Nelle ultime settimane, i polverosi scali ferroviari di Xi’an e i porti asciutti di Teheran sono stati animati da un’attività insolita. Il traffico merci tra Cina e Iran è aumentato vertiginosamente, trasformando una rotta logistica un tempo limitata in una linfa vitale per l’economia.
Questo incremento non è dovuto solo alle forze di mercato. È la conseguenza del blocco imposto dagli Stati Uniti al traffico marittimo iraniano nell’aprile 2026, che ha reso il trasporto marittimo, tradizionalmente la forma di trasporto più economica e voluminosa, pericoloso e costoso. L’Iran ha reagito incentivando il commercio via terra, trasformando la “via ferrata” in una necessità strategica.
Ferrovie sotto pressione
Prima dell’aprile 2026, il servizio Xi’an-Teheran, inaugurato nel maggio 2025 poche settimane prima dell'aggressione israelo-americana contro la Repubblica Islamica, operava con una frequenza settimanale regolare. Dall’inizio del blocco, le partenze sono aumentate a un treno ogni tre o quattro giorni. Secondo quanto riportato, lo spazio per il carico merci era esaurito fino a maggio, mentre gli operatori cinesi cercavano ulteriore materiale rotabile per giugno.
Questa corsa contro il tempo ha avuto un costo. I prezzi per un container standard da 40 piedi (circa 12,2 metri) sono saliti a quasi 7.000 dollari (6.000 euro), circa il 40% in più rispetto alle tariffe normali. Il trasporto ferroviario rimane competitivo rispetto a quello aereo, ma il prezzo riflette sia la domanda sia la difficoltà di movimentare le merci lungo un corridoio di circa 10.400 chilometri che attraversa diversi confini nazionali.
La rete ferroviaria non è un unico binario costruito appositamente, ma un mosaico di reti nazionali. Un tipico viaggio inizia in un polo industriale come Xi’an o Yiwu, attraversa la Cina occidentale ed esce dallo Xinjiang attraverso i passi di Horgos o Alataw.
Prosegue poi attraverso il Kazakistan e il Turkmenistan, con alcuni percorsi che includono anche l’Uzbekistan, prima di entrare in Iran a Sarakhs e terminare al porto secco di Aprin a Teheran. Ogni attraversamento di frontiera prevede controlli doganali e, in alcuni casi, un cambio di scartamento o il trasferimento del carico.
Un precedente servizio di trasporto merci Cina-Iran attraverso il Turkmenistan è stato inaugurato nel luglio 2024, ponendo le basi per l’attuale espansione. L’attuale impennata si basa su infrastrutture e accordi consolidati nel corso di diversi anni, piuttosto che su una rotta di emergenza creata dopo il blocco.
Cosa si muove verso ovest?
Per ora, il flusso è principalmente verso ovest. I treni trasportano esportazioni cinesi di alto valore, tra cui componenti automobilistici, macchinari pesanti, apparecchiature per centrali elettriche e generatori. Un numero maggiore di container trasporta ora pannelli solari ed elettronica per progetti infrastrutturali iraniani.
Sotto il blocco marittimo, l’industria manifatturiera iraniana dipende sempre più da questi rifornimenti ferroviari per mantenere in funzione fabbriche e infrastrutture.
Secondo le fonti, il carico è costituito da componenti automobilistici, generatori, componenti elettronici, materiali industriali e altri beni di consumo.
Il viaggio di ritorno, invece, rimane relativamente vuoto. Le voci secondo cui il petrolio greggio iraniano verrebbe trasportato in Cina via ferrovia sono difficili da credere su larga scala: il costo su una tale distanza supererebbe di gran lunga quello delle petroliere convenzionali.
Funzionari iraniani hanno discusso la possibilità di utilizzare la ferrovia per esportare prodotti petrolchimici e carburante, sebbene la redditività del trasporto di liquidi sfusi su una tratta ferroviaria di 10.400 chilometri rimanga dubbia.
I minerali e i prodotti petrolchimici di maggior valore rappresentano carichi di ritorno più plausibili, sebbene non abbiano ancora saturato la capacità di trasporto in direzione Est. I treni di ritorno vuoti o con carico ridotto aumentano inoltre il costo del viaggio in direzione ovest. L’attuale squilibrio rende la tratta una soluzione costosa e prevalentemente a senso unico, piuttosto che un corridoio commerciale equilibrato.
Volume strategico, non scala marittima
Nonostante gli alti costi e le difficoltà logistiche, il vero valore della tratta ferroviaria è strategico. Un singolo treno merci può trasportare solo una frazione della capacità di una grande nave portacontainer, circa il 2 o 3% del carico di una grande nave.
In caso di blocco, tuttavia, anche questo volume diventa importante. La ferrovia offre un canale “di riserva” per i componenti industriali che l’Iran non può reperire a livello nazionale.
Per la Cina, la tratta rappresenta uno stress test di successo per la sua Nuova Via della Seta. Ciò dimostra che la Cina può reindirizzare una parte significativa delle sue esportazioni terrestri verso un Paese amico, aggirando blocchi navali e punti strategici marittimi.
Questa ferrovia fa parte del sesto corridoio della Cintura Economica della Nuova Via della Seta, altrimenti noto come Corridoio Cina-Asia Centrale-Asia Occidentale. Non si ferma a Teheran, ma si estende verso Ovest e Sud-Ovest, raggiungendo la Turchia, l’Iraq e l’intera Regione del Golfo Persico e dell’Asia Occidentale.
La ferrovia Cina-Iran deve essere intesa non solo come un progetto di trasporto bilaterale, ma come parte di una più ampia riorganizzazione del commercio terrestre in Eurasia. Due casi illustrano questo aspetto: il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud, che collega la Russia all’India attraverso l’Iran, e il crescente commercio transfrontaliero tra Iran e Pakistan.
Lo snodo nord-sud
Il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud è diventato sempre più importante per gli scambi commerciali tra Russia, Iran e India. Lungo i suoi tre rami principali, sanzioni, guerre e insicurezza sulle tradizionali rotte marittime hanno accelerato il movimento delle merci e gli investimenti infrastrutturali. Nel 2024, il traffico totale del Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud è aumentato di circa il 19%, raggiungendo i 26,9 milioni di tonnellate, mentre il traffico sul suo ramo orientale è successivamente cresciuto del 70% grazie alla riduzione dei costi di trasporto.
Cereali e merci industriali russe si dirigono verso Sud, mentre le esportazioni agricole e manifatturiere iraniane si dirigono verso Nord. Bandar Abbas ha assorbito gran parte del flusso di transito tra India e Russia, compreso il carico che utilizza la rotta orientale attraverso l’Asia centrale.
Questo conferisce al porto meridionale un duplice ruolo: principale porta d’accesso marittima dell’Iran e terminale per il commercio terrestre eurasiatico.
Chabahar, nel frattempo, rimane centrale nei piani dell’India, nonostante le rinnovate pressioni delle sanzioni statunitensi e i continui lavori di integrazione del porto con la rete ferroviaria iraniana. La sua posizione al di fuori dello Stretto di Hormuz le conferisce un valore strategico, ma i collegamenti ferroviari incompleti le impediscono ancora di svolgere tale ruolo a pieno regime.
La ferrovia Rasht-Astara, lunga 162 chilometri, rimane un elemento decisivo. La Russia ha stanziato 1,6 miliardi di euro per il progetto, i lavori di rilevamento e preparatori sono iniziati nel 2025 e Teheran e Mosca hanno firmato l’accordo di attuazione a novembre.
I lavori sui porti, il dragaggio, l’aumento della capacità della flotta e il coordinamento doganale intorno al Mar Caspio mirano anche a facilitare il transito. Sebbene i progressi siano disomogenei, gli Stati partecipanti stanno costruendo rotte meno esposte alle pressioni finanziarie e marittime controllate dall’Occidente.
L’economia di confine del Pakistan
L’economia di confine tra Iran e Pakistan dimostra perché questi corridoi terrestri siano importanti. Teheran e Islamabad si sono prefissate l’obiettivo di raggiungere 10 miliardi di dollari (8,6 miliardi di euro) di scambi commerciali annui, grazie all’estensione degli orari di apertura del confine, alla creazione di nuovi valichi, ad accordi di baratto e ai negoziati per un accordo di libero scambio.
Tuttavia, il commercio formale rimane ben al di sotto di tale obiettivo, limitato dalle sanzioni, dalla debolezza dei canali bancari, da problemi di sicurezza e da un sistema di scambio sbilanciato verso le esportazioni energetiche iraniane.
Petrolio, gas, carburanti raffinati, metalli e prodotti agricoli iraniani dominano i flussi commerciali registrati. Le esportazioni ufficiali del Pakistan sono molto inferiori e spesso non tengono conto del baratto e del commercio informale di confine.
Questa lacuna ha generato un’economia parallela lungo i circa 900 chilometri di confine, soprattutto nel Balochistan, dove benzina e diesel iraniani a basso costo vengono trasportati su furgoncini, motociclette e piccole imbarcazioni. Il commercio è illegale, ma sostiene comunità con poche altre fonti di reddito. Chiudere il confine senza costruire canali legali penalizzerebbe la zona di confine senza però eliminare la domanda che alimenta questo commercio.
La guerra regionale e le turbolenze intorno al Golfo Persico hanno accresciuto il valore di queste rotte. Dopo il blocco, il Pakistan ha aperto sei canali terrestri per il trasporto merci verso l’Iran, offrendo ai commercianti alternative alle vulnerabili rotte marittime.
È qui che la ferrovia Cina-Iran assume un significato più ampio: collegando la Cina all’Iran attraverso l’Asia centrale e potenzialmente integrandosi con il Corridoio Economico Cina-Pakistan, la Turchia e i mercati europei, la ferrovia offre a Teheran maggiore margine di manovra per aggirare i punti nevralgici del trasporto marittimo e i canali finanziari soggetti a sanzioni.
Per il Pakistan, lo stesso cambiamento accresce il valore delle rotte Taftan-Mirjaveh, Gabd-Rimdan, Mand-Pishin e dei nuovi valichi come Kohak-Cheedgi, in quanto collegamenti tra il Mar Arabico, l’Iran, l’Asia centrale e le reti sostenute dalla Cina.
La promessa di integrazione, tuttavia, dipende dalla capacità dei governi di spostare il commercio dal contrabbando e dal baratto improvvisato a sistemi doganali, logistici e di regolamento regolamentati. Le sole linee ferroviarie non bastano.
La profondità strategica interna dell’Iran
Nel loro insieme, la Nuova Via della Seta e il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud stanno cambiando la posizione strategica dell’Iran sia a breve che a lungo termine. Per ora, forniscono accesso a beni e materiali necessari per la ricostruzione e la difesa, offrendo al contempo entrate di transito mentre Washington cerca di stringere l’assedio economico. Nel tempo, potrebbero trasformare la posizione geografica centrale dell’Iran in una leva duratura in tutta l’Eurasia.
Questo risultato non è garantito. Gli alti costi di trasporto, i collegamenti ferroviari incompiuti, gli scartamenti incompatibili, le sanzioni e i sistemi di insediamento deboli limitano ancora ciò che questi corridoi possono trasportare. Tuttavia, l’assedio marittimo ha già cambiato le carte in tavola.
La resilienza dell’Iran dipenderà dal mantenere aperte rotte sufficienti per impedire che qualsiasi flotta, sanzione o punto di strozzatura possa isolare il Paese.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
11/09/2026
La “via della seta” ferroviaria iraniana rompe l’assedio marittimo
22/08/2026
21/08/2026
I corridoi che stanno ridisegnando l’Asia Occidentale
La mappa delle alleanze che si estende tra l’Asia occidentale e meridionale non è più tracciata solo dalla geografia o dagli allineamenti settari. Negli ultimi anni, un nuovo ordine regionale ha iniziato a prendere forma, in cui gli interessi di sicurezza sono legati a tecnologia, energia, porti, catene di approvvigionamento e cavi di comunicazione.
Il controllo delle infrastrutture transfrontaliere è diventato centrale nella lotta per l’influenza quanto gli accordi militari e politici.
Al centro di questo cambiamento c’è una rete di collaborazione che collega Israele, India ed Emirati Arabi Uniti, supportata dal coinvolgimento diretto degli Stati Uniti attraverso il quadro I2U2.
