Non la vittoria sul campo di battaglia in una conflitto aperto, bensì rendere qualsiasi operazione militare eccessivamente costosa, a livelli tali da renderla impensabile per Pechino. È questa la sintesi della strategia di Washington nei confronti di Taiwan illustrata da Palmer Luckey, fondatore della società americana di tecnologia militare Anduril Industries.
Secondo Luckey, l’obiettivo primario degli Stati Uniti non consiste nel pianificare la vittoria in un scontro diretto con la Repubblica Popolare Cinese, ma nel convincerla a cancellare dal tavolo questa ipotesi. Una dottrina di deterrenza che punta a disincentivare qualsiasi opzione militare trasformando Taiwan in un bastione inespugnabile, garantendo le sue forniture tecnologiche, non potendo sostituirle in tempi brevi con produzioni stelle-e-strisce.
Anduril Industries sta partecipando attivamente a questi piani, seguendo una tabella di marcia definita dalla linea guida strategica denominata “China-27”, che prevede un’ipotesi di lavoro secondo cui Pechino potrebbe sviluppare la capacità di intraprendere un’azione militare decisiva contro Taiwan entro il 2027, per il centenario della fondazione dell’Esercito Popolare di Liberazione.
Per tradurre questa filosofia in realtà operativa, Anduril sta fornendo a Taipei un sistema difensivo ad altissimo contenuto tecnologico. Il piano si articola su due pilastri principali. Da una parte, l’interdizione marittima e anfibia, con la fornitura di missili avanzati e munizioni guidate senza pilota, progettate specificamente per intercettare e infliggere perdite devastanti alle forze di sbarco navale.
Dall’altra, la protezione delle infrastrutture critiche attraverso lo sviluppo e l’integrazione di un sistema avanzato di difesa aerea guidato da algoritmi di intelligenza artificiale, destinato a proteggere i centri di comando, i nodi energetici e le reti di comunicazione dell’isola da attacchi missilistici e incursioni aeree dalla Cina continentale.
La cooperazione tra Anduril e il governo taiwanese ha compiuto un salto di qualità con la firma, nel giugno 2026, di un accordo strategico ad ampio raggio. L’intesa stabilisce lo sviluppo congiunto di sistemi senza pilota e intelligenza artificiale tarati sulle specifiche esigenze geografiche dello Stretto di Taiwan.
Nell’arcipelago secessionista avverrà anche la produzione di componenti chiave, attraverso un significativo trasferimento tecnologico. La creazione di una catena di approvvigionamento indipendente permetterà di garantire la continuità produttiva di droni e pezzi di ricambio anche nell’eventualità di un blocco navale o aereo prolungato.
Il Ministero della Difesa di Taiwan ha confermato il recente arrivo del primo lotto di droni da combattimento Altius-600M, velivoli autonomi in grado di operare in sciami coordinati per neutralizzare bersagli marittimi e terrestri a grande distanza. Inoltre, l‘impatto economico e industriale è già tangibile: più di dieci aziende taiwanesi hanno ricevuto contratti e commissioni dirette per la produzione di prototipi e componenti di serie destinati ai sistemi autonomi di Anduril.
Il ruolo di primo piano svolto da Luckey nell’armare Taipei ha portato Pechino a comminare sanzioni personali ed economiche contro il fondatore di Anduril. Il Ministero degli Affari Esteri cinese ha condannato ripetutamente l’operato dell’azienda statunitense e l’azione di Washington. Per il Dragone, Taiwan rimane una questione di sovranità e integrità territoriale, come del resto riconosciuta da quasi tutti i paesi del mondo.
Nel frattempo, Anduril sta approfittando di un dossier di sicurezza che riguarda un’intera regione per mettere in piedi un lucroso modello di business a beneficio del complesso militare-industriale statunitense. L’invio massiccio di droni e la militarizzazione dell’isola di fatto aumentano la destabilizzazione dell’intera regione Indo-Pacifica anziché favorire la pace.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/08/2026
Il fondatore di Anduril descrive la deterrenza pensata per Taiwan
12/08/2026
Dietro la crisi di Ceuta la mano del Mossad
Analisi cinese in attesa di prove
«Diversi circoli accademici e di intelligence d’oltre Muraglia ipotizzano che gli eventi di Ceuta coinciderebbero con un’operazione di Hybrid Warfare volta ad aumentare la pressione sul governo di Pedro Sanchez», riporta in occidente Federico Giuliani. «Stando a questa interpretazione, la manovra avrebbe coinvolto il Mossad, il servizio di intelligence israeliano, interessato a promuovere una campagna di destabilizzazione contro la Spagna. La tesi è stata rilanciata anche dalla politologa egiziana Nadia Helmy, esperta di politica cinese e relazioni sino-israeliane, in un articolo pubblicato sulla rivista Modern Diplomacy».
Usa-Israele anti premier spagnolo
«I centri di analisi dell’intelligence cinese hanno esaminato l’escalation delle tensioni diplomatiche e politiche tra Spagna e Israele. Da questa prospettiva, il deterioramento delle relazioni bilaterali potrebbe aver motivato il Mossad a essere coinvolto nella crisi migratoria tra Marocco e Spagna, esacerbando la situazione e infiltrando agenti per promuovere il malcontento e il caos tra la popolazione marocchina», ha sostenuto Helmy su Modern Diplomacy.
‘El Mundo’ sulla crisi di Ceuta
Nelle loro conversazioni private, ha sottolineato il quotidiano spagnolo El Mundo, alcuni diplomatici e analisti vicini ai circoli politici di Pechino si stanno chiedendo se l’assalto a Ceuta possa essere legato al progressivo deterioramento delle relazioni tra Madrid e Tel Aviv, relazioni segnate dalle critiche del governo spagnolo alla guerra a Gaza e al riconoscimento dello stato palestinese. «Dalla normalizzazione delle relazioni nel 2020, il Marocco e Israele sono diventati alleati e hanno rafforzato la loro difesa e la cooperazione di intelligence», ha commentato un diplomatico cinese. Un dato di fatto sino ad oggi quasi trascurato.
Sospetti non solo cinesi
Questa teoria ha tra l’altro preso piede anche al di fuori della Cina. L’ex presidente colombiano Gustavo Petro, per esempio, ha indicato direttamente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come responsabile della suddetta crisi migratoria a Ceuta. Petro ha dichiarato che il leader israeliano «paga perché i poveri rischino la vita per raggiungere la Spagna», e sostiene che «il Marocco si è arreso alla volontà di un genocida fuggitivo, collegando l’afflusso migratorio alla stretta relazione tra Rabat e Tel Aviv». Lo stesso Petro ha anche accusato il primo ministro israeliano di promuovere campagne di destabilizzazione contro i governi che mettono in discussione la sua politica in Medio Oriente.
Timori di Pechino
In Cina, un Paese in cui il controllo delle frontiere è un pilastro della sicurezza nazionale, le immagini di migliaia di persone che hanno attraversato il confine spagnolo hanno scatenato un mix di stupore e incredulità, insiste Giuliani. «Come è possibile per loro attraversare il confine così facilmente?», è una delle domande chiave. Mentre i media ufficiali si sono soffermati sulle conseguenze politiche per l’Europa. «La crisi di Ceuta ha messo in luce le carenze delle riforme migratorie post-2015 dell’Ue e dimostra le difficoltà del blocco nel costruire una risposta unificata», ha dichiarato Cui Hongjian, professore all’Università di studi stranieri di Pechino, al Global Times, che ha dedicato un’analisi alle tensioni all’interno dell’Unione europea a seguito degli eventi al confine spagnolo.
L’assist di Pechino a Madrid
L’aspetto più curioso dell’intera vicenda riguarda le motivazioni che hanno spinto la Cina, attraverso i suoi accademici e diplomatici anonimi, a rilanciare l’indiscrezione della regia israeliana dietro la crisi di Ceuta. Pechino ha osservato l’intera vicenda da una prospettiva geostrategica. Il governo cinese non ha infatti alcuna intenzione di accusare ufficialmente Israele. Le voci che circolano sui media provengono infatti da esperti o analisti, non da ministri o portavoce ministeriali. È vero che tra Cina e Spagna si sta consolidando un eccellente rapporto bilaterale – Sanchez ha effettuato quattro visite in terra cinese negli ultimi quattro anni, più di ogni altri leader europeo – e che Madrid si sta trasformando nella porta d’ingresso prediletta del Dragone per l’Europa, ma è altrettanto vero che esistono relazioni eccellenti anche tra Pechino e Rabat.
Marocco e Cina
Nello specifico, il Marocco è diventato uno dei partner in grado di offrire al gigante asiatico una importante proiezione strategica in Africa. Al momento, dunque, non esistono prove certe che colleghino i fatti di Ceuta al Mossad o ad altre agenzie straniere. Certo, la notizia messa in circolazione da informatori cinesi – reale o accentuata che sia – risponde a un duplice scopo: da un lato offrire un assist al governo Sanchez, così da alleviare le pressioni che gravano sulle spalle di Madrid, dall’altro far capire che Pechino ha tutto l’interesse a mantenere il Nord Africa il più stabile possibile.
Il motivo? Business e affari devono prosperare. Le aziende cinesi vedono sempre più il Marocco come un centro di produzione al servizio dei mercati europei e africani. Il Dragone ha insomma svariati miliardi di dollari di investimenti e di ragioni per far sì che nessuno stravolga la stabilità a Ceuta e dintorni.
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05/08/2026
Ceuta. Lo zampino degli apparati marocchini dietro “l’assalto dei migranti”
Secondo alcuni media spagnoli, tra le decine di migliaia di migranti penetrati nella exclave di Ceuta, la Guardia Civil di Madrid avrebbe identificato alcuni agenti dei servizi segreti del Marocco.
Coloro che erano responsabili del sistema di telecamere, in coordinamento con il comando della Guardia Civil, sono riusciti a riconoscerli fin dalle prime ore di giovedì 30 luglio. “L’individuazione è stata possibile grazie al monitoraggio in tempo reale dei movimenti lungo il perimetro di confine, effettuato tramite la rete di telecamere installate nella zona”.
La connivenza delle forze di sicurezza marocchine con il massiccio afflusso di migranti a Ceuta sarebbe dimostrata anche da diversi video che mostrano un atteggiamento decisamente passivo da parte dei poliziotti marocchini mentre i migranti avanzavano verso il confine.
Anche il New York Times, ha raccolto la testimonianza di uno dei migranti entrati a Ceuta nei giorni scorsi, Youssef Aloui, il quale racconta che gli agenti non avrebbero cercato di fermare i migranti e, anzi, li avrebbero indirizzati. “Continuavano a dirci: ‘Andate di qua, di qua’”.
Fonti dei servizi segreti spagnoli corroborano le osservazioni fatte dalla Guardia Civil e inquadrano ciò che accade in un’operazione di guerra ibrida. A loro avviso, un’azione di tale portata non poteva essere condotta senza l’intervento dei servizi segreti del regime marocchino.
Secondo gli analisti spagnoli operazioni simili si sarebbero verificate anche in altri periodi di forte pressione migratoria ai confini di Ceuta e Melilla, con presunti agenti marocchini integrati nei gruppi di migranti. L’obiettivo dei servizi segreti di Rabat sarebbe quello di raccogliere informazioni sulla capacità di reazione delle forze di sicurezza della Spagna di fronte all’afflusso di persone dal Marocco.
È diventata idea piuttosto diffusa che il Marocco sfrutti periodicamente la leva dei flussi migratori per fare pressione sulla Spagna relativamente alla questione del Sahara Occidentale (territorio conteso e rivendicato da Rabat). Due giorni prima dell’ondata di massa sulla frontiera di Ceuta, il premier spagnolo Sanchez era in Algeria – storica rivale del Marocco sulla questione Sharawi e non solo – per un incontro ufficiale. Una mossa niente affatto gradita dalle autorità marocchine.
