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17/08/2026

“Dove si appanna la stella Usa cresce il nuovo ordine mondiale”

Intervista a Joseph Halevi. Non è una sorpresa, per chi ha seguito e segue la dinamica militare americana. Dov’è la dimensione  della sconfitta strategica? In primo luogo, gli statunitensi sono sostanzialmente disarmati per quanto riguarda i missili di precisione.
Ciò coinvolge tutto l’assetto militare strategico americano, sia nella sua capacità di vendere armi all’Europa affinché l’Europa le consegni gratuitamente all’Ucraina, sia nell’indebolimento dello schieramento americano rivolto alla Cina, perché gli statunitensi non possono rafforzare le loro punte avanzate nei confronti della Cina, ovvero il Giappone.

In altre parole, rischia di sgretolarsi la capacità da parte statunitense di mantenere lo storico “protettorato” sui  Paesi amici?

Bisogna partire dal presupposto che per gli Stati Uniti questi Paesi (Giappone, Europa) in cui la distanza fisica è compensata da una forte presenza militare e ideologica, sono una cintura di protezione, al di là della retorica che ha sempre rappresentato la presenza americana come un baluardo fonte di benefici per i Paesi che ne avevano accolto le basi militari.
In altre parole, è la Nato a proteggere gli USA, rappresentando a un tempo il campo di battaglia e la carne da cannone per coprire gli Stati Uniti.
Lo stesso dicasi per il Giappone. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, in questo momento gli USA si trovano sguarniti delle loro armi di punta, i missili di precisione, pur mantenendo un arsenale di armi ordinarie di tutto rispetto.
Il fatto però è che queste ultime sono bombe che servono sostanzialmente per bombardamenti a tappeto, in questo momento improponibili e prodromo dell’uso dell’atomica. I Tomahawk, che sono i migliori missili americani e quelli più flessibili come punto di lancio, sono stati “consumati” al 50%; i missili intercettori sono stati utilizzati con percentuali che vanno intorno al 60%, mentre per quelli più avanzati si parla di un uso che sfiora l’80% delle disponibilità.
Negli ultimi giorni, è uscita la notizia che anche l’Arabia Saudita, che possiede solo armi americane, ha utilizzato circa l’86% dei suoi missili intercettori.

Le conseguenze?

Ciò significa che, se gli americani dovessero ricostituire queste scorte di armi, dovrebbero ulteriormente intaccare le loro. Ma in questo momento non le hanno.
Sempre il CSIS elenca i tempi necessari alla ricostituzione delle scorte per ciascun tipo d’arma: si va dai 42 ai 64 mesi. A ciò si deve aggiungere il fatto che queste armi sono piene zeppe di strumentazione elettronica richiedente l’uso di terre rare, in stragrande maggioranza raffinate in Cina anche quando estratte altrove.
Esattamente come gli USA nei confronti della Cina, Pechino ha un elenco di prodotti strategici da non esportare. Quindi l’invio all’estero dei prodotti delle raffinazioni delle terre rare che entrano nella produzione di queste armi è vietata o fortemente centellinata.
Ne consegue che gli USA non potranno completare il rinnovo delle scorte nei tempi tecnici previsti. Hanno poca capacità di raffinazione così come ne ha pochissima il Giappone, che in questi rami industriali fa da spalla agli USA.

Questo cosa significa, al di là del ragionamento militare?

Intanto, pensiamo al fatto che gli USA si sono fatti riconsegnare, da altre zone del mondo tanti missili intercettori che a suo tempo gli avevano fornito e che facevano parte della dotazione degli “alleati”. Armi che per ora non sono in grado di reintegrare. Di fatto, sono completamente scoperti.
Consideriamo che la vera natura di queste guerre (per questo gli Stati Uniti si sono fatti trascinare da Israele) era quella di conquistare aree cruciali, i cosiddetti punti di strangolamento per quanto riguarda il passaggio del petrolio e di staccare l’Iran dalla Cina e dalla Russia, realizzando, con bombardamenti e azioni di guerra, il cambiamento di regime.
Non dimentichiamo che se l’Iran, o prima ancora l’Iraq, fossero stati esclusivamente grandi produttori mondiali l’uno di pistacchi e l’altro di fagiolini, non sarebbe scoppiato il conflitto. Ovviamente, la causa principe è, fin dall’intervento USA in Iran del 1953 per abbattere l’allora legittimo governo di Mohammad Mossadegh, il petrolio cui si è aggiunta la strategia di condizionare e controllare la Cina.

In che senso?

Nel senso molto semplice che gli USA hanno bisogno del petrolio per sostenere il dollaro come moneta a livello mondiale.
Facciamo attenzione: gli americani vogliono essere in deficit rispetto al resto del mondo, dal momento che per loro è basilare spendere e spandere per quanto possibile per poi farsi finanziare dal resto del mondo attraverso le emissioni dei buoni del tesoro americani. Questo è il meccanismo che tiene in piedi il sistema finanziario USA e soprattutto la crescita continua della bolla di Wall Street.
D’altro lato, essendo l’Iran un importante fornitore di petrolio per la Cina, creare difficoltà a Pechino è coerente con il proprio obiettivo principale. Tuttavia, il dato di fatto rimane: in questo momento gli USA sono completamente sguarniti a livello militare e in completo caos. Anche per quanto riguarda l’amministrazione.
L’impressione è quella di una nave alla deriva prima di finire sugli scogli.

Ma con l’indebolirsi dell’egemonia statunitense, non è inevitabile che il mondo si riorganizzi?