Accanto a questa rete si trovano altre rotte in cui convergono gli interessi di Turchia, Pakistan, Qatar e Stati del Golfo Persico, estendendosi a progetti come il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Strada di Sviluppo” dell’Iraq.
La Regione non si è divisa in due blocchi coerenti, né gli Stati coinvolti condividono una posizione su ogni questione. Lo sviluppo più importante è il passaggio dalle alleanze militari convenzionali a reti di influenza economica, tecnologica e di sicurezza costruite attorno a porti, ferrovie, energia e dati.
Il quadro I2U2
Il quadro I2U2 è una delle espressioni più chiare di questo cambiamento. Riunendo India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, è nato come strumento di cooperazione in materia di sicurezza alimentare, energia pulita, tecnologia, commercio e investimenti. Al primo vertice dei leader dei quattro Paesi nel 2022, è stata sottolineata l’importanza degli investimenti e delle iniziative congiunte nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti, dello spazio, della sanità e della sicurezza alimentare.
L’importanza di I2U2, tuttavia, va oltre i progetti annunciati. Esso unisce la tecnologia israeliana, la capacità industriale e i mercati indiani, i capitali e la logistica degli Emirati e il potere politico e strategico degli Stati Uniti.
Il quadro di riferimento collega l’Asia occidentale agli oceani Indiano e Pacifico e consente a Israele, India ed Emirati Arabi Uniti di costruire partenariati che vanno oltre i tradizionali legami bilaterali.
Il raggruppamento è nato anche dall’apertura politica creata dagli Accordi di Abramo. La normalizzazione tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele ha fornito a Washington una piattaforma attraverso la quale capitali, manodopera e capacità industriali indiane potevano essere più strettamente collegati al settore tecnologico israeliano e ai centri logistici del Golfo.
Tuttavia, il suo linguaggio economico non cancella lo scopo strategico che lo sottende, con la difesa che non è più limitata ai confini e agli eserciti convenzionali. Include sempre più la resilienza delle catene di approvvigionamento, i porti, le infrastrutture digitali, la sicurezza informatica e la protezione dei flussi energetici e commerciali.
L’ideologia lubrifica gli ingranaggi
Gli interessi economici e di sicurezza sono accompagnati da una certa sovrapposizione di prospettive politiche, in particolare nei confronti dell'“islam politico” e dei gruppi armati transnazionali, sebbene le motivazioni di ciascuno Stato differiscano considerevolmente.
Nel caso degli Emirati, il contrasto all'“islam politico” è diventato un elemento centrale della visione di Abu Dhabi in materia di sicurezza nazionale e regionale. L’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale israeliano ha descritto una dottrina politico-religiosa degli Emirati Arabi Uniti che presenta la pace come un valore islamico e una componente dell’identità nazionale.
Abu Dhabi promuove questa dottrina, diretta dallo Stato, contro i Fratelli Musulmani e le correnti Salafite, nell’ambito di una più ampia campagna contro l'“islam politico” in tutta la Regione.
L’India affronta l'“islam politico” e i gruppi armati da una prospettiva di sicurezza interna e regionale, plasmata in gran parte dal conflitto con il Pakistan e dalla disputa sul Kashmir. Ciò ha ulteriormente rafforzato la cooperazione con Israele e gli Emirati Arabi Uniti, in particolare nei settori dello spionaggio, della sicurezza informatica, della sorveglianza e della tecnologia militare.
I governi israeliani che si sono succeduti, soprattutto quelli guidati dal primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno sfruttato il confronto con i gruppi armati e le minacce asimmetriche per promuovere Israele come potenza tecnologica e di sicurezza su cui gli Stati regionali possono fare affidamento.
Le guerre e le crisi degli ultimi anni hanno aumentato la pressione per una più stretta cooperazione in materia di difesa e tecnologia tra Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti.
Tuttavia, la sola ideologia non può spiegare queste relazioni. L’India non condivide necessariamente la posizione di Israele sull’Iran, mentre la politica estera degli Emirati Arabi Uniti non si limita a seguire quella di Nuova Delhi o di Washington. La convergenza di interessi consente lo sviluppo di collaborazioni concrete anche laddove gli Stati partecipanti divergono su altri fronti.
Il peso cruciale dell’India
L’India riveste un ruolo eccezionale in questo contesto a causa della sua influenza demografica, economica e geografica. La sua popolazione di oltre 1,4 miliardi di abitanti, i settori manifatturiero e tecnologico in espansione e la vasta Diaspora nel Golfo Persico rendono difficile escludere Nuova Delhi da qualsiasi tentativo di riorganizzare gli scambi commerciali tra Asia ed Europa.
Un’analisi del Jerusalem Post pubblicata nel 2022 descriveva un’emergente “alleanza indo-abramitica” che lega Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India attraverso la sicurezza marittima, la difesa missilistica, i droni, la sicurezza dei dati e la lotta all’estremismo islamico.
L’importanza dell’India, tuttavia, non si limita al suo ruolo militare. La sua presenza nel Golfo e le crescenti relazioni commerciali con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita le conferiscono la capacità di reindirizzare parte del commercio asiatico verso rotte che non necessariamente passano attraverso i corridoi tradizionali, dove Pakistan e Iran esercitano una maggiore influenza.
Questa posizione offre inoltre all’India un margine di manovra per diversificare le proprie strategie. L’India mantiene legami energetici e di trasporto con l’Iran, anche attraverso Chabahar, pur portando avanti il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa con Washington e i suoi alleati regionali.
Nuova Delhi può quindi partecipare a sistemi concorrenti senza rinunciare alla sua consolidata politica di autonomia strategica, anche se il suo rapporto di sicurezza con Israele continua ad approfondirsi.
Il fronte infrastrutturale del corridoio economico India-Medio Oriente-Europa
Annunciato al vertice del G20 di Nuova Delhi nel 2023, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa mira a collegare l’India, il Golfo Persico e l’Europa attraverso porti, ferrovie e infrastrutture energetiche e di comunicazione.
I piani prevedono un collegamento ferroviario, un’interconnessione elettrica, infrastrutture per l’idrogeno pulito e cavi dati ad alta velocità. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha presentato il corridoio nel 2023 come un modo per accelerare gli scambi commerciali tra India ed Europa, aprendo al contempo nuove connessioni nel settore energetico e nell’economia digitale.
Nel 2025, la Commissione europea ha promosso separatamente il Corridoio Digitale UE-Africa-India nell’ambito più ampio del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa. L’iniziativa si concentra su un sistema di cavi sottomarini di 11.700 chilometri che collega l’Europa e l’India attraverso il Mediterraneo, l’Asia occidentale e l’Africa orientale, con l’obiettivo dichiarato di fornire connessioni dati sicure e ad alta capacità.
I corridoi stanno diventando sempre più sistemi integrati per il trasporto di merci, energia e dati. Gli Stati in grado di proteggere o influenzare queste reti acquisiscono una forma di potere strategico un tempo associata principalmente al controllo di porti e stretti.
Il progetto, tuttavia, rimane esposto a intrighi politici e conflitti. Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa dipende da un passaggio terrestre attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino al porto israeliano di Haifa.
Il Genocidio palestinese a Gaza e la mancata normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele hanno reso incerte le sue basi politiche, sollevando crescenti interrogativi sulla sua fattibilità.
Gwadar e la via dello sviluppo
Il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Via dello Sviluppo” irachena non dovrebbero essere considerati un unico progetto o come elementi di un’alleanza unificata guidata da Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. Appartengono a reti diverse, ma entrambi contribuiscono a impedire che un’unica rotta monopolizzi il commercio regionale.
Il Corridoio Economico Cina-Pakistan è il ramo pakistano della Nuova Via della Seta cinese, che collega la Cina con il Pakistan e il Porto di Gwadar sul Mar Arabico. Il Segretariato pakistano del Corridoio Economico Cina-Pakistan elenca una rete di progetti portuali, di zone franche, stradali e logistici intorno a Gwadar. Tra questi, l’Autostrada Eastbay Gwadar, costruita per collegare il porto e la sua zona franca alla rete autostradale nazionale pakistana.
La Via dello Sviluppo irachena è un’iniziativa separata, ma la posizione dell’Iraq tra il Golfo Persico, la Turchia e l’Europa le conferisce particolare importanza. Nell’aprile del 2024, Iraq, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa sul progetto, concepito per collegare il Porto di Grand Faw al confine turco attraverso circa 1.200 chilometri di strade e ferrovie in Iraq.
L’investimento previsto si aggira intorno ai 17 miliardi di dollari (14,7 miliardi di euro), con la realizzazione suddivisa in tre fasi. Il Ministero dei Trasporti del Qatar afferma che la prima fase dovrebbe essere completata nel 2028, seguita dalle fasi successive nel 2033 e nel 2050. Baghdad presenta la “Via dello Sviluppo” come un corridoio commerciale Est-Ovest concorrente, che collega il Golfo Persico all’Europa.
Questa partecipazione complica qualsiasi tentativo di dividere la competizione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e India da una parte e Turchia, Pakistan e Arabia Saudita dall’altra. Gli Emirati Arabi Uniti fanno parte anche della “Via dello Sviluppo” insieme a Turchia, Qatar e Iraq.
Ankara e Riad mantengono una posizione neutrale
La Turchia occupa un posto particolare in questa equazione. È un membro della NATO con legami economici che si estendono in Europa, Russia, Golfo Persico e Asia centrale, mentre la sua influenza politica e militare spazia dalla Siria all’Iraq al Caucaso. Per Ankara, la “Via dello Sviluppo” offre l’opportunità di rafforzare la sua posizione di ponte terrestre tra il Golfo Persico e l’Europa.
L’Arabia Saudita è più difficile da collocare all’interno di un blocco definito. Riad è firmataria del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, ma ha anche approfondito le relazioni con Cina, Russia, Turchia e Pakistan. Mostra scarso interesse per un allineamento regionale chiuso, preferendo trasformare la sua posizione geografica ed economica in una leva negoziale presso diversi centri di potere.
I principali Stati regionali evitano sempre più di scegliere tra due schieramenti. Cercano un posto in molteplici reti, utilizzando una collaborazione per rafforzare la propria posizione negoziale in un’altra.
Questo non è tanto un equilibrio stabile quanto una copertura permanente. Una ferrovia, un investimento portuale, un accordo di difesa o una collaborazione energetica possono legare due Stati su un fronte, lasciandoli però in contrapposizione su un altro.
Il Levante escluso
La competizione sta anche rimodellando il Mediterraneo Orientale. Le coste siriane e libanesi sono ben più che semplici teatro di scontri militari. Occupano territori in cui potrebbero convergere potenziali rotte energetiche, di trasporto e di comunicazione tra il Golfo Persico, il Mediterraneo e l’Europa.
Per Israele, legami più forti con il Golfo Persico, l’India e l’Europa conferirebbero al Mediterraneo Orientale un nuovo ruolo all’interno delle reti commerciali ed energetiche. Per la Turchia, qualsiasi corridoio che colleghi il Golfo Persico all’Europa aggirando il territorio turco ne eroderebbe il valore strategico.
La “Via dello Sviluppo”, invece, offre ad Ankara il ruolo di terminale e porta d’accesso per il traffico proveniente dal Golfo Persico attraverso l’Iraq.
Il Libano e la Siria rischiano di passare dal centro della loro geografia strategica ai margini delle nuove reti di trasporto e investimento. Porti, strade, ferrovie, collegamenti energetici, reti dati e stabilità politica sono tutti elementi necessari per trasformare la geografia in potere economico.
Beirut ha già manifestato interesse ad aderire alla rotta del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, incentrata su Israele, nonostante le contraddizioni politiche e di sicurezza che tale mossa comporterebbe.
La Siria, nel frattempo, rimane limitata dai danni della guerra, dalle sanzioni e da infrastrutture frammentate, il che espone entrambi i Paesi al rischio di essere aggirati da corridoi che si snodano intorno a loro.
Il potere fluisce attraverso la rete
La mappa che emerge non mostra due blocchi opposti nel vecchio senso. Segna una transizione da alleanze rigide a reti sovrapposte.
Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti cooperano laddove convergono tecnologia, sicurezza e commercio, mentre Turchia, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita e Iraq partecipano ad altre reti che si intersecano ripetutamente con la prima.
La prossima sfida si estenderà quindi oltre i confini e l’influenza politica per arrivare al controllo del movimenti commerciali, energetici e informativi.
Porti e stretti sono stati tra i principali strumenti di potere nel Ventesimo secolo. Nel Ventunesimo secolo, ad essi si sono aggiunti cavi sottomarini, centri dati, intelligenza artificiale, sistemi di sicurezza cibernetica, reti ferroviarie e gasdotti per l’idrogeno.
Il futuro dell’Asia Occidentale sarà plasmato dalla potenza militare, ma anche dagli Stati in grado di rendersi nodi indispensabili in questi nuovi sistemi.
Fonte
17/08/2026
“Dove si appanna la stella Usa cresce il nuovo ordine mondiale”
Intervista a Joseph Halevi. Non è una sorpresa, per chi ha seguito e segue la dinamica militare americana. Dov’è la dimensione della sconfitta strategica? In primo luogo, gli statunitensi sono sostanzialmente disarmati per quanto riguarda i missili di precisione.
Ciò coinvolge tutto l’assetto militare strategico americano, sia nella sua capacità di vendere armi all’Europa affinché l’Europa le consegni gratuitamente all’Ucraina, sia nell’indebolimento dello schieramento americano rivolto alla Cina, perché gli statunitensi non possono rafforzare le loro punte avanzate nei confronti della Cina, ovvero il Giappone.
In altre parole, rischia di sgretolarsi la capacità da parte statunitense di mantenere lo storico “protettorato” sui Paesi amici?
Bisogna partire dal presupposto che per gli Stati Uniti questi Paesi (Giappone, Europa) in cui la distanza fisica è compensata da una forte presenza militare e ideologica, sono una cintura di protezione, al di là della retorica che ha sempre rappresentato la presenza americana come un baluardo fonte di benefici per i Paesi che ne avevano accolto le basi militari.
In altre parole, è la Nato a proteggere gli USA, rappresentando a un tempo il campo di battaglia e la carne da cannone per coprire gli Stati Uniti.
Lo stesso dicasi per il Giappone. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, in questo momento gli USA si trovano sguarniti delle loro armi di punta, i missili di precisione, pur mantenendo un arsenale di armi ordinarie di tutto rispetto.
Il fatto però è che queste ultime sono bombe che servono sostanzialmente per bombardamenti a tappeto, in questo momento improponibili e prodromo dell’uso dell’atomica. I Tomahawk, che sono i migliori missili americani e quelli più flessibili come punto di lancio, sono stati “consumati” al 50%; i missili intercettori sono stati utilizzati con percentuali che vanno intorno al 60%, mentre per quelli più avanzati si parla di un uso che sfiora l’80% delle disponibilità.
Negli ultimi giorni, è uscita la notizia che anche l’Arabia Saudita, che possiede solo armi americane, ha utilizzato circa l’86% dei suoi missili intercettori.
Le conseguenze?
Ciò significa che, se gli americani dovessero ricostituire queste scorte di armi, dovrebbero ulteriormente intaccare le loro. Ma in questo momento non le hanno.
Sempre il CSIS elenca i tempi necessari alla ricostituzione delle scorte per ciascun tipo d’arma: si va dai 42 ai 64 mesi. A ciò si deve aggiungere il fatto che queste armi sono piene zeppe di strumentazione elettronica richiedente l’uso di terre rare, in stragrande maggioranza raffinate in Cina anche quando estratte altrove.
Esattamente come gli USA nei confronti della Cina, Pechino ha un elenco di prodotti strategici da non esportare. Quindi l’invio all’estero dei prodotti delle raffinazioni delle terre rare che entrano nella produzione di queste armi è vietata o fortemente centellinata.
Ne consegue che gli USA non potranno completare il rinnovo delle scorte nei tempi tecnici previsti. Hanno poca capacità di raffinazione così come ne ha pochissima il Giappone, che in questi rami industriali fa da spalla agli USA.
Questo cosa significa, al di là del ragionamento militare?
Intanto, pensiamo al fatto che gli USA si sono fatti riconsegnare, da altre zone del mondo tanti missili intercettori che a suo tempo gli avevano fornito e che facevano parte della dotazione degli “alleati”. Armi che per ora non sono in grado di reintegrare. Di fatto, sono completamente scoperti.
Consideriamo che la vera natura di queste guerre (per questo gli Stati Uniti si sono fatti trascinare da Israele) era quella di conquistare aree cruciali, i cosiddetti punti di strangolamento per quanto riguarda il passaggio del petrolio e di staccare l’Iran dalla Cina e dalla Russia, realizzando, con bombardamenti e azioni di guerra, il cambiamento di regime.
Non dimentichiamo che se l’Iran, o prima ancora l’Iraq, fossero stati esclusivamente grandi produttori mondiali l’uno di pistacchi e l’altro di fagiolini, non sarebbe scoppiato il conflitto. Ovviamente, la causa principe è, fin dall’intervento USA in Iran del 1953 per abbattere l’allora legittimo governo di Mohammad Mossadegh, il petrolio cui si è aggiunta la strategia di condizionare e controllare la Cina.
In che senso?
Nel senso molto semplice che gli USA hanno bisogno del petrolio per sostenere il dollaro come moneta a livello mondiale.
Facciamo attenzione: gli americani vogliono essere in deficit rispetto al resto del mondo, dal momento che per loro è basilare spendere e spandere per quanto possibile per poi farsi finanziare dal resto del mondo attraverso le emissioni dei buoni del tesoro americani. Questo è il meccanismo che tiene in piedi il sistema finanziario USA e soprattutto la crescita continua della bolla di Wall Street.
D’altro lato, essendo l’Iran un importante fornitore di petrolio per la Cina, creare difficoltà a Pechino è coerente con il proprio obiettivo principale. Tuttavia, il dato di fatto rimane: in questo momento gli USA sono completamente sguarniti a livello militare e in completo caos. Anche per quanto riguarda l’amministrazione.
L’impressione è quella di una nave alla deriva prima di finire sugli scogli.
Ma con l’indebolirsi dell’egemonia statunitense, non è inevitabile che il mondo si riorganizzi?
Questo è vero in teoria. Ma il processo è caratterizzato da ciò che in statistica si chiama “passeggiata aleatoria”, in cui ogni azione può anche avere una sua logica ma nell’insieme ne scaturisce un movimento casuale.
Un esempio è dato dalla incompatibilità tra il ruolo del Giappone e la sua reale situazione. Per Washington, dal 1950 in poi, la frontiera statunitense più avanzata verso la Cina è il Giappone assieme alla Corea del Sud.
In questo momento il Giappone dà l’impressione di essere un Paese nel pallone più totale. Sta scivolando ulteriormente nella crisi economica che lo divora da oltre trent’anni, ed è incapace di riposizionarsi. Tant’è vero che nel corso delle cerimonie di commemorazione del bombardamento di Hiroshima, la primo ministro giapponese ha evitato di ricordare che i due bombardamenti nucleari sono stati compiuti dagli Stati Uniti.
L’Europa non è per niente diversa, rispetto alla sua capacità di riposizionarsi, perché la formazione dell’intero ceto politico occidentale è completamente plasmato dagli USA. Una volta scomparsi gli Adenauer, i Willy Brandt, i De Gaulle, i De Gasperi, i Moro, in Italia la Prima Repubblica, il ceto politico successivo (in Italia, alla fin fine, persino la dirigenza del PCI) è stato plasmato o rimodellato dagli Stati Uniti, così da non avere la possibilità di creare statisti.
Questo è il punto, che riguarda non solo l’Europa, ma anche il Giappone e la Corea del Sud.
Se questo è vero per Europa, Giappone, e gli alleati storici degli USA, non le sembra che altri Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Pakistan, abbiano la capacità di reagire a un mondo in cui la potenza statunitense si sta via via appannando?
Il problema che ha posto è molto reale. Intanto, bisognerebbe parlare dell’Accordo della Mecca in cui è stato stretto un patto tra i tre Paesi citati, con l’avvertenza che in realtà degli articoli del Patto non sappiamo ancora nulla.
Andando per ipotesi e ricordando che anche l’Egitto, se saranno superati alcuni nodi tecnici, potrebbe entrare a farne parte, possiamo tentare di capire qualcosa dalle reazioni degli altri Paesi.
Quella di Israele è negativa. Del resto, quando si illudevano di sconfiggere l’Iran grazie alla potenza americana, lo stesso leader dell’opposizione israeliana Neftali Bennett, aveva detto, assieme all’attuale governo, che il nuovo pericolo è un’alleanza sunnita, e la nuova minaccia è la Turchia, per cui bisognava prepararsi a fare guerra alla Turchia.
Dall’altro lato, tutti e tre i Paesi che formano questo Accordo sono profondamente dipendenti dagli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, la firma del Patto della Mecca uccide gli Accordi di Abramo, ovvero quegli Accordi del 2020 formulati dagli USA che hanno portato prima alla normalizzazione diplomatica dei rapporti fra Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Israele, che poi avrebbero dovuto sfociare nella normalizzazione fra Israele e Arabia Saudita. Questo nuovo Patto li svuota completamente.
Ma intanto come sono posizionati i Paesi che lo compongono?
La Turchia di Erdogan svolge una politica ambigua e possibilistica. Bisogna comprendere a cosa punta la Turchia e si può già capire che un loro obiettivo è quello di trasformare la Siria in un protettorato di Ankara. Uno dei segnali è che i turchi stanno installando radar militari in Siria.
Questo significa che gli aerei israeliani non potranno più posizionarsi nello spazio aereo siriano, come facevano dalla caduta di Bashar Al-Assad, posizionamento che permetteva loro di lanciare missili sull’Iran in relativa sicurezza, dal momento che gli aerei israeliani e quelli americani preferiscono evitare di entrare nello spazio aereo iraniano.
Il fatto che Ankara stia installando radar militari in Siria complica la vita a Israele, dal momento che i suoi aerei verranno “visti” dalla Turchia. Soprattutto, potrebbero essere anche operazioni sgradite alla Turchia.
Quanto alle dichiarazioni israeliane che identificano la Turchia con il nuovo nemico, Erdogan ha risposto in modo molto duro, dicendo che Israele se ne deve andare dalla Siria, dal Libano, ecc.
Tirando le fila, l’Accordo della Mecca può avere impatti diversi a seconda del lato da cui lo si prende, anche se, fintanto che non ne sappiamo di più sui contenuti degli articoli, sarà difficile dargli la giusta dimensione.
Detto ciò, la reazione iraniana non è stata negativa. Teheran ha dichiarato che il Patto, retto da una clausola di mutuo sostegno in caso di aggressione simile all’Articolo 5 della NATO, non è diretto contro l’Iran.
Ancora più esplicito è stato Wang Yi, ministro degli esteri della Repubblica Popolare Cinese, il quale ha affermato di vedere molto positivamente l’Accordo tra i tre paesi firmato alla Mecca. Wang Yi ha inoltre auspicato di poter giungere alla creazione di un quadro di sicurezza collettiva tra la Cina ed i paesi islamici dell’Asia occidentale, come oggi viene chiamato quello che fu il Medioriente, quadro che include l’Iran.
Tuttavia il ruolo del Pakistan è già emerso come molto importante per la regione...
Il Pakistan è stato un Paese fondamentale anche nello sviluppo della difesa dell’Iran sia sotto l’aspetto dei rapporti diplomatici che dal punto di vista logistico militare. L’azione della sua diplomazia verso Teheran, espletatasi sempre col pieno appoggio della Cina, è stata fondamentale per la firma dell’accordo di Islamabad che poi è stato formalizzato in Svizzera.
In quel frangente gli iraniani non parlavano direttamente con gli americani, che pure erano presenti, e i loro rapporti erano mediati dal Pakistan e dal Qatar.
In particolare si segnala per importanza la figura del capo di stato maggiore pakistano, il generale Asim Munir, il vero mediatore invisibile, com’è stato definito dalla stampa internazionale.