Ma l’apertura o chiusura del rubinetto dei flussi migratori di massa è un’arma non certo esclusiva del Marocco. Lo hanno fatto sistematicamente la Turchia e la Libia per estorcere finanziamenti ai paesi europei di frontiera e alla stessa Unione Europea.
Infine, e non certo per importanza, le reazioni di governi di destra come quello statunitense, israeliano, italiano – tutti ostili a Sanchez – su quanto accaduto a Ceuta, indicano una coincidenza “di vedute” e di interessi con la mossa delle autorità marocchine. A pensarla male si fa peccato ma...
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11/07/2026
I funerali di Khamenei visti da Kabul
Le agenzie di stampa hanno battuto la notizia: oltre 23 milioni di movimenti – persona registrati durante i solenni e maestosi funerali della Guida suprema Alì Khamenei, svoltisi tra il 3 e il 9 luglio. È un dato attendibile: quando un paese viene bombardato, minacciato di estinzione si stringe attorno al governo, quale esso sia. Trump, dopo aver azzerato la dirigenza della Repubblica islamica con il blitz del 28 febbraio, aveva chiesto la resa incondizionata. Un invito a nozze per i movimenti islamici più o meno radicali e una opportunità per consolidare un inedito fronte unitario. Si scatenava un meccanismo infernale ai danni dei cosiddetti islamici moderati, accusati di collaborazionismo, cui era fino poco prima annoverato l’attuale presidente iraniano Masoud Pezeshkian.
A Teheran era presente la Turchia, membro dissidente della Nato e perenne candidato all’ingresso nell’Unione Europea, nella figura del vicepresidente Cevdet Yilmaz Turky. L’emirato talebano aveva mandato due elementi di spicco: Abdul GhanBaradar e il ministro degli esteri Amir Khan Muttaqi, protagonista dei colloqui del 2021 con l’ex presidente Karzai rimasto a Kabul dopo la fuga del successore Ghani. Imponente la delegazione pakistana, guidata dal Primo ministro Shehbaz Sharif, grande mediatore del recente conflitto. Alla cerimonia era presente il Ministro degli Esteri indonesiano Sugiono, potenza emergente nel sud est asiatico, quello degli Affari esteri indiano Pabitra Margherita, i vertici, religiosi e intellettuali da 100 paesi del mondo. Il feretro era sfilato accompagnato da folle immense nei viali delle città sante allo sciismo di Najaf e Karbala in Iraq l’8 di luglio, per poi essere sepolto nella città natale di Mashad il giorno successivo.
La linea di demarcazione tra moderati e radicali è sottile e si sposta con le derive geopolitiche. Il fatto che un acuto mediatore, laureato in filosofia occidentale, come Ali Larijani sia stato fatto fuori in il 16 marzo 2026 a Pardis, testimonia che l’obiettivo in Iran non fosse un cambio di regime. Da parte sua l’opposizione iraniana, decimata dopo le manifestazioni di gennaio, non ha mai chiesto che le città persiane venissero bombardate e che le province del sud fossero lasciate senza acqua. Non ha nemmeno inneggiato all’insediamento di Ciro Pahlavi, figlio del defunto Scià iraniano e sponsorizzato dal primo ministro israeliano Netanyahu.
L’incombere di una minaccia comune ha creato le condizioni per un superamento degli schieramenti. Esiste un precedente diretto: la guerra con l’Iraq del 1980. Allora il regime di Saddam Hussein era visto dagli Usa come possibile risorsa per contrastare la marea islamica che in Khomeini aveva avuto il suo profeta. Un conflitto che fece 500 mila vittime con il corollario di orrori e violenze sui civili che ogni guerra contemporanea produce. Per attraversare i campi minati i mullah facevano marciare sopra le bombe i bambini, che in quanto martiri della jihad sarebbero andati dritti in paradiso. Il conflitto durò sette anni e non produsse cambiamenti territoriali. Saddam Hussein non perse la città costiera di Bassora ma il regime degli ayatollah sopravvisse alla prima aggressione militare. C’è un episodio di quella guerra che richiama l’attualità. Nella fase post-rivoluzionaria la maggioranza dei piloti dell’aviazione era stata messa in prigione, perché sospettata d’essere fedele allo scià. Ai piloti fu concesso di scegliere: risalire sugli aerei o marcire in una cella del già famoso carcere di Evian. I piloti presero posto sui Phantom e difesero la repubblica, morendo quasi tutti in combattimento.
L’impressione è che l’operazione voluta da Israele, cui inopinatamente Trump ha aderito e sulla quale i sauditi hanno mantenuto una posizione ambigua, nasconda altro. Se le regole del diritto internazionale saltano, tutto diviene possibile, soprattutto se si riesce ad innescare una visione millenaristica del conflitto. In Oriente non si parla di guerra: l’Iran è un paese aggredito. La logica dell’intervento militare preventivo trasforma i paesi della regione in potenziali bersagli. Il tema è ripreso in un recente intervento di Massimo D’Alema – La 7, 28 giugno 2026 –, nel quale l’ex premier sostiene che il conflitto avrà quale ricaduta un’accelerazione della corsa agli armamenti nella regione, in quanto possedere la bomba atomica rappresenta un deterrente per non essere attaccati.
La narrazione della destra trumpiana, che descrive gli eventi come lotta metafisica tra bene e male, prescinde da un dato fondamentale. La corsa all’atomica in Oriente non è partita da un’entità islamica o dalla defunta URSS, ma da un paese alleato dell’Occidente: il Pakistan. Il protagonista della conquista della bomba nel Paese dei puri è uno scienziato nato in India nel 1936, che alla causa dedicò la vita. Dopo aver assistito al primo test nucleare indiano nel 1972, Abdul Qadeer Khan prese una decisione che avrebbe avuto una rilevanza internazionale: avrebbe dato la bomba al suo paese. Si laureò in Olanda alla Delft University of Technology per poi ottenere un master in metallurgia in Belgio. E qui avviene il punto di svolta. Il giovane ingegnere viene assunto alla Verenigde Machinefabrieken di Amsterdam, filiale locale di un consorzio specializzato nell’arricchimento dell’uranio. Narrano le cronache – al fatto seguì un’inchiesta – che Khan rientrò con tutti gli onori in Pakistan trafugando dall’azienda in cui lavorava il progetto della centrifuga che nel 1998 avrebbe originato il primo test atomico.
Khan divenne negli anni successivi un teorico della proliferazione nucleare in chiave antimperialista e fondò un’impresa privata. La Khan Research Laboratories negli anni ’90 collaborò ai programmi di molti paesi, incluse Nord Corea, Libia, Indonesia e Iran. All’origine del caso iraniano e del ben più pericoloso precedente nordcoreano ci sarebbe la leggerezza di un consorzio europeo: la URECO, colosso tecnologico compartecipato dai governi di Gran Bretagna, Germania e Paesi Bassi.
La rivoluzione iraniana del settembre 1979 non fu un moto religioso, quanto l’effetto di un fermento popolare diffuso contro un’invisa dinastia posta sul soglio reale dagli inglesi negli anni ’20 del secolo passato. Poi la rivoluzione, come spesso avviene, divorò i propri figli e agli alleati di ieri – liberali, socialisti, comunisti – furono messi ai ferri, poi eliminati. La repubblica che ne nacque fu la prima a definirsi islamica, rivisitazione in chiave religiosa di un sistema politico. Rispetto all’emirato islamico, il modello iraniano mostra profonde differenze. In primo luogo, il popolo resta sovrano ed elegge sia il parlamento, sia il presidente, meccanismo che ha permesso che al governo si alternassero conservatori come Ahmadinejad e riformisti, come l’attuale presidente. Il tutto sotto l’egida dell’islam e della Giuda Suprema, eletta da un consiglio ristretto. Il terzo modello di governo religioso sono le monarchie e gli autodefiniti emirati della penisola arabica. Qui la figura del sovrano si dice ispirata dall’islam, ma ha una radice dinastica, il che alimenta le critiche da parte dei movimenti religiosi radicali. Da sottolineare che l’Arabia Saudita ha al proprio interno una minoranza sciita pari al 15% della popolazione, storicamente perseguitata.
Nell’oriente contemporaneo, sono numerosissime le attestazioni di solidarietà popolare all’Iran. Un paese che non ha confini né costituzione, ove la metà dei residenti è discriminata ed è in corso un genocidio – Israele – aggredisce in nome della libertà una nazione dotata di carta costituzionale, parlamento e in cui si tengono regolari elezioni. Un paese ove il numero delle donne universitarie è superiore a quello degli uomini e ove due donne sono vicepresidente. Realtà che non può nascondere il carattere repressivo del regime, le persecuzioni di genere, né le migliaia di giovani oppositori uccisi dai Pasdaran dopo le manifestazioni di gennaio. Si tratta di fare luce sulla complessità del contesto, su come le azioni di guerra preventiva stiano consolidando un ampio fronte islamico radicale e una pericolosa deriva anti occidentale.
Una coalizione interetnica e interconfessionale, cui partecipano persiani, baluchi, pashtun, tagiki, libanesi, punjabi, kurdi e siriani. Quanto l’oceano sunnita, sciiti, ismaeliti, drusi, le mille anime sufi. Ne fornisce testimonianza il cadere della tensione tra Pakistan e Afghanistan, quanto tra Siria e Turchia, che continua ad occupare ampie aree al confine settentrionale del paese. Sull’altro fronte, la tempesta perfetta scatenata il 28 febbraio favorisce la possibile annessione di Cisgiordania, Gaza, Libano Meridionale e del Cordone di sicurezza in Siria da parte di Israele. Altro effetto prevedibile è il definitivo tramonto degli Accordi di Abramo, tiepidamente accolti dall’Arabia Saudita, firmati dagli Emirati arabi uniti nel 2020 e invisi al mondo islamico.
Assenti eccellenti al funerale di Khamenei, emirati e monarchie della penisola arabica appaiono in stato confusionale stretti tra la fino a oggi vantaggiosa alleanza con l’Occidente e il ruolo di guida dell’islam. Un’assenza che versa a vantaggio della Turchia di Erdogan, che si pone quale erede del sultanato ottomano. In questione è il primato saudita, custode di due dei tre luoghi sacri all'Islam. In molti individuano uno spartiacque nel tentativo di Israele di decimare la delegazione di Hamas in Qatar nel 2025. Il piccolo emirato è lo stato sovrano che ospita la più grande base militare degli Stati Uniti nell’area. Spartiacque che avrebbe dovuto aprire gli occhi ad ovest di Hormuz, in quanto era dai tempi Gengis Khan che l’immunità di una delegazione diplomatica non veniva violata in modo così plateale.
13/06/2026
Afghanistan, la prossima guerra per procura dell’America
La Cina viene accusata di estrarre minerali grezzi dall’Afghanistan per lavorarli altrove – un processo che, secondo l’articolo, equivarrebbe a un furto delle risorse naturali afghane da parte della Cina, lasciando deliberatamente il paese in uno stato di perpetua indigenza.
Ciò che l’articolo omette deliberatamente è la presenza di estremisti armati che attaccano gli investimenti cinesi, le missioni diplomatiche e il personale in tutto il paese, rendendo fisicamente impossibile per la Cina investire e consentire all’Afghanistan – per ora – di lavorare internamente questa ricchezza mineraria grezza ed esportare input industriali a maggior valore aggiunto e con profitti maggiori.