Questo è vero in teoria. Ma il processo è caratterizzato da ciò che in statistica si chiama “passeggiata aleatoria”, in cui ogni azione può anche avere una sua logica ma nell’insieme ne scaturisce un movimento casuale.
Un esempio è dato dalla incompatibilità tra il ruolo del Giappone e la sua reale situazione. Per Washington, dal 1950 in poi, la frontiera statunitense più avanzata verso la Cina è il Giappone assieme alla Corea del Sud.
In questo momento il Giappone dà l’impressione di essere un Paese nel pallone più totale. Sta scivolando ulteriormente nella crisi economica che lo divora da oltre trent’anni, ed è incapace di riposizionarsi. Tant’è vero che nel corso delle cerimonie di commemorazione del bombardamento di Hiroshima, la primo ministro giapponese ha evitato di ricordare che i due bombardamenti nucleari sono stati compiuti dagli Stati Uniti.
L’Europa non è per niente diversa, rispetto alla sua capacità di riposizionarsi, perché la formazione dell’intero ceto politico occidentale è completamente plasmato dagli USA. Una volta scomparsi gli Adenauer, i Willy Brandt, i De Gaulle, i De Gasperi, i Moro, in Italia la Prima Repubblica, il ceto politico successivo (in Italia, alla fin fine, persino la dirigenza del PCI) è stato plasmato o rimodellato dagli Stati Uniti, così da non avere la possibilità di creare statisti.
Questo è il punto, che riguarda non solo l’Europa, ma anche il Giappone e la Corea del Sud.

Se questo è vero per Europa, Giappone, e gli alleati storici degli USA, non le sembra che altri Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Pakistan, abbiano la capacità di reagire a un mondo in cui la potenza statunitense si sta via via appannando?

Il problema che ha posto è molto reale. Intanto, bisognerebbe parlare dell’Accordo della Mecca in cui è stato stretto un patto tra i tre Paesi citati, con l’avvertenza che in realtà degli articoli del Patto non sappiamo ancora nulla.
Andando per ipotesi e ricordando che anche l’Egitto, se saranno superati alcuni nodi tecnici, potrebbe entrare a farne parte, possiamo tentare di capire qualcosa dalle reazioni degli altri Paesi.
Quella di Israele è negativa. Del resto, quando si illudevano di sconfiggere l’Iran grazie alla potenza americana, lo stesso leader dell’opposizione israeliana Neftali Bennett, aveva detto, assieme all’attuale governo, che il nuovo pericolo è un’alleanza sunnita, e la nuova minaccia è la Turchia, per cui bisognava prepararsi a fare guerra alla Turchia.
Dall’altro lato, tutti e tre i Paesi che formano questo Accordo sono profondamente dipendenti dagli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, la firma del Patto della Mecca uccide gli Accordi di Abramo, ovvero quegli Accordi del 2020 formulati dagli USA che hanno portato prima alla normalizzazione diplomatica dei rapporti fra Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Israele, che poi avrebbero dovuto sfociare nella normalizzazione fra Israele e Arabia Saudita. Questo nuovo Patto li svuota completamente.

Ma intanto come sono posizionati i Paesi che lo compongono?

La Turchia di Erdogan svolge una politica ambigua e possibilistica. Bisogna comprendere a cosa punta la Turchia e si può già capire che un loro obiettivo è quello di trasformare la Siria in un  protettorato di Ankara. Uno dei segnali è che i turchi stanno installando radar militari in Siria.
Questo significa che gli aerei israeliani non potranno più posizionarsi nello spazio aereo siriano, come facevano dalla caduta di Bashar Al-Assad, posizionamento che permetteva loro di lanciare missili sull’Iran in relativa sicurezza, dal momento che gli aerei israeliani e quelli americani preferiscono evitare di entrare nello spazio aereo iraniano. 
Il fatto che Ankara stia installando radar militari in Siria complica la vita a Israele, dal momento che i suoi aerei verranno “visti” dalla Turchia. Soprattutto, potrebbero essere anche operazioni sgradite alla Turchia.
Quanto alle dichiarazioni israeliane che identificano la Turchia con il nuovo nemico, Erdogan ha risposto in modo molto duro, dicendo che Israele se ne deve andare dalla Siria, dal Libano, ecc.
Tirando le fila, l’Accordo della Mecca può avere impatti diversi a seconda del lato da cui lo si prende, anche se, fintanto che non ne sappiamo di più sui contenuti degli articoli, sarà difficile dargli la giusta dimensione. 
Detto ciò, la reazione iraniana non è stata negativa. Teheran ha dichiarato che il Patto, retto da una clausola di mutuo sostegno in caso di aggressione simile all’Articolo 5 della NATO, non è diretto contro l’Iran.
Ancora più esplicito è stato Wang Yi, ministro degli esteri della Repubblica Popolare Cinese, il quale ha affermato di vedere molto positivamente l’Accordo tra i tre paesi firmato alla Mecca. Wang Yi ha inoltre auspicato di poter giungere alla creazione di un quadro di sicurezza collettiva tra la Cina ed i paesi islamici dell’Asia occidentale, come oggi viene chiamato quello che fu il Medioriente, quadro che include l’Iran. 

Tuttavia il ruolo del Pakistan è già emerso come molto importante per la regione...