Il Pakistan ha rivestito questo ruolo di fondamentale importanza per il suo legame con la Cina, che, in veste di suggeritore, ha coadiuvato il Pakistan su come parlare con l’Iran per giungere alla sottoscrizione dell’accordo d’intesa.
Come evolve il rapporto con la Cina?
Il rapporto Cina-Pakistan ha funzionato anche sul terreno, dal momento che mentre gli USA bombardavano il porto iraniano al confine col Pakistan, Chabahar, il porto che ha permesso all’Iran di non fermarsi è stato lo scalo fratello pakistano di Gwadar a poca distanza da Chabahar. Gwadar fa parte dell’odierna Via della Seta ed è un nodo fondamentale dei rapporti fra Cina e Pakistan.
Quest’ultimo ha messo a disposizione dell’Iran il porto di Gwadar, sottraendo ai bombardamenti americani le navi col petrolio iraniane. Inoltre, con l’aiuto tecnico della Cina, il Pakistan ha aperto sei valichi di frontiera per il trasporto con autocisterne di petrolio fra Iran e Pakistan.
Un altro elemento di grandissima importanza, è che durante la guerra, la precisione dei missili iraniani è andata aumentando molto rapidamente. Come mai? A parte che, secondo Ted Postol, professore di fisica al MIT e già consulente del Pentagono su questione balistiche, sembra che gli iraniani abbiano sviluppato dei missili superiori al missile cinetico di alta potenza russo Oreshnik, i cinesi, con i pakistani, hanno accelerato il trasferimento all’Iran del sistema di direzione elettronica cinese BeiDou impervio alla penetrazione da parte dagli americani, superando il problema di sicurezza del sistema iraniano che aveva mantenuto la tecnologia GPS americana penetrata dagli USA e da Israele a tal punto che nella guerra di giugno del 2025 riuscirono a far deviare non pochi missili iraniani.
Tutto ciò mi porta a dire che, sebbene sia vero che il Pakistan è fortemente legato agli USA, è anche vero che è altrettanto fortemente legato all’Iran e non ne vuole la sconfitta.
Ma quali sarebbero i motivi?
Mi sembrano evidenti. Intanto, il rapporto Pakistan-Cina, che passa attraverso quello Iran-Cina. Legami molto stretti, che fanno sì che il Pakistan non voglia alterare i rapporti.
L’altro motivo è che in Pakistan, su oltre 260 milioni di abitanti, il 20% sono Sciiti, che fanno riferimento all’autorità religiosa di Teheran. Il capo di questa comunità è un personaggio molto influente con stretti legami con il ministro degli Interni pakistano Moshin Naqvi, il quale al momento di scrivere si trova in visita ufficiale a Teheran.
Naqvi è molto popolare in Pakistan in quanto presidente del comitato nazionale di cricket che, in Pakistan quanto in India, è una fede mistica di massa oltre che uno sport.
Tirando le fila, quali saranno le conseguenze di questa guerra per gli USA?
In America la sconfitta strategica, così chiamata senza peli sulla lingua, è materia di ampia discussione pubblica. Gli USA hanno ormai perso le basi in quell’area, semplicemente perché non esistono più a livello fisico.
Le basi americane sono state distrutte con una percentuale attorno all’80%. Nel Golfo esiste il problema della base nel Bahrein ove si colloca il quartier generale della V Flotta. Sembra vi sia ancora personale che non può venir via a causa della chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz.
Le altre basi sono state tutte evacuate precipitosamente, a cominciare dalla zona curda dell’Iraq, considerata strategica grazie alla presenza dei combattenti curdi, che, debitamente armati dagli americani, avrebbero dovuto invadere l’Iran da quella parte.
Gli americani si sono ritirati dall’Iraq, dalle due basi in Giordania dove ufficialmente non si trovavano. Si sono arroccati in Arabia Saudita, in Israele e in parte si sono riposizionati in Europa.
Il dato di fatto è che nell’area non c’è più presenza americana strutturalmente coordinata a prescindere dalle due portaerei con qualche unità che stazionano al largo nel Mar Arabico attuando il controblocco di Hormuz senza riuscire a scardinare la posizione dell’Iran circa la chiusura dello stretto.
La situazione USA ha raggiunto livelli di superficialità inimmaginabili. L’ammiraglio Brad Cooper capo del CENTCOM, il comando USA delle forze destinate all’area che va dall’Asia centrale al Golfo Persico, ha apertamente sollecitato tutti i soldati di qualsiasi rango ad inviare suggerimenti su come punire (verbatim) l’Iran.
Nel frattempo la condizione dell'equipaggio della portaerei Lincoln, da molti mesi in navigazione tra il mar Arabico e l’Oceano Indiano, tende a quella dei soldati in trincea durante la prima guerra mondiale: cibi avariati, igiene scarsa, tentativi di suicidio e di saltare fuori bordo.
Tutto ciò mentre non esiste di fatto alcun dialogo fra Iran e USA. Gli Stati Uniti si trovano in un vero vuoto strategico, legato, fra l’altro, anche alla situazione delle armi di cui abbiamo parlato all’inizio.
In tutto ciò, quanto pesa l’elemento petrolio?
Mi sembra che fuori dagli USA se ne parli in modo inadeguato e superficiale. L’America si sta accorgendo che manca il petrolio cosiddetto greggio-acido o pesante, ovvero quello da cui si trae kerosene per gli aerei e diesel per i camion.
Le auto usano petrolio dolce o leggero che costituisce la grande maggioranza del greggio estratto dai pozzi sul territorio americano. Il greggio acido lo devono importare e, con la chiusura di Hormuz, le importazioni non sono sufficienti.
La quantità di petrolio a disposizione come riserva strategica ufficiale, è scesa di oltre la metà, per quanto riguarda tutti i tipi. Dall’anno scorso si è passati da 700 milioni di barili a 300 milioni. Il 36% è petrolio pesante, ovvero acido.
Intanto, non solo non esce niente da Hormuz, ma – dopo il bombardamento missilistico saudita della pista dell’aeroporto di Sanaa nello Yemen il 13 luglio scorso – Ansara Allah (i “Partigiani di Dio”, conosciuti in Occidente come Houthi) hanno bloccato le esportazioni di greggio dell’Arabia Saudita.
La scarsità di petrolio per il momento, non si manifesta eccessivamente sui prezzi perché questi vengono calmierati proprio dall’uso a man bassa delle riserve strategiche. Ma la scarsità dovrà emergere. Un’eventuale espansione del mercato nero (petrolio russo comprato dall’India e rivenduto ai Paesi che non lo comprano direttamente a causa del sanzioni), non è sufficiente.
L’unica che continua ad alimentarsi col petrolio saudita è la Cina, nei cui confronti Ansar Allah, come l’Iran, non applicano blocchi di alcun genere.
Ad oggi non esiste alcuna tregua formale, solo di fatto, perché gli USA non sono in grado di continuare i combattimenti. Esistono negoziati tra l’Oman e l’Iran riguardo la gestione del traffico nello stretto di Hormuz e la spartizione degli incassi dei pedaggi.
Tuttavia Teheran, seguita da Ansar Allah per quanto riguarda lo stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso, ha dichiarato che lo stretto non verrà riaperto finché non verrà posta fine alla guerra, non verranno completamente ritirate le forze USA dall’insieme dell’area e dall’Iraq, finché Israele non cesserà ogni attacco al Libano, ritirandosi dal territorio occupato, ed dalla Palestina. Ne consegue che la scarsità di petrolio potrà durare a lungo.
Fonte
09/08/2026
Arriva la Nato sunnita, un ‘successone’ della guerra Usa-Israele all’Iran
È stato firmato in questi giorni un accordo di cooperazione militare tra sauditi, pakistani e turchi. E non è stato firmato in un luogo qualunque ma alla Mecca, “capitale” delle fede mussulmana. Potrebbe essere il nucleo di quella Nato islamica di cui si parla da tempo. Lo capiremo se i prossimi ad aderire saranno i Paesi del GCC (Il Consiglio di Cooperazione del Golfo) cioè quelli che si affacciano sul Golfo Persico salvo Iran e UAE.
È un evento in teoria epocale, se non verrà depotenziato dagli Usa e da Israele che ne subiscono il contraccolpo. Ad allearsi formalmente sono nell’ordine: le none forze armate del mondo (Turchia), le quattordicesime (Pakistan che ha l’arma atomica), le ventincinquesime (i sauditi hanno tanti soldi ma delle forze armate, sinora, dagli scarsi successi).
Questa firma sancisce in qualche modo la trasformazione di Washington da fornitore di sicurezza a fornitore di armi, grazie alla miopia di Trump che si esprime sia modo in cui tratta gli alleati, sia nell’essersi imbarcato nell’aggressione all’Iran.
Nei suoi due mandati con l’Arabia Saudita ha perseguito solo vantaggi familiari (vedi i miliardi di Kushner) e contratti per le aziende americane, in primis di armi, fino a definire Ryad partner di pari livello a quelli Nato, quindi con la possibilità di aver accesso a tecnologie di ultima generazione. A ciò si aggiunga l’accordo recentissimo sul nucleare civile che mette, almeno su carta, i sauditi in condizione di avere la bomba atomica.
I danni vengono dall’ossessione di Trump nel considerare i costi diretti di quello che fanno gli Usa ma mai i vantaggi indiretti. È lo stesso approccio che sta avendo con l’Europa: la politica estera viene ridotta ad una trattativa per una fornitura di cemento per uno dei suoi casinò ad Atlantic City (che fallirono). Nessuna valutazione geopolitica, solo un occhio alle cifre a piè di lista.
Inoltre la guerra all’Iran ha evidenziato un enorme dato: le basi che gli Usa hanno costruito nell’area dopo a partire dalla guerra all'Iraq di Saddam nel 1990 sono state a lungo una leva nelle relazioni tra Paesi del Golfo e gli Usa, l’Iran le ha trasformate in bersagli e quindi in un problema per gli Stati che le ospitano (sinora sono state un problema solo con l’opinione pubblica interna, infatti alle nostre latitudini non se ne parlava o non le si vedeva).
Oggi sono inabitabili e non utilizzabili per via degli attacchi dell’Iran, verranno sfrattate visto che sono diventate un rischio per la sicurezza? Non lo si sa, ma cresce questa tentazione nei governi dell’area. Se così fosse, tra l’altro, Israele e l’Italia con le loro basi diverrebbero ancora più strategici per collocazione geografica e allineamento politico.
I tre Paesi firmatari sono legati da un accordo (modello articolo 5 della Nato) di mutua difesa in caso di attacco. Questa intesa, che potrebbe essere l’embrione della Nato sunnita, è in chiave anti-Iran (sciita) nel senso che se domani Teheran dovesse tornare ad attaccare i sauditi, in teoria Turchia e Pakistan dovrebbero intervenire. Ma non è solo questo il punto.
Nella lista dei “prossimi nemici” di Israele, ci sono la Turchia, l’Egitto e il Pakistan. Questa alleanza salda due di loro con i sauditi, che Trump sta spingendo (invano) a sottoscrivere gli “accordi di Abramo”.
La conseguenza pratica, è la fine degli “accordi di Abramo”. I sauditi hanno più volte detto che normalizzeranno le relazioni diplomatiche con Tel Aviv quando verrà riconosciuto uno Stato palestinese, ma a questo punto è Israele che non può accettare rapporti normalizzati con i sauditi, amici dei loro nemici.
Resta da capire se (e con quali conseguenze sulla Nato) questa alleanza crescerà numericamente e geograficamente. Sta di fatto che si tratta un nuovo esempio di un mondo che si prepara a nuovi scenari (che vanno dall’uscita Usa dalla Nato alla difesa europea), ad un equilibro multi-polare e ad un mondo post cura Trump.
La firma di questa alleanza conferma comunque una cosa: la guerra all’Iran è stato un errore clamoroso per gli Usa. Convinto di poter ottenere una vittoria rapida e indolore, Trump – il presidente che aveva promesso pace – si ritrova impanato nell’ennesima guerra americana in Medio Oriente, dalla durata incerta, alla rincorsa e alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa come nell’Iraq del 2003, ma con molte meno opzioni militari di allora.