I tentativi della Cina di collaborare con l’Afghanistan – fornendo un reddito immediato e disperatamente necessario per ricostruire la nazione – arrivano dopo 20 anni di occupazione militare e abusi statunitensi, uniti – dal 2021 in poi – al sequestro da parte degli USA di oltre 9,5 miliardi di dollari di beni afghani e all’uso di estremisti appoggiati dagli USA per sabotare qualsiasi tentativo di stabilizzare, ricostruire e forse persino sviluppare il paese dell’Asia centrale.
Gli Stati Uniti, avendo creato la morte, la distruzione e la povertà sotto cui gli afghani soffrono attualmente, attraverso i loro organi di propaganda tentano di spostare la colpa su nazioni come la Cina che cercano di collaborare con l’Afghanistan nonostante le sfide create deliberatamente proprio dagli USA.
La lunga storia di Washington nell’uso di estremisti per destabilizzare altri
Mentre gli USA conducono guerre ad alta visibilità e guerre per procura in tutto il mondo – dall’attacco al Venezuela in America Latina all’attacco alle strutture di produzione, stoccaggio ed esportazione di energia russa, attribuendolo all'“Ucraina” in Europa, e la sua continua guerra di aggressione contro l’Iran in Medio Oriente – gli USA stanno anche conducendo numerose guerre sporche in tutti i luoghi intermedi.
Questo include l’attraversamento dello stato centroasiatico dell’Afghanistan – devastato da decenni di guerra provocata dagli USA – sia la sua guerra per procura contro l’Unione Sovietica negli anni ’80, sia la sua invasione e occupazione dell’Afghanistan dal 2001 al 2021.
Nonostante l’abbandono ufficiale dell’Afghanistan, gli analisti all’epoca avvertirono sulle reti di retroguardia di terroristi che gli USA avevano armato e avrebbero continuato ad armare e sostenere, impedendo all’Afghanistan di raggiungere qualsiasi tipo di stabilità socio-politica o economica e vanificando i tentativi dei vicini dell’Afghanistan di collaborare e aiutare a creare uno stato-nazione funzionante e un’economia capace di provvedere al proprio popolo a casa e commerciare con i partner all’estero.
Questo riguarda soprattutto la Cina.
Per realizzare questa destabilizzazione, gli USA hanno utilizzato la loro politica decennale di armare e sostenere estremisti attraverso una rete globale di intermediari e usarli come forza di spedizione dove le normali forze USA non possono permettersi di andare politicamente o sono incapaci di farlo militarmente.
Gli USA hanno notoriamente usato tali estremisti come parte della loro guerra per procura contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, specificamente.
Nel 2007, Seymour Hersh, nel suo articolo “The Redirection”, avvertì:
“Per minare l’Iran, che è prevalentemente sciita, l’Amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’Amministrazione ha cooperato con il governo dell’Arabia Saudita, che è sunnita, in operazioni clandestine volte a indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli USA hanno anche preso parte a operazioni clandestine contro l’Iran e la Siria, sua alleata. Un sottoprodotto di queste attività è stato il rafforzamento di gruppi estremisti sunniti che abbracciano una visione militante dell’Islam e sono ostili all’America e simpatizzanti di Al Qaeda”.Dopo la “Primavera Araba” del 2011, ammettiamolo, ingegnerizzata dagli USA, questi hanno iniziato a mobilitare proprio quelle reti di estremisti preparate per provocare guerre per procura, poi guidate dagli USA contro nazioni come Libia, Siria, Yemen e Iraq.
Dal 2011 in poi, mentre questi conflitti iniziavano a distruggere l’intero mondo arabo, pubblicazioni statunitensi come il New York Times e il Washington Post ammisero che gli USA stavano spendendo miliardi di dollari per armare e addestrare quelli che all’epoca venivano chiamati “ribelli moderati”.
Tuttavia, già nel 2014, era abbondantemente chiaro che tali “ribelli moderati” non esistevano. I media statunitensi iniziarono a costruire narrazioni secondo cui gli estremisti avevano in qualche modo “superato” i ribelli moderati sostenuti dagli USA, e che era così che la stragrande maggioranza delle loro armi, veicoli e attrezzature era finita nelle mani di organizzazioni terroristiche elencate dagli USA come gli affiliati di Al Qaeda, Jabhat Al-Nusra, aka Hayat Tahrir al-Sham (HTS), e il cosiddetto “Stato Islamico” (ISIS).
In realtà, non c’erano mai stati “ribelli moderati” fin dall’inizio. Come Seymour Hersh riportò già nel 2007, il piano americano era sempre stato quello di usare estremisti per riordinare il mondo arabo prima di una guerra più ampia contro l’Iran (e infine la Cina).
Dopo aver rovesciato con successo i governi di Libia, Yemen e Siria dal 2011 al 2024, gli USA stanno ancora impiegando queste organizzazioni estremiste in tutto il Mondo.
Gli USA hanno ufficialmente rimosso HTS dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere designate dagli USA e ora riconoscono il suo capo, Abu Mohammad al-Jolani (ora chiamato Ahmed al-Sharaa), come presidente di fatto della Siria.
Altre organizzazioni terroristiche sono ancora utilizzate dagli USA con questo metodo di “negabilità plausibile”, incluso l’ISIS, che a sua volta ha dato origine a numerose filiali specializzate nel promuovere gli interessi geopolitici statunitensi oltre il Medio Oriente, incluso lo Stato Islamico del Khorasan, o ISIS-K.
È proprio l’ISIS-K che gli USA stanno usando per attaccare e minare la stabilità dell’Afghanistan prendendo di mira funzionari governativi, edifici e infrastrutture, nonché il personale, le missioni diplomatiche e gli investimenti di nazioni vicine amiche come la Cina, che condivide un breve tratto di confine (92 km) con l’Afghanistan nella sua regione occidentale dello Xinjiang.
Solo una delle molte guerre sporche che gli USA conducono in questo modo...
La posizione dell’Afghanistan è stata centrale prima per le ambizioni imperiali britanniche e successivamente per quelle americane. Confinante con Iran, Pakistan e Cina mentre si trova nel ‘vicinato’ della Russia, mantenere l’Afghanistan come un focolaio destabilizzato e disfunzionale di estremisti capaci di esportare terrorismo e instabilità attraverso l’Eurasia, è stato centrale per la ricerca decennale dell’America del predominio sull’Eurasia.
Non solo gli USA possono bloccare qualsiasi tipo di sviluppo positivo tra Cina e Afghanistan, minando la sicurezza regionale e creando minacce perpetue per entrambe le nazioni, ma possono anche usare questa violenza esportata per prendere di mira e minare il vicino Pakistan e i suoi progetti congiunti con la Cina. Questo include l’Iniziativa Belt and Road (BRI) della Cina e il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC).
Il CPEC è diventato un bersaglio regolare del terrorismo sostenuto dagli USA, nel tentativo di interromperne la costruzione prendendo di mira e uccidendo ingegneri cinesi, minando la stabilità politica ed economica dei progetti stessi attaccando e uccidendo le forze di sicurezza locali pakistane, nonché attaccando diplomatici cinesi di alto livello, come nel caso del tentato assassinio dell’ambasciatore cinese in Pakistan, a Quetta, nel 2021.
Oltre l’Asia centrale e meridionale, gli USA hanno riutilizzato questo stesso processo – sebbene con un marchio di estremisti completamente diverso – in particolare nel paese del sud-est asiatico, il Myanmar.
Qui, gli USA hanno usato militanti e partiti di opposizione per contestare il potere del governo centrale e dei militari del Myanmar. In mezzo a anni di combattimenti, i militanti sostenuti dagli USA hanno preso di mira specificamente gli investimenti cinesi in tutto il paese, nonché il gasdotto Myanmar-Cina costruito specificamente per consentire alla Cina di bypassare qualsiasi potenziale blocco navale statunitense imposto sullo Stretto di Malacca – l’arteria marittima più essenziale della Cina per importare energia ed esportare beni.
I documenti politici statunitensi hanno specificamente discusso non solo di chiudere lo Stretto di Malacca per strangolare economicamente la Cina, ma anche di attaccare militarmente il gasdotto Myanmar-Cina per impedire alla Cina di bypassare il blocco marittimo statunitense.
Nel documento del 2018 della Naval War College Review degli USA intitolato “A Maritime Oil Blockade of China”, il documento suggerisce:
“Un blocco a distanza dovrebbe anche interdire il gasdotto Myanmar-Cina, che alla fine potrebbe spostare fino a 440 kbd di petrolio greggio da Kyaukpyu, nella costa del Myanmar, alla provincia dello Yunnan, nella Cina sud-occidentale. Impedire alle petroliere di scaricare al terminal di Kyaukpyu richiederebbe poche, se non nessuna, piattaforma navale ferma in loco.È chiaro che gli USA hanno deciso di usare lo stesso tipo di proxy armati con cui hanno già riordinato il mondo arabo per lanciare attacchi ai progetti cinesi della BRI senza necessitare di una propria azione militare diretta – avanzando così i loro obiettivi geopolitici e mantenendo al contempo una negabilità plausibile.
L’area potrebbe essere dichiarata ‘zona di esclusione’ per la durata di un conflitto e, se le autorità del Myanmar non dovessero conformarsi, l’impianto potrebbe essere reso inabile tramite attacchi aerei, mining aereo o altre azioni cinetiche.
In breve, le forze statunitensi sarebbero probabilmente in grado di neutralizzare rapidamente le rotte terrestri della Cina per le importazioni di petrolio via mare per evitare lo Stretto di Malacca e altri colli di bottiglia più a est e impedire loro di deviare le forze necessarie per sigillare altre vie di ingresso marittime”.
Lo schema emergente è una serie di guerre sporche ingegnerizzate dagli USA lanciate lungo tutte le periferie della Cina specificamente per danneggiare il flusso di energia, materie prime e esportazioni finite via terra. Allo stesso tempo, gli USA stanno ora imponendo apertamente un blocco marittimo in espansione contro gli alleati russi e iraniani della Cina, che a sua volta prende di mira e blocca direttamente la Cina stessa – considerando che entrambe le nazioni considerano Pechino il loro partner economico e commerciale più stretto e importante.
Una volta compresa questa realtà, rileggendo l’articolo dell'“Interpreter” sull’Afghanistan che “rinuncia” al suo futuro a favore della Cina, diventa chiaro quanto deliberatamente moralistico sia non solo questo specifico articolo ma l’intero establishment di politica estera occidentale che rappresenta, ossia chi ha fin dall’inizio creato queste condizioni in Afghanistan e ora sta sfruttando la propria fortunata campagna per bloccare la ricostruzione dell’Afghanistan attraverso l’uso di organizzazioni terroristiche, incolpando le poche nazioni che corrono un rischio nel tentativo di rimediare a questi decenni di danni.
Sfortunatamente, la maggior parte di coloro che leggono titoli come quello dell'“Interpreter” non metterà in discussione le accuse contro la Cina – persino tra coloro che sono critici verso la politica estera occidentale – a causa di pregiudizi profondamente radicati contro la Cina e l’Asia in generale.
In definitiva – se la vera natura del problema rimane offuscata dalla propaganda occidentale, o spostata il focus interamente su altre nazioni, in questo caso la Cina – diventerà difficile, se non impossibile, in primo luogo risolvere il problema.
Nazioni come l’Afghanistan hanno pochi mezzi per raggiungere il pubblico internazionale con la verità a causa del controllo USA sullo spazio informativo globale – e la capacità della Cina di aiutare l’Afghanistan continuerà a essere “riscritta” attraverso quello stesso spazio informativo controllato come “sfruttamento”.
Se i singoli individui sono in ultima analisi il mattone più importante della civiltà umana e della direzione che prende, allora il controllo sulle informazioni che vedono e cui credono è il mezzo più basilare e fondamentale per controllare la direzione della civiltà umana.