Il Pakistan è stato un Paese fondamentale anche nello sviluppo della difesa dell’Iran sia sotto l’aspetto dei rapporti diplomatici che dal punto di vista logistico militare. L’azione della sua diplomazia verso Teheran, espletatasi sempre col pieno appoggio della Cina,  è stata fondamentale per la firma dell’accordo di Islamabad che poi è stato formalizzato in Svizzera.
In quel frangente gli iraniani non parlavano direttamente con gli americani, che pure erano presenti, e i loro rapporti erano mediati dal Pakistan e dal Qatar.
In particolare si segnala per importanza la figura del capo di stato maggiore pakistano, il generale Asim Munir, il vero mediatore invisibile, com’è stato definito dalla stampa internazionale.
Il Pakistan ha rivestito questo ruolo di fondamentale importanza per il suo legame con la Cina, che, in veste di suggeritore, ha coadiuvato il Pakistan su come parlare con l’Iran per giungere alla sottoscrizione dell’accordo d’intesa.

Come evolve il rapporto con la Cina?

Il rapporto Cina-Pakistan ha funzionato anche sul terreno, dal momento che mentre gli USA bombardavano il porto iraniano al confine col Pakistan, Chabahar, il porto che ha permesso all’Iran di non fermarsi è stato lo scalo fratello pakistano di Gwadar a poca distanza da Chabahar. Gwadar fa parte dell’odierna Via della Seta ed è un nodo fondamentale dei rapporti fra Cina e Pakistan.
Quest’ultimo ha messo a disposizione dell’Iran il porto di Gwadar, sottraendo ai bombardamenti americani le navi col petrolio iraniane. Inoltre, con l’aiuto tecnico della Cina, il Pakistan ha aperto sei valichi di frontiera per il trasporto con autocisterne di petrolio fra Iran e Pakistan.
Un altro elemento di grandissima importanza, è che durante la guerra, la precisione dei missili iraniani è andata aumentando molto rapidamente. Come mai? A parte che, secondo Ted Postol, professore di fisica al MIT e già consulente del Pentagono su questione balistiche, sembra che gli iraniani abbiano sviluppato dei missili superiori al missile cinetico di alta potenza russo Oreshnik, i cinesi, con i pakistani, hanno accelerato il trasferimento all’Iran del sistema di direzione elettronica cinese BeiDou impervio alla penetrazione da parte dagli americani, superando il problema di sicurezza del sistema iraniano che aveva mantenuto la tecnologia GPS americana penetrata dagli USA e da Israele a tal punto che nella guerra di giugno del 2025 riuscirono a far deviare non pochi missili iraniani.
Tutto ciò mi porta a dire che, sebbene sia vero che il Pakistan è fortemente legato agli USA, è anche vero che è altrettanto fortemente legato all’Iran e non ne vuole la sconfitta.

Ma quali sarebbero i motivi?

Mi sembrano evidenti. Intanto, il rapporto Pakistan-Cina, che passa attraverso quello Iran-Cina. Legami molto stretti, che fanno sì che il Pakistan non voglia alterare i rapporti.
L’altro motivo è che in Pakistan, su oltre 260 milioni di abitanti, il 20% sono Sciiti, che fanno riferimento all’autorità religiosa di Teheran.  Il capo di questa comunità è un personaggio molto influente con stretti legami con il ministro degli Interni pakistano Moshin Naqvi,  il quale al momento di scrivere si trova in visita ufficiale a Teheran.
Naqvi è molto popolare in Pakistan in quanto presidente del comitato nazionale di cricket che, in Pakistan quanto in India, è una fede mistica di massa oltre che uno sport.

Tirando le fila, quali saranno le conseguenze di questa guerra per gli USA?

In America la sconfitta strategica, così chiamata senza peli sulla lingua, è materia di ampia discussione pubblica. Gli USA hanno ormai perso le basi in quell’area, semplicemente perché non esistono più a livello fisico.
Le basi americane sono state distrutte con una percentuale attorno all’80%. Nel Golfo esiste il problema della base nel Bahrein ove si colloca il quartier generale della V Flotta. Sembra vi sia ancora personale che non può venir via a causa della chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz.
Le altre basi sono state tutte evacuate precipitosamente, a cominciare dalla zona curda dell’Iraq, considerata strategica grazie alla presenza dei combattenti curdi, che, debitamente armati dagli americani, avrebbero dovuto invadere l’Iran da quella parte. 
Gli americani si sono ritirati dall’Iraq, dalle due basi in Giordania dove ufficialmente non si trovavano. Si sono arroccati in Arabia Saudita, in Israele e in parte si sono riposizionati in Europa.
Il dato di fatto è che nell’area non c’è più presenza americana strutturalmente coordinata a prescindere dalle due portaerei con qualche unità che stazionano al largo nel Mar Arabico attuando il controblocco di Hormuz senza riuscire a scardinare la posizione dell’Iran circa la chiusura dello stretto.
La situazione USA ha raggiunto livelli di superficialità inimmaginabili. L’ammiraglio Brad Cooper capo del CENTCOM, il comando USA delle forze destinate all’area che va dall’Asia centrale al Golfo Persico, ha apertamente sollecitato tutti i soldati di qualsiasi rango ad inviare suggerimenti su come punire (verbatim) l’Iran.
Nel frattempo la condizione dell'equipaggio della portaerei Lincoln, da molti mesi in navigazione tra il mar Arabico e l’Oceano Indiano, tende a quella dei soldati in trincea durante la prima guerra mondiale: cibi avariati, igiene scarsa, tentativi di suicidio e di saltare fuori bordo.
Tutto ciò mentre non esiste di fatto alcun dialogo fra Iran e USA. Gli Stati Uniti si trovano in un vero vuoto strategico, legato, fra l’altro, anche alla situazione delle armi di cui abbiamo parlato all’inizio.

In tutto ciò, quanto pesa l’elemento petrolio?