Fonte
24/07/2026
Si allarga il mosaico nucleare in Medio Oriente. Israele, Iran e ora l’Arabia Saudita
Al mosaico della questione nucleare in Medio Oriente si sta aggiungendo una nuova tessera: l’Arabia Saudita.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Stati Uniti e l’Arabia Saudita, avrebbero concluso un accordo triennale per potenziare la cooperazione in materia di energia nucleare.
L’accordo prevederebbe condivisione e trasferimenti tecnologici in materia di nucleare civile. Inutile dire che questo accordo avrà un effetto potenzialmente dirompente per la regione. Innanzitutto per Israele che dopo essersi opposta anche militarmente al nucleare iraniano guarda ora con preoccupazione all’accordo sul nucleare tra USA e Arabia Saudita, al quale si è sempre opposta.
L’accordo, noto come “1-2-3 Agreement”, permetterebbe all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare civile che includerà, dopo uno studio congiunto sulla fattibilità economica, la possibilità di arricchire uranio o riprocessare plutonio sul proprio suolo. E’ stato sottoscritto dal principe saudita Bin Salman e dal Segretario all’Energia statunitense Chris Wright.
In realtà l’ambizione nucleare di Riad era scritta nero su bianco da anni, ed era stata posta come una delle condizioni per l’eventuale firma degli Accordi di Abramo con Israele. Così come è difficile sorvolare sul fatto che l’atomica pakistana sia stata finanziata dall’Arabia Saudita già dagli anni Settanta e che proprio il recente accordo tra i due paesi preveda la copertura nucleare pakistana a Riad in caso di minacce da parte di altre potenze atomiche.
Insomma l’Arabia Saudita non nasconde di vedere l’opzione e semmai anche la deterrenza nucleare nel proprio orizzonte.
La Casa Bianca però dovrà ora tenere conto del parere del Congresso su questo accordo con l’Arabia Saudita. L’accordo non include il principio definito impropriamente Gold Standard, una clausola “che impedirebbe al regno di arricchire l’uranio e riprocessare il combustibile nucleare esaurito, entrambe potenziali vie per la produzione di armi nucleari”.
Questa clausola venne invece imposta nel 2009 agli Emirati Arabi Uniti per la costruzione della loro prima centrale nucleare.
Ma questa limitazione nelle possibilità di arricchimento dell’uranio è anche il fattore principale dell’eventuale accordo sul nucleare iraniano.
L’unico Stato della regione a non esser sottoposto a limitazioni e controlli in materia di nucleare militare è ancora Israele, ravvivando così un doppio standard sempre meno accettabile, in particolare dall’Iran, ma adesso, forse, anche dall’Arabia Saudita.
Fonte
13/07/2026
Usa-Israele contro Iran, ma è la Cina il convitato di pietra
Il conflitto USA-Iran ha innescato un nuovo incendio in un’area del mondo segnata da conflitti sanguinosi, storici e senza fine. Un incendio che sembrerebbe, il condizionale è d’obbligo, aver preso la via dell’accordo, con la sottoscrizione del memorandum d’intesa.
Avventura senza senso per molti, dimostrazione di forza da parte degli Stati Uniti per altri, in generale qualcosa di poco comprensibile e molto poco vantaggioso per gli stessi USA, per la maggioranza dei cittadini globali, in particolare per gli europei, che ne hanno subito le ricadute economiche, soprattutto in termini di energia.
Ma la questione è molto complessa, molto più di quanto appaia, come spiega lo storico ed economista Joseph Halevi.
Guerra all’Iran degli USA. A chi giova?
“Chi ha premuto per la guerra è, secondo me, evidente, ovvero il governo israeliano, che è riuscito a convincere Trump che il momento giusto per abbattere il governo iraniano e cambiare il regime politico del paese fosse arrivato, contrariamente all’avviso dei maggiori esperti dentro le forze armate statunitensi.
Sono anni che gli USA fanno simulazioni e prove di guerra, ma i risultati di questi giochi, sono stati sempre negativi per gli Stati Uniti dal punto di vista militare. Perciò, quando questa ipotesi veniva sollevata durante le presidenze di Obama, Biden ma anche Bush figlio, essi avevano sempre respinto l’idea, non perché non volessero fare la guerra all’Iran, ma perché non c’era il contesto militare adeguato.
Israele è riuscito a convincere il governo Trump che l’Iran era profondamente indebolito, che ampie rivolte erano in corso. Quindi la guerra sarebbe durata relativamente poco in quanto sia il governo che l’assetto istituzionale dell’Iran sarebbero crollati, mentre altri esperti americani dicevano che non era così.
La deriva americana verso Israele, dandogli carta bianca, è in atto da tempo e si è sviluppata passo passo”.
Impantanamento americano ?
“La meccanica dà la dimensione di questo colossale impantanamento. La guerra degli Stati Uniti all’Iran si è risolta tutto sommato in un tempo abbastanza breve; la mia impressione è nel giro di una settimana, non di più.
Gli Stati Uniti sono partiti in quarta insieme a Israele con i bombardamenti (tra l’altro, è noto che senza gli americani che forniscono l’instradamento satellitare ai bombardieri israeliani, i rifornimenti in volo, nonché la protezione di Israele dai missili iraniani che, secondo il vicepresidente Vance, è stata sostenuta per i due terzi dalle forze aereo-missilistiche statunitensi, Israele non avrebbe potuto partecipare all’attacco) ma l’Iran ha risposto in maniera puntuale distruggendo i radar satellitari americani in un certo numero e radar con raggio più limitato.
Si tratta di installazioni che costano un miliardo di dollari ciascuna, i più piccoli la metà, difficilissimi da rimpiazzare.
Gli americani hanno poi fatto alzare in volo i droni radar, grandi come aerei, perdendone più di una decina, abbattuti dalla contraerea iraniana. Inoltre, sono state distrutte o ampiamente danneggiate le basi militari americane nel Golfo, tant’è che gli statunitensi hanno dovuto ritirarsi su basi in Giordania e Arabia Saudita.
Le portaerei, assieme ai caccia-torpedinieri di scorta, sono state assalite da miriadi di droni che ne hanno costretto l’allontanamento fino a circa mille chilometri dalla costa, con grosse difficoltà a far giungere gli aerei per bombardare l’Iran, dal momento che, per percorrere quelle distanze, devono essere riforniti in volo più volte.
Fra le ovvie conseguenze, il caos in cui è sprofondata l’operazione. Queste informazioni provengono da svariate fonti ed esperti. Da qui gli Stati Uniti hanno cominciato a considerare e a caldeggiare un cessate il fuoco reso ancor più necessario dal rapido calo delle riserve nazionali di petrolio che sono passate da 700 milioni di barili a 331 milioni. E qui entrano in gioco le variabili politiche”.
In effetti si rischia, se non si indaga su motivi più profondi, di pensare a Trump, nel migliore dei casi, come a un pazzo. Lei professore che ne pensa?
“Non è affatto un pazzo, dal momento che persegue quello che già gli Stati Uniti avevano messo in chiaro nel 1945, ovvero la volontà di comportarsi come i padroni del Medio Oriente petrolifero. Del resto, tutto il sistema monetario finanziario che si è stabilito nel mondo occidentale dopo il ‘45 – noto come il sistema di Bretton Woods – si è basato su questo, cioè sul fatto che gli Stati Uniti controllavano sia il sistema finanziario, che l’erogazione di materie prime.
Il ruolo monopolistico degli USA nella gestione del petrolio è cosa molto vecchia e risaputa. Ma il problema attuale non è più solo questo”.
Quindi, qual è?
“Il problema attuale è l’emergere di altre forze e altre dimensioni in un quadro multipolare non più basato sulla centralità degli Stati Uniti. Ciò è avvenuto proprio nella fase in cui gli Stati Uniti pensavano di averla fatta franca su tutto.
Con il ’91, con la fine dell’URSS, gli Stati Uniti hanno avuto campo aperto su tutto. La Cina a quell’epoca non costituiva un contrappeso. Non esisteva una realtà economica e politica nel mondo che potesse creare un contrappeso agli Stati Uniti. L’Unione Sovietica si spappola in varie Repubbliche che cercano – compresa la stessa Russia con Eltsin – l’approvazione americana e corrono verso l’America.
Da ciò, gli Stati Uniti traggono la convinzione che possono espandersi quanto e come vogliono, sia sul piano militare verso Est, sia sul piano economico dove ritengono di poter fare ciò che più gli aggrada.
La Cina, nel ’91, è in un’altra fase, una fase di crescita, in cui ha bisogno non tanto dell’appoggio politico americano (in parte anche), ma soprattutto necessita dei rapporti di mercato con gli USA.
Del resto, gli Stati Uniti scelgono la via della deindustrializzazione e finanziarizzazione. Questa non è una scelta cinese, ma i cinesi ne beneficiano attraverso la loro politica di sviluppo che si incontra con quella delle grandi società americane, che si concretizza nell’accelerazione della decentralizzazione produttiva nazionale statunitense.
Ma anche tutti questi vantaggi per il capitale USA finiscono e loro se ne accorgono tra il 2010 e il 2015. Ciò avviene sul piano della tecnologia avanzata ed iniziano a creare ostacoli alla Cina pur non smettendo di deindustrializzarsi”.
Per cui, possiamo interpretare il conflitto con l’Iran come una tappa del programma ‘America First’ di Trump, in funzione anti Cina?
“Sì. In realtà, questo tentativo gli statunitensi lo applicano in molti campi, quasi sempre con risultati negativi, sia dal punto di vista militare che economico. Ma per quanto ci riguarda, ovvero la guerra con l’Iran, è interessante l’analisi di come si è arrivati alla firma degli accordi del memorandum d’intesa.
Intanto, un elemento chiave in questa guerra è l’emergere del ruolo importante del Pakistan, che si materializza soprattutto nella figura di due persone: il Primo Ministro Shehbaz Sharif, e il Capo di Stato Maggiore, Asim Munir. Ma dietro il Pakistan c’è la Cina. Quindi c’è stata una triangolazione Pakistan – Cina – Qatar, con , dietro, un po’ più distante, l’Arabia Saudita”.
Questo è un elemento molto interessante, ma come si sono posizionati questi Paesi?
“Sostanzialmente, la Cina ha consigliato l’Iran di giungere a un accordo, sapendo bene che gli americani non rispetteranno gli accordi. Questo tuttavia diventerà un punto di forza per l’Iran, perché scanserà l’accusa di essere responsabile del fallimento degli accordi, in particolare rispetto ai Paesi dell’area che venivano sì bombardati dall’Iran, ma sulle basi americane da essi ospitate e sulle strutture energetiche.
Tuttavia, i bombardamenti iraniani hanno fatto crollare tutta la bolla di Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi. Tant’è vero che per ripristinare la dimensione precedente servirà molto tempo, ammesso che riescano a riprendersi, cosa a mio parere poco probabile”.
Da dove deriva il ruolo chiave del Pakistan?
“Il Pakistan è diventato l’elemento essenziale come trait d’union, in quanto da un lato ha rapporti molto stretti con gli Stati Uniti, tanto da venire considerato un alleato cruciale degli USA. Nel sistema delle relazioni statunitensi in Asia, il Pakistan aveva un ruolo storico, in contrapposizione all’India, che in passato, con Nehru, era molto vicina all’URSS, relazione proseguita dopo il 1991 con la Russia sul piano dei rapporti militari.
Il Pakistan invece è molto legato anche alla Cina, in primis perché fa parte della Via della Seta; del resto, la Cina sta costruendo un porto importantissimo a Gwadar, città vicino alla frontiera con l’Iran e anche un sistema ferroviario che collega la Cina con il Pakistan. Inoltre 210 km più a Ovest, si trova il porto iraniano di Chabahar con cui la Cina si sta collegando per via ferroviaria. Oltre a questo sviluppo, la Cina è uno dei maggiori fornitori di armi al Pakistan.
Perché si verificò questo? I prodromi risalgono al conflitto armato sino-indiano, scoppiato nel 1962 , dopo il quale la Cina cominciò a rifornire militarmente il Pakistan, che era ed è in conflitto, spesso a fuoco, con l’India sulla questione del Kashmir.
L’URSS appoggiava l’India (si era già consumata la frattura ideologica fra i due Paesi comunisti) mentre la Cina era contro l’URSS. Del resto, in questo contesto l’incontro segreto di Henry Kissinger con i dirigenti cinesi, a Pechino, fu propiziato dal Pakistan stesso. Ciò condusse alla famosa visita di Nixon a Mao Tse Tung.
