È difficile scegliere tra due opposte definizioni delle mosse degli Stati Uniti alla quarta settimana di guerra contro l’Iran. “Disperazione” o “confusione creata ad arte”?
La prima rischia di apparire un wishful thinking (un augurio di sconfitta liberatorio per il resto del mondo e anche per i popoli occidentali), la seconda sembra appannaggio dei soliti “dietrologi rassegnati” che ritengono sempre l’imperialismo imbattibile e padrone di ogni evento, anche di quelli avversi.
Per orizzontarsi cum grano salis nel caos quotidiano di dichiarazioni-eventi-annunci-bombardamenti-crisi dei mercati sarà meglio seguire i fatti minimamente verificabili e provare ad unire i puntini. Se dovessimo infatti dar retta a Trump usciremmo pazzi.
Nell’ordine: “L’Iran ci ha fatto un grande regalo sul petrolio e il gas”, e vuole fare “disperatamente” un accordo. Si riferisce probabilmente al passaggio nello Stretto di Hormuz concesso ad alcune petroliere di paesi neutrali od amici, chiedendo e ottenendo peraltro un pagamento in yuan cinesi anziché in dollari Usa. Il “favore” starebbe in questo caso nel fatto che una certa quantità di greggio in più che arriva sui mercati significa una maggiore calma nelle oscillazioni impazzite dei prezzi degli idrocarburi. Non certo un favore al dollaro, però, che dagli anni ‘70 è la moneta con cui avvengono gli scambi energetici globali...
La prima nave a passare è peraltro una portacontainer di fatto di proprietà cinese, che ha pagato per transitare lungo un «corridoio sicuro» vicino all’isola di Larak. Le richieste di pedaggio arriverebbero fino a circa 2 milioni di dollari a nave e sarebbero state finora avanzate «in modo del tutto casuale»; sarebbero peraltro già state accettate da altre imbarcazioni.
A margine, l’intero mondo della finanza si sta chiedendo chi mai possa essere quel misterioso investitore che tra le 6:49 e le 6:50 ora di New York, lunedì ha sottoscritto circa 6.200 contratti futures Brent e West Texas Intermediate, solo un quarto d’ora prima del post del presidente degli Stati Uniti su Truth che riportava che negli ultimi giorni c’erano state “conversazioni produttive” con Teheran per porre fine alla guerra in Iran. Il valore di tali operazioni era di 580 milioni di dollari, secondo calcoli basati sui dati di Bloomberg. Veramente “fortunato” nel cogliere l’attimo di una notizia-boom che nessuno poteva conoscere perché albergava ancora nella mente di un solo uomo...
L’altra notizia simile riguarda il colosso indiano Reliance Industries, che ha acquistato 5 milioni di barili di greggio iraniano pochi giorni dopo che gli Stati Uniti hanno revocato in via temporanea le sanzioni sul petrolio iraniano già caricato su nave.
Subito dopo Trump ha ripreso a sbrodolare: “abbiamo vinto la guerra”, “a Teheran c’è stato un cambio di regime” di cui nessuno si è accorto e «stiamo parlando con le persone giuste», che sarebbero ovviamente arrendevoli. L’unico cambiamento registrato ieri è però questo: al posto di Alì Larijani, ucciso in un bombardamento mirato, è stato nominato segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza nazionale Mohammad Bagher Zolghadr.
La nomina di Zolghadr, è stata approvata dalla Guida Suprema della Rivoluzione Islamica, Mojtaba Khamenei. Ex comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, era segretario del consiglio per il Discernimento delle Opportunità. La scelta di Zolghadr, che ha ottenuto l’ok dall’ayatollah Mojtaba Khamenei, è stata ratificata da un decreto presidenziale firmato da Massoud Pezeshkian. Non sembra proprio il profilo del “dissidente affidabile”...
Subito dopo si viene a sapere che altri 3.000 soldati – marines dell’82a divisione aviotrasportata – sarebbero in arrivo nel Golfo, con il probabile obbiettivo di assaltare alcune isole iraniane tra cui Kharg, terminale da cui passa il 90% delle esportazioni di petrolio dell’Iran.
Non c’è una contraddizione così evidente come risulterebbe dalle parole. In guerra è normale che l’avvio di una trattativa sia “venduto” propagandisticamente come una vittoria e che nel frattempo si facciano mosse militari per aumentare la pressione sulla controparte, per “ammorbidirne” le pretese.
Due cose concrete di una certa rilevanza sembrano però esserci.
La principale riguarda la riunione dei ministri degli Esteri di Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan, che si sono incontrati giovedì a Riyadh, a margine di un vertice dei paesi islamici, e hanno discusso per la prima volta di come “unire le forze”. La Turchia, soprattutto, dallo scorso anno, sta cercando di stipulare un patto di sicurezza con il Pakistan e l’Arabia Saudita. Le fonti hanno affermato che l’accordo non avrebbe replicato le garanzie e gli impegni della NATO (di cui Ankata fa parte), ma sarebbe servito piuttosto come piattaforma di sicurezza per consentire una maggiore cooperazione nell’industria della difesa.
“Soprattutto, da tempo sosteniamo che i paesi della regione dovrebbero riunirsi, discutere e sviluppare idee. Sottolineiamo l’importanza della responsabilità regionale”, ha riferito il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. In testa ai problemi c’è ovviamente la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e le rappresaglie di Teheran contro i paesi del Golfo.
“In linea di principio, dobbiamo riconoscere questo: o ci uniamo e impariamo a risolvere i nostri problemi da soli, oppure arriverà un egemone esterno che imporrà soluzioni che servono ai suoi interessi, o non farà nulla impedendo agli altri di agire”.