Mi sembra che fuori dagli USA se ne parli in modo inadeguato e superficiale. L’America si sta accorgendo che manca il petrolio cosiddetto greggio-acido o pesante, ovvero quello da cui si trae kerosene per gli aerei e diesel per i camion.
Le auto usano petrolio dolce o leggero che costituisce la grande maggioranza del greggio estratto dai pozzi sul territorio americano. Il greggio acido lo devono importare e, con la chiusura di Hormuz, le importazioni non sono sufficienti.
La quantità di petrolio a disposizione come riserva strategica ufficiale, è scesa di oltre la metà, per quanto riguarda tutti i tipi. Dall’anno scorso si è passati da 700 milioni di barili a 300 milioni. Il 36% è petrolio pesante, ovvero acido.
Intanto, non solo non esce niente da Hormuz, ma – dopo il bombardamento missilistico saudita della pista dell’aeroporto di Sanaa nello Yemen il 13 luglio scorso – Ansara Allah (i “Partigiani di Dio”, conosciuti in Occidente come Houthi)  hanno bloccato le esportazioni di greggio dell’Arabia Saudita.
La scarsità di petrolio per il momento, non si manifesta eccessivamente sui prezzi perché questi  vengono calmierati proprio dall’uso a man bassa delle riserve strategiche. Ma la scarsità dovrà emergere. Un’eventuale espansione del mercato nero (petrolio russo comprato dall’India e rivenduto ai Paesi che non lo comprano direttamente a causa del sanzioni), non è sufficiente.
L’unica che continua ad alimentarsi col petrolio saudita è la Cina, nei cui confronti Ansar Allah, come l’Iran, non applicano blocchi di alcun genere.
Ad oggi non esiste alcuna tregua formale, solo di fatto, perché gli USA non sono in grado di continuare i combattimenti. Esistono negoziati tra l’Oman e l’Iran riguardo la gestione del traffico nello stretto di Hormuz e la spartizione degli incassi dei pedaggi.
Tuttavia Teheran, seguita da Ansar Allah per quanto riguarda lo stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso, ha dichiarato che lo stretto non verrà riaperto finché non verrà posta fine alla guerra, non verranno completamente ritirate le forze USA dall’insieme dell’area e dall’Iraq, finché Israele non cesserà ogni attacco al Libano, ritirandosi dal territorio occupato, ed dalla Palestina. Ne consegue che la scarsità di petrolio potrà durare a lungo.

Fonte

21/03/2026

La guerra all'Iran pone sotto stress il "disordine globale"

di Alessandro Volpi

Chi guadagna da questa guerra

Provo a tracciare un breve elenco dei beneficiari di questa guerra. Per farlo, è utile prendere in esame i titoli delle società che sono cresciute.

Allora, in tutte le borse sono cresciute le società energetiche: Exxonmobil, ConocoPhillips, Chevron, Shell, Eni e numerose altre hanno registrato aumenti dal 2 al 5%, così come sono cresciute anche le società che producono gas, a partire dalle americane Eqt Corporation e Expand Energy, con incrementi fino al 7%.

Sono cresciute, parimenti, le società che producono Etc e Etf, gli strumenti finanziari per operare scommesse sul gas. Solo per citare la più grande, Wisdom Tree ha guadagnato quasi il 5%. Sono cresciuti, poi, i valori dei titoli delle società che producono armi: Raytheon, Boeing, Lockheed Martin, Rheinmetall, etc.

Ma di chi sono tali società? Naturalmente i principali azionisti sono BlackRock, Vanguard e State Street che veicolano verso tali società il risparmio mondiale, compreso quello europeo. Dunque la guerra giova molto alle Big Three che sono fondamentali per Trump perché assolvono ad almeno due funzioni vitali per gli Stati Uniti.

La prima è l’acquisto di titoli del debito Usa che faticano a trovare compratori. In marzo ci saranno 8 aste di titoli Usa, per un valore ognuna compreso fra i 44 e i 70 miliardi di dollari: i decennali Usa pagano già più del 4% di interesse, se le Big Three non comprassero, gli Usa avrebbero un conto interessi ancora più stellare e forse arriverebbero ad un default parziale visto che, in queste condizioni, non possono monetizzare il debito in dollari.

La seconda funzione si lega proprio al dollaro. Se il dollaro tiene, dipende dal fatto che alcuni titoli finanziari, a cominciare da Nvidia e dagli altri delle big tech, stanno diventando un paradossale bene rifugio perché BlackRock, Vanguard e State Street vi iniettano così tanta liquidità da tenerli forzatamente in alto.

Il paradosso deriva dal fatto che le Big Three operano con i risparmi degli europei sia per comprare il debito sia per tenere in alto i titoli rifugio: il risparmio degli europei che saranno i più colpiti dagli effetti della guerra con una nuova ondata di inflazione importata attraverso l’energia e con enormi difficoltà a realizzare le loro produzioni, proprio per l’impennata dei costi, e le loro esportazioni per il caos della logistica. I padroni del mondo sono sempre più forti.

Aggiungerei una nota finale. Tra i beneficiari della guerra ci sono anche le società degli amici di Trump, a cominciare da Palantir di Peter Thiel che registra un più 7%, e dello stesso Trump: Trump Media e Technology Group segnano un bel più 4%.

La corsa verso il fallimento

I titoli decennali del debito Usa pagano ormai quasi il 4,5% di interesse.