La Cina sta assumendo un peso determinante nelle relazioni internazionali del Pakistan. Il legame militare tra i due paesi è ormai indissolubile. L’importanza del Pakistan è l’elemento che ha reso possibile la formazione del Memorandum di intesa fra Iran e Usa”.
E il ruolo di alleati storici degli Stati Uniti come Arabia Saudita e Qatar?
“Il Memorandum d’intesa fra le altre cose prospetta anche lo sblocco, da parte degli Stati Uniti, di fondi iraniani, provenienti dalla vendita del petrolio, che avevano congelato. Si tratta di 24 miliardi che dovrebbero essere sbloccati in due tranche di 12 miliardi di dollari ciascuna.
Il problema che si è posto subito è stato: ma se questi non lo fanno? Trump aveva già ventilato l’ipotesi di porre condizionamenti, aveva dichiarato che, con quei primi 12 miliardi, gli iraniani avrebbero dovuto comprare roba americana. Il problema era e resta dunque aggravato anche da questa volontà di condizionamento da parte americana, restando sempre anche l’alea che gli statunitensi non rispettino la lettera dell’accordo.
In questa situazione, il Qatar ha affermato che, se l’accordo non venisse rispettato alla lettera dagli americani, sarebbe intervenuto consegnando i soldi agli iraniani. L’Arabia Saudita, subito dopo, si è affiancata al Qatar dichiarando di garantire tutto l’ammontare.
Il processo per avviluppare gli Usa è stato complesso e ha coinvolto formalmente degli alleati degli Stati Uniti, come il Pakistan, l’Arabia Saudita e anche il Qatar, che ha sempre avuto rapporti piuttosto buoni con l’Iran, pur ospitando la principale base americana nell’area.”
Equilibri e rapporti in fase di cambiamento...
Dietro tutta questa vicenda sta il fatto che l’Arabia Saudita non vuole la guerra all’Iran, e neanche il Qatar, né il Pakistan, che vuole sviluppare il rapporto con l’Iran perché si trovano insieme nel sistema cinese e anche in quello russo.
Esiste infatti il Corridoio Nord Sud, che partì due anni fa, che inizia dalla città russa sull’Artico, Murmansk, e arriva fino a Bandar Abbas, scendendo lungo il Caspio attraverso gli Urali. Si tratta di un sistema ferroviario russo che trasporta materie prime che da Bandar Abbas, dove vengono caricate su navi e raggiungono l’Arabia Saudita.
Questo fa parte dei progetti di sviluppo di Bin Salman, che vuole trasformare l’Arabia Saudita in un Paese industrializzato, dove l’investimento cinese è notevole, così come il contributo russo in termini di materie prime. Il Pakistan non vuole vedere saltare la sua presenza nella Via della Seta cinese, ed è molto importante che rafforzi i suoi rapporti con l’Iran.
Quindi: materie prime russe e industria e infrastrutture cinesi, che questi Paesi non vogliono perdere. Quindi sono molto favorevoli alla cessazione della guerra. Non per caso dopo la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran e l’attuazione del controblocco statunitense nei confronti delle navi che commerciano con l’Iran, il Pakistan ha aperto in brevissimo tempo, con l’aiuto cinese, sei nuovi valichi di frontiera con l’Iran aumentando di svariate volte il transito di camion cisterna iraniani verso il porto Gwadar in modo di aggirare il controblocco statunitense.
A tutti gli effetti il Pakistan si sta inserendo, tramite i rapporti con la Cina e l’Iran, nel novero dei BRICS”.
Fonte
16/06/2026
Dopo il fallimento di Trump in Iran, l’Arabia Saudita vuole il suo blocco
Con l’aggressione all’Iran, non solo Trump non ha ottenuto risultati tangibili, ma ha mostrato in maniera inequivocabile la debolezza strategica di Washington e l’incapacità di tenere a bada Israele e di difendere le petromonarchie del Golfo. Che ora, in un’epoca di ridisegno degli assetti geopolitici internazionali, lavorano per creare un proprio blocco regionale in grado di sostenere i propri interessi in un mondo già di fatto multipolare.
Quando Teheran, dopo l’aggressione di Washington e Tel Aviv, ha iniziato a bombardare per rappresaglia non solo le basi statunitensi sparse in tutto il Medio Oriente ma anche le infrastrutture petrolifere e civili dei paesi del Golfo, ha causato un vero e proprio shock nelle petromonarchie abituate a rimanere al riparo dalle conseguenze dei conflitti che hanno invece devastato altri paesi dell’area.
In cambio della permanenza all’interno della sfera d’influenza di Washington e del massiccio acquisto di armi e tecnologia americane, le monarchie del Golfo hanno goduto per decenni della protezione militare statunitense.
Ma a causa dell’ennesima guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e le altre forze dell’asse sciita, le petromonarchie sono state colpite duramente, subendo enormi danni economici ed evidenziando che i sistemi di difesa e i caccia americani – costati centinaia di miliardi – non sono stati in grado di bloccare una parte importante dei lanci di droni e di missili da parte di Teheran. La presenza delle basi statunitensi nella regione non solo non ha rappresentato un deterrente nei confronti della rappresaglia iraniana nei confronti dei paesi che consentono lo schieramento militare di Washington in Medio Oriente, ma anzi l’ha amplificata.
Che le basi americane abbiano attirato gli attacchi iraniani o che semplicemente non siano riuscite a fermarli, l’ultimo conflitto ha diffuso tra i paesi dell’area la percezione di essere eccessivamente esposti. Di contro le cancellerie del Golfo non hanno potuto non registrare che Washington ha dato la priorità alla difesa di Israele invece che ai loro paesi.
Un primo, eclatante allarme, lo aveva suscitato l’attacco israeliano contro il Qatar del settembre scorso per eliminare la leadership di Hamas, per altro impegnata in un negoziato con lo stato ebraico con la mediazione di Doha. Il bombardamento aveva goduto del consenso o quantomeno della tolleranza di Washington, in violazione degli accordi sottoscritti dagli Stati Uniti con il Consiglio di Cooperazione del Golfo.
La reazione – frutto ovviamente di un negoziato iniziato in precedenza – fu la firma di uno storico accordo militare tra l’Arabia Saudita e il Pakistan che comprende un meccanismo di difesa reciproca simile a quello previsto dall’articolo 5 del Patto Atlantico. Il nucleo fondativo di una potenziale “Nato sunnita” si basa su un reciproco vantaggio: mentre Bin Salman ottiene per l’Arabia Saudita la copertura – almeno potenziale – garantita dall’arsenale nucleare pakistano, Islamabad accede a finanziamenti fondamentali per sostenere la propria economia in crisi e la possibilità di proiettare la propria influenza verso ovest.
Nei mesi successivi alla firma del patto con il Pakistan i colloqui per un allargamento dell’alleanza sono stati pubblicamente estesi alla Turchia.
Poi il 19 marzo – a quasi un mese dall’inizio delle operazioni militari israelo-statunitensi contro l’Iran – i ministri degli esteri di Arabia Saudita, Pakistan, Egitto e Turchia si sono riuniti a Riad per serrare le fila del campo sunnita, preoccupato dalla minaccia rappresentata per i propri interessi dalla sopravvivenza dell’Iran e del suo sistema di alleanze nella regione ma sempre più anche da un espansionismo israeliano che non sembra conoscere alcun limite. I quattro rappresentanti hanno espresso la necessità di “prendere in mano” la gestione delle crisi regionali allo scopo di evitare che “attori esterni” possano imporre soluzioni funzionali ai propri interessi.
Mente i media turchi riferiscono che i colloqui sull’adesione della Turchia al patto tra sauditi e pakistani sarebbero in fase avanzata e quelli di Islamabad che una bozza di accordo sarebbe già pronta, già all’indomani del raid israeliano sul Qatar il dittatore egiziano al-Sisi propose la creazione di una forza di reazione rapida regionale.
Se i paesi aderenti riusciranno a superare le storiche divisioni e rivalità e a conciliare i diversi posizionamenti rispetto al resto dello scacchiere mondiale, quello sunnita potrebbe nascere come un blocco di tutto rispetto, forte di 500 milioni di abitanti e di risorse economiche e militari non indifferenti.
L’Arabia Saudita rappresenta senz’altro il motore finanziario ed economico dell’operazione, oltre ad ospitare i luoghi santi dell’Islam; il Pakistan dispone della deterrenza nucleare e di una potenza militare considerevole; anche la Turchia dispone di un esercito tra i più potenti al mondo e può mettere a disposizione la propria industria militare tecnologicamente avanzata, oltre che la sua proiezione geopolitica in Africa e in Asia Centrale; l’Egitto, infine, esercita un controllo strategico sul Canale di Suez e dispone anch’esso di una certa potenza militare.
In parallelo con i colloqui sui risvolti militari, i paesi aderenti stanno già implementando la parte economica, ed hanno approvato la realizzazione di corridoi ferroviari, centri logistici e sistemi digitali, mentre sta prendendo forma un oleodotto per trasportare il petrolio saudita verso il Mediterraneo.
In attesa di capire se il quartetto iniziale potrà allargarsi ad altri paesi – ad esempio il Qatar, strettamente associato alla Turchia, di cui ospita una base militare sul proprio territorio – a Riad la “Nato sunnita” o “Step” (dalle iniziali dei paesi aderenti) è stata già ribattezzata “Patto di Maometto”. Questa dizione non concede all’alleanza soltanto un forte valore identitario, islamico e sunnita, ma sembra voler mettere una pietra tombale su quegli “Accordi di Abramo” che Trump ha inaugurato durante il suo primo mandato per normalizzare le relazioni tra Israele e potenze del Golfo all’insegna dell’egemonia statunitense e che si sforza tuttora di allargare ad altri paesi dell’area. Senza successo, vista la sfiducia nei confronti della scarsa volontà – e capacità – di Washington di difendere gli interessi delle petromonarchie e la crescente ostilità nei confronti dell’espansionismo israeliano.
Nel frattempo sauditi e soci hanno già portato a casa un importante risultato, operando forti pressioni sulla Casa Bianca per bloccare i bombardamenti contro Teheran – e quindi le rappresaglie contro le monarchie sunnite – e ottenendo per il Pakistan un fondamentale ruolo di mediazione che ha portato al cessate il fuoco del 7 aprile.
Non sfugge che se una versione allargata dell’alleanza andasse in porto, il nuovo blocco geopolitico potrebbe esercitare uno stretto controllo su alcuni corridoi logistici fondamentali a livello mondiale come gli stretti di Suez, di Bab el-Mandeb e di Hormuz oltre che del Bosforo, mirando a condizionare le grandi potenze.
Se l’intesa sarà in grado di stabilizzarsi ed evolvere, sia sul piano militare che su quello economico e politico, la mappa geopolitica del Medio Oriente e dell’Asia centro-occidentale potrebbe essere in pochi anni completamente rivoluzionata.
Fonte
13/06/2026
Afghanistan, la prossima guerra per procura dell’America
La Cina viene accusata di estrarre minerali grezzi dall’Afghanistan per lavorarli altrove – un processo che, secondo l’articolo, equivarrebbe a un furto delle risorse naturali afghane da parte della Cina, lasciando deliberatamente il paese in uno stato di perpetua indigenza.
Ciò che l’articolo omette deliberatamente è la presenza di estremisti armati che attaccano gli investimenti cinesi, le missioni diplomatiche e il personale in tutto il paese, rendendo fisicamente impossibile per la Cina investire e consentire all’Afghanistan – per ora – di lavorare internamente questa ricchezza mineraria grezza ed esportare input industriali a maggior valore aggiunto e con profitti maggiori.
I tentativi della Cina di collaborare con l’Afghanistan – fornendo un reddito immediato e disperatamente necessario per ricostruire la nazione – arrivano dopo 20 anni di occupazione militare e abusi statunitensi, uniti – dal 2021 in poi – al sequestro da parte degli USA di oltre 9,5 miliardi di dollari di beni afghani e all’uso di estremisti appoggiati dagli USA per sabotare qualsiasi tentativo di stabilizzare, ricostruire e forse persino sviluppare il paese dell’Asia centrale.
