismo e della guerra dei dazi promossa dagli Stati Uniti.
“L’Unione Europea e l’Australia possono essere geograficamente distanti, ma non potremmo essere più vicini nella nostra visione del mondo”, ha dichiarato von der Leyen. Se ovviamente il nemico sistemico è Pechino (e vale tanto più sul piano militare dell’Indo-Pacifico, su cui insiste l’Australia), il problema immediato che, dopo anni, ha portato all’accordo Bruxelles e Canberra è la rottura dell’euroatlantismo – e delle sue propaggini – promossa da Washington.
L’Australia è lontana dalla First Island Chain su cui gli USA vogliono schiacciare le pressione bellica contro la Cina, la NATO è sempre più uno strumento usato da Trump contro la UE, piuttosto che un ombrello di sicurezza. E poi c’è la guerra dei dazi, che ha accelerato la frammentazione del mercato globale, e di conseguenza ha anche sbloccato le titubanze sullo sviluppo di aree commerciali alternative, sbocchi fondamentali per un’economia ancora export oriented come quella europea.
Proprio oggi il Parlamento Europeo dovrebbe approvare definitivamente l’accordo commerciale definito tra Bruxelles e Washington lo scorso luglio. Al Financial Times l’ambasciatore statunitense nell’UE, Andrew Puzder, ha minacciato la UE che potrebbe perdere l’accesso “favorevole” al GNL stelle-e-strisce se decidesse di modificare l’intesa già raggiunta.
Per quanto riguarda invece quella con l’Australia, ora l’accordo dovrà passare al vaglio del Consiglio e del Parlamento Europei per la ratifica definitiva, con l’obiettivo di rendere operative le prime agevolazioni entro i prossimi mesi.
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