Se tale rendimento si consolidasse, il conto degli interessi annuo salirebbe alla cifra mostruosa di 1700 miliardi, rappresentando la voce più alta del bilancio federale, quasi due volte quella militare e ben più consistente di quelle per l’istruzione, la sanità e l’assistenza. Bisogna ricordare poi che circa il 30% del debito statunitense scade entro 12-24 mesi. Ciò significa che quando il Tesoro USA deve emettere nuovi titoli per ripagare quelli vecchi che scadono, emessi anni fa con tassi vicini allo 0% o all’1%, deve farlo ai tassi attuali, appunto, del 4,5%.

In quest’ottica, si profila l’ipotesi molto concreta di interessi sul debito pari al 10% del Pil Usa, una percentuale che definisce una sostanziale insostenibilità dei conti del più grande paese capitalista al mondo. Per Trump la guerra non è un’opzione.

Arriverà la vera recessione

L’Italia aveva strutturato fino al 2022 un sistema di approvvigionamento energetico che si basava sul gas russo (pari a circa il 40% del totale) e sul petrolio della stessa Russia (pari al 15% del totale), sul gas algerino e azero e sul petrolio dei paesi arabi.

Si trattava di un rifornimento che costava relativamente poco, arrivava in gran parte via terra e passava da Nord.

Oggi, il gas russo non arriva più e il blocco di Hormuz ha tolto anche i rifornimenti da quell’area: quindi il gas e il petrolio provengono per circa il 50% da Algeria e Azerbaijan e per il resto arrivano, via mare, sotto forma di GNL, con un peso rilevantissimo degli Usa.

I prezzi sono altissimi sia per la speculazione finanziaria, alimentata da questa incertezza – solo il 50% del gas non dipende dalle rotte marittime – sia perché l’Italia ha pochissimi fornitori e il trasferimento del gas dai gasdotti, divenuti 6, da Sud a Nord costa molto.

In estrema sintesi, è chiaro che senza il gas e il petrolio russo e senza il gas e il petrolio del Golfo, l’economia italiana non ha energia e dunque è praticamente morta.

Il suicidio è perfetto, dato che il nostro paese dipende dall’estero per il 70% della propria energia.

Due conseguenze della guerra all’Iran e del blocco di Hormuz

Da quello Stretto passa circa il 15% dei fertilizzanti mondiali che sono decisivi per la produzione agricola, la cui dipendenza dai fertilizzanti è pari al 40%.

Il blocco quindi toglie dal mercato una fetta rilevante dei fertilizzanti generando una tendenza al rialzo che è stata subito spinta dalla speculazione finanziaria a partire dalla Borsa di Chicago con prezzi saliti da dicembre del 64%.

Ma l’aspetto ancora più rilevante è costituito da chi sono gli esportatori di fertilizzanti che non passano per Hormuz e quindi sono avvantaggiati dall’aumento dei prezzi: circa il 22% proviene dalla Russia che dunque diventerà decisiva per l'agricoltura mondiale, mentre quote minori, circa il 10%, vengono da Canada e Stati Uniti.

In entrambi questi due ultimi casi le società che producono fertilizzanti (Nutrien, il più grande produttore mondiale, The Mosaic Company, leader nei fosfati e potassio, CF Industries, specializzata in azoto) hanno come principali azionisti BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity.

Le società russe (PhosAgro, Uralkali, EuroChem) sono invece nelle mani di oligarchi vicini a Putin. C’è poi un altro grande produttore di fertilizzanti individuabile nella Cina, dove la proprietà è pubblica e dove Xi Jinping ha deciso di limitare le esportazioni per approvvigionare l’agricoltura interna a costi bassi.

In estrema sintesi, ad essere danneggiati pesantemente saranno produttori e consumatori europei, già afflitti dall’aumento della speculazione generata dall’aumento del prezzo del gas e del petrolio.

La seconda conseguenza è visibile nella forte crescita della Borsa di Tel Aviv dove arrivano i capitali europei indirizzati sui titoli delle imprese che producono armi.

I “regali” del padrone

Le conseguenze della guerra all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti sono e saranno per l’Italia pesantissime. Provo a metterle in fila.

1) I rendimenti dei titoli di Stato decennali italiani hanno già superato il 4%, con una accelerazione certamente maggiore di quelli tedeschi, che stanno abbassandosi, con buona pace delle dichiarazioni trionfalistiche di Giorgia Meloni di qualche mese fa. È utile avere chiaro che un aumento di un punto dei tassi di interesse pagati sul debito italiano significa una maggior spesa già nel 2026 di circa 3 miliardi di euro, che crescerà nei prossimi anni, con l’inevitabile conseguenza della riduzione della spesa sanitaria e sociale.

2) Per effetto dell’aumento del prezzo del gas e del petrolio, che l’Italia comprerà – rigorosamente – dal padrone Usa, l’inflazione potrebbe salire già questa estate al 4/5%, con la conseguenza di un aumento del prezzo del carrello della spesa per le famiglie italiane di 600-800 euro. Le bollette, invece, è probabile che aumentino del 30% già dal prossimo aggiornamento trimestrale. Naturalmente saliranno anche tutte le tariffe indicizzate all’inflazione e il prezzo dell’elettricità diventerà assai oneroso per tutti i contratti a prezzo variabile.

3) i lavoratori e le lavoratrici, sempre a causa dell’inflazione importata con l’aumento dei prezzi dell’energia, subiranno un pesante effetto fiscal drag che potrebbe annullare l’indicizzazione del tutto anche in caso di eventuali rinnovi contrattuali.

4) L’aumento dei tassi di interesse determinerà anche un appesantimento dei mutui a tasso variabile e di quelli di nuova apertura. Anche solo facendo una stime prudenziale l’insieme di queste voci comporta una spesa maggiore per le famiglie italiane di 1300 euro.