Gli Stati Uniti, avendo creato la morte, la distruzione e la povertà sotto cui gli afghani soffrono attualmente, attraverso i loro organi di propaganda tentano di spostare la colpa su nazioni come la Cina che cercano di collaborare con l’Afghanistan nonostante le sfide create deliberatamente proprio dagli USA.
La lunga storia di Washington nell’uso di estremisti per destabilizzare altri
Mentre gli USA conducono guerre ad alta visibilità e guerre per procura in tutto il mondo – dall’attacco al Venezuela in America Latina all’attacco alle strutture di produzione, stoccaggio ed esportazione di energia russa, attribuendolo all'“Ucraina” in Europa, e la sua continua guerra di aggressione contro l’Iran in Medio Oriente – gli USA stanno anche conducendo numerose guerre sporche in tutti i luoghi intermedi.
Questo include l’attraversamento dello stato centroasiatico dell’Afghanistan – devastato da decenni di guerra provocata dagli USA – sia la sua guerra per procura contro l’Unione Sovietica negli anni ’80, sia la sua invasione e occupazione dell’Afghanistan dal 2001 al 2021.
Nonostante l’abbandono ufficiale dell’Afghanistan, gli analisti all’epoca avvertirono sulle reti di retroguardia di terroristi che gli USA avevano armato e avrebbero continuato ad armare e sostenere, impedendo all’Afghanistan di raggiungere qualsiasi tipo di stabilità socio-politica o economica e vanificando i tentativi dei vicini dell’Afghanistan di collaborare e aiutare a creare uno stato-nazione funzionante e un’economia capace di provvedere al proprio popolo a casa e commerciare con i partner all’estero.
Questo riguarda soprattutto la Cina.
Per realizzare questa destabilizzazione, gli USA hanno utilizzato la loro politica decennale di armare e sostenere estremisti attraverso una rete globale di intermediari e usarli come forza di spedizione dove le normali forze USA non possono permettersi di andare politicamente o sono incapaci di farlo militarmente.
Gli USA hanno notoriamente usato tali estremisti come parte della loro guerra per procura contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, specificamente.
Nel 2007, Seymour Hersh, nel suo articolo “The Redirection”, avvertì:
“Per minare l’Iran, che è prevalentemente sciita, l’Amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’Amministrazione ha cooperato con il governo dell’Arabia Saudita, che è sunnita, in operazioni clandestine volte a indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli USA hanno anche preso parte a operazioni clandestine contro l’Iran e la Siria, sua alleata. Un sottoprodotto di queste attività è stato il rafforzamento di gruppi estremisti sunniti che abbracciano una visione militante dell’Islam e sono ostili all’America e simpatizzanti di Al Qaeda”.Dopo la “Primavera Araba” del 2011, ammettiamolo, ingegnerizzata dagli USA, questi hanno iniziato a mobilitare proprio quelle reti di estremisti preparate per provocare guerre per procura, poi guidate dagli USA contro nazioni come Libia, Siria, Yemen e Iraq.
Dal 2011 in poi, mentre questi conflitti iniziavano a distruggere l’intero mondo arabo, pubblicazioni statunitensi come il New York Times e il Washington Post ammisero che gli USA stavano spendendo miliardi di dollari per armare e addestrare quelli che all’epoca venivano chiamati “ribelli moderati”.
Tuttavia, già nel 2014, era abbondantemente chiaro che tali “ribelli moderati” non esistevano. I media statunitensi iniziarono a costruire narrazioni secondo cui gli estremisti avevano in qualche modo “superato” i ribelli moderati sostenuti dagli USA, e che era così che la stragrande maggioranza delle loro armi, veicoli e attrezzature era finita nelle mani di organizzazioni terroristiche elencate dagli USA come gli affiliati di Al Qaeda, Jabhat Al-Nusra, aka Hayat Tahrir al-Sham (HTS), e il cosiddetto “Stato Islamico” (ISIS).
In realtà, non c’erano mai stati “ribelli moderati” fin dall’inizio. Come Seymour Hersh riportò già nel 2007, il piano americano era sempre stato quello di usare estremisti per riordinare il mondo arabo prima di una guerra più ampia contro l’Iran (e infine la Cina).
Dopo aver rovesciato con successo i governi di Libia, Yemen e Siria dal 2011 al 2024, gli USA stanno ancora impiegando queste organizzazioni estremiste in tutto il Mondo.
Gli USA hanno ufficialmente rimosso HTS dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere designate dagli USA e ora riconoscono il suo capo, Abu Mohammad al-Jolani (ora chiamato Ahmed al-Sharaa), come presidente di fatto della Siria.
Altre organizzazioni terroristiche sono ancora utilizzate dagli USA con questo metodo di “negabilità plausibile”, incluso l’ISIS, che a sua volta ha dato origine a numerose filiali specializzate nel promuovere gli interessi geopolitici statunitensi oltre il Medio Oriente, incluso lo Stato Islamico del Khorasan, o ISIS-K.
È proprio l’ISIS-K che gli USA stanno usando per attaccare e minare la stabilità dell’Afghanistan prendendo di mira funzionari governativi, edifici e infrastrutture, nonché il personale, le missioni diplomatiche e gli investimenti di nazioni vicine amiche come la Cina, che condivide un breve tratto di confine (92 km) con l’Afghanistan nella sua regione occidentale dello Xinjiang.
Solo una delle molte guerre sporche che gli USA conducono in questo modo...
La posizione dell’Afghanistan è stata centrale prima per le ambizioni imperiali britanniche e successivamente per quelle americane. Confinante con Iran, Pakistan e Cina mentre si trova nel ‘vicinato’ della Russia, mantenere l’Afghanistan come un focolaio destabilizzato e disfunzionale di estremisti capaci di esportare terrorismo e instabilità attraverso l’Eurasia, è stato centrale per la ricerca decennale dell’America del predominio sull’Eurasia.
Non solo gli USA possono bloccare qualsiasi tipo di sviluppo positivo tra Cina e Afghanistan, minando la sicurezza regionale e creando minacce perpetue per entrambe le nazioni, ma possono anche usare questa violenza esportata per prendere di mira e minare il vicino Pakistan e i suoi progetti congiunti con la Cina. Questo include l’Iniziativa Belt and Road (BRI) della Cina e il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC).
Il CPEC è diventato un bersaglio regolare del terrorismo sostenuto dagli USA, nel tentativo di interromperne la costruzione prendendo di mira e uccidendo ingegneri cinesi, minando la stabilità politica ed economica dei progetti stessi attaccando e uccidendo le forze di sicurezza locali pakistane, nonché attaccando diplomatici cinesi di alto livello, come nel caso del tentato assassinio dell’ambasciatore cinese in Pakistan, a Quetta, nel 2021.
Oltre l’Asia centrale e meridionale, gli USA hanno riutilizzato questo stesso processo – sebbene con un marchio di estremisti completamente diverso – in particolare nel paese del sud-est asiatico, il Myanmar.
Qui, gli USA hanno usato militanti e partiti di opposizione per contestare il potere del governo centrale e dei militari del Myanmar. In mezzo a anni di combattimenti, i militanti sostenuti dagli USA hanno preso di mira specificamente gli investimenti cinesi in tutto il paese, nonché il gasdotto Myanmar-Cina costruito specificamente per consentire alla Cina di bypassare qualsiasi potenziale blocco navale statunitense imposto sullo Stretto di Malacca – l’arteria marittima più essenziale della Cina per importare energia ed esportare beni.
I documenti politici statunitensi hanno specificamente discusso non solo di chiudere lo Stretto di Malacca per strangolare economicamente la Cina, ma anche di attaccare militarmente il gasdotto Myanmar-Cina per impedire alla Cina di bypassare il blocco marittimo statunitense.
Nel documento del 2018 della Naval War College Review degli USA intitolato “A Maritime Oil Blockade of China”, il documento suggerisce:
“Un blocco a distanza dovrebbe anche interdire il gasdotto Myanmar-Cina, che alla fine potrebbe spostare fino a 440 kbd di petrolio greggio da Kyaukpyu, nella costa del Myanmar, alla provincia dello Yunnan, nella Cina sud-occidentale. Impedire alle petroliere di scaricare al terminal di Kyaukpyu richiederebbe poche, se non nessuna, piattaforma navale ferma in loco.È chiaro che gli USA hanno deciso di usare lo stesso tipo di proxy armati con cui hanno già riordinato il mondo arabo per lanciare attacchi ai progetti cinesi della BRI senza necessitare di una propria azione militare diretta – avanzando così i loro obiettivi geopolitici e mantenendo al contempo una negabilità plausibile.
L’area potrebbe essere dichiarata ‘zona di esclusione’ per la durata di un conflitto e, se le autorità del Myanmar non dovessero conformarsi, l’impianto potrebbe essere reso inabile tramite attacchi aerei, mining aereo o altre azioni cinetiche.
In breve, le forze statunitensi sarebbero probabilmente in grado di neutralizzare rapidamente le rotte terrestri della Cina per le importazioni di petrolio via mare per evitare lo Stretto di Malacca e altri colli di bottiglia più a est e impedire loro di deviare le forze necessarie per sigillare altre vie di ingresso marittime”.
Lo schema emergente è una serie di guerre sporche ingegnerizzate dagli USA lanciate lungo tutte le periferie della Cina specificamente per danneggiare il flusso di energia, materie prime e esportazioni finite via terra. Allo stesso tempo, gli USA stanno ora imponendo apertamente un blocco marittimo in espansione contro gli alleati russi e iraniani della Cina, che a sua volta prende di mira e blocca direttamente la Cina stessa – considerando che entrambe le nazioni considerano Pechino il loro partner economico e commerciale più stretto e importante.
Una volta compresa questa realtà, rileggendo l’articolo dell'“Interpreter” sull’Afghanistan che “rinuncia” al suo futuro a favore della Cina, diventa chiaro quanto deliberatamente moralistico sia non solo questo specifico articolo ma l’intero establishment di politica estera occidentale che rappresenta, ossia chi ha fin dall’inizio creato queste condizioni in Afghanistan e ora sta sfruttando la propria fortunata campagna per bloccare la ricostruzione dell’Afghanistan attraverso l’uso di organizzazioni terroristiche, incolpando le poche nazioni che corrono un rischio nel tentativo di rimediare a questi decenni di danni.
Sfortunatamente, la maggior parte di coloro che leggono titoli come quello dell'“Interpreter” non metterà in discussione le accuse contro la Cina – persino tra coloro che sono critici verso la politica estera occidentale – a causa di pregiudizi profondamente radicati contro la Cina e l’Asia in generale.
In definitiva – se la vera natura del problema rimane offuscata dalla propaganda occidentale, o spostata il focus interamente su altre nazioni, in questo caso la Cina – diventerà difficile, se non impossibile, in primo luogo risolvere il problema.
Nazioni come l’Afghanistan hanno pochi mezzi per raggiungere il pubblico internazionale con la verità a causa del controllo USA sullo spazio informativo globale – e la capacità della Cina di aiutare l’Afghanistan continuerà a essere “riscritta” attraverso quello stesso spazio informativo controllato come “sfruttamento”.
Se i singoli individui sono in ultima analisi il mattone più importante della civiltà umana e della direzione che prende, allora il controllo sulle informazioni che vedono e cui credono è il mezzo più basilare e fondamentale per controllare la direzione della civiltà umana.
Profondi investimenti nello sviluppo militare ed economico da parte di nazioni come la Cina, ignorando al contempo il dominio informativo degli USA, consentono agli USA di continuare a definire la realtà nelle menti delle persone, non importa quanto divergente sia dalla realtà effettiva.
A un certo punto, in futuro, questo distacco potrebbe creare un collasso catastrofico del potere e dell’influenza degli USA in tutto il Mondo – ma per ora continua a essere tra le sue “super armi” più efficaci e potenti.
Per l’Afghanistan – a causa della capacità degli USA di determinare ciò che merita attenzione e ciò che va completamente dimenticato – la persistente campagna di Washington per ostacolare la sua ripresa verso la pace e la prosperità non solo continuerà, ma continuerà quasi completamente oscurata.