Profondi investimenti nello sviluppo militare ed economico da parte di nazioni come la Cina, ignorando al contempo il dominio informativo degli USA, consentono agli USA di continuare a definire la realtà nelle menti delle persone, non importa quanto divergente sia dalla realtà effettiva.
A un certo punto, in futuro, questo distacco potrebbe creare un collasso catastrofico del potere e dell’influenza degli USA in tutto il Mondo – ma per ora continua a essere tra le sue “super armi” più efficaci e potenti.
Per l’Afghanistan – a causa della capacità degli USA di determinare ciò che merita attenzione e ciò che va completamente dimenticato – la persistente campagna di Washington per ostacolare la sua ripresa verso la pace e la prosperità non solo continuerà, ma continuerà quasi completamente oscurata.
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26/05/2026
Rapporto RAND sull’America Latina: riprendere il dominio con l’assistenza militare
Nel condizioni attuali della competizione globale, l’America Latina è tornata prepotentemente al centro delle priorità di difesa degli Stati Uniti (leggi: della politica imperialista degli States). Il 5 maggio, un rapporto pubblicato dalla RAND Corporation, intitolato “Force Multipliers in the Americas“, traccia delle linee guida da presentare al Dipartimento della Guerra (DOW) come consiglio per una nuova strategia in quello che viene considerato il “cortile di casa” di Washington.
Il nodo centrale riguarda come sfruttare le attività di assistenza alle forze di sicurezza (SFA) di altri paesi per blindare la sicurezza interna e arginare l’influenza di altri attori globali sulla regione, attraverso investimenti mirati, costi ridotti, e pressioni ben posizionate. In sostanza, l’assistenza militare deve diventare un mezzo privilegiato per contrastare l’espansione economica di Pechino, o i legami russi nell’area.
Ovviamente, come è successo già per il rapimento di Maduro, per le minacce a Gustavo Petro e anche a Cuba, la RAND segue il copione del Segretario di Stato: le minacce di stati avversari si legano all’azione di attori non statali violenti, con confini molto sfumati tra Pechino e Mosca, organizzazioni terroristiche e, soprattutto, cartelli del narcotraffico.
La Cina viene vista come un pericolo soprattutto per l’estensione della sua influenza economica, attraverso investimenti massicci in infrastrutture critiche. Tra queste, spiccano il porto di Chancay in Perù e i terminal in gestione alle due estremità del Canale di Panama, che, secondo la RAND, presentano forti rischi per un duplice uso civile-militare. A questo si aggiunge l’esportazione di precursori chimici verso il Messico per la produzione di fentanyl e sofisticate reti di riciclaggio di denaro che offrono linfa vitale ai cartelli della droga.
La Russia, invece, viene vista come coinvolta direttamente sull’ambito bellico con molti attori americani, attraverso la cooperazione militare e la fornitura di tecnologie e strumenti digitali a tre partner in particolare: Nicaragua, Cuba e Venezuela. Secondo il rapporto, ormai anche il Messico va considerato un hub fondamentale per lo spionaggio russo nella regione.
Per rispondere a questa situazione senza ricorrere a un dispiegamento militare massiccio e palese (perché la verità è che gli USA non se lo possono permettere), il think tank suggerisce di ottimizzare le capacità SFA e renderle sempre più indispensabili alle forze degli altri paesi americani, attraverso programmi di addestramento, equipaggiamento e consiglio strategico.
Tre sono le formazioni chiave su cui Washington dovrebbe focalizzare i propri sforzi: l’Army Security Cooperation Group-South (ASCG-S), nato all’inizio del 2026 dalla trasformazione della 1ª Brigata SFA, questa unità ha assunto la gestione della scuola di addestramento nella giungla a Panama. Il suo compito principale è formare le forze partner, migliorando l’interoperabilità e contrastando la corruzione istituzionale che favorisce i trafficanti… e gli interessi cinesi, ovviamente.
Il 7° Special Forces Group (SFG) è attivamente impegnato nell’addestramento dei marines messicani. Parallelamente, a Panama, forze simili collaborano strettamente con le autorità locali per rafforzare il controllo sui flussi migratori e, soprattutto, “contrastare l’influenza di attori statali esterni“, si legge nel documento della RAND.
Infine, il State Partnership Program (SPP) è un programma della Guardia Nazionale che punta a costruire relazioni di fiducia per la gestione internazionale di dossier considerati di interesse per la sicurezza statunitense. È successo in passato con Panama, ancora una volta, e recentemente anche con l’approvazione di una partnership tra la Guardia Nazionale della California e il Messico.
La RAND individua tutta una serie di criticità, legali e istituzionali, tanto interne quanto esterne. Ma la realtà è che il nodo centrale è il modo esplicito in cui questa presunta “assistenza” rappresenta l’altra faccia della medaglia dell’aggressività sempre più esplicitamente militare degli USA, già mostrata col Venezuela e, in questi giorni, con Cuba.
Rappresenta, insomma, una forma sottile di “occupazione” armata su cui si vuole far vivere la strategia sul controllo “emisferico” da parte di Washington, che deve però fare i conti con le contraddizioni che tutto ciò crea, e dunque con la resistenza di governi e soggetti sociali e politici locali. Ad ogni modo, ancora una volta la RAND segna la via dell’imperialismo stelle-e-strisce.
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10/05/2026
Il Mali dopo i nuovi attacchi del 25 aprile
Oltre dodicimila combattenti, secondo le prime stime, hanno in poche ore colpito in modo chirurgico da Kidal a Gao, da Mopti a Bamako, e a Kati, “città guarnigione”, l’esplosione di una cisterna ha ucciso il ministro della difesa Sadio Camara e ferito il responsabile dei servizi di intelligence, il generale Modibo Keita. Per comprendere quanto accaduto bisogna fare un passo indietro e ripercorrere quella che è una storia postcoloniale non molto diversa da quanto accaduto in altri paesi (il Sudan o la Repubblica Democratica del Congo).
Appena dopo l’indipendenza, già nel 1962-1963, si erano andati costituendo i primi gruppi tuareg indipendentisti, intolleranti verso i confini coloniali e l’ordinamento di un paese sospeso tra istanze panafricaniste e l’idea di uno stato centralizzato. Il governo di Modibo Keita prima, quello di Moussa Toure poi, malgrado le profonde differenze, non riusciranno a sedare la resistenza, e la violenta repressione alimenterà solo il progetto separatista di alcuni gruppi, che esploderà nuovamente nel 1990 con l’attacco alla caserma di Menaka e l’uccisione di decine di militari.
Ma a quest’ultima si arriva dopo un processo nel quale ha un ruolo decisivo anche le siccità del 1973-4 e del 1984. I giovani tuareg che dal Mali e dal Niger emigreranno in quegli anni in Libia seguendo le reti di alleanza esistenti fra tribù e clan, saranno accolti da Gheddafi e addestrati a Beni Walid all’interno della Legione Verde. Molti di loro saranno poi inviati a combattere nella guerra contro il Chad.
Il contesto politico sempre più ostile convince Gheddafi della necessità di costruire una strategia regionale (nasce il progetto dell’Unione del Maghreb Arabo). Ed è di quegli anni la scelta di far ritornare i tuareg in Mali e in Niger per rivendicare il possesso delle terre. La ribellione, guidata da Iyad Ag-Ghali, sarà contenuta da Moussa Traoré al prezzo di molte vittime, ma gli accordi durano poco perché Traoré verrà qualche mese dopo rovesciato da un colpo di stato (è il marzo 1991).
Quando riprende, la rivolta tuareg dei Movimenti Unificati del Fronte dell’Azawad (MFUA) avrà una diversa fisionomia: frammentata in quattro gruppi maggiori (il Movimento popolare dell’Azawad, MPA, diretto da Ag-Ghali; il Fronte popolare di liberazione dell’Azawad, FPLA, nella regione di Timbuctù; l’Armata Rivoluzionaria di Liberazione dell’Azawad, ARLA, costituita essenzialmente da membri della tribù Imghad; il Fronte Islamico Arabo dell’Azawad, FFIA), vedrà da questo momento una vertigine di alleanze a carattere “etnico-tribale” comporsi e dissolversi secondo le circostanze.
Ma è impossibile offrire un’interpretazione univoca di un progetto di indipendenza che ha radici eterogenee e si nutre spesso di legami familiari, e altrettanto impossibile è lasciarsi sedurre da un’interpretazione che veda quella dei tuareg come la ribellione di “una società contro lo stato”.
Le alleanze che avrebbero costruito negli anni, oltre che con la Libia di Gheddafi, con l’Algeria, ma soprattutto con la Francia, rivelano la grande capacità di sfruttare gli interessi di attori diversi e ottenere supporto militare, economico, logistico o mediatico senza però avere la forza di venirne a capo una volta per tutte. Lo dimostreranno gli anni seguenti, scanditi dall’ingresso del fronte jihadista, che pone agli stessi Tuareg non pochi problemi, e di miliziani provenienti da altri paesi (Sudan).
Agli inizi del 2012 l’erede della galassia dei movimenti secessionisti del nord proclama l’indipendenza dell’Azawad, la vasta regione che da Tessalit, Kidal e Menaka si estende sino a Timbuctu e Gao (quasi i due terzi del paese, largamente desertici, ma ricchissimi di risorse naturali). Con il Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, MPLA, operano le milizie Ansar Dine (“Ausiliari della regione Islamica”, al comando di Iyad Ag-Ghali).
Il progetto di uno stato islamico non troverà nella comunità internazionale alcun riconoscimento, ma queste milizie che arrivano sino a Segou sulle loro moto o sui pick-up 4X4 armati con mitragliatrici e lanciarazzi sottratti all’esercito regolare costituiscono una seria minaccia all’integrità territoriale del paese, tanto più che l’esercito regolare arretra, abbandona mezzi e armi, e nel caos rivela ancora una volta che l’addestramento francese non ha avuto altro effetto che quello di creare un esercito fragile e dipendente.
In questo clima di sfiducia, un giovane militare sino a quel momento sconosciuto, Amadou Sanogo, di origine dogon, prende il potere e pone fine al governo di Amani Toumani Toure (ATT). Sanogo finirà poi agli arresti, in una isolata località ai confini con la Guinea, ma intanto il presidente ad interim invoca l’intervento aereo dei francesi per fermare l’avanzata dei ribelli.
Holland accorre in modo trionfale: comincia l’operazione Serval (dall’agosto 2014 il suo nome diventerà Barkhane), affiancata dal luglio dello stesso anno dalle forze dell’ONU. Come sempre la fantasia militare è all’opera, ma con una semantica che vale la pena sottolineare: il nome di un felino dell’Africa subsahariana (serval), il termine con cui si indicano le dune mobili dal profilo a mezzaluna creato dai venti (barkhane), sono l’atto di imperio linguistico di chi si sente da tempo padrone di quei luoghi.
La presenza francese si fa via via più invadente. Le elezioni del nuovo presidente Ibrahima Aboubacar Keita (IBK) consentono al paese una relativa stabilità, ma le critiche all’autonomia del presidente, considerato da molti un fantoccio nelle mani dei francesi, si fanno sempre più aspre.
Un duro colpo al patto fra il Mali e la Francia arriva quando quest’ultima impedisce all’esercito regolare di entrare a Kidal, quartier generale delle forze ribelli controllata dal MPLA invocando motivi di sicurezza e rendendo impossibile sia il controllo della città che le elezioni. Kidal è tutt’oggi una ferita non cicatrizzata, l’immagine di una sovranità nazionale offesa da una potenza straniera.