5) Per le imprese, soprattutto per quelle più piccole, la guerra produrrà una lievitazione della bolletta energetica di circa il 25%, a cui si aggiunge l’aumento del costo delle materie prime per effetto sempre dell’aumento del costo delle energia e per le difficoltà nell’approvvigionamento, dati i numerosi blocchi militari e commerciali.

Particolare rilievo avranno poi l’allungamento dei tempi di consegna delle merci per la necessità di utilizzare le poche rotte libere e l’impennata del prezzo dei noli marittimi, che stanno già registrando un raddoppio del costo dei container, decisivo per l’economia del nostro paese. Le imprese, in particolare quelle più piccole, soffriranno poi della riduzione del credito e di un aumento dei tassi da pagare che arriveranno al 7/8% così come diventeranno molto onerose le assicurazioni. Mi fermo qui. 

Forse non tutti sanno che...

Ci sono due società i cui titoli hanno registrato in questi giorni un’impennata straordinaria. Si tratta di CNOOC e Petrochina, due società cinesi che sulla Borsa di Hong Kong dove sono quotate hanno registrato una crescita del 22 e del 15%. Una crescita più contenuta, perché regolata dal “cap” imposto per legge, hanno avuto a Shenzen e Shangai, raggiungendo il massimo consentito del 10%. La proprietà di tali società è statale all’85% nel caso di CNOOC e al 65% in Petrochina.

È interessante capire perché tali società, che hanno grandi capitalizzazioni, quasi 500 miliardi di dollari in due, stanno correndo in borsa.

In primo luogo i loro valori crescono quando cresce il prezzo del petrolio, ma soprattutto crescono perché stanno diventando un bene rifugio. Nel loro azionariato, oltre allo Stato cinese, sono entrati BlackRock, Vanguard e State Street e stanno comprando i loro titoli i fondi sovrani arabi e molti fondi del Sud est asiatico. In particolare stanno avendo un gran successo gli strumenti finanziari derivati che hanno come sottostante i due titoli cinesi.

Forse i calcoli di Trump sull’indebolimento cinese determinato dalla prova di forza militare presentano alcune lacune... 

Fonte

15/03/2026

Ora Trump invoca un “aiutino” internazionale

La guerra “va benissimo, il dispositivo militare iraniani è distrutto al 100%”, ma se altri paesi mandano navi da guerra per controllare lo Stretto di Hormuz è meglio... 

Diciamo spesso che seguire le parole di Trump provoca seri disturbi bipolari, ma in questo caso la quasi contemporaneità delle due dichiarazioni svela un problema serio, e distrugge la prima affermazione.

L’attacco all’isola di Kharg, terminale petrolifero iraniano, secondo il tycoon è stato intenzionalmente diretto contro le sole postazioni militari, risparmiando quelle petrolifere. Segue, in perfetto stile comunicativo mafioso, “se non lasciate libero lo Stretto di Hormuz colpiremo anche quelle”

La risposta di Tehran è stata semplice: “faremo altrettanto con tutti gli interessi di Usa e Israele nel Golfo, installazioni petrolifere comprese. Mentre Hormuz è aperto e resta chiuso solo per i paesi nemici”. Detto fatto, il grattacielo di Citybank a Dubai è stato raggiunto da un drone piuttosto consistente... 

Inutile dire che la distruzione anche solo parziale di una quota rilevante degli impianti petroliferi dell’area renderebbe l’uso del petrolio proibitivo sul piano economico mondiale, con tutte le sgradevoli conseguenze che gli anziani ricordano (nel 1973, si scoprì la bellezza dell’andare a piedi, almeno di domenica...).

A quel punto arriva la seconda “pezza” di Trump che segnala il vuoto della sua minaccia: “molti Paesi, soprattutto quelli colpiti dal tentativo iraniano di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra, in collaborazione con gli Stati Uniti, per mantenere lo Stretto aperto e sicuro”. Augurandosi che perciò “Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e altri, colpiti da questa restrizione artificiale, inviino navi nella zona in modo che lo Stretto di Hormuz non rappresenti più una minaccia da parte di una nazione che è stata completamente decapitata”.

Coalizione piuttosto disomogenea, come si vede, che neanche un anticristo potrebbe mettere insieme sull’unico comun denominatore della necessità del greggio del Golfo. Anche perché la Cina e altri ricevono anche in questi giorni tutto il greggio che hanno ordinato. Gli unici a rischiare sono in realtà coloro che stanno bombardando la Persia e i loto alleati e/o complici. Italia compresa, forse... 

Solo averla ipotizzata dimostra che a Washington non sanno più come andare avanti. L’idea iniziale era quella antichissima del blitzkrieg, la “guerra lampo” del fortissimo (presunto) contro il debolissimo (altrettanto presunto), decapitando “all’israeliana” il vertice del regime. Cosa riuscita solo in parte minima, come dimostrato nella giornata dedicata a Quds, con i destinatari della minaccia omicida in piazza tra la gente, nonostante il bombardamento in atto.

Al sedicesimo giorno lo scarto tra propaganda e realtà si fa decisamente visibile. Le “capacità militari distrutte” di Tehran continuano a produrre attacchi abbastanza precisi su obbiettivi sionisti e statunitensi, sia in Israele che nei paesi del Golfo, fin qui convinti che la presenza militare Usa fosse una garanzia, invece che una iattura.