Fonte
24/05/2026
Iran-Usa, un piano di pace c’è. L’incognita è Israele
Habemus memorandum di intesa, non ancora un accordo esigibile. Poi c’è la propaganda trumpiana, bisognosa – ora più che mai – di una “vittoria” da sbandierare per poter chiudere la guerra perduta con l’Iran.
Lasciamo dunque da parte i comunicati e i tweet che arrivano dalla Casa Bianca e basiamoci su quanto riportano fonti dei “mediatori” dell’accordo, in primo luogo Pakistan e Qatar.
Due fonti pakistane hanno riferito a Reuters che Washington ha ricevuto un’offerta – l’ennesima, frutto di revisioni e correzioni nello scambio continuo tra le diverse delegazioni – e aspettano una risposta oggi.
Per quanto riguarda i mediatori, Teheran e Islamabad hanno presentato a Washington una proposta rivista per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz. Trump la racconta come fosse una sua conquista (ricordiamo che prima del 28 febbraio, inizio della guerra, lo Stretto era aperto e senza controlli particolari), mentre Teheran fa sapere che resterà in qualche misura sotto il suo controllo, senza altre specificazioni.
Un funzionario pakistano coinvolto nei negoziati ha dichiarato sabato sera che “l’accordo non può considerarsi definitivo finché non sarà effettivamente completato”. E inoltre che “l’accordo provvisorio per porre fine alla guerra riporta le due parti a una fase in cui erano vicine a raggiungere un accordo durante i colloqui di Islamabad”.
Ha rivelato infine che l’accordo provvisorio nella fase finale è “abbastanza completo per porre fine alla guerra”.
Nel merito, per ora, non ci sono grandi conferme, ma solo indicazioni di massima da verificare.
Il memorandum affronterebbe le disposizioni relative alla de-escalation, tra cui appunto la facilitazione della navigazione nello Stretto di Hormuz, il ritiro della flotta statunitense dalle vicinanze dell’Iran e la fine del blocco navale militare statunitense.
Il memorandum prevede inoltre lo sblocco di metà dei fondi iraniani congelati, pari a 12 miliardi di dollari.
Mentre altre fonti hanno confermato ad Al-Mayadeen, giornale libanese considerato vicino ad Hezbollah e i cui giornalisti vengono spesso uccisi con attacchi mirati da Israele, che l’intesa prevede un termine di trenta giorni per raggiungere un accordo sul nucleare dopo la firma dell’accordo quadro.
Da parte di Teheran, per ora, l’agenzia Fars, citando le Guardie Rivoluzionarie, afferma che l’ultimo post di Trump sui social media è propaganda e che non è stato preso alcun impegno in merito al programma nucleare di Teheran. “Vale la pena ricordare che Trump aveva precedentemente annunciato che i negoziati sul programma nucleare iraniano sarebbero stati una delle condizioni principali e imprescindibili di qualsiasi accordo. Tuttavia, l’Iran non si è impegnato in alcun modo e la questione nucleare non è stata discussa in questa fase”.
Anche se, bisogna ricordare, la Russia si era offerta di ospitare e riprocessare i 400 kg di uranio arricchito iraniano, in modo da garantire al massimo le due parti in causa.
Il memorandum sarebbe maturato nella forma per ora definitiva dopo un complesso giro di telefonate tra il tycoon e “Mohammed bin Salman dall’Arabia Saudita, Mohammed bin Zayed dagli Emirati Arabi Uniti, Tamim bin Hamad, il Primo Ministro Mohammed bin Abdulrahman e il Ministro Ali Al-Thawadi dal Qatar, il Maresciallo Syed Asim Munir Ahmed Shah dal Pakistan, il Presidente Recep Tayyip Erdogan dalla Turchia, il Presidente Abdel Fattah al-Sisi dall’Egitto, il Re Abdullah II dalla Giordania e il Re Hamad bin Isa dal Bahrein”.
Con i Paesi arabi del Golfo ovviamente in pressione per impedire che la guerra ricominci, vista la sicura reazione iraniana – colpire le basi Usa e alcuni impianti – che impedirebbe l’agognato “ritorno alla normalità” nel commercio, anche dando per morto il turismo e gli affari immobiliari almeno per un lungo periodo.
La parte del guerrafondaio eterno è stata recitata ovviamente da Israele. Anche perché il memorandum dovrebbe prevedere l’immediata sospensione dell’attacco al Libano e il ritiro delle truppe di Tel Aviv, che Teheran aveva posto come condizione preliminare a qualsiasi accordo. Netanyahu per il momento tace, dopo una lunga telefonata con Trump, ma media e competitor interni sono già sulle barricate.
Diversi media israeliani hanno apertamente criticato l’ipotesi di accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Guy Ghaziraeli, corrispondente del canale israeliano I24, ha dichiarato durante una trasmissione in diretta che “la conclusione della battaglia in questo modo rappresenta un grave fallimento per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu”.
Dal canto suo, Canale 13 ha affermato che “se il cessate il fuoco venisse esteso per 60 giorni, questo passo sarebbe completamente contrario a ciò che Israele voleva e cercava di ottenere”.
Per Avigdor Lieberman, addirittura, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta sottoponendo tutto Israele a un’umiliante prova con la benedizione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Lieberman ha aggiunto: “Chi non è stato in grado di risolvere alcun fronte per due anni e mezzo, non ci riuscirà mai”.
Riassumendo. Un memorandum c’è, Hormuz non è un problema serio, la questione del programma nucleare iraniano sembra sulla via di una soluzione di compromesso accettabile. C’è l’incognita su cosa si possono inventare i genocidi di Tel Aviv per evitare che la sconfitta militare si traduca anche in una sconfitta diplomatica.
22/05/2026
Voci di accordo Usa-Iran
I suoi punti chiave sono stati ottenuti in esclusiva dalla rete e includono quanto segue:
- Cessate il fuoco immediato, completo e incondizionato su tutti i fronti, compresi terra, mare e aria
- Impegno reciproco a non colpire infrastrutture militari, civili o economiche
- Fine delle operazioni militari e interruzione della guerra mediatica
- Impegni a rispettare la sovranità, l’integrità territoriale e la non interferenza negli affari interni
- Garanzie di libertà di navigazione nel Golfo Arabico, nello Stretto di Hormuz e nel Golfo dell’Oman
- Meccanismo congiunto per monitorare l’attuazione e risolvere le controversie
- I negoziati sulle questioni in sospeso inizieranno entro sette giorni
- Graduale revoca delle sanzioni statunitensi in cambio dell’impegno dell’Iran ai termini dell’accordo
- La bozza dell’accordo riafferma il rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite
- L’accordo entrerà in vigore immediatamente una volta annunciato ufficialmente da entrambe le parti
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato giovedì ai giornalisti che c’erano stati “segnali positivi” nei colloqui, ma non ci potrebbe essere alcuna soluzione se Teheran imponesse un sistema di pedaggio nello stretto, che di fatto ha chiuso alla maggior parte del traffico marittimo dopo l’inizio della guerra il 28 febbraio.
“Ci sono segnali positivi”, ha detto Rubio. “Non voglio essere eccessivamente ottimista… Quindi, vediamo cosa succederà nei prossimi giorni.”
Un’importante fonte iraniana ha dichiarato giovedì a Reuters che le divergenze si erano ridotte, sebbene l’arricchimento dell’uranio e lo stretto rimanessero tra i punti critici.
Fonte
19/05/2026
Guerra all'Iran - Bombe ferme, trattativa in corso
Tornato da Pechino praticamente a mani vuote, senza aver ottenuto né in guerra né in diplomazia quella “vittoria” da sbandierare per uscire dall’angolo in cui si è chiuso con le sue mani, aveva di nuovo messo in piedi il format – a metà strada tra il mafioso e il western – “non c’è nulla da trattare, solo prendere o lasciare, altrimenti vi annientiamo”.
L’obbiettivo era esplicitamente Teheran, che prima, però, aveva infilato la proposta spiazzante sull’uranio arricchito in suo possesso, dichiarandosi disponibile a consegnarlo – sì – ma alla Russia, non agli Stati Uniti. E poi, davanti all’ukaze finale di Trump, aveva incaricato il presidente laico Massoud Pezeshkian di rispondere “trattare non significa arrendersi”.
A quel punto in tutto il mondo ci si metteva ad ascoltare il ticchettio dell’orologio in attesa dell’“inevitabile” nuovo attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Anche i “mercati”, naturalmente, si erano disposti al peggio, con futures in calo su qualsiasi indice.
Poi nella serata di ieri (ora italiana) la retromarcia: “Ho dato ordine di sospendere l’attacco all’Iran perché ‘sono ora in corso seri negoziati’ che porteranno ad un accordo che risulterà pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America, così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e oltre”.
Cosa era cambiato? Che i Paesi arabi del Golfo, i più penalizzati – dopo l’Iran – da una guerra che li aveva coinvolti direttamente bloccandone sia il commercio di petrolio e gas, sia la prospettive di diversificazione del business (il turismo a Dubai è ora azzerato), si erano finalmente fatti avanti per rompere lo schema “guerra o resa”.
L’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, il Principe Ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (il più anti-Teheran del mazzo) hanno chiesto agli Usa di fermarsi e sedersi al tavolo della mediazione, gestita ancora dal Pakistan. Sul piatto c’era infatti una possibile soluzione per evitare che l’Iran possa avere la bomba atomica e contemporaneamente evitare di consegnare al nemico il proprio programma nucleare.
Che qualcosa di importante stesse accadendo negli equilibri del Golfo Persico era apparso chiaro quando era stato reso noto che il Pakistan, in base all’accordo di reciproca difesa tra Islamabad e Riyadh, ha disposto l’invio di un contingente militare di circa 8.000 uomini e velivoli da combattimento in Arabia Saudita.
La mossa rivela certamente che Ryad è preoccupata per l’evolvere della situazione nel Golfo, dovendo scontare una grande ricchezza finanziaria derivante dal petrolio ma anche una forza militare piuttosto inefficiente (nonostante le grandi spese in armamenti, soprattutto statunitensi), tanto da perdere sostanzialmente la guerra durata quasi 10 anni contro gli Houthi.
L’accordo con il Pakistan, soprattutto, prevede una certa copertura anche nucleare. E nell’area l’unico paese dotato di atomiche è Israele, non l’Iran. D’altro canto se Islamabad è credibile come mediatore anche agli occhi di Teheran – i ministri degli esteri si sono incontrati più volte nelle scorse settimane – vuol dire che non risulta sdraiata su posizioni ostili o apertamente nemiche.
Anzi, riferiscono le agenzie locali, durante un incontro con il ministro pakistano Mohsin Naqvi, che si era recato in Iran per consultazioni, le due parti hanno discusso della cooperazione bilaterale tra Iran e Pakistan, anche nei settori della sicurezza e dell’economia. Hanno inoltre scambiato opinioni sugli ultimi sviluppi in materia di sicurezza regionale e sugli sforzi in corso volti a porre fine alla guerra di aggressione imposta dagli Stati Uniti e dal regime sionista all’Iran.
Dunque l’invio di soldati e aerei in Arabia Saudita ha quanto meno un significato di rafforzamento delle difese di Ryad in senso “onnilaterale”, e non pregiudizialmente o esclusivamente anti-iraniano.
Qualunque sia l’interpretazione, in ogni caso, il Pakistan ha assunto un peso specifico superiore nelle dinamiche del Golfo Persico. E gioca per sé, non “conto terzi”, vantando peraltro un ottimo e consolidato rapporto con Pechino.
Il che complica i calcoli di tutti gli altri protagonisti, statunitensi e israeliani in primis.
Dunque la richiesta di Qatar, Arabia ed Emirati di fermare un nuovo ciclo di bombardamenti – riassunta dai media nella formula “bisogna dare una possibilità ai negoziati perché se si colpisce l’Iran, tutti pagheremo il prezzo per questo” – non poteva essere ignorata con un’alzata di spalle.
Ovvia pure la postura muscolare con cui lo stop è stato annunciato: “Siamo pronti ad un assalto completo, su larga scala dell’Iran, con un attimo di preavviso, nel caso in cui non venga raggiunto un Accordo accettabile”. Ma di fatto, per ora, risuonano soltanto le parole, non le bombe.
Fonte