Non è un caso che la sua riconquista con l’aiuto delle truppe mercenarie russe Wagner nel 2023 sarà celebrata come un riscatto, così come non sorprende che la sua caduta dieci giorni fa nelle mani delle forze ribelli sia stata ripresa dai media francesi infinite volte per umiliare il governo di transizione guidato da Assimi Goïta ed annunciare che ormai i due terzi del paese sono sotto il controllo dei ribelli.
Quando i risultati elettorali che avevano riconfermato IBK furono contestati e il presidente deposto (colpo di stato del 2020, con il forte appoggio della società civile, rappresentata dal Mouvement du 5 juin – Rassemblement des forces patriottiques), un nuovo governo di transizione guidato da Bah Ndaw dovrebbe permettere il ritorno alla democrazia.
Ma nel 2021 un nuovo colpo di stato interrompe il processo, e Bah Ndaw è accusato di aver tradito gli accordi: il ministero della difesa sarebbe dovuto andare a Camara, quello dell’intelligence a Keita (incarichi poi confermati dal governo di transizione). Per una strana coincidenza, sono proprio loro ad essere vittima degli attentati di questi giorni, gli stessi che avevano condotto il processo di alleanza con la Russia e definitivamente spezzato quel che restava dei legami con la Francia.
Dal 2016 nelle aree centrali del paese (regione di Mopti, ansa del Niger) entra in scena un nuovo alleato: il Front de Libération du Macina (Katiba Macina), al comando di Amadou Kouffa. L’area, che vede preponderante la popolazione Peul aveva conosciuto da sempre un complesso sistema d'uso delle terre da parte di pastori e contadini, secondo un equilibrio non del tutto privo di conflitti ma in grado di autoregolarsi ed evitare eccessi (sapienti tecniche di coltivazione e di pascolo avevano reso possibile lo sfruttamento delle risorse di un territorio periodicamente inondato dal Niger).
Ma i conflitti generati dalla riduzione delle terre coltivabili e dei pascoli, e il capovolgimento delle tradizionali gerarchie, avrebbero finito con l’alimentare un’economia di guerra spesso banalizzata nel vocabolario di un conflitto etnico-religioso ricalcato sulle linee di antichi conflitti (i Peul, pastori, da un lato; i Dogon, contadini, dall’altro).
Nel nuovo scenario, segnato dalla comparsa di una milizia di autodifesa dogon (i Dan Nan Ambassagou, “i cacciatori che si confidano a Dio”), il FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei movimenti indipendentisti tuareg) può contare ora su un nuovo alleato: l’Ucraina, come veniva ammesso nel corso di un servizio delle televisione francese del luglio 2025, ricevendo da un paese diventato centrale nella circolazione mondiale delle armi quegli aiuti (addestramento militare in Europa, droni, attrezzature logistiche) che la Francia non può dare alla luce del sole.
L’obiettivo è far cadere l’attuale giunta al potere e indurre i russi a lasciare il paese. Che la Francia abbia sostenuto in passato i gruppi tuareg è noto da sempre (sin dal 2012, il suo appoggio diplomatico e mediatico è stato evidente). Ma l’alleanza fra i Tuareg e i loro sostenitori internazionali (Algeria, Francia) da un lato, e i gruppi che predicano la sharia e sono affiliati ad Al-Qaida nel Magreb dall’altro, sebbene difficile e non priva di rischi non è più fonte d’imbarazzo dopo l’incontro fra Trump e il nuovo presidente siriano, Aḥmad Ḥusayn al-Shara, membro di un gruppo legato a Al-Qaida e considerato solo qualche mese fa un pericoloso terrorista.
È stridente la libertà con la quale le definizioni di terrorismo siano in Occidente volatili e piegate agli interessi del momento, mentre rimane sempre lo stesso il vocabolario che delegittima i dirigenti africani ridicolizzando i loro sforzi per reagire alla minaccia della povertà, della crisi ecologica o della violenza.
Una tagliente denuncia di questo colonialismo semantico e delle ipocrisie che lo sostengono è stata offerta dal discorso di Jean Emmanuel Ouedraogo, primo ministro del Burkina Faso all’ONU nel settembre 2025, e più recentemente da Bassoma Bazié, sempre per il Burkina Faso, a Lomé, di fronte ai rappresentanti della CEDEAO nell’aprile scorso.
Perché tra i mutamenti più significativi della regione, avvertiti con preoccupazione da Parigi, vi è stata la nascita di una nuova entità: l’Alliance des États du Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger), poco importa se al prezzo di alleanze che hanno anch’esse il loro costo (quelle con la Cina e la Russia).
La galassia di acronimi, le definizioni provvisorie di “terrorista”, “ribelle” o “jihadista”, di alleato o mercenario, dicono però poco o nulla di ciò che è diventata la vita in questo paese, segnato da anni di violenze compiute da tutte le milizie (dai jihadisti del Katiba Macina ai mercenari di Wagner e dell’Africa Corps, così come dai Dan Nan Ambassagou).
I furti di milioni di capi di bestiame, l’uccisione di animali e la distruzione dei granai, l’impossibilità di lavorare nei campi o frequentare le scuole (un gran numero delle quali è stato chiuso nei villaggi dove è stata imposta la sharia), i continui assalti ai mezzi di trasporto, hanno stravolto il paesaggio sociale e trasformato anche i vicini in possibili nemici (il clima di sospetto trova espressione negli arresti di militari e personalità politiche in questi giorni, accusati di complicità con i terroristi). Due storicità sembrano così duellare da tempo senza incontrarsi, e in questo duello il Mali sembra essere oggi il luogo dove si giocano il destino e il futuro dell’intero continente africano.
Mentre il neocolonialismo e il capitalismo estrattivista non fanno che affondare in modo sempre più aggressivo i loro artigli sulle risorse naturali (petrolio, litio e gas in Mali; oro in Mali e Burkina Faso; uranio in Niger), i paesi africani lottano per affermare una sovranità sempre negata, sempre assoggettata, sempre ridicolizzata.
Il progetto anticoloniale dei loro leader (come Ibrahim Traoré, che in Burkina Faso assume esplicitamente il ruolo di erede di Sankara) urta l’arroganza dei governi occidentali: che se continuano ad umiliare le élite politiche di questi paesi, non hanno mai esitato ad assassinarne i leader quando scomodi.
Quanto alle reciproche accuse di manipolazione dell’informazione, solo in apparenza si è di fronte allo stesso problema. Se in Mali il potere della giunta militare ricorre alla censura e, certo, anche all’intimidazione o al silenziamento delle voci critiche, i media occidentali (e quelli francesi, in particolare) operano con infinite risorse una duplice operazione: non si accontentano di offrire degli eventi informazioni e analisi di segno opposto, ma aggiungono come un metatesto il cui progetto è far vacillare l’idea stessa di un paese sovrano.
Sulla riva di un tempo ferito dal caos, dall’isolamento (le difficoltà di approvvigionamento di carburante e beni alimentari), dagli indicatori di povertà, dalla nostalgia di lingue e saperi erosi dalla violenza dell’estrattivismo come dalla curiosa indifferenza del turismo (e ciò vale per i Tuareg come per le altre popolazioni di questa regione: Peul, Dogon, Bozo...), si intravede però il coraggio e l’ostinazione di donne e uomini che non intendono cedere alla paura, alla minaccia, e per i quali l’alleanza dei connazionali della diaspora rimane fondamentale.
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28/03/2026
Ci sono anche Ong finanziate dagli USA dietro le “proteste” in Iran
Ci sono diverse Ong per i diritti umani finanziate dagli Usa dietro le notizie sulle proteste in Iran
di Daniele Luttazzi
Diverse Ong per i diritti umani, citate dai media occidentali come fonti autorevoli sulle proteste in Iran, sono in realtà finanziate dal governo degli Stati Uniti tramite il National Endowment for Democracy (Ned), organizzazione creata negli anni ’80 con l’obiettivo di svolgere apertamente attività che in passato erano condotte clandestinamente dalla Cia. Tra quelle Ong, scrive MintPress News, ci sono la Human Rights Activists in Iran (Hrai) e la sua agenzia di notizie Hrana: sono state fonti ricorrenti dei media occidentali durante le proteste iraniane; le loro stime sono state riprese da CNN, Wall Street Journal, Abc News, Sky News, Fox News e New York Post.
Hrai ha sede a Fairfax, in Virginia, non lontano dal quartier generale della Cia (Langley), e riceve finanziamenti dal Ned: nel 2024, oltre 900.000 dollari. Il Ned indica come organizzazione partner anche l’Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran (Abchri): citata spesso da Washington Post, Pbs e Abc News, questa Ong non dichiara il Ned nel proprio rendiconto sui finanziamenti.
Fra i suoi consiglieri c’è il politologo Francis Fukuyama, ex consigliere del Ned; la direttrice Roya Boroumand ha ricevuto dal Ned la medaglia Goler T. Butcher per la promozione della democrazia. Anche il Center for Human Rights in Iran (Chri), con sede a New York e Washington, è finanziato dal Ned: una sua consigliera, Mehrangiz Kar, è stata borsista presso il Ned e nel 2002 ha ricevuto il Democracy Award dell’ente, consegnato da Laura Bush e Joe Biden.
Il Chri è una fonte menzionata da New York Times, Guardian e Usa Today; un reportage del Washington Post ha utilizzato le sue dichiarazioni per sostenere che gli ospedali iraniani erano sopraffatti e a corto di sangue a causa della repressione governativa.
Il Ned fu fondato nel 1983 durante l’amministrazione Reagan dopo gli scandali emersi dalle indagini del Senato Usa sulle operazioni segrete della Cia. Pur essendo formalmente una fondazione privata, il Ned riceve quasi tutti i suoi finanziamenti dal governo statunitense.
Allen Weinstein, uno dei fondatori, spiega: “Molto di ciò che facciamo, 25 anni fa veniva fatto clandestinamente dalla Cia”; Carl Gershman, storico presidente del Ned, ammise che sarebbe problematico se si sapesse che certe organizzazioni democratiche nel mondo sono finanziate direttamente dalla Cia.
Il Ned s’attivò per le elezioni russe del 1996 che portarono al potere Boris Yeltsin; per il tentato colpo di Stato contro Chávez nel 2002; per la rivoluzione di Maidan del 2014 in Ucraina; e per sostenere movimenti di protesta in Bielorussia, Hong Kong e Cuba.
Lo schema è sempre lo stesso: finanziamento di Ong, media e attivisti; mobilitazione di proteste di massa; pressione internazionale contro il governo bersaglio. Lo scorso 15 gennaio, MintPress News riferiva di 18 progetti Ned attivi in Iran (reti di attivisti, giornalismo indipendente, libertà di internet, formazione politica), interpretando queste iniziative come parte di una strategia volta a una transizione dal sistema politico iraniano a un governo favorevole agli Usa.
Le proteste del 28 dicembre contro l’aumento dei prezzi si erano rapidamente trasformate in un movimento più ampio che chiedeva di rovesciare il governo e restaurare la monarchia con Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià.
L’ex direttore della Cia Mike Pompeo, salutando le proteste, rivelò che c’erano agenti Mossad fra i manifestanti; il Mossad confermò e Trump dichiarò che gli Stati Uniti erano pronti a intervenire se il governo iraniano avesse represso con violenza le proteste.
A gennaio MintPress ipotizzava che il coinvolgimento di Ong finanziate dal Ned potesse essere collegato a una strategia Usa di regime change in Iran. E infatti, il 28 febbraio, ecco l’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran, con l’obiettivo dichiarato di rovesciare il regime. (1. Continua)
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17/03/2026
La guerra all’Iran: alleati immorali, falsi e inutili massacri
Il leader assassinato era a capo di un sistema di oppressione e spietatezza che ha causato la morte di molti iraniani nell’ultimo anno circa. Questi sistemi, purtroppo, prevalgono ancora, siano essi teocratici o laici, in molte altre parti del mondo. Chiunque abbia un minimo di decenza mostrerà solidarietà a coloro che chiedono giustizia e libertà sotto questi sistemi.