In sintesi, si tratta dell’abbozzo di quell’“asse sunnita” che Israele vede come un potenziale nemico ancora più mortale dell’Iran (il Pakistan ha l’arma nucleare e i vettori per usarla). Specie dopo la recentissima “maledizione” invocata da Erdogan su Tel Aviv: “Possa Egli, ‘il dominatore’ (Al-Kahrar), schiacciare e distruggere Israele”.
La seconda, rilanciata dal sito Axios, riguarda addirittura possibili contatti diretti tra Usa e Iran ad Islamabad, proprio in Pakistan, già domani. Le premesse sono però profondamente negative, perché gli Usa avrebbero preparato una “lista in 15 punti” che implicherebbero una totale resa iraniana, a partire però da quella “rinuncia all’arma nucleare” che è già da sola una balla assoluta (l’ex Guida Suprema, Khamenei padre, aveva lanciato una fatwa contro le atomiche).
C’è il piccolo problema che l’Iran non conferma affatto, e pare difficile “trattare” senza l’interlocutore principale. Persino la faccia tosta di Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, deve annodarsi ammettendo che «la situazione è fluida, e le speculazioni su eventuali incontri non devono essere viste come definitive».
Anche il pretendere che il mediatore designato – Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano – si metta in viaggio via terra o via aerea nel bel mezzo di bombardamenti massicci israelo-statunitensi sembra piuttosto una trappola pensata per facilitare un altro “omicidio eccellente” da parte di Tel Aviv.
Anche Israele però non può nicchiare tanto. Da qualche giorno il suo favoloso “scudo antimissile” sembra quasi disattivato, sia per l’“accecamento” di numerosi radar della catena di allarme distrutti dall’Iran, sia per l’esaurimento dei costosissimi missili anti-missile.
In più l’economia sta andando a rotoli. Secondo un rapporto della banca centrale sionista “da ottobre 2023, l’economia israeliana ha registrato una perdita del PIL pari all’8,6%, ovvero circa 175 miliardi di shekel (55,95 miliardi di dollari)”.
E con la popolazione che passa le giornate a scappare nei rifugi, e anche le notti, di sicuro la produzione non può migliorare.
In altra parte del giornale potete trovare anche un’illustrazione chiara dei problemi interni Usa proprio rispetto al sostegno ad Israele e le sue guerre, fatta peraltro da un editorialista del Financial Times come Gideon Rachmann, non certo un antimperialista...
A confermarlo è arrivato un sondaggio Reuters/Ipsos che registra come il tasso di approvazione di Donald Trump è sceso in una settimana al livello più basso da quando è ritornato alla Casa Bianca, principalmente a causa dell’impennata dei prezzi della benzina e da una diffusa disapprovazione per la guerra contro l’Iran.
L’indagine ha rilevato che solo il 36% degli americani approva l’operato di The Donald, mentre era al 40% registrato solo la settimana prima. Bocciato anche sulla gestione economica, approvata solo dal 29%: peggio di Joe Biden quando inciampava tutti i giorni...
Nel frattempo la reazione iraniana dei giorni scorsi ha prodotto uno shock piuttosto temuto. Qatar Energy, la compagnia petrolifera statale dell’emirato del Golfo, ha dichiarato lo “stato di forza maggiore” sui contratti di fornitura di gas naturale liquefatto (Gnl). Ne fanno le spese soprattutto Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina, che dipendevano da queste forniture. La dichiarazione di stato di forza maggiore consente infatti di sospendere o rinviare le forniture senza incorrere in penali.
La CNN però sembra aver fatto lo scoop di giornata. Una fonte iraniana avrebbe infatti dichiarato che ci sono stati tentativi di “avviare un dialogo” tra gli Stati Uniti e Teheran. “Negli ultimi giorni ci sono stati contatti tra gli Stati Uniti e l’Iran, avviati da Washington, ma nulla che abbia raggiunto il livello di negoziati veri e propri”, ha affermato la fonte.
“Sono stati ricevuti messaggi tramite vari intermediari per valutare la possibilità di raggiungere un accordo per porre fine alla guerra. Le proposte in esame non mirano semplicemente a raggiungere un cessate il fuoco, ma a un accordo concreto per porre fine al conflitto tra Stati Uniti e Iran”, ha aggiunto la fonte senza fornire ulteriori dettagli.
Ma l’interlocutore per la parte statunitense dovrebbe essere il vice-presidente J.D. Vance, in quanto la “strana coppia” Witkoff-Kushner non avrebbe più alcuna credibilità a Teheran, dopo l’inutile “flanella” di finte trattative che ha preceduto l’attacco ovviamente preparato da mesi.
La testata The Voice of New York riporta anche un primo serio screzio nel governo Usa. “Lunedì, durante un evento a Memphis, il presidente Donald Trump ha indicato il segretario alla Difesa Pete Hegseth come colui che lo avrebbe convinto a lanciare la guerra contro l’Iran”.
Letteralmente: “‘Pete, credo che tu sia stato il primo a parlare e a dire ‘Facciamolo’ perché non possiamo permettere che abbiamo un’arma nucleare’, ha detto il presidente durante una tavola rotonda della Memphis Safe Task Force nel Tennessee, mentre Hegseth sedeva al suo fianco”.
Mentre J.D. Vance – da tempo silenzioso e defilato – “era meno entusiasta della guerra di quanto lo fosse il leader del Pentagono”. Ognuno ha il suo Delmastro da scaricare, quando le cose vanno male...
In questa ridda di vanterie, speculazione di borsa, bombardamenti veri, la parola più ironica arriva a sorpresa proprio da Teheran: «siete così nei guai che negoziate con voi stessi».
Il bivio tra trattative serie o guerra più dura sta di nuovo lì, davanti agli occhi inquieti del Mondo.
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