Fonti sioniste “doc” riferiscono che nonostante l’“invulnerabilità” che doveva essere garantita dallo “scudo Iron Dome” i feriti israeliani sono parecchi. “Il ministero della Salute israeliano ha pubblicato un aggiornamento sul numero dei feriti negli attacchi iraniani e di Hezbollah dal 28 febbraio. Sono 3.138 le persone portate negli ospedali di tutto il Paese, di cui 81 sono ancora ricoverate: una in condizioni critiche, nove in condizioni gravi, otto in condizioni moderate, 57 in condizioni lievi e altre due sono in fase di accertamento medico”

Manca, curiosamente, sia il numero delle vittime militari (il bersaglio degli attacchi missilistici, peraltro) che dei morti tra i civili. Evidente il lavoro della censura, che deve a questo punto evitare di far conoscere dati “depressivi”. Ma l’esperienza della guerra contemporanea ricorda che il rapporto tra feriti e morti oscilla in genere tra i 3-4 contro uno. Anche le poche immagini che riescono a bucare lo schermo censorio non sono “tranquillizzanti” per Tel Aviv.

La censura, peraltro, sta provocando la diffusione di notizie inverificabili, molto probabilmente frutto del wishful thinking, ma che affondano in alcuni dati certi. Come, per esempio, l’assenza di Netanyahu, BenGvir, il capo del Mossad, Barnea, dall’ultima riunione del “consiglio di guerra” israeliano, presieduto dal ministro apposito, Katz. O anche l’evidente produzione tramite IA dell’ultimo intervento video in cui appare Netanyahu, risalente ormai a tre giorni fa.

Analoghe speculazioni viaggiano d’altronde sullo stato di salute di Mojtaba Khamenei, appena nominato nuova Guida Suprema nonostante fosse rimasto ferito nell’attacco che ha ucciso suo padre Ali e buona parte della sua famiglia.

Ma occupiamoci della guerra reale, che quella “cognitiva” la si contrasta solo in questo modo.

In aggiornamento

Droni sulla base italiana in Kuwait

Questa mattina la base di Ali Al Salem, in Kuwait, che ospita personale americano e italiano, è stata oggetto di un attacco con drone. Nessun ferito ma è stato distrutto un velivolo della Task Force Air italiana.

“Questa mattina la base di Ali Al Salem, in Kuwait, che ospita capacità e personale americano e italiano, è stata oggetto di un attacco con drone che ha colpito uno shelter, all’interno del quale era ricoverato un velivolo a pilotaggio remoto della Task Force Air italiana, andato distrutto”. A renderlo noto è il generale Luciano Portolano, capo di Stato maggiore della Difesa.

Il dispositivo italiano della Task Force Air era stato preventivamente “alleggerito” nei giorni scorsi. Il personale rimasto nella base è impiegato per lo svolgimento delle attività essenziali della missione. Il velivolo colpito costituiva “un assetto indispensabile per lo svolgimento delle attività operative ed era rimasto schierato nella base al fine di garantire la continuità delle operazioni”. Un motivo in più per andarsene velocemente, no?

Le petroliere continuano a caricare petrolio sull’isola iraniana di Kharg

Due giorni dopo gli attacchi statunitensi contro le installazioni militari presenti sull’isola iraniana di Kharg, è stata avvistata una petroliera intenta a caricare petrolio.

La piattaforma di monitoraggio navale TankerTrackers ha riferito che altre sette petroliere sono state avvistate nella rada.

Secondo le immagini satellitari, cinque navi avevano già caricato il combustibile, mentre due erano in attesa di farlo.

Non è stato immediatamente chiaro a chi appartenessero le petroliere.
 
Ali Larijani: “Non siamo in guerra con l’America, ma con la coalizione Epstein”

Il Segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale ha affermato che l’Iran non è in guerra con la nazione americana.

Ali Larijani ha scritto in risposta ad informazioni su un piano dei funzionari statunitensi e israeliani di portare a termine un attentato “falsa bandiera”: Ho sentito che il resto della ‘coalizione Epstein’ ha ideato una cospirazione per creare una storia come l’11 settembre per poter poi accusare l’Iran di esserne l’autore”.

Ha aggiunto che l’Iran è fondamentalmente contrario ai programmi terroristici e non ha alcuna guerra con la “nazione americana”. Oggi, sulla base dell’aggressione degli Stati Uniti e di Israele, l’Iran si sta difendendo. Certo, in questa difesa, è molto forte e e punta a punire gli aggressori.
 
Consiglieri della Casa Bianca: “Cercare una via d’uscita dalla guerra”

Secondo la Reuters, David Sachs, consigliere della Casa Bianca per le criptovalute e l’intelligenza artificiale, ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero “dichiarare vittoria e ritirarsi” dalla guerra con l’Iran.

Venerdì, durante la sua partecipazione a un podcast, Sachs ha affermato che “questo è il momento giusto per dichiarare vittoria e ritirarsi”, aggiungendo che, secondo quanto da lui dichiarato, gli Stati Uniti “hanno indebolito le capacità militari iraniane”. Ma “bisogna tentare di trovare una via d’uscita”.

Ha proseguito: “Se l’escalation non produce alcun risultato positivo, dobbiamo pensare a un modo per allentare la tensione”, considerando che la de-escalation “include il raggiungimento di una sorta di accordo di cessate il fuoco o di una soluzione negoziata con l’Iran”.

Ciò avviene mentre negli Stati Uniti crescono le critiche nei confronti della politica di Donald Trump in seguito allo scoppio della guerra con l’Iran, tra le accuse quella di aver avviato il confronto senza un piano chiaro.