L’attuale campagna, mascherata da lotta per la democrazia, la giustizia economica e sociale, è portata avanti da un’amministrazione americana e da un governo israeliano che violano quotidianamente questi principi e hanno apertamente dimostrato la loro mancanza di rispetto e la loro palese ostilità nei confronti del diritto internazionale e dei principi di sovranità e del diritto all’autodeterminazione degli altri popoli del mondo.
Indossare una bandiera israeliana mentre si manifesta per la libertà in Iran è una farsa: questa bandiera oggi rappresenta uno stato genocida guidato da criminali di guerra. Allo stesso modo, sventolare la bandiera americana dimostra identificazione con un’amministrazione che attua politiche violente ispirate da avidità economica, islamofobia, razzismo e imperialismo palese.
Posso capire le alleanze pragmatiche. Non è sempre possibile essere puristi quando si costruisce un’alleanza contro l’ingiustizia, ma devono esserci delle linee rosse che non possono essere oltrepassate nemmeno di fronte alla calamità. Scegliere alleati poco raccomandabili in una lotta per la giustizia è già abbastanza grave, glorificarli nel processo è incomprensibile.
La credibilità di questa alleanza dovrebbe essere ulteriormente messa in discussione quando sappiamo che il suo principale sostenitore è il figlio dell’ex Scià, rampollo di una monarchia oppressiva quanto il regime che l’ha sostituita.
Perché è stato scelto? Potrebbe trattarsi di una questione di amnesia storica. Il regime di Reza Shah Pahlavi era autoritario e repressivo, sostenuto da una crudele polizia segreta che terrorizzava, torturava e giustiziava i dissidenti. Era afflitto da corruzione e politiche di discriminazione economica e sociale. I suoi migliori alleati erano gli Stati Uniti e Israele. Difficilmente un’eredità di cui essere orgogliosi, a meno che non si accompagni bene all’affidamento di Netanyahu in Israele e Trump in America per la salvezza.
La sua scelta può anche indicare l’assenza di un’opposizione organizzata. Dopotutto, la Repubblica islamica non sarebbe nata senza l’aiuto di una coalizione organizzata che includeva intellettuali di sinistra, sindacalisti e studiosi islamici riformisti che collaboravano con estremisti come l’Ayatollah Khomeini.
L’Iran è una società eterogenea – ideologicamente, socio-economicamente ed etnicamente – che non desidera necessariamente riportare in auge la monarchia né condividere le stesse visioni per il futuro. Può solo costruire una coalizione dall’interno del Paese, piuttosto che affidarsi all’intervento americano, motivato dall’avido desiderio di Trump di estrarre maggiori dividendi dalla quota iraniana delle riserve petrolifere mondiali, tanto quanto dal suo desiderio di una tregua dalle sue fortune politiche in declino. Ha un alleato perfetto in Netanyahu, che cerca una distrazione dalle sue prove e dal disagio derivante dal trauma in corso in Israele dopo l’attacco del 7 ottobre.
Ecco uno scenario probabile: poiché questi sono gli individui coinvolti nella gestione dell’operazione di “salvataggio” degli iraniani e che affrontano la presunta minaccia esistenziale per Israele, gli Stati Uniti e l’Occidente, è molto probabile che, una volta cessati i bombardamenti reciproci che si stanno diffondendo in tutta la regione, tutti i soggetti coinvolti dovranno affrontare le stesse sfide di prima dell’attacco americano-israeliano all’Iran.
La Palestina e i palestinesi continueranno a essere la questione più importante che Israele e i suoi alleati dovranno affrontare nella regione e nel mondo. Gli americani si ritroveranno con un presidente che distruggerà la loro economia, la loro reputazione internazionale e la loro coesione sociale, ed è molto probabile che l’Iran sarà ancora governato dallo stesso regime, sia esso indebolito o più in difficoltà. La mappa politica della regione non cambierà molto, né le sue difficoltà sociali ed economiche.
Questo scenario non è quello offerto dalla narrazione ufficiale diffusa dai media pro-Shah in esilio o da coloro che hanno intonato inni di lode sia per Bibi che per Donald. Sembrano credere che la scellerata alleanza che stanno coltivando tra un massiccio movimento per il cambiamento interno, Israele e l’amministrazione Trump avrà successo.
Non meno preoccupanti sono alcuni degli esperti che compaiono sui media mainstream britannici. Condividono il disagio generale dei Democratici americani e della maggior parte dei governi dell’UE per una simile violazione del diritto internazionale. Ciononostante, allo stesso tempo, loro e parecchi esponenti della destra britannica ed europea appoggiano acriticamente due false affermazioni avanzate da Israele e dall’amministrazione Trump.
La prima affermazione è che gli Stati Uniti e Israele fossero intervenuti per favorire un cambio di regime nell’interesse del popolo e delle sue libertà. La seconda è che Israele abbia lanciato un attacco preventivo per impedire un imminente attacco iraniano contro Israele, nell’ambito del desiderio della Repubblica di distruggere lo Stato ebraico.
Quindi, in primo luogo, dobbiamo accettare che la tempistica dell’attacco israeliano-americano sia stata una risposta a una richiesta urgente di aiuto da parte dei manifestanti iraniani. Le richieste precedenti non sono state ascoltate; né da coloro che hanno manifestato nel 1999, nel 2009 né nel 2019. Solo coloro che hanno manifestato ora meritavano il coinvolgimento degli israeliani americani.
Sembra più ragionevole sostenere che la tempistica fosse legata ai problemi interni affrontati sia da Trump che da Netanyahu. Trump ha programmato questo attacco nel giorno in cui avrebbe potuto essere politicamente devastato dalle rivelazioni pubblicate nei file di Epstein e Netanyahu aveva bisogno di una guerra di qualsiasi tipo, dato che stava perdendo significativamente popolarità a causa dei suoi precedenti penali e della sua responsabilità agli occhi della società per il traumatico attacco di Hamas del 2023.
Anche al di là del ristretto mondo di Trump e Netanyahu, sia Israele che gli Stati Uniti (e a volte anche la Gran Bretagna) si preoccupano molto di più della lealtà di un regime alleato che della sua situazione in materia di diritti umani. Ci siamo già trovati in quella situazione quando i politici americani e britannici ci hanno spiegato perché fosse necessario invadere e distruggere l’Iraq.
Tuttavia, almeno questa volta possiamo trarre un po’ di ottimismo in mezzo a questo brutto episodio dal fatto che l’opinione pubblica americana bipartisan non sostiene questa impresa, pur rimanendo di umore meno ottimista quando ci rendiamo conto che la società israeliana sostiene pienamente Netanyahu, compresa la cosiddetta opposizione, il che non fa ben sperare per le elezioni del 2026 in Israele, indipendentemente da chi ne uscirà vincitore.
Quanto alla seconda affermazione, secondo cui l’attacco è avvenuto all’ultimo momento, prima che l’Iran distruggesse Israele e l’Occidente, è bene attenersi ai fatti. Tutti gli scontri a fuoco tra Iran e Israele sono stati avviati da Israele. Non sottovaluto la gravità della paura esistenziale che le presunte armi nucleari dell’Iran potrebbero suscitare tra gli israeliani, soprattutto se accompagnata da un discorso sulla necessità di distruggere Israele.
Allo stesso modo, non si può sottovalutare il pericolo per l’Iran e la regione rappresentato da un Israele che, a differenza dell’Iran, possiede già un numero enorme di armi nucleari. Un Israele che, al momento, è governato da un’élite ideologicamente messianica che non conosce confini morali nel suo tentativo di resuscitare un immaginario regno biblico sulla Palestina storica e ben oltre i suoi confini. Disposto, nel processo, a commettere un genocidio dei palestinesi nella Striscia di Gaza, a purificare eticamente coloro che vivono in Cisgiordania e a terrorizzare i cittadini israeliani. E nel farlo, non risparmia nemmeno la vita delle persone nel Libano meridionale.
Questo Israele, armato fino ai denti con armi convenzionali e non convenzionali, non è realmente preoccupato di un Iran nucleare quanto piuttosto di una minaccia esistenziale: le sue forze armate sono lì per sorvegliare i milioni di palestinesi sotto il suo controllo. Gli stati arabi confinanti sono entrati in guerra per la Palestina nel 1948, ma da allora non lo sono più stati.
Gli attacchi immotivati all’ambasciata iraniana a Damasco e l’assassinio di leader e scienziati in Iran sono stati difficilmente ricambiati dall’Iran. Quando l’Iran ha reagito, lo ha fatto in modo simbolico, come segnale di avvertimento e deterrenza contro la continuazione di queste politiche. L’Iran si accontentava di guerre fasulle; Israele brama la guerra vera.
La guerra contro l’Iran è una battaglia israeliana per l’egemonia regionale, così come lo è il programma nucleare israeliano che produce centinaia di bombe atomiche. A differenza di Israele, l’Iran era disposto a partecipare ai tentativi di attenuare il pericolo di nuclearizzazione nella regione; uno sforzo promosso da Obama nel 2015, ma sventato da Netanyahu e Trump.
Israele sostiene che l’Iran minacci la sua sicurezza anche attraverso gruppi per procura come Hezbollah e Hamas. Questi due movimenti non sono stati storicamente impegnati in una lotta contro Israele a causa delle direttive iraniane. Hezbollah ha iniziato la sua attività in una campagna per porre fine all’occupazione israeliana del Libano, e Hamas è emerso come alternativa al fallimento del movimento laico di liberazione palestinese nel porre fine alla colonizzazione e all’occupazione israeliane.
Questi movimenti non godono dello stesso sostegno internazionale di cui Israele gode da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente, né possiedono un’industria militare altamente sviluppata. Quindi, si sono affidati a chiunque potessero, prima la Siria, a volte la Turchia, ma soprattutto l’Iran. C’è un’affinità religiosa tra Hezbollah sciita e l’Iran, ma va ricordato che Hamas è un’organizzazione islamica sunnita; pertanto, l’idea che si tratti di un piano sciita per conquistare il Medio Oriente è inverosimile.
Israele non è affatto l’unica minaccia alla stabilità e alla pace della regione. Accanto a un Israele fanatico, ci sono altri destabilizzatori. L’Iran fondamentalista, le ali militanti dei legittimi movimenti di liberazione, un presidente americano megalomane, le ciniche multinazionali, le industrie militari e di sicurezza, i leader suprematisti islamofobi bianchi e i loro movimenti sono tutti esempi di come la decolonizzazione non si sia ancora pienamente sviluppata in Medio Oriente.
Al centro del problema c’è ancora la Palestina. Una soluzione giusta e duratura ai 120 anni di colonizzazione della Palestina e alla progressiva espropriazione e oppressione del suo popolo ridurrà significativamente qualsiasi impulso dell’Iran a usare la Palestina come pretesto per l’oppressione o l’aggressione, qualsiasi impulso degli americani a interferire in modo distruttivo negli affari del regime e qualsiasi impulso dei regimi autoritari a giustificare il loro governo autocratico.
Una simile svolta consentirà inoltre al Mashreq – il Levante in arabo – di costruire un nuovo assetto politico basato sulla giustizia economica e sociale, sostituendo il traballante sistema politico costruito dalle potenze coloniali dopo la prima guerra mondiale.
La natura di questa soluzione avrà un impatto sulle sue possibilità di influenzare l’intera regione. Solo una Palestina democratica, decolonizzata e de-sionizzata, promossa e costruita dal movimento nazionale palestinese e organicamente ricollegata al Mashreq, potrà raggiungere questo obiettivo. Gli alleati di questa visione non saranno contaminati dall’immoralità e dal cinismo di chi ora afferma di voler salvare il Medio Oriente.
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03/03/2026
[Opinione] - È tempo di liberarci dei liberatori
L’attacco all’Iran mentre erano in corso trattative e che mette nel mirino le figure chiave del governo iraniano, non contiene particolari novità rispetto a quanto già sapevamo dell’approccio di Stati Uniti e Israele nei confronti di Teheran,
Non deve stupire che Stati Uniti e Israele decidano arbitrariamente di usare la forza contro chiunque considerino loro nemico in tutto il Mondo e lo facciano mentendo circa il programma nucleare iraniano, che nessuno considerava prossimo allo sviluppo di armi atomiche.
In fondo l’hanno sempre fatto con incursioni mirate, attacchi “preventivi” e persino rapimenti di capi di stato come nel caso venezuelano; azioni che se venissero compiute da altri non esiteremmo a definire terroristiche.
Lo fanno destabilizzando intere aree del Mondo, di solito quelle ad alto valore energetico, senza avvisare preventivamente gli alleati né consultarsi con loro. Il vicepremier italiano Matteo Salvini ha rivelato ieri che il governo italiano è stato informato dell’avvio delle operazioni militari dopo che queste erano cominciate. Quando Roma lo aveva già saputo dalle breaking-news televisive e dalle agenzie di stampa.
La vicenda del ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato a quanto pare con la famiglia a Dubai, su cui molti hanno ironizzato, dimostra in realtà che il Pentagono non ha informato i colleghi della NATO dell’imminente attacco a ulteriore conferma che Stati Uniti e Israele applicano da sempre un principio di superiorità sul resto del mondo basato sulla loro “eccezionalità”. Di fatto “io sono io e voi non siete un c....” per dirla con il Marchese del Grillo.
Nulla di sorprendente se si considera l’arroganza che riserva agli europei l’Amministrazione Trump e soprattutto che i nostri “alleati” d’oltreoceano, ben prima di Donald Trump, si comportano da molti anni da nostri acerrimi nemici.
Hanno scatenato le primavere arabe che hanno infiammato Nord Africa e Medio Oriente, hanno scatenato guerre in Libia, Iraq e Siria che hanno minato la sicurezza energetica e il “cortile di casa” dell’Europa; hanno attuato il cambio di governo a Kiev nel 2014 investendo nell’operazione Maidan 5 miliardi di dollari (come disse il sottosegretario Victoria Nuland al Congresso) aprendo il confronto militare con la Russia in seguito al quale hanno fatto esplodere il gasdotto Nord Stream... dopo che Biden e Nuland avevano dichiarato di volerlo distruggere.
Di fronte a tutto questo sarebbe puerile stupirsi perché gli statunitensi non mostrano riguardo né rispetto nei confronti degli alleati europei. Del resto non occorre essere particolarmente maliziosi per rendersi conto che l’attacco all’Iran, al di là dei suoi esiti, provocherà un rialzo del prezzo del greggio anche a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, decretato ieri dai Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniani.
E non occorre essere fini analisti per intuire che il blocco del Golfo favorirà l’energia esportata dagli USA, e prezzi più alti renderanno più convenienti le estrazioni di petrolio negli Stati Uniti, dove la costosa tecnica del fracking non è sostenibile se le quotazioni non raggiungono almeno i 62/65 dollari al barile.
E neppure per comprendere che l’Europa, già oggi l’area industrializzata del Mondo che paga l’energia al prezzo più alto dopo la rinuncia a gas e petrolio russo (in quantità infinita e prezzi convenienti), subirà dall’attacco all’Iran ulteriori danni in termini economici e di sicurezza.
La cosa di cui dovremmo tutti stupirci è che i governi delle nazioni europee (lasciamo perdere l’Unione Europea, ormai ridotta a una nomenklatura di lobbisti che rispondono in buona parte a interessi statunitensi) continuino a restare prone alla prepotenza auto referenziale di Stati Uniti e Israele.
Per noi italiani, che consideriamo da tempo area strategica di primario interesse nazionale il cosiddetto “Mediterraneo Allargato” (esteso a est fino a Mar Rosso, Oceano Indiano e Golfo Persico) le operazioni militari in corso dovrebbero risultare inaccettabili proprio perché assicurano solo la destabilizzazione di questa regione.
Anche le milizie Houthi dello Yemen hanno annunciato la ripresa degli attacchi ai mercantili nello Stretto di Bab el-Mandeb e nel Golfo di Aden, in supporto all’Iran aggredito. Grazie a USA e Israele verrà, quindi, di nuovo penalizzato il traffico marittimo da e per il Mediterraneo, cioè verranno penalizzati i nostri porti e le nostre merci, il nostro import-export e non saranno certo le poche navi con pochissimi missili dell’Operazione UE Aspides a poter proteggere le navi in transito tenuto conto che persino gli Stati Uniti dovettero accordarsi con gli Houthi dopo aver esaurito le scorte di missili da difesa aerea di alcune unità della US Navy.
Non ha alcun senso per le nazioni europee oggi ribadire che siamo alleati con USA e Israele perché tra alleati ci si confronta, si prendono decisioni congiunte o condivise, soprattutto si evita di compiere azioni unilaterali che danneggino i partner. Invece gli europei vengono trattati come “utili idioti” per sostenere campagne militari e iniziative che vanno contro i loro interessi e tacciono, proni al padrone.
È pur vero che “chi è causa del suo male pianga sé stesso” ma è necessario che le nazioni europee si sveglino prima che sia troppo tardi. Gli interessi di Stati Uniti e Israele e dei loro leader sono non da oggi improntati alla destabilizzazione di intere aree geopolitiche ed energetiche: obiettivo che è esattamente l’opposto di quello che dovremmo perseguire noi europei.
Per questo occorre al più presto smarcarsi da un’alleanza sempre più a senso unico, ingombrante e pericolosa per la nostra sicurezza. Come l’Impero Romano, anche quello statunitense nella sua fase decadente diventa imprevedibile, pericoloso e guidato da leader poco strutturati, inaffidabili, impreparati quando non palesemente squilibrati.
Ha senso mettere in mano la nostra difesa e sicurezza, le nostre basi militari a una potenza che si dimostra ogni giorno di più nostra nemica?
Perché non basta la propaganda, con le sue ridicole note di linguaggio o le farneticanti dichiarazioni di Trump circa la minaccia imminente dell’Iran per gli Stati Uniti, a giustificare questa nuova guerra che semina il caos alle porte di un’Europa che, dopo 80 anni, dovrebbe trovare il coraggio di “liberarsi dei liberatori” per evitare, con pragmatismo e mettendo al bando dogmi settari, di continuare a farsi trascinare in guerre non sue.
Filo-ayatollah?
Non è infatti necessario essere fan del defunto ayatollah Khamenei (che già era malato e aveva 87 anni ma era una figura di spicco non solo dell’Iran ma dell’intero Islam scita) per notare che se definiamo “regime” quello iraniano, dovremmo dire la stessa cosa delle monarchie assolute ed ereditarie che governano con ben poco spazio per diritti civili e politici i petro-regni arabi del Golfo, tutti nostri alleati di ferro a cui ci siamo spesso prostrati in Europa in cambio di investimenti miliardari.
Ridicolo bollare come “movimento terroristico” i Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniani (pasdaran), come ha fatto il parlamento europeo col via libera anche dell’Italia, senza ricordare che i terroristi islamici sono sunniti (ISIS, al-Qaeda, ecc.) e non sciiti.
Anzi gli sciiti, arabi o persiani, sono il principale bersaglio dell’estremismo terroristico sunnita come si evince leggendo i proclami di Osama bin Laden, Abu Musayb al-Zarqawi e Abu Bakr al-Baghdadi. Ed è pure il caso di ricordare che a impedire all’ISIS di prendere Baghdad nell’agosto 2014 non furono le truppe americane né tanto meno italiane ma tre reggimenti di pasdaran iraniani, a prezzo di ingenti perdite.
Così come a liberare il nord Iraq e la Siria Orientale dallo Stato Islamico furono in buona parte le milizie popolari sciite filo iraniane guidate dai pasdaran.
Certo si tratta di ricordi scomodi, specie oggi che il mondo intero ha riconosciuto un terrorista come Abu Mohammadal-Jolani (o Ahmed al-Sharaa, su cui pendeva una taglia di Washington da 10 milioni di dollari) leader della Siria che nessuno ha eletto, ma ha preso il potere guidando una milizia islamista sunnita alleata della Turchia.
Già luogotenente di Zarqawi ai tempi degli attentati contro l’ONU a Baghdad e contro gli italiani a Nassiryah, poi membro dell’ISIS, fondatore di al-Nusra e leader della milizia jihadista Tahrir al Sham, a cui tutti oggi stringono la mano, inclusi quelli che accusano di terrorismo i pasdaran.
Del resto il pragmatismo della politica rende ipocrita qualunque appello a valori di libertà e democrazia. Rinunciamo all’energia dell’autocrate Putin e la comperiamo dal regime del presidente azero Ilham Alyev, in carica dal 2003 succeduto al padre Heydar.
Già più volte messo all’indice per la repressione del dissenso e l’assenza di diritti umani e civili, il regime azero è forse l’unica repubblica rimasta al mondo insieme alla Corea del Nord dove il potere viene tramandato da padre a figlio con tanto di culto della personalità.
Allo stesso modo oggi la propaganda israeliana e americana (con la solita grancassa di media compiacenti e asserviti) ci propone la contrapposizione delle immagini delle ragazze iraniane all’epoca del regime dello Shah Reza Pahlevi e le donne col capo coperto (peraltro non obbligatorio) dell’Iran degli ayatollah.
Una contrapposizione già utilizzata con i burqa afghani quando USA e alleati puntavano a esportare la democrazia a Kabul, poi lasciata di nuovo ai talebani senza aver mai tolto i burqa alle donne. Eppure basta leggere la Storia o avere un’età adeguata a ricordare i fatti, per valutare che il ripristino a Teheran della monarchia dei Pahlavi non è certo garanzia di libertà e democrazia.
Lo Shah regnò col pugno di ferro contro ogni dissidenza utilizzando la famigerata polizia politica SAVAK e si fece proclamare “Imperatore”; unico all’epoca ad attribuirsi una simile carica insieme al dittatore centrafricano Jean-Bedel Bokassa. Non a caso l’impero dello shah, alleato di USA e Israele, crollò in seguito a grandi rivolte popolari.
Prospettive vaghe
Ammesso quindi che il “regime” iraniano venga rovesciato quali prospettive apre l’attacco israelo-americano? Forse solo una: il caos. L’Iran è in grado di rinnovare la sua classe dirigente decapitata dai raid missilistici israeliani probabilmente rafforzando il peso del Guardiani della Rivoluzione, quindi non certo dei riformisti.
Teheran gode del supporto (anche militare) silenzioso ma concreto di Russia e Cina mentre gli Stati Uniti e Israele potrebbero essere in grado di sobillare rivolte e forse anche di scatenare una guerra civile in Iran ma le probabilità che sbarchino un milione di soldati per liberare Teheran dagli ayatollah e dai pasdaran appaiono addirittura inferiori a quelle che le nazioni europee inviino i propri eserciti a combattere in Donbass.
Trump, del resto, esorta gli iraniani a ribellarsi, proprio come George H. Bush esortò curdi e sciiti a rivoltarsi contro Saddam Hussein nel 1991 ma non mosse un dito per difenderli dalle feroci rappresaglie di Saddam stesso.