L’Iraq sta diventando una sorpresa per l’Occidente

Faras Eliasser, membro del consiglio politico del movimento Najba, ha dichiarato: “L’asse della resistenza sta consolidando le sue posizioni in questa guerra”. Prendere di mira e distruggere le basi americane nei paesi del Golfo Persico è una testimonianza della scelta degli obiettivi.

Ha aggiunto che, dopo aver preso di mira due aerei Usa da rifornimento in volo, sui cieli dell’Iraq occidentale, uno è stato abbattuto (sei militari Usa morti, ammette il Pentagono), il cielo iracheno è diventato pericoloso per gli Stati Uniti e il regime sionista.

“Il nemico è disturbato e subisce danni significativi che nasconde. Vedo che grandi sorprese si stanno preparando in Iraq”.

Araghchi: abbiamo informazioni che Usa e Israele hanno attaccato i paesi della regione

Il ministro degli Esteri iraniano Seyyed Abbas Araghchi ha dichiarato in un’intervista ad Al-Arabi Al-Jadeed che l’Iran è pronto a incontrare i paesi della regione e a formare un comitato investigativo congiunto per determinare la natura degli obiettivi attaccati, anche per stabilire se fossero americani.

Ha sottolineato che gli attacchi dell’Iran sono sulle basi e gli interessi degli Stati Uniti nella regione, e che Teheran ha ricevuto informazioni attendibili sul fatto che anche gli Stati Uniti e Israele stiano effettuando attacchi ai paesi arabi.

Ha anche rivelato che gli americani hanno sviluppato un drone simile al drone iraniano Shahed, chiamato Lucas, che viene utilizzato per colpire i luoghi nei paesi arabi. Araghchi ha osservato che le informazioni sono attualmente sotto inchiesta.

Il ministro degli Esteri iraniano ha detto che le relazioni con i paesi vicini, tra cui Qatar, Arabia Saudita e Oman, erano in corso e gli sforzi diplomatici non sono stati fermati.

Società israeliane nel Golfo, “obbiettivi legittimi”

Secondo l’agenzia di stampa Tasnim, uno degli obiettivi potenziali più importanti per la risposta dell’Iran sono le aziende del regime sionista nella regione, specialmente negli Emirati Arabi Uniti. Alcune di queste aziende, oltre all’attività economica, hanno legami con i settori della sicurezza e militari di Israele, e quindi sono tra gli obiettivi.

Tra questi ci sono gli uffici di società di difesa israeliane come Elbit Systems, Rafael e le industrie aerospaziali israeliane nella regione di Abu Dhabi. Inoltre, sono in lista anche un certo numero di società tecnologiche e finanziarie stabilite da laureati o ex membri dell’unità 8200 – la famosa unità di cyber intelligence dell’esercito israeliano.

L’Iran ha permesso a due navi cisterna indiane di attraversare in sicurezza lo Stretto di Hormuz 

Le autorità indiane riferiscono che l’Iran ha permesso a due petroliere indiane di attraversare in sicurezza lo Stretto di Hormuz, mentre 22 navi indiane rimangono nel Golfo.

Le autorità indiane hanno annunciato sabato che l’Iran ha permesso a due navi cisterna battenti bandiera indiana di attraversare in sicurezza lo Stretto di Hormuz e raggiungere i porti indiani, mentre altre 22 navi indiane rimangono nella regione del Golfo.

Rajesh Kumar Sinha, portavoce del Ministero indiano dei porti, della navigazione e delle vie navigabili, ha dichiarato che le due navi, la Shifalik e la Nanda Devi, entrambe petroliere per il trasporto di gas naturale liquefatto, hanno attraversato lo stretto questa mattina presto e sono attualmente in rotta verso l’India.

Ha aggiunto che le due navi trasportano circa 92.700 tonnellate di gas naturale liquefatto e che il loro arrivo in India è previsto per il 16 e il 17 marzo.

Sinha ha spiegato che 22 navi indiane si trovano ancora nel Golfo, a ovest dello Stretto di Hormuz, con 611 marinai indiani a bordo, sottolineando che tutti i marinai nella regione sono al sicuro e che non si sono registrati incidenti nelle ultime 24 ore.

In precedenza, Mohammad Akbarzadeh, assistente politico del comandante delle forze navali delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, aveva affermato che “lo Stretto di Hormuz rimarrà sicuro grazie alla potenza strategica dell’Iran, e non sarà permesso all’arroganza globale di mostrare il suo potere nella regione”.

Gazprom: le riserve europee di gas hanno raggiunto il livello più basso

La società russa Gazprom ha calcolato che il livello delle riserve di gas negli impianti di stoccaggio sotterraneo europei ha raggiunto il livello più basso dall’inizio della stagione del raccolto, che ha coinciso con l’aumento dei prezzi del gas e l’escalation delle tensioni geopolitiche. Secondo i dati europei sulle infrastrutture del gas, il livello delle riserve è sceso al 29,1% entro il 12 marzo.

Gazprom ha detto che tutto il gas che era stato iniettato nei serbatoi per l’inverno sarebbe stato consumato entro la metà di febbraio e che l’attuale raccolta dalle riserve rimanenti degli anni precedenti sarebbe stato effettuato.

I Paesi Bassi hanno registrato il livello di approvvigionamento di gas più basso, con solo l’8,3% delle proprie riserve rimanenti. Allo stesso tempo, i prezzi del gas in Europa sono aumentati, con la traversata media da $ 700 al barile di petrolio per la prima volta dal 2023.

Secondo Gazprom, il declino delle riserve, la crisi dello Stretto di Hormuz e le tensioni geopolitiche in Medio Oriente sono i principali fattori nella pressione sul mercato europeo dell’energia.

Fonte