Washington quindi non sembra avere una strategia precisa per il “regime-change” a Teheran e se è così il disastro è assicurato: basti ricordare come l’Iraq cadde nel caos e nella guerra civile dopo la rimozione di Saddam Hussein e l’occupazione anglo-americana.
Tutto questo considerato, appare evidente che il programma nucleare e balistico iraniano costituiscano solo dei pretesti per gettare l’Iran, alleato di Russia e Cina, nel caos più totale assieme alla sua produzione energetica oggi esportata in Asia che Washington vorrebbe mettere fuori gioco o, in alternativa, porre sotto il proprio controllo.
Del resto l’Iran aveva firmato un accordo internazionale nel 2015 con l’Amministrazione Obama che successivamente Donald Trump invalidò seguendo i diktat di Benjamin Netanyahu, lasciando già all’epoca il dubbio su chi tenga davvero le redini nell’alleanza tra Israele e Stati Uniti.
Oggi la pretesa di un nuovo accordo sul nucleare cade nel ridicolo dopo che nella guerra dei 12 giorni scatenata nel giugno scorso da Israele, proprio Trump aveva annunciato di aver cancellato il programma atomico iraniano dopo i raid dei bombardieri B-2 sui siti nucleari iraniani.
In realtà un intervento utile solo a fermare temporaneamente la guerra e salvare la faccia a Israele che aveva finito i missili anti-missile mentre Teheran aveva ancora molti missili balistici da poter lanciare. Anche nell’attuale campagna saranno forse le munizioni a determinare il successo o meno dei contendenti come ha evidenziato anche Scott Ritter. Finiranno prima i vettori balistici iraniani o le armi antimissile israeliane e statunitensi?
Le forze armate israeliane (IDF) stimano che l’Iran possieda attualmente circa 2.500 missili balistici. Prima della guerra del giugno 2025, le stesse fonti avevano dichiarato che l’Iran puntava ad accelerare significativamente il ritmo di produzione dei missili balistici per portarli da 3mila a 8mila entro due anni. Durante il conflitto di giugno, l’Iran ha lanciato oltre 500 missili contro Israele, e l’IDF ritiene di aver distrutto centinaia di missili negli attacchi e di aver impedito la produzione di altri 1.500 missili colpendo le fabbriche.
Negli ultimi mesi i militari israeliani ritengono che Teheran abbia investito sul ripristino delle capacità di produzione missilistica, producendo diverse decine di missili al mese fino a giungere a 2.500 ordigni. Un numero elevato che richiederebbe almeno il triplo di missili da difesa aerea con capacità anti-balistiche.
L’Iran del resto colpisce le basi americane nelle monarchie arabe del Golfo non solo perché obiettivi militari legittimi ma forse con l’intenzione di sollevare le popolazioni arabe, che detestano la politica di USA e Israele, e potrebbero forzare gli emiri a cacciare le basi USA che appaiono sempre di più come il braccio (più ricco e armato) di Israele.
Anche il dibattito accesosi tra Cipro e Gran Bretagna per due missili balistici iraniani definiti “vaganti” e potenzialmente diretti verso le basi britanniche nell’isola che fa parte della UE (anzi ne ha ora la presidenza semestrale) dovrebbe indurre a qualche riflessione su come la guerra scatenata dagli israelo-statunitensi possa minacciare direttamente Europa e UE.
In questa guerra il governo iraniano potrebbe infatti non essere l’unico a giocarsi tutto: USA e Israele rischiano non solo di non raggiungere gli obiettivi prefissati ma anche di perdere credibilità politica e militare (specie se l’Iran sarà in grado di infliggere dolorose perdite ai suoi nemici) facendosi odiare da gran parte del Mondo.
In termini politici occorre infatti chiedersi in base a quale diritto la principale potenza nucleare del mondo (insieme alla Russia) e una potenza nucleare “di fatto” come Israele che non si è mai sottoposta alle ispezioni dell’agenzia dell’Onu per il nucleare (AIEA) possano arrogarsi il diritto di negare l’arricchimento dell’uranio e addirittura lo sviluppo di missili balistici e armi atomiche all’Iran.
Alla legge del più forte? Con tanti saluti al tanto sbandierato diritto internazionale, alla “pace giusta” e alla contrapposizione aggressore-aggredito tanto cara a politici e opinionisti di casa nostra.
Infine, dopo appena 36 ore di guerra è già evidente che la più importante lezione che emerge da questo conflitto è quella nordcoreana: se Teheran avesse le armi nucleari, come le ha Pyongyang, nessuno oserebbe più attaccarla.
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26/02/2026
Iran - Le manovre delle opposizioni in vista del possibile attacco USA
Le autorità hanno risposto che gli studenti universitari hanno il diritto di protestare, ma tutti devono “comprendere quali sono le linee rosse”. Alcuni studenti imprigionati il mese scorso, inoltre, sono stati rilasciati.
Intanto, vari segmenti dell’opposizione lavorano per posizionarsi politicamente in vista di un possibile attacco USA, spesso accreditandosi come possibile carta interna da poter essere spesa contro la Repubblica islamica. Anche se la loro reale internità alla società iraniana è discutibile.
È il caso del mediaticamente onnipresente Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo monarca iraniano, cui è stata concessa la platea della conferenza sulla sicurezza di Monaco per chiedere l’intervento militare diretto degli USA: “Al Presidente Trump… il popolo iraniano ti ha sentito dire che l’aiuto è in arrivo e ha fiducia in te. Aiutali”.
Poi ha millantato: “Milioni di iraniani hanno gridato il mio nome e chiesto il mio ritorno. Questo mi rende umile e mi dà allo stesso tempo la grande responsabilità di rispondere al loro appello e di essere il leader di questa transizione, come hanno chiesto... una volta approvata la costituzione e quando la nazione avrà votato per adottarla tramite referendum, avremo l’elezione del primo nuovo parlamento e del primo nuovo governo di quella futura democrazia”.
Questa sfacciata autoproclamazione come capo della transizione, fra l’altro, ha provocato un battibecco con un giornalista della BBC di origine iraniana che gli stava facendo le domande, Kasra Naji, il quale gli ha rinfacciato di non rappresentare affatto il vasto spettro politico dell’opposizione alla Repubblica Islamica e di cercare esclusivamente l’endorsement occidentale.
Comunque, il progetto incarnato da Reza Phalavi, che in politica estera è marcatamente filoamericano e anche filosionista, in politica interna è fortemente incentrato sull’identità persiana e viene, perciò, contrastato dalle minoranze.
Fra di esse, il 22 febbraio, cinque gruppi armati curdi hanno annunciato la formazione di una coalizione politico – militare per rovesciare la Repubblica Islamica: si tratta del Partito per la vita libera del Kurdistan (PJAK), il Partito democratico del Kurdistan iraniano (KDPI), il Partito Komala del Kurdistan, l’Organizzazione per la lotta del Kurdistan iraniano (Khabat) ed il Partito per la libertà del Kurdistan (PAK).
Sono gruppi che hanno base prevalentemente nelle montagne della Regione Autonoma Curda dell’Iraq, a cavallo dei confini fra i due paesi, con un’operatività molto limitata nei tempi ordinari, ma che spesso si riattivano fortemente durante le ondate di protesta. In particolare, il PJAK, che è l’ala iraniana del PKK, è stato egemonico durante le proteste denominate “donna, vita e libertà” del 2022.
Le miliziane del PJAK, nei giorni scorsi, sono state raggiunte presso i loro rifugi montuosi, da giornalisti israeliani, ai quali hanno confermato la loro disponibilità a cooperare: “Un Iran libero potrebbe nascere dalla cooperazione tra iraniani e Israele. Quando verrà il momento, attaccheremo le basi e i centri del regime. Arriveremo persino a Teheran”.
Tutto ciò ha provocato la reazione del Governo Regionale Curdo dell’Iraq, il quale ha dovuto specificare che “La regione del Kurdistan non consentirà a nessuno di utilizzare il proprio territorio contro alcun paese vicino”.
L’obiettivo di questi gruppi è, ovviamente, creare un’altra autonoma o semiautonoma sul modello dello stesso Governo Regionale Curdo o della molto ridimensionata Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria.
Un’attivazione in tal senso – che potrebbe avvenire solo tramite una campagna coordinata di bombardamenti massicci e mirati da parte di USA e Israele nelle regioni interessate – troverebbe quasi sicuramente un ostacolo esterno: provocherebbe, infatti, la reazione militare della Turchia, determinata a prevenire il ripetersi di uno scenario simile a quello siriano, e creerebbe problemi anche alle ali del movimento curdo che stanno cercando una pacificazione con Ankara. Già durante le proteste di gennaio, scambi di intelligence fra Turchia e Iran avevano neutralizzato i movimenti dei miliziani del PJAK, che tentavano di varcare il confine iraniano.
Sono, poi, da tenere d’occhio le mosse del “Fronte Riformista dell’Iran”, organizzazione ombrello che mette assieme una serie di partiti legali nella Repubblica Islamica, i quali avevano anche contribuito all’elezione del Presidente Pezeshkian.
Dopo la cosiddetta guerra dei 12 giorni, queste organizzazioni sono passate all’opposizione anche di Pezeshkian, radicalizzando ulteriormente le proprie posizioni in senso conciliatorio nei confronti degli USA.
Chiedono, fra l’altro, la fine unilaterale del programma nucleare – vigilato attraverso il pieno rientro degli ispettori dell’Aiea – riforme istituzionali profonde, aperture economiche, limitazione del ruolo dei Guardiani della Rivoluzione, nonché il rilascio di una serie di prigionieri politici, fra cui i leader dell’onda verde del 2009, l’ex candidato presidenziale Mir Hossein Mousavi e la moglie Zahra Rahnavard. Anche questi ultimi, dai loro arresti domiciliari, continuano a tuonare contro la repressione delle rivolte dello scorso dicembre/gennaio e a chiedere riforme costituzionali radicali.
Nelle scorse settimane sono stati arrestati e poi rilasciati su cauzione tre esponenti di spicco del “Fronte Riformista dell’Iran”, ovvero la presidente Azar Mansouri, il portavoce Javad Emam e l’ex parlamentare Ebrahim Asgharzadeh. L’accusa è connessa al loro atteggiamento nei confronti delle proteste di gennaio.
Come si vede, le posizioni di questi tre segmenti di opposizione esaminati, convergono nel voler, in forme diverse, determinare una capitolazione dell’Iran agli USA in politica estera, con l’accettazione di tutte le condizione poste nei colloqui in corso: limitazione delle capacità militari, fine del sostegno all’Asse della Resistenza, fine del programma nucleare; tuttavia, sono fra di loro inconciliabili nei progetti politici interni, a tal punto da rendere difficile ogni eventuale ipotesi di stabilizzazione del paese nel caso in cui gli USA si assumessero il rischio di portare avanti una campagna militare approfondita, volta a mettere in discussione dalle fondamenta la Repubblica Islamica.
Forse, l’opzione preferita dall’Amministrazione Trump sarebbe quella delle fazioni riformiste più radicali, perché una loro presa del potere non implicherebbe il cambio di regime completo, bensì solo una sottomissione strategica, che è, come detto, l’obiettivo perseguito dai colloqui diplomatici. Tuttavia, gli apparati militari dovrebbero essere comunque sconfitti grazie all’intervento esterno, poiché su di essi questi riformisti non hanno alcun peso apparente.
In definitiva, l’Iran è un osso duro per l’imperialismo USA ed il regime sionista anche perché non s’intravede alcun attore interno sul quale puntare, come, invece, accaduto nei casi della Siria e della Libia: Trump, con questo dispiegamento imponente nell’area, pare essersi posto in un angolo da cui è difficile uscire senza subire danni, come desidererebbe.
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